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Pierluigi Curcio, "Artorius"

16 Settembre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Pierluigi Curcio, "Artorius"

Artorius

Pierluigi Curcio

Ilmiolibro.it, 2016

Questo romanzo finisce là dove tutto inizia, col piccolo Arthnou, Artù, che estrae la spada dalla roccia. L’Artù altomedievale, quello che tutti conosciamo, compare solo nelle ultime pagine; la storia di questo ponderoso romanzo si svolge trecento anni prima, quando la leggenda comincia, quando due cattivi imperatori, Commodo e Settimio Severo, lottano per tenere insieme un impero che sta morendo e si sta disgregando fisicamente e nei suoi valori.

Artorius sostiene la tesi della storicità di Re Artù che vede in un ufficiale di cavalleria romana l'iniziatore alla leggenda. Lucio Artorius Casto è un comandante ancora imbevuto degli ideali che hanno fatto grande Roma nei secoli e che, ormai, con la decadenza dell’impero, esistono solo di nome, annegati nella corruzione e nella malvagità. Ma Artorius è uomo tutto d’un pezzo, fedele al giuramento fatto. Si trova a combattere in varie parti dell’impero e poi in Britannia accanto ai sarmati, compagni che diverranno leggenda insieme a lui. Lucio lotta dalla loro parte finché Roma gli ordina di farlo, poi li abbandona, per senso del dovere prima, per salvare la propria famiglia poi. Questo gli procurerà un continuo e sordo dolore, un senso di non appartenenza a nessun luogo, un’umanissima lacerazione di affetti e lealtà.

Egli rappresenta, per i Britanni, il Riothamus, l’Alto Re, ma non ha il coraggio di esserlo fino in fondo. A Roma lo legano una moglie e due figli, alla Britannia una donna mai dimenticata e un figlio con cui si scontrerà in una tragica battaglia finale, un rampollo che unisce in sé il sangue romano e quello di Uther Pendragon, la stirpe del drago. Tuttavia l'esempio di Lucio lascerà il segno, produrrà una discendenza che, attraverso il tempo, fluirà fino al piccolo Artù, il nuovo Riothamus.

Per chi, come me, si è sempre nutrita del materiale arturiano, (da La morte d’Arthur di Thomas Malory allo straordinario film di Boorman, Excalibur, a Le nebbie di Avalon di Marion Zimmer Bradley a L’ultimo incantesimo di Mary Stewart a La pietra del cielo di Jack Whyte) la parte più interessante di questo romanzo è proprio vedere come esso sia stato rielaborato dall’autore in modo personale. È intrigante riconoscere i personaggi, da Merlino/Dubricius a Morgana/Morana, a Mordred - qui figura positiva - alla spada Caledfwilch/Excalibur, a Nimue, a Lance ap Lot/Lancillotto, a Gwynewyar/Ginevra. Gli eroi della tavola rotonda non sono raffinati cavalieri impregnati d’ideali cortesi bensì possenti guerrieri Sarmati, Caledoni o Celti, che combattono contro i - o a fianco dei - legionari romani.

Ma è sul campo della conoscenza storica che Curcio ci stupisce. La sua competenza in materia di antichità romana appare sorprendente, con la vita del secondo secolo dopo Cristo ricostruita nei minimi particolari: battaglie, legioni, accampamenti, armi e armature, tanto vive, minuziose e perfette che sembra di essere all’ombra del Vallo di Adriano (o in un documentario di Alberto Angela.)

Non nascondo che il testo, prima uscito con le edizioni Infilaindiana e poi auto pubblicato dall’autore, abbisogna di un’ulteriore rilettura formale, soprattutto per quanto riguarda la punteggiatura. Con uno sforzo tutto sommato non eccessivo ha le potenzialità per diventare un romanzo storico di grande valore, anche se, forse, un po’ troppo per addetti ai lavori.

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