recensioni
Antonio Messina, "Come una nuvola dentro un cortile"
/image%2F0394939%2F20210121%2Fob_2cbfd8_copmessina.jpeg)
Antonio Messina e la poesia del tempo perduto
Come una nuvola dentro un cortile
Nulladie Edizioni - pagine 55 – Euro 11
Antonio Messina è un autore che conosco e apprezzo da quasi vent’anni per aver pubblicato buona parte della sua produzione fantasy e per ragazzi con Il Foglio Letterario Edizioni, romanzi e racconti premiati dal consenso del pubblico e della critica, scritti con uno stile sopraffino, lontani dalla poetica del best-seller quanto vicini a quella della letteratura.
La poesia di Messina traccia una linea di demarcazione netta con la sua narrativa, perché meno solare e fantastica, più introspettiva e densa di contenuti nostalgici. Come una nuvola dentro il cortile sorprende per freschezza d’immagini e poetica del ricordo fuse in un intenso afflato lirico che prende per mano il lettore esortandolo a condividere identiche emozioni. La Sicilia è la terra natia del poeta, il luogo dove tornare con la mente e con il cuore, come il vecchio professore de Il posto delle fragole di Bergman si fermava a rivedere la casa paterna rivivendo il passato con intensi flashback immaginari. La lirica diventa canto di un esule volontario che ripensa cortili, arenili, rocce, mulattiere, strade di paese, padri che rientrano stanchi dal lavoro dei campi, figure materne lontane e perdute. Il poeta è convinto che siamo come le nuvole / passioni nell’istante / frammenti di altrui pensieri …, in fondo non altro che piccoli uomini d’aria che si abbandonano alla vita. Uomini perduti, in attesa della morte, uomini che fluttuano in un cielo di stelle, che un tempo sono stati bambini, per brevi istanti vivono ancora un’infanzia immaginaria, piccoli esseri di latta, dentro le madri, in una notte eterna piena di stelle.
Antonio Messina compone un’opera unitaria, elegiaca e sognante, un maturo casellario di ricordi, legato al sapore del tempo perduto di proustiana memoria. Racconta la terra natia abbandonata e gli affetti presenti, sente che piove tra le rovine della sua vita, sa che non potrà attendere la figlia, perché non ne avrà il tempo. Spera che resti un posto nell’angolo sperduto del suo cuore, per lui che è solo pietra nell’infinito in attesa della morte, piccolo uomo fatto di vento, figlio distratto, smarrito in un sogno.
Come una nuova dentro il cortile è una raccolta preziosa, intrisa di immagini suadenti, persino struggenti, pervasa da un flebile ottimismo, perché tornerà l’estate, prima o poi, non dobbiamo disperare, anche se il poeta preferisce continuare a coltivare la solitudine immerso in una dimensione di sogno, perché in fondo sognare è meglio che pensare.
Gordiano Lupi
www.ilfoglioletterario.it
Federica Cabras, "Animas"
/image%2F0394939%2F20210116%2Fob_deb05c_41cogyq1bcl.jpg)
Animas
Federica Cabras
Officina Milena, 2020
pp 198
15,00
Federica Cabras ha due anime. Una è moderna, arguta, divertente, e scrive romanzi d’amore e d’allegria, infarciti di dialoghi spassosi e battute. L’altra è l’opposto: morbosa, tellurica, ancestrale, affascinata dalla sua terra e dalla morte. È quest’ultima la Cabras migliore, la Cabras deleddiana, che ritroviamo in Animas, il romanzo della piena maturità artistica.
Animas è ambientato in Sardegna, come tutti gli altri testi dell’autrice, ma questa è la Sardegna più cupa e vera, quella delle faide, della pastorizia, del sangue e del trapasso. Animas è un romanzo gotico a tutti gli effetti – oggi lo si chiamerebbe thriller o horror -, basato su maledizioni, leggende della notte dei morti, incubi e defunti che non muoiono per davvero. Banale dire che la protagonista del racconto è la terra dei nuraghi, ma è proprio così, la Sardegna più buia e atavica balza agli occhi con tutte le sue tradizioni, i sui colori, gli odori e, soprattutto, la lingua.
