recensioni
Kim Ki Duk, "Ferro tre"

Corea, 2004
“È difficile dire se il mondo in cui viviamo è una realtà o una fantasia”. Questa frase appare in sovra impressione nella famosa sequenza finale del film, in cui si vedono due delicati talloni femminili racchiusi tra due piedi maschili che puntano verso di noi, entrambi su una bilancia che segna 0 kg. Impossibile. Deve essere rotta, come nel film ci hanno mostrato già 2 volte. Solo che durante il film la bilancia andava ricalibrata verso il basso, perché dava pesate eccessive. Forse perché segnava la pesantezza della gabbia lussuosa in cui è rinchiusa la protagonista, il cui nome, come quello del ragazzo, non è mai pronunciato. Entrambi invisibili, lui agli occhi della società, lei a quelli del marito che la riempie di oggetti ma anche di botte e urla, che la svuota di ogni aspirazione, di ogni bellezza, di quello sguardo fiero e profondo che conserva solo nelle fotografie che la immortalano in un momento certamente più felice della sua vita. Lui, pur non essendo un barbone è fondamentalmente un senza fissa dimora: entra in abitazioni private i cui occupanti sono provvisoriamente assenti, usa il letto, la cucina, ma ripara anche le piccole cose che non vanno più, lava i vestiti e i piatti, rimette in ordine le vite altrui, a suo modo. Lui, una vita da tenere in ordine non la ha, vive il momento. E per errore entrerà nella casa di lei, proprio perché, essendo invisibile, a differenza dei lividi sulla sua faccia, freschi di una lite col marito, lui non ne percepisce la presenza. Ma si vedono. Non pronunceranno una sola parola tra loro. Ci sarà solo la fuga, mai disperata, mai affrettata, mai spaventata. Nemmeno quando troveranno il cadavere di un uomo morto in casa, anzi, gli faranno un piccolo ma dignitoso funerale e lo seppelliranno. Perché il mondo è disordinato, anche in certe morti lontani dai figli che si preoccupano solo quando non rispondi più al telefono e non ti vengono a trovare pur sapendoti gravemente malato, e la gentilezza è il migliore atto di cura delle cose e delle persone. Ma quella pausa di doverosa delicatezza verso chi non può più provvedere a sé stesso segnerà la fine del viaggio. Lei torna alla odiata vita coniugale, con un coniuge che non si rassegna ad averla triste e sfiorita per sempre, col costante pensiero al ragazzo senza nome. Lui, invece, col sorriso che non lo abbandona mai, sfrutta la detenzione per rapimento per diventare invisibile agli occhi di chi usa la vista per vedere solo ciò che cerca. Solo così potrà tornare da lei evitando la feroce vendetta del marito. E lei per l’unica volta in 87 minuti di pellicola infrange il silenzio e pronuncia una frase, una bugia, enorme, su di sé e i suoi sentimenti. Ma deve farlo, per sopravvivere a quella gabbia dorata di indifferenza. Perché quando vivi in un mondo che costantemente ti ignora, a volte devi tradirlo per potere preservare il reame invisibile in cui puoi essere te stesso e fare entrare l’unica persona o cosa che ti fa nascere un sorriso. E pazienza per gli altri che pensano di esser solo la causa di quella incomprensibile gioia: alla fine vediamo solo ciò che ci conviene vedere. Solo la contentezza può andare contro la forza di gravità.
Hai Zi, "Un uomo felice"

Un uomo felice
di Hai Zi
Collana Poesia - Del Vecchio Editore
Traduzione di Francesco De Luca
In libreria e in ebook dal 30 aprile 2020
Pagine: 180 - Prezzo: 15 euro, ebook: 7,99 euro
Francesco De Luca mi ha parlato spesso di questo libro che ha curato, del poeta che ha tradotto, del suo amore per la cultura cinese (che conosce a fondo) e che conta di diffondere anche in Italia, ben oltre i soliti stereotipi. L’esistenza di Hai Zi presenta molte analogie con la vita di Arthur Rimbaud (citato in epigrafe), perché anche lui produce l’essenza del suo corpus poetico in pochi anni, quindi muore suicida. Lascio la presentazione del lavoro alle parole della Casa Editrice, molto esaustive.
