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recensioni

Patrizia Poli, "L'ultima luna"

24 Febbraio 2021 , Scritto da Ida Verrei Con tag #patrizia poli, #lultimaluna, #idaverrei, #recensioni

 

 

 
 
 
 
Ogni parola è sempre scritta pensando ai lettori, ai cuori da far vibrare”, dice Patrizia Poli. E ci riesce, ancora una volta, con un romanzo che è storia, la storia di una vita che non si svolge sotto il segno di grandi avventure, né di episodi fortemente drammatici. Mary, la protagonista, non è un’eroina né una vittima, ci sono illusioni e delusioni, ma non guarda il mondo che la circonda con rancore, né con distacco, la sua storia si racconta su uno sfondo che spesso diventa il vero protagonista. Un contesto che diviene speciale, perché lo è e perché l’autrice così lo conosce, così lo ha vissuto.
Una storia, una vita, un mondo. Una strana casa a forma di manyatta, sull’orlo del Masai Mara, un’insolita famiglia inglese benestante, dove ciò che accomuna padre e figlia è il grande amore per l’Africa, la gioia e il piacere di galoppare per la savana, mentre la madre angloindiana vive chiusa in se stessa con l’unico sogno di lasciare il Kenya e andare a vivere in Inghilterra.
Dopo un dolore inaspettato, sempre inaspettato arriverà per Mary anche l’amore. Ma la storia non si chiuderà come la più tenera delle fiabe, ci saranno difficili prove che la protagonista dovrà affrontare, anche se ne uscirà arricchita e certamente più forte.
Più che la trama, quello che colpisce nel romanzo di Patrizia Poli è l’atmosfera che si nutre di riferimenti culturali ma soprattutto di emozioni che svelano immedesimazione e una tecnica descrittiva che combina ritratto e racconto. Come, per esempio, l’articolata narrazione dei cortei di animali per i boschi della savana, che si trasforma in un vero e proprio affresco della terra africana. E’ una sorta di mescolanza tra reportage e la memoria di emozioni assimilate alla fantasia.
Ancora un romanzo bello e particolare, che conferma Patrizia Poli scrittrice di talento.
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Eleonora Fasolino, "Amabile inferno"

20 Febbraio 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

Amabile inferno

Eleonora Fasolino

 

Milena in love

pp 360

 

 

C’è una parola sola per Eleonora Fasolino: brava. Scrive benissimo, con tutti i tempi narrativi giusti, senza dilungarsi e senza aver fretta.

Soprattutto ha saputo creare uno di quei personaggi che restano iconici, che entrano a far parte dell’immaginario collettivo, come Edward Cullen o Christian Grey. Lei ha creato il nostrano Manfredi Vergara, uno che già dal nome ti scatena gli ormoni.

Bello e impossibile. E l’amore impossibile, si sa, è quello più intenso e romantico. Impossibile, Manfredi, lo è tre volte. Per la differenza di età, lui è un uomo fatto e lei solo una ragazzina. Perché lui è un professore e lei la sua studentessa. E perché Manfredi è… un sacerdote.

Siamo in un liceo classico romano, l’anno degli esami di maturità. Manfredi insegna, bello, bravo, intrigante. Melania Santacroce è la sua allieva, intelligente, graziosa, poetica ma niente di speciale. Forse nel cognome ha già scritto il destino di Manfredi. Sarà la sua tentazione, il suo peccato, la sua croce, la sua colpa.

Ma lui decide di vivere questa storia, di assaporarla senza pensare al futuro, di considerarla una parentesi. Per Melania, Manfredi è tutto, è l’amore, è la scoperta del sesso, è l’ingresso nella vita adulta, è un rischio e un conforto insieme.

La vicenda si svolge nel presente ma si riallaccia al passato, a una precedente storia d’amore di Manfredi, al ricordo di una donna alla quale ha dovuto rinunciare. Il romanzo ha dialoghi ben sviluppati e plausibili, scene ben articolate, il sesso è esplicito - fin troppo per la sottoscritta -, senza freni e senza inibizioni. Il romanticismo, però, e il pathos sono entrambi alle stelle.

Amabile inferno è uno di quei romanzi che, col passaparola, è destinato a diventare un caso editoriale.

