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recensioni

Alfred Van Vogt, "La città immortale"

21 Luglio 2026 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #fantascienza

 

 

 

 

La città immortale di Alfred Van Vogt, pubblicato per la prima volta nel 1963, è un libro di fantascienza edito da Urania. 

L'incipit è veramente suggestivo: Jim Pendrakeun maturo veterano di guerra, che vive isolato e in maniera semplice, fa un ritrovamento straordinario. Per puro caso trova incastrato nella terra un motore dalla potenza mai vista. Dopo alcuni giorni in cui l'uomo, pieno di curiosità e di ingegno, non ha esitato a studiare il materiale trovato, ecco che arriva la prima scoperta.  

L'apparecchio è in grado di sviluppare un campo di forze incredibile, tanto che il braccio di Pendrake, in parte amputato durante la guerra, riprende a crescere. Inoltre, l'uomo scopre di avere ora una forza inaudita, senz'altro dovuta alla sua vicinanza con il motore.  

Quell'apparecchio conferisce senso alla vita modesta e solitaria del veterano: "Ma ora ecco il motore, sul pavimento della sua stalla, al sicuro da qualsiasi scoperta, fatta eccezione per il suono che si sprigionava dal legno nel suo campo di forza. Ora sembrava strano come avesse funzionato la sua mente. La determinazione a trasportare segretamente il motore nel suo cottage era stata come scegliere la vita invece della morte, come raccogliere velocemente una banconota da cento dollari per terra in una strada deserta, un gesto così automatico da non aver bisogno di logica. Sembrava naturale come la vita stessa". 

Inevitabilmente, uno strumento così potente non può non essere oggetto di interesse da parte di cerchie molto potenti. Qui si respira una qualche atmosfera vagamente western quando l'uomo è avvicinato da elementi poco raccomandabili; diventa lui stesso un investigatore, cercando di capire quali scienziati siano autori di quel motore. Lentamente si scivola tra fantascienza e distopia, quando la trama si fa molto fitta. 

La moglie di Pendrake viene rapita e lui stesso finisce in un'altra dimensione, come brillante dipendente di un'azienda, ma senza ricordare nulla di sé a parte gli ultimissimi anni. Ora è lui oggetto di interesse per via delle sue facoltà divenute prodigiose; lo stesso Presidente degli Stati Uniti vuole ricevere una trasfusione del suo sangue perché così potrà ringiovanire e proseguire la sua carriera politica. Non mancano accenni alla guerra fredda, allo spionaggio e c'è perfino un lungo soggiorno forzato sulla Luna; là esiste una colonia segreta e il protagonista e la moglie sono di fatto prigionieri di un cinico autocrate di origine preistorica, in un contesto sociale unico. Risulta molto intrigante proprio la parte sulla vita nella colonia lunare, dove scienza, tecnocrazia ed elementi barbarici coesistono. 

Pendrake è tirato per la giacchetta da varie forze e cerca, nonostante nella sua testa realtà, incubo e allucinazioni siano difficili da distinguere, di agire in base a principi umani, senza abusare dei suoi eccezionali poteri. 

Se la prima parte mette curiosità, il proseguimento dell'opera è in parte meno brillante; tanti episodi, fatti e personaggi si sovrappongono e la matassa si ingarbuglia e non sempre i dialoghi aiutano a dipanarla. La spiegazione deriva anche dal fatto che il romanzo risulta dall'unione di tre diversi racconti.  

Comunque è un romanzo interessante che fa riflettere sulle pervasive armi tecnologiche e sui rischi del loro impiego a favore di piccole élite. 

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"L'Odissea" di Nolan, due parole.

20 Luglio 2026 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #cinema, #classici

 

 

 

 

Ovvia giù, due parole bisogna pur dirle sull’Odissea di Nolan.

Le  due parole sono: Bello e Però.

Bello.

Bello, non si può dire altro. Al termine la sala ha applaudito e io con loro, tutto sommato appagata. Un film di quelli che prima si chiamavano colossal, fatto bene, girato bene, recitato bene. Molta azione, molti effetti speciali, l’Odissea è stata fra i primi fantasy della letteratura: mostri, maelstrom, sirene, ciclopi.

Anche pathos, se vuoi. Argo che scodinzola prima di morire, la serva che riconosce la cicatrice del padrone, il porcaro cieco che si accorge del ritorno del re, un po’ di nodo alla gola te lo fanno venire.

E le citazioni letterarie. Ulisse che parte verso l’occidente come Frodo che salpa per i Porti Grigi. “The face that launched a thousand ships” di Marlowe. Ti fanno capire che “la morte della civiltà”, di cui si parla a proposito di Troia, è anche la morte dei nostri valori, di una cultura stratificata che, se non significa più nulla per la gente, allora sta davvero scomparendo.

Però.

Non lo so, mi viene un po’ in mente il mio stesso processo creativo quando a  volte si è inceppato, quando mi sono ritrovata a “fare il compito” in un romanzo storico. Ora devo scrivere la scena di Polifemo perché mi serve per il prosieguo della trama e sforzarmi di darle un’interpretazione personale. Ora devo introdurre Calipso per spiegare come Ulisse ha perso altri sette anni.

Scene bellissime, come il Cavallo di Troia e la battaglia con i Proci, si alternano a scene “compito” come Circe che trasforma gli uomini in maiali perché, a suo dire, lo sono già. Sembra quasi che certi incontri con le creature mitologiche fossero inevitabili ma non interessassero veramente il regista perché il cuore del film è un altro, più personale, più umano.

Idee woke ce ne sono, è vero, ma non danno troppo fastidio, fanno parte di quella rilettura moderna di ogni remake che si rispetti.

Come chiave macroscopica c’è il senso di colpa. L’uomo ingegnoso che vede le conseguenze del suo ingegno. L’intelligenza che non va di pari passo col bene, non sempre. I popoli del mare che hanno dimenticato la legge di Zeus, sono loro, gli Achei. E questo è chiaro fin dall’inizio, e ripetuto scena dopo scena, forse con troppa insistenza.

Mi è mancato un quid, piccolo, infinitesimale e che non so descrivere a parole, qualcosa che mi facesse dire “questo splendido film (perché lo è) era proprio necessario, non se ne poteva fare a meno, e da oggi in poi penserò all’Odissea come non ci avevo mai pensato prima”.

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Floriano Romboli, "Alla scuola degli antichi"

17 Luglio 2026 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #floriano romboli, #recensioni, #saggi

 

 

 

 

Alla scuola degli antichi. La permanente attualità dei classici: Lucrezio, Sallustio, Cicerone, Machiavelli

Floriano Romboli

 Guido Miano Editore, Milano 2026.

