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recensioni

"Parlami di te"

29 Marzo 2019 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #cinema

 

 

 

 

Parlami di te

Hervé Mimran, 2018

 

Brutta commedia pasticciata questa di Hervé Mimran, che spreca il buon Fabrice Luchini per raccontare non si sa bene cosa, pare la vera storia di Christian Streiff, ex CEO di Airbus e del gruppo PSA, il quale ha scritto un libro che è, come riporta Wikipedia, “un’autobiografia nel quale racconta la sua malattia e la lenta convalescenza”. LENTA. Perché riprendersi da due ictus susseguitisi in una manciata di ore senza soccorso medico richiede tempo, non certo il mesetto scarso mostrato nel film, in cui il protagonista, afflitto da afasia fluente a seguito della patologia (significa che produce frasi con ritmo e intonazione nella norma ma composte da parole disconnesse tra loro per significato e sintassi rendendo il discorso poco o non comprensibile), liquida la sua convalescenza con un paio di sketch basati su giochi di parole tradotti anche decentemente in italiano e poi, sulle sue gambe, torna a casa. E si limitasse a questo, potremmo anche accettarlo. La sospensione dell’incredulità decide di suicidarsi quando, sempre nel giro di pochissime settimane, con l’aiuto di un’ortofonista, sceglie di partecipare a un importante salone espositivo enunciando il suo discorso da CEO con grande successo. Partono gli applausi, le congratulazioni, le pacche sulle spalle e un bel licenziamento in tronco comunicato anche con fastidio perché le multinazionali sono tutte fatte da persone cattive e insensibili contro i disabili volenterosi. E poi è il karma, no? Dall’inizio mostravano Luchini come un animale da profitto e sfruttamento, che a malapena si occupava della figlia nonostante una moglie morta atrocemente, di cui conservano ancora il letto di morte come un mausoleo (anche questo, come si dirà in seguito, intuito da un’inquadratura mostrata un attimo senza un commento, un’interazione tra gli attori, una spiegazione, nulla), scontroso con tutti, che non dice mai grazie. E allora tiè, così impari. Francamente tra i manager e il regista non saprei dire chi è il più cinico. In tutto ciò Mimran pensa bene di buttare a casaccio la storia dell’ortofonista che ricerca la sua madre biologica, la sua storia d’amore con l’infermiere a metà tra il simpaticone e il ritardo mentale lieve e, ovviamente, di lasciarle mezzo in sospeso, con intermezzi di pochi minuti che dovrebbero farci intuire epiloghi scialbi e muti, senza un briciolo di introspezione psicologica, insoddisfacenti e francamente inutili nel contesto. L’ultimo terzo del film è semplicemente insopportabile per i dialoghi, lo sviluppo della trama, il mutare dei rapporti tra i protagonisti, indegni anche di una sceneggiatura di un cartone per bambini della materna. Il film, quindi, che in una scena pensa bene di strizzare l’occhio a Quasi amici rendendo ancora più evidente l’abisso tra i due film, sempre che ce ne fosse bisogno, è una banalizzazione quasi offensiva del percorso di riabilitazione psicologica e fisica di chiunque abbia subito un grave sconvolgimento della propria esistenza per motivi di salute. Nemmeno oso un accostamento con Lo scafandro e la farfalla, perché andrei nel penale. Comunque, alla fine il protagonista impara a dire “grazie”. Non lo avreste mai immaginato, eh?

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Jonathan Coe, "La pioggia prima che cada"

