recensioni
Ha-Shoter Azulai (1967) Regia di Ephraim Kishon

La mia prima incursione nel cinema israeliano non poteva che essere delle migliori, in quanto ho avuto la possibilità di visionare uno dei film più rappresentativi della storia del cinema ebraico, o comunque made in Israel.
Il lungometraggio Ha-Shoter Azulai è conosciuto globalmente e semplicemente come "Il poliziotto". Secondo alcune info reperite su internet, in italiano viene titolato col bruttissimo e squallido "Basso moro scalcagnato e... con i piedi piatti", giusto per rendere ancora più ridicolo Abraham Azulai, il personaggio interpretato da Shaike Ophir, una delle icone della cinematografia israeliana. A mio avviso bastava tradurre con "L'agente Azulai", sicuramente meno... "degradante".
Ad ogni modo, per i temi trattati, lo spettatore capisce cos'ha di speciale questo film. Tra le varie cose ci si focalizza sul sotteso senso filosofico. I personaggi, specie il protagonista, fanno parte effettivamente di una scalcagnata commedia umana, composta da piccole e grandi tragedie, che si dimena e sguscia via come un’anguilla.
Direi che la pellicola è abbastanza ricca di elementi di satira, e s'incentra sulle disavventure di Abraham Azulai, un pacifico poliziotto di mezza età che opera a Giaffa, spesso in qualità di pattugliatore o ronda notturna, un uomo che si dimostra "tontolone" in più occasioni, che prova a bilanciare il suo senso del dovere con la sua gentilezza. Un poliziotto buono, quindi? Semmai un poliziotto troppo o eccessivamente buono, considerato da più di vent'anni lo zimbello della polizia. Il lato sentimentale, senza eccedere, viene messo in mostra, specie quando il protagonista si accorge di provare attrazione per una giovanissima prostituta che aveva cercato di far fuggire da una retata.
Il futuro dell’agente diventa via via più preoccupante, in quanto l’eventuale mancato rinnovo del contratto, nonostante una buona pensione, significherebbe non poter più svolgere il mestiere che, pur senza gratificazioni, ama da morire. Benché riesca ad avere qualche riscatto professionale legato al "risolvere" due casi, tra cui uno orchestrato da alcuni “amici” criminali, con tanto di promozione al grado di sergente, nel finale agrodolce e quasi commovente, è costretto ad appendere la divisa al chiodo, con un fermo immagine che vale la visione del film.
Giusto per sottolineare, la conclusione è una svolta amara e l'espressione straziante della soddisfazione/afflizione di Azulai nell'ultima scena rappresenta l'essenza principale di questo film, ovverosia quando nel cortile le reclute salutano il superiore, proprio lui appena congedato, con la mano a paletta rivolta al copricapo.
Shaike Ophir è davvero bravo nel ruolo, con il suo sorriso infantile, la sua scarsa arguzia nel contrastare i criminali, combinati con un sacco di chiacchiere non di rado argute, poiché il protagonista è un profondo conoscitore della Bibbia, per non parlare del suo genuino francese, con cui fa inaspettatamente bella figura con una delegazione di gendarmi transalpini.
Fondamentalmente tali elementi fanno sì che il film si regga sulle spalle. Anche gli altri attori/attrici sono validi, per carità, ma la trama si impernia principalmente sul protagonista.
Da segnalare come l'eterno conflitto politico-ideologico di natura israelo-palestinese venga trattato con originalità. Per certi versi c’è un assottigliamento, basti pensare il confronto tra Abraham Azulai e l’arabo israeliano Amar.
C’è da dire che realizzare un film in cui si vogliono trattare varie tematiche, per ovvi motivi risulta un’impresa ardua, difatti il rischio di banalizzazione è alto. Secondo il mio sentire, Ha-Shoter Azulai provoca un effetto strano: si sorride davanti al dramma e si piange davanti alla commedia.
La colonna sonora poi è straordinaria, per non dire perfetta, tant’è che il brano è assai malinconico, incasella le scene iniziali sganciando quel senso di solitudine. Per chi lo desidera, nel web è possibile reperire il lyrics tradotto dall'ebraico all'inglese. Le note parlano di un uomo che smonta dall’ennesimo servizio notturno e, durante l'albeggiare, si perde in mille riflessioni, in mille amarezze e in mille rimpianti, dove, tra l'altro, si evince l'impossibilità di cambiare il mondo e il proprio passato.
Non aggiungo altro se non "Gut Shabbes" (buon sabato) a tutti nel consigliare questa pietra miliare del cinema israeliano.
