recensioni
Claudio Fiorentini, "Grido"
La Silloge di Claudio Fiorentini "Grido", pubblicata da Rupe Mutevole intriga già nel titolo. Conoscendo l'Autore, infatti, si conosce la sua attitudine a non alzare mai il tono della voce, a esprimere anche i sentimenti negativi con toni che oserei definire più inglesi che italiani.
La sua Opera mi ha indotto a riflettere sul moto ondoso che ribolle sotto tanta calma. La splendida prefazione del Professor Nazario Pardini allude proprio a una forma di 'sdoppiamento'. L'interiorità dell'Autore si potrebbe definire con la metafora del mare: s'infrange contro gli scogli del quotidiano con voce nutrita di sdegno e rabbia e, sulla cresta dei versi, ruggisce verso la pochezza, verso le miserie, verso la rassegnazione, lanciando un 'grido' di amarezza, di sfida e di speranza.
Non si tratta di una Raccolta di poesie imperniata sui sentimenti inflazionati. I testi sono privi di titolo e danno al lettore l'impressione di un romanzo in versi. L'altro uomo che Claudio porta in sé, nascosto dalla valva di un'educazione rigida, che non gli consente di svuotarsi in entusiasmi facili, é libero e vola:
"Giuro e rigiuro: vivrò fino alla fine
senza che un solo attimo si sprechi!
fino alla fine in me, con me, di me,
così come son fatto
cercando l'altro Me, finché con Lui
ritornerò completo, e sarò Uomo"
La mia attenzione é stata rapita dalla forza espressiva dei versi, dal progetto che raccontano, dalla musica che li contraddistingue, ma anche dall'uso delle maiuscole per connotare l'altro se stesso. V'é in Claudio, forse, una sorta di slancio verso il lido dell'anima libera dalle catene dei giorni, alienati da sterili alluvioni di parole e dalla rassegnazione, che induce a camminare a testa bassa come greggi di pecore. Il 'Me', il 'Lui' che l'Autore insegue, è l’uomo che ha il coraggio di vivere in stormo, di volare!
'Gioia' é il termine che troviamo più volte nella Silloge. Non felicità. Claudio è senz'altro consapevole che la felicità esiste solo in forma frammentaria, é formata da attimi, da emozioni, da momenti di follia... La gioia ha altra accezione: di piena e viva soddisfazione, di allegria, di letizia. Non a caso l'Autore é amante della musica classica e l'Inno alla gioia composto dal poeta e drammaturgo tedesco Schiller, e divenuto famoso in tutto il mondo per essere stato usato da Ludwig van Beethoven nel finale del quarto movimento della sua Nona Sinfonia, sembra il sottofondo ideale al suo Canto.
"Gioia,
se vera, anche nell'abisso vive
e dovunque vada lascia il suo seme"
Si potrebbe dire che Claudio é teso ad arco verso questo seme, difficile da piantare, tant'è che i suoi versi martellano convulsamente sulle pareti dell'anima, non esitando a sfidare 'il bozzolo che la protegge'...
La poesia, pur mantenendo carattere di narrazione, non ha uno sviluppo logico, com'é giusto che sia. Il poeta tenta e ritenta inizi che poi non svolge. Questa serie di approcci all'inesprimibile, di piccole minute non occultate, costituisce il coagulo testuale definitivo del testo.
Egli, infatti, passa, con funambole capacità liriche, dall'inno alla gioia, al sentimento panico dell'esistenza.
L'io narrante é uomo innamorato; è figlio di un oscuro ventre materno, descritto, forse inconsapevolmente, con il 'taglio che incide in rosso sangue' in cui egli 'si trastulla... in attesa di trascendere una vita / che più non lo contiene/ e lo rigetta"; è, soprattutto, essere umano pronto a sfidare l'impossibile per realizzare il sogno.
Tema ricorrente quello del sogno anche nelle Opere di narrativa di Claudio. Novello Lancillotto, pronto a mettersi in gioco ‘mille volte’ pur di avvertire sull'anima nuda, il soffio del sogno.
"Vivi, voce che ancora non è
ma che vorrebbe essere.
Vivi senza pietà, non una mille volte
e con te porta il destino
a tessere nuovi momenti
a far di me futuro e sogno"
La poesia é il filo teso tra l'oggi incerto, la paura, la solitudine, le valve dell'ostrica e il mondo.
"Con tenacia bovina
e forza tellurica
io amo"
E in questi tre versi diviene inevitabile andare con il pensiero a Neruda. Il Poeta cileno che leggeva le liriche 'con voce strangolante di boa' e faceva l'amore con i versi e con il filo spinato. Cattedrale tonante' venne definita la sua voce ... 'la forza tellurica' di Claudio echeggia gli scenari selvaggi e composti di linee essenziali, che caratterizzarono le "Odi" del grande Pablo. E il suo grido silenzioso e inafferrabile, rende la Silloge un'opera imbevuta di originale e inconfondibile magia.
Maria Rizzi
Ida Verrei, "Arràssusìa"
Arràssusìa
Ida Verrei
Fabio Croce Edizioni, 2015
pp. 166
15,00
“Lei è ancora con noi, Santino. Nei profumi e nelle voci del tuo vicolo antico, nelle crepe dei muri di tufo della tua casa, nel canto della risacca sugli scogli di Mergellina, nel colore del glicine scordato. Nel riso di figli non suoi.” (pag 166)
Se Napoli oggi ha un cantore, è Ida Verrei, un’autrice che s’identifica con la sua città, anzi, è la sua città.
Non è la Napoli di Gomorra, la sua, ma nemmeno quella delle cartoline illustrate col pino, il Vesuvio e Pulcinella, è una città sotterranea, cimiteriale, scavata nel tufo. È una città che, anche in superficie, conserva lo stesso mistero, lo stesso collegamento arcano fra vita e morte. È, semmai, la Napoli del rione Sanità di Antonio De Curtis, e, soprattutto, di “Questi fantasmi” di Eduardo de Filippo, fatta di palazzi bellissimi e fatiscenti, di nobiltà decaduta, di collegi, di porticati, di meravigliosi scaloni opera dell’architetto Sanfelice, di parati scoloriti, di stucchi, di librerie raffinate, polverose e blasè, frequentate da vecchie glorie letterarie. Anche di popolo, però, di bassi affacciati su strade che costituiscono un ecosistema aparte, una cultura nella cultura. Una Napoli che c’era prima e ci sarà anche dopo Scampia e Gomorra, perché fatta di radici, di sangue, di archetipi culturali, “il nutrimento, ‘o sanghe, Manù, il sangue.”
Il collegamento fra la vita e la morte è il filo conduttore del libro. La morte non fa paura ai napoletani, anzi, ha una funzione consolatoria. Come avviene per Maruzzella, la coprotagonista, e le sue visite al cimitero delle Fontanelle, luogo incredibile, straordinaria cava di tufo con le sue cataste di teschi vittime della peste, oggetto di devozione e cura da parte dei cittadini di ieri e di oggi. Come avviene anche per Manù e la sua amicizia con il fantasma del piccolo Oreste, che appare nei momenti di passaggio, di trasformazione, di perdita, pronto a confortare e rincuorare.
Il protagonista è Vittorio Emanuele, detto appunto Manù, un ragazzo degli anni settanta. Ma la storia rimane al margine, le contestazioni studentesche sono vissute dal giovane con una sorta di isolamento scontroso. Inutile cercare nel testo la resa di una Napoli proletaria e problematica, sarebbe una forzatura ideologica. Manù appartiene, piuttosto, a una Napoli astorica, accettata così com’è senza giudizio e senza riserve, fatta non di accadimenti ma di emozioni: la paura del distacco e della perdita, l’amore filiale, l’amicizia, il perdono, la passione, i turbamenti del cuore e del corpo.
Altro tema è la nostalgia. Il tempo fugge, rotola via, lo si capisce anche dagli sbalzi temporali dati nei capitoli, ci trasforma fino a quando non ci voltiamo indietro e ci accorgiamo di quanta vita sia passata, di come le cose siano cambiate senza che nemmeno ce ne rendessimo conto. Il passato appare pieno di fascino e daremmo tutto pur di tornare indietro. È ciò che accade a Manù quando ripensa alla vita in collegio, dura, difficile, ma pur sempre collegata alla giovinezza, a tutto quello che non può riavere.
“Molti progetti del passato avevano perso d’un tratto il loro fascino. Il loro posto pareva essere stato preso dal desiderio che il tempo si fermasse, che non corresse troppo, dalla paura che qualcosa potesse andare perso, senza che lui avesse avuto il tempo di assaporarne il gusto fino in fondo” (pag 145)
Quello della Verrei è uno stile connotato, poetico, che indulge nell’aggettivazione, che non ha paura dei sentimenti e della bellezza, che unisce parole e cose, alto e basso, sublime e plebeo. C’è un uso nobile della lingua napoletana.
