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recensioni

Henry Rider Haggard, ovvero chi viene prima di Wilbur Smith?

16 Febbraio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #fantasy, #recensioni

Le miniere di re Salomone

di Henry Rider Haggard

Donzelli editore, 2004

1^ edizione: 1985

pp. 230

€ 21, 80

Sappiamo tutti che Henry Rider Haggard (1856 – 1925) è considerato a pieno titolo, grazie al ciclo di Ayesha - in particolare al best seller She, ma anche a racconti gotico avventurosi come La signora di Blossome - il precursore del fantasy e della letteratura d’immaginazione, alla stregua di Lovecraft>, Poe, Verne e Stevenson.

Ma ci siamo mai chiesti chi c’era prima di Wilbur Smith, delle cacce, delle savane infuocate, delle lotte tribali fra zulu, del romanzo d’avventura per eccellenza? Ancora lui, Henry Rider Haggard, con la sua famosissima opera Le miniere di re Salomone, e il personaggio leggendario di Allan Quatermain.

Sia in She, che ne Le miniere di re Salomone, l’avventura trova il suo nucleo centrale nel rapporto con la natura selvaggia, incontaminata e vergine ma, soprattutto, nell’esplorazione e nella scoperta di mondi nascosti, “perduti”, in gran voga nel periodo vittoriano, ripresa da Kipling, Conan Doyle, Rice Burroughs, e amplificata in seguito da Hollywood (si pensi a film come Il mondo perduto: Jurassic Park). In Haggard si tratta di caverne, contenenti segreti e misteri rimasti sconosciuti ai più (come non pensare alle miniere di Moria?) fin troppo ovvi simboli di discesa nell’inconscio. Non stupisce che il ciclo di Ayesha abbia attirato l’attenzione di Freud e Jung.

I tòpoi della letteratura fantastica sono molti, come l’invecchiamento improvviso di Ayesha in She, che ci ricorda quello di Morgana in Excalibur, o lo Spirito della Fiamma che ci riporta alla scena finale di Indiana Jones e i predatori dell’arca perduta. Anche qui è l’abuso di magia che corrompe e distrugge invece di vivificare e rafforzare. Altro topos è l’agnizione, con il riconoscimento di Umbopa /Ignosi come legittimo re dei Kukuana ne Le miniere di re Salomone.

Henry Rider Haggard nasce nei pressi di Norfolk, dove trascorre un‘infanzia poco felice a causa della salute malferma e delle difficoltà di apprendimento. Frequenta circoli parapsicologici e si convince di essere egli stesso dotato di facoltà straordinarie. Parte per il Natal dove verrà catturato dal fascino dell’Africa meridionale. Scrive Le miniere di re Salomone per dimostrare di saper inventare una storia alla pari con L’isola del tesoro di Stevenson, dopo che alcune sue novelle non hanno incontrato il successo da lui sperato. Il romanzo è dell’85 e diventa subito un best seller, seguito da She, nell’87.

Rider Haggard viaggia per il mondo, visita l’Egitto, come Wilbur Smith, e il Messico, traendo spunti per nuovi libri e imparando a confezionare velocemente romanzi d’intrattenimento e di successo. Il personaggio di Quatermain dà vita ad altre narrazioni, per la maggior parte inedite in italiano.

Quatermain, detto “Macumazahn”, colui che scruta nella notte, è il modello de “il grande cacciatore bianco”, non anticolonialista ma comunque giusto e buono con gli indigeni. Predatore infallibile ma non sanguinario, si definisce sempre “un uomo mite”, addirittura “un po’ vile”, e trova l’eccesso di massacro vagamente “nauseante.”

Haggard è un colonialista convinto, sente la supremazia bianca come indiscutibile e sono sgraditi per il nostro palato moderno certi suoi atteggiamenti di superiorità verso gli indigeni e certe scene di caccia che hanno la spietatezza di quelle di Hemingway senza averne la bellezza ma, almeno, senza il compiacimento cruento dell’autore di Verdi colline d’Africa.

Avventura, poca sottigliezza psicologica, nessun conflitto interiore, grandi scene di caccia e di guerra come si addice alla più tipica letteratura d’evasione. E, tuttavia, a tratti, è presente un’insolita riflessione filosofica sull’uomo, sul suo posto nel ciclo della vita e sulla sua caducità.