 

Il toscano Floriano Romboli - appassionato studioso delle nostre lettere, oltre che del patrimonio culturale ellenico-latino e critico letterario a tutto campo - nella lodevole e condivisibile convinzione della permanente attualità dei classici, come recita il sottotitolo di quest’opera, continua nel suo paziente lavoro divulgativo che ci conduce Alla scuola degli antichi, ultima fatica di tutta una serie di saggi dedicati alla scoperta e all’approfondimento del pensiero di quegli autori considerati a torto superati, ma che in realtà presentano tuttora aspetti di sorprendente attualità tematica. I testi di Romboli, frutto di studi e documentazioni ineccepibili, dimostrano l’ipotesi di partenza, sorretti da una logica stringente che riesce a mettere in evidenza - anche attraverso linguaggio e traduzioni rigorose e allo stesso tempo comprensibili non solo agli addetti ai lavori - l’esattezza di quanto viene affermato. Inoltre non vi è in lui alcun spirito partigiano - nel quale è facile ricadere quando si tratta di ideologie e visioni del mondo - in quanto mostra anche le contraddizioni noetiche insite nei sistemi filosofici di pensatori da lui apprezzati.

I saggi che occupano queste pagine - sei complessivamente - si possono suddividere in due blocchi: il primo raccoglie il pensiero di Lucrezio, Sallustio, Cicerone (autori latini), il secondo è dedicato al solo Machiavelli (pensiero rinascimentale), ma ripartito in tre saggi. Seguendo tale sequenza forniremo al lettore gli elementi essenziali per orientarsi nel cammino tracciato da Romboli. Il titolo completo del primo contributo è: L’uomo nella natura. Aspetti salienti e anticipazioni significative della visione lucreziana nel libro V del De rerum natura pubblicato nella rivista “Letteratura e pensiero” (fascicolo 9, gennaio-marzo 2024, pp. 138-161, Il Convivio Editore di Angelo Manitta). Tito Lucrezio Caro è stato un poeta e filosofo latino del I secolo a. C., autore del poema De rerum natura, traducibile come La natura delle cose. Si tratta di un’opera epico-didascalica in esametri, suddivisa in sei libri, scritta con il preciso intento di divulgare in latino la filosofia di Epicuro, ovvero di liberare l’uomo dalla paura della morte e degli dei, dimostrando attraverso la fisica atomistica che l’universo è regolato da leggi naturali e non da interventi divini. Si attribuisce al De rerum natura una grande forza espressiva del linguaggio e una rara elevatezza delle immagini. Sia Virgilio che Orazio, in modo diverso, subirono l’influenza di Lucrezio, anche se, nelle età successive, ci fu una specie di congiura del silenzio sul suo nome, dovuta specialmente al severo giudizio di Cicerone sull’epicureismo. Oltre a ciò Romboli ci invita a scoprire, nell’elogio degli enciclopedisti al De rerum natura, un aspetto della sua attualità con riferimento ai lumi della ragione ed egli cita anche Thomas Jefferson - terzo presidente americano e uno dei padri fondatori della nazione - come collezionista di varie edizioni del capolavoro lucreziano, i cui principi sarebbero entrati in parte nella Dichiarazione d’Indipendenza americana. E, non ultimo, è possibile un accostamento fra Lucrezio e l’esistenzialismo moderno, data la somiglianza delle tematiche angosciose e pessimistiche: pare che lo stesso Leopardi sia stato un profondo conoscitore del poeta latino. Il De rerum natura conobbe secoli di oscurità poiché venne riscoperto nella biblioteca dell’Abbazia di San Gallo, in Svizzera, dall’umanista e storico Poggio Bracciolini nel 1417 e fu ricopiato da Niccolò Niccoli, padre della scrittura umanistica minuscola corsiva.

Il secondo lavoro del nostro autore ci porta nel periodo repubblicano della storia romana, e precisamente disserta su: I conflitti politico-sociali e il destino di Roma nella riflessione storica di Sallustio, pubblicato ancora nella rivista “Letteratura e pensiero” (fascicolo 24, aprile-giugno 2025, pp. 185-210). Anche qui le fonti storiche a cui attinge Romboli sono ampie, comparate e argomentate, per cui citiamo quelle opere di Sallustio a cui egli fa riferimento, ovvero le monografie De Catilinae coniuratione e Bellum Iugurthinum (le prime due della storiografia latina) e le Historiae di tipo annalistico incompiute, scritte dopo il suo ritiro dalla vita politica attiva: grazie alla stesura di tali opere di carattere storico ottenne una grande fama come autore tra i più importanti del I secolo a.C. e di tutta la latinitas. La prima monografia tratta della congiura di Lucio Sergio Catilina e del moto che ne seguì nel 63-62 a.C. Sallustio auspica la fine del corrotto regime dei partiti e dedica ampio spazio ad una analisi psicologica introspettiva della inquietante figura di Catilina, definito un monstrum (una stranezza), un personaggio sinistro e affascinante allo stesso tempo. Sallustio ritiene che l’antica grandezza repubblicana debba essere garantita dall’integritas e dalla virtus dei cittadini e considera la ricchezza, il successo, il lusso come le cause della decadenza e le condizioni per cui possano insorgere tentativi di impadronirsi dello Stato. La seconda monografia storica narra la guerra combattuta dai Romani (111-105 a.C.) contro Giugurta, re di Numidia. Sallustio accusa di corruzione i generali aristocratici che, per incapacità e superbia, non furono in grado di concludere la guerra, vinta infine da Gaio Mario, l’homo novus di origine plebea. Delle Historiae restano solo dei frammenti, mentre il progetto iniziale prevedeva una narrazione storica di ampio respiro: dal 78 a.C. (anno della morte di Silla) fino al 67 a.C. (anno della vittoriosa campagna di Pompeo contro i pirati). Il quadro generale che si è potuto ricavare dai frammenti è improntato ad un marcato pessimismo circa le sorti della Repubblica romana, dovendo Sallustio assistere impotente alla sua agonia, essendo impensabili attese di riscatto dopo la morte di Cesare. [….].

Enzo Concardi

 

Floriano Romboli, Alla scuola degli antichi. La permanente attualità dei classici: Lucrezio, Sallustio, Cicerone, Machiavelli, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 120, isbn 979-12-81351-85-1, mianoposta@gmail.com.

 

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L’AUTORE

 

Floriano Romboli (Pontedera, 1949) ha compiuto i suoi studi presso la Scuola Normale Superiore di Pisa ed è stato per tanti anni insegnante di materie letterarie e latino nei licei. Si è interessato alla cultura rinascimentale, studiando soprattutto l’epica del Tasso; è poi passato ad occuparsi della letteratura italiana ed europea fra Otto e Novecento, nonché di narrativa e poesia contemporanee. È stato docente di letteratura italiana presso la Scuola di specializzazione per l’insegnamento secondario (SSIS) dell’Università di Pisa.

 

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Maurizio Zanon, "Poesie nascoste e poi ritrovate"

13 Luglio 2026 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Maurizio Zanon

Poesie nascoste e poi ritrovate

Guido Miano Editore, Milano 2026

 

Maurizio Zanon è nato nel 1954 a Venezia dove attualmente risiede.

Nella prefazione a Poesie nascoste e poi ritrovate Enzo Concardi allude alla lunga e feconda testimonianza lirica del Nostro che ha pubblicato numerose raccolte di poesie, un’opera di narrativa e sul quale sono stati scritti numerosi saggi.

