recensioni
Giulio Berruti, "Nude sì ma sotto la doccia"

Giulio Berruti
Nude sì ma sotto la doccia
La censura e il comune senso del pudore in nome del popolo italiano
Il Foglio Letterario - La Cineteca di Caino
Pag. 305 - Euro 15
Tra i tanti libri di cinema ne consiglio uno scritto da Giulio Berruti - autore de L’albero verde, collaboratore di Corrado Farina per Hanno cambiato faccia e valido documentarista - che scandaglia il mondo della censura nel cinema italiano, compiendo una vera e propria analisi sociologica. Berruti parla di cinema, cita titoli come Vedo nudo, Signore e signori buonanotte, Tre passi nel delirio, La dolce vita, La grande abbuffata, Rogopag, La classe operaia va in Paradiso, La moglie più bella, Zabriskie point … Nel suo racconto parla di dive che hanno avuto vita difficile grazie a solerti censori, attrici come Sylva Koscina, Stefania Sandrelli, persino Gigliola Cinquetti giovanissima cantante e Ornella Muti moglie troppo giovane. Registi contrastati dal potere e dalla censura serva dello stesso potere, gente come Visconti e Pasolini - emarginati pure per motivi di scelta sessuale - ma anche Antonioni e Fellini (La dolce vita fu definita da Scalfaro sul quotidiano cattolico L’Avvenire come La sconcia vita!). Berruti fa capire l’evoluzione del comune sentimento del pudore nel corso degli anni, spiegando come una norma inserita nel codice penale fascista abbia continuato a essere applicata per sequestrare e modificare pellicole pericolose. Se in un film si ironizzava troppo sulle forze dell’ordine tutto veniva ricondotto alla presunta normalità, quando c’erano esposizioni di epidermide eccessive si limitavano, venivano imposti tagli e sforbiciate di sequenze erotiche, spesso soprattutto per le implicazioni religiose e politiche che certe sequenze incriminate comportavano. Un saggio interessante e documentato, con molte foto d’epoca in bianco e nero, che racconta la crescita della società italiana del dopoguerra attraverso il cinema, dal primo neorealismo e i film con Totò (il principe ebbe problemi di censura politica con la sua Carolina) ai grandi autori degli anni Sessanta impegnati politicamente come Fellini, Pasolini e Visconti. Un lungo viaggio muniti di forbici per conoscere tutti i fotogrammi censurati dal cinema italiano, le immagini e le frasi che non potremo più apprezzare. Scritto come un romanzo.
DIARIO DI GUERRA DI UN CADUTO SUL CARSO

È un libro breve quello del soldato Antonio Poli; poche pagine con notazioni semplici costituiscono il suo diario di guerra. D'altronde l'esperienza bellica è concentrata in un pugno di mesi; agli inizi del 1916 viene arruolato e destinato alla Brigata Salerno, a luglio è sull'Altopiano di Asiago, nel mese successivo il suo reparto si sposta sull'Isonzo.
La prosa è lineare e non ci sono grandi episodi, anche se il realtà il dramma è sempre a pochi metri da lui che ci racconta di bombardamenti riportando i nomi dei caduti, di un assalto, di qualche momento di pausa in cui può scrivere a casa, augurandosi di avere presto una licenza. Nel suo paese lo attendono la madre, la sorella e tre figli; lui ha già perso la moglie e perciò la partenza per la guerra, a 31 anni, è una vera iattura. Viene da chiedersi, quale necessità ci fosse per lo sforzo bellico generale di avere in prima linea un padre di tre figli, per giunta vedovo; un incarico nelle retrovie, lontano da fronte, lo avrebbe legittimamente salvato. Chissà, forse c’erano gli estremi per fare una richiesta specifica di questo tipo.
Ma nelle poche pagine del testo non c'è polemica o lamento, ma l'implicita accettazione del dovere. Le sue spoglie poterono tornare nel suo villaggio, insieme alle sue cose, tra cui il diario, grazie a un barelliere suo compaesano; il testo, fortunatamente recuperato, è stato custodito e poi pubblicato ad opera dei discendenti. C'è quindi, in questo senso, un finale positivo a una vicenda triste. L'immagine di lui, caduto sul Carso il 9 ottobre 1916, è quella di uno degli innumerevoli soldati di semplice estrazione; i suoi genitori erano stati emigrati in America Latina e lui lavorò come mugnaio prima della guerra. È uno dei tanti, partiti e mai più tornati, ma non per questo dimenticati.