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Piero Paniccia, "La sconfitta"

19 Febbraio 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

La sconfitta

Piero Paniccia

 

libro autoprodotto

pp 288

 

Dispiace dirlo ma questo libro non doveva uscire così com’è. Si doveva avere la pazienza di revisionarlo da cima a fondo, a cominciare dalla banale giustificazione del manoscritto sul lato destro, fino ai dialoghi con quel “disse” che comincia, non si sa perché, dopo il punto. Senza contare discorsi iniziati e non finiti, ripetizioni a raffica. E via discorrendo.

Detto questo, anche la storia, sebbene interessante per capire come funzionano certi ambienti corrotti, è pesante e farraginosa, fra incidenti stradali, malaffare, corse in bicicletta e omicidi.

A Roma, l’ex ciclista Fausto Proietti muore, apparentemente per infarto del miocardio, almeno così dice il medico legale, ma, forse, si è trattato di un misterioso incidente avvenuto giorni prima su un autobus. C’è di mezzo un’assicurazione e la famiglia pretende il risarcimento. Il genero Paolo indaga sulla morte del suocero e poi su quella dell’avvocato che segue il processo.

Almeno per tutta la prima parte, la trama non decolla. Il tutto diventa più piacevole solo quando ci si addentra nella vita dello scomparso. Del fu Fausto scopriamo che aveva una passione per le corse ciclistiche e che non andava d’accordo con il proprio padre, Antonio. Era un bravo ragazzo, lavorava e si allenava con successo ma, quando era stato pronto per il salto nel professionismo e per la prova olimpica, una serie di sfortunati contrattempi e una brutta broncopolmonite lo avevano fermato.

Fausto lavora, si sposa ma ha un carattere scontroso e una mentalità da campione fallito e disadattato. Una parte di lui è preda della nostalgia di ciò che avrebbe potuto essere e non è stato. Ma, dentro, è sicuro che un giorno riuscirà a provvedere al benessere della famiglia, arricchendola in qualche modo.

Sarà così ma lui, defunto, non avrà modo di saperlo e questa sarà la sua “sconfitta”, unita al rancoroso livore della famiglia nei suoi confronti.

Dopo la sua morte la famiglia si accanisce e si disgrega per ottenere l’indennizzo dell’assicurazione, dimenticando lui e la sua memoria. Le complicate vicende processuali, fino a tre gradi di giudizio, sono raccontate con ridondanza ammirevole ma pure stancante. Viene ben ricostruito un ambiente tentacolare malavitoso che ricorda “mafia capitale” e i recenti intrighi criminali romani, e che si ricollega addirittura alla famigerata banda della Magliana. La corruttela avvolge la vicenda, inquina le prove e l’autopsia, si ramifica nella politica, nelle istituzioni e nei servizi segreti deviati, impedendo alla famiglia di Fausto - difesa da un avvocato a sua volta corrotto - di ottenere il giusto risarcimento. La famiglia stessa si disgrega, dilaniata dai litigi interni e sfinita dall’iter processuale.

Ma, alla fine, una fioraia gentile e sprovveduta, capace di un tenero, postumo e sognante amore, rimetterà le cose a posto, in quelle che sono anche le pagine migliori e più poetiche del romanzo.

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Giovanna Strano, "Parlami in silenzio Modì"

12 Febbraio 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #giovanna strano, #recensioni, #pittura

 

 

 

 

Parlami in silenzio Modì

Giovanna Strano

 

Aiep Editore, 2020

pp 272

14,00

 

Un’altra bella biografia romanzata a firma Giovanna Strano. A parlare in silenzio è Amedeo Modigliani, scultore e pittore livornese, ebreo sefardita, artista bohemienne maledetto, morto precocemente dopo una vita di eccessi tutta dedita all’arte, all’affinamento della ricerca, allo studio dei volumi e dei colori. Lasciarsi ritrarre da Modigliani equivaleva a farsi spogliare l’anima, metterla a nudo, ma anche avere uno scambio con il pittore, fondersi con lui persino fisicamente.