La silloge di liriche che prendiamo in considerazione in questa sede non è scandita in sezioni e tutte le sue poesie sono prive del riferimento del titolo e per questo è connotata da una forma che si potrebbe definire di poemetto anche per l’omogeneità dello stile e della forma.

Intrigante il nome stesso del volume che sottende come significato l’infinito enigma della poesia stessa nell’essere nascosta, cioè dal suo provenire nella sua genesi dalle profondità dall’inconscio per risalire fino alla superficie della coscienza; poi la poesia s’invera senza sforzo, nell’atto della scrittura emersa nella mente e trascritta anche per la fruizione da parte del lettore cultore nonché per lo studio e l’analisi del critico letterario.

L’allusione alle poesie nascoste fa anche pensare al fatto che molti poeti esitano prima di uscire allo scoperto con la pubblicazione di un libro e tengono le loro poesie stesse chiuse nel cassetto come per custodire gelosamente un’epifania privata della loro creatività o solipsistico esercizio di conoscenza senza avere il coraggio di farle leggere a qualcuno.

Il ritrovare i suddetti componimenti in un discorso di carattere generale può avvenire anche vari anni dopo la loro stesura e la totalità delle poesie stesse può divenire diario di bordo della vita nell’indagare e ricordare le occasioni che hanno generato ogni singola composizione.

Da notare che l’accezione poesie ritrovate si delinea nella famosa definizione del messaggio in bottiglia nella quale è sintetizzata la funzione della poesia nel suo essere gettata scritta su un foglio nel suo involucro di vetro nell’Oceano appunto poeticamente per arrivare spostata dalle onde su una spiaggia dove poter essere recuperata, aprendo la bottiglia ed estraendo il foglietto supporto cartaceo per il componimento che diventa per chi lo legge un messaggio del destino non casuale, qualcosa quasi di magico.

«Fluttuano assetati i sogni/ occupano gli spazi del desiderio/ s’arrestano a ogni contrarietà dell’anima/ fino a sciogliersi in placidi silenzi». In questa concentrata poesia sono detti con efficacia i sogni stessi che sono secondo Freud espressioni di desideri e si sciolgono in placidi silenzi. E si fermano ad ogni contrarietà dell’anima e c’è da notare che fin dall’antichità l’uomo si è interrogato sul mistero dei sogni stessi e Shakespeare ha asserito che siamo tutti fatti della stoffa dei sogni.

Molto spesso protagonista è la natura espressa in forma elegiaca e rarefatta attraverso atmosfere suggestive nelle quali s’inseriscono multiformi specie animali e vegetali: «Nel mondo che corre/ la poesia va adagio:/ si ferma scruta ascolta./ E raramente viene colta»;    «Nella penombra/ il merlo saltella/ e quatto quatto/ in mezzo a fronde d’albero/ il suo nascondiglio trova»; «I fiori donano il cuore/ alle variopinte farfalle/ e intonano/ una sinfonia di colori./ Nell’aria s’alzano delicati/ i profumi di un’insolita primavera»; «L’acqua del mare/ si spegne sulla battigia:/ dentro la sabbia bagnata/ gli ultimi salini respiri».

Un variopinto caleidoscopio d’immagini anima questa raccolta di poesie fatta di composizioni brevi, leggere e icastiche sempre ben risolte che creano emozioni soavi nei fortunati lettori.

Raffaele Piazza

 

Maurizio Zanon, Poesie nascoste e poi ritrovate, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 60, isbn 978-88-31497-90-5, mianoposta@gmail.com.

 

 

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Salvatore Antonio Piras, "Il volo dell'aquila"

12 Luglio 2026 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni

 

 

 

Il volo dell’aquila

Salvatore Antonio Piras

Guido Miano Editore, Milano 2026.

 

Il romanzo di Salvatore Antonio Piras, ambientato nella società egiziana cairota degli anni ottanta, ruota intorno alla figura del protagonista, il giovane sardo Claudio Frau, rimasto presto orfano di entrambi i genitori e affidato allo zio paterno - imprenditore edile italiano a Il Cairo - affinché impari l’arabo e possa guidare le maestranze del cantiere, a cui è stato assegnato un importante progetto proprio nella capitale egiziana. Gli altri personaggi che attraversano le trame narrative sono di contorno e tutti creati in funzione della definizione del temperamento, degli interessi culturali, del coraggio fisico e morale, del senso di umanità e giustizia del giovane Frau. Attraverso di lui possiamo conoscere spaccati di vita del popolo egiziano, le realtà archeologiche più note dell’Antico Egitto dei Faraoni, la presenza delle comunità cristiane copte in diaspora minoritaria in un mondo islamico integralista, i problemi di sopravvivenza di gran parte della megalopoli sorta sul delta del Nilo.

Claudio ha molto tempo libero in Egitto e, per apprendere la lingua araba, non sceglie un insegnamento prettamente scolastico, ma preferisce viaggiare seguendo la sua sete di conoscenza rivolta alla civiltà dei papiri e delle piramidi, ai monasteri, centri di spiritualità, di cui coglie il fascino, e mescolarsi alla gente comune del Cairo per essere considerato uno di loro, e ciò avviene anche attraverso travestimenti e lo spacciarsi per arabo col nome di Alì. Se ci mettiamo a seguirlo nei suoi vagabondaggi culturali e spirituali, scopriremo la sua indole di uomo amante della libertà, dell’indipendenza e dell’avventura, anche se conserva la nostalgia delle sue radici isolane, il ricordo del volto di Clara ovvero il grande amore lasciato in Sardegna, l’affetto per gli zii del Cairo che diverranno gradualmente le figure sostitutive dei genitori defunti.

Eccolo allora in perpetuo movimento fra i quartieri più poveri della città che lo ospita, spinto dalla passione per la storia egiziana, dalla frenesia conoscitiva insita nel suo temperamento. Verificata la situazione caotica del traffico preferisce spostarsi con una motocicletta veloce e potente, compagna di tante avventure. Inizia così a realizzare uno dei suoi sogni giovanili: vedere coi propri occhi le meraviglie e le testimonianze dell’Antico Egitto. Ed è così che si rende conto del fatto straordinario, per lui, che il Paese è ancora pieno di scavi, con tanti cantieri archeologici aperti, a significare delle realtà tutte da scoprire. Il Museo egizio, la Stele di Rosetta, Giza, le Piramidi, la città islamica con i suoi minareti e le sue moschee di cui rimane affascinato, Luxor… sono solo alcuni dei siti che Claudio potrà scoprire, sempre con lo stupore e la meraviglia che su di lui agiscono come uno stimolo profondo, così profondo da fargli dimenticare la sua sicurezza personale, correndo pericoli dovuti alla presenza di una religione islamica intollerante, che egli sfida in un diverbio “teologico” con un imam.

Qui l’autore presenta questa contrapposizione fra Cristianesimo e Islam, in modo netto e radicale, senza la possibilità di un dialogo. Contrasto che si verifica in sostanza, fra la visione razionale occidentale e quella fideistica orientale. Vi è anche un episodio, nella narrazione romanzata, di un tentativo di linciaggio da parte di alcuni fanatici versus religiosi e fedeli sul sagrato di una chiesa cristiana, salvati in extremis dall’intervento fisico deciso di Claudio. Tale fatto è perfettamente in linea con altri simili, di cui egli è protagonista, e che tendono a presentarlo come un cavaliere senza macchia e senza paura, difensore dei deboli, dei perseguitati, dei bambini poveri del Cairo.