Antonio Scurati, "Il rumore sordo della battaglia"

Il rumore sordo della battaglia
Antonio Scurati
Bompiani , 2018
Il romanzo storico di Scurati è raccontato in prima persona dal protagonista, il giovane Sebastiano; è un esponente della piccola nobiltà, nato nel 1476 in un'Italia dove lo splendore delle corti avrebbe mostrato presto crepe politiche e militari tali da aprire la strada alle invasioni straniere. Quando il ragazzo, rimasto orfano del padre, caduto combattendo da cavaliere contro le picche svizzere nella battaglia di Morand, imbraccia le armi, la penisola subisce nel 1494 l'invasione di Carlo Ottavo; in questo periodo c'è l'incontro con Giovanni Dellanotte detto Malacarne, un misterioso e cupo mercenario, a capo di una setta (i Fratelli) di cui lentamente nella vicenda si spiegano le particolarità. Mentre la guerra infuria, il ragazzo si lega al feroce e carismatico condottiero; la sua setta ha come scopo la guerra combattuta a viso aperto, sfidando il nemico con armi bianche, da cavalieri, come nel Medioevo. Ma già appaiono armi come cannoni, colubrine, spingarde, archibugi che iniziano a cambiarne il volto; gli intrepidi cavalieri vengono abbattuti da lontano dalle nuove armi. Questo per Dellanotte è intollerabile; è un modo in cui il soldato riesce a ingannare la morte, vincendo in modo subdolo, senza onore, senza guardare negli occhi l'avversario. I Fratelli combattono invece diversamente, bramando di uccidere da vicino. Il Malacarne e i suoi passano da una compagine all'altra, ora sono con gli Spagnoli, ora con i Francesi, poi da soli. Appaiono come dei "luddisti della guerra"; le armi da fuoco vanno distrutte e anche quelli che le usano, chi lavora con la polvere pirica merita la morte, gli stessi artigiani e operai che fabbricano gli archibugi vengono trafitti senza remore. La loro è consapevolmente una lotta contro la storia, ma non importa, perché non amano la vita e sono voluttuosamente attratti dalla morte in battaglia insieme ai compagni. La morte tramite il ferro, non il fuoco, è l'unica misura della grandezza tragica cui il cavaliere deve tendere. Sono personaggi maledetti; non credono nella vita ultraterrena, quella terrena è accettata solo in quanto se ne auspica la fine in modo violento, in un'orgia di sangue. È un cupio dissolvi. Non importa vincere, ma morire nel modo giusto. Conta solo che ci sia una battaglia e che sia grande, spiega Giovanni Dellanotte. Il giovane aderisce a questa filosofia disperata, cercando un ruolo e una identità nel suo inquieto vivere, agitato da sogni in cui appare il padre che non ha mai conosciuto. Non c'è nulla di romantico nella loro impostazione antitecnologica; il loro "viva la morte" viene descritto, a un certo punto, come qualcosa di animalesco. Solo la condivisione con i compagni di questo reiterato "abitare la battaglia" getta un filo di luce, quella dell'amicizia, su esistenze senza speranza. Improvvisamente il protagonista si stacca dai Fratelli, dopo l'ennesimo massacro; addirittura decide di diventare un archibugiere, tradendo lo spirito della Fratellanza; questa svolta non ci appare ben spiegata e approfondita, ma non sembra dettata da un ripensamento etico, dato che permane un fondo di disperata accettazione della vita da soldato. È uno dei punti deboli del libro. L'altro aspetto che lascia perplessi è l'insistere sulla fisicità, sulla carnalità, sugli istinti; sembra che l'autore senta il costante bisogno di convincerci che quella era un'epoca di brutalità e di conseguenza si deborda in fatto di descrizioni di violenze e di torture.
Invece le ambientazioni delle battaglie sono superbe; si parla di eventi storici come la battaglia di Fornovo e quella di Pavia e di personaggi come i Borgia e i capitani di ventura dell'epoca.
Nel complesso un bel libro, in cui la luce del Rinascimento lascia posto alle brutture di guerre senza fine, in un mondo di diffusa corruzione.