A trent’anni dalla sua morte arriva anche in Italia la raccolta completa del lavoro del grande poeta cinese Hai Zi, pubblicata per la prima volta in Italia da Del Vecchio. Hai zi si suicida appena venticinquenne sui binari del treno il 26 marzo 1989. Di fianco al suo corpo viene trovata una borsa che contiene una Bibbia, i racconti di Conrad, Walden di Henri David Thoreau e Kon-Tiki di Thor Heyerdahl. Un gesto simbolo da cui nasce il suo successo e che crea un vero culto intorno alla sua figura. La sua lirica senza tempo affonda le sue radici nella tradizione poetica cinese e si rivela al contempo incredibilmente attuale. Forse a causa della sua intrinseca dicotomia ha faticato, e fatica ancora, a trovare una collocazione univoca nonostante il grande successo di pubblico che lo ha portato a essere in Cina tra gli autori più letti e conosciuti di tutti i tempi. Prima della sua morte i lavori di Hai Zi erano pressoché sconosciuti, è solo in seguito al suo suicidio, che il culto attorno alle poesie e alla vita/morte del loro autore inizia a svilupparsi. Parallelamente cresce anche l’interesse accademico per il lavoro svolto da questo giovanissimo poeta che sviluppa la sua consistente produzione nell’arco di soli 6 anni. Pur essendo un artista figlio della rivoluzione culturale, i suoi lavori sembrano non avere alcun appiglio con la realtà politica e sociale del suo tempo, e questo gli valse e gli vale tutt’ora non poche critiche, ma a ben guardare nei versi di Hai Zi si nasconde un messaggio universale che parla all’umanità intera, al di là dei momenti storici, con una spinta trascendentale impossibile da ignorare che quindi parla di vera e universale libertà. La poetica di Hai Zi sfugge alle categorizzazioni, non si piega alle necessità piccine, perché nella sua autenticità sta la sua potenza, nella ricerca di sé in quel collegamento che unisce l’individuo al tutto, quindi nella poesia che forgia il mondo risiede il suo vero e profondo messaggio.
Francesco De Luca (scrittore, poeta e traduttore dal cinese) nel 2019 ha pubblicato il romanzo Karma hostel con Il Foglio Letterario. Il libro narra le vicissitudini di un ragazzo italiano che, deluso dall’esistenza che conduce in patria, decide di trasferirsi in Cina e di aprire un piccolo albergo per surfisti. Il romanzo fa capire molte cose della cultura cinese, affrontando il tema dei movimenti di opposizione e dei dissidenti.
Le poesie sono tutte edite con il testo cinese a fronte. Vediamone alcune.
Agricoltori
Nel fiume blueggiante
lavo le mani
lavo le mani dalle antiche guerre
combattere è già qualcosa di lontano
di non più adatto
il mio sangue
afferra la mia preziosa spada
l’armatura
finanche la corona
per nasconderli tra alte montagne
carrozze da Nord
si arrestano nell’affetto della terra gialla
ma la terra tramandata di generazione in generazione
sta dormendo nel sacco di semi
(1983)
In mare
Tutti i giorni son giorni in mare
povero pescatore
grumi di carne come una fune maldestra
lanciato sulle onde
vuole afferrare terre lontane
oggetti luminosi
anche solo i finti sorrisi del sole
ma afferra solo assi di legno marce:
capanne, barche e bare
dorsi di pesci migrano in branchi
senza fine e senza inizio
della giovinezza solo si può dire
quanto sia fragile
(Giugno 1984)
Natura
Lascia che io dica
è una donna forte e bella
pesciolini blu sono i suoi orci
e sono i suoi svestiti abiti
lei sa amarti con la carne
nelle canzoni popolari da tempo ti ama
Guardando in alto in basso
talvolta ne accarezzi il corpo
seduto sul tronco la baci
ogni foglia è le sue labbra
ma non la vedi
come sempre tu non la vedi
ma lei da lontano ancora t’ama.