Il personaggio principale è Graziella Ruinas, una di quelle fiere donne sarde che camminano a testa alta e a petto in fuori, che rispettano i loro uomini ma non si sentono da meno di loro. Ognuno al suo posto, uomo e donna, con orgoglio e amore. Siamo negli anni cinquanta e una maledizione grava sui maschi della famiglia Ruinas. Chi di loro muore nella notte fra il trentuno ottobre e il primo novembre – la notte dei morti – resta sulla terra per sette anni, non in forma benevola o protettiva, bensì maligna, tesa a tormentare i vivi e far loro perdere la ragione e persino la vita. È ciò che accade a Giovanni, il padre di Graziella. Sfortunatamente cade dalle scale e muore proprio nella notte meno indicata. E su queste cose, più antiche della terra stessa, si sa, persino Dio può poco.
Strani accadimenti cominciano pian piano a verificarsi, che porteranno Lucia, la madre di Graziella, sul baratro della pazzia. Ma Graziella non ci sta, indaga, vuol capire da cosa deriva ciò che la sta travolgendo, e vedere di rimediare in qualche modo. Da sola, nonostante l’aiuto del cugino Umberto, anche lui un Ruinas, anche lui in pericolo. Fra i due giovani nascerà una tenera e ruvida storia d’amore, di quelle che si vivevano allora, fra campi assolati e monti nevosi, fra bestie da pascolare e fuoco da attizzare, senza inutili smancerie ma fondate su un amore profondo ed eterno.
Sardegna, dicevamo, terra di pastorizia e allevamento, terra dove gli animali sono rispettati per il cibo e il lavoro che forniscono ma non certo amati, non da tutti, non come nelle altre regioni, non negli anni cinquanta soprattutto. Graziella, però, è diversa. Lei ama gli animali. Si affeziona teneramente ai cuccioli di cane, prova compassione quando vengono uccise le pecore, i buoi e i maiali che serviranno alla famiglia per nutrirsi. Questa pietà - umana, nuova, moderna -, agli occhi del paese è sbagliata, è ciò che fa marcire la carne macellata. Ma – vedremo alla fine – sarà proprio un atto di compassione (come ne Il signore degli anelli), sarà l’amore per gli animali e il senso del perdono, a rimettere a posto le cose, a trasformare la morte nella speranza di una nuova vita libera. A collegare la Sardegna di un tempo a quella di oggi.
L’unico difetto del testo è il far progredire la trama un po’ troppo a colpi di sogni, ma questo aumenta l’impressione onirica e misteriosa. Nell’insieme, un romanzo bello e compiuto, molto ben scritto, pieno di atmosfera, di sentimenti potenti, mai tenui o sottintesi, sempre accecanti come gli elementi naturali di questa aspra terra.
Paolo Merenda, "Break - Confessionale punk"
/image%2F0394939%2F20210113%2Fob_50d390_merenda-1.jpg)
Paolo Merenda
Break – Confessionale Punk
Gonzo Editore - Euro 15 - 50 racconti e un CD
Di questi tempi grami ogni idea originale è benvenuta! Dio ci scampi e liberi dai Vespa Saviano Avallone Cazzulo … e chi più ne ha più ne metta! Benvenuta la musica punk e il ritmo incalzante di Questa città io non la lascerò mai, così come sono benvenuti i micro racconti graffianti e sovversivi (ma chi si scandalizza più al giorno d’oggi?) contro chiesa, potere, istituzioni, scuola e vita quotidiana. Cinquanta racconti punk che durano lo spazio di 20 righe, scritti in bianco su lavagna nera, copertina come se fosse una confezione Kinder, un break più Paolo meno Merenda (geniale!), un vero e proprio confessionale punk di storie incartate singolarmente.
