recensioni
Federica Cabras, "Un sogno, un amore e un equivoco"

Un sogno, un amore e un equivoco
Federica Cabras
Literary Romance, 2019
pp 249
13,90
All’inizio di tutto c’è lei, Elizabeth Bennet di Orgoglio e pregiudizio. Poi, secoli dopo, è arrivata la capostipite della chicklit, Bridget Jones, goffa, imbranata, romantica. In seguito sono venute le eroine di Lauren Weisberger e di Jojo Moyes, Andrea Sachs e Louisa Clark, tanto per citare le più famose. Qui da noi, invece, Alice Allevi di Alessia Gazzola. È questo il filone in cui inserire l’ultimo libro di Federica Cabras, Un sogno, un amore e un equivoco.
Quando lessi il suo primo romanzo, al quale feci una critica severa, dissi, però, che questa ragazza aveva talento da vendere e che prima o poi si “sarebbe fatta”. Con questa nuova prova ce l’ha dimostrato. Qui la Cabras sembra aver saputo distinguere i generi e calarsi pienamente nel filone che predilige. O, almeno, che la parte di lei più epidermica predilige.
Il romanzo è spumeggiante come la copertina, fatto di dialoghi serrati e divertenti come sceneggiature di serie tv. Tutto ruota intorno ai tre poli: il sogno, l’amore e l’equivoco. L’amore è quello per il bel datore di lavoro, luogo comune del romance, trama immortale della solita cenerentola che riuscirà a farsi valere, e a conquistare, con la sola purezza del cuore, un uomo apparentemente fuori della sua portata; l’equivoco è quello che permetterà alla protagonista di sciogliere tutti i nodi e soddisfare i suoi desideri; il sogno, infine, è quello di diventare scrittrice, altro stereotipo delle eroine moderne ma, in questo caso, non solo superficiale ambizione ma autentica e sofferta aspirazione interiore.
Siamo tutti luce e buio. La parte luminosa della Cabras è dolce, coraggiosa, sentimentale. È la parte dei palloncini colorati in copertina. È quella di questo romanzo, divertente e tenero. Poi c’è il lato oscuro, tenuto a freno, rimosso. Era evidente nel suo primo libro ma non si amalgamava col resto del racconto. Qui non c’è perché non deve esserci, pena la perdita di coerenza, ma emerge a momenti quando il tessuto del linguaggio si lacera, quando la mano della Cabras corre da sola sul foglio e vengono a galla cupezze, sofferenze e dolori. Soprattutto ansia, paura di non essere all’altezza, voglia di essere amata, orrore e fascinazione della morte.
Virginia Carta, la protagonista, è quella che lavora al bar, ma non lo è. Virginia è quella che esce con le amiche, ma non lo è. La vera Virginia è colei che batte sulla tastiera evocando mondi, scavando nel dolore proprio e altrui. Alla fine, il personaggio di Ester, la donna che ha ispirato e conservato le lettere che Virginia ritroverà, prende il sopravvento. E così abbiamo una triplice identificazione: Federica Cabras che scrive di Virginia Carta che scrive di Ester Lai.
Riassumendo, abbiamo Virginia, una ragazza ambiziosa e gentile, abbiamo Giorgio, un bel principe azzurro, padrone del locale dove lei lavora, abbiamo degli amici affezionati e due genitori da non deludere. La vicenda si snoda fra la ricerca del lavoro e il bisogno di provare sentimenti autentici e profondi, fra l’investigazione del sé e la necessità di affidarsi agli altri. Virginia è insicura, si crede fragile, ha bisogno di un uomo maturo e protettivo, di un caro amico d’infanzia, delle coinquiline affettuose, della lingua tiepida di un cucciolo. Ha bisogno di tutto questo ma, intuiamo, potrebbe farcela anche da sola, potrebbe vivere esclusivamente di sé e della sua ambizione, nella spaventosa e sublime solitudine dello scrittore. Ancora una volta è la parte più superficiale della protagonista a innamorarsi del capo e a gestire i rapporti con le amiche. La parte più profonda, invece, ama la scrittura che fa emergere angoscia e rimorso, che avviluppa e consuma come una fiamma.