(1984)
Villaggio
Nel villaggio abitano
madre e figlio
il figlio tranquillo cresce
la madre tranquilla osserva.
Tra i fiori d’amento
il villaggio è una barca bianca
le mie sorelle si chiamano fiori d’amento
le mie sorelle sono splendide.
(1984)
Autoritratto
Lo specchio è una ciotola
sul tavolo
il mio viso
è la patata nella ciotola
Ecco, escono da terra
queste dolci ossa
(1984)
Sguardi
Fiori di pero
sul muro di terra scivolano
suoni di campane di armenti
Zia ha portato due nipotini
ritti davanti a me
come due tozzi di carbone nero
forte davvero il sole
di tutto il creato in crescita, frusta e sangue!
(1985)
Mezza poesia
Sei mia
mezza poesia
ami metà col cuore
nascondi metà col corpo
sei mia
mezza poesia
che nessuno cambi una parola.
(1986)
Antologia d’amore
Seduto sul candeliere
sono una corona di fiori
penso a un’altra corona di fiori
non so quando offrire
non so come porre.
(1986)
Le traduzioni sono di Francesco De Luca.
"Shilde" (1988) Regia di Darezhan Omirbayev

Con il cortometraggio Shild ("Luglio" in lingua kazaka) il regista Darezhan Omirbayev esibisce deciso il suo biglietto da visita e, di conseguenza, mostra fin da subito un concreto potenziale. Successivamente diventerà uno dei maestri del cinema made in Kazakistan.
In questo caso si parla di cinema sovietico, anzi, di morente cinema sovietico, visto che il crollo dell’U.R.S.S. risultava imminente. Nonostante la limitatezza dei mezzi tecnici a disposizione, il regisseur riesce a confezionare un gioiellino che, a mio avviso, ha dei richiami con il neorealismo e dove la trama è secondaria, infatti, il susseguirsi è “narrato” attraverso la prospettiva di due bambini che, a momenti, potremmo etichettare come Ladri di meloni.
A questo punto mi chiedo se Omirbayev non abbia tratto ispirazione, almeno parzialmente, addirittura prendendo in prestito alcune sequenze, da Ladri di biciclette di Vittorio De Sica. Ad ogni modo, l’atmosfera ricreata non lascia indifferente l’attento spettatore: povertà, doveri e tediosità quotidiana. I due bambini trovano soltanto un qualche stimolo col cinema, con delle ragazzate e giochi infantili. Oltretutto il finale presagisce come, globalmente, per grandi e piccini la condizione nelle steppe in Kazakistan rimane e rimarrà “arida”.
Vorrei segnalare che con “Shilde” è possibile fare i dovuti collegamenti con il successivo lavoro filmico del già citato kazako artista, ovvero il lungometraggio, Kairat, tanto da considerare il primo un prequel diretto, per via di alcuni dettagli che non mi sono di certo sfuggiti.
Il bambino assomiglia tantissimo all'adulto Kairat, entrambi interessati a opere filmiche, entrambi provenienti da una località pastorale/contadina piuttosto squallida, entrambi protagonisti di quell'essere non proprio incentivati, ed entrambi che si lasciano travolgere dall'uggiosità esistenziale a dispetto di un sole che irradia quei luoghi dimenticati da Dio. Cosa molto importante, è presente una sequenza onirica che si confonde con la realtà, indubbiamente tale espediente filmico viene preservato e sfruttato successivamente in maniera ancora più decisa col film appena menzionato, prodotto agli inizi degli anni novanta.
Quindi, assemblando il cortometraggio e il lungometraggio, sicuramente il risultato finale non lascia margini di dubbio, ovviamente, secondo una mia predisposizione da appassionato spettatore cinematografico.