Il punk, l’adolescenza, la provincia, tutto mixato e centrifugato, raccontato con un linguaggio esplicito, senza peli sulla lingua, scevro (questo termine farebbe incazzare mica poco l’autore dei testi) da perbenismi e da seghe mentali. Disagio e alienazione, odio per i manga giapponesi, amore per Alan Ford e Superciuk, invidia bonaria per un collega scrittore che ce l’ha fatta, inerzia underground e apatia quotidiana. Tutto questo è il nostro libro, completato a dovere da brani musicali d’epoca che piaceranno a chi ha amato gli Skiantos (Mi piaccion le sbarbine!), gli Squallor (Era meglio quando c’erano gli Squallor …) e i CCCP - Fedeli alla linea (Lavora, produci, crepa!). Bravo Paolo Merenda che mi hai riportato agli anni Ottanta quando qualcosa si muoveva ancora (in tutti i sensi) e faceva scandalo La vita interiore di Alberto Moravia, mica Acciaio dell’Avallone! Gonzo Editore lo trovate in rete, come tutte le cose belle le dovete cercare, ma ha un sito internet, una pagina Facebook, persino instagram come le fighette. Cosa aspettate a ordinarlo? Forse che passi Giulio il barbone o un motociclista sentimentale? Se non lo trovate, ordinatelo al Bar Da Mario e fate bene attenzione a non stare troppo contro vento. Tutte citazioni, scusate.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Gianni Venturi, "21 grammi di solitudine"
/image%2F0394939%2F20210108%2Fob_b30944_foto-libro-21-grammi-di-solitudine-di.jpg)
21 grammi di solitudine di Gianni Venturi (Giuliano Ladolfi Editore, 2020) è il peso poetico di un respiro, il soffio intimo, l’impalpabile essenza del dolore umano, l’evanescenza di sentimenti puri e autentici. Il poeta, attraverso la fermezza descrittiva, essenziale e distensiva nelle immagini, fende il terreno emotivo tracciando la superficie dei solchi interiori, imprimendo la traccia profondamente radicata delle espressioni viscerali, del mondo sensibile, del patrimonio familiare delle origini e della terra sopra il tempo della vita indifesa e fragile. Si narra che 21 grammi sia il peso dell’anima, pochi granelli inconsistenti sul peso di un destino che ognuno di noi riconosce nella fatalità prestabilita ed imperscrutabile degli eventi. La poesia di Gianni Venturi si inoltra lungo le condizioni e i sentimenti umani sradicando ogni passaggio spazio - temporale della memoria, frequenta le lacerazioni impulsive e la resistenza nelle intuizioni drammatiche e nostalgiche, nei frammenti di una disperazione in cui la solitudine è al centro di tutto. Il tragitto privilegiato della poesia verso la personale testimonianza dell’autore è presenza illuminata, eco deformata dell’anamnesi, rifugio ancestrale, richiamo ad una trama remota che si svolge oltre i limiti consueti della conoscenza, solitaria e sofferente, dell’umanità. I versi, affatturati all’efficacia espressiva degli abbandoni, suggeriscono un altrove quieto, un nascondiglio protettivo, dove custodire l’incondizionata immutabilità dell’assenza, nell’ostentato distacco di ogni atteggiamento intellettivo e carnale. L’estrema limitatezza della coscienza umana circoscrive l’evocazione del passato e domina il segno del presente. L’intensità accentuata ad ogni mutamento individuale è luogo di transito e di sosta della creatività, materializza la rappresentazione esplicita e cruda della infranta condizione umana. Il poeta è nel disamore della malinconia, nella perdizione del recupero di un passato che non muore ma che dilata una sconfitta insofferente e vagabonda e pone lo sguardo sulle essenze illusorie dell’uomo, accenna ai turbamenti e ai disorientamenti emotivi, è l’ombra cupa di ogni tormento. 21 grammi di solitudine approda ad un’introspettiva identità, assapora l’incanto suggestivo dei colori e delle forme delle possibilità, assorbe il sollievo dei cambiamenti, prolungando la corposità e la generosità dei ricordi. La dissolvenza rarefatta delle stagioni vitali congiunge la volontà di estendere l’accogliente risposta alla propria natura, alle radici, alle fondamenta che trattengono l’inclinazione di ogni qualità emotiva, in ogni alchimia delle proprie tensioni, confessando la consistenza rivelata dalle percezioni. I versi maturi sono consumati in una misurata e toccante lacerazione spirituale nella lontananza dell’isolamento. Nella semplicità e nella determinazione dei frammenti di un’esistenza svuotata, il poeta delinea scaglie di vita consumata, alla deriva nella nebbia esistenziale dell’uomo, segue la direzione della speranza e della rassegnazione, del coraggio e della paura, donando al valore della coscienza, il riscatto e l’accordo alla salvezza. Il peso sostenuto da chi sopravvive, libero di trasmigrare in altri luoghi del cuore è l’ispirazione per la più dolce elegia.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”