Nessuna dichiarazione d’amore per un uomo fu mai appassionata come quella che, a pag 234, Virginia indirizza all’atto insopprimibile dello scrivere. Nessun “ti amo” detto al bel Giorgio può equivalere a quella passione bruciante. Credo, anzi, che il bel Giorgio sia solo un cliché, e il rapporto con lui dovrebbe essere più sfumato, più graduale, meno dichiarato da subito. Ma ciò accade perché il vero innamoramento la protagonista lo prova verso le proprie ambizioni letterarie, verso la ricerca di fama e soddisfazione.
Il romanzo della Cabras è “carico di spirito e di passione”, esattamente come viene definita la scrittura della protagonista dall’implacabile direttrice di un magazine di successo. Si sentono l’impegno, il lavoro di lima, la fatica fatta per far quadrare gli elementi della trama, lo scavo e l’amore delle parole, la ricerca del termine giusto. Un’ottima prova ma, soprattutto, un’ottima base di partenza.
Penso che questo racconto, seppure piacevole, fluido, accattivante e intrigante, sia solo un trampolino di lancio, e che l’autrice sia pronta per fare un ulteriore passo avanti, tirando fuori il rimosso, soffrendo sulla carta come nessuno di noi vorrebbe mai fare, uscendo dalla chicklit e dal romance per entrare in un luogo buio e profondo, fatto di passione e tormento, il luogo dove nasce la grande letteratura. E qui ne dà un assaggio nelle belle lettere che la protagonista ritrova nella borsa dell’anziana signora, Ester Lai, cliente abituale del bar dove lavora, e verso la quale ella prova un’inspiegabile attrazione.
Se l’autrice saprà librarsi sopra gli stereotipi imposti dal genere (e dalla frequentazione con le serie televisive), se avrà il coraggio di sprofondare nella parte più tenebrosa di sé, senza farsene travolgere ma incanalando le emozioni in qualcosa di organico e letterario, se metterà tutta se stessa al servizio di quella passione che la divora, credo che, in futuro, sentiremo sempre più spesso parlare di lei.
Radio Blog: Michele Fierro, "Sotto la luna che ride"
Alessandro Del Gaudio, "Tenebra Lux"

Alessandro Del Gaudio
Tenebra Lux
Pag.170 – Euro14,90
Leucotea, 2018 – www.edizionileucotea.it
Conosco Alessandro Del Gaudio sin dai tempi de Il candore dei ciliegi. Credo di aver letto quasi tutto di lui, anzi, in alcuni casi - come direttore editoriale de Il Foglio Letterario - gli ho persino pubblicato ottimi lavori di saggistica legata al mondo del fumetto (L’identità segreta, Kyoko mon amour) e romanzi (Lungomare, Italoamericana, Metallo d’ombra, Lacrima d’ombra). Tenebra Lux ha preso altre strade, ma non è meno valido di altre cose scritte in precedenza, dal taglio fantastico e surreale.
Protagonista della storia un fumettista che si è inventato un mondo parallelo, traducendo in tavole disegnate i romanzi di un certo Del Gaudio, operazione metaletteraria convincente perché almeno due lavori del nostro autore sarebbero perfetti per un adattamento in graphic-novel (Metallo d’ombra e Lacrima d’ombra). La trama non si può raccontare senza togliere al lettore il gusto della scoperta, perché ricca di colpi di scena e risolta soltanto nel finale con un escamotage che lascia le cose a metà strada tra realtà e fantasia. Diciamo solo che il nostro fumettista si trova imprigionato nel mondo che ha creato con le sue storie disegnate, un non luogo governato da un perfido clown che ricorda il personaggio terrificante di IT di Stephen King, per fortuna pervaso anche da entità positive che lo aiuteranno nel compito di tornare al punto di partenza.