Tra le varie cose mi sono focalizzato su come fin dall'inizio sia stata gestita la cinepresa, in quanto si sposta verso l'alto e intorno alla finestra, attraverso la madre addormentata e il ragazzo sveglio, per poi seguire il movimento pigro di una mosca che ronza. Che sia una sorta di colonna sonora sperimentale? Il movimento appare scandito ulteriormente appena il protagonista si alza dal “giaciglio”, dove è facile capire la sua situazione, l’ambiente, il ceto etc.
La scalcinato ed improvvisato cinema, in cui viene mostrato un melodramma musicale russo in stile Bollyowood, beh, Omirbaev continua ad avere buona padronanza di regia e sa “inquadrare” con professionalità, ad esempio lo sfiorarsi l’avambraccio quasi discreto tra i due fanciulli, elemento peraltro presente anche in Kairat.
In conclusione, direi che è uno di quei cortometraggi da visionare, adatto per molti ma non per tutti.
Vincenzo Zonno, "L'ultimo spettacolo"

L’ultimo spettacolo
Vincenzo Zonno
Catartica Edizioni, 2020
Pp 192,
14,00
Ormai Vincenzo Zonno ci ha abituato al proprio stile superlativo (a parte piccolissimi errori, forse solo refusi) di cui riveste e ammanta il suo surrealismo, che mescola a vari generi letterari, dal romanzo storico, all’horror, qui, nello specifico, alla fantascienza.
Al solito, confesso di non aver capito molto della trama del tutto onirica – e di non aver nemmeno avuto interesse a comprendere - ma di essere stata colpita dall’ambientazione. In un futuro ucronico e distopico, dove tutto è controllato dal governo centrale, i cittadini sono indottrinati e spiati attraverso gli schermi della televisione. Ogni cosa è artificiale, l’erba è sintetica, i fiori sono di stoffa, il profumo viene spruzzato da erogatori nascosti, ci si sposta a bordo di grandiosi dirigibili. Ogni aspetto della vita è diretto e amministrato dal governo. Le relazioni amorose sono regolamentate, persino la religione e l’accesso al paradiso esigono una tessera. Per decidere se si è colpevoli o innocenti c’è un elaboratore elettronico che esamina i dati degli interrogatori e stila il giudizio finale. È stata riammessa la tortura e la pena di morte viene comminata senza rimpianti. Persino i mali di stagione sono disciplinati dall’alto.
I cittadini vivono (o, meglio, vegetano) sollevati dal pensiero di scegliere e di ragionare con la propria testa, è tutto semplice, asettico, freddo. Solo il sogno li salva. Come nel film Matrix, non si sa qual è la realtà e dove finisce l’immaginazione. Non si sa chi crea cosa, chi plasma chi. Chi dorme e chi è sveglio. Chi è carnefice e chi vittima. Forse "sogno quindi sono"?
La realtà è piatta e asfissiante, ma c’è “l’ultimo spettacolo” messo in scena per Rebecca, un tempo insegnante di danza e che ora non può nemmeno spiegare a una bambina come si balla. Una bellissima performance su un palcoscenico. Un mondo parallelo fatto di arte fantasmagorica che sublima la bruttezza del reale.
I personaggi del romanzo sono vari e strani. Harpo, un tizio che viene accusato d’omicidio ma non si può interrogare perché dorme. Un elettricista che uccide la gente. Rafaela, una ragazza morta su una panchina. Rebecca, la ex di Harpo. Carl, il delegato che indaga sull’omicidio di Rafaela, incarnazione fisica del travet, della burocrazia spersonalizzata. Convergono e si mischiano, entrano ed escono dal sogno, dal racconto che uno dei protagonisti sta scrivendo, dalla mente confusa del lettore.