27 Marzo 2019 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 
 
 
La pioggia prima che cada
Jonathan Coe
Feltrinelli, 2013
 
Non so cosa Coe sappia di costellazioni familiari o psicoterapia transgenerazionale. Probabilmente nulla. O, magari, ha chiesto consiglio, come per il Valium con il whisky per sapere se può essere letale. In ogni caso bravo due volte, per questo e per avere reso in maniera assai credibile le storie di quattro generazioni di donne, tutte colpite dallo stesso primitivo trauma affettivo causato dalla bisnonna Ivy: la mancanza d'amore. Rosamund, anziana omosessuale da anni sola, decide di togliersi la vita e, prima di farlo, registra quattro nastri con i ricordi della saga familiare di Imogen, la nipote cieca a cui andrà parte dell'eredità. I nastri servono perché Imogen è introvabile da anni e, ascoltandoli, gli altri eredi avranno abbastanza indizi per trovarla. Essi contengono la descrizione di venti immagini che Imogen non ha mai potuto vedere e ricostruiscono la storia della sua famiglia, un susseguirsi di rapporti familiari anaffettivi, uomini inaffidabili o manipolatori, crudeltà e frustrazioni che conducono tutte le protagoniste a scelte errate o infelici. Ci saranno anche due eventi-presagio, uno che si presenterà nuovamente dopo cinquanta anni, a scandire l'inizio e la fine dell'era funesta tra le donne della famiglia. Perché nella vita pare esserci caos solo perché noi conosciamo una parte degli avvenimenti. Se noi sapessimo tutti i segreti - tutto ciò accade nel momento in cui accade e non magari quindici anni più tardi dalla lettera di una parente che non abbiamo mai conosciuto - se avessimo una visione d'insieme, sia verticale e storica che orizzontale nel senso della sincronicità, potremmo intuire l'ordine delle cose, la trama del destino, così come intuiamo la pioggia prima che cada dall'umidità e dall'elettricità nell'aria, in quell'attimo infinitesimale, frazione che abbiamo appena il tempo di cogliere con i sensi prima di poterla elaborare, perché poi arriva la pioggia a travolgerci, irruenta e scrosciante, proprio come i fatti della vita che ci inondano e ci distolgono dalla nostra percezione del filo conduttore che resta un disegno sfocato sullo sfondo di un quadro di Pollock. 
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Lorenzo Barbieri, "Rione Sanità"

25 Marzo 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #lorenzo barbieri, #luoghi da conoscere

 

 

 

 

Rione Sanità

Lorenzo Barbieri

LFA Publisher, 2018

pp 167

16,00

 

Leggendo Rione Sanità, di Lorenzo Barbieri, mi è venuto naturale ricordare una visita fatta al quartiere insieme alla mia amica napoletana, scrittrice di talento, Ida Verrei, e anche ricollegare questo testo (si badi bene, solo per contenuto e non per stile, essendo quello della Verrei di molto superiore) al suo Arassusia, ambientato nei medesimi luoghi e nel famoso Cimitero delle Fontanelle.

Come il suo protagonista, anche l’autore non abita più a Napoli, ma da ragazzo ha vissuto addirittura dentro il Palazzo Reale, dove ha sede la biblioteca Nazionale.  La Napoli di cui  parla non è quella di Saviano, delle stese e della paranza dei bambini, non è quella anonima e fredda de L’amica geniale, ma è quella calda, pastosa e sanguigna della grande tradizione partenopea, di Totò, Eduardo, (e anche Ida Verrei).

La città è misteriosa, sotterranea, superstiziosa, legata al senso della morte. Il rione vive di luci e ombre, fatto di vicoli ripidi, di porte che sprofondano direttamente nell’Ade, fra  catacombe e teschi. Contiene fatiscenti palazzi settecenteschi, nobili chiese ma anche bassi poveri e bui dove vive gente misera e dura.

I vicoli sono poesia, fetore, umore di vita, giochi di ombre e raggi di sole, desideri, speranze, rumori, nostalgie e sogni in attesa di realizzarsi.” (Pag. 92)

Il protagonista, Enzo, è un anziano giornalista che rientra a Napoli dopo una lunga assenza, e lo fa solo per seppellire in fretta la madre, con l’intento di tornarsene prima possibile al suo lavoro milanese. Percorre strade, piazze, vicoli insieme al notaio Oreste, sorta di guida dantesca.

In realtà la città lo ri-cattura, l’antico rione, in cui è vissuto da bambino, lo riacciuffa col suo fascino, col gusto dolceamaro della nostalgia. Da una parte egli mantiene lo sguardo distanziato di chi ormai non fa più parte di quel mondo, dall’altra si abbandona alla memoria, ripopolando ciò che vede con figure scaturite dal passato.

A parte le consuete imprecisioni di Barbieri nell’uso della punteggiatura e dei tempi, e la sua scrittura un po’ distratta, il difetto maggiore sta nell’aver voluto, credo, inserire nel romanzo alcuni racconti precedentemente scritti, non riuscendo ad amalgamarli come si deve nella trama. Il pregio, invece, è l’aver puntato un faro sul Rione Sanità, mostrandocelo com’è ora e com’era un tempo, in una narrazione sempre in bilico fra visione attuale, riscoperta e ricordo, come se il tessuto della realtà presentasse dei vuoti che solo la memoria può riempire, ricomponendo il mosaico.

