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recensioni

Rossella Abortivi, "Corrispondenze"

1 Luglio 2023 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

 

 

 

Corrispondenze di Rossella Abortivi,

Guido Miano Editore, Milano 2023.

 

La poesia di Rossella Abortivi è essenzialmente di carattere esistenziale ed onirico allo stesso tempo, con un’alternanza fra realtà e sogno che mette in luce i chiaroscuri di una vita vissuta con ritmi bipolari, dunque tra riflessioni amare sulla condizione umana e momenti – a dire il vero più brevi – di riconciliazione con se stessa e la propria vicenda terrena. Corrispondenze è una raccolta lirica suddivisa in quattro parti: Nuvole, Epochè (termine della filosofia scettica e husserliana traslitterato dal greco antico, stante ad indicare la “sospensione del giudizio”), Vortici, Circuito, tuttavia unite fra di loro dalla medesima ispirazione tematica e da una particolare scelta formale che potrebbe richiamare talvolta lo sperimentalismo grafico dei Calligrammi di Guillaume Apollinaire (1880-1918), ovvero libertà dalla metrica tradizionale, eliminazione parziale della punteggiatura, scrittura sulla pagina delle parole formanti un disegno, un’immagine. Nel caso dell’autrice si possono intravedere forme poligonali (trapezi, rombi …) ed anche figure di vasi o calici: si tratta di una disposizione verticale che può attrarre il lettore per una certa eleganza percepibile dal colpo d’occhio da diverse distanze e inclinazioni.

 La dialettica esistenziale incrociata con le immagini oniriche si traduce in un’altalena di stati d’animo, impressioni, ricapitolazioni, bilanci, considerazioni, aneliti … che trasformano la poetica da una perduta linearità ad acquisite metamorfosi e sublimazioni. Esse visitano gran parte delle creazioni della poetessa: richiamiamo qui le più emblematiche e paradigmatiche. In Azzurro è lampante l’oniricità evasiva, espressione dell’intenso desiderio di abbandonare la fatica del vivere per contemplare il mondo dall’alto di un paradiso etereo: «Vorrei entrare / nelle finestrelle del cielo / accucciarmi tra le nuvole / e dormire. //…// Potrei sciogliere / i duri lacci di terra / distendere i pensieri / e volare lontano. // Da lì esplorerei le vie / i sicuri campi di luce / le sconfinate albe / nel tempo». In Notte avviene già la discesa dalle nuvole per affrontare il dolore della vita annegando «nel mare delle mie lacrime», nella continua lotta per resistere: «La notte è scivolata come un olio / sul mio dolore muto … // Ed è una pesante montagna che accumulo: / quella dei miei sogni scomparsi…».

 C’è poi la conseguente e logica presa di coscienza della fragilità e caducità dell’esistenza, dovuta sia alle esperienze di tale impronta vissute, sia alle meditazioni di tipo filosofico sull’essere effimero dell’individuo. La poetessa si paragona ad un’esile barchetta che affronta le burrasche del mare, ma che impavida continua a navigare (Io) ed afferma la provvisorietà dei «momenti che ci avvolgono» (Corrispondenze). Ma su questa precisa tematica del virgiliano “tempus fugit” e del biblico “memento mori”, contrapposti alla latina “spes ultima dea” e al neo-testamentario “Christos anesti, le liriche più immaginifiche ed esaurienti si rivelano Cosmo, Amnesia, Astri.

In tali testi Rossella Abortivi realizza compiutamente quelle metamorfosi e sublimazioni di cui si parlava in precedenza: il processo di trasformazione parte dal negativo, pur esistente, per raggiungere il positivo e l’armonia che man mano si scoprono con stupore e meraviglia. E ciò avviene con grazia ed eleganza formale, sorrette da scenari di ampio respiro e cadenze cristalline. Nella vita - dice la poetessa - vi sono spine, sangue, lacrime, singulti profondi, triste pianto e «… spesso manca il cinguettio dell’anima. // Però, da lontano a volte perviene / una tenue melodia / un soffio gentile che si insinua nell’anima…» (Cosmo) e tutto inizia a cambiare: ci fermiamo per ascoltare e gustare la vita su onde diverse, e siamo riconoscenti al tempo che ci fa esistere; in noi subentrano stati di pace e contemplazione: «…Placati gli affanni, / lasciati i laceri abiti del viandante / ci sentiamo parte del Tutto…» (ibid.). E diventiamo come «…il vento che percorre la terra / nel segno di ogni vita rinnovata / dove l’occhio riluce di perle / incastonate nelle speranze» (ibid.).

Poi la memoria ci inganna con vuoti e assenze, punti ignoti sui quali possiamo solo fantasticare, senza più ritrovare un vero legame col nostro passato. È tale la condizione che ci assegna «il solitario tempo di noi mortali» (Astri). Con Vedute e Stella si ritorna a vagheggiare altri mondi, con immagini esemplari e simboliche di aneliti metafisici e universali: «…La mia testa immersa / nella Via Lattea», o anche: «La mia poltrona è una stella. / Rotea nello spazio / mentre io / osservo quieta dalla mia sede…». Diverse tonalità ancora mutano il registro delle visioni terrene ed ultraterrene, che assumono colorazioni più forti e terminali: osservando un nero corteo con destinazione cimiteriale, la poetessa elabora un pensiero sul chi siamo e dove andiamo di chiara matrice religiosa: «…La vita resta / un sussurro / tra le labbra di Dio» (Funerale). E, in sintonia con la tematica del destino, ecco apparire Sentiero, in cui l’impronta dantesca e la visionarietà delle cantiche della Commedia sono tutt’uno: vi albergano la vetta del monte da salire (la salvezza), le anime vocianti dell’oltretomba (i dannati), la felicità del cammino verso la meta (la dritta via), l’ostacolo della fiera ringhiante (il peccato) … finché ella, con un salto temporale - raggiunge una sorta di Eden dove è immersa in «un cielo di luce» e lì si compie il suo destino.

Tuttavia - come si diceva - a confermare la poetica dei contrasti e dei contrari, Rossella Abortivi ci riporta, verso l’epilogo di Corrispondenze, ad alcune raffigurazioni e rappresentazioni segnate dal pessimismo e dall’abbandono della speranza. Così è in Dubbi: «Cosa rimane dei mille / doni della vita? / Solo un senso di / perdute occasioni / cocciute cecità / e implacabili rotaie / a dirigere un cammino / mai squarciato dal suono / di tenerezze appagate». Così è, ancor di più, in Quel luogo, lirica che forse richiama la sua esperienza di carcerazione ingiusta: l’uso dell’anafora estesa su tre versi: «In quel luogo desolato / lontano dall’amore / -sì, l’ho visto- /…» rende maggiormente drammatica la sua narrazione (nella terza reiterazione «posto arido» sostituisce «luogo desolato», mentre nella quarta diviene «posto lunare»). Qui la sofferenza, il tormento e la solitudine assumono diversi volti: l’essere rannicchiata sotto travi di cemento tra pietre appuntite; fissare il vuoto della dimora nell’aria pesante; la desolazione delle grigie pareti di cemento; sentire il nulla tra quelle rovine. Unico conforto: il calore delle gambe contro il cuore. Fisicità e psichicità sono dolenti all’unisono.

Sicuramente il trauma di quella carcerazione, dovuta ad un errore, ha lasciato il segno nella vita nella poetessa. In questo libro ne troviamo traccia nella poesia dal titolo Nebbia: «Nelle mie giornate di nebbia / c’è il calore del cuore / stretto nella morsa del passato di / sbarre pungenti / nere / pesanti». Ed anche in Dopo, con la faticosa ripresa della normalità per assaporare di nuovo il gusto della libertà, il ritrovato amore per il cosmo. Potremmo far rientrare in questa problematica personalissima anche l’incipit del libro, costituito solo da sei vocaboli, ognuno dei quali ha le singole lettere seguite da un puntino, spezzandole così con una simbolica separazione: «i. g.i.o.r.n.i. / f.i.t.t.a. / p.o.l.v.e.r.e. / s.u.l. / v.i.s.o» (Febbraio). Un’esegesi di ciò potrebbe condurre a pensare che le parole frante (aspetto estetico) significhino una vita lacerata appunto dall’esperienza patita, poi accentuata dal testo (aspetto contenutistico). Un’interpretazione più estesa ci condurrebbe invece ad attribuire tale ‘tecnica’ alla visione generale dell’esistenza. Si tratterebbe comunque, sia nell’uno che nell’altro caso, di un messaggio ‘subliminale’ indirizzato al lettore.

