recensioni
IL COLONNELLO CHABERT
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Il colonnello Chabert è un breve romanzo di Balzac del 1832. Si narra la vicenda di un ufficiale che combatte a Eylau sotto il comando di Napoleone; nella mischia, dopo la celebre carica di Murat contro i Russi, viene ferito e travolto dagli squadroni di cavalleria francese che rientravano dopo l’attacco risolutore.
Per l’esercito e per lo stato è morto da eroe, come tanti altri caduti in quella battaglia sanguinosissima.
In realtà è ferito seriamente ma vivo; quando dopo alcuni anni, nel 1817, riesce a tornare a Parigi, il suo mondo non esiste più. Sia in politica che nella vita privata, la realtà è profondamente cambiata. L’amato Napoleone è in esilio, è tornata la dinastia dei Borboni che perseguita i bonapartisti, la moglie si è legittimamente risposata in quanto si credeva vedova. La donna ha avuto una buona eredità che Napoleone aveva fatto incrementare in omaggio al suo compianto colonnello. L’arrivo dell’ufficiale non è una buona notizia per lei: quanto ha creato in quegli anni rischia di vacillare e allora è opportuno che l’atto di morte del marito non venga invalidato. Lui è costretto a farsi rappresentare da un avvocato che cerca di dipanare la matassa di una situazione grottesca; avrebbe tutti i motivi per far valere le sue ragioni, ma viene fatto sentire come un oggetto ingombrante e una fonte di disagio. Il manifesto della freddezza umana raggiunge il suo culmine nella gretta figura della consorte e come sempre Balzac sa dipingere bene i peggiori vizi dell’animo umano. Infatti al colonnello si chiede una sola cosa; di non esistere, di rinunciare alla sua identità, di tornare nel suo passato con la sua frusta divisa, le datate decorazioni, il suo retaggio di ricordi napoleonici lontani e inutili ora che si vive in piena Restaurazione.
Per non compromettere la serenità altrui, si accontenterà allora di essere un vivo che cammina ancora ma che deve recitare la parte del defunto, vivendo senza mezzi; in fondo per tutti sarebbe stato meglio che lui fosse rimasto a terra sul campo di battaglia, coperto di una gloria che a nessuno interessa, utile solo per aver generato una buona pensione a favore della “vedova”.
Vengono in mente personaggi spregevoli come quelli costruiti dal nostro Verga. Ma è con un altro siciliano che l’avvicinamento è più pertinente, ossia con Pirandello, autore del fu-Mattia Pascal e dell’Enrico IV. Se per alcuni protagonisti delle sue opere, la perdita della propria identità e della propria riconoscibilità nel mondo era, per certi versi, un rifugio dal contatto doloroso con la realtà, nel caso di Balzac il quadro è meno grottesco e ben più tragico. Il colonnello galleggia tra vita e morte; viene rifiutato e fatto scivolare ai margini, costretto dagli altri ad adattarsi a un vivere minimo, vivo per se stesso ma morto per la società.
Rimane però nel breve romanzo, una figura positiva; l’avvocato dello sfortunato protagonista agisce non solo da avvocato, ma anche da amico. Prova disgusto per la corruzione morale di Parigi, ripromettendosi di lasciare la città dove potere, arrivismo e grettezza creano un’aria malsana e ipocrita. Un personaggio come lui impedisce che la vicenda scivoli su un piano di totale pessimismo.
Giri /Hagj, la serie.
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Giri/Haji significa Dovere/Vergogna. È una serie mi pare poco nota ed è davvero un peccato perché merita tanto. Esiste solo una stagione, la seconda è stata cancellata, ma ciò non costituisce un problema visto che a restare irrisolti sono dei piccoli dettagli di alcun peso sulla trama. La storia inizia in Giappone con il detective Kenzo Mori che scopre che il fratello, ritenuto morto da un anno, è in realtà vivo e molto attivo come gangster della yakuza a Londra: a lui viene imputato l'omicidio del nipote del suo ex boss. Mori si reca nella metropoli sotto copertura come studente di criminologia ma la sua docente capisce che qualcosa non va e le loro vite si intrecciano insieme a quelle di un ragazzo sbandato e della figlia di Mori stesso. A parte l'intreccio e gli attori giapponesi uno più manzo dell'altro, che se non era tornato il Covid a Tokio mi ero già fatta il biglietto ed ero partita piantando tutto, a parte queste cose, dicevo, ho trovato questa serie davvero sopra la media sia per i temi trattati che per la regia, la colonna sonora e alcune scene davvero incredibili. Si esplorano i rapporti familiari, la sessualità, il nostro bisogno di connetterci con gli altri, il destino, le cui onde si propagano da azioni di cui nemmeno ci accorgiamo, tanto sono insignificanti, e quanto le apparenze siano ingannevoli. Nella prima metà della serie i personaggi ci vengono presentati in un modo tale per cui noi, automaticamente, assegniamo loro un ruolo e dei connotati. Dalla 5a puntata, tramite flashback, scopriamo che le nostre idee erano state troppo frettolose: il cinismo a volte è un'armatura per non farsi spezzare dal dolore per una perdita, presunte vittime sono in realtà meschine vendicatrici, i cattivi hanno agito per amore e i buoni hanno lastricato la proverbiale strada infernale con buone intenzioni (e qualche omicidio). La nostra simpatia va a tutti, umanissimi, fragili, imperfetti, divertenti, amari, deludenti. La nostra meraviglia va alla scena dell'ultimo episodio con le musiche di Ólafur Arnalds che non posso svelare perché completamente imprevedibile, un piccolo pezzo di arte incastonato in una serie televisiva davvero originale e intensa.