Del resto Il volo dell’aquila è un romanzo nel quale le contraddizioni della realtà vengono fatte scoppiare intenzionalmente per dimostrarne l’esistenza, anche quando covano sotto la cenere e sembrano nascondersi. Le prime sono senz’altro quelle dei sentimenti del giovane Frau, spesso combattuto tra legami affettivi e sete d’avventura, che lo porterebbe a vivere una vita randagia in giro per il mondo, insieme all’amico irlandese Marcus, col quale condivide l’attrazione verso la spiritualità monacale copta e l’interesse per le civiltà antiche, e col quale vive alcune situazioni problematiche, risolte sempre dall’aiuto economico (prestito in denaro) o dalla forza e audacia di Claudio (lo libera da un gruppo di predoni  beduini che l’avevano rapito e lo salva dagli operai egiziani che volevano sopprimerlo, reo d’aver scoperto una truffa ai danni dell’impresa edile dello zio del Cairo).

Poi si fanno avanti i conflitti interiori – sottolineati dall’autore come profondi – tra l’amore lontano per Clara, la fidanzata sarda mai più vista, e Giulia, figlia dell’ambasciatore italiano al Cairo, l’ultimo e definitivo incontro amoroso di Claudio. Tra i due nasce un’attrazione fisica basata sulla bellezza di entrambi, che poi si trasformerà in amore vero, quando scopriranno, grazie alla lontananza, di essere innamorati e legati per la vita. Trascurabile è da considerarsi, invece, la breve ed effimera passione per Eloise, in realtà un inganno da lei tramato per ingelosire il fidanzato inglese John: i due si lasciano con reciproca ammirazione e rispetto, dopo aver consumato l’amore sotto una tenda e dopo un duello fra l’inglese e il sardo, vinto ovviamente dal giovane italiano, per rimanere nel cliché dell’invincibile.

Dei contrasti sociali ed economici dell’Egitto negli ultimi decenni del Novecento – ambito storico nel quale si svolgono le vicende del romanzo – abbiamo già accennato: il lettore potrà avvalersi soprattutto delle pagine dedicate alla descrizione sociologica degli scenari cairoti nelle estati afose e sempre affollate trascorse da Claudio nella megalopoli e, in particolare, di quelle parti dei capitoli in cui si racconta della fame e della povertà dei bambini e delle loro madri, di cui il protagonista diventa amico e benefattore. Come? Offrendo loro le focacce acquistate in un negozio, sempre lo stesso, ogni volta che si trovava a passare da quella parti: i bambini lo attendevano festosamente sapendo dell’arrivo di Alì, cioè della possibilità di far tacere i morsi della fame, anche se per poco tempo. Ma la presenza di Alì era ormai diventata un’abitudine per gli arabi ed ormai lo consideravano uno dei loro: spesso si soffermava per vivere il rito del caffè, irrinunciabile per qualsiasi ragione, o per lunghe partite scacchi che si risolvevano sempre con la sua vittoria, per cui era diventato una specie di idolo nel quartiere frequentato, fatto da cui era nata una venerazione, procurandogli un sacco di amici.

Infine non possiamo certamente dimenticare di approfondire le istanze di spiritualità del nostro protagonista, alle quali l’autore dedica molta attenzione, inserendolo in una specie di dibattito sulla fede cristiana in Occidente e in Oriente. Ciò avviene in occasione delle sue visite a diversi monasteri copti in zone montuose, dapprima guidato da Padre Macario, il quale gli racconta di visioni e di esperienze mistiche, come la rivisitazione nel presente dell’episodio del lavaggio dei piedi a Gesù. Le forti emozioni provate con i monaci eremiti suscitano in lui dolorosi ricordi dei genitori morti prematuramente. In un altro monastero Claudio si ferma anche per la notte e comunque riceve sempre un’ospitalità squisita: qui incontra Padre Shenuda, ovvero nientemeno che il Papa delle Chiese copte in Egitto. Oltre ad essere sensibile alla forte atmosfera di spiritualità che emanano questi ambienti deputati ad una visione di distacco dai beni terreni e dai piaceri materiali della vita, egli è facile alla commozione provocata dall’ascolto dei canti modulati in modo suggestivo dai cori dei monaci. Qui egli cessa di vestire il ruolo dell’eroe positivo, pronto ad intervenire in soccorso degli altri, per assumere un volto contemplativo, metafisico e quasi ieratico.

Per informare il lettore circa il tipo di dialogo, poi sorto tra Claudio e Padre Shenuda, eccone un breve stralcio: «Com’è la fede degli italiani?» chiese il Patriarca. A tale domanda il ragazzo si bloccò e si mise a riflettere. «Se debbo essere sincero Santità», disse poi esitante, «devo ammettere che il benessere ha allentato un po’ la tensione religiosa dei miei conterranei». «Non capisco figlio mio», disse il Patriarca. «Come è possibile che una cosa così bella, il benessere, come tu hai detto, che è dono del Signore, abbia condotto al rallentamento della tensione religiosa?». «Eppure è così Santità», disse il giovane. «Ho sentito molte volte mio padre che diceva che la fede andava scemando, che le chiese sono sempre più vuote». «È una cosa che non capisco proprio», disse papa Shenuda. «Avete la libertà di culto, nessuno vi perseguita e voi...».

Mentre quest’altro lacerto testimonia l’estasi di Claudio verso le melodie sacre: «Si dette inizio alla preghiera sotto forma di litanie cantate. Ancora una volta la magia del canto liturgico lo avvolse e lo commosse sino all’anima. Era un’invocazione accorata all’Altissimo affinché non si dimenticasse dei suoi figli dispersi nel mondo. Non capiva le parole, ma la dolcezza infinita del canto lo aveva rapito e gli era penetrato nei recessi più profondi del cuore». 

Il merito principale di Salvatore Piras sta nell’aver raccontato una vicenda edificante in un contesto di neo-realismo fantasioso, mirando a valori umani e sociali condivisi.

Enzo Concardi

 

Salvatore Antonio Piras, Il volo dell’aquila, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 160, isbn 979-12-81351-93-6, mianoposta@gmail.com.

 

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L’AUTORE

Salvatore Antonio Piras è nato a Monti (SS) nel 1940 e vive a Tempio Pausania. Laureato in Lingua e Letteratura Francese, attualmente in pensione, ha lavorato come insegnante nelle scuole superiori, esperienza che ha influenzato il suo interesse per la storia in generale, ma soprattutto per quella sarda e per la narrativa.

 

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Enzo Concardi, "Il volto e gli sguardi"

7 Luglio 2026 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #andrea benaglia, #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

Il volto e gli sguardi

Enzo Concardi

 

Ciao Enzo

Come hai proposto, provo a stendere una relazione sul tuo ultimo volume di poesie: un testo sorprendente perché, diversamente dell’atmosfera serena che irradi nei tuoi rapporti, lì sembrerebbe invece di vivere il travaglio del percorso che a quella serenità ti ha condotto.