Un romanzo lineare, per niente sperimentale (per fortuna!), scritto come logica e sintassi comandano, senza la pretesa di fare alta letteratura ma solo di intrattenere - in maniera colta e intelligente - raccontando una storia fantastica che a tratti si abbandona a momenti sentimentali. Non a caso, leggendo le prime pagine mi è venuto a mente La ragazza di Trieste di Pasquale Festa Campanile (romanzo e film), dove un maturo disegnatore di fumetti vive una storia d’amore con una strana ragazza che improvvisamente compare nella sua vita. E sono andato avanti nella lettura avendo bene impressa nella mente l’immagine di Ornella Muti per il personaggio femminile e di Ben Gazzara per il fumettista. Sono sicuro che Del Gaudio non ci ha nemmeno pensato ma ogni lettore trova in un romanzo ben scritto un po’ della sua vita e si immedesima nei personaggi alla sua maniera.
Il romanzo presenta come elemento positivo la capacità di far affezionare il lettore ai protagonisti della vicenda e possiede un ritmo incalzante che ti obbliga ad andare avanti per scoprire come andrà a finire. Alessandro Del Gaudio è scrittore versatile, dai molteplici interessi, la sua anima più sentimentale nel 2015 ha prodotto il romanzo breve Il tuo nome (Sereture Edizioni), che contiene in appendice il suggestivo racconto lungo Welcome, Walter. Una buona lettura, piacevolmente fuori dalle mode, scritta con una prosa lirica, a tratti intervallata da brevi poesie. Due libri molto diversi ma entrambi letture consigliate.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Giovanna Strano, "La Diva Simonetta"

La Diva Simonetta
Giovanna Strano
Aiep editore, 2018
pp 270
14,00
Si è da poco spenta l’eco della brillante seconda stagione televisiva de I Medici che mi ritrovo fra le mani un libro molto bello: La Diva Simonetta, di Giovanna Strano. Il romanzo mi fa ripiombare a capofitto nelle vicende della metà del 1400, nella scintillante Firenze della corte medicea. Riecco tutti i personaggi dell’epoca: Lorenzo e Giuliano de Medici, Clarice Orsini, Lorenzo di Pierfrancesco, Lucrezia Tornabuoni, Francesco de’ Pazzi etc.
Il libro è scritto in un bello stile d’altri tempi che ben si sposa con la riproduzione efficacissima del periodo storico. Davanti ai nostri occhi si snoda un affresco di straordinaria potenza, veniamo catapultati nella Firenze del ‘400, in piena fioritura di Comuni e Signorie, fra intrighi di palazzo, feste, ricevimenti, giostre di stampo ancora medievale, tornei e seducenti dame, alle quali galantemente dedicare le vittorie. E, in primo luogo, tanta, tantissima cultura, concentrata in una sola città, come mai s’è visto prima e mai si vedrà in seguito.
Lorenzo il Magnifico, grande statista ma anche mecenate delle arti, ha accentrato intorno a sé letterati, scultori e pittori, in una profusione di bellezza davvero sans par. Ed ecco la splendida Santa Maria del Fiore, i bassorilievi, gli arazzi, le liriche, le pitture sconvolgenti di Botticelli e di Verrocchio, del Ghirlandaio e di un giovane astro nascente: Leonardo da Vinci.
Ne risulta un rigoglio di colori, fiori e natura, di simboli volti ad esaltare, sì, i pregiati committenti, ma anche la bellezza della vita, l’essere umano a tutto tondo com’era nella sensibilità umanistica e rinascimentale. Ecco le liriche del Poliziano, e dello stesso Lorenzo che invita a godere la vita in quanto effimera, con un senso di precarietà e malinconia che già presagisce il barocco di due secoli dopo.
Una corte, quella dei Medici, piena d’intrighi, di amori licenziosi, di libertà di costumi che, tuttavia, non dimentica mai il fine principale: il bene e la prosperità di Firenze, quella stessa “Fiorenza” dilaniata fra Guelfi e Ghibellini per cui si era battuto Dante. Lorenzo vuol renderla più grande, sprovincializzarla, non farla precipitare nell’orbita papale, e non è impresa da poco.