“Arràssusìa è’ na parola napulitana bella assaje, vuol dire “lontano sia”, “non sia mai” o anche “caso mai”. E ha origini antiche. Vedi, Manù, i dialetti sono la storia dei popoli, il loro passato, non bisogna mai dimenticarli. E il nostro, in particolare, ha dentro tutto il bene e il male della terra partenopea. L’arte di arrangiarsi, per esempio, o la necessità del risparmio. Visto che simmo tutti puverielle, tutti poveri, noi facimme economia pure e ‘nu scioscio, anche di un soffio. Un solo vocabolo ci basta per raccontare un mondo, e una lettera, ‘na vocale ha il vigore di un’orazione. Impara bene la lingua italiana, sissignore, guagliò, ma pienza e suonna c’o napulitano, pensa e sogna in napoletano”. (pag 31)
Un libro ricco di fascino e di atmosfera, che ha un sapore antico, che riconcilia con la lettura e fa ritrovare quel gusto raro e quasi dimenticato di perdersi nei luoghi e nella trama di un racconto, di accarezzare personaggi ai quali voler bene come a una parte di noi stessi, come alle povere anime “pezzentelle” del rione Sanità.
“Anime sante, anime purganti
Io sono sola e voi siete tanti.
Andate avanti al mio Signore
E raccontategli il mio dolore.
Prima che oscuri questa santa giornata,
da vuje e da dio voglio essere cunzulata.”
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Fabio Croce Edizioni, 2015 Se Napoli oggi ha un cantore, è Ida Verrei, (di cui Michele Rainone ha già recensito "Le primavere di Vesna") un'autrice che s'identifica con la sua città, anzi, è la...
http://www.criticaletteraria.org/2015/06/ida-verrei-arrassusia.html
Massimiliano Nuzzolo, "La felicità è facile"
La felicità è facile
Massimiliano Nuzzolo
Italic Pequod
pp 115
14,00
Un bravo scrittore è come un attore, interpreta, non ti dà per forza la sua visione, s’immedesima nei personaggi anche quando la pensano in modo opposto. E Massimiliano Nuzzolo è un bravo scrittore, le sue novelle hanno una lingua precisa e studiata, “sorvegliata” come si usa dire, di grande effetto, ed hanno anche una buona impalcatura e degli argomenti originali. “La felicità è facile” è una raccolta che riconcilia con il genere del racconto breve, accantonato negli ultimi anni, oppure usato come espediente da chi non riesce a esprimersi con un respiro più ampio. Qui, invece, ci sono contenuti - persino messaggi convogliati in modo subliminale - c’è sviluppo strutturato e armonico della trama, c’è, infine, uno stile caustico e divertente ma anche lirico.
“una rugiada sottile pronta a fissarsi alle ossa e a raschiar via una notte anonima come mille altre, in graduali variazioni di luminosità e colore che, avvicinandosi senza alcuna fretta al mattino, sembravano seguire l’incerto cammino di Gio, impegnato a tornare a casa dopo una notte a dir poco bianca.” (pag 13)
“Quando sto là da solo, cioè praticamente trecentocinquantasei giorni netti quest’anno, tolta la settimana a Cuba, guardo il muro del cimitero, le lucine che scintillano nella notte e penso a quanti cazzo di morti ci stanno in un cimitero, a quanta gente è morta in tutti questi anni, da quando hanno fatto il cimitero di Mestre ad oggi, a quando quelle tombe fatiscenti e semi sprofondate erano nuove e pronte per l’inaugurazione, penso a quanti cadaveri e resti umani più o meno grandi possa contenere un metro cubo di terra grassa, a quanti milioni di vermi scivolino lenti e bonari alla ricerca di carne fresca… Poi arriva Marika e mi fa un pompino. Grazie a Dio” (pag 32)
I motivi ricorrenti in questi racconti sono vari, spiccano tra gli altri l’emarginazione del diverso, la malattia e la morte. La morte è un tema che percorre tutta la narrativa contemporanea e anche la poesia. Mai come adesso i giovani la sentono vicina, con l’incremento dei tumori e degli incidenti stiamo tornando alle aspettative di vita dell’ottocento e la fine ridiventa compagna. La morte è scelta ne “Il volo”, è pensiero inquietante ne “Il parcheggio accanto al cimitero”, è assenza straziante in “Economia di parola”, è riflessione in “Ma e pa sdraiati sepolti morti”
“cosa può avere un senso qui? Parlare con il Nulla? Parlare a una foto? A una pietra? Forse ha più senso dire qualcosa all’erbetta o ai fiori”. (pag 40)
Il messaggio, l’ideologia, il contenuto sono spalmati su tutte le storie e lasciati emergere per contrasto. La situazione stessa fa scaturire le idee, l’etica e le emozioni. Ecco quindi la ragazza che si suicida per non diventare come gli adulti che disprezza, per non venire assimilata al sistema. Ecco il down, il tossico e lo psicolabile che ci mostrano la realtà dalla loro angolazione, capace di far apparire la nostra “normalità”, persino la nostra religione, come distorta.
“Poi mi sono seduto davanti all’altare insieme agli altri bambini e a metà funzione ho ricevuto il corpo di Cristo per la prima volta. Era una cosa bianca sottile che mi si è appiccicata al palato e io ho pensato ma come è fatto Cristo di carta?” (pag 51)
Alcuni racconti sono molto belli, come "Siamo tutti uguali davanti a dio (basta pagare il canone), dove una apparentemente insignificante nota d’ambiente – la televisione accesa su una televendita – fa risaltare due situazioni sociali opposte.
I contenuti risentono del bagaglio culturale dell’autore, dei suoi gusti letterari, musicali, cinematografici. Nei racconti si parla di film come “Alien” ed “E.T.”, ma anche di musica elettronica, di Pavese, Wilde, Baudelaire, Camus, Hemingway, e queste forme d’arte servono per discettare, in accostamenti virtuosistici, di amore, campi di concentramento, pregiudizi, emarginazione.
Le parole di Nuzzolo non sono mai casuali, sono scelte con una pazienza che ripaga di ogni sforzo e regala un’impressione di scorrevolezza. Ma, dietro, intuiamo tutto il certosino lavoro di lima e ricerca. Si noti, ad esempio, la mancanza di punteggiatura in “Mestre tossica”, a mimare la confusione mentale e il ritardo motorio del personaggio imbottito di droga. L’alcol bevuto per dimenticare le assenze, la droga che stordisce e ottunde, gli antidepressivi del racconto finale, rappresentano l’unica possibilità di sfuggire ad una facile, facilissima, infelicità costante e diffusa.
Il puro raccontare comunque prevale, com’è giusto che sia in narrativa, la riflessione è lasciata al lettore, l’autore si limita a mostrare, e anche a divertirsi un po’ alle nostre spalle, sempre, però, con una partecipazione emotiva tenuta a freno, sottesa e tuttavia imprescindibile. Viva il raccontare, dunque, viva la narrativa.
Alessandro Alberti, "Radio alternative. La destra che comunicava via etere"
RADIO ALTERNATIVE
LA DESTRA CHE COMUNICAVA VIA ETERE
ALESSANDRO ALBERTI
ECLETTICA EDIZIONI
EURO 16,00
A cura di Franca Poli e Giacinto Reale.
Un libro ben scritto, con stile chiaro e scorrevole, ricco di notizie davvero interessanti e sconosciute ai più, esposizione circostanziata, un libro che mancava insomma, e del quale si sentiva l’esigenza. Si tratta del primo lavoro di Alessandro Alberti, che inizia la sua carriera di scrittore, con un esordio davvero buono, cercando di dar voce a quella parte di giovani che vissero esperienze ignorate dalla cultura ufficiale. Non è solo cronaca, né tanto meno cronaca limitata ad una iniziativa di quella giovane Destra che negli anni settanta e ottanta, pur tra mille difficoltà ed ostilità, seppe ricavarsi un suo spazio. E’ la narrazione di un pezzo del costume italiano, degli “anni di piombo” e di quell’impazzimento generale che costò tante giovani vite. Storia di cultura e militanza, nella quale compaiono nomi di politici destinati a un brillante futuro e di volenterosi giovanotti destinati a restare nell’anonimato.
Tutto cominciò con le due sentenze della Corte Costituzionale che nel ’74 stabilirono la “libertà di antenna”: bastavano pochi mezzi e tanta buona volontà per mettere su una “radio libera” (come allora si chiamavano), un mixer, due piastre, un revox, con impianto di diffusione e antenna e si poteva partire ... il pubblico non mancava. Un tentativo di abbattere il muro di gomma della comunicazione gestita fino ad allora esclusivamente dalla rete pubblica. Il vero problema, piuttosto, era trovare una frequenza che non fosse già occupata, nell’affollamento che subito si ebbe nell’etere, e innescò - come è stato detto - “un fenomeno che ha avuto conseguenze straordinarie sulle tecniche di comunicazione, sul costume, sulla politica del nostro Paese”.