Frank Iodice, "Nel coro dei cani sporchi"

Frank Iodice
Nel coro dei cani sporchi
Eretica Edizioni –pag. 70 – Euro 13
Frank Iodice è un autore di cui vado orgoglioso, uscito dalla fucina inesauribile del Foglio Letterario, capace di spaziare dal romanzo storico (Matroneum) alla narrativa pura (Un perfetto idiota), che di recente è uscito con I disinnamorati e con questa raccolta di poesie di pregevole fattura. Lascio alle sue parole il commento: “La poesia può liberarci dalle moderne forme di schiavitù? Lo spero. Anche se è difficile riconoscerla, capire quando arriva. Héctor Murena diceva che la poesia arriva quando restiamo nell’inesauribile compagnia della solitudine. Per fare poesia occorre vivere, occorrono sangue e lacrime. Scrivere poesie vuol dire far rivivere nel tuo stomaco ciò che io stesso ho vissuto nel mio, più forte e più lentamente. Cantarti l’infinita bellezza del mondo, ma anche la desolante nullità dell’uomo. Io ci ho provato ma non credo di esserci ancora riuscito. E in fondo ne sono felice”. Ricordo che oltre diecimila copie del suo Breve dialogo sulla felicità sono state distribuite gratuitamente nelle scuole italiane, francesi e statunitensi. Il suo sito è www.frankiodice.it.
Inutile recensire e commentare la poesia. Meglio leggerla. Ecco due suggestive liriche tratte da un’opera intensa che spazia da tematiche amorose fino al ricordo nostalgico della terra natia, nel solco della tradizione poetica novecentesca.
XXXVI
Restiamo su questa spiaggia
bambina mia
perché la musica che senti non è vera
ogni sera nei tunnel del metrò, a Parigi
contro i grigi muri di piastrelle rotte
suonano veri musicisti
ma questi, questi perfetti esseri umani
che si scattano foto da soli
e i soli e le lune che li hanno cresciuti
senza madri e senza padri
quadri bagnati di latte e pianti
quanti crederanno a ciò che vedo mentre ti parlo
e ti tengo per mano
ora che lontano dalla nebbia che ci confonde
ora che soltanto l’amore ti ha resa infinita
e sei arrossita per lo sforzo di guardare la luce
mi canta una vocina piccola in fondo alla pancia:
la lancia dei pirati laggiù, nel mare
le pere con lo zucchero nel bicchiere
le vere passeggiate lungo le selve
le vecchie feroci di notte e le botte del vicino
cattivo, quando fuggivo con il pallone
il burrone, il confine tra il vero e il finto
che ho spinto sempre più in là
ci sarà tutto per te
amore mio
finché avremo una penna per raccontarlo
mentre parlo e te lo dico
e il fico
così morbido che si scioglie nelle mani
fatto di strani puntini che non puoi contare
neanche con la scienza che tutto ha deciso
persino il pianto ed il sorriso
non c’è umanità fuori da questo fico
te lo dico, mentre lo beviamo in silenzio
come assenzio ghiacciato del secolo scorso
il morso della lumaca che accarezza e non fa male
quale sarà la tua sorpresa quando il mondo
resterà fermo per un secondo?
la gente si amerà ancora, guarderà il mare
senza sembrare stupidi idealisti
e quel fico che apristi, da bambina
con il tuo papà
chissà che sapore avrà
XXI
Napoli
che negli anni di esodo
mi resti dentro come il nome, inciso nella vista
l’orizzonte che odora di pesce, che cresce
e mi fa sentire così lontano
l’aeroplano, la nave che sbuffa, sotto nuvole di migranti
i canti, che nella lingua vivono ancora
l’aurora, la poesia, la mia strada franata
la giornata vissuta nel tuo ricordo, tra le tue strade
e cade quello che avevo nella mia testa
questa voglia di vivere ancora, di andare
il mare, la mia casa, lontana
la vita insana e dissoluta, la solitudine finita
prima del vento, e in un momento
è poco quello che io sento
Inchiostro sprecato

Inchiostro sprecato è un’idea di letteratura punk che ricorda i Millelire di Stampa Alternativa, edita da TPIC EDITIONS Autoproduzioni di Campobasso (tpicrecords.blogspot.com – markoskapunk@hotmail.it). Anima del progetto è Paolo Merenda, autore per Il Foglio Letterario di Frutta fresca per verdure marce, Qualcosa cambia e Prontuario dell’aspirante musicista underground, per tacere de Il magico videogame sotto le mentite spoglie di Paul Snack.