Soprattutto, ritroviamo il maestro Botticelli all’opera sui suoi capolavori, in particolare sulla sontuosa Primavera, e su La nascita di Venere, ispirate da una figura di spicco della corte fiorentina: Simonetta Cattaneo Vespucci, la sans par.
Bellissima, intelligente, colta e volitiva, la ragazza ligure fa girare la testa a tutti gli uomini, compresi entrambi i fratelli Medici, Lorenzo e Giuliano. Ne è travolto e soggiogato lo stesso Botticelli che vorrà essere seppellito ai suoi piedi. Il libro ruota intorno a lei, ai suoi desideri, alla sua cultura, ai suoi amori, al suo inesistente rapporto con l’incolore marito, ai suoi abiti vaporosi, scelti per lei dal suocero, alle sue acconciature lussureggianti di trecce, boccoli e fiori. Solo chi la ama veramente sa apprezzarne l’anima incorrotta, gli altri, come l’avido suocero Piero Vespucci, la considerano un bell’oggetto, un trofeo da esibire, una pedina da utilizzare come esca in società.
Simonetta ama Giuliano de’ Medici. Se il legame che la unisce a Botticelli è quello dell’amor cortese - lui servo che venera colei che non potrà mai avere e che diventa per lui fonte di elevazione artistica - Giuliano incarna l’amore ossessione, quello fatale, la passione violenta che porta alla sciagura, che conduce inevitabilmente alla morte, unico contesto in cui i due amanti saranno liberi, svincolati dai doveri morali e dalle convenzioni sociali.
A due anni dalla morte di Simonetta, però, anche in Giuliano si è operato un cambiamento, il suo amore si è sublimato fino a somigliare a quello angelicato di Dante per Beatrice. Il giorno della congiura dei Pazzi, nella chiesa di Santa Maria del Fiore, egli va incontro al suo tragico destino sapendo che è l’unico modo per ricongiungersi alla sua amata, la bellissima fanciulla di Portovenere, “Madonna del Mare” come nessuna mai.
I difetti del testo, a mio avviso, sono due. In certi momenti somiglia più a un trattato di storia dell’arte che a un romanzo, i dialoghi ne risultano artificiosi e la narrazione perde scorrevolezza. Inoltre, trovo sbagliata la scelta di affidare due momenti salienti della trama - la violenza subita dalla protagonista da parte del duca d’Aragona e il conseguente abbandono all’amore per Giuliano de Medici – a una prospettiva esterna, poiché il punto di vista si sposta verso Lorenzo di Pierfrancesco, sorta di narratore estraneo degli eventi. E il capitolo X, in cui si esplicita l’amore fra i due protagonisti, è troppo precipitoso.
Per il resto un bellissimo romanzo storico, un libro che ci immerge totalmente in un’epoca, nella multiformità delle interpretazioni, dei rimandi e dei simboli, ma soprattutto nell’arte, nella pastosità delle forme e dei colori. Ogni capitolo è ispirato a un’opera pittorica, la descrive, la fa rivivere, la anima. Le figure prendono vita e balzano giù dalle tele, le musiche si sprigionano, i fiori esalano effluvi di primavera, le bocche ridono. In una parola, siamo dentro la bellezza pura.
Radio Blog: Gianluca Pirozzi, "Nomi di donna"

"È così difficile trovare una raccolta di bei racconti e questi, contenuti in Nomi di donna di Gianluca Pirozzi, belli lo sono davvero, anzi di più. Sono originali, raffinati, scritti con maestria, sembra di avere fra le mani già un classico."
Una nuova recensione scritta da Patrizia Poli ci farà conoscere la raccolta di racconti di Gianluca Pirozzi Nomi di donna - L'Erudita edizioni.
Buon ascolto!