Filomena Gagliardi, "De viris illustribus"
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De viris illustribus di Filomena Gagliardi (Nulla Die Edizioni, 2020) è un potente omaggio alla cultura classica, intesa nell'interpretazione filologica della formazione intellettuale, come patrimonio di conoscenza e di erudizione. I testi diffondono l'esperienza degli antichi e illustri ideali, rivolgono l'origine del mondo alla mitologia dell'eternamente presente, seguono il luogo sacro della comunicazione, rischiarato dalla luce della bellezza. I versi abbracciano l'armonia infinita delle citazioni esemplari e le immagini primitive arricchiscono la grazia poetica e traducono i contenuti efficaci, i motivi d'ispirazione con inesauribile energia letteraria. La mirabile, sapiente, illuminata poesia di Filomena Gagliardi è pura riconoscenza di un'epoca, recupero consapevole di un modello da ritrovare, nella gioia della sensazione del valore morale. La contemplazione degli eventi e la scoperta rivelatrice delle sentenze, tracce lasciate dalla prospettiva storica del passato, incarnano l'influenza naturale della coscienza umana, animata dall'affinità con la profonda concordia di uno stato felice della vita, in accordo con la prosperità dell'immaginazione, con la visione rigeneratrice del mito. La poetessa ripercorre l'uguaglianza dei sentimenti, la necessità spontanea di ricordare l'autenticità del bene, il rapporto tra la vita dell'uomo e le compiute aspirazioni della sua natura. Nell'evoluzione della ragione, l'uomo, nel dominio dei propri impulsi sensibili, è simbolo della virtù. Gli uomini illustri di cui parla Filomena Gagliardi sono interpreti del comune desiderio di rigenerazione e di rinascita interiore, hanno la saggezza e la sapienza dei principi supremi della verità e della fermezza vitale. L'attività dello spirito educa l'intuizione e nella libera ricerca cognitiva riscatta il senso apollineo della riflessione, muove il dubbio, è causa dell'enigma. La liberazione estetica della poesia, genera un linguaggio capace di esprimere la democrazia dei valori condivisi e dare corpo all'universalità del coraggio etico. Il tempo, conosciuto dalla poetessa, è l'espressione della memoria collettiva, la destinazione compiuta con l'esperienza del vissuto, nella volontà di comprendere la spiegazione della storia, il luogo dell'autenticità, abitato dalla dottrina speculativa del comportamento umano. Leggere De viris illustribus è scoprire il fascino inesauribile dell'antichità e la magnificenza dei classici, conoscere la concentrazione e la dilatazione dell'indagine in un mondo leggendario che ispira l'equilibrio sovrasensibile delle nobili imprese orientando l'arte della motivazione e la misura della creatività. L'autrice decifra l'epoca attuale, valuta il destino dell'umanità, sfida il prestigio dell'ars oratoria con la finalità di conoscere gli antichi per capire il presente. La cultura intesa come qualità autonoma, come esperienza delle idee, nell'inciso dei versi, in un lirismo rielaborato dalle figure eroiche e risolute, astute e fedeli metafore trasmesse nella guida di ogni insegnamento, protagoniste del desiderio di gloria e di immortalità.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”
Omero II
Poesia
tu stesso
fugace parola
il tuo nome
senza esistenza:
mito
senza parola scritta
logos,
parole colorate
reali
cangianti.
Tu
Omero
“il non vedente”
sei veggente
vate
rivelatore di alate parole.
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Esiodo
Primo poeta reale
primo cimelio
dell'antica Beozia
abitata dai duri contadini.