Tascabilini in carta patinata che raccolgono racconti rapidi e trasgressivi, dai titoli improbabili come Okkupazione (scritto proprio da Merenda) e Le barbare d’urso hanno gli occhi. Il secondo racconto è di Vincenzo Trama, altra nostra vecchia conoscenza, prolifico autore di narrativa breve, scritta con uno stile rapido ed essenziale, molto ironico e ricco di citazioni musicali e letterarie. Il progetto di letteratura punk vede tra i titoli pubblicati anche Mario Bianchi con gli spassosi racconti di Bullet Bar, Carlo Cannella con Antologia dei vivi, Mauro Codeluppi con La pantera di New York, Antonio Baciocchi & Aldone Santarelli con Want You. Le pagine variano da 16 a 24, non sono molte ma è tutta roba buona, che merita di essere letta, selezionata con cura tra le migliori penne della scena underground italiana. (Gordiano Lupi)
La lune avec les dents (1967) Regia di Michel Soutter

La lune avec les dents, si potrebbe tradurre in “Prendi la luna con i denti”, un’espressione risalente al XVI secolo. Fu usata da Rabelais in Pantagruel nel 1532. Il titolo, fortemente metaforico e per certi aspetti anche ironico, indica come la Luna sembri molto vicina alla Terra, al punto che alcuni pensano di raggiungerla facilmente, ma non è così. Il satellite diventa il simbolo dell'infattibile. Nella recensione in corso si avrà modo di comprendere come la titolazione sia da ritenersi perfetta. Si rifà al fotogramma o comunque fermo immagine di William Tudor, interpretato da un espressivo William Wissmer. Secondo fonti web, è l’unico film interpretato dall’attore. Strano ma vero.
È la prima volta che visiono una pellicola svizzera, precisamente in lingua francese. Avendo letto interessanti articoli sul cineasta Michel Soutter, ho avuto la curiosità di recuperare il suo film d’esordio datato 1967, un film che inaugura il Nuovo Cinema Svizzero che, via via, andrà a soppiantare la non molto interessante cinematografia elvetica, peraltro stereotipata con le onnipresenti mucche, Alpi e qualsivoglia.
Il film è stato girato tramite un'unica telecamera, in un nichilistico black & white, con del minimalismo tipico d’autore, tant’è che, per sganciare autenticità, il lungometraggio è interamente realizzato con audio in presa diretta. La lune avec les dents non presenta una sceneggiatura chiara, anzi, è possibile notare frequenti improvvisazioni degli attori, che siano dilettanti o professionisti.
William è un trentenne insoddisfatto che vive ai margini della società. Non ha un lavoro stabile, si dichiara politicamente impegnato, fungendo da anarchico fai da te, e ha una propria politica liberale sull’esistenza, in perenne conflitto con la società, con l’attempato e professionalmente avviato padre e anche con se stesso. Si sente appagato solo quando legge libri, molti sicuramente rubati (nella sequenza del mercatino non si fa troppi scrupoli nel prenderne uno senza pagarlo) per non parlare di quello sgraffignare cibo e bevande al solito supermercato.
William incontra Noëlle, un'attraente ragazza che rende il protagonista incuriosito dalla sua genuinità. Allo stesso tempo lui non tradisce il suo essere amante della solitudine, mostrandosi in più occasioni non proprio un galantuomo. Un poliziotto, o detective, di nome Vogel, che da tempo pedina William per via dei continui furti perpetrati da quest’ultimo al supermercato, ad un certo punto decide di contrastarlo e, cosa molto importante, si mette in mezzo alla relazione tra i due ragazzi, cercando in maniera insistente di sedurre Noëlle.
Vogel, fondamentalmente, diventa il protagonista dell’ultimo quarto d’ora del lungometraggio, la telecamera infatti si focalizza proprio su di lui. Chiaramente è un uomo che desidera essere compreso e amato. Alla fine del film, William, Noëlle e Vogel ritornano alla loro grigia vita di sempre, non prima di una specie di rocambolesco confronto.
Il film globalmente si orienta verso il rappresentare storie di uomini e donne che a nessun altro regista verrebbe in mente di prendere in considerazione, praticamente risultano privi di ogni attrattiva, personaggi che potrei associare a Umiliati e offesi di Fëdor Dostoevskij. I tre protagonisti non dispongono di una vera e propria identità, infatti si aggirano come cani bastonati in un mondo freddo, ostile e pieno di tristezza e solitudine, in una spettrale Ginevra che non li considera proprio.
William Tudor, nel bene e nel male, si trova a suo agio e si crea, a mio avviso, una specie di paradosso.
Con delle venature tra il documentario e il cinema indipendente, il regista svizzero eccelle nel creare un cinema lento ma al contempo vibrante, pieno di zoom rapidi e scatti manuali dinamici (vedi l’incontro tra William e il padre, inquadrature piuttosto intelligenti e riuscitissime con un veloce alternarsi destra/sinistra), per non parlare dei dialoghi che spesso si alternano tra citazioni esplicite e quel non so che di monologo.