Aldo Dalla Vecchia, "Mina per neofiti"

Mina per neofiti
Aldo Dalla Vecchia
Graphe .it, 2020
pp 101
8,50
Prima di parlare di Mina per neofiti, ultima fatica di Aldo Dalla Vecchia, devo fare una precisazione che scandalizzerà i più e mi attirerà il discredito di tutti. A me non piace Mina, non amo la sua voce – quando la sento cambio canale – non amo il suo personaggio né chi, come il giornalista Vincenzo Mollica, l’ha sempre incensata e ha contribuito a costruirne il mito. Penso che sia una bravissima cantante, una raffinata interprete, con dei notevoli virtuosismi vocali, ma come ce ne sono altre, ad esempio Giorgia.
Ho letto questo libro, tuttavia, con interesse, e con un pizzico di curiosità. L’interesse è stato soddisfatto, la curiosità no.
Il fascino di questa biografia – definita un “bigino”, un manualetto di consultazione sulla carriera e le opere della tigre di Cremona - sta ancora nell’inconfondibile penna di Aldo Dalla Vecchia, sempre garbata e nostalgica, che ci fa rivivere molti decenni della nostra cultura nazionale. A parte la Storia con la Esse maiuscola, quello che impatta sul lettore è il fascino della ricostruzione d’epoca, le piacevoli atmosfere del tempo che fu, il rimpianto.
Preferisco la parte dedicata agli anni sessanta e settanta, quando Mina si concedeva ancora come personaggio televisivo glamour. Televisione degli esordi, quella, con show come Milleluci capaci di fare ventitré milioni di spettatori, cifre inarrivabili oggi. Rivediamo Mina con Raffaella Carrà, a colpi di tacchi, minigonne e ombelico scoperto, oppure Mina con Alberto Lupo, eroe de La Cittadella, sogno erotico delle casalinghe, con la sua voce suadente e le sue “parole parole” riprese persino da Papa Francesco.
Mina è stata, oltre che una brava cantante, un personaggio sofisticato, elegante, modernissimo che molte donne imitavano per look e acconciature. Dopo si è trasformata in un mito sfuggente, una sorta di Elena Ferrante della musica. Laddove Battisti è riuscito, ahimè, addirittura a morire, lei si è limitata a oscurarsi, a rendersi irraggiungibile, preziosa e… “costosa”.
Il personaggio Mina, oggi ormai alle soglie degli ottanta anni, è qui mostrato nelle sue molteplici sfaccettature, ad esempio la sua partecipazione come articolista a giornali importanti. Pare che Mina Mazzini abbia, oltre ad un’ugola d’oro, anche una penna sagace e incisiva.
La mia curiosità, invece, è stata disattesa. Mi aspettavo più gossip, più vita privata, proprio quella che Mina ha sempre difeso mascherandosi e ammantandosi, ma nel libro non si parla né di amori né di pettegolezzi. L’autore, innamorato della cantante e della sua arte, ne ha rispettato la scelta di libertà e autonomia, scrivendo un libro asciutto, che ha quasi lo stile di una tesi di laurea, arricchito da preziose testimonianze d’epoca, tratte da giornali, riviste, saggi, biografie e interviste.
A livello personale ne ho tratto godimento rievocativo, come sempre con le opere di Dalla Vecchia, ma anche un quadro utile e puntuale della carriera di un’artista senz’altro fondamentale nel panorama canoro e culturale italiano.