Artefice poetico
del Cosmo
sostenitore
fervente
della dura legge del lavoro.
Tu,
visitato in sogno dalle Muse,
affidi alla tua parola
la Verità
la Saggezza
la Pace fraterna.
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Aristotele nel cuore
Ascoltandoti
ti ho amato:
parlavi di musica,
di emozioni,
di uomini.
Cosa sei a distanza (Ulisse e dintorni)
Ripercorro il mare epico
narrando gli eventi
gli stessi.
E ci sei,
sempre,
come digressione
nella Narrazione.
Riaffiori
ad ogni passaggio,
ad ogni incrocio
ad ogni snodo
come tempietto perenne.
Lì stai
davanti a me
oltre il tempo
oltre lo spazio
al di là delle strade.
Superandoti
ti inglobo
come capitolo
archiviato
vissuto
non rinnegato
dal libro della mia Vita.
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Uomini illustri
Talora nascono anche oggi
uomini illustri.
Sono persone semplici
che incontriamo per caso
magari in biblioteca.
E ci entrano
nella Vita.
Ci restano accanto
quando siamo peggiori
credono in noi
quando noi smettiamo di farlo.
Ci hanno colpito
fin dall'inizio
con il calore delle loro mani.
Per chi è ferito da sempre
queste persone
Sono uomini illustri:
danno Luce!
In modo discreto
Brillano ovunque.
Valérie Perrin, "Cambiare l'acqua ai fiori"
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Cambiare l’acqua ai fiori
Valérie Perrin
Edizioni E/O
pp 473
18,00
C’è chi ha odiato questo libro e chi lo ha amato. Appartengo alla seconda categoria. L'ho preso in mano con l'intenzione di darci solo un primo sguardo, ma appena aperto mi ha subito catturato con quell’aura così francese – Valérie Perrin è la donna di Claude Lelouch - con quella delicatezza da pizzo Valenciennes. Poi, però, sono sprofondata nel gorgo del suo mistero e nei continui cambiamenti di prospettiva e significato, negli intrecci intrigati e mescolati a bella posta. Un romanzo che, nonostante ti costringa a una lettura attiva e partecipata, si fa leggere un capitolo dopo l'altro, a precipizio, senza potersene staccare.
Violette fa la guardiana di cimitero, è senza età, elegante, la sua casa profuma di rosa, di tè, di candele, sotto i cappottini severi spuntano vestiti rosa confetto, nel suo camposanto vivono una colonia di gatti e qualche cane che va a trovare il padrone defunto.
Non è sempre stata una donna curata e colta, ha un passato di abbandono, analfabetismo, sciatteria. Ma ha sempre dato tanto amore a tutti, si è sempre fatta da parte per gli altri, si è sempre presa cura di qualcuno. Cresciuta in una casa famiglia, ha poi concesso anima e corpo a un marito approfittatore e anaffettivo ma bello come un dio. Un marito di cui tutte s’innamorano. Un marito che la tradisce ogni notte con chi è a tiro. Con lui ha una figlia che perisce in un incidente, capitato non si sa come in una colonia estiva. Violette muore dentro insieme alla figlia per poi rinascere.
Come dicevo, la prospettiva di questo romanzo appassionante si ribalta in continuazione, lo sviluppo contempla continui salti temporali, avanti e indietro, che, tuttavia, fanno progredire sempre la trama. Ciò che ci sembrava in un modo all’inizio si trasforma in altro a suon di colpi di scena. Il marito, Philippe Toussaint, che nel cognome sembra già presagire il mestiere della moglie, acquista interiorità, diventa il personaggio principale, oltre ogni sotto-trama. Capiamo le sue motivazioni, la sua improvvisa sparizione, le sue rinunce.
Protagonista è la morte, onnipresente come deve essere in un cimitero. Non è né esorcizzata né sublimata, ma vissuta, considerata un fatto comune e ineluttabile, analizzata nella sua quotidianità e nel suo significato universale, filosofico. Violette assiste a tutte le inumazioni, annota i discorsi di commiato, la forma delle lapidi, il legno della bara. Si occupa dei fiori, pulisce le tombe, riceve nella sua casa i parenti inconsolabili, raccoglie le loro confessioni, è testimone dei loro amori passati. Le storie d’amore raccontate in questo libro sono tante, un amore profondo, duraturo, che oltrepassa la morte.
La Perrin ha la mano leggera anche quando sta raccontando di maltrattamenti, di suicidi, di sesso senza amore, ma l’angoscia ci attanaglia comunque, pian piano, inesorabile, fatta di chiaroscuri, di particolari impalpabili, e un velo di malinconia copre ogni cosa, dolce e profumato come la cipria di Violette, come le sue rose.