Non è un film da gustarsi davanti ad una bella cioccolata (dato che si parla di Svizzera ci sta, dai) semmai è ideale un caffè amaro, amaro come il film.
Due corti di Vincenzo Totaro

Vincenzo Totaro è un regista interessante. Ho visto il lungometraggio La casa del padre (2019) che dimostra tutto il suo talento introspettivo e fotografico, oltre che una cinefilia militante che per un autore non è fattore trascurabile. Totaro ha scritto il saggio Un’altra vita - Il tema del doppio nel cinema muto italiano (1905 - 1931) (Prospettiva, 2018), quasi a voler confermare questo assunto. Vediamo due corti che ho avuto occasione di apprezzare recentemente, ulteriore dimostrazione di talento cinematografico. Quel tipo strano (2018) è a colori, dura sei minuti e affronta il tema della follia, la diversa prospettiva del racconto, i modi in cui può essere intesa la realtà. Un ragazzo è seduto al tavolo di un bar con due amiche, di fronte a lui un uomo sembra parlare da solo, fare una proposta di matrimonio a una donna fantasma. Congetture e ipotesi si fanno largo e provocano tensione fino al rocambolesco finale. Non anticipo niente, non faccio spoiler di sorta, anche se il colpo di scena ci sta tutto.
Ecco il link per vedere la versione americana che ha riscosso un certo successo: https://www.youtube.com/watch?v=eztGwhw2Ubo&t=211s. Produzione Aelita film srl e Silentium Film. Vincenzo Totaro scrive, sceneggia, monta e gira il breve ma intenso corto, mentre alla fotografia troviamo il bravo Antonio Universi. Ispirati e credibili gli interpreti Antonio Del Nobile, Rosa Fariello, Annarita Granatiero, Teresa La Scala, Adriano Santoro e Carmine Spera.
Quel ramo sulla pianta di Giacomo è in bianco e nero, dura poco più di tre minuti, frutto di un esercizio per la masterclass di Werner Herzog, girato in prima versione con lo smartphone. La lezione voleva far capire che se un autore è tagliato per fare film deve capirlo anche se non dispone di grande tecnologia. Il breve film si svolge in un unico ambiente tra due personaggi, come il precedente è molto teatrale, gioca ancora una volta su argomenti fantastici, in questo caso una pianta che non accetta di farsi potare un ramo, sembra muoversi, interagire con il padrone, parlare, spostarsi da un punto all’altro della stanza. Sceneggiatura di Antonio Del Nobile e Vincenzo Totaro, che cura la regia e il montaggio. Antonio Del Nobile e Tonino Bitondi sono i due interpreti che deliziano il pubblico con uno scambio di battute che crea un’atmosfera surreale. Terzo classificato al concorso 8 minuti per un ambiente migliore.
Link per vederlo: https://www.youtube.com/watch?v=6JJW7Tsd_bo
Quel tipo strano - Anno e origine: Italia (2018) - Durata: 5'43” colore - Tipologia: cortometraggio - Genere: drammatico - Produzione: Aelita film srls e Silentium Film -Formato originario: HD - Regia, Montaggio e sceneggiatura: Vincenzo Totaro - Direttore della fotografia: Antonio Universi - Operatori di ripresa: Luisa Totaro -Musiche: Donato Raele - Audio in presa diretta: Giannino deFilippo -Microfonista: Tonino Bitondi -Missaggio audio: Richard Gremillon - Produttore esecutivo: Giannino deFilippo -Backstage: Chiara Piemontese - Sottotitoli: Studio HONO - Luisa Totaro, Yurika Oshima, Yougha Im -Interpreti: Antonio Del Nobile, Rosa Fariello, Annarita Granatiero, Teresa La Scala, Adriano Santoro, Carmine Spera.