La prima, a destra, fu Radio University di Milano (dicembre ’75), che, fin dall’inizio, individuò i canoni ai quali poi tutte le altre si sarebbero attenute: alternanza di parlato e brani musicali, professionalità dei responsabili dei due settori, libertà massima nella interpretazione delle notizie e nella scelta dei brani musicali. Rispetto alle radio “commerciali” preesistenti, l’ascoltatore che si fosse sintonizzato per caso avrebbe notato subito una differenza: lì c’era una ripartizione dei programmi che vedeva prevalere il “musicale” (65%) sul “parlato” (35%), qui predominavano le voci, le notizie, i commenti, le segnalazioni di libri ed iniziative e la partecipazione diretta degli ascoltatori ai dibattiti, ai programmi culturali. Queste furono le caratteristiche distintive delle radio “alternative”, più delle loro dirimpettaie “di sinistra”, dove i vincoli ideologico-settari erano molto forti, ed anche le selezioni musicali erano condizionate da precise scelte fatte “a monte”. Il tutto, però, senza trascurare una funzione essenziale – in tempi di ghettizzazione - voluta dagli organizzatori, ma reclamata a gran voce dall’utenza: quella della controinformazione. In un periodo nel quale logiche di “arco costituzionale” volevano relegare nel cattiverio “senza se e senza ma” tutto il mondo della destra, sintonizzarsi sulla radio alternativa della propria città e sentire le notizie voleva dire, per molti, rompere la sensazione di isolamento e sentirsi parte di una comunità. Questo un po’ dovunque, perché radio alternative sorsero dappertutto, nelle città più grandi, come (per citarne solo alcune) Torino, Roma, Bologna dove Radio Alternativa, ubicata in vicolo Posterla,18, provava a rispondere a radio Alice che spopolava in città e che, prima di essere messa sotto sequestro, con l'accusa di aver guidato la guerriglia urbana, il giorno della manifestazione in cui venne ucciso Francesco Lorusso aveva segnalato gli spostamenti delle forze dell'ordine e trasmesso in diretta tutte le telefonate che giungevano in redazione inerenti i disordini in città. Le registrazioni delle ultime fasi, con la concitazione dei momenti dell'arresto dei redattori, furono trasmesse a lungo da molte radio libere sia di destra che di sinistra.
La voce delle radio alternative non toccò solo le grandi città, ma giunse anche in piccoli centri, come, (sempre con una scelta assolutamente casuale) Rieti, Montesarchio, Massa e Viterbo. Non sempre le cose filavano lisce: i tentativi di mettere a tacere queste radio che erano “libere”, ma soprattutto “alternative” non mancarono. A Milano via Mancini, dove Radio University aveva sede (anche se solo pochi sapevano esattamente in quale stabile), era presidiata, nelle giornate “calde” dagli sprangatori della Statale e non solo, che controllavano i documenti ai passanti per identificare i non residenti, i quali avrebbero potuto essere potenziali redattori. A Roma, Radio Alternativa, animata da Teodoro Buontempo, ebbe sede nello stesso stabile di via Sommacampagna, dove c’era il Fronte della Gioventù e, solo per caso, una pentola a pressione imbottita di dinamite, posata sul davanzale di una finestra da mano “ignota” non provocò una strage. Anche a Torino fu la federazione del MSI ad ospitare la sede di Radio Blitz, e così avvenne un po’ dappertutto. Va però detto che, in genere, si trattò di ospitalità e basta, poichè (sia pure con qualche tentativo forse nemmeno troppo convinto) il mezzo sembrava ancora troppo “nuovo” ad un Partito i cui vertici non si distinguevano certo per giovanilistici entusiasmi. Infatti, sia pure in contemporanea con la crisi dell’intero settore, dovuta soprattutto all’emergere del più coinvolgente mondo delle tv “libere”, quasi tutte le Radio chiusero per mancanza di mezzi, non potendo contare, un po' per scelta, un po' per necessità, sul supporto “commerciale” di inserzionisti a pagamento. Finchè trasmisero, comunque, furono strumento divulgatore di idee, cultura, attività per tutto il mondo giovanile di destra, e consentirono l’approdo ai grandi numeri di vendita e notorietà di una musica “alternativa” che, per l’originalità dei testi, l’armonia dei suoni e la personalità degli interpreti avrebbe meritato successo maggiore. Qui la scelta si fa ardua, e non può non risentire dell’esperienza e dei gusti di ognuno: per quel che ci riguarda, di comune accordo, in cima alla classifica abbiamo scelto due complessi: La Compagnia dell’Anello (“Padova, 17 giugno 1974”) e gli Amici del Vento (“Vecchio ribelle”) Poi c’è solo la difficoltà di ricordarli tutti: gli ZPM, gli Janus, il Vento del Sud, e, tra i solisti: Fabrizio Marzi, Michele di Fiò, Francesco Mancinelli, Gabriele Marconi e con particolare affetto ricordiamo l’indimenticato Massimo (“Massimino”) Morselli (“Nostri canti assassini”)…e chiediamo scusa a tutti quelli che abbiamo dimenticato.
Un’ultima cosa c'è da dire: all’interno di queste radio, nonostante i pericoli e le difficoltà, regnava, incontrastata, un’atmosfera di allegria, di giovanile spensieratezza, che non incideva sull’impegno e la professionalità davanti al microfono e alla consolle. Questo emerge dalle molte testimonianze dei protagonisti riportate nel libro, che hanno conservato un ricordo incancellabile di quella esperienza, dei fatti, delle emozioni, e degli aneddoti. Chiudiamo proprio con uno di questi: tutti hanno ben presente la spiritosa invenzione di Fiorello di “Gnazio”, riferita a La Russa… ebbene pochi sanno - e il libro ce lo racconta - che il futuro Parlamentare di AN fu il primo a ridere della sua accentuata “sicilianità”. A Radio University andava in onda una trasmissione satirica che era una specie di “Alto gradimento”, e al microfono si alternavano vari personaggi che, con voce buffa, commentavano, a modo loro, i fatti del giorno. Uno di questi era “Siculio” il cantastorie stonato e dal marcato accento isolano interpretato - con grande successo, va detto - dal futuro Ministro della Repubblica. Questo lo abbiamo scoperto nel libro di Alberti, ma c’è molto altro….non vi resta che sfogliare la vostra copia.
BOLLETTINO DI GUERRA di Edlef Köppen (1893 -1939)
Edflen Köppen pubblicò Bollettino di guerra nel 1930, durante la repubblica di Weimar. Fu redattore, scrittore, traduttore, editore. Lavorò in particolare come responsabile delle trasmissioni culturali della prima radio tedesca di Berlino, collaborando tra gli altri con Stefan Zweig e Alfred Döblin. Subì pesanti conseguenze sul piano professionale ed economico per non aver voluto collaborare con il regime nazionalsocialista.
Difficile non scomodare la parola capolavoro per questo romanzo in cui l'autore, artigliere nella Grande Guerra, ripercorre la sua esperienza attraverso il protagonista del libro, Adolf Reisiger, impegnato sul fronte francese e su quello russo. Lo stile è generalmente distaccato; si lascia che l'orrore e le brutture della guerra parlino da sole, senza cadere nella struggente poesia del dolore di un Remarque. Anche se il giovane volontario Reisiger non è un fante ma un artigliere, la descrizione del calvario dei soldati è micidiale. Si passano, ad esempio, dei giorni in piccoli crateri pieni di pantano, senza avere informazioni sulla situazione della battaglia, sperando che i proiettili nemici cadano lontano, dividendosi sigarette e cibo preso da tasche inzaccherate e poi ricominciando a sparare, non appena ci sono elementi sulla posizione delle fanterie proprie e di quelle avversarie.
Lo stile che rende quasi unica l'opera, non è univoco; ci sono passi in cui si usa la terza persona, in altri il giovane artigliere parla in prima persona, evidenziando il proprio travaglio intimo in cui il dovere di obbedire cozza gradualmente col senso di umanità. Ecco come viene presentata la guerra fatta di sanguinosi assalti:
“Il macello moderno: si spingono le bestie in un vicolo, largo all’inizio, poi più stretto, poi alla morte, e nessuno può tornare indietro, perché viene sospinto alle spalle”.
L’aspetto originale è dato da una narrazione spesso intervallata da passi di giornali, dichiarazioni di politici e generali, bollettini di guerra e pubblicità del tempo che offrono un insieme completo dell'epoca in cui si svolgevano i fatti, col contrasto tra fronte interno e "fronte vero" e col montare parossistico delle sofferenze alle quali la propaganda rispondeva con il proprio ricco arsenale. Non manca una certa ironia in alcuni punti in cui la magniloquenza ottimistica dei grandi capi supera il limite del ridicolo.
Un altro lato interessante è quello legato alla tecnica; ci si affida ad armi sempre più potenti nell'ambito di una minuta pianificazione a livello di preparazione degli attacchi. Ecco cosa significa sparare a fuoco rapido per un artigliere:
“Dopo dieci minuti il battito cardiaco dell’uomo è raddoppiato. Il cuore non batte più nel petto ma in gola. Dapprima il battito ha fatto tremare le membra. Poi queste si adeguano a un comando, diventano di ferro ed entrano a far parte della grande macchina: sei cannoni, una batteria”.