Oltre a tutto quanto già analizzato, si riescono ad individuare altri spunti interessanti in Corrispondenze, come, ad esempio, l’amore per la musica classica, testimoniato dalla composizione Concerto di primavera, dedicato a quattro musicisti: Rossini (versi giocosi come la musica di Gioacchino); Martucci (un preferito da Toscanini, richiamo d’immagini del mare); Debussy (paesaggi deserti); M. De Falla (inseguimenti d’amore nei ritmi per l’autore de La danza del fuoco). Oppure come la felicità espressa in Gravidanza, che si diffonde nell’ambiente circostante, come se ci fosse un’osmosi di sentimenti e sensazioni: «… La felicità … / offre visione incantata delle cose / che si dilatano oltre lo spazio / luminose e accoglienti. // Vi indugio / grata alla Natura / che sa contenere / nel suo morbido guanciale / la certezza di futuro / inesausto». O ancora come l’unione in amore, che è simile ad un laccio che stringe e mette in comunione gli amanti, e il noi diventa sinonimo di libertà ed energia cosmica (Laccio).

Infine, questo forte desiderio di ricomposizione, armonizzazione, medicazione, che prorompe qua e là nei testi di Rossella Abortivi accanto alle lacerazioni e ferite dell’esistenza, diviene un compito assegnato all’arte poetica: un «…filo che unisce / l’intimo di ogni essere…» (pace interiore); un «…filo che unisce / le persone a guardarsi con amore…» (senso dell’altro); un filo che unisce l’umanità al di là di ogni differenza di qualsiasi genere (La poesia). La scrittura non è quindi “l’arte per l’arte”, cioè fine a se stessa, come in talune visioni avanzate in epoca contemporanea, ma assolve ad un’importante funzione etica e sociale.

Enzo Concardi

 

 

Rossella Abortivi, Corrispondenze, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 68, isbn 979-12-81351-07-3, mianoposta@gmail.com.

 

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Emma Fenu, "Le spose della luna"

30 Giugno 2023 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

Le spose della luna

Emma Fenu

Literary Romance, 2023

 

Le spose della luna racconta una Sardegna fuori dal tempo, antica come un nuraghe, ancestrale e tellurica, fatta di riti magici, di sangue, di faide e vendetta. Una regione dove protagoniste sono le donne, vere padrone della natura e degli elementi, sebbene costrette nell’ambito limitato della casa e del paese; capaci di reggere il mondo su esili spalle mentre non smettono d’impastare il pane; collegate alla terra, alla luna, alle maree sotterranee che fanno fluire la vita, al flusso mestruale, al latte che nutre i neonati. Donne senza smancerie, senza baci, senza dolcezza, arcane figlie e spose di selene, donai dal ventre prominente, simbolo di fertilità. Femmine che soffocano ogni slancio materno perché i figli bisogna essere pronte a perderli, a vederli morire, darsi alla macchia o finire in galera. La maternità contiene già in sé il seme della rappresaglia e del dolore, si partoriscono morti che camminano, destinati alle faide, al banditismo, alla vendetta, fra erbe medicinali, rituali di guarigione e di trapasso, agnelli sgozzati, caglio e sangue, apparizioni e fantasmi, morte e vita.

La storia ripercorre, romanzandola e prendendosi delle libertà, la vicenda di Paska Devaddis, ingiustamente accusata di omicidio nel 1911, costretta alla latitanza insieme al promesso sposo, morta di tubercolosi fra i monti. La Fenu la trasforma in Franzisca, giovinetta piena di grazia, desiderio e ingenuità, che sogna il matrimonio e progetta un futuro, poi strappatole con violenza da una falsa accusa, dal malocchio e dall’invidia di una famiglia rivale. Il fidanzato sfiderà la giustizia per riportare le sue spoglie mortali alla madre, affinché possa essere onorata, vegliata e sepolta con il rispetto che merita.

Alla fine s’intravede un riscatto, un barlume di speranza, una fuoriuscita dal cerchio malefico di ritorsioni e violenza, una ripresa del motivo delicato della speranza, dell’elegia della giovane sposa con tutte le sue virginali aspettative.

Uno stile lirico, connotato, decadente, questo della Fenu, quasi un lamento funebre che impreziosisce la trama senza soffocarla e trascina il lettore incatenandolo da un capitolo all’altro. Una scrittura davvero straordinaria.  Un libro che, invece di peregrinare fra un editore e l’altro, meriterebbe di figurare nella cinquina dello Strega.

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Il discorso lirico di Daurija Campana

29 Giugno 2023 , Scritto da Floriano Romboli Con tag #floriano romboli, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Daurija Campana

SOLA TRA MEMORIA E DOLORE

 

 

Le poesie di cui consta la silloge Sola tra memoria e dolore, recentemente pubblicata dalla Casa Editrice Guido Miano, scandiscono i temi fondamentali e le prevalenti soluzioni formali-stilistiche di una ricerca artistico-letteraria rigorosa e coerente, che copre all’incirca un arco cronologico decennale, da La casa di paglia (2013) a L’ultima campana (2021). Al fine dell’impostazione di un’analisi critica inizierei con il porre in risalto la forza caratterizzante del motivo vitalistico, che sovente assume nei testi il tratto specifico dell’amor vitae («…Del nostro stupore / il mondo era degno, / i sassi sembravano chiari diamanti, / la nostra capanna parea un castello, / ed ogni bottone una medaglia… //…// O era la bella estate di allora, / la speme di bimbo, senza bisogni, / che coglie la vita come il più bel fiore?», La casa di paglia), e viene ulteriormente precisandosi come amore della terra, con tutta la serie di correlazioni naturistico-descrittive, con un corpus di spunti studiatamente celebrativi della grande civiltà contadina, rappresentata nella freschezza coinvolgente, nell’autenticità corroborante rese anche mediante le sequenze enumerative: «Sopra le chiare colline di grano / che bionde ondeggiano al soffio del vento / qui, oggi, io ho scoperto la vita: / era vestita di fiori di pesco // che cinguettavano mesti lontano / portavano al cuore un bel sentimento / come d’eterna gioia infinita / di un respirare umido e fresco // di fronde, di erba, d’acqua e di zolle / di coccinelle e farfalle nell’aria…» (La vita, corsivi miei, come sempre in seguito); «…Avremmo ancor / vissuto tra i canti degli usignoli / in pace … tra le onde del mare e ricordi lenti / che si dissolvevano all’orizzonte? / Avremmo ancor respirato, sentito, / toccato, annusato, mangiato, visto? / O la vita si sarebbe spenta lì?» (Guerra).

Nell’àmbito di tale ethos rurale, nel contesto di questa schiettezza agreste si creano profondi rapporti affettivi, legami sentimentali saldissimi che costituiscono la trama sostanziale e irrinunciabile dell’esistenza: « “…E quando l’aria fresca di settembre, / dolce la pelle d’oro accarezza, / non resta che l’aratro preparare / e raffinar le secche e dure zolle. / E bella è la terra anche a novembre, / quando è lavorata e non più grezza / pronta per il grano seminare, / o quando l’inverno la rende molle. //…// Chi mi darà la mano in questo mondo, / quando mi troverò davanti a Dio?” / ti stringo forte e d’impulso rispondo: “Babbo, vedrai che te la stringerò io!”...» (La mano del padre).

Tuttavia il quid proprium dell’elaborazione estetico-culturale di Daurija Campana consiste nella sofferta sottolineatura della precarietà delle condizioni ideali ed emotive della felicità, della facile, dolorosa disgregazione di quelle relazioni preziose sotto l’azione inesorabilmente distruttiva del tempo: «… E scorre il tempo tra le dita / e non te ne accorgi? / Non rimane che il solco / e la ferita che sanguina nel cuore. / Niente è; nulla sarà più. / Senza di te, neppure l’azzurro pare sereno; / è solo uno dei tanti colori, / senza scopo né senso, / che illudono l’attesa senza consolare, / senza riempire, senza essere veri…» (Novembre).