Quel ramo della pianta di Giacomo - Italia 2017, b/n (sottotitolato in inglese) -Durata: 3'34” - Tipologia: cortometraggio - Genere: commedia - Produzione: Silentium film - Formato originario: Full hd, 1.85:1 - Titolo inglese: That branch of Giacomo's plant - Regia: Vincenzo Totaro - Sceneggiatura: Antonio Del Nobile e Vincenzo Totaro – Interpreti: Antonio Del Nobile e Tonino Bitondi - Montaggio: Vincenzo Totaro - Operatore di ripresa: Luisa Totaro – Note: cortometraggio ideato e realizzato all'interno della Werner Herzog Masterclass, anno 2017.- Link al cortometraggio completo in italiano: https://www.youtube.com/watch?v=6JJW7Tsd_bo - Link al cortometraggio completo in inglese: https://www.youtube.com/watch?v=cuT5ucA8ji4
Dianora Tinti, "Vite sbeccate"

Dianora Tinti
Vite sbeccate
Pegasus Edizioni – Pag. 245 – Euro 14
www.pegasusedition.it
Dianora Tinti è una scrittrice molto attiva come operatrice culturale, organizzatrice di eventi, giurata di interessanti concorsi letterari e conduttrice di uno dei pochi veri programmi sui libri (insieme a Francesca Ciardiello) dalle antenne di TV9 (la mitica Tele Maremma). Ricordiamo di aver letto e apprezzato precedenti romanzi come Il pizzo dell’aspide (tre edizioni), Il giardino delle esperidi e Storia di un manoscritto. Adesso si ripresenta al pubblico con Vite sbeccate, un romanzo classico, uscito a maggio per Pegasus e già vincitore del Premio Capalbio per la Letteratura. Dianora Tinti scrive con taglio classico, alterna eventi del passato vissuti in flashback (corsivo) a cose che accadono in presa diretta, descrive luoghi ed emozioni con partecipe senso narrativo, facendo trapelare sentimenti dalla ricostruzione fedele dei luoghi. Non solo, padroneggia il dialogo da letterata sopraffina e manda avanti la narrazione senza dover spiegare niente al lettore, limitandosi a far accadere le cose, accompagnandolo in un credibile mondo di finzione. Abile costruttrice di trame sentimentali, prive di luoghi comuni e di situazioni stereotipate, conduce la protagonista (Viola, un architetto cinquantenne) in una storia introspettiva e ricca di inquietudini, insieme a Gianluca (un collega più giovane), pure lui tormentato e insicuro dopo una storia d’amore finita male. Viola e Gianluca devono ristrutturare un palazzo antico, di proprietà di due ricche signore che vivono con una nipote di nome Aliènor, altro personaggio femminile con un vissuto problematico per colpa di un ex marito violento. La casa delle zie diventa per Aliènor un rifugio sicuro, un luogo dove sentirsi protetta dai traumi subiti nel corso degli anni, dalle ferite inferte dal tempo. Gianluca pare innamorarsi di Aliènor ma il suo rapporto è di attrazione - repulsione, perché la ragazza gli ricorda troppo la donna che l’ha abbandonato. Non aggiungiamo altro, per non far perdere al lettore il gusto di scoprire quale sarà l’evento che convincerà Viola a compiere il passo decisivo per dare una svolta alla sua vita e decidere finalmente di affrontare il futuro. Un romanzo per tutti, consigliato a chi ama le storie d’amore tradizionali e la narrativa classica. Da leggere.
Gordiano Lupi
www.infol.uit/lupi
Marco Franzoso, "Il bambino indaco"

I libri che preferisco sono quelli che ti tolgono il sonno. Tra i numerosi romanzi letti e riletti, uno che mi è entrato nell’anima, al punto tale da consigliarlo a chiunque mi chieda un testo da leggere, è proprio Il bambino indaco.
Il romanzo di Franzoso comincia con un flash back, che lascia il lettore spiazzato, quasi disorientato, intrappolato nelle parole dello scrittore in maniera ineluttabile.
Una donna è morta, si chiama Isabel, la voce di suo marito Carlo torna indietro per raccontare com’è andata. Ed ecco apparire uno sguardo maschile, che s’inoltra con sensibilità ed intraprendenza nelle emozioni che travolgono una donna in attesa di diventare madre.
La relazione tra Carlo e Isabel è nata grazie ad un appuntamento al buio.
I due, nonostante le diversità, si scoprono subito attratti l’uno dall’altra, vanno a vivere insieme, si sposano per amore e per amore concepiscono un figlio.
A poco a poco, però, Carlo osserva sua moglie Isabel cadere in un abisso di tristezza senza fondo ed apparentemente immotivata. Assiste al dissolversi della famiglia e della passione.
Con una scrittura limpida e diretta, ma anche delicata e tenera, il Franzoso ci racconta che, forse, non è vero che l’istinto materno non sbaglia mai. Nella voce di Carlo, infatti, ritroviamo la disperazione di un padre che deve salvare il suo bambino dalla propria madre. Dalla donna che lui stesso ha creduto perfetta.
… Rivedo proprio su quel divano mia moglie che si spoglia, il neonato sulle ginocchia, infagottato dentro una piccola coperta di lana. Il bambino si agita, vuole liberarsi ma non riesce. Le gambe, il corpo, sono avvolti nell’involucro troppo stretto.