There are those who hated this book and those who loved it. I belong to the second category. I picked it up with the intention of just giving it a first glance, but as soon as I opened it, I was immediately captured by that French aura - Valérie Perrin is Claude Lelouch's woman - by that delicacy of Valenciennes lace. Then, however, I plunged into the maelstrom of her mystery and into the constant changes of perspective and meaning, into the intrigued and deliberately mixed plots. A novel that, despite forcing you to an active and participatory reading, lets you read one chapter after another, precipitously, without being able to detach.
Violette is a cemetery guardian, she is ageless, elegant, her house smells of rose, tea, candles, candy pink dresses appear under her severe coats, a colony of cats and a few dogs live in her cemetery.
She has not always been a well-groomed and cultured woman, she has a past of abandonment, illiteracy, sloppiness. But she has always given so much love to everyone, she has always stood aside for others, she has always taken care of someone. Raised in a foster home, she then gave body and soul to a profiteering and anaffective but beautiful as a god husband. A husband that everyone falls in love with. A husband who cheats on her every night with those in range. She has a daughter with him, who perishes in an accident, which happens, no one knows how, in a summer colony. Violette dies inside along with her daughter and is then reborn.
As I said, the perspective of this exciting novel is constantly reversed, the development contemplates continuous time leaps, back and forth, which, however, always make the plot progress. What seemed to us in one way at first is transformed into other with twists and turns. The husband, Philippe Toussaint, who in the surname already seems to presage his wife's job, acquires interiority, becomes the main character, beyond any subplot. We understand his motivations, his sudden disappearance, his renunciation.
The protagonist is death, as omnipresent as it must be in a cemetery. It is neither exorcised nor sublimated, but lived, considered a common and ineluctable fact, analyzed in its everyday life and in universal, philosophical meaning. Violette attends all the burials, she notes the farewell speeches, the shape of the tombstones, the wood of the coffin. She takes care of the flowers, cleans the graves, receives inconsolable relatives in her house, collects their confessions, witnesses their past loves. The love stories told in this book are many, a deep, lasting love that goes beyond death.
Perrin has a light hand even when she is talking about mistreatment, suicides, sex without love, but the anguish still grips us, slowly, inexorably, made of chiaroscuro, impalpable details, and a veil of melancholy covers everything, sweet and fragrant like Violette's face powder, like her roses.
Valentina Mattia, "Complici senza destino"
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Complici senza destino
Valentina Mattia
Golem Edizioni
pp 236
16,00
Una prova straordinaria Complici senza destino di Valentina Mattia, un bellissimo romanzo, scritto magistralmente, che ho letto tutto d’un fiato. Non è la solita storia italiana di precariato, di giovani senza meta né futuro, piuttosto qualcosa che affonda le sue radici nell’attualità per travalicarla, un realismo che diventa iperrealismo, uno strano chiasmo dove le situazioni normali acquistano, in un preoccupante accumulo di particolari, la connotazione dell’incubo, mentre, al contrario, alcuni terrori si rivelano infondati.
Nunziatina è siciliana. Conosce in chat il tunisino Amhir, non lontano da lei in linea d’aria ma distante per cultura e background. S’incontrano, lui viene a vivere in Italia, s’innamorano. L’unione fra di loro è contrastata dalle rispettive famiglie, ma è facile, perché basata sull’impulso del cuore e sulla semplicità con cui i sensi si attraggono e riconoscono. Lei fa l’infermiera, lui raccoglie uva. Si sposano in chiesa, nonostante lui sia musulmano. Il loro forte erotismo e la dilagante fertilità li portano ad avere tre figlie in pochi anni.
Amhir – bello, misterioso, romantico – nasconde però un segreto, fa parte di una cellula terroristica dormiente. Prima o poi dovrà compiere l’attentato finale, dovrà farsi saltare in aria per la causa.
Il matrimonio si sgretola ma, a mio avviso, non è il tragico impegno di Amhir il motivo del fallimento coniugale. Anzi, mi sembra che il terrorismo qui sia solo il simbolo letterario delle sconfitte di fronte alle quali la vita ci pone.
Come sarebbero andate le cose fra Nunziatina e suo marito se lui non fosse stato votato alla causa? (Ma lo è poi davvero?) Probabilmente nella stessa maniera, perché è la vita che ci logora, che trasforma i sogni in quotidianità, il romanticismo in abitudine, abbrutimento e noia, che scava nelle differenze ampliandole invece di avvicinare. La vita presenta il conto, sotto forma di tre figlie piccole da accudire, di una malattia da combattere, di donne più giovani e avvenenti che prendono il tuo posto nel cuore di chi ami.