Ma sul finale del libro c’è un ribaltamento, si esce repentinamente dal sogno con una doccia gelata e la realtà ha il sopravvento sulla deformazione consolante del ricordo. Le persone che sembravano genuine, vergini, povere ma innocenti, si rivelano grette, interessate, persino truffaldine, a conferma che nessuno fa niente per niente.

È vero, il napoletano è uno di buon cuore, disponibile e altruista, ma sotto, sotto, ci deve sempre ricavare qualcosa, è nel suo Dna, non lo fa per cattiveria.” (Pag. 135)

Non solo, il malaffare prospera e la filosofia generale, l’unica possibile, è “far finta di niente e tirare a campare”. Ne esce, perciò, un ritratto della napoletanità a chiaroscuro, una specie di odio e amore, disprezzo e meraviglia, curiosità e ribrezzo. La parte migliore del romanzo è quella iniziale, quando, suo malgrado, il protagonista subisce il fascino del quartiere e riscopre le figure che anticamente lo avevano animato.

Poi, purtroppo, c’è un crescendo di delusione, di meschinità e spilorceria, di fatalismo e rassegnazione che ci lasciano con la bocca amara e coinvolgono lo stesso protagonista il quale, alla fine, non ci sembra poi tanto migliore dei personaggi da lui incontrati.   

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Fabio Izzo, "Consigli dalla punk caverna"

23 Marzo 2019 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

 

 

 

 

Quel fenomeno di Fabio Izzo
Consigli dalla punk caverna

Terra d'Ulivi, 2019

 

Fabio Izzo è uno dei tanti autori che posso vantarmi di aver scoperto in vent’anni di attività editoriale. Non ha avuto ancora la possibilità di uscire con un grande (grosso?) editore distribuito su vasta scala, è tra gli scrittori che mi rende più orgoglioso e che ben rappresenta il poco che ho cercato di fare in questi anni. Fabio Izzo è nato nel 1977, vive ad Acqui Terme, scrive da tempo immemore, ché il suo primo libro - Eco a perdere - lo pubblicammo quando ancora Il Foglio Letterario stampava i libri artigianalmente, in fotocopia. Ricordo di aver fatto il lavoro di editing personalmente, con carta e penna, ai giardini vicino casa mia, vista mare, mentre facevo giocare mio figlio al parco. Poi ne sono venuti altri: Balla Juary, Il nucleo (straziante e stupendo), Doppio umano, soprattutto To Jest, presentato al Premio Strega (2014), niente meno che da Pedrag Matvejevic, ovviamente ignorato dal Comitato Direttivo, a caccia dello Scurati o del D’Amicis di turno. Non dimentico Ieri, Eilen, storia d’amore non convenzionale degna di selezione presso il Club di Giulietta per il concorso Scrivere per amore 2017. In mezzo a tutto questo Fabio ha pubblicato libri con altri editori, ha affinato lo stile, ha tradotto poesia polacca, ha vinto premi più o meni importanti, infine è uscito con l’ultimo romanzo: Consigli dalla punk caverna: A noi punk non ci resta che Al Bano (Terra d’Ulivi Edizioni, pag. 140, euro 14). Il tema di fondo dello scrittore piemontese - con sangue meridionale - non cambia, a parte l’ambientazione salentina, ché alla base c’è sempre il male di vivere, l’insoddisfazione di far parte di una terra di sconfitti, popolata da giovani in fuga o che si adattano con due lauree a fare le notti per dieci euro al distributore. Il romanzo è una storia d’amore alla Izzo, tipica del suo stile, una storia di disamore, di uomini lasciati soli da una stronza a caccia di successo e in cerca di un’occasione migliore. Incipit straordinario: “L’amore è una bufala, nemmeno buono per la mozzarella della pizza. L’amore eterno è una bufala cosmica. Si tratta solamente di scegliere, come in pizzeria”. E quel che ne consegue è un’ode al disamore, dissacrante e ironica, sarcastica, vibrante, contro la donna perduta, contro quel tipo di donna che non si dovrebbe mai incontrare. Il personaggio principale è un punk coltissimo (chi ha detto che i punk sono ignoranti? afferma Izzo), persino raffinato, sincero, come ogni vero punk dovrebbe essere, che sogna il perduto amore mentre vive di eccessi alcolici e musicali contemporanei. Stile molto diretto ed essenziale, per niente letterario, nel senso stretto del termine, classico romanzo in prima persona che consente un’immedesimazione totale tra lettore e autore. Io ve lo consiglio, poi fate un po’ voi, per me potete anche andarvi a leggere l’ultimo inutile saggio travestito da romanzo di Antonio Scurati.