Lei sfila il maglione, sbottona la camicetta e sgancia il reggiseno. La sua magrezza è impressionante, ha raggiunto il traguardo dei quarantadue chili. Tre mesi dopo il parto, anche se i seni rattrappiscono, si ostina ad allattare. Si ostina a somministrargli il proprio latte anche se per questo si disidrata e si sgonfia. È straziante assistere alla sua inutile determinazione.
Il seno è minuto, cascante e grinzoso. La pelle attorno ai capezzoli sembra secca.
Isabel avvicina nostro figlio alla mammella e lui inizia a succhiare. Succhia solo per alcuni secondi, poi agita la testa e boccheggia come un pesce gettato sull’erba.
Si attacca e si stacca ripetutamente, con movimenti nervosi del capo. Scatta sul capezzolo con la bocca spalancata, succhia e poi si allontana di nuovo, deluso. Non capisce perché da quel seno non esca niente, non capisce dove sbaglia. Ma ha fame e subito si riattacca e cerca di succhiare con tutte le forze. Si innervosisce. Inizia un gridolino di smarrimento che mi mette i brividi e che vorrei interrompere subito, in qualunque modo.
Riprova a succhiare, si stacca ancora, osserva il bersaglio del capezzolo e riprende. Potrebbe andare avanti per ore. Tutto inutile.
– Vedi, – dice Isabel. – Vedi che non ha fame?
Io non dico niente.
Il Franzoso, attraverso la voce di Carlo, osserva e racconta, con efficace ferocia, piantato nel bel mezzo di una tempesta familiare, l’inizio del tracollo e la dissoluzione di un grande amore, e lo fa senza mai emettere una sentenza.
Gaglione - Izzo, "Uccidendo il secondo cane"

Gaglione – Izzo
Uccidendo il secondo cane
Oblomov – Euro 18 – Pag. 175
Varsavia, 1956. Fra le rovine di una Polonia sgretolata, piena zeppa di ubriaconi e reietti, il giovane scrittore Marek Hlasko (1934-1969) osserva e descrive l’individualismo e la disperazione dei sobborghi. Intanto una giovane coppia, Piotr e Agnieszka, vive la propria storia d’amore all’ombra dell'oppressivo regime socialista. Attraverso l’occhio attento del James Dean polacco - la somiglianza con l’attore era impressionante - prende vita un decadente affresco costellato di bettole fumose, alcol e violenza. Voce scomoda in patria (le sue opere furono vietate per 20 anni), Hlasko conduce un’esistenza randagia di cui saprà anche costruire astutamente il mito: ex camionista, scrittore in fuga dalla Francia all’Italia poi pappone a Tel Aviv e sceneggiatore al fianco di Roman Polanski a Hollywood, fino al tragico epilogo nella Germania dell’Ovest.
Non è stato inutile aver fondato Il Foglio Letterario nel 1999, visto i talenti che abbiamo scoperto, pure se pochi ce ne riconoscono il merito, quasi nessuno ci cita, finisce che ci tocca dirci bravi da soli. Non abbiamo un buon ufficio stampa, come tanti fanfaroni che poco fanno e molti raccolgono, questo è certo. Fabio Izzo è una mia scoperta di cui vado fiero, più volte presentato al Premio Strega, ha debuttato con Eco a perdere, proseguendo con Balla Juary, Doppio umano, To jest, Il nucleo, Ieri Eilen, tutti romanzi usciti sotto la mia direzione editoriale. Valerio Gaglione, invece, ha esordito con il romanzo grafico Se sapessi come fai - Le cinque prove del’omicidio di Luigi Tenco, scritto da Giusepe Bità, sempre con Il Foglio. Autori di cui vado fiero e che - da lettore onnivoro appassionato pure di fumetto - ritrovo con piacere alla corte di Oblomov, sotto la guida di un maestro come Igort, nel catalogo di un marchio editoriale importante, non solo per dimensioni ma anche per spessore culturale. Uccidendo il secondo cane è un concentrato narrativo dello stile di Izzo, perché con poche e incisive pennellate tratteggia il carattere di uno scrittore maledetto (alla Modigliani), ne descrive le notti a base di alcol e trasgressione, approfondisce la sua lotta politica, il suo essere contro un regime che osteggia il suo lavoro. Lo stile grafico di Gaglione è maturo e superbo, tutto chiaro scuri, in un evocativo bianco e nero che rimanda ai grigi tempi di una Polonia comunista, con un tratto che sembra vergato da un poetico carboncino. Uccidendo il secondo cane è il titolo di un libro di Hlasko, pubblicato nel 1965, inedito in Italia, ed è perfetto per ricollegare due delusioni, due momenti esistenziali in cui lo scrittore tocca il fondo e non riesce a riemergere. Izzo conosce molto bene la Polonia, per apprezzare a fondo la sua scrittura e i suoi personaggi forse sarebbe importante saperne quanto lui, ma basta qualche nozione sui danni prodotti dal regime comunista per capire il senso dell’epigrafe: Giulietta e Romeo non si sarebbero mai incontrati a Varsavia nel 1956. Non era terra per l’amore quella dittatura, era terra per il dolore, per la disillusione, per l’alcol e per notti disperate, per avere soltanto voglia di fuga e di ribellione. I protagonisti del romanzo grafico sono scrittori dissidenti che hanno scelto di non tacere e hanno sacrificato la loro vita per un profondo desiderio di libertà. Un graphic novel da non perdere, se amate il fumetto colto e la letteratura.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Leggere con i figli: Il Giovane Holden di J.D. Salinger

Ho trovato il coraggio di pubblicare i miei lavori grazie ai miei figli. Loro mi hanno cambiato la vita. Mi hanno resa più matura, una donna coraggiosa, da ogni punto di vista!