Michal Rusinek, "Nulla di ordinario su Wislawa Szymborska"

Il libro di Michal Rusinek Nulla di ordinario su Wislawa Szymborska (Adelphi Edizioni) è una memorabile e privilegiata visita alla spontanea e affabile dimora della poesia, luogo devoto dell'ispirazione e placida permanenza dello stupore e dell'immensità, nell'inattesa meraviglia di ogni appuntamento persuasivo con la vita. La vita di Wislawa Szymborska si intrattiene in un gradevole colloquio seguendo lo sguardo unico sui suoi versi, ospiti graditi che infondono viva fiducia e compiuta ammirazione. Michal Rusinek, il suo giovane segretario, insegue testimonianze e fedeltà per più di quindici anni accanto a una fascinazione privata e muove ogni particolare curioso ed inedito, confermando la singolarità degna di memoria che nutre la biografia della poetessa. Le parole, parole di poesia, ripercorrono attraverso l'intensa partecipazione affettiva il contenuto di un'incondizionato amore per il talento, per la capacità intellettuale non comune e rincorrono la vivace tradizione di irresistibili esperienze letterarie, sensibilizzano il desiderio di fermare nel non luogo della scrittura lo “smisurato teatro” dell'esistenza. La luminosa gioia della storia narrata aggira e cattura la sorgente avventurosa dell'animo umano, riconosce lo sguardo felice e carezzevole che si sofferma sugli aneddoti spiritosi e stravaganti legati alla poetessa, sulle sue provvisorie abitudini di traslocare, sulle sue amabili qualità nel cucinare, sulla squisita disponibilità alle cene e alle lotterie, sulla passione per i collage artistici. Le gradite atmosfere della vita quotidiana cedono alla fantasia delle immagini, alla voluta segretezza della complicità, nelle conversazioni e nei comuni interessi, nei suggerimenti letterari e nelle dichiarate risate che hanno caratterizzato il legame distintivo tra Michal Rusinek e Wislawa Szymborska. Leggere Wislawa Szymborska è una scelta e un'opportunità elegante, a mantenere il dubbio”stupefacente” per la grande compiacenza del mondo, per proteggere la propria affinità, assecondare la propria esclusività, adottare in ogni intonazione un modo di essere e di comportarsi. La dilatata imponenza del suo linguaggio, convince il rispettoso gioco delle parole con acuta ed ironica filosofia e respira nella struggente inevitabilità la profondità dell'intero ventre della poesia. L'immutato elogio della poetessa da parte di Michal Rusinek descrive un'eccentrica nostalgia dei luoghi e delle persone che accoglie l'ombra di un passato non perduto ma che esibisce la veloce, inafferrabile ostinazione della volontà a ritirarsi nell'inconfondibile senso dell'umorismo. La poetessa assorbe l'aspetto meditativo con la leggerezza raffinata, è delicatamente distante da tutto e dove “ogni parola ha un peso non c'è più nulla di ordinario e normale”. L'amicizia che ha convinto il segretario a seguirla fino alla fine ha lo stesso bisogno di solitudine che imponeva la poetessa nel momento in cui nascevano le sue poesie, per rendere universale il rituale attrattivo di ogni riservata confidenza.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”
Il giorno dopo – senza di noi
La mattinata si preannuncia fredda e nebbiosa.
In arrivo da ovest
nuvole cariche di pioggia.
Prevista scarsa visibilità.
Fondo stradale scivoloso.
Gradualmente, durante la giornata,
per effetto di un carico d’alta pressione da nord
sono possibili schiarite locali.
Tuttavia con vento forte e d’intensità variabile
potranno verificarsi temporali.
Nel corso della notte
rasserenamento su quasi tutto il paese,
solo a sud-est
non sono escluse precipitazioni.
Temperatura in notevole diminuzione,
pressione atmosferica in aumento.
La giornata seguente
si preannuncia soleggiata
anche se a quelli che sono ancora vivi
continuerà a essere utile l’ombrello.
Gordiano Lupi, "Sogni e altiforni"

Sogni e altiforni
Gordiano Lupi e Cristina de Vita
Acar Edizioni, 2018
pp 318
15,50
Sogni e altiforni, di Gordiano Lupi e Cristina de Vita, è il seguito a quattro mani di Calcio e Acciaio. È composto da due testi distinti, uno poetico e uno narrativo, visti rispettivamente dalla parte del protagonista maschile e da quella della protagonista femminile.
Ritroviamo Giovanni là dove lo avevamo lasciato alla fine del primo libro. Un ex calciatore famoso che, dopo aver abbandonato il mondo dorato del calcio importante, è tornato nella sua città, Piombino, e ricomincia a interessarsi di sport facendo il direttore tecnico per una piccola squadra di ragazzi del Venturina.
Giovanni è sempre più triste, più solo e più vecchio. Giovanni è preda di abitudini cui per pigrizia non riesce a rinunciare. Divorziato da tempo, vive con la madre e fa sesso senza amore con la badante di lei.