Nei tuoi versi dalla ricchissima aggettivazione (quasi nessun sostantivo è lasciato a se stesso...) ho individuato almeno una ventina di tematiche, in qualche caso giustapposte (ad es. il contrasto tra luce e buio della coscienza alle pp.18, 19, 35, 45), più spesso però come afferenti al senso come di un ricongiungimento in unità tra umano e divino (ad es. p. 43), verità e vita (pp. 69, 90, 96), a condizione di usare gli strumenti giusti (cuore e mente insieme, apertura all’immenso, all’infinito, all’eternità - vedi pp. 15, 22, 25, 33, 37, 45, 63, 70, 81, 94-) e di partire dai giusti presupposti (il riconoscersi cimici di p. 62, perseguire i grandi valori di contatto col divino, dell’amore, della libertà). In questo ritrovo l’insegnamento di S. Tommaso a noi pervenuto attraverso il nostro grande comune maestro don Barbareschi, di fatto espressamente ricordato a p.64, ma il cui insegnamento di vita e di passione per la vita mi è sembrato di poter riconoscere in almeno altri 23 passaggi.

La raccolta si apre e si chiude con l’immagine dell’ "Ecce homo", che è ad un tempo la più abbietta immagine dell’umano e la più grandiosa manifestazione della più totale obbedienza di Cristo al Padre e, in quanto tale, fonte della Sua e nostra risurrezione.

A presto.

Andrea Benaglia

 

E. Concardi, Il volto e gli sguardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, prefazione di G. Veschi, pp. 106

 

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Mariolina Riggi, "La lunga notte dell'anima"

6 Luglio 2026 , Scritto da Maria Sedita Migliore Enzo Concardi Con tag #maria sedita migliore, #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

La lunga notte dell’anima

Mariolina Riggi

Guido Miano Editore, Milano 2026.

 

Nasce da un dolore profondo La lunga notte dell’anima, ma si apre alla speranza e all’amore. La silloge poetica di Mariolina Riggi narra la vicenda umana e sociale di un’anima colpita profondamente nel suo intimo, ma capace di resistere, di ergersi con la schiena dritta di fronte ad ogni avversità della vita. L’Autrice sente il bisogno di comunicare, di socializzare la sua esperienza e cita, nella sua introduzione, lo scrittore Robert Musil: «Quando si giunge all’età del gelo, sboccia la poesia». E al riferimento a Musil potremmo accostare quello al Dolce Stil Novo del XXIV Canto del Purgatorio dantesco (vv. 52-54): «I’ mi son un che, quando/ Amor mi spira, noto, e a quel modo/ ch’e’ ditta dentro vo significando».

Sempre a Dante, alle tre bestie infernali, la Riggi si riferisce quando confessa che sarebbe stato facile cadere vittima di una delle tre fiere: lussuria, superbia, avarizia, ma che esse possono essere vinte dalle armi della bellezza risanatrice di foscoliana memoria, avendo il coraggio di riscoprire la propria anima, effettuare quei cambiamenti indispensabili per uscire dalle situazioni stagnanti e dare un nuovo senso alla propria vita. Partendo dalla Prima lettera di San Paolo ai Corinzi (1 Corinzi, 13), si richiama alle tre virtù teologali: fede, speranza, amore, scegliendo “amore” al posto di “carità”, più comune, ma meno significativo. Le esamina ad una ad una con efficacia descrittiva e profonda conoscenza teologica per concludere che l’amore salverà il mondo, cosa di cui è certa e non pochi sono i riferimenti allo scrittore e filosofo russo Fëdor Dostoevskij. E alla sua celebre riflessione «La bellezza salverà il mondo», cui più volte la Letteratura ha fatto e fa riferimento.

In una società priva di punti di riferimento saldi, in cui tutto viene mercificato e spettacolarizzato e pare non ci sia più posto per la pietà, la poesia può essere veicolo di cambiamento. Di qui la necessità della Poetessa di spiegare il perché dei suoi versi, di analizzarne le profonde scaturigini perché «La lingua può essere indisciplinata, ma il silenzio avvelena l’anima» (Edgard Lee Masters). Importantissime sono, a questo proposito, le «Emozioni» (si legga, a titolo esemplificativo, l’omonima poesia della Riggi) che sopravvivono anche quando si è perduta la memoria: l’uomo può dimenticare tutto, ma non le emozioni provate; anzi, spesso sono proprio queste che lo aiutano a ritrovare la memoria.

Aprono le vie del cuore i versi chiari, limpidi e trasparenti delle sue quarantotto poesie che ci coinvolgono in un’avventura, che pian piano ci conquista, ci fa soffrire, ci fa sognare, ci fa sperare. Cerca le «pietre angolari» (Nel silenzio) nelle piccole cose, quelle piccole cose della nostra vita, cui spesso non diamo importanza, ma che sono invece fondamentali per ricostruire la nostra storia, per rinascere, per dare un nuovo senso alla nostra esistenza, per aiutarci ad assaporarne i colori, i sapori, il silenzio, a trovare il coraggio di osare. E richiama proprio per questo i due figli della speranza citati da S. Agostino: «indignazione» e «coraggio».

«Si natura negat, facit indignatio versum» scriveva Giovenale nella Satira I, deplorando il degrado morale della Roma dei suoi tempi. La stessa cosa fa Mariolina Riggi di fronte ad una società che pare abbia perduto il senso e la dimensione delle cose, una società che si prefissa delle mete da raggiungere, ma non indica come raggiungerle e non sa che proprio in quel ‘come’ risiede il nostro sistema etico, emozionale, il valore di ciascuno di noi come persona, la nostra dignità. Allora le piccole cose diventano «Gigantografie», come dimostra nella poesia Lentezza. Conclude la sua introduzione citando un brano di Italo Calvino sulla funzione della Letteratura tratto da Il midollo del leone. (…)

Marisa Sedita Migliore

    

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La lunga notte dell’anima è un titolo affascinante che fotografa e simboleggia sia un cammino interiore ed esistenziale compiuto dall’autrice, sia una realtà mondana ed attuale appartenente alla fenomenologia sociologica e culturale della civiltà del nostro tempo: la poetessa registra lo stato di crisi, ma nel contempo reagisce ad esso, risalendo al significato etimologico della parola, che deriva dal greco krisis e dal latino crisis, ossia ‘scelta’, ‘decisione’. Siamo quindi di fronte ad una fase dell’esistenza individuale e collettiva di buio, difficoltà, decadenza che, tuttavia, non va affrontata con un atteggiamento mentale e spirituale negativo e nichilista, ma come una possibilità di cambiamento, tale e quale alla conversione cristiana rispetto al male.