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Valentina Casadei, "Tormento fragile"

23 Febbraio 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #poesia, #valentina casadei

 

 

 

 

Tormento fragile

Valentina Casadei

Bertoni Editore, 2018

pp 79

12,50

 

Tormento Fragile, di Valentina Casadei, è una silloge di belle poesie, scritte da una venticinquenne che ha dimestichezza non solo con le parole ma anche con le emozioni, affrontate con la saggezza di una persona molto più anziana. L’amore, la nostalgia, il ricordo, la paura del tempo che passa e della morte, il ripiegamento su se stessi, hanno anche qui lo scopo che tutta, o quasi tutta, la poesia dovrebbe avere, cioè arginare e incanalare l’emotività, rendendola sopportabile. Insomma, condividere diventa uguale a dominare e controllare.

Si tratta per lo più di dialoghi al femminile, con un interlocutore che varia di volta in volta, un tu che diventa noi ma anche io, per guardarsi dentro senza sconti. E questo parlare all’altro da sé indica il bisogno estremo di contatto, di apertura, ovvero il contrario del “ripiegarsi come una salamandra”, ed è ciò che aiuta a considerare la paura “solo una parola.”

Il linguaggio della Casadei è ermetico ma lo è in modo semplice e scorrevole. Proprio nelle frasi più comuni e prosastiche si annida la suggestione: “Incontriamoci da qualche parte /stasera”, “e hai regalato ai vivi /la cura che diamo ai morti”,

Liriche brevissime, brevi o più lunghe, senza un titolo che le definisca o contenga. C’è parecchia solitudine, “mi ripiego/come una salamandra magra”, dovuta anche all’atteggiamento ostile di alcuni, e c’è paura della morte, contrastata da un provvidenziale elan vital che si spera non venga mai a mancare: “spero che non finisca mai / questa mia vitale spinta”.

La conclusione è che esistere è fine a se stesso, ma ciò non deve spaventare, piuttosto farci apprezzare certi “orizzonti” che gli amanti “non si stancano di rimpiangere”.

Ci vuole coraggio per affrontare l’esistenza così com’è, con tutti i chiaroscuri, comprendendola senza edulcorarla ma nemmeno respingerla perché, in questa dimensione così materiale e terrestre, si può comunque ravvisare lo spirito che anima e pervade tutto, unito ad  un amore carnale/ filiale/ amicale che consola: “Sei una parola di petali, dolce.”

Concludo riportando una poesia, particolarmente bella:

 

Ti prendo come poesia.

I tuoi versi sono capelli

Uniti in strofe di trecce.

Ed ecco che l’allitterazione dei  tuoi sospiri

Sfida il vento.

Ma tu, poesia da foglio di carta,

ti involi con lui.

Paladina dell’alba.

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Laura Nuti, "Come le ciliegie"

19 Febbraio 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #laura nuti, #miti e leggende

 

 

 

 

Come le ciliegie

Laura Nuti

Marchetti Editore, 2018

 

Il delizioso Come le ciliegie, di Laura Nuti, edito da Marchetti e ben illustrato da Roberta Malasomma, mi ha riportato indietro nel tempo, mi sono rivista bambina, leggere con foga e meraviglia adattamenti di classici e riduzioni di opere immortali: il Kalevala, il Peer Gynt, le storie di Carlomagno e Berta dal grande piede, la Divina Commedia spiegata ai ragazzi, la mitologia greca. Questo libro ha il sapore (inimitabile) di ciò che leggevamo allora, con un piglio, però, moderno. Che cosa sono le fiabe se non miti e leggende rielaborati, che cosa c’è nella fiaba se non la struttura stessa di un singolo grande mito (come ci insegnano Propp e Joseph Campbell)? E non era forse un’operazione simile quella compiuta negli anni sessanta con le fiabe sonore e con le riduzioni dei classici per bambini?  

Sonnolenti pomeriggi d’estate, un giardino afoso, una nonna che culla una piccina mentre racconta – o meglio, fa raccontare dall’immaginario cane Argo -  alla sorellina più grande le meravigliose vicende degli eroi omerici, prima, durante e dopo la guerra di Troia, adattate a un palato infantile e odierno ma appetibili per tutti, perché le storie, si sa, quando sono belle, sono godibili a ogni età.

Storie come ciliegie, una tira l’altra. Storie succose, colorate, multiformi, tutte diverse ma concatenate. Storie di mostri chimere (ovvero puzzle), di cavalli alati, di guerrieri belli e coraggiosi, (ovvero fighi), di principesse affascinanti, ma anche di dei che più umani di così non si può, con tutti i nostri difetti: l’infedeltà, l’invidia, la gelosia, la rabbia.