Da ciò deriva quel tono di triste, sommessa elegia che pervade i versi, non schermata e tanto meno risolta dalla tenace inclinazione memoriale: «Avrei voluto che fossi rimasto / fino alla fine della partita / ma il tempo agisce spesso in contrasto / e te ne sei andato pieno di vita //…// Prosegue ora lento il gioco del calcio, / tutto è scandito con ritmi lontani / di quei ricordi rivivo uno stralcio, / vorrei stringere forte le mani // ma l’arbitro fischia, la palla cade, / tu chiudi gli occhi ed inizi a dormire, / dormon le stelle e dormon le strade / e la mia gioia inizia a finire…» (La partita).

Il linguaggio dell’autrice è lessicalmente medio e sintatticamente agile ed essenziale, pur rivelando accuratezza di esecuzione e notevole equilibrio, nel ricorso a qualche arcaismo («…Eppure ancora io credevo / parole di bimbi lontani / con desiri da realizzare…», Non i sogni ma le persone), alla rima («Settembre: acre profumo di mosto. / Vorrei cogliere fichi al solito posto / e guardar la strada dalla collina / mentre l’inverno, lento si avvicina…», Settembre), all’anastrofe («Pennello che accarezzi la mia tela, / sinuosa traccia dalla mano stanca / quello che io vedo tu rivela / colore imprimi sulla parte bianca…», Colori), all’enjambement («Ti ho perso, sai? Tra le lacrime / uggiose del meriggio / ho lasciato che solo la mente / mia migrasse lontano…», Novembre, op. cit.); all’eleganza dell’espressione poetica corrisponde quella della composizione pittorica, la quale si affida a un disegno vigoroso e a intense “macchie” cromatiche, che evidenziano, su uno sfondo solitamente sfumato e semplicemente accennato, una figura principale, ora soltanto evocata e non realisticamente riprodotta (v. l’olio su tela Mio padre, ove la persona è non casualmente ritratta di spalle), ora più dettagliatamente delineata con esattezza pensosa (v. Ryder affamato e Autoritratto-Come Artemisia).

Floriano Romboli

 

Daurija Campana, Sola tra memoria e dolore, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 80, isbn 979-12-81351-05-9, mianoposta@gmail.com.

 

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Ilaria Petriglia, "Baratri tiburtini"

28 Giugno 2023 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Cala queste ceneri e cerca tra l'universo, raccogli polvere di stelle per me” così scrive Ilaria Petriglia nel suo Baratri tiburtini (L'Erudita, 2022 pp. 58 € 16.00). La sua opera poetica è un significativo esordio, una affascinante esposizione di contenuti esistenziali, una efficace raccolta di versi, espressi nel contesto discordante e divergente dei sentimenti umani. Ilaria Petriglia riproduce un incantevole scenario in cui l'umanità dipinge la propria prospettiva d'identità attraverso l'evocazione di un paesaggio autentico, accoglie l'invito della natura a preservare la bellezza della città di Tivoli. La poesia restituisce l'ispirazione visiva nelle immagini celebrative del meraviglioso anfiteatro Colli Aniene, luogo di infinita suggestione e spirito del mondo. La poesia di Ilaria Petriglia riferisce l'incastro del tempo nelle riflessioni sensibili, dichiara le proprie esperienze vissute con la consapevolezza della percezione del precipizio emotivo, trasmette la resistenza elegiaca a ogni proiezione interiore, oltrepassa il concetto ostile dell'abisso, interpreta l'intuitiva capacità di valutare e possedere la materia della redenzione morale. Baratri tiburtini varca l'accentuata e inevitabile instabilità della condizione umana, incrocia la desolazione della fragilità, incoraggia a sostenere le difficoltà e a coltivare la cura. Descrive la validità del riscatto, illustra l'estensione delle certezze, spiega la volontà di risvegliare il carattere umano per ravvivare l'inclinazione della congiunzione relazionale. La parola poetica eleva una intonazione profonda in un'intesa con l'ordine naturale delle cose, con l'equilibrio empatico delle sensazioni, contro un'attualità danneggiata dalla sostanza vertiginosa e tortuosa della solitudine. I versi di Ilaria Petriglia ricompongono la superficie dell'inchiostro, oltrepassano l'elemento scritto e trasmettono la libertà salvifica del pensiero, plasmano la finalità di dare voce ai sentimenti dell'io poetico, accostano l'immediatezza letteraria del linguaggio alla persuasiva densità della sincerità, dilatano la luminosità di una liturgia, valorizzata nella forma dell'unità distintiva delle preghiere di vicinanza. Rivestono l'arte incisiva di ogni orizzonte, inseguono il traguardo delle possibilità, l'urgenza purificatrice per reagire all'assenza e al dolore. Ilaria Petriglia analizza la fragilità e il disorientamento degli uomini, profetizza lo specchio frammentario della propria drammaticità, consegna al lettore l'occasione per ascoltare il sussurro dell'anima, per trattenere l'inafferrabile consistenza del cuore, dischiude il respiro della speranza. Declina la valutazione dell'amore in tutte le sue carismatiche e infinite sfaccettature, elogia l'esclusiva e protettiva dedizione nei confronti di persone, familiari, luoghi che sostano nella nostra memoria, coniuga la magia degli incontri, nel cammino della vita, con l'insistenza magnetica del ricordo, trasporta tra le pagine la ricchezza iniziatica dell'energia universale. Abbraccia la condivisione della generosità, include, all'incondizionato valore delle promesse, la gentilezza e la compassione dei desideri, accoglie, nella combinazione del bene, la saggezza delle direzioni. Tratteggia il disegno del destino, conduce il soffio vitale nel territorio privato della coscienza, ritrae il chiarore dell'amorevolezza nella benevolenza della misura affettiva e ci insegna a mostrarci per quello che siamo.

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

Baratri tiburtini

 

Le parole caddero in silenzio

da una nuvola,

nei baratri tiburtini.

I pensieri desiderati si fecero spazio

in una teca trasparente

agganciati in due punti:

il cuore e la mente.

Proprio lì

tra una lama

e delle parole calandrate dal tempo

trovarono finalmente il loro interstizio.

 

(X) Il valore assoluto

 

Ho bisogno di me.
Di me che sto bene.

Di me che sto bene con me.

Forse allora potrò stare con te.

E amare per davvero l'indecifrabile.

 

Trabocco

 

Insieme siamo l'ago

di quel trabocco

quei bracci protesi sul fiume

e ancorati alla roccia.

 

Autunno

 

Guardar(si)

con lo stesso obiettivo di una foglia

accartocciata

e cercare oltre.

Avvolger(si)

tra le foglie indurite e

braccheggiare altrove

le lamine che mutano la propria sostanza,

dirigersi lì, lontano dall'essenza.

Lì in fondo c'è il dove.

C'è cosa.

C'è casa.

 

 

Due imperfette equivalenze

 

Stiro i miei panni sbuffati

tutte le sere e li consegno a te

afferro i sogni tra le pieghe sgualcite

mi illudo di essere illesa

e mi do a te

anche se la mia mente

ogni tanto sgattaiola altrove,

sto venendo – via

pronuncio parole vuote e stupide

rimango abbracciata a questi precipizi aerei

li contengo

intanto che il mondo ruzzola

come volontà e rappresentazione

spiaccicata sul primo gradino della nostra casa;

ritorno all'essenziale: io meno te.

Ho sete

di nuovi spazi ed eccessi

di cattive abitudini:

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Aldo Dalla Vecchia, "La tivù è tutta scritta?"

25 Giugno 2023 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #televisione

 

 

 

 

 

La tivù è tutta scritta?

Aldo Dalla Vecchia

Isenzatregua edizioni, 2023

pp 194

12,00

 

Aldo Dalla Vecchia, l’Alberto Angela degli scrittori, colui che spiega in modo pacato, elegante e semplice concetti complicati. In questo agile manuale per aspiranti autori televisivi, ci illustra il mestiere di chi scrive testi per la tivù, cioè, appunto, l’autore di programmi.

La prima parte è tratta dalle lezioni che Dalla Vecchia tiene al Master Fare TV dell’Università Cattolica di Milano, e si basa sulle sue sperienze dirette, sulla sua biografia professionale. La seconda parte ospita testimonianze di grandi firme della televisione, come Duccio Forzano o Luca Tiraboschi, per citarne solamente due. La terza parte è un glossario di termini tecnici televisivi, utile per gli addetti ai lavori ma anche per il telespettatore comune.