“E la mia vita, se provo a ricordare, è stata solo un tuffo nel non fatto, un’ipotesi infinita di non detto”. (Pag 96)
Torna spesso con la mente a un amore di gioventù, Debora, che non ha avuto il coraggio di concretizzare quando era il momento. Debora è l’amore romantico e perduto, quello che rimarrà meraviglioso proprio perché non lo si è vissuto, perché è finito prima ancora di cominciare. La realtà brutale non lo ha corrotto, non lo ha contaminato.
In tutta la lunga parte scritta da Gordiano Lupi ritroviamo il suo incedere lento e poetico, quell’ingolfarsi sempre sui medesimi ricordi, ripetuti come in un loop tristissimo e nostalgico. Sehnsucht, saudade, nostalgia canaglia, chiamatela come volete, è lo strazio di un passato che non ti fa progredire, ti lascia sempre nel medesimo punto, forse perché, alla fine, è lì che vuoi rimanere, con la tua abulia intrisa di comode memorie dolceamare.
Quello che per noi è un brutto presente sarà il ricordo magico di qualcun altro, ed è così anche per Giovanni. Percorrendo i paesaggi conosciuti, torna ossessivamente all’infanzia, rivede il padre, la madre, riascolta i racconti del nonno, risente l’odore della fuliggine dell’altoforno, rivede il falso tramonto rosso dell’acciaieria ormai spenta, triste relitto di archeologia industriale.
Piaceva tutto del passato, perché tutto è trasfigurato dal tempo, piaceva il puzzo dell’acciaieria, la povertà dignitosa, i campi incolti, i muri fatiscenti, l’odore di frittura, le seme e le noccioline del cinema di seconda visione.
Quando vivi da sempre nello stesso luogo, ogni pietra, ogni anfratto, ogni angolo è pervaso di ricordi. Per qualcuno la reminiscenza è dolce e allegra, per altri, come per Giovanni, è rimpianto struggente. Di che? Di tutto e di niente, di quel momento in cui ogni cosa era ancora possibile, di oggetti poveri e brutti che, attraverso le nebbie del tempo, ora sembrano belli. Rievocazioni di un mare ondoso e cangiante, di un cielo terso, di un campetto sterrato dove tirare calci a un pallone, sentori amari e ancora selvatici di provincia, di pitosforo e tamerici, di cipressi e salmastro.
La cifra stilistica di Lupi è la ripetizione, come una dolce e tristissima onda che rotola e poi torna indietro, si avviluppa su se stessa. Ripetizione di scorci, di paesaggi, d’immagini, di sentimenti perduti.
Dall’altra parte c’è il testo narrativo, la voce di Debora. Sappiamo dalle sue parole che cosa le è accaduto dopo che Giovanni l’ha abbandonata. La scrittura è più romanzesca e più femminile, meno poetica, meno ritmata e meno perfetta di quella di Lupi.
Giovanni e Debora s’incontrano un’ultima volta per caso ma non concretizzano il loro ritrovarsi. Sanno entrambi che il passato non può tornare, che, se accadesse, non darebbe le gioie immaginate, che il sogno deve rimanere sogno e il ricordo ricordo.
Un romanzo struggente fin dalla dedica, consapevole del tempo che passa, dell’avvicinarsi della fine. “Le cose da scrivere con urgenza sono sempre di meno”. Perché ormai si è all’impasse e si vive “di ricordi senza scorgere un brandello di futuro”.
Il tempo del ritorno (1993) Regia di Lucio Lunerti

Misconosciuto film italiano datato 1993 dell’altrettanto (mi)sconosciuto Lucio Lunerti, il quale gira un film drammatico, con lievissime venature thriller e mistery, che ha come cornice i post Anni di Piombo, con tanto di immagini di repertorio, al fine probabilmente di ricreare un lungometraggio con qualche elemento documentaristico.
Il tempo del ritorno l’ho trovato un po’ lento, sebbene la storia risulti interessante, tuttavia il film non riesce a coinvolgere ed emozionare più di tanto, nonostante, nella parte finale, avvenga una decisa virata verso situazioni comunque già inflazionate, con lo scotto, ahimè, di perdere la “carica eversiva.” Infatti, a tal proposito, poche volte ho visto soluzioni e sintesi efficaci, e non si è nemmeno cercato di sfruttare a pieno le implicazioni psicologiche. Soltanto una buona padronanza della macchina da presa ha permesso al sottoscritto di non criticare troppo il film e la dizione sopra la media degli attori, specie i confronti tra i vari personaggi, che senz’altro rendono più che verosimile la storia, tra l’altro senza mai divagare, però azzerando o quasi le figure di contorno.