abitavo un paese gentile dall’aia fiorita
e danze di fisarmoniche sussurranti
odoravo le campagne di settembre con sorrisi
la canapa era dura come il tempo
in quest’ora d’abbondanza infelice
sorseggio un’acqua fetida non più di fonte
---------------------------
la terra ha brividi
che scuotono
paludi
come la nebbia errante
che di casa in casa si raggruma
un sole amorfo si raggomitola
tra monti di cenere
all’orizzonte
-------------------------
le pietre parlano
la lingua sconosciuta dell’ontano
lo sciamano alti scopre i canti
alla dea del fiume che ravviva novembre
è il canto del vento tra le foglie
questa terra ha silenzi circolari
memorie granitiche
orari definitivi per la vita
--------------------------
come gelo le parole dette
tutto appare chiaro
la maestra scuote dolce il viso trema
il parroco intona il verbo scivola
la vita oltre fondamenta fragili
sono uno sputo di luce e arranco
come l’inverno carezze sperse
tutto perduto memoria e dignità
------------------------------
è tempo di condividere l’assenza
tempo di estrema partenza
c’è un ponte di nebbia che separa le strade
poco battute che conducono ovunque
partecipare condividere aggregare
mi sento la pietra lapidaria
non angolare nel muto dialogare
fuori tempo l’estremo abbandono
---------------------------------
L’archeologo osserva compiaciuto i reperti umani
in divenire noi un chicco di luce persiste
l’universo che ha voce accoglie la stella che implode
entropia o fine del clamore
come altari sulla sabbia
lo scorrere delle ere cancella le cose
e nulla resterà
-------------------------------
vecchi curvi avanzano dimenticati
come roccia che si sgretola
il tempo che scorre e racconta il silenzio
sono querce nel traffico impetuoso
questa distonia dimentica il passato
spaventa il bimbo in corpo di vecchio
---------------------------------
basterebbe un filo di vento qui nella stasi
dove tutto appare bloccato
quasi vuoto il movimento
l’assoluto si tende
Gianni Marcantoni, "Complicazioni di altra natura"
/image%2F0394939%2F20201130%2Fob_3c78e0_complicazioni-di-altra-natura-cop-web.jpg)
Complicazioni di altra natura di Gianni Marcantoni (Puntoacapo Editrice - Collezione Letteraria, 2020) è una trasparente diagnosi della poesia contemporanea, una leale interpretazione analitica che osserva e presagisce le contrarietà impreviste della vita, gli ostacoli di ogni esperienza, riconoscendo all’altruistica elaborazione della sincerità l’intuizione emotiva dei valori, dileguati nell’indistinta incertezza del futuro. I versi diramano tortuosità impulsive, nella curva oscura delle immagini inquiete e malinconiche, diffondono contraddizioni interiori che ricadono sul dolore raccolto ed intimo dell’anima e dilatano lacerazioni e crudeli instabilità sentimentali. La parola offre in dono la protezione di ogni percettibile verità interiore e proietta la sensibilità nel dettaglio della nostalgia, sconfinando la cognizione di una poesia disincantata, prolungando il disagio delle illusioni e la condizione complicata di ogni mancanza. Il poeta agevola il significato degli impedimenti influenzando le conseguenze favorevoli della profondità espressiva, incisa nella nitidezza delle idee e nella lucidità della coscienza. La necessità poetica di Gianni Marcantoni è energia generatrice delle sensazioni contemplate ed esaminate, percepite attraverso la mediazione del senso, capaci di trasformare la proprietà empatica della realtà oggettiva. La riflessione intimista sulla natura incerta e provvisoria dell’inconsistenza umana, l’assenza e la solitudine dell’individualità invocano il coraggio dell’analisi sulla contemporaneità, l’essenza