Il romanzo ripercorre la sua vita, dalla nascita - nel letto che la partoriente condivideva con gli oggetti ammassati per evitare il pignoramento - alle numerose donne che lo hanno accompagnato e alle quali ha dato amore ma anche tormento. Donne belle, forti, indipendenti, che per un periodo gli hanno fatto da muse ispiratrici e da sostenitrici, per poi arrendersi all’impossibilità di vivere con un alcolista, un drogato, un fedifrago devoto solo alla sua arte, anarchico e libertario nel profondo. Donne che, alla fine, lo hanno abbandonato, tranne la dolce e sfortunata Jeanne, la più giovane, la più innamorata, la più ingenua, di cui tutti conosciamo la tragica fine.

Una vita minata dalla malattia, bruciata in fretta, consapevole della propria brevità, ardente di passione umana e artistica, vissuta in luoghi sordidi ma fervidi di cultura e arte.

Più che un resoconto di fatti, il romanzo della Strano è due cose: una splendida ricostruzione d’ambiente - la belle époque, Parigi, i quartieri di Montmartre e Montparnasse, il crogiolo di avanguardie letterarie e fermento artistico all’ombra della prima guerra mondiale - e una carrellata di dipinti e sculture, studiati nella loro plasticità ma soprattutto nel loro significato filosofico e umano, perché fra modello e pittore s’intuisce una corrente di comprensione e di scandaglio che va oltre il rapporto artistico. Ogni figura è interpretata nell’animo ma anche riportata alla sua essenza storica, alle sue origini culturali.

Il testo mi ha ricordato il film I colori dell’anima di Mick Davis, perché anche qui una vicenda che potrebbe essere carica di pathos viene invece vivisezionata nel suo contenuto intellettuale, di riflessione sull’arte, e questo si rispecchia nei dialoghi viziati da un didascalismo che li fredda, ma che trova il suo riscatto nella commovente e bellissima analisi finale dell’autoritratto di Modì. Uomo, artista, donnaiolo, bevitore, bruciato dalla passione, mangiato dalla tubercolosi, ma immortale, per noi, per tutti, per l’eternità.

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Milena Tagliavini, "Ricognizioni"

2 Febbraio 2021 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Ricognizioni di Milena Tagliavini (Giuliano Ladolfi Editore, 2020) è una conferma introspettiva all’analisi autonoma della forza poetica, all’indagine inconscia dell’esistenza. Milena Tagliavini prende atto della coscienza osservando la confidenza finalizzata al riconoscimento del proprio mondo, esaminando la propria interiorità interpretata da idee, intenzioni ed esortazioni che generano l’essenza dell’identità della poetessa. I versi, estendono la percezione interna all’attività riflessiva del pensiero, esprimono la voce dialogante con l’anima, dispongono l’intesa della comprensione con il trascorrere dell’autenticità del tempo, dilungando la veridicità degli stati d’animo. L’autrice attinge le sensazioni, raccoglie il riscontro dei sentimenti attraverso ogni manifestazione esplorativa, identifica il percorso esistenziale con l’itinerario della sensibilità, rileva gli accertamenti dell’ispirazione. Il privilegio e la grazia di concedersi una mediazione nella comunicazione elegiaca, permette di verificare la qualità medianica degli avvertimenti sensibili, di descrivere l’evocazione delle convinzioni, la persuasione dell’esperienza. Lo spirito che riflette la luce delle intonazioni umane, irradia una telepatia di emozioni, scorge sempre un significato ultimo da attribuire alla vita, al senso di ogni valore, alla direzione da intraprendere, al messaggio di speranza da divulgare. Il coinvolgimento psicologico ed antropologico della poetessa valuta reazioni profonde ai propri interrogativi sull’abilità del vivere, inseguendo la continua evoluzione dell’inconoscibile, insondabile mistero dei tentativi, cercando di confermare l’universalità della comprensione. Dimostrare la disponibilità dei fenomeni umani, fornire il requisito della saggezza è lo spunto di riflessione per manifestare la presenza oltre l’invisibile linea di confine dello spirito, per invocare la libertà e la volontà delle contraddizioni terrene, per restituire la fermezza del giudizio e della ragione nell’ambito dell’emozionalità, dell’atteggiamento agnostico sui dissidi esistenziali. La poesia di Milena Tagliavini amplifica i quesiti umani universali, propone domande sull’uomo e sull’origine della bellezza, offre la resistenza all’insicurezza, cercando di colmare il vuoto della provvisorietà, superando il tragitto dell’inquietudine, placando la diffidenza oltre ogni apparenza. La poesia, consumata dal tormento doloroso dei conflitti irrisolti o irrisolvibili, strappa con dolore vivo ogni nuova lacerazione, intervallando il ritmo persistente del tempo che scorre, sussurrando la suggestione dei versi adagiati sulla pagina, con la lieve e consapevole consuetudine alla malinconia, ricostruendo dall’indifferenza la sostanza della luce anche attraverso le ombre degli ostacoli. Il monito delle oscure difficoltà permette l’adattabilità dello sguardo a vedere oltre, rischiarando la luminosità del raggio visivo nel riscatto dei versi. Ricognizioni accoglie la necessità della speranza ed evidenzia il disincanto, alternando rumore e silenzio, affermando l’intimità della poesia che risolve le ostilità, travalicando le siepi. Nella costante ricerca stilistica la generosità emotiva perlustra il presentimento del sentiero vitale attraverso percorsi obliqui, trattiene la fragilità con l’intento di aggirare il richiamo incisivo del monologo interiore, abita lo spazio della nostalgia, coniugando la resilienza poetica alla ricostruzione delle opportunità positive, nell’arricchimento del cambiamento e della trasformazione nelle piccole dichiarazioni impalpabili dell’amore.