Eppure l’uomo non muore finché il mondo, allo stesso tempo sua madre e sua tomba, resta. Il suo nome è certo dimenticato, ma il suo respiro agita ancora le cime dei pini sulle montagne, il suono delle sue parole riecheggia ancora nell’aria; i pensieri nati dalla sua mente li ereditiamo oggi; le sue passioni sono la nostra ragione di vita; le sue gioie e i suoi dolori sono nostri amici… la fine, dalla quale fuggiva atterrito, sarà di certo anche la nostra! Certo l’universo è pieno di spiriti, non velati spettri da cimitero, bensì gli inestinguibili e immortali elementi della vita, che, nati una volta, non possono mai morire.” (pag 143)

Da ricordare che il nostro Emilio Salgari pubblicò con lo pseudonimo di Enrico Bartolini un adattamento del romanzo, dal titolo Le caverne dei diamanti nel 1899. Memorabile anche il film del 1950 con Stewart Granger nei panni di Quatermain, e Debora Kerr, sebbene, a detta dello stesso narratore, “non c’è una sola sottana in tutta la storia.”

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Chiara De Luca, "Alfabeto dell'invisibile"

13 Febbraio 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #poesia, #recensioni

Chiara De Luca, "Alfabeto dell'invisibile"

Chiara De Luca

Alfabeto dell’invisibile

Samuele Editore – Pag. 150 - Euro 12

www.samueleeditore.it – info@samueleeditore.it

Chiara De Luca è traduttrice, poetessa, scrittrice, manda avanti una casa editrice di traduzioni letterarie come Kolibris, l’ottima rivista Iris, su traduzione poetica, bilinguismo e letteratura di migrazione. Tutti argomenti che mi sono cari, visto il mio rapporto ventennale con la letteratura cubana della diaspora (e non solo).

Alfabeto dell’invisibile è una raccolta divisa in quattro sezioni così diverse tra loro da farle apparire come libri autonomi: Ritorno, Stazioni, Volti e Mare. Filo conduttore è il ripercorrere le antiche strade, tornare sui propri passi che ti ha già visto ad occhi bassi, - come canta Guccini -, immergersi nella nostalgia proustiana del tempo perduto. Temi a me carissimi, ci ho scritto due romanzi su questa cosa del tempo che passa e nasconde i sapori (Calcio e acciaio e Miracolo a Piombino), va da sé che tocchi le corde della mia sensibilità trovare identiche ispirazioni nelle liriche di Chiara De Luca.

La poesia - quando è vera poesia, non una serie di frasi con degli a capo messi a casaccio - è il modo migliore per trasmettere sensazioni ed emozioni, scava nelle ferite della vita, non ha bisogno d’inventarsi trame per raggiungere lo scopo. Leggi i versi di Chiara De Luca e ti cali nei panni della donna che rivede con nostalgia le strade della città natale dopo aver vagato a lungo per il mondo. Ferrara, piovosa e nebbiosa, malinconica come il cuore del poeta - perché piove sulla città come piove nel suo cuore -, è specchio di ogni nostalgia e di ogni ritorno. Viene a mente L’ora di Barga di pascoliana memoria e quel cantuccio d’ombra romita dove piangere sulla mia vita, leggendo tutta la prima parte, composta di poesie musicali, costruite con rime classiche.

Tra i temi portanti non solo il ritorno, ma anche l’incomunicabilità, la solitudine, la difficoltà ad accettare la realtà dopo troppi sogni, la difficile vita di un artista alle prese con il quotidiano. Aver bisogno di un amico che ti chiami, o di uno sconosciuto che ti venga a cercare, non perché ha bisogno di te ma soltanto per amore. E poi ricordi di volti sofferenti, di uomini e donne che non ci sono più, di malattie atroci, di nonne che tornano dal passato, di una madre onnipresente. Chiara chiude con il mare, così lontano dalla sua Ferrara, ma così vicino a un cuore di poetessa innamorata di versi e silenzi, di rime e assonanze. Non siamo nati per avere sempre/ le stesse foglie ampie sulle spalle,/ ma per spiovere l’acqua dei giorni/ in tempeste che scemano ricordi. Ricordi e rimpianti. Si cambia, dice il poeta in uno dei suoi versi più felici, ma se vivere di ricordi fa morire in fretta, vivere con i ricordi è bellissimo, ti fa fremere il cuore d’una struggente nostalgia.

Termino estasiato la lettura di un libro che d’ora in poi terrò in biblioteca tra le cose più care, perché quando incontri la vera poesia non puoi abbandonarla. Volo, Moccia, Mazzantini, le scrittrici erotiche a caccia di successo a base d’improbabili sfumature e tutta l’inutile letteratura italiana smerciata nei supermercati la cedo in blocco ai recensori paludati che pontificano dalle tribune di Rai Tre. Preferisco pensare e meditare la profondità di liriche struggenti. E per invitarvi a condividere vi lascio con un assaggio poetico.