Ciò che si evince dalla lettura di questo libretto è che dietro ogni programma, anche il più essenziale – anche quello fatto di due sedie, un intervistatore e un intervistato – c’è un enorme lavoro certosino di squadra, ci sono persone e strutture gerarchiche aziendali che si affannano dal primo mattino fino a tarda sera. Un mestiere senza orari, senza festività, senza tregua.

La tivù è tutta scritta? Parrebbe di sì, almeno per la maggior parte dei programmi. Persino gli imprevisti sono in realtà previsti, con soluzioni ad hoc da adottare sul momento e nell’eventualità. Più tutto sembra scorrere con leggerezza e senza sforzo, e più dietro al programma c’è un buon lavoro. Questo – per inciso– vale anche con la narrativa.

Dalle varie interviste trapela una certa nostalgia per la televisione del passato, soprattutto quella sperimentale degli anni 90. “Eravamo liberi” dicono in molti. C’è rimpianto per quella creativa indipendenza, perduta a favore dell’acquisto di collaudati format stranieri. Nessuno più osa inventare un programma di sana pianta, perché le novità potrebbero spaventare gli sponsor. Contrariamente a quanto avveniva in passato, la tivù di stato è oggi più innovativa di quella commerciale, poiché non dipende esclusivamente dalla pubblicità per sostenersi. E l’auditel non è solo quella del giorno successivo ma la performance del programma durante tutta la settimana seguente, su tutti i mezzi e le piattaforme su cui è stato reso disponibile.  

Come sempre tanto amore per la televisione, passata e presente, un mezzo adesso in totale evoluzione, non più relegato alla scatola magica ma declinato su più device, dal tablet al telefonino. Una passione lunga trent’anni per Dalla Vecchia, e radicata nell’animo di tutte le voci che compongono il coro di questo amabile testo.

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Silvia Marzano, "Voci"

23 Giugno 2023 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Voci

Silvia Marzano, 

Guido Miano Editore, Milano 2023.

 

Voci è l’ultima fatica letteraria di Silvia Marzano, poetessa laureata in Filosofia teoretica con una tesi su Jaspers e che, oltre a diverse sillogi poetiche, vanta una decina di pubblicazioni a carattere filosofico. Già nella precedente raccolta dal titolo Liriche scelte, nella sua piú autentica ispirazione erano apparse componenti intuitive, irrazionali, misteriche, emotive e sentimentali tali da avvicinarla ad una sensibilità di tipo pascoliano, superando tuttavia il pianto interiore proprio del poeta romagnolo, acquisendo poi un linguaggio tendente a forme ermetiche, fino a sviluppare in ultima istanza uno stile personale assai levigato e trasparente, senza mutuare dall’intellettualità filosofica concetti astratti, ma creando immagini suggestive, accostamenti analogici, oggettualità e fantasie, inserendo bagliori di significati con molta levità e trasparenza.

Cosí avevo scritto - tra l’altro - nella prefazione alle Liriche scelte, e ciò devo confermare dopo aver letto le Voci, dunque continuazione ideale ed estetica del volume precedente. Sulla poetica dell’autrice esiste un approfondito saggio critico di Gabriella Veschi (Sogno e realtà nelle liriche di Silvia Marzano tra Leopardi e Pascoli) di cui mi piace ricordare qui alcuni brevi passaggi per indicare una comunanza di vedute sull’esegesi testuale. Il primo impatto è entusiasmante: «…Sin da subito improvvise epifanie, baluginare di ricordi, profluvi di emozioni e di percezioni sensoriali catturano il lettore, trascinandolo nell’inarrestabile vortice della creazione…». Poi, le annotazioni stilistiche mettono in risalto la perfetta consonanza tra lessico e messaggio: «…L’autrice non rifugge da un prezioso e raffinato linguaggio di derivazione classica, ma nello stesso tempo la carica dirompente ed innovativa evoca atmosfere ricche di suggestione e di pathos, messo in evidenza dalla leggerezza e dalla musicalità del verso…». Infine si passa a referenze culturali importanti: «…Le liriche di Silvia Marzano interagiscono con molti dei testi degli autori del sistema letterario italiano, da Dante a Petrarca a Leopardi e a Pascoli...».

E per ascoltare un’altra opinione critica sulla poetessa, mi sembra interessante e molto centrato questo lacerto di Marvi del Pozzo: «... L’Estetica della caducità trova in lei le parole piú evanescenti e cristalline per portarci all’Alto e all’Altrove e, col rasserenamento che ne consegue, il lettore intuisce, nel dono della parola poetica, piú di una traccia dell’invisibile e dell’eterno...». Ed è proprio allacciandoci a questa considerazione che ci introduciamo nei testi delle Voci, visitando quella lirica fondamentale e paradigmatica della raccolta che è Cosmo infinito, vero e assoluto inno al Creato e all’Altro. Qui le classiche dimensioni dell’infinitamente grande e dell’infinitamente piccolo trovano accoglienza, all’interno di una visione “cosmocentrica” piuttosto che “antropocentrica”, ponendo quindi il rapporto Uomo-Natura tutto sbilanciato verso quest’ultima, non riconoscendo alla specie umana la signoria sull’Universo, come ad esempio nella prospettiva rinascimentale. Infinitamente grande significa che il Cosmo è oltre ogni misura, non misurato, non misurabile e in ciò risiede parte del suo fascino, della sua attrattiva, del suo mistero: esso è in continua espansione e trasformazione. La poetessa coglie tali aspetti con versi lirici di un mosaico luminoso e metafisico: «Sublime bellezza, / luci iridescenti, spirali, / arcobaleni, sprazzi, / galassie, / al di là del visibile / e di un invisibile sperato /…/ Morte e vita, rinascite, / in miliardi di anni, / piú che tempi e piú che spazi…» (Cosmo infinito). L’infinitamente piccolo è il microcosmo umano, granello di sabbia nell’immensità dell’universo; la sua vita è un infinitesimo di secondo nell’eternità del tempo; la sua presenza sul pianeta un’estrema periferia delle galassie: «…E noi piccoli umani / terrestri, / non un centro / ma un punto soltanto / immersi in mutamenti / nell’infinito / all’infinito…» (ibid.).

È evidente che in tale visione la condizione umana vive l’effimero, la fralezza, la caducità, la provvisorietà, l’inconsistenza di ogni costruzione e progetto ed anche in tale frangente la poetessa trae le immagini, per simboleggiare il nostro essere transitorio, da similitudini con la natura, come in questo paragone: «…Noi punto di svolta, / anime / fragili come erbe di campo...» (ibid.). Ma entra sulla scena una voce che penetra la nostra interiorità e che decisa ci spinge ad ascoltare piú profondamente la dimensione dell’orizzontalità (le realtà relazionali terrene) e la prospettiva della verticalità (il rapporto con il Divino): «…voce di un Silenzio / forse mai stato presente, / che pure continuamente / ci illumina, / ci parla, scuote, spiazza, / ci chiama, / verso il mondo, verso altri, / verso Altro» (ibid.).

Sintesi e reiterazione dei motivi di Cosmo infinito è la breve lirica Voci, incipitaria della raccolta, a cui dà anche il titolo, e che vale la pena citare interamente per il suo raffinato lessico, nonché per il suo incedere mormorato e quasi esoterico: «Voci sorgive / oscillanti, / un canto fuggevole / remoto. / Un fremito / attraverso il linguaggio / nel bianco fra le parole. / Voci dell’anima, / un sussurro inudibile. / Eppure un dire / sommesso, impalpabile. / Un suono del pensiero / un’eco di Nulla». In particolare gli ultimi due versi contengono due sinestesie analogiche, dove la seconda annulla la prima come immagine di contrasto.

Il cammino di Silvia Marzano nello svelarci altre dimensioni e altri mondi prosegue con Polvere cosmica sul tema del nostro essere, delle nostre origini, della luce «di cui portiamo il sigillo»: qui i termini, che sottintendono concetti, si fanno sempre piú prossimi alla presenza di Dio come «il Padre delle luci», che spiega la nostra scaturigine nella dimensione religiosa. Il riverbero di tutta questa luminosità cosmica ed interiore si fa realtà, ovviamente, anche nella vita della poetessa, fino al punto di immaginare nomi come Esther («nome di stella») o Chiara («nome di luce») da attribuire ad una figlia ipotetica.