La lunga notte dell’anima è dunque una raccolta poetica di derivazione autobiografica e, nello stesso tempo, di osservazione e contemplazione del mondo interiore ed esteriore dell’oggi, sempre con valenze duali, contrapposte, a chiaroscuri che, però, in ultima analisi, trovano la loro risoluzione nell’armonia dell’amore, nella scoperta dei valori umani e della trascendenza, nella prospettiva di un ottimismo antropologico (fede e speranza) superiore al suo contrario. Per tutto ciò penso sia possibile definire la poetica dell’autrice come poetica della bivalenza o della bipolarità che, in dimensioni filosofico-letterarie, accoglie le tensioni e i conflitti in sé.

Mariolina Riggi ci affida messaggi e contenuti che vorrebbero essere una sorta di bilancio della sua vita, con successi e fallimenti, anche se non vi sono denominazioni o narrazioni particolareggiate di questi vissuti esperienziali: tuttavia è chiaro l’intento di una comunicazione al lettore empatica e solidale. La sua poesia è ricca di metamorfosi e sublimazioni che potrebbero intendersi anche in senso metaforico kafkiano: l’uomo che si trasforma in insetto potrebbe essere, infatti, la condizione di decadenza dalla quale non riesce a riemergere, riassumendo sembianze umane. Ma, come si è già detto, questa è solo una faccia della medaglia della sua poetica, l’altra andiamo a scoprirla seguendo il viaggio esistenziale al quale invita il lettore con le sue pagine talvolta amare, talvolta accorate, talaltra sotto il segno della fiducia e della speranza.

In questo viaggio incontriamo allora alcuni punti fermi, che sono altrettante conquiste della volontà: il cammino verso la luce; la tenerezza dell’anima; l’importanza dell’amore, la cui assenza è morte dell’anima; il valore delle emozioni; l’insistenza su alcuni attributi morali come la dignità, la forza di ricominciare nonostante i sogni spezzati, l’amore per la libertà; l’essenzialità della memoria e l’attaccamento alle mura domestiche. Se c’è una lirica che rappresenta al meglio la visione della poetessa, questa mi pare essere Le stelle morte: «In questa lunga e silenziosa notte/ inizia il mio viaggio nella vita/ in un’andata e ritorno/ di ombre e di luci.// Luci di fede e di speranza/ che hanno aperto varchi in mezzo al buio./ Mi sovvengono le grandi figure già passate,/ stelle morte che continuano/ a brillare/ perché l’amore che si dà non muore mai./ Si muove in un infinito senza tempo». (…).

Enzo Concardi

 

 

 

 

Mariolina Riggi, La lunga notte dell’anima, prefazione di Marisa Sedita Migliore, postfazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp.84, isbn 979-12-81351-87-5, mianoposta@gmail.com.

 

 

 

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L’AUTRICE

 

Mariolina Riggi è nata a San Cataldo (CL) dove attualmente vive. Laureata in materie umanistiche, ha lavorato presso l’amministrazione del suo comune occupandosi dei servizi culturali e della biblioteca con mansioni prima di vice direttore e poi di direttore. La lunga notte dell’anima è la sua prima prova editoriale.

 

 

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Francesco Salvador, "Oblio e approdi"

23 Giugno 2026 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #enzo concardi, #gabriella veschi, #floriano romboli, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Oblio e approdi

Francesco Salvador

 Guido Miano Editore, Milano 2026.

 

 

Capitolo 1 – La presenza del dolore

L’universale tematica del dolore appartiene da sempre alle letterature di tutto il mondo, sviscerata nelle diverse sue caratteristiche e trattata secondo i punti di vista di ogni autore. Anche le esperienze personali vissute incidono ovviamente sull’intensità e sulla forza espressiva che i testi assumono nella loro estensione e profondità. Un’altra differenziazione nasce dal tipo di messaggio che la narrazione poetica intende veicolare al lettore, al di là della natura stessa della sofferenza e della sua ideologia. La presenza del doloreè un dato di fatto della condizione umana e quindi il tipo di approccio ad essa segna la cifra della sua comunicazione. Dunque non va esente da tale legge la poetica di Francesco Salvador, per il quale ritengo opportuno stabilire due versanti essenziali della sua cognizione del dolore: la sofferenza degli altri e quella propria. Trattasi comunque sempre, in entrambi i casi, di vicende caratterizzate da dinamiche di interdipendenza, senza chiusure in compartimenti stagni.

In primis prendiamo in considerazione la presenza dei patimenti legati alle perdite affettive familiari, e qui appaiono due liriche dedicate alla figura materna, che fanno sorgere spontanea la domanda: quale poeta non ha una venerazione per la propria madre? Pasolini e Ungaretti insegnano che non si tratta solamente di letteratura, ma di vero amore filiale. In Così ti ho perduta, Salvador ci comunica, con evidente orgoglio, che «…l’ultimo nome che hai pronunciato/ è stato il mio…». La lirica prosegue su vaghe reminiscenze ungarettiane, senza scomodare la dimensione del divino, sul tema dell’attesa dell’incontro nell’altra vita («…Io so che da lì dove sei/ mi aspetti/ e tenti di ritardare/ il nostro prossimo incontro/ soffocando l’impazienza/ di vedermi arrivare»). (……..).

Enzo Concardi

 

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Capitolo 2 – I volti dell’amore

Una raccolta dal sapore squisitamente ossimorico si dispiega in questo capitolo dedicato ai testi di Francesco Salvador dove campeggia il tema amoroso, ma si assiste ad una sua trattazione innovativa e suggestiva, poiché emerge una particolare visione basata sugli atti mancati, sul non accaduto e sulle sue diramazioni, che si concretizzano nei topoi dell’assenza, del contrasto tra possibile e impossibile, tra realtà effettiva ed immaginazione, fino a far inabissare il lettore in un infinto e leibniziano universo di mondi possibili.

Quello di Salvador assume i contorni di un pensiero filosofico, che rimanda inevitabilmente ad una delle voci più significative del panorama culturale contemporaneo, la poetessa polacca Wislawa Szymborska (Kórnik, 1923 – Cracovia, 2012, Premio Nobel per la letteratura nel 1996), per la quale l’assenza si trasforma in una presenza reale e palpabile. Così, nella poesia d’apertura Mi manca, «Le lingue» che «rimangono/ riposte nel nascondiglio/ di una lettera/mai spedita» rievocano i versi della poetessa polacca, che nel componimento La stazione, allude a metaforici binari esistenziali che scorrono paralleli senza però mai convergere, descrivendo un appuntamento mancato, preannunciato da una comunicazione per avvisare del suo «non arrivo». L’incontro desiderato si realizza unicamente nello spazio dell’immaginazione, per suggellare un amore destinato a restare per sempre racchiuso nell’ambito del desiderio: «Il mio non arrivo nella città di N./ è avvenuto puntualmente.// Sei stato avvertito/ con una lettera non spedita.// Hai fatto in tempo a non venire/ all’ora prevista.// Il treno è arrivato sul terzo binario./ È scesa molta gente.// La mia persona, assente,/ si è avviata all’uscita tra la folla.//… È avvenuto… l’incontro fissato.// Fuori dalla portata/ della nostra presenza.// Nel paradiso perduto/ della probabilità…». (………….).