Le mie ragazze furono le prime a chiedermi di scrivere un libro e, quando me lo chiesero, erano due bambine e leggevo con loro sotto l’ombrellone. Quest’abitudine non l’abbiamo ancora persa! Sul mio comodino vi sono in lettura Bella mia di Donatella Di Pietrantonio, che mi ha stregata dopo L’Arminuta e Non avevo capito niente di Diego De Silva. Con calma vi parlerò anche di questi due romanzi, non appena li avrò terminati. Oggi vorrei di raccontarvi de Il giovane Holden lettura affidata a mia figlia dalla prof d’italiano. Insieme al famoso Holden abbiamo letto anche Il paradiso degli Orchi’, un altro classico che vi lascerò scoprire da soli. Ma Holden e l’odio per l’ipocrisia mi hanno nuovamente incantata, come quando lo lessi la prima volta da ragazza.
Partiamo dalla copertina: bianca con la scritta nera, perché un libro non si giudica dalla copertina! E così è, a mio avviso, per ogni cosa di questo assurdo mondo.
E dal titolo originale: The catcher in the rye (L’acchiappatore nella segale). Colui che salva dal dirupo i bambini che giocano in un campo di segale. Oppure Catcher uno dei giocatori della squadra di baseball, il ‘prenditore’, cioè colui che sta dietro il battitore per cercare di afferrare la palla che quest’ultimo non riesce a respingere con la mazza. Con il nome rye si potrebbe designare il ‘whisky rye’ ottenuto dalla fermentazione di segale, quindi ‘Il terzino nella segale’. Colui che prende l’alcol, che dipende dall’alcol.
In Italiano il titolo originale suonerebbe assurdo, in una parola intraducibile, ma ‘Il giovane Holden’ è ormai qualcosa di più di un titolo.
Il nostro giovane amico, come colui che salva i piccoli dal dirupo, cerca di salvare, con i suoi messaggi, i giovani dal mondo degli adulti, dai risvolti oscuri: ipocrisia, falsità, perversione, menzogna!
O forse è il nostre eroe che, attraverso la sua avventura, cerca disperatamente l’acchiapatore di segale per essere salvato dalle brutture della vita?
O forse, ancora, il suo rifugiarsi nell’alcol perché tutt’intorno è veramente troppo falso (whisky rye’) è la vera chiave di lettura del titolo?
A voi la soluzione, se lo leggerete, ma alla fine ciò che conta è che stiamo parlando di un libro pubblicato nel 1951 e la cosa stupefacente è che ho trovato questo romanzo, ancora una volta, nella forma e nei contenuti, di un’attualità sconvolgente.
Il protagonista del romanzo è Holden Caufield un sedicenne americano, proveniente da una famiglia americana benestante.
Holden, nonostante la sua giovane età, ha già sofferto tanto per la perdita di una persona a lui molto cara (non voglio svelare troppo) e sembra non ancora essersi realmente ripreso. Non riesce a trovare la sua dimensione, vaga di scuola in scuola, di professore in professore, di storia in storia… in balia di se stesso.
A prima vista il Caufield sembra il classico adolescente lavativo e ribelle, che vuole dar noia a familiari, compagni e insegnanti. Lui è irrequieto, come lo sono la maggior parte dei giovani d’oggi, è disperato, soffre.
La trama del romanzo in sé è abbastanza semplice, ma le descrizioni, il sarcasmo, l’analisi dettagliata di ogni singolo stato d’animo con un linguaggio diretto, schietto, a tratti feroce, rendono, a mio avviso, questo libro un capolavoro.