Una scrittura bellissima ma, come già detto, volutamente al servizio di trame sempre più da teatro dell’assurdo. Un romanzo di nicchia, frutto di autoerotismo letterario, diretto a chi ha voglia di faticare, ricostruire, far combaciare i pezzi del puzzle. Zonno, è così. O lo si odia o lo si ama. Devo ancora decidere.
Antonia Pozzi, "Tu sei l'erba e la terra"

Tu sei l'erba e la terra
Antonia Pozzi
Garzanti Editore, 2020
Tu sei l'erba e la terra di Antonia Pozzi (Garzanti Editore, 2020) è una dichiarazione indistinta di solitudine sfumata nel disincanto dell'anima, appassionata e struggente, in un'unica e sconfinata poesia d'amore che la poetessa ha rivelato per tutta la sua breve vita. La nostalgia, l'arrendevole passione, la ritualità evocativa delle sue confessioni, sono il terreno propizio custodito nei versi, avvolti da un'apparente quiete di grazia e rassegnazione, assorbiti nell'essenza crepuscolare e nella dissolvenza espressionista della malinconia. Le parole, commosse e orgogliose, sostengono la perdizione dell'assenza. La poesia di Antonia Pozzi accoglie il sortilegio dell'impulsività avvicendando il ricordo di una condanna sentimentale, nella sua passione per il suo amato professore, con il suo corteggiamento infelice e tormentato, consumato dal dolore e da un'aspettativa non corrisposta. I testi sono salvifico intervallo nella dilatazione emotiva e richiamano l'autentica e trascinante forza magnetica della natura, conforto originario di serenità e grembo di affinità romantica, oltrepassano le stagioni ostinate delle promesse e della dignità riconosciuta “sulla via dei luoghi amati”, dove l'avvenenza sussurra, sincera e fedele, l'estetismo poetico nello specchio dei movimenti sinuosi delle adorate montagne. La poetessa è testimone della riservata e rigorosa decadenza che addensa l'ostilità delle ombre e scava nelle atmosfere desolate dello spirito. Il mondo, elegantemente violento e superbo, è fatto di desideri e illusioni, si nutre di lacrime e di attese e la poesia visiva di Antonia Pozzi è un'immutabile e rarefatta inquietudine scandita dallo squilibrio degli indugi. Il destino della poetessa non ha via d'uscita se non nell'unico finale possibile e stringe intorno a sé l'esasperata povertà della sostanza di un sogno infranto, di una lacerante lusinga di chi desidera il ritorno alla vita, al vivere in poesia. I versi ascoltano il respiro di una sacrificata sensibilità, affondano nella memoria il rovescio di una pena abbracciata all'esistenza ferita. Le poesie di Antonia Pozzi giunte solo postume tornano a far luce e rumore da “un'esile scia di silenzio”. Presagio rappresentativo è la fatalità improvvisa di chi muore giovane e suicida condividendo nell'intreccio al male di vivere che accomuna altre importanti poetesse, l'impossibilità di colmare il vuoto interiore, premeditato nell'incompatibilità della disperazione di una morte intenzionale.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”
https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
Lampi
Stanotte un sussultante cielo
malato di nuvole nere
acuisce a sprazzi vividi
il mio desiderio insonne
e lo fa duro e lucente
come una lama d'acciaio.
S. Margherita, 23 giugno 1929
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Sfiducia
Tristezza di queste mie mani
troppo pesanti
per non aprire piaghe,
troppo leggére
per lasciare un'impronta -
tristezza di questa mia bocca
che dice le stesse
parole tue
- altre cose intendendo -
e questo è il modo
della più disperata
lontananza.
16 ottobre 1933
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Pensiero
Avere due lunghe ali
d'ombra
e piegarle su questo tuo male;
essere ombra, pace
serale
intorno al tuo spento
sorriso.
maggio 1934
Convegno
Nell'aria della stanza
non te
guardo
ma già il ricordo del tuo viso
come mi nascerà
nel vuoto
ed i tuoi occhi
come si fermarono
ora - in lontani istanti -
sul mio volto.