ontologica della temporalità, e, nelle poesie, i “correlativi oggettivi” sono l’identificazione di un’evocazione, nel legame tra contenuti profondi e motivazioni esterne. Il poeta dichiara di riconoscere la propria autenticità, intraprendendo l’indagine dell’essere, ridestando alla conoscenza l’abilità di essere nel mondo. La maturità sensibile dell’autore si nutre dell’originaria appartenenza alla propria riservatezza e indica la familiarità con la memoria percepita, compresa e legata al destino di chi scrive. Gli “strumenti umani” sono un’occasione esistenziale e rivelano una confidenza elegiaca svelando la spirituale coerenza del patrimonio affettivo, confermando la comprensione degli eventi e l’esposizione delle situazioni autenticamente trascorse e sofferte. I motivi d’ispirazione e d’idealizzazione poetica vivono del momento presente, scarno e vorace, ma evocano il coraggio di vedere oltre, di accogliere i conflitti, le ossessioni e gli inganni che invitano alla stabile permanenza del rifugio esistenzialista. L’orizzonte della consistenza è svelato dalla solidarietà umana, quando la finitudine della realtà, lucida e scaltra, asseconda ogni espressione in corrispondenza degli istinti e dei sogni che produce. Gianni Marcantoni ritorna lungo i luoghi perduti, i territori che con commozione e resistenza conoscono la parte migliore di ogni destinazione privata delle parole, nella distensione di ogni trasferimento della sofferenza. Il poeta si lascia attraversare dall’indugio alla consapevolezza e assegna lo sguardo disarmante e alieno all’abisso generato da ogni emergenza.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”
https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
Caduta
Il sole trita il mattino davanti al suo corteo
d'ombre, la notte rapiva il sonno della gente
ancora alla ricerca di miserie;
è tempo di ricominciare qualcosa
che abbia un principio,
è tempo di voltarsi e di guardare
oltre queste macerie intossicate nell'oro.
E in mezzo a tutto questo
un pidocchio salta da un marciapiede all'altro
risucchiato dal canto dei clacson ancora vivi,
teme da solo di essere scordato
come l'acqua di uno scarico che scroscia,
che scompare in una macchia buia,
scendendo giù verso la fine,
nell'ultimo spigolo, nell'ultimo rantolo,
come una specie di gomitolo che cade dalle mani.
---------------------------
Un altro resto
La tua luce si perde in un rifugio,
la notte ci sdoppia
da una membrana rigida come travertino.
Infondo sono poche parole che rimangono,
il vento trastulla il nostro vecchio motivo,
sui picchi dei monti – verso l'alto
il cuore non spinge più contro la parete.
Hai battuto il muso sul petto
(ed è stato solo un attimo),
un silenzio forse troppo complicato
da tradurre in suono. Ma il torchio gira
e ruotando preme l'ultimo
resto di mandibola, il pilastro appuntito
dove il braccio ancora circola.
---------------------------
Nell'aria
Gesti folli aprono i tuoi occhi,
gesti al buio di un teorema separano le acque,
il mio nome resta traccia di uno spazio che lenisce.
Un varco invisibile conduce alla sola verità necessaria
che sai la mia parola aver taciuto.
Nessun nome il sole può bruciare, dopo aver trascinato
questa vita in un cadavere dalle sembianze inumane.
Ho abitato la terra e il suo stringato lamento
perché il cielo ho smosso con le mani nude d'aria,
e svelato la notte a chi l'aspettava.
--------------------------------
Corone del buio
Le parole incomplete hanno imbrattato
il quadro, ora la cornice sembra più sottile.
Del nulla cosparso osservo
le pinete indurite, che sembrano
un mosaico di ramificazioni allacciate
sopra una intelaiatura. Dell'immane nulla
ammiro la foschia del panorama,
che boccheggia soggiogato davanti alla fessura
aperta della mia safena in emergenza.
Eppure nella materia uno spettro si assembla,
dalle vecchie tubature ardenti
esso sovviene alla mia presenza
con una manciata di briglie in mano,
che aprono alle corone del buio
questo mutilato sipario di tagliole.
------------------------
Vissuto
Vi saluto, ma tornerò - tornerò,
da qui nulla è perduto senza un taglio.
Domani è il mio vissuto, il vento era troppo cupo,
la luce troppo solitaria per risorgere da un dirupo.