L’uomo diventa un ingranaggio della macchina.
Memorabile la descrizione delle fatiche di Reisiger e dei suoi colleghi prima dell'offensiva del luglio 1918 che sarebbe dovuta essere decisiva; giorni e notti insonni spesi nel definire gli obiettivi di ogni singola batteria. Ogni zona nemica doveva essere bersagliata in modo efficace, per spianare la strada alla fanteria. Fatiche inaudite che prostrano gli ufficiali impegnati nel dettagliare gli ordini per le artiglierie, ma anche sforzi non ripagati, dato che il nemico già conosce i piani dell’attacco. Reisiger viene poi mandato avanti in cerca di informazioni sull’esito dell’assalto della fanteria. Con la maschera antigas il giovane attraversa una foresta straziata dai gas, come straziati dai colpi nemici sono molti suoi commilitoni. Una natura che c'era da tanto tempo è stata sfigurata dall'uomo:
“Questo, pensa, è un bosco profanato. Questi sono alberi, betulle, di tre o cinque anni. Che con la guerra non hanno nulla, nulla, nulla a che fare. Che non vogliono scegliere tra francesi e tedeschi. Che non odiano, non uccidono. Che se ne stanno solo lì, e a ogni primavera mettono le foglie, e fioriscono e in autunno perdono la chioma e con grande pazienza se ne stanno a gelare fino alla prossima primavera. Senza fretta ... E ora? - Ora le più grandi bestie che ci sono sulla terra, gli uomini, si sono buttate su queste inoffensive betulle. Un capriccio si è impadronito di questo bosco. Esso muore senza parole, e remissivo, come in nessun'altro omicidio. Certo, c'è un po’ di vento, e per questo gli alberi scrollano ancora un poco il capo. Ma i rami si sono già distesi e piegati. E le foglie starnutiscono, e starnutiscono. E tutto questo non durerà più di ventiquattr'ore, poi ci saranno dei pali nudi. E tutto spoglio, perché così gli uomini hanno desiderato".
Nel giovane qualcosa si spezza per sempre davanti a un simile spettacolo. Reisiger fa in tempo a vedere i primi assalti dei carri armati negli ultimi mesi di lotta in cui la fibra dei soldati sta ormai cedendo.
Si tratta di un libro intenso in cui nel protagonista maturano una lacerazione profonda e una forte ripulsa per la guerra, come capitò all'autore che non ebbe la fama letteraria di Remarque e di Jünger anche per l'ostracismo praticato dalle autorità nazionalsocialiste; tale ostracismo, seppure con aspetti nettamente diversi, proseguì in parte anche nel secondo dopoguerra. Eppure lo stile e l'intensità dell'opera non hanno eguali; da notare, infine, che l'autore, come il protagonista del romanzo, coprì l'intero arco del conflitto, dal 1914 al 1918, passando dalle illusioni iniziali al tracollo finale, vivendo sulla sua pelle e nel proprio spirito, tutta la Via Crucis di un uomo al fronte.
Marina Plasmati, "Il viaggio dolce"
Il viaggio dolce
Marina Plasmati
La lepre Edizioni
pp 166
16,00
“Era come se avesse il mondo dentro al cuore, non davanti agli occhi”
“Il viaggio dolce” è quello che il protagonista del romanzo di Marina Plasmati sta per compiere di lì a breve, fatale ed ultimo. Il protagonista resta sempre “l’ospite di riguardo”, persona schiva che se ne sta chiusa in camera senza disturbare, parlando sottovoce, con mite gentilezza. Ma noi sappiamo bene chi è, anche se non viene mai nominato, è Giacomo Leopardi, e questo bellissimo romanzo costituisce quasi una versione in prosa delle sue poesie immortali.
Il romanzo racconta gli ultimi mesi di vita del poeta, quelli trascorsi in Campania, a villa Ferrigni, presso il cognato dell’amico Ranieri, e la Plasmati li ricrea attingendo direttamente ai testi leopardiani. Sono le stesse vicende e gli stessi protagonisti descritti in “Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi”, di Antonio Ranieri, senza la malignità piccata del biografo ottocentesco ma con il rispetto e compassione della studiosa.
Il paesaggio è lo stesso de “La ginestra”, il penultimo canto prima della morte, nato proprio in quei luoghi estremi e ripubblicato qui in appendice, insieme al “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani”. La ginestra è un fiore povero e tenace, dal profumo persistente, bello nonostante la sua ruvida semplicità, buono come le persone che abitano quei luoghi, capace come loro di strappare la propria esistenza al deserto - “contenta del deserto” - di sentirsene comunque pago, ma destinato, alla fine, a soccombere come ogni altra cosa. La ginestra ci parla della forza e dell’ostilità di una natura splendida e matrigna e di come l’uomo debba, con un atto di supremo coraggio, guardare in faccia la realtà, “nulla al ver detraendo”, riconoscendo negli altri esseri umani la stessa sua condizione e unendosi a loro per sopportarla. Il vulcano tiene in scacco gli abitanti, può risvegliarsi da un momento all’altro e distruggere tutto, come ha già fatto con Pompei, che il protagonista visita a dorso di mulo, può seppellire l’umana vanagloria in un soffio.
Ma per quanto cattiva, la natura resta vagheggiata, proprio perché tutto è così labile, caduco, effimero. Negare i valori della vita, tenersene lontani, serve solo a farli amare di più e il famoso pessimismo cosmico altro non è che un disperato richiamo di vita e d’amore.
“Appena usciti dalla vista della villa, un panorama quasi senza orizzonte si aprì al loro sguardo: colline e vigneti a destra, macchie di alberi da frutta a sinistra, prati di fiori davanti, il vulcano inquieto alle spalle e il mare quieto in lontananza. L’estate rinvigoriva i colori, i sapori e gli odori di tutto il paesaggio con una forza impetuosa. La terra partoriva dappertutto virgulti e germogli di erbe, piante e fiori: l’aria ribolliva d’insetti rumorosi, impazziti alla ricerca di cibo, il cielo risuonava di canti di uccelli affannati al lavoro del nido, la luce stessa splendeva carica di un’intensità abbagliante. Tutto, persino il deserto di cenere e lava, sembrava esplodere di nuova vita.” (pag 88)
Esplosione e rigoglio che fa da contrasto alla violenza dello “sterminator Vesevo”, all’aridità del deserto di lava, al nulla che sta per inghiottire il poeta, al quale si può opporre solo una stoica rassegnazione, una dolcezza quieta, un amore sotterraneo e mai sopito per la vita, quella che rinasce alla fine nel grembo di Silvia. Quest’uomo schivo e triste, timido e amareggiato, persino un poco capriccioso a causa dei mali che lo affliggono, è l’essere più solo e più assetato di vita:
“sognava la gloria e l’amore, volava col pensiero oltre ogni confine, creava con la fantasia mondi infiniti e nel frattempo vedeva la vita vera, la vita della carne e del sangue, fuggire lontano e non voltarsi indietro: la piangeva, la cercava nella pagina, la innalzava nei versi, talvolta, oppure la rincorreva per guardarla dalla finestra nella vita degli altri, rimpiangendone disperatamente l’assenza. (pag 25)
Tanta sofferenza è il risultato di una mente superiore rinchiusa in un corpo brutto e malato, è il risultato, soprattutto, di una sensibilità acutissima e dolorosa. “Un nonnulla lo poteva turbare fin nel profondo, in modo incomposto, eccessivo.” (pag 39)
Alla villa egli conversa con ospiti più o meno eruditi, ospiti che si rivelano di vedute ristrette, di animo coriaceo e fanno risaltare, per contrasto, la sua nobiltà sdegnosa. A un altro livello, invece, si muovono Cosimo e Silvia, due giovani servitori che si piacciono fra loro. Essi rappresentano tutto quello che il poeta vagheggia ed ha perso, rappresentano la materia stessa degli Idilli. Lei, ingenua, fresca e dalla voce ammaliante come Teresa Fattorini, la compianta e mai dimenticata Silvia di cui è ignara omonima. Lui giovane, forte, garzoncello scherzoso con ancora tutta la vita davanti, con le promesse in fiore, con il cuore buono e gentile. Infine c’è Pasquale, più vecchio, portatore di una saggezza antica. A loro, epitome di tutto ciò che di prezioso c’è, ciò che egli sta per lasciare, va l’affetto dell’ospite di riguardo.
E sono anche gli unici in grado di capire davvero la poesia, che parla direttamente al cuore attraverso scorciatoie intuitive. La poesia è considerata dal Leopardi come appartenente alla sfera dell’istinto, connaturata alle società e agli individui più semplici. Le domande che si pongono le persone ingenue, come il pastore errante dell’Asia, sono le stesse dell’umanità di fronte al mistero dell’universo, della vita e della morte, di cui tutti noi, filosofi o analfabeti, siamo ignoranti.