Se c’è un difetto in questo romanzo è nella parte finale ambientata in Tunisia, che risulta forse un po’ troppo da dépliant, a contrasto con il realismo della parte italiana. Ma può darsi che questo serva ancora una volta a invertire il giudizio, a mettere in una luce serena e piacevole il luogo da cui il male si origina – il mondo di Amhir - a contrasto con quello dove il male viene compiuto, l’occidente.
Un libro che affronta il tema dei matrimoni misti e del terrorismo ma, soprattutto, un romanzo di anime, d’incomunicabilità, di segreti, di non detto, di razionalità che non collima con l’istinto; un’opera di facile lettura ma che ti sprofonda in un gorgo d’angoscia insieme ai protagonisti, con un senso crescente di soffocamento e ineluttabilità.
L’amore non basta quando si è diversi per estrazione, cultura, religione. Alla fine la sorte riacciuffa, Amhir va incontro al suo destino, Nunziatina rientra nel suo solco, nel binario fatto di gesti concreti e tutto sommato piacevoli: le figlie, il lavoro, un nuovo/vecchio amore.
Forse solo Giusi, la minore delle figlie, avrebbe potuto - o potrà – colmare il divario, far coincidere gli opposti, il suo essere donna occidentale con il retaggio dei parenti islamici, i cannoli siciliani con i corni di gazzella. Forse, ma, intuiamo, questa è solo una possibilità.
Kraus Folner, "Holidays"
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Holidays
Kraus Folner
Castelvecchi Editore, 2020
pp 117
14,50
Un romanzo per appassionati di viaggi e di cucina stellata più che un vero e proprio thriller. Si genera fin dall’inizio un interesse spasmodico e inquietante per cose che non si conoscono ma intrigano, un senso di aspettativa, una tensione quasi sessuale che non sempre si scioglie. Il ritmo serrato e frammentato della narrazione ricorda la sceneggiatura di una serie televisiva.
È agosto, la squadra del comandante Riccardo Caputo – già protagonista di altri libri di Folner - è sparsa ai quattro angoli della terra per una meritata vacanza. C’è chi attraversa gli Stati Uniti in un viaggio a tema cinematografico, chi si addentra nella giungla africana alla ricerca di gorilla e chi, come Caputo stesso, visita la Cina. Nazione enorme, crogiolo di etnie e minoranze, centro allarmante del potere centrale, dove ogni dissenso è perseguitato, dove tutti sono controllati da telecamere in ogni momento della loro vita. Questo mastodonte burocratico e dittatoriale sta tramando qualcosa per liberarsi dell’opposizione e di tutte le minoranze religiose. Forse, lascia intendere l’autore, noi adesso ne stiamo pagando le conseguenze.
Due donne vengono uccise, la sorella di uno dei protagonisti scompare, una dominante mascherata viene strangolata mentre fa sesso in diretta con un oscuro impiegato cinese. La squadra deve indagare, ricomporsi.
L’autore mescola alla trama ciò che conosce: la tecnologia informatica, i grandi viaggi, la buona cucina, e queste sembrano essere le tematiche che davvero lo interessano.
Tutti i personaggi sono credibili e hanno qualche debolezza che li rende umani, spesso legata alla droga o al sesso. Il cinese Kao è un masochista che si bea di un rapporto di sottomissione, Isabela ha bollenti fantasie erotiche con la guida nera che accompagna lei e il marito nella giungla, Paola è sgradevolmente borghese ed egoista, lo stesso Riccardo, pur amando la moglie, non disdegnerebbe un pomeriggio di sesso esotico se ne avesse l’occasione.
La gente che vive a Montecarlo, a Dubai, a New York o nella stessa Cina è spesso depravata e viziata, agguerrita come i coccodrilli che tentano di rovesciare la barca di Thomas. I governi distorcono le scoperte scientifiche, le manipolano e volgono a favore della sopraffazione e del controllo globale.
Solo nell’abbraccio impossibile con il gorilla, nell’incontro con la natura primigenia, l’essere umano ritroverebbe una bontà ancora incorrotta.
Lorenzo Beccati, "Il pescatore di Lenin"
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Il pescatore di Lenin
Lorenzo Beccati
Oligo Editore, 2021
pp 236
16,90
Un romanzo molto bello, scritto benissimo, Il pescatore di Lenin, di Lorenzo Beccati, scrittore, doppiatore e autore televisivo Mediased.