Lettura di Chiara Pugliese
Pietruccio Montalbetti, "Amazzonia, io mi fermo qui"

Amazzonia, io mi fermo qui
Pietruccio Montalbetti
Editrice Zona, 2018
Il valore di Amazzonia, io mi fermo qui, ovviamente, non è nello stile, pur pulito e scorrevolissimo, ma nel contenuto.
Fra All’inseguimento della pietra verde, Fitzcarraldo e Passaggio a nordovest, in realtà un godibilissimo buon vecchio diario di viaggio in Amazzonia, scritto da Pietruccio Montalbetti, uno dei componenti la band - ma prima si diceva complesso – dei Dik Dik.
Montalbetti ha fatto un meraviglioso percorso in Ecuador, nel fitto della selva amazzonica, alle Galapagos e in Perù. È partito da solo, si è avvalso di compagnie occasionali, ha affrontato disagi e pericoli. Ne esce un ritratto di uomo curioso, innocente ma non sprovveduto, intelligente, sincero e gentile. Alcune scene sembrano un po’ cinematografiche e costruite ma non abbiamo motivo di dubitare della loro veridicità.
L’Amazzonia è un rigoglio di cose che pullulano, strisciano, volano, urlano; cose che pungono, avvelenano, azzannano. E di persone diverse da noi. Con innegabili differenze culturali che ci riesce difficile accettare. Noi occidentali, in particolare io, troviamo atroci le scene di brutali uccisioni di animali, anche se fatte per cibarsi, con buona pace di quelli che considerano non molto migliori le condizioni di vita e morte nei nostri allevamenti lager. Qui, almeno, sono mitigate per contrasto dalla dolcezza del protagonista, incapace di uccidere anche quando è attanagliato dai morsi della fame.
Di bello c’è la natura incontaminata - sebbene sempre più in pericolo - del bacino fluviale amazzonico. Cieli limpidi, alberi svettanti con in cima meravigliosi fiori colorati, pappagalli variopinti, bambini che sguazzano nudi e felici, scimmie di tutte le forme e misure. Ma anche insetti, vedove nere, anaconda, pirana e coccodrilli; anche insidie, agguati, teste mummificate, coltelli, acquazzoni e piogge incessanti; anche punture d’insetti, fame e pericoli.
Di buono c’è la libertà primordiale, il senso della vita come doveva essere all’inizio del tempo, fatta di cose semplici, di pura sopravvivenza, di affiatamento spontaneo e cameratesco fra compagni di viaggio, fra uomini di nazionalità, cultura ed estrazione diverse. C’è quel muoversi nella natura come fanno gli animali, annusando il vento, sviluppando sensi come l’olfatto che noi abbiamo atrofizzati, riscoprendo l’animale che è in noi. (Un po’ quello che l’etologo Marchesini ci invita a fare nel nostro rapporto col cane.)
Sorge prepotente la nostalgia per un mondo che non sarà mai più, che una parte di noi forse inconsciamente rimpiange, anche se, una volta presane coscienza per lo spazio d’un breve viaggio, è lieta di abbandonarlo per tornare con un sospiro di sollievo alla civiltà.
Le condizioni di vita degli indios, con le loro raccapriccianti zaza appese alle travi delle capanne - ovvero le teste rimpicciolite dei nemici uccisi - costituiscono un ecosistema che incuriosisce ma dal quale possiamo solo ritrarci, conservando, però, dentro di noi, il senso di un dubbio e di una possibilità. E se la civiltà e il progresso occidentali non fossero l’unico dei mondi possibili? Se ci fosse anche un’altra modalità, ancestrale, libera dai condizionamenti, dagli orari, dalla fretta, dall’obbligo di lavorare per vivere?
E colpiscono l’ospitalità e la generosità “da parte di gente che non aveva niente e per cui non ero niente”. La gentilezza, il riso, il pianto, il dolore, l’amicizia ci rendono universalmente umani.