29 maggio 1935
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Brezza
Mi ritrovo
nell'aria che si leva
puntuale al meriggio
e volge foglie e rami
alla montagna.
Potessero così
sollevarsi
i miei pensieri un poco ogni giorno:
non credessi mai
spenti gli aneliti
nel mio cuore.
8 giugno 1935
Valerie Perrin, "Cambiare l'acqua ai fiori"

DAVANTI A TRIESTE di Mario Puccini (1887-1957)

Il giovane sottotenente Mario Puccini, marchigiano di Senigallia, raggiunge il fronte nel 1916. Appena messo al comando di un plotone di soldati più esperti e più anziani di lui, cerca di trovare un colloquio con questi uomini semplici, obbligati alla guerra, diffidenti verso gli ufficiali. Nonostante la differenza di cultura (Puccini tiene nel suo zaino Foscolo, Leopardi, Dante), riesce con un insieme di bonomia e autorità a fare breccia tra loro che trovano in lui un consigliere oltre che un capo. La quotidianità del vivere insieme è pienamente esaltata nei gesti, nelle espressioni, negli atteggiamenti dei compagni; ma non si deve pensare a una prosa semplice e poco studiata. In realtà oltre a vari slanci lirici nelle descrizioni dei paesaggi, il linguaggio si apre a immagini vivissime, a tratti quasi di gusto futurista: " .. il cannone da campagna ciancia i suoi proiettili tra i denti e li caccia via ... Nei bagliori prodotti dai colpi in partenza, ti par vedere torsi di colossi muoversi tra masse di ferro incandescente".
Non mancano toni elegiaci come nel legame con la dolina carsica fatta attrezzare sotto i suoi ordini e poi lasciata con un velo di tristezza, tanto da tornarvi appena possibile e gustarne con esibita malinconia i cambiamenti intervenuti dopo che un altro reparto vi si era sistemato. E dovunque c'è un'attenzione somma al carattere genuino e popolano dei suoi subalterni, uomini capaci di ribellarsi se manca il tabacco, ma in buona parte disposti al sacrificio nei momenti delicati. Colpisce soprattutto la coralità (peraltro parziale) del racconto in cui i vari soldati, sollecitati dall'autore, danno le proprie impressioni.
Le azioni descritte sono quindi quelle vissute a livello principalmente di plotone, con le sofferenze patite nella quotidianità della guerra; è però una sofferenza resa meno aspra dalla collaborazione tra gli uomini, dal gusto della battuta facile, dallo sguardo di un paesaggio che non stanca; non ci sono particolari attacchi verso i superiori e anche la polemica verso gli imboscati non decolla mai. Oltretutto le operazioni cui Puccini prende parte, sono tutte concluse con dei successi tattici, per quanto sanguinosi.
Le particolarità dell'opera sono quindi legate allo stile e alla capacità di raccontare alternando la voce del memorialista e le voci dei vari soldati, costruendo in parte un racconto dal basso della guerra sul Carso, fatto piuttosto raro nella letteratura del periodo.
Mario Puccini, oggi poco noto, fu una personalità culturale poliedrica; figlio di un editore ed editore egli stesso, conobbe Ungaretti con cui ebbe un vivo scambio epistolare durante il conflitto. Scrisse romanzi, saggi, novelle. Fu anche uno studioso di letteratura spagnola.