In un tale contesto non poteva mancare la voce della poesia, nel fornire il suo contributo, con l’invito e l’esortazione a tutti noi ad alzare gli occhi al cielo: cosí la musa svolge il ruolo prezioso per allargare gli orizzonti umani, per educare a realizzare i sogni, per accendere le passioni (Come le stelle in cielo). La poetica cosmica dell’autrice trascina poi con sé immagini e suggestioni in modo piú classico e tradizionale: la candida e misteriosa luna che, nonostante il progresso scientifico, resterà pur sempre amica dei giovani innamorati; l’incontro con un capriolo nel bosco, il quale suscita in lei sentimenti di appartenenza alla stessa natura; ancora luci di luna che rasserenano l’animo intristito dei solitari; il melograno, simbolo dei colori rossi del sangue e della passione in terra iberica; le stelle della notte di San Lorenzo nella memoria del passato nell’ombraluce di una betulla; i colori delle stagioni dipinti negli haiku posti nell’ultima parte di Voci: i glicini primaverili con le siepi di biancospino, i tigli e i gelsomini estivi, il foliage autunnale rosso-cinabro su cui cade una pioggia benedetta, la neve dell’inverno tra cieli di Van Gogh e riverberi di luce.

Voci accoglie altri vari motivi, ai quali si può soltanto accennare, a conclusione di questa prefazione: la musica del Tannhäuser, la musica ebraica e mistica (Klezmer e Sephirot), le sensazioni davanti a un quadro di Ben Jelloun, la nuova guerra scatenata in Ucraina, la serenità di fronte alla malattia (Di notte. All’ospedale), la sua anima lieve, oniricità e storia immaginando un castello settecentesco. E… i Fiori dell’anima, simboli di umanità: «Fiori dell’anima / sono le parole amiche / se quando hai bisogno / di conforto / ti cercano, ti parlano / e si riaccende la speranza».

Enzo Concardi

 

 

Silvia Marzano, Voci, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 76, isbn 979-12-81351-09-7, mianoposta@gmail.com.

 

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Marco Farinella, "Ascolta il tuo suono, ti riporterà a casa"

14 Giugno 2023 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #saggi, #musica

 

 

 

Ascolta il tuo suono: ti riporterà a casa di Marco Farinella (Vivere d'Arte Editore, 2021 pp. 348 € 19.90) è un libro molto interessante. Il saggio concentra il significato dell'educazione e della formazione dell'essere umano nel coinvolgimento emotivo e sensibile dell'apprendimento artistico. L'autore, cantante professionista, conduce attraverso il canto, una moderna pedagogia in cui la relazione con il suono decifra una compiuta armonia dell'esistenza. Analizza le caratteristiche di ogni interpretazione vocale, nella sequenza di ogni conseguimento di competenza, nella sinfonia del registro talentuoso. Marco Farinella, ideatore del sistema Mod. A.I. (Modello Acustico Interagente con il sistema nervoso umano), seduce con un linguaggio appassionante l'espressione culturale e sentimentale del suono, conferma la suprema conoscenza della voce umana, attua la ricerca del suo progetto educativo. L'estensione del suo sapere trasforma la didattica narrativa, forma il codice edificante della comunicazione all'interno dello svolgimento di organizzazione dell'energia creativa. La rappresentazione di una metodologia come sviluppo intuitivo e naturale spiega le dinamiche ancestrali alla base dei riferimenti di apprendimento e di costruzione del sé. Marco Farinella focalizza la sua attenzione esponendo la nobile vocazione della sua ricerca sull'educazione concretizzata attraverso l'esperienza della ispirazione artistica, in un confronto di disciplina estetica e di rigore morale, nell'impiego lineare e scrupoloso del sapere. Insegue il dialogo applicativo delle percezioni nella funzione rivelativa dei suoi effetti, spiega l'intima connessione tra la iterazione delle frequenze sensoriali e la composizione psicologica, congiunge la relazione fondamentale tra il meccanismo acustico e le vibrazioni fenomeniche dell'uomo. Leggere Ascolta il tuo suono: ti riporterà a casa è come accettare l'incantevole suggerimento della bellezza, restituire alla nostra anima il motivo di legittimo privilegio, riconsegnare l'accoglienza delle modulazioni corporee e mentali, riconoscere le proprie sensazioni e assorbirle attraverso una speciale consapevolezza. L'autore dona al lettore una particolare e sapiente concezione della propria dottrina innovativa, trasmette una reale e coraggiosa capacità funzionale, riconosce alla destinazione designata dalla superficie sonora una illimitata validità curativa. L'opera di Marco Farinella apre un mondo sulla eccezionale volontà di esplorare le proprie attitudini e di rivelare il risultato conseguito nell'itinerario empatico delle parole. Il linguaggio,  sempre preciso e pertinente all'arte narrata, cattura l'autentico entusiasmo ricorrente tra le pagine, attrae la saggia agilità dell'eloquenza. Marco Farinella, spinto da un originale, naturale istinto di afferrare il devoto entusiasmo della vita, indirizza  lo spazio dell'acustica come luogo di benessere, ascolta il significato della riflessione intensa del suono, entra in profonda sinergia con la sensorialità dell'uomo. Riporta a casa la viva e carismatica sensazione del sentire, amplia il desiderio di decifrare le intonazioni dell'inconscio, conquista l’esclusività della propria tecnica e la diffonde nella meravigliosa qualità di svelare ogni volta una voce nel compimento generativo di infinite possibilità. 

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

 

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Giuseppe Bertòn "Danza con me"

6 Giugno 2023 , Scritto da Floriano Romboli Con tag #floriano romboli, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

DANZA CON ME – DANCE WITH ME di GIUSEPPE BERTÒN

 

“Danza con me – Dance with me” di Giuseppe Bertòn, con prefazione di Floriano Romboli e traduzione in inglese di Luisa Randon, Guido Miano Editore, Milano 2023.

 

Ritengo che a chi legge con attenzione le poesie che Giuseppe Bertòn raccoglie in questa silloge non sfugga l’importanza del ricorso da parte dell’autore alla tecnica formale-compositiva dell’iterazione lessicale e sintagmatica: «Nella notte, profonda d’oriente, / nel respiro della notte, / tra gli alberi d’oriente, Dionisio sogna. // Poi si accende, / sulla terra della Grecia, / sul mare dolce della Grecia…» (La notte, corsivi miei, come sempre in seguito); «Nella stazione del treno, / ho visto un homeless / passare. / Sporco, derelitto, perduto. // Poi la polizia lo ha trascinato fuori, / mentre sporco, derelitto, perduto, / passava nella stazione del treno. Nella vita…» (Homeless); «Quasi Natale, si sente freddo. / Ma forse non fa così freddo, / solo non siamo abituati ancora…» (Il mercato di Natale); «… Mille anni dopo, / ho sentito un poeta dire le tue parole, / leggiadre e incantevoli. // Mille anni dopo, / ho sentito un musicante cantare il tuo canto, / ho sentito una ragazza respirare il tuo respiro. // Mille anni dopo, / gli stessi palpiti nel petto…» (Mille anni).

Tale opzione stilistica – corroborata e avvalorata in aggiunta dalla predilezione dell’anaforaIn fondo alla strada / In fondo alla sera / In fondo a quando ti penso sempre / In fondo ai tuoi pensieri / In fondo a quando non ho pace / In fondo a una luce che si accende…», In un sospiro; «Abbiamo visto il sole / scendere sui tuoi occhi / (…) / Abbiamo visto la tua anima, / vestita di tristezza, / (…) / Abbiamo visto i tuoi fratelli / come schiavi…», Fratello) – mi sembra indizio chiaro di una spiccata inclinazione analitica, di un abito criticamente indagatore, di una vocazione alla ricerca circostanziata intorno ai problemi dell’esistenza, che alla considerazione dello scrittore appare ad un tempo affascinante e misteriosa, fatta di fremiti vitalistici e di abbandoni deprimenti, contrassegnata da esaltazioni e da scoramenti: «…Forse tessevi la tela, / incantevole ragazza, mentre il sole / si spandeva sul mare, e su te. // Forse palpitavi nel petto, / ed Eros che scioglie le membra / ti assillava la notte, // ed eri soggiogata dal desiderio e dagli affanni angosciosi. / (…) / E supplicavi Afrodite, / (…) / E la chiamavi, perché / aggiogando un carro d’oro venisse, / per liberarti dai tormentosi affanni. // Un dolore antico, quasi nascosto, / nelle radici della vita, nei tuoi occhi profondi, / attraversa ancora il nostro sguardo…» (Mille anni, cit.); «Una volta ho scritto una poesia, / mentre attraversavo distese di pietre e sassi, / con l’anima sconfitta. // Una volta ho scritto una poesia, / mentre camminavo sulla neve e sul ghiaccio, / con l’anima in fiamme…» (Una volta ho scritto una poesia).