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”

https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

NUOVOMONDO – LA NAVE

 

Visto dall’alto è un canale

D’acqua salata con gli argini fondi,

qua di cemento e là di lamiera.

 

Si spacca la folla in diagonale,

una faglia slitta via.

 

E tutto crolla,

ma solo dentro.

 

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IL ROSA DELLA NEVE

 

Incorniciata dalla guarnizione

del parabrezza tra il ponte e le strade

l’aureola appare come altro a sé.

 

Sarebbe una voce capace di tagliare

il nastro della ragione che ci lega qui

se con la pazienza di un docente

non ci dimostrassimo ciechi

di fede ogni giorno il teorema.

 

Così la fila avanza e lascia

una curva in discesa ai lati

della labbra mentre le dita

dei monti affrescano l’impossibilità

di catturare il rosa della neve.

 

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LA TRAPPOLA

 

Con pazienza ho infilato per ore

i punti dell’ago come se la danza

delle dita fosse un rituale,

la pozione per ignorare il tempo.

Nell’urgenza del respiro

non avevo che questa azione inutile,

che restare sola senza parlare

dentro i muri.

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MANI

 

Proprio oggi ho visto le tue mani

scolpite nelle sue. Mi ricompari

a tratti, a pezzi, ancora viva.

Sono carne di nostalgia le dita

di marmo molle senza rughe

e con lo smalto scuro. Sguardo

che richiama di fianco la tua assenza,

corpo invisibile tra noi.

 

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TRA DUE MURI

 

Mi volti le spalle e vai tra due muri

di fiori, hai le redini

di ciò che è stato. Il piede alzato

per il passo e la sensualità

del vento in una curva sui capelli

non si perderanno. La carta

e gli occhi scambieranno

per anni le interpretazioni.

 

Oggi il non visto ha un senso

D’arresto che si prolunga,

di sospensione del fiato mentre

la palla sta alta sulla rete.

 

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UNA SVOLTA

 

È una svolta che forse non c'è

questo giorno colmo di pensieri.

 

Sei un uomo con le valigie piene

D’aria. Ogni volta che le aprirai

darai pane ad altri respiri.

 

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CREAZIONE

 

Ho creato una breccia fra le mura,

un’evasione di note.

Una preghiera materiale

del corpo vivo.

È carne e terra e cielo.

Ha il sapere, oltre le regole

dei soprusi della ragione.

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Gustavo Vitali, "Il Signore di Notte"

24 Gennaio 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #gustavo vitali

 

 

 

 

Il Signore di Notte

Gustavo Vitali

 

Libro autoprodotto

pp 513

19,00

 

 

È difficile recensire questo libro. Il signore di notte di Gustavo Vitali è senza dubbio un testo di grande valore.

Ma.