Gabriella Veschi

 

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Capitolo 3 – I labirinti della memoria

La nozione del tempo risulta connaturata alla vigile coscienza di ognuno, giacché quest’ultima viene manifestandosi e puntualmente organizzandosi in base all’avvertimento della densità problematica del medesimo, del suo specifico articolarsi secondo le scansioni interiori di presente e quindi di passato e di futuro fissate in una giustamente famosa pagina di Sant’Agostino.

Il sentimento del tempo si obiettiva innanzitutto nella constatazione del suo inesorabile trascorrere, nel rapido “fuggire”, allarmante e dolorosamente incalzante, in quanto di necessità connesso al progressivo indebolimento e infine all’annullamento delle energie vitali, secondo un animus pessimistico ritratto con insuperata efficacia tanti secoli fa in una lirica di Orazio: «Eheu, fugaces, Postume, Postume,/ labuntur anni, nec pietas moram/ rugis et instanti senectae/ adferet indomitae morti» (Odi, II, 14, 1-4, «Ahimè, o Postumo, Postumo, in fretta scorrono gli anni e la devozione religiosa non servirà a ritardare le rughe e l’incombente vecchiaia e poi la morte ineludibile», traduzione mia).

È nondimeno da osservare che l’esperienza temporale non è costituita da un continuum indifferenziato: a momenti insignificanti, mediocremente ripetitivi, qualitativamente opachi si alternano situazioni intellettuali ed etico-sentimentali di intensità anche notevole, destinate a suscitare ricordi incancellabili, preziosi segni della storia personale depositati nello scrigno della memoria, i quali possono rappresentare occasioni di rivisitazione nostalgica oppure sollecitazione all’impegno e all’azione alacri e innovativi.

Mi sembra che nella ricerca lirica di Francesco Salvador il primo caso sia nettamente predominante, poiché urge tristemente il rammarico per il venir meno, l’esaurirsi, lo “svanire” di episodî e fasi dell’esistenza sentiti come importanti e vitalizzanti, ma purtroppo lontani, irrecuperabili, perduti: «Cerco la mia giovinezza/ ormai svanita per sempre/ nei visi di chi passa/ nell’illusione di una risposta/ o di una retorica domanda:/ “Che ne è stato della tua vita/ Francesco?”» (corsivo mio, come sempre in seguito); «È così incerta/ questa sera mia/ da mortificare/ i passi deposti/ e più lenti sono/ più svaniscono via via:/ come impronte/ fra l’onda e la sabbia/ e ancora cerco/ ricordi d’altre sere/ in altri viali in altre primavere/ potesse tornare/ per una volta almeno/ quel glicine/ o solo il suo profumo». (…………).

Floriano Romboli

 

Francesco Salvador, Oblio e approdi, prefazioni di Enzo Concardi, Floriano Romboli, Gabriella Veschi; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 96, isbn 979-12-81351-92-9, mianoposta@gmail.com.

 

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L’AUTORE

Francesco Salvador è nato nel 1957 a Vittorio Veneto (tv); ha vissuto per molti anni a Venezia prima di trasferirsi a Padova dove attualmente abita e dove ha lavorato come insegnante di scuola primaria. È autore di molte raccolte poetiche con le quali ha ottenuto diversi premi, riconoscimenti e lusinghieri riscontri di critica; ha pubblicato anche brevi racconti in riviste letterarie.

 

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Amore per la natura e via della salvezza nella raccolta poetica “Il volto e gli sguardi” di Enzo Concardi

23 Giugno 2026 , Scritto da Floriano Romboli Con tag #floriano romboli, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

C’è un passo nel recente libro di Enzo Concardi La mente e i luoghi. Montagne, viaggi, avventure (Guido Miano Editore, Milano 2022), che può costituire il punto d’avvio per un tentativo di analisi del volume di versi che il medesimo pubblica in questi giorni presso la stessa Casa editrice: «La montagna da vivere è un caleidoscopio di emozioni, scoperte, incanti, stupori, conoscenze, passioni, ideali, incontri che ci cambiano» (p.29). Nei testi lirici raccolti sotto il titolo Il volto e gli sguardi, estensivamente, l’attenzione assidua e partecipe del poeta si rivolge alla vita intera della natura, esprimendosi in un commosso, felice descrittivismo attratto altresì dai tanti aspetti cromatici  della realtà: «Cristalli d’eterno sono già nelle nostre vite/ centellinati negli atomi variopinti del cosmo:/ rosso papavero, bianco ermellino/ azzurro cielo d’occhi penetranti/ grigio perla di fumose cappe cittadine/ olivastro di volti da lontano» (Mosaici metafisici); «Argentati silenzi gridano nell’anima./ Rocciosi volti severi m’hanno visitato… Appaiono spiriti d’alberi coriacei/ se sereno scruto tenere betulle (…) Fine pietrisco e sabbie iridescenti/incantano curiosi e pensosi viandanti/ se alambicchi di granito distillano cristalli./ Gemme lacustri verde petrolio e smeraldo/ elevano madrigali a fredde lune mattutine (…) Siamo anonimi cuori di latta/ o intensi sguardi rivolti all’umano» (Terre selvagge, corsivi miei, come sempre in seguito).

La mia duplice sottolineatura nella seconda citazione vale l’indicazione dei momenti primarî della dialettica del vivere; ovunque si individuano “volti”, segni significativi della presenza inconfondibile delle creature, mentre negli “sguardi” vibra l’ansia interrogativa di uno spirito vigile, soprattutto umano, la cui tensione critica è posta talora in risalto dalla rima: «Assetate menti e febbrili passioni in ogni luogo/ si destano al sacro fuoco del sapere e avide/ profondamente bevono da eterni calici./ L’occhio lucido della mente prende a calci/ monotoni affanni quotidiani e se ne va/ acuto alla ricerca di aurifere vene/ dove s’inverano essere e anime serene» (Notti febbrili).

A un autore cólto e pensoso come Concardi l’intima contraddittorietà dell’uomo, in cui la meschinità morale e l’inconsistenza della polvere si uniscono alle enormi potenzialità insite nell’anima razionale desiderosa di “infinito”, suggerisce il richiamo della famosa immagine della “canna pensante” cara a Blaise Pascal: «Nell’umana avventura altissime canne pensanti/ creano mutazioni esistenziali verso altri futuri» (Eterni ritorni); «Se il sonno della ragione genera mostri/ questi invisibili vivono dentro di noi./ Se l’uomo è canna pensante/ oggi è analfabeta seriale del pensiero» (Cogito ergo sum).

Risulta pertanto indispensabile una meditata finalizzazione etico-intellettuale della sua ricerca, occorre assicurare un ubi consistam spirituale al percorso esistenziale, allo scopo di dare una prospettiva di equilibrio e di salvezza alla vicenda incerta e faticosa di ognuno, sul fondamento della sintesi di sapienza amore: «Uomini che amate  e uomini che sapete/ non siate mai separati in questa nostra storia/ non dividete mai i cuori dalle menti» (Sapere e amare).