L’esperienza generale del vivere e la sua particolarizzazione individuale-personale risultano inoltre scandite da sollecitazioni dinamiche, da intimi movimenti, e da esigenze di quiete spirituale, da pause meditative: la compresenza contrastiva è resa attraverso un disegno di correlazioni antitetiche, a partire da quella primaria di “luce” e “buio”: «Il faro, sopra il mare, sulle onde. / Sulle onde tormentate della mia anima, / che cerca un posto dove riposare. // Questa sera il mare è meraviglioso e terribile / e scende l’oscurità, su noi, su tutto, / ad abbracciare il nostro dolore. // Mentre siamo sospesi, / sull’abisso di noi stessi. / Così irreale, così vero. // Il faro, sopra l’anima, / una piccola luce nella notte inquieta, / sull’angoscia che attraversa la pelle. // Il faro, luce fioca, ancora lontana, / forse ci condurrà / in un porto tranquillo» (Il faro).

Il libro comprende peraltro una lirica molto bella, Il treno e il pioppo, ove tale fondamentale opposizione conosce l’emblematicità di una densa e felice rappresentazione metaforica. Come il poeta medesimo suggerisce, il treno è il moto incessante, la “spinta” partecipe ed esplorativa, lietamente sfidante, nella rapida orizzontalità, le tenebre enigmatiche del mondo; il pioppo, nella verticalità pensosa e lungimirante, nella salda stabilità del suo legame con la terra, raffigura invece la “controspinta” del rallentamento riflessivo: «Lui passava sulla sera, / colorata di magia. / Sulla notte colorata di mistero. // Correva verso la montagna, / ancora troppo lontana, / così poteva pensare. // Lui stava così, alto, con le sue foglie / un po’ colorate d’oro, un po’ stanche. / Così poteva guardare lontano…».

Nondimeno le situazioni antinomiche si elidono proprio in conseguenza della loro radicalità, a favore della condizione intellettuale-morale del bambino, con cui si verifica l’identificazione piena dell’autore perché questa è senz’altro significativa dello stato psicologico ordinario di ognuno: «… Lui era piccolo, e guardandoli, / gli pareva troppo veloce, / gli pareva troppo alto. / (…) / Il bambino giocava sotto il pioppo alto, / e guardava il treno una meraviglia. / E rideva, e non capiva. // Coi suoi occhi colorati di luce. / Con una foglia caduta sui suoi occhi, / colorati di luce».

Congruente con esso si rivela quindi la metafora della “strada”, lungo la quale l’uomo comune – e quindi lo scrittore – cammina ogni giorno, un passo dietro l’altro, «tra il nulla e l’infinito» (v. i componimenti Il vestito leggero e Danza con me), ma entro limiti spazio-temporali circoscritti, ben definiti: «Mississipi moonwalk sotto French Quarter, scaldare le gambe. / Poi, una strada, usciva non so dove. Correvo non so dove. / Strade di asfalto rotto e case di colori…» (Black on black 55.49, New Orleans); «Forse la vita si muove / per sentieri tortuosi ed incerti. / Forse la vita si muove / attraverso passaggi invisibili…» (Sul tavolo da gioco); «…ed il sogno / è diventato vero, / vero come un sorso d’acqua // quando corri sulla strada / sotto il sole / e non c’è acqua…» (Prima di dirti amore); «…Nebbia leggera in fondo alla strada. / Passi silenziosi in fondo a un raggio di luna. / Alle cinque della notte…» (Alle 5 della notte); «…Ed ora camminiamo sulla strada / bagnata dalla sera. / Mentre camminiamo, /sento che le parole non contano. / Oh le parole non contano, / quando camminiamo / nel riflesso incerto di una strada / bagnata dalla sera…» (In uno sguardo).

E la vita manifesta allora la propria intrinseca ambivalenza, divisa tra gioia e dolore («Il dolore paralizza il corpo / e affonda la mente. // Schiaccia la vita / e resetta il cervello. // Il dolore toglie la parola / e spegne la luce dagli occhi. / (…) / Oggi il cielo è azzurro fitto / e miracolosamente l’anima riprende vita. // Oggi è una bella giornata / e ho baciato il mio amore», Una bella giornata), insidiata dal tempo, fugace e distruttore: «Mi sono seduto, un momento, mille anni / in un giardino abbandonato. / Ed ho visto il nostro piccolo tempo, / appena uno sguardo, / appena un sorriso / (…) / E ci portò via, così veloce» (Il giardino abbandonato); ciò che importa è animarne e arricchirne gli attimi di autentica tensione sentimentale-affettiva: «Sentivo lo spazio ed il tempo modificarsi, // in qualche modo come la gravità modifica / lo spazio ed il tempo, intorno all’universo. // Dove lo spazio è diverso, dove il tempo è diverso. / Mentre guardavo il mio amore» (Un giorno).

Il discorso lirico di Giuseppe Bertòn è caratterizzato da grande linearità espressiva, da un’essenzialità che privilegia l’ordinamento paratattico, in un contesto strofico tendenzialmente arimico: l’uso della rima è talvolta presente con effetti di sobria eleganza: «…E le mani sull’uscio del cuore / a raccogliere gocce d’amore. // Ci baceremo ancora e ancora, / come se il cuore non conoscesse dolore, / finché una stella rimarrà / sul palcoscenico a danzare con noi» (Danza con me, cit.).

Anche l’impiego di altre figure retoriche, ad esempio la similitudine («Le luci si riflettono vaghe / sul finestrino del treno / e sui tuoi occhi // belli come gocce d’acqua / su prati d’erba, / fitti di colore rilucente…», Fili d’erba), o del procedimento metrico-ritmico dell’enjambement («… La mia anima piangeva nelle / piccole strade della vita…», Le strade); «… Quando Atthis è andata via / avevi un fazzoletto gocciolante / di lacrime, cadute nel mare. // Quando Cleis diletta ti ha portato / un fiore, tu hai pensato: vale / più di tutto il regno di Lidia. // Quando sul seno di una tenera / compagna hai appoggiato il viso, / il tuo cuore ha avuto ristoro…», Mille anni, cit.); «…Ho visto la tua anima, / si muoveva senza mai quiete ed il mondo / non poteva calmare il tormento…», Vincent) non comporta mai cadute nella freddezza della costruzione artificiosa; parimenti il riferimento a prestigiose auctoritates della tradizione artistico-letteraria, come il Leopardi del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, si dimostra riuscito nella sua interessante valenza esteticamente emulativa: «… Ma dimmi, incanto degli occhi, / come fai a stare lassù sospesa? / Per favore mi racconti un sogno? / Mi piace ascoltarti, // quando scende il silenzio / e pare tu voglia parlare con noi. / (…) / Ti ricordi il canto, / il canto del pastore errante dell’Asia / ed il dolore che usciva ad ogni suo passo, / sopra l’erba fresca di rugiada notturna. // Il poeta immenso / ha cantato di te, / perché sollevassi la sua pena, / perché gli sorridessi. // Ma lui ancora va con le sue greggi / per valli scoscese e campi e sassi, / con lo stesso dolore negli occhi…» (Alla luna).

Floriano Romboli

 

 

Giuseppe Bertòn, Danza con me – Dance with me, pref. Floriano Romboli, trad. in inglese di Luisa Randon, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 108, isbn 979-12-81351-06-6, mianoposta@gmail.com.

 

 

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Michele e Viola Petullà, "Teorie evoluzionistiche in Antropologia"

2 Giugno 2023 , Scritto da Marco Zelioli Con tag #marco zelioli, #recensioni, #saggi

 

 

 

 

Michele e Viola Petullà, Teorie evoluzionistiche in Antropologia – Modelli e sviluppi, Guido Miano Editore, Milano 2023.