Un giallo storico, ben scritto, ben sviluppato, con tutte le cose al posto giusto, a partire da un’ottima scrittura – appena qualche ripetizione o allitterazione di troppo -, per continuare con azione e colpi di scena. Soprattutto un’ambientazione vivissima e piena di atmosfera, dove ogni oggetto, ogni luogo, ogni usanza, sono visti, odorati, assaporati, ricreati attraverso una documentazione ineccepibile. C’è persino una buona interpretazione psicologica dei personaggi. Francesco Barbarigo – il magistrato investigatore seicentesco che indaga insieme al più serio e concreto capitano Stella– è ben tratteggiato nei suoi pregi e difetti molto umani, al punto da non risultare poi nemmeno troppo simpatico.  

Niente da eccepire, quindi, un notevolissimo lavoro di scrittura e di storia ben amalgamati.

Ma… ma non posso negare che la continua sospensione delle vicende in favore della ricostruzione storica, applicata in modo maniacale a qualsiasi elemento - dall’architettura, alle ambientazioni, agli usi e ai costumi - alla fine inevitabilmente interrompe il flusso della trama e – considerate anche le cinquecento e più pagine – diventa pesante. Trasforma il romanzo in un libro per addetti ai lavori, per appassionati. Lo rende, insomma, meno fruibile dal lettore comune.

Francesco Barbarigo – personaggio effettivamente esistito – Signore della Notte al Criminal, deve indagare sulla morte di Nicolo Duodo, un nobile in miseria, costretto ad accattare incarichi burocratici per tirare avanti. All’inizio Barbarigo coglie il suggerimento del proprio amatissimo fratello Gabriele, e indaga su un “bravo”, certo Rimondo, che col morto avrebbe avuto dei dissapori importanti. Ma la verità sta da un’altra parte.

Durante l’inchiesta il Signore della Notte s’ imbatte in varie figure e, nel contempo, porta avanti anche la sua vita privata, fatta di affetto per il fratello più godereccio, fatta della scoperta di essere stato oggetto inconsapevole di un amore omosessuale e, soprattutto, del contrastato e inquietante rapporto con la bella Gigliola.

Nonostante tutto, ripeto, non si può negare il merito dell’opera, la sua fantastica capacità di farci rivivere la Venezia del cinquecento e seicento. Sentiamo lo sciabordare dell’acqua nei canali, i lamenti dei prigionieri sul Ponte dei Sospiri, vediamo i colori sgargianti delle vesti maliziose delle nobildonne e le tavole imbandite, assistiamo ai duelli nei vicoli bui e nelle calli. Uno splendido e inimitabile affresco d’epoca, un’opera che denota non solo interesse storico ma vero e proprio amore per la splendida, concreta ma evanescente, Serenissima.

 

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Antonio Messina, "Come una nuvola dentro un cortile"

21 Gennaio 2021 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Antonio Messina e la poesia del tempo perduto

Come una nuvola dentro un cortile
Nulladie Edizioni - pagine 55 – Euro 11

 

Antonio Messina è un autore che conosco e apprezzo da quasi vent’anni per aver pubblicato buona parte della sua produzione fantasy e per ragazzi con Il Foglio Letterario Edizioni, romanzi e racconti premiati dal consenso del pubblico e della critica, scritti con uno stile sopraffino, lontani dalla poetica del best-seller quanto vicini a quella della letteratura.

La poesia di Messina traccia una linea di demarcazione netta con la sua narrativa, perché meno solare e fantastica, più introspettiva e densa di contenuti nostalgici. Come una nuvola dentro il cortile sorprende per freschezza d’immagini e poetica del ricordo fuse in un intenso afflato lirico che prende per mano il lettore esortandolo a condividere identiche emozioni. La Sicilia è la terra natia del poeta, il luogo dove tornare con la mente e con il cuore, come il vecchio professore de Il posto delle fragole di Bergman si fermava a rivedere la casa paterna rivivendo il passato con intensi flashback immaginari. La lirica diventa canto di un esule volontario che ripensa cortili, arenili, rocce, mulattiere, strade di paese, padri che rientrano stanchi dal lavoro dei campi, figure materne lontane e perdute. Il poeta è convinto che siamo come le nuvole / passioni nell’istante / frammenti di altrui pensieri …, in fondo non altro che piccoli uomini d’aria che si abbandonano alla vita. Uomini perduti, in attesa della morte, uomini che fluttuano in un cielo di stelle, che un tempo sono stati bambini, per brevi istanti vivono ancora un’infanzia immaginaria, piccoli esseri di latta, dentro le madri, in una notte eterna piena di stelle.