“È la ginestra nostra quella, disse ad alta voce e la sua bocca si aprì al più semplice dei sorrisi.
Anche lui sorrise, continuando a fissarla.
Sì, è proprio lei, che ne dice?
“È bellissima, esclamò la ragazza con gli cocchi stupiti.” (pag 86)
È lo stesso stupore che ci coglie di fronte ai versi leopardiani, quando li leggiamo con umiltà e senza sovrastrutture, lasciandoci irrorare dalla loro bellezza.
Da notare l’uso del dialogo senza virgolette che trasforma le conversazioni in una sorta di indirekte rede, a metà fra l’agito e il pensato, fra narrazione e analisi del testo leopardiano.
La descrizione di questa Silvia rediviva ricorda il famoso quadro di Veermer e il romanzo di Tracy Chevalier.
“Il vento ricominciò a scherzare col vestito e i capelli, la veste aderì alle curve dei fianchi e disegnò il ventre gonfio di giovane ragazza. I capelli presero a svolazzare morbidi e giocosi sulla fronte e intorno alle orecchie. Un raggio di luce trasparente le colpì gli occhi chiarissimi e le illuminò le linee azzurrognole delle vene del petto e della nuca scoperta. La bocca risaltò di un rosso intenso, come le gote bagnate di sudore. Così, immobile, assorta in un sogno inondato di luce, la trovò l’ospite di riguardo, affacciandosi silenziosamente nella sua stanza.” (pag 84)
Lo stile è lirico e struggente, degna perifrasi di versi meravigliosi che sono nel cuore di tutti noi.
“Sentiva che non era di felicità che si trattava, ma di semplicità sottile e sapientissima, la semplicità del fiore, della lucciole, della rondinella, di ciascuna creatura una ad una. Sentiva che non era comprendere o ingannarsi il dramma, m vivere, semplicemente vivere, come fa il fiore, la lucciola, la rondinella, vivere, per poi svanire, come fa ogni creatura, una ad una. Sentiva che nessuna consolazione né reticenza era possibile, che nessuna ambizione era essenziale, tranne la vita, semplice e sapiente, quella del fiore, della lucciola, della rondinella, di ciascuna creatura, una ad una E in ogni sua creatura, una ad una, la natura continua a trasudare delitto e tralucere grazia, in ogni sua creatura, per sempre” (pag 109).
Patrizia Poli
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" Il viaggio dolce " è quello che il protagonista del romanzo di Marina Plasmati sta per compiere di lì a breve, fatale ed ultimo. Il protagonista resta sempre "l'ospite di riguardo", persona schiva
http://www.criticaletteraria.org/2015/05/marina-plasmati-il-viaggio-dolce.html
Quattro consigli di lettura
Quattro libri profondamente diversi tra loro che mi sento di consigliare a diverse tipologie di lettori.
Prima di tutto un saggio scritto con stile piano e semplice, da narratore popolare, dal siciliano Roberto Mistretta: Rosario Livatino - L’uomo, il giudice, il credente (Edizioni Paoline - euro 15 - pag. 230). Il lavoro - scritto in collaborazione con padre Giuseppe Livatino - esce nel venticinquesimo anniversario della morte ed è una documentata biografia sul giovane giudice siciliano, ucciso dalla mafia mentre si recava - senza scorta - al Tribunale di Agrigento. Visto il tipo di editore, il saggio affronta anche il cammino spirituale di un uomo coraggioso, impegnato nella lotta alla criminalità organizzata e in odore di beatificazione. Mistretta cita miracoli e testimonianze che andranno a far parte del dossier per la causa di santità promossa in favore del giovane giudice.
Un altro libro interessante è una sceneggiatura inedita di Pier Paolo Pasolini: La Nebbiosa (Il Saggiatore - euro 14 - pag. 200), per un film scomparso come Milano nera, un flop di Gian Rocco e Pino Serpi che resistette solo cinque giorni in cartellone nel capoluogo lombardo. In realtà la vera sceneggiatura non fu mai tradotta in immagini, Pasolini fu pagato solo per metà lavoro e i due maldestri giovani registi tradirono tutta la sua poesia e il grande lavoro di ricerca linguistica e culturale. La Nebbiosa adesso è un libro che si legge come un film ed è un interessante spaccato della violenza metropolitana lombarda negli anni Sessanta, condotta da un gruppo di teddy boys.
Pupi Avati, invece, dopo lo splendido Un ragazzo d’oro, mette da parte il cinema e scrive Il ragazzo in soffitta (Guanda - euro 16 - pag. 250), che segue di due anni un’ispirata autobiografia (La grande invenzione). La storia contiene tutti i temi del suo cinema: adolescenza, musica, provincia, amicizia, persino horror, in un ritorno al passato che profuma de La casa dalle finestre che ridono. Protagonisti due adolescenti: il bolognese Berardo Rossi, detto Dedo, studente poco brillante ma popolare tra le ragazzine, e il triestino Giulio Bigi, introverso quanto abile traduttore dal latino. Filo conduttore del racconto un’amicizia nata sui banchi di scuola che - con il meccanismo del flashback (capitoli alterni) - apre le porte a una storia horror che vede protagonista un orco, presunto assassino di bambine. Finale a sorpresa.
L’ultimo consiglio è un fumetto pulp che costa euro 2,90 in edicola, uscito per Editoriale Cosmo, il primo di una miniserie di quattro albi. Si tratta di Battaglia, di Roberto Recchioni e Massimiliano Leomacs Leonardo, storia di un vampiro ai tempi del fascismo, che utilizza il nero per narrare la storia del nostro recente passato. Battaglia ricorda anche nel formato i vecchi albi di Kriminal, Satanik e Diabolik.
Ida Verrei, "Arràssusìa"
Arràssussìa
Di Ida Verrei
Fabio Croce editore 2015
Recensione di Adriana Pedicini
La vita è sempre un insondabile mistero. Non ci sono previsioni o programmi che procedano lineari e scontati, anzi, talvolta vengono completamente sconvolti e i ruoli consueti si ribaltano e la disperazione o la sconfitta sembrano prendere il sopravvento. Senonché la vita, quella vera, è fatta per chi possiede grande forza d’animo, seppure messa a dura prova da evenienze negative e dal dolore, da chi ha capacità e soprattutto volontà di tracciare negli intricati sentieri dell’esistenza una sua traccia. Non che non manchino le difficoltà, ma è proprio attraverso esse che si va alla ricerca con la lanterna di Diogene del vero, dell’identità, della legge fuori dal tempo che rende il tempo riconoscibile.
E alla fine il ritrovarsi, tanto inatteso e tanto imprevedibile, speculare al perdersi, pareggerà i conti, ma basterà tutto questo per dire di essere vissuti in piena autonomia e libertà? Forse, no, sicuramente no, proprio per il fatto che è la vita stessa a prendere il sopravvento con le sue impennate, le sue false partenze e infine con la ricomposizione di tutto. Purché si sappia riconoscerne la legge suprema che è quella dell’accettazione dei suoi ritmi, dei suoi spezzettati doni che intervallano sentieri ardui e spinosi.
“La vita non è un intero, è fatta di porzioni, piccole fette che ogni tanto ci è concesso di assaporare... è crudele, lo so, ma ci sono altri pezzi di vita che ti attendono”
Nelle parole del vecchio libraio è condensato il messaggio, secondo me, del romanzo.
Riflessione donata al protagonista Manù, distintosi fin da piccolo, nell’ombra del collegio che lo ospitava con bambini poveri e abbandonati oppure orfani, per le sue doti che lo avevano condotto a districarsi tra il bisogno di un padre inesistente e le delusioni di una madre troppo debole nel costruire con lui un vincolo forte d’amore vissuto e alla fine l’aveva vista allontanarsi per effetto della lusinga di avere un amore esclusivo, quello maritale. Finalmente il giovane protagonista troverà nel giardiniere Gennarino chi gli consegnerà con bontà e dedizione l’unico senso che possa dare stabilità alla struttura interiore di ciascuno, il senso delle radici, soprattutto quando il passato è senza storia. “
“l’unico maestro e confidente, quello a cui porre domande e da cui ricevere risposte”.
Non si dovrebbe mai tornare indietro. Non quando il tuo è stato un passato senza storia. Non c’è più tana, pietre, soltanto pietre”
Eppure è un’operazione necessaria questa per avere gli strumenti per crescere e andare avanti. E l’incontro con Gennarino gli aveva disvelato questa verità che alla fine si rivelerà una realtà e non una pura invenzione.
E, dopo tante traversie e vicende vissute come passaggi di vita con vari personaggi, alla fine Manù ritrova insperatamente le sue radici e la sua stabilità economica. Manca solo una cosa: l’amore e questo non tarderà a venire, ma per breve tempo. La vita esige altro sacrifico, impone di pagare altro scotto non previsto, ma evocato inconsapevolmente, a guardar bene, dal continuo ripetere “arrassusìa”, una sorta di scongiuro che nella lingua napoletana significa “non sia mai” che avvenga quello che non si desidera. Tale morfema esprime bene nella saggezza popolare partenopea il senso della precarietà dell’esistenza che affonda le sue radici nella formazione filosofica di derivazione ellenica che in quella terra proliferò.