Il film, comunque, non si basa solo ed esclusivamente su una matrice politica, poiché si dedica pure ad altre cose, ad esempio a svelare aspetti sorprendenti dell’“indagine” da parte di Luca Ansaldi, (Stefano Abbati), il protagonista, che accetta un pericoloso e scottante incarico da parte di Giovanni Duranti (Alberto Di Stasio), amico e regista televisivo, in primis per chiudere il suo passato “rosso”, in cui “manifestava” assieme ad un gruppo di amici/dimostranti, di cui ognuno ha cambiato vita per non dire “partito.”
Al film contesto per lo più quella mancanza di coraggio nel raccontare in maniera più incisiva, a cominciare dal fatto che si potevano rendere più "cazzute" alcune sequenze di morte che, per ovvi motivi, non posso, anzi non voglio, spoilerare.
Che altro dire?
Il cinema italiano degli anni 90, nonostante risulti globalmente di scarso lustro, aveva in egual modo parecchio da dire, producendo di fatto film di vario genere e attingendo a migliaia di contesti. A livello intellettuale lo si può suddividere in due filoni, ovvero uno "alto" ed uno "basso," in questo caso direi di orientarci in una via di mezzo e senza quella pretesa di focalizzarsi eccessivamente sulla storia.
Da segnalare come Il tempo del ritorno in certe sequenze mi abbia ricordato Concorso di colpa di Claudio Fragasso, interpretato da Francesco Nuti, per via della sequela orientata sullo “rispolverare” eventi passati al fine di trovare e sbattere davanti allo spettatore la verità su un piatto d’argento, con le dovute e tragiche conseguenze.
In conclusione, Il tempo del ritorno non è una di quelle pellicole memorabili, merita una semplice visione e con la consapevolezza poi che difficilmente in futuro si andrà a riguardarlo, difatti una volta basta e avanza.
Un fante lassù. Uomini e vicende sul fronte italiano della grande guerra

Il libro di Gino Cornali (Tarka edizioni) è il memoriale di un ventenne che come molti coetanei allo scoppio della guerra del 1915 sente l'impulso di partire volontario. Le sirene del patriottismo suonano fortissime anche per lui che come altri universitari si presenta subito in caserma per combattere contro l'Austria. Divenuto ufficiale di complemento, combatte nei momenti più delicati sugli altipiani e sul Carso; è a Passo Buole durante la Strafexpedition, poi sul Carso come tenente comanda una compagnia. Pur nel dolore della vita di trincea e pur non mancando molti screzi con ufficiali più insipienti che capaci, permane in lui la convinzione di aver fatto la scelta giusta. Vive il trauma di Caporetto che ci consegna con immagini efficaci; provenendo da un periodo nelle retrovie, il suo viaggio di ritorno verso il fronte gli fa incontrare migliaia di uomini in disarmo, senza guida, incamminati lungo i binari, frammischiati ai civili, convinti di dover solo scappare.
Due sono gli aspetti che in generale restano impressi; innanzitutto la fratellanza con gli altri ufficiali mentre con i subalterni c'è spesso un rapporto di stima reciproca. È questo mondo di relazioni cameratesche che l'autore sente purtroppo di perdere quando arriva il congedo, mentre si trova a Lubiana a guerra ampiamente terminata. Le paure per l'avvenire, i dubbi sulla vita da civile, il timore di aver perso tempo al fronte mentre i furbi si imboscavano nei posti migliori, l'angoscia di perdere gli amici veri emergono in modo struggente. È la fine di un mondo per un giovane che dopo quattro anni in divisa sente di dover ricominciare tutto da capo, come se non avesse fatto nulla nei suoi anni migliori, aggravato dal fardello della trincea che poco servirà lontano dalle armi. C'è lo smarrire un'identità, costruita nei pericoli della guerra che aveva creato rapporti intensissimi tra uomini che dovevano contare gli uni sugli altri, correndo gli stessi rischi. Relazioni irripetibili, quindi.