Per una volta non partirò dalla trama ma dallo stile, elegante e letterario quanto dovrebbe essere quello di tutti i libri pubblicati, anche se purtroppo, ormai, questa è invece una rarità. Un linguaggio semplice ma raffinato, condito da poetiche e inusuali similitudini, per cui il muro della facciata era così bianco che veniva voglia, per dargli un po’ di colore, di “pizzicarlo”, come fanno le donne vanitose o innamorate sulle gote per levarsi il pallore, o le parole si smorzarono e strisciarono via come serpi, o, ancora, gli occhi accesi come lampare.
La storia, romanzata e di fantasia, si basa sull’assunto che Vladimir Il’ic Ul’janov, ovvero Lenin, sia stato per breve tempo a Capri, prima della rivoluzione russa. A Capri, infatti, nel 1909 c’è una scuola politica, vi vengono addestrati quelli che formeranno la futura dirigenza del partito, ma ora si mescolano con indolenza ai turisti e non disdegnano la vita comoda come i ricchi. Lenin si trova a Capri con un obiettivo preciso e segreto, che verrà svelato solo nel finale e che non posso rivelare. La trama si basa sull’espediente del manoscritto ritrovato – il libro nel libro – e narra dell’amicizia fra Lenin e Antò ‘o Muto, un pescatore dell’isola.
Lenin non è ancora quello che tutti conosciamo, l’uomo spietato, determinato e feroce della Rivoluzione d’ottobre, ma una personalità tutto sommato galante e rispettosa. Accade spesso che certe figure storiche, se prese singolarmente e fuori contesto, dimostrino lati teneri e umani che, sebbene sorprendenti, coesistono con l’immagine pubblica. L’amico Antò incarna, invece, il proletario ingenuo, il buon selvaggio, l’umile che il credo marxista voleva vendicare e liberare. La borghesia dell’isola è, al contrario, cattiva, prepotente e viziosa, con quell’arroganza che solo i soldi e l’abitudine a sottomettere e comandare danno.
I due si legano di amicizia spontanea e profonda. L’uno diventa il paladino dell’altro. Antò fa da guida a Lenin in una Capri romantica, da dagherrotipo dei primi del novecento, che diventa protagonista, con il suo mare, i suoi barbagli di sole sull’acqua, i suoi Faraglioni, le sue ville e la profumata macchia mediterranea. Antò è una figura tragica e cristologica nella sua ingenuità infantile, nel suo “puro” e quasi incolpevole desiderio di catarsi, nel suo credere che la rivoluzione sia la panacea per tutti i mali e le ingiustizie del mondo. Ed è, per il bolscevico e uomo di partito Lenin, una sorta di coscienza che lo mette di fronte a quello che dovrebbe essere lo spirito più autentico dei suoi ideali. Uno spirito senza compromessi, votato solo alla causa. Ma, nella pratica politica, il compromesso esiste e, come afferma Lenin, “il nemico va conosciuto per poterlo combattere”.
Alla fine il cerchio si chiude, i tasselli s’incastrano. In bocca rimane un sapore antico e buono, salato come il mare della grotta Azzurra o, forse, come le lacrime di un emigrante.
Silvia Avallone, "Un'amicizia"
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Silvia Avallone
Un’amicizia
Rizzoli – pag. 450 – Euro 19
Sono giorni tristi. Purtroppo questi sono i nostri intellettuali. Non più Morante, Pasolini, Merini, Moravia, adesso abbiamo Avallone, Mozzi, Ciabatti, Cazzullo. Questo passa il convento, direte voi. Non vi domandate perché la gente invece di leggere guarda Netflix, rispondo io. Sì, perché tra un romanzo che ha la profondità di un fotoromanzo Lancio anni Settanta e un film stupido, meglio il secondo, almeno non dobbiamo fare la fatica di leggere. Silvia Avallone ci racconta la storia di due amiche - a tratti si perdono, poi si ritrovano, litigano, si rappacificano, si promettono di vivere insieme tutta la vita … -, una brutta e sfigata, l’altra piuttosto figa e destinata al successo. Il libro è scritto in prima persona dall’amica sfigata, che guarda caso - visto che è sfigata - vuol fare la scrittrice (leggere è roba da sfigati, dirà l’autrice in una delle sue micidiali intuizioni), quindi racconta le sue tribolazioni patite in un posto di merda, un promontorio sul mare in provincia di Livorno, che non nomina mai, ma indica con la sola lettera T. Si capisce da troppe cose che il luogo è Piombino, perché l’autrice non cita il nome, ma in molte pagine trovi piazza