Antonio Messina compone un’opera unitaria, elegiaca e sognante, un maturo casellario di ricordi, legato al sapore del tempo perduto di proustiana memoria. Racconta la terra natia abbandonata e gli affetti presenti, sente che piove tra le rovine della sua vita, sa che non potrà attendere la figlia, perché non ne avrà il tempo. Spera che resti un posto nell’angolo sperduto del suo cuore, per lui che è solo pietra nell’infinito in attesa della morte, piccolo uomo fatto di vento, figlio distratto, smarrito in un sogno.

Come una nuova dentro il cortile è una raccolta preziosa, intrisa di immagini suadenti, persino struggenti, pervasa da un flebile ottimismo, perché tornerà l’estate, prima o poi, non dobbiamo disperare, anche se il poeta preferisce continuare a coltivare la solitudine immerso in una dimensione di sogno, perché in fondo sognare è meglio che pensare.

 

Per comprare il libro 

 

Gordiano Lupi
www.ilfoglioletterario.it

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Federica Cabras, "Animas"

16 Gennaio 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #federica cabras

 

 

 

 

Animas

Federica Cabras

 

Officina Milena, 2020

pp 198

15,00

 

Federica Cabras ha due anime. Una è moderna, arguta, divertente, e scrive romanzi d’amore e d’allegria, infarciti di dialoghi spassosi e battute. L’altra è l’opposto: morbosa, tellurica, ancestrale, affascinata dalla sua terra e dalla morte. È quest’ultima la Cabras migliore, la Cabras deleddiana, che ritroviamo in Animas, il romanzo della piena maturità artistica.

Animas è ambientato in Sardegna, come tutti gli altri testi dell’autrice, ma questa è la Sardegna più cupa e vera, quella delle faide, della pastorizia, del sangue e del trapasso. Animas è un romanzo gotico a tutti gli effetti – oggi lo si chiamerebbe thriller o horror -, basato su maledizioni, leggende della notte dei morti, incubi e defunti che non muoiono per davvero. Banale dire che la protagonista del racconto è la terra dei nuraghi, ma è proprio così, la Sardegna più buia e atavica balza agli occhi con tutte le sue tradizioni, i sui colori, gli odori e, soprattutto, la lingua.

Il personaggio principale è Graziella Ruinas, una di quelle fiere donne sarde che camminano a testa alta e a petto in fuori, che rispettano i loro uomini ma non si sentono da meno di loro. Ognuno al suo posto, uomo e donna, con orgoglio e amore. Siamo negli anni cinquanta e una maledizione grava sui maschi della famiglia Ruinas. Chi di loro muore nella notte fra il trentuno ottobre e il primo novembre – la notte dei morti – resta sulla terra per sette anni, non in forma benevola o protettiva, bensì maligna, tesa a tormentare i vivi e far loro perdere la ragione e persino la vita. È ciò che accade a Giovanni, il padre di Graziella. Sfortunatamente cade dalle scale e muore proprio nella notte meno indicata. E su queste cose, più antiche della terra stessa, si sa, persino Dio può poco.

Strani accadimenti cominciano pian piano a verificarsi, che porteranno Lucia, la madre di Graziella, sul baratro della pazzia. Ma Graziella non ci sta, indaga, vuol capire da cosa deriva ciò che la sta travolgendo, e vedere di rimediare in qualche modo. Da sola, nonostante l’aiuto del cugino Umberto, anche lui un Ruinas, anche lui in pericolo. Fra i due giovani nascerà una tenera e ruvida storia d’amore, di quelle che si vivevano allora, fra campi assolati e monti nevosi, fra bestie da pascolare e fuoco da attizzare, senza inutili smancerie ma fondate su un amore profondo ed eterno.    

Sardegna, dicevamo, terra di pastorizia e allevamento, terra dove gli animali sono rispettati per il cibo e il lavoro che forniscono ma non certo amati, non da tutti, non come nelle altre regioni, non negli anni cinquanta soprattutto. Graziella, però, è diversa. Lei ama gli animali. Si affeziona teneramente ai cuccioli di cane, prova compassione quando vengono uccise le pecore, i buoi e i maiali che serviranno alla famiglia per nutrirsi. Questa pietà - umana, nuova, moderna -, agli occhi del paese è sbagliata, è ciò che fa marcire la carne macellata. Ma – vedremo alla fine – sarà proprio un atto di compassione (come ne Il signore degli anelli), sarà l’amore per gli animali e il senso del perdono, a rimettere a posto le cose, a trasformare la morte nella speranza di una nuova vita libera.  A collegare la Sardegna di un tempo a quella di oggi.