L'altro aspetto attiene al dopoguerra e alle prevedibili difficoltà di inserimento, già messe in conto da chi prevedeva disordini sociali e quindi bisogno di guide forti. Come gli spiega infatti un suo superiore, ci vuole un dittatore che costringa all'obbedienza un popolo capace di perdersi, pronto a reclamare concessioni sproporzionate: "Vinceremo senza dubbio gli austriaci; ma bisogna poi vincere anche noi stessi. Vincere la pace, dopo aver vinto la guerra; e non tradire i morti col frustrare la vittoria. Sarà necessario un governo forte che non abbia paura del sangue e delle barricate (..) meglio un dittatore".
Non resterà in effetti, a molti tornati dal fronte, che buttarsi tra le braccia di chi era pronto a valorizzare la generazione dei reduci, pieni di ferite fisiche e morali e soprattutto timorosi di non vedere un adeguato riconoscimento dopo il sacrificio compiuto per vincere. Il memoriale, edito nel 1934, termina non a caso inneggiando "al Fante dello Javorkec e di quota 144, colui che aveva guarito le nostre malinconie", ossia al Duce. Così l'ex studente volontario di guerra contro l'autoritarismo degli Imperi Centrali, finì come tanti altri, nella complessa situazione storica del tempo, per appoggiare il regime autoritario che esaltava il grande sacrificio compiuto al fronte.
Resta un'opera intensa, con molte pagine liriche, scritta da un ventenne che portò la divisa dal 1915 fino al settembre 1919, quando fu congedato col grado di capitano dopo che il conflitto era terminato da quasi un anno.
"License to Wed" (2007) Regia di Ken Kwapis

Ho visionato proprio stamattina Licenza di matrimonio ("License to Wed" titolo originale in inglese) e, francamente, non si può certo definirlo un capolavoro né uno dei migliori film con Robin Williams, in quanto non porta nulla di innovativo.
Non è un brutto lungometraggio, semmai risulta nella media, e per di più godibile quanto basta. Se dovessi riassumere il prodotto cinematografico in due parole direi… irregolare e (troppo) bizzarro.
È doveroso fare un accenno alla trama: Sadie e Ben si amano e vogliono sposarsi con la benedizione e con la celebrazione dello stravagante reverendo Frank, il quale chiede, pardon, ordina, alla coppia di completare un corso di preparazione al matrimonio, formato da una serie di test veramente bislacchi, dalla durata di tre settimane. A complicare le cose i due fidanzati devono attenersi all’astinenza sessuale fino al giorno del loro sposalizio. Mica robetta, eh!
In sostanza, il susseguirsi narrativo mi è apparso decisamente prevedibile (pur senza spoilerare si capisce dove si vuole andare a parare), per non parlare di specifiche parti o sequenze tra noiosette e incredibili, fra cui il folle test “della guida alla cieca”, che si orienta su dell’apprezzato metaforico, visto che viene adeguatamente espresso il discorso "fede", nonché sul fatto che in un matrimonio ne possono accadere di cotte e di crude e, di conseguenza, bisogna avere coraggio e temperamento per affrontare la qualsiasi.
Come assistente, il reverendo dispone dell’aiuto di un adolescente paffuto, una specie di chierichetto o “perpetuo”, a metà tra l’angioletto e il diavoletto, che ho trovato piuttosto simpatico e quindi ben inserito.
Soffermandomi sulla recitazione, Mandy Moore e John Krasinski, i “partner” principali, non risultano affatto due cattivi interpreti, al più un po’ anonimi; (non credo siano attori blasonatissimi), in compenso dispongono di quella necessaria chimica per far sì che il film proceda (quasi) senza intoppi. Ma è Williams colui che fa la differenza, sebbene il nostro caro “Sudy Nim” (così soprannominato a Hollywood e dintorni) non sia assolutamente quello degli anni novanta, si mantiene sullo standard con un atteggiamento da cabaret e, in un’occasione, addirittura da simil presentatore televisivo, ovvero quando si cimenta con una lezione di catechismo ai bambini della chiesa di St. Augustine.
Insomma, il noto e compianto artista raramente arriva a delle vere e proprie eruzioni comiche. Si ha la sensazione che Williams si sia “controllato”, (ricordiamoci che non di rado la sua recitazione risultava improvvisata), forse a causa del fatto che interpreta un reverendo, oppure semplicemente ha dovuto adattarsi il più possibile al canovaccio, ehm, al copione imposto dagli autori e dal regista Ken Kwapis.