Come afferma la stessa autrice nel saggio Narrare e leggere belle storie:

I “ racconti tradizionali, cioè le fiabe, le favole, i miti, le saghe e le leggende epiche, devono avere un ruolo fondamentale. Perché? Perché sono storie che “hanno una storia”, che vengono da lontano, che “hanno viaggiato attraverso il mondo e si sono colorate qua e là di sfumatureriferimenti, chiaroscuri attinti cammin facendo”; sono storie nate dalla narrazione, dalla tradizione orale (perciò si prestano ad essere narrate, raccontate) e sono divenute poi letteratura (perciò si prestano ad essere lette, indagate nella loro struttura, “ricalcate” per dar vita ad altre storie). (Laura Nuti)

Ecco il valore di questo “ri-raccontare” miti e saghe conosciute, ecco il valore degli adattamenti e delle rivisitazioni. E l’immagine della nonna è la più azzeccata. Spetta alle generazioni più anziane, infatti, il compito di tramandare, di trasmettere la cultura, cioè il patrimonio comune delle conoscenze e delle storie, arricchendole di valori contemporanei, di novelli spunti, d’immagini  consone alla nuova epoca.

Ben vengano operazioni culturali così fresche e piacevoli. Se in libreria ci fossero meno Peppa Pig, meno Pija Masks, e più libri deliziosi come questo, resterebbe la speranza che il mondo, pur evolvendosi, mantenesse quelle conoscenze che fanno di noi ciò che siamo e che vorremmo continuare a essere in futuro.

 

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Federica Cabras, "Un sogno, un amore e un equivoco"

17 Febbraio 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #federica cabras

 

 

 

 

Un sogno, un amore e un equivoco

Federica Cabras

Literary Romance, 2019

pp 249

13,90

 

All’inizio di tutto c’è lei, Elizabeth Bennet di Orgoglio e pregiudizio. Poi, secoli dopo, è arrivata la capostipite della chicklit, Bridget Jones, goffa, imbranata, romantica. In seguito sono venute le eroine di Lauren Weisberger e di Jojo Moyes, Andrea Sachs e Louisa Clark, tanto per citare le più famose. Qui da noi, invece, Alice Allevi di Alessia Gazzola. È questo il filone in cui inserire l’ultimo libro di Federica Cabras, Un sogno, un amore e un equivoco.

Quando lessi il suo primo romanzo, al quale feci una critica severa, dissi, però, che questa ragazza aveva talento da vendere e che prima o poi si “sarebbe fatta”. Con questa nuova prova ce l’ha dimostrato. Qui la Cabras sembra aver saputo distinguere i generi e calarsi pienamente nel filone che predilige. O, almeno, che la parte di lei più epidermica predilige.

Il romanzo è spumeggiante come la copertina, fatto di dialoghi serrati e divertenti come sceneggiature di serie tv. Tutto ruota intorno ai tre poli: il sogno, l’amore e l’equivoco. L’amore è quello per il bel datore di lavoro, luogo comune del romance, trama immortale della solita cenerentola che riuscirà a farsi valere, e a conquistare, con la sola purezza del cuore, un uomo apparentemente fuori della sua portata; l’equivoco è quello che permetterà alla protagonista di sciogliere tutti i nodi e soddisfare i suoi desideri; il sogno, infine, è quello di diventare scrittrice, altro stereotipo delle eroine moderne ma, in questo caso, non solo superficiale ambizione ma autentica e sofferta aspirazione interiore.

Siamo tutti luce e buio. La parte luminosa della Cabras è dolce, coraggiosa, sentimentale. È la parte dei palloncini colorati in copertina. È quella di questo romanzo, divertente e tenero. Poi c’è il lato oscuro, tenuto a freno, rimosso. Era evidente nel suo primo libro ma non si amalgamava col resto del racconto. Qui non c’è perché non deve esserci, pena la perdita di coerenza, ma emerge a momenti quando il tessuto del linguaggio si lacera, quando la mano della Cabras corre da sola sul foglio e vengono a galla  cupezze, sofferenze e dolori. Soprattutto ansia, paura di non essere all’altezza, voglia di essere amata, orrore e fascinazione della morte.