NIDO

Tu che hai sempre avuto il cielo

della tua città natale a raccontarti

se solo alzavi gli occhi per guardarti

ti chiedi perché mai ho smesso di viaggiare

– oppure di collezionare case e strade,

stanze, assenze, piazze e conoscenze

e il futuro bianco di non avere un forse

questo è il posto giusto per planare –

ti pare certo sia rinuncia al volo

stringermi attorno le ali per restare,

se è vero che mi mancano le storie

raccolte sul muretto alla stazione,

i posti che un istante ho nominato

miei quando già erano sgusciati

fuori dall’oblò del finestrino

mentre il regionale proseguiva

incerto la sua corsa verso la deriva,

perfino quelle notti sui binari

contando e ricontando i passi per tenermi

dall’impietrire solitaria nella neve - - -

Ma vedi anche gli uccelli migratori

se volano è per fame o per cercare

un nido sconosciuto cui tornare;

io qui ho portato la paglia dei miei giorni

il fango delle fughe, le foglie degli affanni,

uno dopo l’altro i ramoscelli dei ricordi

piume rapprese dall’acqua degli sguardi

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Roberto Cortelli, "Scusate ... se usa e consuma"

11 Febbraio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Roberto Cortelli, "Scusate ... se usa e consuma"

Scusate

… se “usa e consuma

Roberto Cortelli

Libro autoprodotto, 2015

pp 135

14,50

Questo saggio non ha titolo, si fa riconoscere attraverso un codice isbn. È parte conclusiva di una trilogia, che comprende anche Il mio continuo divenire e Omniverso, e che l’autore stesso definisce “una trilogia di pensieri, considerazioni, opinioni, confronti, speranze, opportunità”.

Il mio commento, scritto da persona che egli definirebbe “il solito mentecatto”, non vuole e non può entrare nel merito dell’esattezza delle teorie divulgate, può solo cercare di riassumerle. La parte con la quale anch’io concordo, perché rispecchia la mia stessa filosofia, è che non conta il singolo, e nemmeno la specie, quanto, piuttosto, LA VITA in sé, che si rinnova e non finisce mai. Cortelli ci aggiunge una forza aggregante, cioè L’AMORE, capace di unire e produrre cooperazione.

In un’utopica società futura verrebbero a cadere gli egoismi e il senso distorto del sé, in favore della collaborazione fra cellule per la salute dell’organismo intero, definito “sistema di Complessitudine.” Non esisterebbero più nazioni, confini, proprietà e le risorse sarebbero a disposizione di tutti, senza più guerre, inquinamenti, malattie. Affinché questo possa avvenire, però, ognuno deve fare la sua parte in prima persona, è solo attraverso la consapevolezza, e il comportamento retto del singolo, che può innescarsi il cambiamento planetario di cui dovranno farsi carico soprattutto le generazioni future. E il primo passo è l’astensione volontaria individuale dall’acquisto di prodotti commercializzati da chi non ha a cuore la salute dell’ambiente ma solo il proprio profitto economico.

Fate quella scelta individuale che moltiplicata per l’INSIEME di tutti gli individui del pianeta spazza via il sistema del profitto, delle multinazionali, delle lobby, di ricchi e poveri, di padroni ed operai, di regnanti e sudditi. Il pianeta intero è di chi lo abita ed è qui, adesso, da sempre e per sempre per NOI. TUTTI! Il pianeta non ha confini geografici e politici se non sugli atlanti creati dall’uomo.” (pag 65)

Sono le multinazionali del profitto a manipolare le informazioni, ad operare una sorta di ipnosi collettiva per mantenerci in sudditanza. Occorre ritrovare il BUON SENSO.

BUON SENSO che ogni essere umano possiede in Natura al momento del proprio concepimento. Quel BUON SENSO libero da condizionamenti culturali, religiosi e politici attaccati sempre e comunque a qualsiasi cosa impermalente, quel BUON SENSO che permette alle cellule, TUTTE, di cooperare nella VITA” (pag 66)

Questa la base complessiva del libro, su cui s’innestano informazioni di ogni genere, mescolate in modo poco organico: dal complottismo più tradizionale (sono le case farmaceutiche a provocare le epidemie, gli americani non sono mai stati sulla luna, i vaccini fanno male etc) a un’infinità di dati che Cortelli ha analizzato, letto e assimilato da autodidatta, e poi trasferito senza svilupparli e collegarli, così che, proprio lui che odia i social network, finisce per scrivere un trattato simile ad una sere di post facebookiani, con tanto di citazioni fra le più diffuse in rete. Gli si riconoscono senz’altro un profondo interesse per la materia e molta erudizione in merito, ma il risultato non è omogeneo. Insomma, Cortelli mescola tutto quello che ha letto e studiato, in dieci ridondanti capitoli che somigliano più ad appunti e riflessioni messi l’uno accanto all’altro, che non a un insieme strutturato: una via di mezzo fra il manuale di auto aiuto all’americana, La profezia di Celestino, il saggio di denuncia sul tipo de La casta, e una filosofia personale. L’autore, infatti, dichiaratamente, non si riconosce in nessun sistema di pensiero, né filosofico né religioso, e non vuole esservi ricondotto. I frammenti forse più gradevoli sono le poesie scritte per il figlio. È stata la paternità, infatti, a convincere l’autore del bisogno di fare qualcosa per il futuro del mondo e per le nuove generazioni.