 

Guido Miano Editore questa volta sembra ‘uscire dal seminato’, proponendo il libro Teorie evoluzionistiche in Antropologia – Modelli e sviluppi dei sociologi vibonesi Michele e Viola Petullà.

Scrive Enzo Concardi nella Prefazione che gli autori, con una scelta di studiata sinteticità, ci aiutano a capire l’importanza di Charles Darwin; il quale non fu assertore di teorie atee, ma “un uomo in ricerca, dalla grande onestà intellettuale che come tale va rispettato”; e cita lo stesso Darwin: «Sono consapevole che se si ammette una causa prima, la mente brama ancora di sapere da dove questa è venuta, come si è generata» (Lettera 8837, 2 aprile 1873) – in una ricerca lunga tutta una vita.

La curiosità attorno al “sistema adattivo” delle specie viventi all’ambiente circostante ha stimolato gli studiosi fin dall’antichità: già Aristotele tentò una sistematizzazione della materia, fissandone le regole, in modo provvisorio, come si può intuire. In ogni caso è certo che, dopo alterne vicende, solo nel XIX secolo gli studi sull’evoluzione degli organismi viventi ebbero la prima vera stagione scientifica, con diverse ipotesi e linee interpretative, che il volumetto propone in cinque capitoli: i primi due dedicati all’inquadramento teorico dell’argomento ed agli antecedenti storici dell’evoluzionismo; il terzo alle teorie dell’evoluzione “pre-evoluzionistiche” ed il quarto alle teorie evoluzioniste di Lamark e di Darwin ed alle loro marcate differenze; il quinto riguarda La Teoria dell’evoluzione dopo Darwin, toccando i suggestivi e delicati aspetti delle “mutazioni”, il Neodarwinismo, gli “equilibri punteggiati”, il Neocreazionismo e l’interessante argomento “Mendel e le basi genetiche dell’evoluzione”. Conclude il volume una nutrita bibliografia ed un’utile sitografia, che permette a chi vuole approfondire i vari argomenti di farlo agevolmente – cosa importante per un testo particolarmente indirizzato a studenti delle scuole superiori (ma anche a chi voglia conoscere meglio un argomento tanto dibattuto quanto spesso mal conosciuto). I vari aspetti sono trattati senza sottili e (forse) inutili disquisizioni, con linearità ed attenzione. Sullo sfondo di tutta la trattazione sta il delicato tema della conciliazione tra “evoluzione” e “creazione”, che ancor oggi infiamma i dibattiti tra opposti schieramenti, con punte polemiche che quasi ricordano il “caso Galileo”.

L’essenzialità del testo porta ad affermazioni un po’ tranchant - qualche riga in più forse sarebbe stata utile, ad esempio sul fissismo come “teoria influenzata dalla visione aristotelica, la quale portava avanti la teoria creazionista, in linea con il Vecchio Testamento” (p.28): tra il greco Aristotele e la Bibbia ebraica non c’è un convincente trait d’union. Anche l’affermazione che “il determinismo illuminista ... ha permesso gli imponenti progressi scientifici del XVIII secolo” (p.61) andrebbe meglio circostanziata; e, ultimo esempio, è arduo affermare che Darwin “disegnò un mondo nuovo in cui non era necessario immaginare un Dio creatore e non era presente una finalità insita né un rigido determinismo” (p.63), quando lo stesso Darwin ammette la possibilità che il processo evolutivo evochi un che di misterioso e non si produca solo da se stesso, come le sue citazioni riportate in Prefazione testimoniano. Emerge comunque bene la posizione di Darwin, che non si propone di scegliere l’una o l’altra parte (non poi così avverse), ma di osservare come il passaggio dall’origine del cosmo a quella dell’uomo non sia solo o “meccanico” ed “improvviso” oppure “lento” e “adattivo”, ma sia un processo in atto, alla lunga capace di comporre un disegno che si potrebbe dire ‘sinfonico’.

Bisogna dire che a un testo condensato in 84 pagine non si può chiedere più che un’informazione generale capace di indurre ad approfondire gli spunti trattati; e va riconosciuto che anche gli argomenti più controversi sono presentati con linearità e consentono la necessaria comparazione tra le diverse posizioni, favorendo un approccio non preconcetto alle questioni in gioco a livello scientifico, antropologico, filosofico, sociale, religioso; in un percorso che invita a ragionare per farsi un giudizio sereno, che tenga conto di tutti i fattori in gioco e non solo delle posizioni più attuali o più sbandierate.

Gli autori, consapevoli che “fare una storia della Teoria dell’evoluzione, e dei suoi sviluppi nel tempo, non è cosa semplice” (come si legge nella loro Introduzione), si sono cimentati con l’arduo compito, offrendo ai lettori uno strumento agile e ben congegnato. Così ci hanno restituito una figura di Darwin non inedita, ma incastonata in modo appropriato nella storia, senza inutili dibattiti ideologici né facili generalizzazioni, in una visione chiara e abbastanza equilibrata. Un libro che è strumento di conoscenza, raro esempio di testo a carattere scientifico-divulgativo scorrevole e piacevole da leggere – quasi come uno dei bei libri di poesia cui la case editrice milanese ci ha da molto tempo abituato.

Marco Zelioli

 

 

Michele PetullÀ, Viola PetullÀ, Teorie evoluzionistiche in antropologia. Modelli e sviluppi, premessa di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 84, isbn 979-12-81351-01-1, mianoposta@gmail.com.

 

 

 

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Adriana Deminicis, "8 INFINITO8 - La gemma di Giada"

25 Maggio 2023 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

8 INFINITO 8 – LA GEMMA DI GIADA di ADRIANA DEMINICIS

 

 

 

“8 Infinito 8 - La gemma di giada” di Adriana Deminicis, con prefazione di Enzo Concardi, collana “Alcyone 2000”, Guido Miano Editore, Milano 2023.

 

La gemma di giada è un’opera del genere utopico. Fatte le debite proporzioni tra i piccoli e i grandi, essa, come finalità, rimanda a similari scritti della storia del pensiero umano, tra cui La Repubblica (380-370 a.C.) di Platone, Utopia (1516) di Tommaso Moro, e La città del Sole (1602) di Tommaso Campanella. Il dialogo dell’antico filosofo greco (Atene, V secolo a.C.) è centrato sulla teoria di uno “Stato ideale”, oltre che sviluppare temi come la giustizia, le idee, la conoscenza, la famiglia, l’immortalità dell’anima. Il trattato-romanzo dell’umanista inglese (Londra, 1478 - ivi, 1535) racconta di un’isola dove vive una “società perfetta” a base agricola, con istituzioni e stili di vita comunitari, senza proprietà privata e commercio, con libertà di pensiero e parola, pratica della tolleranza religiosa. Nel libro del frate domenicano (Stilo, 1568 - Parigi, 1639) si vagheggia una “repubblica naturale e ideale”, fondata sui principi etico-religiosi di un Cristianesimo purificato ed egualitario, nella quale prevalgono il bene comune, la sapienza e l’amore.

L’affinità tra tali opere utopiche e il lavoro di Adriana Deminicis non va ricercata nelle costruzioni filosofiche, politiche e sociali dettagliate e minuziose che regolano la vita dei loro mondi irreali, ma scoperta soprattutto nelle dimensioni delle aspirazioni, dei valori, degli ideali che - se realizzate - dovrebbero condurre l’individuo e l’umanità intera ad un’esistenza moralmente, spiritualmente e culturalmente più elevata, fino a raggiungere la felicità in questa vita, senza rimandarla oltre il suo tempo. I termini che definiscono i concetti basilari della visione autorale sono posti sulla pagina e in risalto con l’iniziale maiuscola e li incontreremo nel corso della prefazione. Verso la fine dei testi l’autrice – violando la quasi-regola dei componimenti di lunga durata – condensa in una sola terzina l’utopia più grande: «Può esistere una vita / così come io la cerco, / senza la morte, qui sulla Terra?» (Una domanda). È un pensiero che sottende la non accettazione dell’attuale condizione umana e che ribalta il destino dell’umanità, ma è un desiderio di molti, l’immortalità, che nell’antichità era prerogativa esclusiva degli dèi e che oggi invece non costituisce più una questione filosofica. È una domanda ancora relegata nel nostro substrato onirico.