Virginia Carta, la protagonista, è quella che lavora al bar, ma non lo è. Virginia è quella che esce con le amiche, ma non lo è. La vera Virginia è colei che batte sulla tastiera evocando mondi, scavando nel dolore proprio e altrui. Alla fine, il personaggio di Ester, la donna che ha ispirato e conservato le lettere che Virginia ritroverà, prende il sopravvento. E così abbiamo una triplice identificazione: Federica Cabras che scrive di Virginia Carta che scrive di Ester Lai.

Riassumendo, abbiamo Virginia, una ragazza ambiziosa e gentile, abbiamo Giorgio, un bel principe azzurro, padrone del locale dove lei lavora, abbiamo degli amici affezionati e due genitori da non deludere. La vicenda si snoda fra la ricerca del lavoro e il bisogno di provare sentimenti autentici e profondi, fra l’investigazione del sé e la necessità di affidarsi agli altri. Virginia è insicura, si crede fragile, ha bisogno di un uomo maturo e protettivo, di un caro amico d’infanzia, delle coinquiline affettuose, della lingua tiepida di un cucciolo. Ha bisogno di tutto questo ma, intuiamo, potrebbe farcela anche da sola, potrebbe vivere esclusivamente di sé e della sua ambizione, nella spaventosa e sublime solitudine dello scrittore. Ancora una volta è la parte più superficiale della protagonista a innamorarsi del capo e a gestire i rapporti con le amiche. La parte più profonda, invece, ama la scrittura che fa emergere angoscia e rimorso, che avviluppa e consuma come una fiamma.

Nessuna dichiarazione d’amore per un uomo fu mai appassionata come quella che, a pag 234, Virginia indirizza all’atto insopprimibile dello scrivere. Nessun “ti amo” detto al bel Giorgio può equivalere a quella passione bruciante. Credo, anzi, che il bel Giorgio sia solo un cliché, e il rapporto con lui dovrebbe essere più sfumato, più graduale, meno dichiarato da subito. Ma ciò accade perché il vero innamoramento la protagonista lo prova verso le proprie ambizioni letterarie, verso la ricerca di fama e soddisfazione.

Il romanzo della Cabras è “carico di spirito e di passione”, esattamente come viene definita la scrittura della protagonista dall’implacabile direttrice di un magazine di successo. Si sentono l’impegno, il lavoro di lima, la fatica fatta per far quadrare gli elementi della trama, lo scavo e l’amore delle parole, la ricerca del termine giusto. Un’ottima prova ma, soprattutto, un’ottima base di partenza.

Penso che questo racconto, seppure piacevole, fluido, accattivante e intrigante, sia solo un trampolino di lancio, e che l’autrice sia pronta per fare un ulteriore passo avanti, tirando fuori il rimosso, soffrendo sulla carta come nessuno di noi vorrebbe mai fare, uscendo dalla chicklit e dal romance per entrare in un luogo buio e profondo, fatto di passione e tormento, il luogo dove nasce la grande letteratura.  E qui ne dà un assaggio nelle belle lettere che la protagonista ritrova nella borsa dell’anziana signora, Ester Lai, cliente abituale del bar dove lavora, e verso la quale ella prova un’inspiegabile attrazione.  

Se l’autrice saprà librarsi sopra gli stereotipi imposti dal genere (e dalla frequentazione con le serie televisive), se avrà il coraggio di sprofondare nella parte più tenebrosa di sé, senza farsene travolgere ma incanalando le emozioni in qualcosa di organico e letterario, se metterà tutta se stessa al servizio di quella passione che la divora, credo che, in futuro, sentiremo sempre più spesso parlare di lei.

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Radio Blog: Michele Fierro, "Sotto la luna che ride"

10 Febbraio 2019 , Scritto da Chiara Pugliese Con tag #chiara pugliese, #radioblog, #recensioni, #virginia villa

 

 

 
 
"Chi si accinge a leggere questo romanzo, capisce fin dalle prime pagine di trovarsi tra le mani un giallo avvincente, ricco di suspense e dotato di una forza narrativa capace di tenere il lettore incollato alle pagine".
 
Oggi su Radio Blog leggiamo la recensione che Virginia Villa, del blog LeggIndipendente, ha scritto per il romanzo di Michele Fierro, intitolato Sotto la luna che ride - Edizioni Convalle .
 