L’unico difetto del testo è il far progredire la trama un po’ troppo a colpi di sogni, ma questo aumenta l’impressione onirica e misteriosa. Nell’insieme, un romanzo bello e compiuto, molto ben scritto, pieno di atmosfera, di sentimenti potenti, mai tenui o sottintesi, sempre accecanti come gli elementi naturali di questa aspra terra.

 

 

 

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Paolo Merenda, "Break - Confessionale punk"

14 Gennaio 2021 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

 

 

 

 

Paolo Merenda
Break – Confessionale Punk
Gonzo Editore - Euro 15 - 50 racconti e un CD

 

Di questi tempi grami ogni idea originale è benvenuta! Dio ci scampi e liberi dai Vespa Saviano Avallone Cazzulo … e chi più ne ha più ne metta! Benvenuta la musica punk e il ritmo incalzante di Questa città io non la lascerò mai, così come sono benvenuti i micro racconti graffianti e sovversivi (ma chi si scandalizza più al giorno d’oggi?) contro chiesa, potere, istituzioni, scuola e vita quotidiana. Cinquanta racconti punk che durano lo spazio di 20 righe, scritti in bianco su lavagna nera, copertina come se fosse una confezione Kinder, un break più Paolo meno Merenda (geniale!), un vero e proprio confessionale punk di storie incartate singolarmente.

Il punk, l’adolescenza, la provincia, tutto mixato e centrifugato, raccontato con un linguaggio esplicito, senza peli sulla lingua, scevro (questo termine farebbe incazzare mica poco l’autore dei testi) da perbenismi e da seghe mentali. Disagio e alienazione, odio per i manga giapponesi, amore per Alan Ford e Superciuk, invidia bonaria per un collega scrittore che ce l’ha fatta, inerzia underground e apatia quotidiana. Tutto questo è il nostro libro, completato a dovere da brani musicali d’epoca che piaceranno a chi ha amato gli Skiantos (Mi piaccion le sbarbine!), gli Squallor (Era meglio quando c’erano gli Squallor …) e i CCCP - Fedeli alla linea (Lavora, produci, crepa!). Bravo Paolo Merenda che mi hai riportato agli anni Ottanta quando qualcosa si muoveva ancora (in tutti i sensi) e faceva scandalo La vita interiore di Alberto Moravia, mica Acciaio dell’Avallone! Gonzo Editore lo trovate in rete, come tutte le cose belle le dovete cercare, ma ha un sito internet, una pagina Facebook, persino instagram come le fighette. Cosa aspettate a ordinarlo? Forse che passi Giulio il barbone o un motociclista sentimentale? Se non lo trovate, ordinatelo al Bar Da Mario e fate bene attenzione a non stare troppo contro vento. Tutte citazioni, scusate.

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

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Gianni Venturi, "21 grammi di solitudine"