Circa le ambientazioni siamo sull’ok, l’unica critica sarebbero le sequenze ambientate in Giamaica sicuramente un po' troppo forzate. Si salvano pochissime gag, e un paio di frasi intrise di quell'humour che assai gradisco.
Ad esempio quando l'hostess dell'aereo diretto ai Caraibi si rivolge ai passeggeri dicendo:
--- Su questo volo è vietato fumare, ma una volta atterrati in Giamaica vi potrete accendere qualsiasi cosa! ----
Parliamoci chiaro: nel film non si ride mai in maniera sguaiata, peraltro negli ultimi quindici minuti la trama assume una tonalità seria/riflessiva,poiché lascia spazio al comparto romantico che commuove giusto un pochettino.
In conclusione, consiglio il film a voi spettatori? In verità vi dico: sì… ma non arriverete a consumare il DVD, ve lo garantisco.
"James ou pas" (1970) Regia di Michel Soutter

Dopo La Pomme, il regista Michel Soutter ci riprova un anno dopo con James ou pas, un film che ho trovato più assimilabile e più interessante rispetto al lungometraggio poc’anzi citato.
Soutter comunque non tradisce il suo marchio di fabbrica: non una Svizzera fatta di banche, di cioccolato e formaggio Emmental, ma un focalizzarsi su quel tipo di provincialismo estetico dove la routine è un piatto freddo tradizionale e quotidiano. Un paese neutrale, popolato da persone neutrali. Tutto è in bianco e nero oppure bianco o nero per cui il black & white implementato in questa opera filmica direi che è ideale.
Nel susseguirsi, o comunque nella narrazione, a parte lo stile e i dovuti collegamenti ed elementi presi in prestito dai precedenti film, si evita qualsiasi tentativo di costruire una vera e propria storia, mantenendo piuttosto quelle inflessioni drammatiche e introspettive che generano a momenti del surrealismo, specie nel finale. Hector, il protagonista interpretato dal veterano attore Jean-Luc Bideau, si ritrova a fare i conti con un omicidio di cui magari non è responsabile, oppure lo è solo dentro la sua testa. C’è quindi qualche elemento crime, viene addirittura chiamata in causa la polizia, l’indagine però spetta allo spettatore che, in base all’attenzione prestata al film in maniera indipendente, può tracciare, delineare, o comunque farsi un’idea di come sono realmente (o oniricamente) andate le cose. Chiavi di lettura, quindi? Umh, semmai chiavi di visione.
Ad ogni modo dall’incipit in poi seguiamo Hector, di professione tassista, che si imbatte (forse) casualmente in James, un enigmatico scapolo che vive in una abitazione collocata in un villaggio isolato. Improvvisamente Hector si ritrova coinvolto con degli sconosciuti e in situazioni che non riconosce ma in cui si lascia trascinare, a cominciare da Eva.
James ou pas ha indubbiamente un suo (insolito) perché. Le sequenze, tra la varie cose, rappresentano campioni visivi della vita di allora, preparati con cura da un regista capace di tale indipendenza e coraggio. Numerose idee si intrecciano a formare un caleidoscopio di varie emozioni, a cominciare dai quei castelli in aria con dei tocchi di realismo.
Fondamentalmente il régisseur confeziona un'ispirata pellicola che possiamo definire indipendente e, per certi versi, anche sperimentale. Un viaggio mentale, un misto fra cinema e teatro d'avanguardia, per via di certi monologhi o, per meglio dire, la fusione di questi due elementi. Inutile scavare a fondo per cercare di estorcere i significati: l'opera va fruita senza farsi troppe domande e, di conseguenza, apprezzata per il lavoro di ricerca del linguaggio visivo totalmente al di fuori dei canoni cinematografici di allora e soprattutto di oggi, con una recitazione mai monocorde, sebbene certe sequenze possano risultare poco verosimili. Del resto i personaggi, anzi, Hector sulle battute finali sembrano essere pervasi dal dubbio. Ciò indubbiamente contagia lo spettatore, per di più generando incomprensioni, incomunicabilità, fallimenti interiori e quella routine di cui si è vittime che, “finalmente” una scossa “spezza.”
Promosso… fino all’ultimo fotogramma.
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