Buon ascolto!  
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Alessandro Del Gaudio, "Tenebra Lux"

9 Febbraio 2019 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

 

 

 

 

Alessandro Del Gaudio
Tenebra Lux
Pag.170 – Euro14,90
Leucotea, 2018 –
www.edizionileucotea.it

 

Conosco Alessandro Del Gaudio sin dai tempi de Il candore dei ciliegi. Credo di aver letto quasi tutto di lui, anzi, in alcuni casi - come direttore editoriale de Il Foglio Letterario - gli ho persino pubblicato ottimi lavori di saggistica legata al mondo del fumetto (L’identità segreta, Kyoko mon amour) e romanzi (Lungomare, Italoamericana, Metallo d’ombra, Lacrima d’ombra). Tenebra Lux ha preso altre strade, ma non è meno valido di altre cose scritte in precedenza, dal taglio fantastico e surreale.

Protagonista della storia un fumettista che si è inventato un mondo parallelo, traducendo in tavole disegnate i romanzi di un certo Del Gaudio, operazione metaletteraria convincente perché almeno due lavori del nostro autore sarebbero perfetti per un adattamento in graphic-novel (Metallo d’ombra e Lacrima d’ombra). La trama non si può raccontare senza togliere al lettore il gusto della scoperta, perché ricca di colpi di scena e risolta soltanto nel finale con un escamotage che lascia le cose a metà strada tra realtà e fantasia. Diciamo solo che il nostro fumettista si trova imprigionato nel mondo che ha creato con le sue storie disegnate, un non luogo governato da un perfido clown che ricorda il personaggio terrificante di IT di Stephen King, per fortuna pervaso anche da entità positive che lo aiuteranno nel compito di tornare al punto di partenza.

Un romanzo lineare, per niente sperimentale (per fortuna!), scritto come logica e sintassi comandano, senza la pretesa di fare alta letteratura ma solo di intrattenere - in maniera colta e intelligente - raccontando una storia fantastica che a tratti si abbandona a momenti sentimentali. Non a caso, leggendo le prime pagine mi è venuto a mente La ragazza di Trieste di Pasquale Festa Campanile (romanzo e film), dove un maturo disegnatore di fumetti vive una storia d’amore con una strana ragazza che improvvisamente compare nella sua vita. E sono andato avanti nella lettura avendo bene impressa nella mente l’immagine di Ornella Muti per il personaggio femminile e di Ben Gazzara per il fumettista. Sono sicuro che Del Gaudio non ci ha nemmeno pensato ma ogni lettore trova in un romanzo ben scritto un po’ della sua vita e si immedesima nei personaggi alla sua maniera.

Il romanzo presenta come elemento positivo la capacità di far affezionare il lettore ai protagonisti della vicenda e possiede un ritmo incalzante che ti obbliga ad andare avanti per scoprire come andrà a finire. Alessandro Del Gaudio è scrittore versatile, dai molteplici interessi, la sua anima più sentimentale nel 2015 ha prodotto il romanzo breve Il tuo nome (Sereture Edizioni), che contiene in appendice il suggestivo racconto lungo Welcome, Walter. Una buona lettura, piacevolmente fuori dalle mode, scritta con una prosa lirica, a tratti intervallata da brevi poesie. Due libri molto diversi ma entrambi letture consigliate.

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Alessandro Del Gaudio, "Tenebra Lux"
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Giovanna Strano, "La Diva Simonetta"

7 Febbraio 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #pittura, #personaggi da conoscere, #storia, #giovanna strano

 

 

 

 

 

La Diva Simonetta

Giovanna Strano

Aiep editore, 2018

pp 270

14,00

 

Si è da poco spenta l’eco della brillante seconda stagione televisiva de I Medici che mi ritrovo fra le mani un libro molto bello: La Diva Simonetta, di Giovanna Strano. Il romanzo mi fa ripiombare a capofitto nelle vicende della metà del 1400, nella scintillante Firenze della corte medicea. Riecco tutti i personaggi dell’epoca: Lorenzo e Giuliano de Medici, Clarice Orsini, Lorenzo di Pierfrancesco, Lucrezia Tornabuoni, Francesco de’ Pazzi etc.

Il libro è scritto in un bello stile d’altri tempi che ben si sposa con la riproduzione efficacissima del periodo storico. Davanti ai nostri occhi si snoda un affresco di straordinaria potenza, veniamo catapultati nella Firenze del ‘400, in piena fioritura di Comuni e Signorie, fra intrighi di palazzo, feste, ricevimenti, giostre di stampo ancora medievale, tornei e seducenti dame, alle quali galantemente dedicare le vittorie. E, in primo luogo, tanta, tantissima cultura, concentrata in una sola città, come mai s’è visto prima e mai si vedrà in seguito.