La gemma di giada è scritta in poesia, ma si tratta di una poesia-prosa, di un ‘raccontare’ in versi il proprio io che, da un punto di partenza reale non soddisfacente e mancante dell’essenziale, tende a processi di sublimazioni e metamorfosi per raggiungere l’Infinito attraverso una completa compenetrazione con le realtà Altre. È dunque una poesia eminentemente di ricerca, che traccia un cammino da percorrere per approdare all’isola ideale, dove il nuovo mondo è già concretizzato. Noi tuttavia siamo ancora nel mezzo di tale guado, tra un già e un non ancora. Al lettore potrebbe sembrare, la scrittura della poetessa, un interminabile monologo, un auto-interrogarsi sulle questioni ultime e penultime dell’esistenza, tuttavia qui, se il referente è senz’altro individuale, la sua proiezione è decisamente universale, ovvero interessante per tutti. In un’opera di tal fatta la presenza del linguaggio simbolico e metaforico – segnatamente poi nel genere poetico – è inevitabile per rappresentare in modo immaginifico concetti e visioni.

Fin dalla prima composizione, un quasi-poemetto dal titolo Infinito, cardine di tutti i testi successivi, ciò è evidente. I suoi punti salienti possono essere individuati nei seguenti capisaldi. C’è la consapevolezza di essere vicini all’Infinito ma di non poterlo ancora utilizzare nella sua energia totale e senza limiti. C’è la coscienza della nostra ricchezza interiore che tuttavia tarda a farsi palese e ciò vale anche per gli elementi naturali: ecco la metafora onirica del sassolino che non dialoga come lei vorrebbe per trasmettere bagliori di gioia. Si alternano immagini di lei e lui, mano nella mano, pronti a salpare per l’isola deserta alla ricerca della felicità, lontani da un mondo frenetico e caotico. Essi sono coesi con la natura, con le energie cosmiche da cui provengono rigenerazioni e guarigioni: la Terra, il Cielo, il Sole, la Luna, i Gabbiani (simbolo di leggerezza dell’essere), i tronchi d’albero scaraventati dal mare sulla spiaggia e altro in un’armonia del Tutto. Ecco dunque la Natura vissuta quasi come una divinità alleata dell’umano e medicatrice dei suoi mali. Qui riecheggia la visione del filosofo americano Henry David Thoreau (Concord, 1817 – ivi, 1862), uno dei precursori delle idee ecologiste.

Appare un’altra immagine onirica e simbolica: un viandante nel deserto che suscita la curiosità sul suo andare circolare, ma non si sa da dove viene e dove va. È quindi facile interpretare questa figura nell’uomo che non conosce la sua origine e il suo destino, poeticamente rappresentato negli idilli leopardiani. Finalmente l’isola è raggiunta, ma ancora mancava qualcosa, il cuore era rimasto silenzioso per troppo tempo, c’era bisogno di ritrovare se stessi in un luogo isolato, la ricerca doveva continuare, nulla era scontato e facile quando prima si era vissuta una vita faticosa, senza mete.

Finalmente, con un cuore più elevato, tutto inizia a cambiare: l’Energia ritrovata e introiettata dava inizio a una nuova costruzione edificata sul Bello, sull’Utile vero, sull’Amore, sull’Anima riscoperta e dialogante. È l’alba di una nuova vita ed anche altri mettono mano all’opera. Il testo non termina con un punto, poiché il discorso continua in modo paradigmatico in tutte le altre pagine del libro: anche questo accorgimento può dare il senso del cammino, del viaggio da intraprendere per abbracciare l’Infinito (curioso l’inserimento del simbolo matematico verticalizzato) titolo anche del progetto della poetessa che dovrebbe comprendere diverse raccolte poetiche di cui La gemma di giada è la prima.

Cammino, viaggio, ricerca sono prodromi di scoperta, meraviglia, incanto. In ogni pagina del libro, infatti, accanto alla reiterazione di conquiste precedenti, si affiancano nuove invenzioni, emozioni, relazioni. Parliamo ora di alcune di queste. Il pensiero consapevole permette di collocare mattone su mattone nella costruzione del nuovo modo di vivere. Appare la gemma dell’Immortalità che custodisce il pensiero Eterno e «… nel Tempo che non segnava le Ore, / si udiva solamente il battito del Cuore, / era un battito felice, senza pesi ed affanni, / la rotta era sicura e conduceva / alla mia vera casa, che solo l’Universo / pieno di Amore vero poteva darmi» (Le gemme e l’Immortalità). Un’altra gemma, La gemma del sole rappresenta la nostra sorgente di vita, la fonte della luce che riproduce l’esistenza, l’energia intramontabile che rende tutto quaggiù degno di essere vissuto. Occorre riuscire a mettersi in contatto con la Musica delle sfere, quel suono universale che dona equilibrio e Bellezza, armonia e desiderio d’essere una parte del Tutto, così che l’Anima penetri negli spazi infiniti della perfezione.

Nella sinfonia del Creato arriva il momento di Un pensiero alla Luna, che non è la luna dei romantici e quindi nemmeno la matrigna leopardiana che non svela all’uomo i segreti del vivere umano, ma «... volevo andare a guardar la Luna in Cielo / perché riconoscevo che avrei guardato / qualcosa di veramente grande, / la bellezza, la giovinezza, la guarigione e l’Amore». Possiamo rilevare in tali deificazioni cosmiche tracce di una visione panteistica, che tuttavia lascia spazi all’esistenza di altre dimensioni divine di origine trascendente.

Nel viaggio capitano frangenti nei quali s’incontrano ostacoli, difficili da superare se siamo soli: «...Volevo scavalcare il muro e mi sono ferito / mani amiche, amorose sono arrivate / e mi hanno salvato» (Aspettando). Il concetto e le immagini della natura medicatrix vengono più volte ripresi, ma forse il luogo migliore per coglierli sta nella lirica Tronco d’albero, dove avviene un’osmosi vera e propria tra l’elemento umano e l’essenza vegetale (per tale aspetto c’è assonanza con alcune movenze della dannunziana La pioggia nel pineto). Il cammino verso la liberazione, ormai è chiaro, non è lineare, dal momento che sopraggiungono anche Giorni nebulosi e stanchi, quando si ha bisogno di rientrare in se stessi, l’unica e vera Casa esistente, per rimettere ordine e riprendere l’ascesa: qui emerge, nonostante l’altezza delle mete da raggiungere, il limite della natura umana che fa prendere coscienza della distanza dal sogno utopico: «…si interrompe l’idilliaco incontro / si ritorna larve di esistere, / la mano lascia la presa, / il cuore cessa di battere, / lo sguardo diviene assente…».

Tra le poesie da visitare della Deminicis suggerisco al lettore anche Un cantiere, Un orologio fermo, La città delle formiche. La prima è una metafora del lavoro opprimente, nemico del Benessere; nella seconda troviamo il simbolo del tempo vuoto, da superare con l’Energia dell’alto dei Tempi; la terza è un’allegoria della sopravvivenza di comunità viventi organizzate, immagine di solidarietà tra enti identitari.

Nell’epilogo del libro riprende il viaggio verso l’Infinito, dall’apologia della Bellezza (del creato, della vita, dell’Amore) all’evocazione del tempo Ideale dove il vivere sarebbe libero ed egualitario negli spazi del Benessere, fino al confidare alla gemma Giada un pensiero segreto affinché lo custodisca gelosamente: il sogno di un mondo perfetto, senza sudore, malattie, un mondo di giovinezza eterna e di felicità. Osare ad andare oltre il dato di fatto, non pensare che questo sia il migliore dei mondi possibili, attribuire all’utopia una funzione progressiva come in effetti è sempre stata nella storia, penso sia il merito maggiore di La gemma di giada.

Enzo Concardi

 

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L’AUTRICE

Adriana Deminicis è nata a Montegiorgio (FM) nel 1958. È docente nella Scuola Secondaria di II grado. Attualmente insegna presso l’I.T.T. Montani Fermo. Ha pubblicato le raccolte di poesie: Il mio tempo a che ora è arrivato? (2012), Il mio domani non è mai uguale (2013), Oggi così, domani in altro modo (2013), Momenti di vita quotidiana (2013), Quando (2015), Da un Poemetto alla Luna. I fiori di gelsomino (2022). Altre sue poesie sono pubblicate in vari volumi antologici.

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Adriana Deminicis, 8 Infinito 8. La gemma di giada, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 100, isbn 979-12-81351-04-2, mianoposta@gmail.com.

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