Bovio, piazza Padella (la piazza più piccola d’Europa), Calamoresca, Salivoli, corso Italia e un liceo classico Pascoli (in realtà Carducci) adesso chiuso per carenza di iscritti. Badilate di bile vomitata su Piombino, definito un non luogo, un posto dove le mogli sono costrette a sfornare figli e a non lavorare mentre i mariti le tradiscono e loro ingrassano e diventano brutte. La protagonista sogna di tornare a Biella - una sorta di Paradiso in terra - dove è consentito sognare, altro che a T, landa desolata che si affaccia sull’Elba, posto invivibile dove non arrivano neppure le canzoni e i vestiti di moda! Insomma, la trama procede a base di avvenimenti da soap-opera, la migliore amica perde la madre, si fidanza, diventa una modella di successo, mentre la sfigata se la fa con un bel ragazzo del posto che la mette pure incinta. Contorno di famiglie disgregate, genitori divorziati, Internet, chat di incontri, un po’ di droga, sesso, musica punk e bullismo scolastico. Tutto quanto fa spettacolo (e fa vendere, secondo i manager Rizzoli). Bella questa storia di amicizia. Bella davvero. Un romanzo che se sei nato a Piombino (come il sottoscritto) ti fa incazzare al punto che vorresti querelare l’autrice, se vivi in un’altra parte del mondo resti indifferente, ti chiedi il motivo di tutto il tempo che hai perso, sfogliando pagine che scorrono e non lasciano niente, a parte un po’ di citazioni di Morante e Pascoli, condite da troppo squallore. Pubblico di riferimento gli adolescenti, che comunque non leggono, ragion per cui mi è difficile capire a chi potrà interessare questa storia, nonostante l’entusiasmo dei critici in busta paga Rizzoli, che scrivono (come l’autrice) sul Corriere della Sera.
Valentina Fontan, "Il prezzo della felicità"
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Il prezzo della felicità
Valentina Fontan
Literary Romance, 2020
pp 427
18,90
Parte con un attacco dickensiano, Il prezzo della felicità di Valentina Fontan, con Sarah, una ladruncola orfana che si arrangia per sopravvivere nei bassifondi di Londra, ma poi diventa altro. La ragazzina è la figlia perduta di una nobildonna tedesca e di un aristocratico russo, fuggiti insieme per coronare il loro amore contrastato, e poi tragicamente defunti. Lo zio tedesco la ritrova e la fa diventare una nobile, elegante, colta ma dal carattere ribelle e ostinato. La riunione con l’altra famiglia, però, quella russa paterna, è ostacolata dai sovrani, sia russi che tedeschi, che sembrano interferire alquanto nella vita di Sarah, controllando la sua eredità e persino il suo matrimonio con il cugino Alec, il quale altri non è se non una spia tedesca al servizio di Bismarck. Da qui si dipana una vicenda di spionaggio internazionale, che coinvolge Inghilterra, Impero tedesco, Impero russo e persino il Sudafrica. Una storia d’incastri e colpi di scena, di agnizioni, di assassini, safari, ragni velenosi, documenti trafugati, palazzi, balli sontuosi e carrozze in una piacevole ambientazione ottocentesca. Ma anche di amore fra alcune coppie di giovani, in mezzo alle quali spicca quella formata da Alec e Sarah.
Al di là dell’amore, i sentimenti più dibattuti sono l’amicizia e il senso di colpa. Le azioni appaiono serrate, fra fughe rocambolesche, tentativi d’omicidio e attentati. Il ritmo del romanzo è sostenuto, i personaggi sono quelli tipici del genere: la cameriera sotto mentite spoglie, l’amministratore fraudolento, il duca autoritario ma di buon cuore, la bella indomita. Ma anche personaggi storici: Bismarck, il Kaiser Guglielmo, lo Zar Nicola etc.
Sarah è una ragazza volitiva, ha gli occhi grigi della madre e i capelli neri del padre, ma ha un modo di fare bizzoso, infantile. È il punto di fuga da cui parte la prospettiva della storia, colei che unisce imperi e casate attorno a sé. Alec è un carattere tormentato e pieno di sensi di colpa, il suo lavoro lo ha messo in contrasto con il padre, dal quale non si sente capito. Ma l’empatia del lettore con i protagonisti non è immediata, anche perché questi ultimi sono spesso alterati e sopra le righe. La parte migliore, a mio avviso, è quella dove il romance ritrova il suo passo e gli affari di cuore hanno il sopravvento sugli intrighi spionistici, sia internazionali che familiari.