E Napoli è presente nel romanzo con la particolarità dei monumenti, strade, chiese, vicoli, fondachi, con la suggestione del cimitero delle fontanelle, con la possente musicalità delle voci e dei suoni, con la fragranza dei sapori e del profumo dei fiori, con la meraviglia del mare azzurro, degli scogli, delle imbarcazioni dei pescatori, ma anche con tanto buio, tanta fatiscenza, tanta decadenza, tante dure salite, tanto chiasso e confusione, tutto uno sfondo su cui si dipanano, oltre a quella del protagonista Manù, anche vite altre e altri accadimenti, altre atmosfere, tutte intrecciate insieme, da quelle del collegio, luogo di tristezza ma anche di grandi amicizie, alle avventure sentimentali, agli incontri affettivamente significativi, al disagio di non poter essere militante attivo insieme ai suoi amici nella lotta contro lo status quo per non compromettere il suo futuro, all’affermazione personale negli studi e nella professione e infine il riconoscimento di grande scrittore di romanzi.
Manca dunque solo l’amore, scivolato via in una tragica circostanza, ma ancora una volta la vita lo sorprende. E non solo lui, al punto che non si sa bene se sia la vita a manipolare gli esseri umani o essi realizzino se stessi quando capiscono e accettano le dure leggi dell’esistenza. Certo è che tutti i personaggi che non si sono persi per un motivo o per l’altro alla fine appaiono come ricomposti, pacificati nella nuova condizione che il destino o la volontà ha imposto loro.
Anche per il nostro protagonista arriva la gioia della famiglia e dell’amore coniugale, ma solo dopo che tale gioia sarà stata mondata dal dolore capace di trasformare una perdita in dolce presenza nella dimora del cuore per sempre
Mi ami Manù?
Sì
E mi amerai sempre?
Sempre
Mi amerai nel mio esserci e nel mio non esserci?
Sì
Nella presenza e nell’assenza?
Sempre!
Un romanzo composito che anche nella struttura procede a tratti, e non è un limite, ma un sottolineare che la vita è fatta di tappe, alcune positive, altre negative che ci vogliono protagonisti sì ma non padroni assoluti, perché….. “ ARRASSUSSIA”…….
Un monito da non dimenticare.
Il fiume di Eraclito di Adriana Pedicini. Recensione di Nazario Pardini
Adriana Pedicini
Il fiume di Eraclito
Poesie
RECENSIONE DI NAZARIO PARDINI
Siamo il fiume che invocasti, Eraclito.
Siamo il tempo. Il suo corso intangibile…
Jorge Luis Borges
Istantanee di vita
a fermare il tempo,
amore della vita
che lenta scivola nel rimpianto,
timore della morte
e nessun rimedio per fermarla.
Crogiuolo di mille domande
sulle ali di una farfalla.
Partire da questi versi dal sapore di vita, dalla visione di un tempo che scorre veloce senza darci la possibilità di palpare il presente irrequieto e inafferrabile, significa andare a fondo di una poesia complessa e inquietante. Di una plaquette che tocca i tasti più dubbiosi del fatto di esistete e che mette in campo i dati della realtà fenomenica e quelli di un ripiego escatologico di grande complicanza esistenziale. Sta qui il polemos tra gli opposti eracliteo; il pascaliano dissentire tra rien e tout. Sì, c’è la vita con tutta la complessità dei suoi ricami: saudade, mistero, nostos, melanconia, inquietudine, memoriale come fonte di amore, come tuffo in profumi di acacie:
Dietro il lento oscillare delle acacie
sale la filigrana del ricordo
del lungo ramo
che sbatteva alla finestra
e tra i fiori acri sfiorito il volto
e immobile lo sguardo.
Anche oggi
tra i passi lenti
di questa primavera
solo si spande nell’aria
il profumo dolceamaro
delle acacie.
Ai cigli delle vie fuori città
sui terrapieni corrono,
nei giardini e nelle aiuole cittadine
i fiori bianchi fluttuano sgranandosi
al vento gelido di fine marzo
che ora come allora
asciugandole rapina le mie lacrime.
Di te
solo il profumo dolceamaro
delle acacie (Le acacie di marzo).
Si nota fin dagli inizi il disagio della Nostra di fronte al confronto tra l’esistere e l’infinitezza degli spazi che ci circondano. E’ troppo umano questo esserci; troppo limitato, troppo precario:
Ho pianto il mio dolore
ho pianto la gioia
l’odio ho pianto
di quest’effimera vita.
Tutto sembra inutile
e il vivere sia fatto invano
in attesa del tempo senza tempo.
Eppure più forte è il desiderio
di questa precaria vita
come di assetato
che mai estingua alla fonte
nel cammino
la bramosia di lunghi sorsi,
di conservare sulle labbra
e in ogni fibra
della fresca estasi
il brio (Vita),
ed è per questo che allunghiamo sguardi in lontananze sperdute con la speranza di trovarvi la soluzione ai tanti perché dei nostri irrisolti e irrisolvibili dilemmi. C’è in ognuno di noi il desiderio di fermare la clessidra, di arrestarne l’ingordigia che fagocita le cose più preziose della nostra terrenità. Forse è ricorrendo proprio ai ricordi o al sogno che si cerca di riportare alla luce ciò che resta di questo sacro patrimonio nel tentativo di prolungarne la storia:
A brace spenta
bruciano
le mani del sogno
caldo in cuore.
Neri rami s’elevano
sterile fumo
alla neve del cielo.
Di pioggia le nuvole
s’ammassano dense
segni fatali di sorte.
Pace o segno di
nero silenzio
questa assenza di voce (Sogno),
nel tentativo di placare il dolore delle sottrazioni, rifugiandoci in una alcova di volti rassicuranti, di primavere innocenti troppo presto sparite, chiedendo collaborazione ad una natura profumata e umanizzata per configurare e dare corpo a forti emozioni. D’altronde il nostro sguardo è limitato e incapace di andare oltre gli orizzonti che ci limitano. E si rischia di sperderci in mondi sovrumani, in ambiti d’infinita estensione per le nostre flebili forze; per noi che viviamo l’”amore della vita/ che lenta scivola nel rimpianto,/ timore della morte/ e nessun rimedio per fermarla”. Thanatos e eros, vita e morte, speranza e rimpianto, rimpianto e nostalgia per parole non dette, per cose non fatte, cosciente, la Nostra, della precarietà dell’esistere e della sua definitiva ultimazione:
Scivola ancora
di nuovo
più fitta la pioggia
lungo i muri e le pozze riempie
porta suoni lontani di voci
sopite per sempre,
la nostalgia porta di una vita
che non è quella da vivere.
Sfilza le ore
e grava l’aria di cupi ricordi.
Tutte son morte le foglie
e la vita è un desiderio
strozzato nel cuore.
All’orizzonte
il nulla di questo giorno.
Sull’impiantito della mente
disegno il mio larario antico
e di ghirlanda adorno
il posto vuoto (Nostalgia),
una dualità, una contrapposizione di estremi la cui simbiotica fusione si fa alimento della scioltezza eufonica del poema, i cui versi, combinandosi con quelli che sono gli input vicissitudinali, si risolvono in brevi e apodittiche soluzioni; in un linguismo che fa della metaforicità la base d’appoggio per verticalità meditative; per confessioni di ontologica complessità emotiva. E’ qui il nocciolo della substantia di questa poesia; sta tutto in una versificazione stretta e monoverbale, anche, incisiva e redditizia, per il valore etimo-fonico e comunicativo dei significanti. La parola è sufficiente a se stessa, si fa unità morfosintattica e risolutiva per un pensiero di intensità epigrammatica sul rapporto della vicenda umana col tempo; tanto che, dal polimorfismo di accostamenti inconsueti, emerge, con nettezza parenetica, che la vita è il tempo prestato dalla morte. “La vita è un naufragio, ma nelle scialuppe di salvataggio non dobbiamo dimenticare di cantare” affermava Voltaire. Anche se illuminista, anche se della ragione faceva il fulcro dei suoi convincimenti, in tale affermazione presagiva uno dei motivi focali del primo ottocento: il mare; quell’immenso spazio che più si avvicina al bisogno di libertà; ma di una libertà vaga, indeterminata di memoria delacroisiana cercata inutilmente dai romantici, anch’essi còlti da quel malum vitae che portava, spesso, a pessimismi o a melanconie congenite di memoria leopardiana. Alfredo Panzini definì i Poeti “simili al faro del mare”: quel faro che illumina una parte di un tutto sommerso dalla notte. E’ in quel mare che si perde l’animo del Poeta incapace di andare oltre quella scia che invita a più ampie navigazioni. Questo è tutto ciò che troviamo nella poesia della Pedicini. Una poesia complessa che fa degli interrogativi esistenziali il cuore del canto; un canto, che, con grande partitura musicale, e con urgente partecipazione panica, ci prende per mano per inoltrarci, al fin fine, in quelli che sono i valori della vita. Sì, perché porsi le tante questioni sulla nostra venuta, non significa altro che amarla questa storia; esserne integrati moralmente, civilmente ed esteticamente; esserne passionalmente avvinti tanto da non dimenticare di cantare sulla scialuppa di salvataggio; perché, in definitiva, sono proprio i dolori a farsi gradini di una scala tramite cui ci eleviamo a cime spirituali le più vicine all’inarrivabile “… E se la costante della vita è, in definitiva, il dolore, in esso è anche il riscatto della dignità umana, oltre che l'unico veicolo possibile della conoscenza (πάθει μάθος). E, inoltre, esso predispone ad una dimensione altra, dove il dolore è anche il veicolo per raggiungere livelli spirituali alti, in cui la Fede e la preghiera risultano essere di significativo impatto sull’animo umano che in tal modo “graziato” produrrà positive energie con ricadute notevoli nella personale vicenda esistenziale” (dalla prefazione dell’Autrice).