Lorenzo il Magnifico, grande statista ma anche mecenate delle arti, ha accentrato intorno a sé letterati, scultori e pittori, in una profusione di bellezza davvero sans par. Ed ecco la splendida Santa Maria del Fiore, i bassorilievi, gli arazzi, le liriche, le pitture sconvolgenti di Botticelli e di Verrocchio, del Ghirlandaio e di un giovane astro nascente: Leonardo da Vinci.

Ne risulta un rigoglio di colori, fiori e natura, di simboli volti ad esaltare, sì, i pregiati committenti, ma anche la bellezza della vita, l’essere umano a tutto tondo com’era nella sensibilità umanistica e rinascimentale. Ecco le liriche del Poliziano, e dello stesso Lorenzo che invita a godere la vita in quanto effimera, con un senso di precarietà e malinconia che già presagisce il barocco di due secoli dopo.

Una corte, quella dei Medici, piena d’intrighi, di amori licenziosi, di libertà di costumi che, tuttavia, non dimentica mai il fine principale: il bene e la prosperità di Firenze, quella stessa “Fiorenza” dilaniata fra Guelfi e Ghibellini per cui si era battuto Dante. Lorenzo vuol renderla più grande, sprovincializzarla, non farla precipitare nell’orbita papale, e non è impresa da poco.

Soprattutto, ritroviamo il maestro Botticelli all’opera sui suoi capolavori, in particolare sulla sontuosa Primavera, e su La nascita di Venere, ispirate da una figura di spicco della corte fiorentina: Simonetta Cattaneo Vespucci, la sans par.

Bellissima, intelligente, colta e volitiva, la ragazza ligure fa girare la testa a tutti gli uomini, compresi entrambi i fratelli Medici, Lorenzo e Giuliano. Ne è travolto e soggiogato lo stesso Botticelli che vorrà essere seppellito ai suoi piedi. Il libro ruota intorno a lei, ai suoi desideri, alla sua cultura, ai suoi amori, al suo inesistente rapporto con l’incolore marito, ai suoi abiti vaporosi, scelti per lei dal suocero, alle sue acconciature lussureggianti di trecce, boccoli e fiori. Solo chi la ama veramente sa apprezzarne l’anima incorrotta, gli altri, come l’avido suocero Piero Vespucci, la considerano un bell’oggetto, un trofeo da esibire, una pedina da utilizzare come esca in società.

Simonetta ama Giuliano de’ Medici. Se il legame che la unisce a Botticelli è quello dell’amor cortese - lui servo che venera colei che non potrà mai avere e che diventa per lui fonte di elevazione artistica - Giuliano incarna l’amore ossessione, quello fatale, la passione violenta che porta alla sciagura, che conduce inevitabilmente alla morte, unico contesto in cui i due amanti saranno liberi, svincolati dai doveri morali e dalle convenzioni sociali.

A due anni dalla morte di Simonetta, però, anche in Giuliano si è operato un cambiamento, il suo amore si è sublimato fino a somigliare a quello angelicato di Dante per Beatrice. Il giorno della congiura dei Pazzi, nella chiesa di Santa Maria del Fiore, egli va incontro al suo tragico destino sapendo che è l’unico modo per ricongiungersi alla sua amata, la bellissima fanciulla di Portovenere, “Madonna del Mare” come nessuna mai.

I difetti del testo, a mio avviso, sono due. In certi momenti somiglia più a un trattato di storia dell’arte che a un romanzo, i dialoghi ne risultano artificiosi e la narrazione perde scorrevolezza.  Inoltre, trovo sbagliata la scelta di affidare due momenti salienti della trama - la violenza subita dalla protagonista da parte del duca d’Aragona e il conseguente abbandono all’amore per Giuliano de Medici – a una prospettiva esterna, poiché il punto di vista si sposta verso Lorenzo di Pierfrancesco, sorta di narratore estraneo degli eventi. E il capitolo X, in cui si esplicita l’amore fra i due protagonisti, è troppo precipitoso.

Per il resto un bellissimo romanzo storico, un libro che ci immerge totalmente in un’epoca, nella multiformità delle interpretazioni, dei rimandi e dei simboli, ma soprattutto nell’arte, nella pastosità delle forme e dei colori. Ogni capitolo è ispirato a un’opera pittorica, la descrive, la fa rivivere, la anima. Le figure prendono vita e balzano giù dalle tele, le musiche si sprigionano, i fiori esalano effluvi di primavera, le bocche ridono. In una parola, siamo dentro la bellezza pura.

 

Giovanna Strano, "La Diva Simonetta"Giovanna Strano, "La Diva Simonetta"
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