Paolo Parrini, "Un uomo tra gli uomini"
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Un uomo tra gli uomini di Paolo Parrini (Giuliano Ladolfi Editore, 2020) è una raccolta poetica incisiva, diffusa dalla breve e sintetica unità dei versi all’esteso respiro delle parole, concentrate nella distensione introspettiva, intorno al sentimento del tempo, nella solitudine di ogni solco dell’anima e nella contemplazione delle occasioni, rapide e profonde ispirazioni. Il poeta è spettatore dell’essenza e della realtà, trascrive visivamente la fugacità intima della speranza e la provvisorietà dei momenti esistenziali. L’analisi profonda dei testi ricambia la convincente considerazione delle reazioni sentimentali, traduce l’immediatezza dei contenuti con la suggestione di un linguaggio motivato, conciso e veloce, delega alla limpidezza delle sensazioni la più autentica esecuzione. La poesia pronuncia l’espressione lucida e disincantata della tenerezza, rivela l’immagine impressionista delle emozioni, ricompone il dissolvimento della malinconia, consola la lacerazione del cuore, rimarginando le ferite nei frammenti di una preghiera pagana. L’autore rende elegiaco il riscatto salvando la riflessione sulla misura complessa e umana delle età, insegna alle inquietudini dello spirito la lezione comprensiva dell’uomo condividendone la disponibilità nella sicurezza dei ricordi, trattenendo lo sgomento degli abbandoni, attardando la benevolenza nella piega della nostalgia. I testi svolgono il loro significato nella trasformazione della sensibilità, liberando la verità originaria dall’inafferrabilità della finitezza esistenziale, diventando il luogo effettivo dell’identità e dell’acuta percezione intuitiva. Paolo Parrini è uomo tra gli uomini, perché espone il principio dell’amore alla solidarietà emotiva delle sue poesie, facendo coincidere il carattere indispensabile degli affetti all’esperienza dell’impegno interiore. La condizione ermeneutica della poesia di Paolo Parrini decifra il nudo spazio dell’abisso, la dimensione del vuoto e il suo possibile annullamento, la simmetria delle contraddizioni umane, difendendo la solidità e la permanenza dell’eterno ritorno nella successione infinita delle rivelazioni. Lo smarrimento emotivo disperde la dimenticanza e la rimozione di ogni vincolo elusivo, il paesaggio scenico della memoria consuma il confine della saggezza, l’orizzonte della pietà. La voce poetica dell’autore spezza la malinconia del silenzio e supera lo scioglimento della sofferenza dissolvendo l’ambiguità delle colpe e la trasparenza dell’innocenza. Il poeta, unito al destino degli uomini, ricompone la frattura e risolve il dissidio dell’assenza. La natura sostanziale di ogni tensione influenza la magia evocativa tra infanzia ed età adulta in ogni incanto compiuto sulla traccia delle presenze lontane e irraggiungibili. I versi accolgono il segno dell’attimo, l’intuizione proiettata nel carattere estetico del tempo. Dispiegano una poesia pura, di stati d’animo, concedendo la delicata empatia della compassione e avvertendo la volontà di lenire il dolore altrui con commossa gentilezza.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”
https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
Non esiste null’altro che amore,
l’orma dei passi accanto ai tuoi.
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Di quel che bramavo
è rimasta una pozza d’acqua
che il tempo imbruna
che fa scura la sete.
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Questo sole
pare l’ultima frontiera
tu senti scivolare i giorni
e già si fanno d’ombra
i tuoi sorrisi.
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In quest’alba che benedice gli occhi
tu osservi da finestre chiuse,
tu indaghi i tetti.
Le tende oscillano,
bisbigliano dei morti le voci.
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Tutti gli anni che fosti addormentato
presentano il conto.
Sono strappi laceranti,
ogni ferita un grido sospeso.
Tra la terra e il cielo.
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Solca il viso ogni ora
si fa ruga nuova.
Ogni ruga ha il tuo nome,
ha il tuo nome ogni ora.
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Il tuo dolore
è questa notte che non passa.
Il ticchettio dell’orologio
che rimbomba
dentro al petto.
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La voce che cercavi
l’hai smarrita ieri.
La risposta sta dentro le mani
nelle tue pieghe infinite
estrema tenerezza e macchie
comparse improvvise.
A ricordarti il tempo.
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Ci troveremo un giorno
sotto la stessa nube
a dividerci quel che la polvere
non ha saputo sciogliere.
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E quando la porta
chiude fuori il mondo
resto solo.
E vedo il grigio dei tuoi occhi
e mento, pensandoti verde
a correre su un verde campo,
nel vento.
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Solo il mare ti restituisce la pace
delle parole
il respiro lento
dentro una eternità.
Non il verde forte
della foglia che freme
non la neve candida che sfianca.
Solo il mare
e l’azzurro e l’onda.
Ove mi perdo
senza perdermi mai.
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