Mia figlia non lo ha apprezzato quanto me. Il continuo contestare tutto e tutti del nostro giovane eroe le dava noia. Ha protestato un po’ durante la lettura, lei come lui voleva polemizzare sul modo di guardare il mondo del protagonista. Ed effettivamente, a volte, la polemica continua di Holden può stancare, ma lui è così critico perché rappresenta un giovane che vive un grande disagio e la sofferenza di questo personaggio del 1951 (forse ideato ancor prima dal Salinger nei suoi racconti per il New Yorker ) è attualissima. I nostri giovani vivono ancora situazioni più grandi di loro, di cui non riescono a venire a capo, dove non riescono a trovare conforto nel mondo degli adulti. Nel romanzo non c’è un solo compagno disposto ad aiutare Holden, anzi quello che noi oggi chiamiamo bullismo era dilagante allora come ora, un adulto che riesca a mettersi sulla sua stessa lunghezza d’onda, una persona che riesca a guardarlo negli occhi e che riesca a comprenderne il dolore.
Il povero Holden troverà conforto nella ‘vecchia’ Phoebe, la sorella minore (la fanciullezza non ancora inquinata). E proprio con l’immagine di lei che gira sulla giostra dei cavalli e il nostro Holden che la guarda felice da una panchina, si conclude il romanzo. Un romanzo di formazione semplice ed efficace, che mi ha permesso, ancora una volta, di andare oltre gli stereotipi e di chiedermi che fine facciano le anatre del laghetto di Central Park durante l’inverno.
E ancora, è cambiato qualcosa per i nostri adolescenti dopo più di sessant’anni? Qualora siano in difficoltà, perché troppo fragili per affrontare da soli la burrasca dell’adolescenza avrebbero punti di riferimento?
La famiglia salva il nostro eroe, ma oggi la famiglia è pronta ad accogliere e comprendere?
Non lo so, a voi le risposte.
Buona lettura!
Mariarosaria Conte, "Mare nell'anima"

Mare nell’anima
Mariarosaria Conte
Book on demand di grafica elettronica, 2015
Mare nell’anima, di Mariarosaria Conte, è un romanzo che si tiene volentieri sul comodino e si legge velocemente perché è fresco, scorrevole e scritto con uno stile pulito. Tuttavia non lascia molto. A sua discolpa c’è il fatto che si tratta solo del primo della serie, forse, leggendo gli altri, lo spessore dei personaggi e del tessuto sociale si approfondirà. Così com’è, il primo volume rimanda l’idea di una storia semplice, con un’atmosfera a metà fra Elena Ferrante - di cui non ha però lo stile incisivo - e Antonella Boralevi.
Morena è la classica cenerentola. Di una bellezza inconsapevole, timida, gentile e un poco goffa, trascorre le vacanze al mare a Oti, meta di ricchi borghesi partenopei. Lei, prima di andare in spiaggia, deve fare le faccende domestiche e occuparsi della sorella minore, pigra e svogliata. Va da sé che incontrerà, e conquisterà, il principe azzurro: Davide, il ragazzo più bello e ambito della compagnia.
I cliché della fiaba ci sono tutti, in questa ennesima – forse involontaria – rivisitazione: Morena è timida e solitaria, Morena è costretta a fare i lavori più umili, Morena è poco stimata dalla famiglia, Morena va al ballo con un vestito che piove dal nulla e bacia il suo meraviglioso principe senza macchia e senza paura. Ma se la fiaba in tutte le salse ha ancora fascino, qui i personaggi sono un poco sbiaditi, primo fra tutti Davide, il bello e possibile, che subisce la sua conversione da irraggiungibile playboy a tenero e premuroso innamorato, senza che ci sia un adeguato sviluppo del personaggio.
Certamente l’estate dei sedici anni di Morena segna una svolta, quella che la trasforma da bambina succube a ragazza capace di prendere decisioni autonome, consapevole di sé, delle proprie possibilità, del proprio fascino e dei propri desideri.
Pur fra ricordi di canzoni, trasmissioni televisive e libri, l’ambientazione anni 90 è un poco vaga e sfocata, c’è un tentativo di analisi sociale dei personaggi, con le loro vite patinate che nascondono, però, difficoltà e dolori. I dialoghi risultano a volte artificiali se visti da una prospettiva adolescenziale.
Detto questo, rimane il fatto che alla fine non manca comunque la voglia di andare avanti col secondo volume della serie, per capire se la ragazzina proletaria riuscirà a conquistare il suo posto nel mondo snob e respingente dell’alta borghesia, e se il tenero amore appena sbocciato saprà resistere alla differenza di personalità e status sociale.
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