Nel tempo non c'è sorte a separarci,
qui dove niente può spegnersi tornerò
senza avere avuto cure, saprò cosa dire
alle tue accuse che non più mi riguardano;
le pozze dissetano il branco.
Saprò dove guardare se la quiete
passerà a respirare dalle nostre parti scarne.
Remo Rapino, "Vita morte e miracoli di Bonfiglio Liborio"
/image%2F0394939%2F20201125%2Fob_14d692_9788833890876-0-221-0-75.jpg)
Vita morte e miracoli di Bonfiglio Liborio
Remo Rapino
2019, Minimum Fax
Alessandro Del Gaudio, "Rintocchi di clessidra"
/image%2F0394939%2F20201112%2Fob_c20ee7_rintocchi.jpg)
Alessandro Del Gaudio
Rintocchi di clessidra
Self Publishing – Euro 10.50
Reperibile su Amazon
Alessandro Del Gaudio lo conosco dai tempi de Il candore dei ciliegi, sarà stato il 2000, lui aveva 26 anni, io 40. Siamo invecchiati entrambi in questo mondo letterario che fagocita sogni e ambizioni, che redige scale di valore inattendibili e che ti fa smarrire la cosa più importante: la voglia di scrivere. Per fortuna Del Gaudio l’ha mantenuta, ma resta un peccato che un romanzo originale come Rintocchi di clessidra esca come autoproduzione, quando le librerie sono ricolme di spazzatura su carta, illeggibile, promossa a piene mani dal sistema mediatico. Discorsi vecchi, che facevo vent’anni fa, che sono costretto a ripetere, visto che la situazione è persino peggiorata dai tempi di Quasi quasi faccio anch’io un corso di scrittura (Stampa Alternativa).
Rintocchi di clessidra è un romanzo costruito su racconti - per la precisione otto e un epilogo - ma il filo conduttore è la narrazione di raccordo composta da Nivolet, un narratore fantastico che scrive storie da un palazzo al centro dei mondi, racconti che messi su carta subito dopo vengono scordati. Le storie del narratore protagonista sono importanti, scorrono come rintocchi di clessidra, sono le ultime storie da scrivere che dovranno risvegliare Esterel da un sonno eterno. Il dato di partenza è fantastico, così come sono soprannaturali molte ambientazioni, dotate di una doppia chiave interpretativa che passa dal realistico al soprannaturale. In ogni caso il lettore di fantasy troverà pane per i suoi denti, tra torri siderali, spazi interstellari, maghi, giocattoli soprannaturali, penne prese in prestito ad ali di corvi per scrivere storie prive di lieto fine, capitani coraggiosi e ciurme di surreali pirati.
Lo stile di Del Gaudio è maturo e consapevole, ben strutturati i dialoghi, descrizioni come morbide pennellate, suspense narrativa dosata a dovere, costruzione letteraria che risente di letture importanti, da Borges a Calvino. Rintocchi di clessidra è la dimostrazione di come si possa fare letteratura partendo dal genere, senza tradire il rispetto per il lettore che attende una storia avvincente. Rintocchi di clessidra ne contiene nove.
Il tuo nome è un’altra opera interessante di Del Gaudio, edita da Sereture Edizioni di Varese, nel 2015, che ho avuto modo di apprezzare. Qui siamo nel territorio della narrativa sentimentale, con l’originale trovata di alternare un capitolo in prosa a una poesia d’amore. Un romanzo struggente e delicato che racconta una storia d’amore incompreso, un cuore che batte per una donna che di cognome fa follia e che resta solo un fantasma della notte, di un’altra notte in cui poterla sognare.
Provateli entrambi. Non ve ne pentirete.
Per acquistare: Rintocchi di clessidra.
Nicolas Guillén, "Obra poetica"
/image%2F0394939%2F20201111%2Fob_cdd2da_unnamed-2.jpg)
Obra Poetica 1922-1985
Nicolás Guillén
Traduzione di Gordiano Lupi
Tomo I
Il Foglio Letterario, 2020
pp 494
15,00
Il primo ponderoso tomo della traduzione fatta da Gordiano Lupi – e pubblicata con la sua casa editrice Il Foglio - dell’opera poetica di Nicolás Guillen (1902-1989), meticcio figlio di schiavo, poeta cubano comunista, esiliato dal dittatore Batista, combattente della guerra civile spagnola, viaggiatore, presidente dell’unione nazionale degli scrittori di Cuba.