Quando il dolore
avrà macerato
le fibre del mio cuore
stilleranno i ricordi
in gocce di parole.
Nazario Pardini
"Quand'ero scemo": la parola ai lettori
Ecco una serie di recensioni al mio libro di racconti, "Quand'ero scemo" su ilmiolibro.it
Si tratta di una raccolta di trentadue racconti, popolati da una folla multiforme di personaggi. Uomini disperati, ragazze disilluse, vecchie aggrappate ai ricordi o con la mente persa fra le ombre, fate elfiche, robot, disabili, malati terminali, mogli senza scrupoli. In questa varietà di temi e condizioni umane non si indulge al patetico, non si lanciano messaggi o insegnamenti, piuttosto si riflette sul concetto di 'normalità', ribaltandolo attraverso un'ottica particolare, angolare, magica.
Lorenza:
“Questo libro ci presenta una serie innumerevole di racconti, estremamente vari, talvolta vicini alla realtà da permetterci d’immedesimarsi con la stessa, altre più fantastici, che tuttavia trascendono la realtà attraverso i sentimenti dei personaggi. Infatti, caratteristica preponderante di ogni racconto è quella di esprimere pienamente ogni sentimento attinto dalla gamma più variegata si possa provare. La lettura, piacevolissima e scorrevole, a volte fa sorridere, altre commuove, o, ancora ci permette di guardarci con ironia , per giungere fino all’assurdo delle umane possibilità di pensiero e di azione. Spesso stride con la realtà, quasi a testimoniare la diversità dei punti di vista, la differenza del modo di pensare e di essere, tanto da far pensare a Pinocchio che …”uguale è bello, uguale è normale, uguale è vero”, quasi a convincersene, ben sapendo che non è proprio così…. Tant’è vero che il ragazzo down, recentemente operato per assumere sembianze definite “normali”, farà di tutto per tornare com’era prima, perché si rende conto che la realtà non è così bella come sembra! Si mescolano storie di rimpianti, tradimenti, conquiste, sfide, gioie e dolori, tutte finalizzate ad una profonda riflessione, quella che farà pensare a suor Maria che…”avrebbe chiesto a Gesù l’umiltà e la forza di guardarsi dentro…” Ma forse è meglio dirsi, come Sabrina, che è ora di …”smettere di porsi queste domande…”, altrimenti si finisce come il boia che ammette “…non vorrei chiedermi se, domani all’alba, quando tu sarai morto, io sarò ancora vivo…” Mi pare quasi superfluo aggiungere che mi è piaciuto molto per la sua estrema originalità e per il tripudio di emozioni che di cui pullula!”
Tata:
“Quando ero scemo, ovvero prima che l’eccelsa luce dell’intelletto illuminasse la consapevolezza di sé. Con piccoli passi seguo il filo delle parole di questi racconti. Piccoli passi timidi, incerti, di chi non vuole disturbare, perché Patrizia Poli mi parla di sentimenti, di paure, di rimpianti, di rimorsi, di disagi, di equivoci, di rabbie, di vendette, mi indica lo scarto fra la realtà dura, ovvia, banale, accettata e il mondo privato, intimo, fragile di donne, uomini, bambini abbandonati, feriti, traditi, persino il robottino lasciato a sé stesso nello spazio che si vede negare anche l’identità di cane, della povera Laika. L’ironia ricama uno stile agile, lieve, delicato. La narrazione mi sorprende, mi attira, mi chiama, mi confonde, mi commuove, in un bisogno di identificazione e di appartenenza con la farfalla e il suo unico grande giorno, col ciecomuto, con Marta, coi gemellini siamesi che aspettano di essere divisi. Con quest’umanità infelice e smarrita che sembra volersi raccontare e svelare.”
Maria Teresa:
“Penetrare a fondo nelle mille sfaccettature della vita non è facile, spesso distratti dalle enormi difficoltà della nostra, osserviamo con molta superficialità e crudele disincanto quanto ci circonda, con un’accettazione passiva andiamo oltre e preferiamo non frugare, non indagare all’interno di tanto dolore sommerso che coinvolge nostri simili, stoicamente considerati lontani o semplicemente diversi. Patrizia Poli, l’autrice di questa raccolta di racconti “Quando ero scemo”, con un’incredibile abilità narrativa legata a uno stile scabro, essenziale, ma profondamente incisivo, attraverso una grande varietà di personaggi, ci costringe a vedere e sentire ciò che non vogliamo, in un modo originale, tutto suo, utilizzando dimensioni oniriche o metaforiche, con sprazzi di paradossale che talvolta riescono a farci sorridere persino nelle situazioni più drammatiche. La sua è un’ironia sottile, apparentemente distaccata, ma in grado di esploderci dentro, per quel suo modo di ribaltare i contenuti dei racconti, sicuramente tutti singolari, dove i più svariati personaggi, prendono consistenza talvolta in modo sibillino, consistenza che acquista una certa attendibilità attraverso secche frasi conclusive che comunque, seppur illuminino, lasciano una scia ricercata di dubbi. Abilissima nel pilotarci all’interno di storie dove il passato e il presente diventano attimi che s’intersecano, come attraverso gli occhi di un’occasionale passante che rivede il cammino avvenuto nel 1369 da parte di un pellegrino diretto a Santiago de Compostela, o dove incredibili situazioni paradossali prendono corpo, come in quella di un uomo che, perfettamente sano, viene ridotto alla stregua di un disabile dalla moglie che lentamente lo avvelena, per fargli così ottenere importanti avanzamenti nella carriera aziendale, lei lascia comunque a noi le conclusioni e senza interferire, ci colpisce. Incontriamo nei suoi racconti anime schiacciate nelle loro vite incompiute, come quella di una suora che è sommersa dai dubbi per un intenso desiderio di libertà, o quella di una donna lacerata dal rimorso per aver abortito, o di un poeta che prima di morire affida al mare e al vento i versi che nessuno ha mai ascoltato. Comunque e sempre narra della vita, della felicità cui tutti aneliamo e che spesso è sfuggente ed effimera, perché stiamo in una solitudine cosmica dove ciascuno è unico a contatto con tanti simili. Così capita che un ragazzino Down considerato “diverso”, dopo aver acquistato la normalità con un intervento chirurgico, si senta addolorato e diverso in un mondo in cui non si riconosce e che non gli appartiene, e desidera ritornare scemo, per riacquistare la felicità nell’incoscienza di eterno bambino, dove esiste Babbo Natale e tutto sa di pulito e buono. Apparentemente Patrizia Poli non parla di sé e del suo sentire, ma il suo pensiero, la sua protesta verso questo mondo così scarso d’amore si avverte e vibra in ogni parola, con una scia di velato romanticismo che addolcisce le negatività del vivere, mostrando un animo capace di umana comprensione e di perdono.”
Lauretta:
Ecco un piccolo libro, che potrebbe passare inosservato perché semplice e discreto. E invece vale molto più di altri mille libri presenti sugli scaffali in libreria. “Quando ero scemo” è un’opera straordinaria. L’autrice scrive con una disinvoltura, con una partecipazione e con una capacità non scontate. Lo stile narrativo è splendido e rapisce il lettore e, alla fine di ogni racconto, dopo aver spaziato tra luoghi distanti e diversi, tra dolori, tristezze, tra disabilità e diversità, tra sogno e realtà, lo riporta con i piedi per terra. I racconti si leggono d’un fiato, piacevolmente, proprio perché concisi, ma perfetti nella forma. La malinconia pervade ogni pagina, c’è una sorta di cappa, come una giornata uggiosa, che impregna e permea le storie della raccolta; ma ciononostante tra le righe c’è di più, c’è anche qualcosa di potente, ci sono anche vita e amore, desiderio e bellezza. C’è l’umanità, coi suoi vizi, i suoi vezzi, le sue virtù e le sue incongruenze. L’autrice fa letteratura in poche righe, descrivendo minuziosi dettagli e grandi scenografie, con la sua capacità di raccontare tanto in due pagine o addirittura in una sola. Consiglio vivamente di leggerlo.