L’annuncio del Cristo, la fede ferma nella sua Parola appaiono allo scrittore milanese il riferimento decisivo e imprescindibile: «Era venuto da lontano dopo il deserto/ ed era apparso subito diverso,/ la sua Parola turbò i potenti/ diede speranza a semplici ed assetati/ poiché in Lui l’umano era anche divino» (Ironico sogghigno). Contemplare il suo “volto” («Se ignoto e mistero ci spaventano/ un volto illuminerà i nostri destini», Cogito ergo sum, cit.) vuol dire accogliere il grande modello antropologico da esso incarnato e proposto nell’Evangelo e al quale il poeta dedica il bellissimo componimento incipitario Ecce Homo.

In tale lirica – il cui titolo non certo casualmente viene ripreso nel contesto dell’ultima poesia della silloge (ֿ«Solo con il grido “Ecce Homo!” potremo/ salvare noi stessi, la purezza del volto/ e la profondità degli sguardi», Il volto e gli sguardi) – egli opera un suggestivo, davvero interessante apparentamento fra il suo discorso artistico-letterario e varî capolavori della storia della pittura incentrati sulla medesima, grande sofferenza del Redentore, che si fece carico dei peccati del mondo. Il suo accurato lavoro ecfrastico è un omaggio convinto alla figura del Dio-uomo e una sincera celebrazione del suo sacrificio.

Floriano Romboli

 

E. Concardi, Il volto e gli sguardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, prefazione di G. Veschi, pp. 106

 

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Pietro Nigro, "Notazioni estemporanee e varietà" vol. IX

21 Giugno 2026 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Pietro Nigro

Notazioni estemporanee e varietà, vol. IX

Guido Miano Editore, Milano 2026

 

Pietro Nigro è nato ad Avola (SR) nel 1939; il suo primo libro di liriche, Il deserto e il cactus, è stato pubblicato da Miano Editore nel 1982 e gli è valso il 1° Premio assoluto per la poesia edita, Targa “Areopago” (1983, Roma). Il poeta è stato un caro amico di Guido Miano fondatore dell’omonima Casa Editrice.

Il volume che prendiamo in considerazione in questa sede, nel suo essere composito e articolato, nel trattare argomenti eterogenei, si può considerare un unicum nel panorama italiano e si può sicuramente definire un’opera sui generis.

E si può aggiungere che il lavoro in toto può essere letto come un originale ipertesto perché ogni singola parte, pur essendo diversa da quelle che la seguono, è in continuum con le altre e costituisce l’espressione di una linea di codice che s’interseca e interagisce con le altre.

Intelligente e centrata la prefazione di Michele Miano nel cogliere con acribia le caratteristiche salienti dell’opera. Afferma il prefatore che il lavoro s’inserisce in quella linea della scrittura contemporanea che unisce la concentrazione del pensiero alla leggerezza del frammento.

È un libro che lavora sulla soglia: tra diario e meditazione, tra osservazione e intuizione, tra poesia e micro-saggio. In questo spazio intermedio, Nigro costruisce una voce riconoscibile, capace di trasformare l’immediatezza in forma. 

Nella sezione Dialogo tra Pietro Nigro e l’intelligenza artificiale il tema centrale è quello dell’identificazione e della definizione di Akhenaton, faraone dell’antico Egitto famoso per avere introdotto un monoteismo centrato sul culto di Aton, il disco solare al posto del tradizionale politeismo egiziano. Tale monoteismo ha portato a speculazioni tra possibili parallelismi con il monoteismo ebraico. Importante in questo dialogo la domanda rivolta da Nigro all’I.A. relativa all’origine ebraica di Akhenaton in quanto nipote di Giuseppe figlio di Giacobbe.

In questa parte del volume il lettore tra l’altro non può non essere affascinato dal fenomeno dell’I.A. stessa che apre al sapere umano spazi e risultati che fino a poco tempo fa potevano essere visti e considerati meramente come fantascientifici e che invece ora sono diventati rivoluzionaria e avveniristica realtà, sia per il campo della cultura in generale che per quello delle arti.

Attraverso l’eclettica materia delle varie sezioni degli scritti dai quali è costituito il volume proprio nelle notazioni improvvisate nella loro acutezza e lungimiranza viene fuori la visione del mondo di Pietro Nigro, poeta, intellettuale e uomo nel porsi dinanzi al fenomeno della vita stessa. Il primo dato che emerge nel sondare la sensibilità dell’Autore è quello della ferma convinzione del potere salvifico della poesia di fronte alle vicissitudini e agli accadimenti dell’esistenza.

Se connaturato alla vita sotto specie umana è il male di vivere di montaliana memoria, tuttavia anche di fronte al dolore più forte come la perdita della persona amata, si può trovare speranza proprio attraverso la pratica della parola non solo poetica ma anche intellettualistica, nell’interrogarsi sul mistero della vita il cui primo senso è quello della continuazione.

E non a caso viene citato Leopardi non solo per ricordare il suo pessimismo cosmico, ma anche la tensione verso una possibile gioia, una redenzione, un riscatto anche tramite il riconoscimento in vita da parte dei critici del valore di quanto si scrive.

Rispetto a quanto suddetto la lettura globale degli scritti di Nigro e su Nigro può ricordare, può rievocare, può essere intesa e definita, proprio per utilizzare una similitudine con Leopardi come uno Zibaldone postmoderno che nelle sue definizioni tocca anche temi politici e sociologici attraverso disquisizioni tra il bene e il male, la gioia e il dolore, i mass media e le nuove frontiere della tecnologia.

Allora di fronte alle domande fondanti si risponde come nella raccolta di poesie del 2025, Verso il nuovo mondo, valutando la possibilità di un viaggio verso un nuovo mondo per rincontrarsi con chi si è amato. E il poeta interrogandosi proprio sull’infinito non nega la speranza metafisica di un altro mondo, un mondo nuovo dove un giorno rivedere l’amatissima moglie, conscio che la natura pur essendo matrigna non può essere così ingiusta da porre fine al pensiero umano se l’anima è pensiero così si arriva alla salvezza della sicurezza che saremo sempre noi stessi.

Si riporta la poesia del Nostro Quanto t’amo dirti vorrei: «Quanto t’amo dirti vorrei/ con parole dolci come soffi di brezza/ ai crepuscolari ulivi/ in uno sfondo rosato di cielo e di mare./ Quanto t’amo dirti vorrei/ con la voce della mia terra/ arsa di sole,/ dal sapore di lava/ e passioni mai sopite assolate di giallo/ della sabbia del Sud./ Irrefrenabile scorgi nei miei occhi/ ed io nei tuoi/ questo senso di mutuo perderci/ io e te in noi/ nell’attesa di una notte propizia/ in cui si scontrino i nostri due sogni».

In questo componimento il poeta rivolgendosi con urgenza ad un tu, che presumibilmente è l’amata, le rivela icasticamente il suo incondizionato sentimento amoroso sensuale nell’essere rafforzato dal sapore della lava e da passioni mai sopite e mistico quando è detto un virtuale scontro di sogni, che sottende anche un desiderato incontro di anime oltre il tempo e lo spazio.

Raffaele Piazza

 

Pietro Nigro, Notazioni estemporanee e varietà, vol. IX,  prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 104, isbn 979-12-81351-89-9, mianoposta@gmail.com.

     

                       

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