Questo primo tomo raccoglie le opere scritte dal 1922 al 1958 e l’evoluzione è evidente. Le prime liriche – addirittura inedite - sono giovanili, intimiste, ancora ottocentesche, tese a raccontare di un amore perduto, distante e ormai indifferente, e hanno un sapore occidentale. La speranza è tutta in un nuovo amore e si passa attraverso immagini sofferte e cristologiche, condite di solitudine e misantropia. Molto evidente la dualità innocenza/ corruzione, il senso della propria indegnità che si trasforma in una sorta di preghiera laica.
L’approdo successivo è a una lirica impegnata, sociale, dove Guillén canta gli ultimi, i dimenticati, gli sfruttati, i tagliatori di canna da zucchero.
Nel mezzo fra le due, la poesia più bella e sonora, quella “mulatta” di Songoro Cosongo, che si rifà al son cubano, musica e ballo insieme, onomatopeia di tamburi e mimetismo del ritmo sensuale dei neri. Una poesia che è suono, ma anche sangue e carnalità.
Erotismo, dicotomia fra bianco e nero (i due “nonni”, i due “bimbi”), bisogno di riconoscersi in una delle due identità senza averne la possibilità, cori da tragedia greca che oggettivano la narrazione in realismo a volte anche ironico, più spesso drammatico. Tutto poi evolve nella poesia più tarda, quella contestataria e comunista, dove il poeta denuncia la condizione dei neri cubani e il furto da parte degli Stati uniti delle ricchezze nazionali.
Infine, l’entusiasmo per la rivoluzione, per Che Guevara, per tutto ciò che appare nuovo, luminoso e giusto. Guillén, per sua fortuna, morirà prima di vedere la triste fine dei suoi ideali.
.
Matsuteia ed E.T.A. Egeskov, "Volevo essere un supereroe"
/image%2F0394939%2F20201110%2Fob_10ad53_cop-marvel.jpeg)
Matsuteia ed E.T.A. Egeskov
Volevo essere un supereroe della Marvel – vol. 1
Amazon - E book euro 0,99 – Cartaceo 4,99
https://www.amazon.it/dp/B0865BNNV5/
Un agile volumetto che non pretende di essere esaustivo, solo di raccogliere una serie di curiosità sui supereroi degli universi Marvel - che sono davvero tanti (quasi 1000!) tra buoni e cattivi (persino più affascinanti) -, anche perché ci sono già molti saggi specifici che contengono di tutto sulla Casa delle Idee. Sono un fan della Marvel dal 1970, dal giorno in cui fui affascinato in edicola da L’Uomo Ragno contro Lizard, Editoriale Corno, subito dopo essere stato irretito da Mentre la città dorme, protagonista il Devil dal costume giallo e nero di Stan Lee e Wallace Wood. Confesso che leggo Marvel ancora oggi, certo solo i personaggi classici, cose nuove come Venom e Deadpool (che i ragazzi amano) un po’ mi disturbano, riesco ad apprezzare poco persino un grande disegnatore come Todd Mc Farlaine, cresciuto come sono a Ditko e Romita, per me il massimo di modernità restano Kane, Kirby e Buscema. Non solo, mi capita di vivere come un tradimento certe trasposizioni cinematografiche di Spider Man, soprattutto le ultime, mentre ho apprezzato molto il cartone animato di Sara Pichelli con il nuovo Uomo Ragno di colore (Miles Morales). Detto questo veniamo al libro, un piccolo e prezioso manuale che in certi casi dice cose che un appassionato conosce, ma in altri fa compiere vere e proprie scoperte al vecchio lettore. Per esempio mi è servito a capire che il nuovo Nick Fury cinematografico è il figlio di quello che leggevo negli anni Settanta. Poi fa piacere rileggere anche quel che sappiamo, trovarlo sistemato in maniera ordinata, come la storia su Spider Man che l’editore Martin Goodman proprio non voleva pubblicare: Chi vuoi che si appassioni alle vicende di un uomo con i poteri di un ragno? Per fortuna ebbe ragione la testardaggine di Stan Lee. L’Uomo Ragno conta versioni da romanzo grafico strepitose, vera letteratura a fumetti, oltre a una serie regolare che - tra alti e