8 Gennaio 2021 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

21 grammi di solitudine di Gianni Venturi (Giuliano Ladolfi Editore, 2020) è il peso poetico di un respiro, il soffio intimo, l’impalpabile essenza del dolore umano, l’evanescenza di sentimenti puri e autentici. Il poeta, attraverso la fermezza descrittiva, essenziale e distensiva nelle immagini, fende il terreno emotivo tracciando la superficie dei solchi interiori, imprimendo la traccia profondamente radicata delle espressioni viscerali, del mondo sensibile, del patrimonio familiare delle origini e della terra sopra il tempo della vita indifesa e fragile. Si narra che 21 grammi sia il peso dell’anima, pochi granelli inconsistenti sul peso di un destino che ognuno di noi riconosce nella fatalità prestabilita ed imperscrutabile degli eventi. La poesia di Gianni Venturi si inoltra lungo le condizioni e i sentimenti umani sradicando ogni passaggio spazio - temporale della memoria, frequenta le lacerazioni impulsive e la resistenza nelle intuizioni drammatiche e nostalgiche, nei frammenti di una disperazione in cui la solitudine è al centro di tutto. Il tragitto privilegiato della poesia verso la personale testimonianza dell’autore è presenza illuminata, eco deformata dell’anamnesi, rifugio ancestrale, richiamo ad una trama remota che si svolge oltre i limiti consueti della conoscenza, solitaria e sofferente, dell’umanità. I versi, affatturati all’efficacia espressiva degli abbandoni, suggeriscono un altrove quieto, un nascondiglio protettivo, dove custodire l’incondizionata immutabilità dell’assenza, nell’ostentato distacco di ogni atteggiamento intellettivo e carnale. L’estrema limitatezza della coscienza umana circoscrive l’evocazione del passato e domina il segno del presente. L’intensità accentuata ad ogni mutamento individuale è luogo di transito e di sosta della creatività, materializza la rappresentazione esplicita e cruda della infranta condizione umana. Il poeta è nel disamore della malinconia, nella perdizione del recupero di un passato che non muore ma che dilata una sconfitta insofferente e vagabonda e pone lo sguardo sulle essenze illusorie dell’uomo, accenna ai turbamenti e ai disorientamenti emotivi, è l’ombra cupa di ogni tormento. 21 grammi di solitudine approda ad un’introspettiva identità, assapora l’incanto suggestivo dei colori e delle forme delle possibilità, assorbe il sollievo dei cambiamenti, prolungando la corposità e la generosità dei ricordi. La dissolvenza rarefatta delle stagioni vitali congiunge la volontà di estendere l’accogliente risposta alla propria natura, alle radici, alle fondamenta che trattengono l’inclinazione di ogni qualità emotiva, in ogni alchimia delle proprie tensioni, confessando la consistenza rivelata dalle percezioni. I versi maturi sono consumati in una misurata e toccante lacerazione spirituale nella lontananza dell’isolamento. Nella semplicità e nella determinazione dei frammenti di un’esistenza svuotata, il poeta delinea scaglie di vita consumata, alla deriva nella nebbia esistenziale dell’uomo, segue la direzione della speranza e della rassegnazione, del coraggio e della paura, donando al valore della coscienza, il riscatto e l’accordo alla salvezza. Il peso sostenuto da chi sopravvive, libero di trasmigrare in altri luoghi del cuore è l’ispirazione per la più dolce elegia.

 

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”

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abitavo un paese gentile dall’aia fiorita

e danze di fisarmoniche sussurranti

odoravo le campagne di settembre con sorrisi

la canapa era dura come il tempo

in quest’ora d’abbondanza infelice

sorseggio un’acqua fetida non più di fonte

 

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la terra ha brividi

che scuotono

paludi

come la nebbia errante

che di casa in casa si raggruma

un sole amorfo si raggomitola

tra monti di cenere

all’orizzonte

 

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le pietre parlano

la lingua sconosciuta dell’ontano

lo sciamano alti scopre i canti

alla dea del fiume che ravviva novembre

è il canto del vento tra le foglie

questa terra ha silenzi circolari

memorie granitiche

orari definitivi per la vita

 

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come gelo le parole dette

tutto appare chiaro

la maestra scuote dolce il viso trema

il parroco intona il verbo scivola

la vita oltre fondamenta fragili

sono uno sputo di luce e arranco

come l’inverno carezze sperse

tutto perduto memoria e dignità

 

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è tempo di condividere l’assenza

tempo di estrema partenza

c’è un ponte di nebbia che separa le strade

poco battute che conducono ovunque

partecipare condividere aggregare

mi sento la pietra lapidaria

non angolare nel muto dialogare

fuori tempo l’estremo abbandono

 

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L’archeologo osserva compiaciuto i reperti umani

in divenire noi un chicco di luce persiste

l’universo che ha voce accoglie la stella che implode

entropia o fine del clamore

come altari sulla sabbia

lo scorrere delle ere cancella le cose

e nulla resterà

 

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vecchi curvi avanzano dimenticati

come roccia che si sgretola

il tempo che scorre e racconta il silenzio

sono querce nel traffico impetuoso

questa distonia dimentica il passato

spaventa il bimbo in corpo di vecchio

 

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basterebbe un filo di vento qui nella stasi

dove tutto appare bloccato

quasi vuoto il movimento

l’assoluto si tende

 

 

 

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