Giulio Berruti, "Nude sì ma sotto la doccia"

Giulio Berruti
Nude sì ma sotto la doccia
La censura e il comune senso del pudore in nome del popolo italiano
Il Foglio Letterario - La Cineteca di Caino
Pag. 305 - Euro 15
Tra i tanti libri di cinema ne consiglio uno scritto da Giulio Berruti - autore de L’albero verde, collaboratore di Corrado Farina per Hanno cambiato faccia e valido documentarista - che scandaglia il mondo della censura nel cinema italiano, compiendo una vera e propria analisi sociologica. Berruti parla di cinema, cita titoli come Vedo nudo, Signore e signori buonanotte, Tre passi nel delirio, La dolce vita, La grande abbuffata, Rogopag, La classe operaia va in Paradiso, La moglie più bella, Zabriskie point … Nel suo racconto parla di dive che hanno avuto vita difficile grazie a solerti censori, attrici come Sylva Koscina, Stefania Sandrelli, persino Gigliola Cinquetti giovanissima cantante e Ornella Muti moglie troppo giovane. Registi contrastati dal potere e dalla censura serva dello stesso potere, gente come Visconti e Pasolini - emarginati pure per motivi di scelta sessuale - ma anche Antonioni e Fellini (La dolce vita fu definita da Scalfaro sul quotidiano cattolico L’Avvenire come La sconcia vita!). Berruti fa capire l’evoluzione del comune sentimento del pudore nel corso degli anni, spiegando come una norma inserita nel codice penale fascista abbia continuato a essere applicata per sequestrare e modificare pellicole pericolose. Se in un film si ironizzava troppo sulle forze dell’ordine tutto veniva ricondotto alla presunta normalità, quando c’erano esposizioni di epidermide eccessive si limitavano, venivano imposti tagli e sforbiciate di sequenze erotiche, spesso soprattutto per le implicazioni religiose e politiche che certe sequenze incriminate comportavano. Un saggio interessante e documentato, con molte foto d’epoca in bianco e nero, che racconta la crescita della società italiana del dopoguerra attraverso il cinema, dal primo neorealismo e i film con Totò (il principe ebbe problemi di censura politica con la sua Carolina) ai grandi autori degli anni Sessanta impegnati politicamente come Fellini, Pasolini e Visconti. Un lungo viaggio muniti di forbici per conoscere tutti i fotogrammi censurati dal cinema italiano, le immagini e le frasi che non potremo più apprezzare. Scritto come un romanzo.
DIARIO DI GUERRA DI UN CADUTO SUL CARSO

È un libro breve quello del soldato Antonio Poli; poche pagine con notazioni semplici costituiscono il suo diario di guerra. D'altronde l'esperienza bellica è concentrata in un pugno di mesi; agli inizi del 1916 viene arruolato e destinato alla Brigata Salerno, a luglio è sull'Altopiano di Asiago, nel mese successivo il suo reparto si sposta sull'Isonzo.
La prosa è lineare e non ci sono grandi episodi, anche se il realtà il dramma è sempre a pochi metri da lui che ci racconta di bombardamenti riportando i nomi dei caduti, di un assalto, di qualche momento di pausa in cui può scrivere a casa, augurandosi di avere presto una licenza. Nel suo paese lo attendono la madre, la sorella e tre figli; lui ha già perso la moglie e perciò la partenza per la guerra, a 31 anni, è una vera iattura. Viene da chiedersi, quale necessità ci fosse per lo sforzo bellico generale di avere in prima linea un padre di tre figli, per giunta vedovo; un incarico nelle retrovie, lontano da fronte, lo avrebbe legittimamente salvato. Chissà, forse c’erano gli estremi per fare una richiesta specifica di questo tipo.
Ma nelle poche pagine del testo non c'è polemica o lamento, ma l'implicita accettazione del dovere. Le sue spoglie poterono tornare nel suo villaggio, insieme alle sue cose, tra cui il diario, grazie a un barelliere suo compaesano; il testo, fortunatamente recuperato, è stato custodito e poi pubblicato ad opera dei discendenti. C'è quindi, in questo senso, un finale positivo a una vicenda triste. L'immagine di lui, caduto sul Carso il 9 ottobre 1916, è quella di uno degli innumerevoli soldati di semplice estrazione; i suoi genitori erano stati emigrati in America Latina e lui lavorò come mugnaio prima della guerra. È uno dei tanti, partiti e mai più tornati, ma non per questo dimenticati.