bassi - resiste in edicola dal 1962. Gli autori del libro raccontano lo sbarco Marvel in Italia, al quale ho assistito in prima persona, negli anni Settanta, prima su Linus (grande Oreste Del Buono, quasi mio compaesano!), poi su Sergente Fury (possiedo molti numeri), infine con la mitica Corno. I due autori non dimenticano le vicende moderne con Star Comics e Play Press, per poi parlare di Panini unica depositaria del verbo Marvel. Il libro analizza la continuity - fenomeno che rende diversa e unica la Marvel -, i cross-over, il primo eroe omosessuale, gli autori che hanno fatto la storia, i problemi con il Comics Code per la troppa attualità dei racconti (droga, razzismo, Vietnam …). Una sezione finale è riservata agli attori dei film che hanno impersonato gli eroi Marvel, importante per rendere il tutto più attuale e appetibile per i fan contemporanei. Per quel che mi riguarda resto legato al passato, al profumo di quella carta colorata della Corno, che oggi ritrovo - come una madeleine proustiana - nella collezione da edicola Super Eroi Classic, edita dal Gruppo Rizzoli in collaborazione con Panini. Per chi ancora non conosce la Marvel questo piccolo libro è una vera e proprio guida virgiliana in un paradiso fantastico che noi ragazzini nati negli anni Sessanta abbiamo vissuto desiderando tutti trasformarci in Super Eroi Marvel!
Per acquistare il libro: https://www.amazon.it/dp/B0865BNNV5/
Paul Watzlawick, "Istruzioni per rendersi infelici"
/image%2F0394939%2F20201106%2Fob_c6991b_41l9sjvjg9l.jpg)
Le Istruzioni per rendersi infelici di Paul Watzlawick possono essere realmente annoverate nel filone della "biblioterapia" nel senso clinico del termine. E come ogni medicinale possono dare fastidiosi effetti collaterali in individui predisposti al momento del lettura. È quello che successe a me, 5-6 anni fa quando lo comprai e lo iniziai: subito avvertiti un senso di malessere, fastidio. Non lo capivo. Lo abbandonai ma lo portai con me nei successivi traslochi, complice un inconscio che sapeva che prima o poi ne avrei colto i frutti. E così è stato negli scorsi giorni, durante i quali l'ho fatto fuori in 3 pause pranzo al sole. Lettura che è stata rapida, senza soffermarmi troppo, ma sorridente, perché giungeva dopo anni di esperienze scomode e di testi di filosofia, sociologia, spiritualità, che mi hanno permesso di capire che non c'era nulla da capire, il libro offre ciò che promette dal titolo, ovvero le istruzioni da seguire se si vuole vivere infelici.
Watzlawick espone sornione le sue regole, tutte attraversate da una potente ironia ma tutte corrette. Se glorifichiamo il passato, se ci riterremo indegni di essere amati, se passeremo il tempo a manipolare i nostri cari, se ci porremo obiettivi facilmente raggiungibili, non sarà possibile sbagliare, come seguire una ricetta passo passo, il risultato è garantito: la nostra infelicità. E non sono fantasiose teorie dell'autore, no, no, sono corroborate dalla saggezza degli antichi (giapponesi, romani, greci) e dei grandi contemporanei (Rousseau, Dostoevskij, Nietzsche).
Personalmente è un testo che non mi sento di consigliare a neofiti di psicologia, filosofia, sociologia o spiritualità: il rischio di trovarlo superficiale e ostico esiste. Un precedente approccio anche spicciolo alle materie di cui sopra permetterà di apprezzarlo, intuire una serie di sottotesti che Watzlawick appena accenna (narcisismo e manipolazione, difficoltà nelle relazioni amorose, gestione errata dei fallimenti) e scovare le geniali verità in esso contenute. Poi, se proprio ci tenete, potete sempre decidere di applicare al contrario le sue istruzioni e cercare di avere una vita appagante. De gustibus.
/image%2F0394939%2F20190531%2Fob_6113d1_61425960-10216728261030327-19684367693.jpg)