Alla fine resta il rispetto per ciò che è diverso e non conosciamo. Resta la pietà per chi soffre. Soprattutto resta, prepotente, la nostalgia per questo eden incantevole e violento, insieme al fascino incontenibile dell’avventura, quello che ci fa sentire tutti, per un momento, un po’ Allan Quatermain e un po’ Indiana Jones.
Radio Blog: Carlo Valentini, "Elvira"

"Essere ritratti da Modì, si era soliti dire nell’ambiente, era come “farsi spogliare l’anima”. L’ambiente è quello di Montmatre e Montparnasse, il ritratto in particolare campeggia sulla copertina del libro di Carlo Valentini: Elvira la modella di Modigliani"- Graus Edizioni.
Riscopriamo questo libro grazie alla recensione di Patrizia Poli amministratrice di signoradeifiltri.blog.
Buon ascolto!
A cura di Chiara Pugliese
Musica: Incompetech
Per contattarci:radioblog2017@gmail.com
Radio Blog: Dino Buzzati, "Barnabo delle montagne"

"Si tratta di un breve romanzo di Dino Buzzati, pubblicato nel 1933 quando l’autore era ventisettenne [...] ci si muove davanti a scenari di grande suggestione, tra vette, crode, ghiaioni, foreste".
Oggi riscopriamo Barnabo delle montagne di DINO BUZZATI - Libri Mondadori e lo facciamo grazie ad una recensione scritta da Valentino Appoloni proprio per noi di signoradeifiltri.blog.
Buon ascolto!
A cura di Chiara Pugliese
Musica : Incompetech
Per contattarci: radioblog2017@gmail.com
O LUNA, O LUNA TU ME LO DICEVI … di Angelo Malinverni

Angelo Malinverni, torinese, medico, classe 1877, ci ha lasciato un diario di guerra molto particolare che copre la sua esperienza al fronte dal 1915 al 1918 nell’alto Isonzo. Il titolo del libro ricorda l'ardita impresa degli alpini che presero il Monte Nero, guidati dal tenente Picco.
L’opera fu apprezzata da Marinetti che ne lodò l’ottimismo futurista e l’assenza di nostalgie deprimenti. C’è da chiedersi le ragioni del giudizio del celebre letterato; certamente il diario è vivace quanto a scrittura e terminologia, linguisticamente appare originale e fuori dai consueti schemi espressivi. Malinverni chiama le nuvole “nubecole”, gli shrapnel diventano “srapanelli”, parla di occhi “impeciati di sonno” e gli esempi di invenzione sono davvero molti.
Ma per il resto l’opera non fa (poco futuristicamente) sconti nel raccontare la sofferenza senza rimedio del combattente.
Non c’è esaltazione per la guerra, ma vivissima solidarietà verso i compagni, con pagine intensissime quando si narra di rapporti di amicizia recisi da qualche arma nemica.
Malinverni si sente pienamente partecipe dei disagi e dei pericoli della trincea; sta in prima linea e ha cultura militare oltre che coraggio, tanto da diventare addirittura aiutante maggiore nel battaglione, pur continuando a fare il medico. Una situazione decisamente particolare. Eccolo disegnare le postazioni nemiche, compilare il resoconto dei fatti d’arme da inviare ai superiori, suggerire un’azione per uscire da un momento di grave impasse o dipingere il paesaggio dato che è anche un pittore.
È un testo che spesso ci fa sorridere; come nel Diario di un imboscato di Attilio Frescura, il libro abbonda di battute, episodi spassosi, ironia.
Non si può comunque non pensare all’elenco dei tanti caduti del battaglione in cui il medico era diventato per i commilitoni una sorta di mascotte e di portafortuna, dato che, in mille azioni cui anch’egli aveva preso parte, l’esito era stato abbastanza felice per il reparto. I molti episodi del 1915 descrivono con efficacia le prime fasi della grande mattanza al fronte e danno l’idea del compito immane dei medici durante le battaglie: “.. passo da un ferito all’altro, al fioco lume d’un moccolo vagolante sostenuto dal cappellano ... Che fare di fronte ai feriti all’addome, votati a morte quasi certa, che bisognerebbe muovere, e qui non si possono tenere?”