Ecco una serie di recensioni al mio libro di racconti , "Quand'ero scemo" su ilmiolibro.it
Si tratta di una raccolta di trentadue racconti, popolati da una folla multiforme di personaggi. Uomini disperati, ragazze disilluse, vecchie aggrappate ai ricordi o con la mente persa fra le ombre, fate elfiche, robot, disabili, malati terminali, mogli senza scrupoli. In questa varietà di temi e condizioni umane non si indulge al patetico, non si lanciano messaggi o insegnamenti, piuttosto si riflette sul concetto di 'normalità', ribaltandolo attraverso un'ottica particolare, angolare, magica.
Lorenza:
“Questo libro ci presenta una serie innumerevole di racconti, estremamente vari, talvolta vicini alla realtà da permetterci d’immedesimarsi con la stessa, altre più fantastici, che tuttavia trascendono la realtà attraverso i sentimenti dei personaggi. Infatti, caratteristica preponderante di ogni racconto è quella di esprimere pienamente ogni sentimento attinto dalla gamma più variegata si possa provare. La lettura, piacevolissima e scorrevole, a volte fa sorridere, altre commuove, o, ancora ci permette di guardarci con ironia , per giungere fino all’assurdo delle umane possibilità di pensiero e di azione. Spesso stride con la realtà, quasi a testimoniare la diversità dei punti di vista, la differenza del modo di pensare e di essere, tanto da far pensare a Pinocchio che …”uguale è bello, uguale è normale, uguale è vero”, quasi a convincersene, ben sapendo che non è proprio così…. Tant’è vero che il ragazzo down, recentemete operato per assumere sembianze definite “normali”, farà di tutto per tornare com’era prima, perchè si rende conto che la realtà non è così bella come sembra! Si mescolano storie di rimpianti, tradimenti, conquiste, sfide, gioie e dolori, tutte finalizzate ad una profonda riflessione, quella che farà pensare a suor Maria che…”avrebbe chiesto a Gesù l’umiltà e la forza di guardarsi dentro…” Ma forse è meglio dirsi, come Sabrina, che è ora di …”smettere di porsi queste domande…”, altrimenti si finisce come il boia che ammette “…non vorrei chiedermi se, domani all’alba, quando tu sarai morto, io sarò ancora vivo…” Mi pare quasi superfluo aggiungere che mi è piaciuto molto per la sua estrema originalità e per il tripudio di emozioni che di cui pullula!”
Tata:
“Quando ero scemo, ovvero prima che l’eccelsa luce dell’intelletto illuminasse la consapevolezza di sé. Con piccoli passi seguo il filo delle parole di questi racconti. Piccoli passi timidi, incerti, di chi non vuole disturbare, perché Patrizia Poli mi parla di sentimenti, di paure, di rimpianti, di rimorsi, di disagi, di equivoci, di rabbie, di vendette, mi indica lo scarto fra la realtà dura, ovvia, banale, accettata e il mondo privato, intimo, fragile di donne, uomini, bambini abbandonati, feriti, traditi, persino il robottino lasciato a sé stesso nello spazio che si vede negare anche l’identità di cane, della povera Laika. L’ironia ricama uno stile agile, lieve, delicato. La narrazione mi sorprende, mi attira, mi chiama, mi confonde, mi commuove, in un bisogno di identificazione e di appartenenza con la farfalla e il suo unico grande giorno, col ciecomuto, con Marta, coi gemellini siamesi che aspettano di essere divisi. Con quest’umanità infelice e smarrita che sembra volersi raccontare e svelare.”
Maria Teresa:
“Penetrare a fondo nelle mille sfaccettature della vita non è facile, spesso distratti dalle enormi difficoltà della nostra, osserviamo con molta superficialità e crudele disincanto quanto ci circonda, con un’accettazione passiva andiamo oltre e preferiamo non frugare, non indagare all’interno di tanto dolore sommerso che coinvolge nostri simili, stoicamente considerati lontani o semplicemente diversi. Patrizia Poli, l’autrice di questa raccolta di racconti “Quando ero scemo”, con un’incredibile abilità narrativa legata a uno stile scabro, essenziale, ma profondamente incisivo, attraverso una grande varietà di personaggi, ci costringe a vedere e sentire ciò che non vogliamo, in un modo originale, tutto suo, utilizzando dimensioni oniriche o metaforiche, con sprazzi di paradossale che talvolta riescono a farci sorridere persino nelle situazioni più drammatiche. La sua è un’ironia sottile, apparentemente distaccata, ma in grado di esploderci dentro, per quel suo modo di ribaltare i contenuti dei racconti, sicuramente tutti singolari, dove i più svariati personaggi, prendono consistenza talvolta in modo sibillino, consistenza che acquista una certa attendibilità attraverso secche frasi conclusive che comunque, seppur illuminino, lasciano una scia ricercata di dubbi. Abilissima nel pilotarci all’interno di storie dove il passato e il presente diventano attimi che s’intersecano, come attraverso gli occhi di un’occasionale passante che rivede il cammino avvenuto nel 1369 da parte di un pellegrino diretto a Santiago de Compostela, o dove incredibili situazioni paradossali prendono corpo, come in quella di un uomo che, perfettamente sano, viene ridotto alla stregua di un disabile dalla moglie che lentamente lo avvelena, per fargli così ottenere importanti avanzamenti nella carriera aziendale, lei lascia comunque a noi le conclusioni e senza interferire, ci colpisce. Incontriamo nei suoi racconti anime schiacciate nelle loro vite incompiute, come quella di una suora che è sommersa dai dubbi per un intenso desiderio di libertà, o quella di una donna lacerata dal rimorso per aver abortito, o di un poeta che prima di morire affida al mare e al vento i versi che nessuno ha mai ascoltato. Comunque e sempre narra della vita, della felicità cui tutti aneliamo e che spesso è sfuggente ed effimera, perché stiamo in una solitudine cosmica dove ciascuno è unico a contatto con tanti simili. Così capita che un ragazzino Down considerato “diverso”, dopo aver acquistato la normalità con un intervento chirurgico, si senta addolorato e diverso in un mondo in cui non si riconosce e che non gli appartiene, e desidera ritornare scemo, per riacquistare la felicità nell’incoscienza di eterno bambino, dove esiste Babbo Natale e tutto sa di pulito e buono. Apparentemente Patrizia Poli non parla di sé e del suo sentire, ma il suo pensiero, la sua protesta verso questo mondo così scarso d’amore si avverte e vibra in ogni parola, con una scia di velato romanticismo che addolcisce le negatività del vivere, mostrando un animo capace di umana comprensione e di perdono.”
Lauretta:
Ecco un piccolo libro, che potrebbe passare inosservato perché semplice e discreto. E invece vale molto più di altri mille libri presenti sugli scaffali in libreria. “Quando ero scemo” è un’opera straordinaria. L’autrice scrive con una disinvoltura, con una partecipazione e con una capacità non scontate. Lo stile narrativo è splendido e rapisce il lettore e, alla fine di ogni racconto, dopo aver spaziato tra luoghi distanti e diversi, tra dolori, tristezze, tra disabilità e diversità, tra sogno e realtà, lo riporta con i piedi per terra. I racconti si leggono d’un fiato, piacevolmente, proprio perché concisi, ma perfetti nella forma. La malinconia pervade ogni pagina, c’è una sorta di cappa, come una giornata uggiosa, che impregna e permea le storie della raccolta; ma ciononostante tra le righe c’è di più, c’è anche qualcosa di potente, ci sono anche vita e amore, desiderio e bellezza. C’è l’umanità, coi suoi vizi, i suoi vezzi, le sue virtù e le sue incongruenze. L’autrice fa letteratura in poche righe, descrivendo minuziosi dettagli e grandi scenografie, con la sua capacità di raccontare tanto in due pagine o addirittura in una sola. Consiglio vivamente di leggerlo.
si leggono d’un fiato, piacevolmente, proprio perché concisi, ma perfetti nella forma. La malinconia pervade ogni pagina, c’è una sorta di cappa, come una giornata uggiosa, che impregna e permea le storie della raccolta; ma ciononostante tra le righe c’è di più, c’è anche qualcosa di potente, ci sono anche vita e amore, desiderio e bellezza. C’è l’umanità, coi suoi vizi, i suoi vezzi, le sue virtù e le sue incongruenze. L’autrice fa letteratura in poche righe, descrivendo minuziosi dettagli e grandi scenografie, con la sua capacità di raccontare tanto in due pagine o addirittura in una sola. Consiglio vivamente di leggerlo.
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e altri racconti Raccolta di trentadue racconti popolati da una folla multiforme di personaggi. Uomini disperati, ragazze disilluse, vecchie aggrappate ai ricordi o con la mente persa fra le ombre ...
http://reader.ilmiolibro.kataweb.it/v/1051976/Quand_ero_scemo
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