Antonio Scurati, "Il rumore sordo della battaglia"

Il rumore sordo della battaglia
Antonio Scurati
Bompiani , 2018
Il romanzo storico di Scurati è raccontato in prima persona dal protagonista, il giovane Sebastiano; è un esponente della piccola nobiltà, nato nel 1476 in un'Italia dove lo splendore delle corti avrebbe mostrato presto crepe politiche e militari tali da aprire la strada alle invasioni straniere. Quando il ragazzo, rimasto orfano del padre, caduto combattendo da cavaliere contro le picche svizzere nella battaglia di Morand, imbraccia le armi, la penisola subisce nel 1494 l'invasione di Carlo Ottavo; in questo periodo c'è l'incontro con Giovanni Dellanotte detto Malacarne, un misterioso e cupo mercenario, a capo di una setta (i Fratelli) di cui lentamente nella vicenda si spiegano le particolarità. Mentre la guerra infuria, il ragazzo si lega al feroce e carismatico condottiero; la sua setta ha come scopo la guerra combattuta a viso aperto, sfidando il nemico con armi bianche, da cavalieri, come nel Medioevo. Ma già appaiono armi come cannoni, colubrine, spingarde, archibugi che iniziano a cambiarne il volto; gli intrepidi cavalieri vengono abbattuti da lontano dalle nuove armi. Questo per Dellanotte è intollerabile; è un modo in cui il soldato riesce a ingannare la morte, vincendo in modo subdolo, senza onore, senza guardare negli occhi l'avversario. I Fratelli combattono invece diversamente, bramando di uccidere da vicino. Il Malacarne e i suoi passano da una compagine all'altra, ora sono con gli Spagnoli, ora con i Francesi, poi da soli. Appaiono come dei "luddisti della guerra"; le armi da fuoco vanno distrutte e anche quelli che le usano, chi lavora con la polvere pirica merita la morte, gli stessi artigiani e operai che fabbricano gli archibugi vengono trafitti senza remore. La loro è consapevolmente una lotta contro la storia, ma non importa, perché non amano la vita e sono voluttuosamente attratti dalla morte in battaglia insieme ai compagni. La morte tramite il ferro, non il fuoco, è l'unica misura della grandezza tragica cui il cavaliere deve tendere. Sono personaggi maledetti; non credono nella vita ultraterrena, quella terrena è accettata solo in quanto se ne auspica la fine in modo violento, in un'orgia di sangue. È un cupio dissolvi. Non importa vincere, ma morire nel modo giusto. Conta solo che ci sia una battaglia e che sia grande, spiega Giovanni Dellanotte. Il giovane aderisce a questa filosofia disperata, cercando un ruolo e una identità nel suo inquieto vivere, agitato da sogni in cui appare il padre che non ha mai conosciuto. Non c'è nulla di romantico nella loro impostazione antitecnologica; il loro "viva la morte" viene descritto, a un certo punto, come qualcosa di animalesco. Solo la condivisione con i compagni di questo reiterato "abitare la battaglia" getta un filo di luce, quella dell'amicizia, su esistenze senza speranza. Improvvisamente il protagonista si stacca dai Fratelli, dopo l'ennesimo massacro; addirittura decide di diventare un archibugiere, tradendo lo spirito della Fratellanza; questa svolta non ci appare ben spiegata e approfondita, ma non sembra dettata da un ripensamento etico, dato che permane un fondo di disperata accettazione della vita da soldato. È uno dei punti deboli del libro. L'altro aspetto che lascia perplessi è l'insistere sulla fisicità, sulla carnalità, sugli istinti; sembra che l'autore senta il costante bisogno di convincerci che quella era un'epoca di brutalità e di conseguenza si deborda in fatto di descrizioni di violenze e di torture.
Invece le ambientazioni delle battaglie sono superbe; si parla di eventi storici come la battaglia di Fornovo e quella di Pavia e di personaggi come i Borgia e i capitani di ventura dell'epoca.
Nel complesso un bel libro, in cui la luce del Rinascimento lascia posto alle brutture di guerre senza fine, in un mondo di diffusa corruzione.
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