Particolarmente intenso è il resoconto di una giornata passata a Gorizia allo scopo di procurarsi le bare per gli ufficiali amici morti, passando a stento tra le maglie della burocrazia e col pensiero sempre ai compagni perduti.
Esemplare, inoltre, quando descrive gli spostamenti notturni in montagna tra strapiombi e dirupi, con il rischio delle valanghe che obbligano a soccorsi temerari per cercare di salvare i soldati travolti.
Il dato di fondo, comunque, è che il tono leggero e a tratti scanzonato non riesce a distogliere dal dramma consumato sui monti del Carso, raccontato in modo indimenticabile.
Chi desidera procurarsi il libro, può scrivere all’Associazione Carsoetrincee (carsoetrincee@gmail.com) che ha curato la riedizione di ottimi diari e memoriali, tutti recensiti in questo blog.
Andrea Legnani, "L'edera e l'olmo"

L'edera e l'olmo
Andrea Legnani
Frammenti di vetro editore
Andrea Legnani, un amico di Facebook, sapendo del mio amore per la lettura, ha voluto farmi un regalo e, qualche giorno fa, nella posta ho trovato, graditissima sorpresa, il libro che ha scritto L'edera e l'olmo. Ho iniziato subito a leggere, mossa, inizialmente, debbo essere sincera, da grande curiosità, poi, via via, sono stata assorbita dalla lettura che si presenta leggera, avvincente e di facile comprensione.
La trama si snoda nei secoli che vanno tra la fine del 1300 e la fine del 1900, ruotando intorno a una tenuta, “la Carradora” situata nell'imolese. Indirettamente collegati dagli eventi e dal destino tanti fatti e tanti personaggi si sono succeduti in quelle terre dove, all'inizio della narrazione, si racconta che, per dare sepoltura a una neonata, frutto del peccato di una suora, un vescovo volle piantare alcuni semi di olmo. Nel trascorrere dei secoli la pianta crebbe e divenne un gigante ombroso, al cospetto del quale passarono signori e briganti, pellegrini e santi. Intorno al tronco dell'olmo prese a crescere una pianta di edera che lo avvinghiava e che viveva con lui in perfetta simbiosi, assistendo al trascorrere delle stagioni, del tempo e degli avvenimenti, ora luttuosi ora festosi.
Sono stata particolarmente colpita dalla narrazione storica, trattandosi di episodi, situazioni drammatiche, vendette, avvicendamenti di proprietà e circostanze fortuite avvenuti nella mia terra, nella zona di Imola, poco lontano da dove sono nata e cresciuta.
Per farla breve, con l'olmo ormai grande e imponente si identificava la zona, la casa stessa, che mi è diventata, nel corso della lettura, quasi familiare, fino a scoprire alla fine, in un vero coup de théâtre, che lo stesso autore vi aveva vissuto e soggiornato da bambino quando la proprietaria era diventata la nonna.
Interessanti gli eventi storici, tutti comprovati da documentazioni reperite presso gli archivi della curia Vescovile, immortali le vicende che hanno accompagnato la tenuta, che nei secoli fu convento di clausura, residenza signorile e anche stazione di posta. Nel finale la leggenda che vive oltre ogni tempo, unici spettatori Edera e Olmo, torna a svelare il mistero di una morte irrisolta.
Delizioso davvero questo libro che si è rivelato avvincente e mi ha tenuto sveglia qualche sera, nonostante la stanchezza, per il desiderio di portare a termine la piacevole lettura e scoprire, con non poca commozione, che in fondo i veri protagonisti di tutta la storia non sono i personaggi più o meno famosi avvicendatisi sulla scena nel corso dei secoli, ma Edera e Olmo avvinti l'una all'altro, silenziosi spettatori sempre presenti fino alla fine, quando entrambi muoiono, una uccisa da un contadino ignorante e l'altro subito dopo, di solitudine.
Andrea, complimenti e grazie davvero.
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