Mi piace concludere citando un brano che condivido e che mi ha colpito.

voglio ricordare che per qualsiasi attività riconosciuta da questo tipo di società, autodefinitasi civile, sono necessari degli studi (…), degli esami, delle prove di abilità… … mentre per essere genitori, quindi tutelanti per quelle nuove vita, è sufficiente la capacità biologica riproduttiva. Questa società, questo sistema, dà più importanza al guidare un ciclomotore, un’automobile… … piuttosto che al procreare e educare una nuova vita!” (pag 86)

Per quanto riguarda lo stile, infine, il testo necessiterebbe di un sostanzioso editing, poiché presenta molti errori, un lessico a volte fantasioso ed un utilizzo troppo esclusivo della punteggiatura.

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Grant Allen, "Questi barbari inglesi"

6 Febbraio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Grant Allen, "Questi barbari inglesi"

Questi barbari inglesi

di Grant Allen

Traduzione di Nicola Leporini

Marchetti Editore, 2014

pp. 138

10,00

“Questi barbari inglesi”, traduzione di “The British Barbarians”, di Grant Allen, edito da Marchetti, apre la collana “Dodo d’oro”, formata da opere in lingua inglese che, per vari motivi, sono scomparse della memoria culturale e quindi non sono mai state tradotte in italiano prima d’ora.

Come afferma l’autore stesso nella prefazione, “Questi barbari inglesi” mira a “rappresentare punti di vista (…) nella narrativa romantica piuttosto che in saggi ponderati”. E il romanzo, in effetti, è una commistione di tre generi: blanda fantascienza, narrativa sentimentale e pamphlet. In realtà, propende verso la terza via, le altre due sono solo dei pretesti per rendere più accattivante la materia.

Charles Grant Blairfindie Allen è nato in Canada nel 1848 ed è vissuto tra Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna. Vicino di casa di Arthur Conan Doyle, agnostico e socialista, amico di Spencer, sostenitore dell’evoluzionismo di Darwin e delle teorie antropologiche di Frazer, molte delle sue opere, a partire da The Woman Who Did – che narra la vicenda scandalosa e drammatica di una ragazza madre – sono animate da un prepotente spirito critico nei confronti della società britannica, inquinata dal culto della rispettabilità a tutti i costi e dal moralismo ipocrita dei borghesi sepolcri imbiancati.

Nella Londra vittoriana, piomba dal nulla l’affascinante e compito Bertram Ingledew, a sconvolgere la vita di Philip Christy, di sua sorella Frida e del cognato. Per evitarvi lo spoiling, cioè l’anticipazione del finale, diciamo solo che Herbert George Wells si è ispirato a questo romanzo per il suo celeberrimo La macchina del tempo, uscito nello stesso anno, il 1895, e cita proprio Allen. Il tema del “mondo perduto”, o dei viaggi nel tempo, era molto in voga all’epoca, ricordiamo anche Un americano alla corte di re Artù di Mark Twain, del 1889.

Bertram Ingledew considera i costumi inglesi come quelli di una qualsiasi società primitiva, si comporta da antropologo, analizzando con distacco scientifico (ma anche con un pizzico di disgusto) l’ossessione per l’onorabilità, misero feticcio, e per le regole della buona società, opprimente tabu.

Allen mette a fuoco le incongruenze di una società che basa tutto sulla reputazione, nascondendo il marcio sotto il tappeto. Vittime di questo sistema etico sono soprattutto le donne. Da una parte è vietata loro la libera espressione della propria sensualità, di sentimenti svincolati e puri, dall’altra esse vengono sfruttate come prostitute, costrette ad una vita abietta, a indigenza e malattie, proprio da quegli stessi uomini che le usano per mantenere illibate (e represse) le loro future mogli. Verso la prostituzione, e il suo utilizzo da parte di borghesi e nobili votati al culto del “buon costume”, Allen mostra una vera e propria idiosincrasia.

Sia in The Woman Who Did che in Questi barbari inglesi non c’è lieto fine, perché la spinta libertaria - ed il ribaltamento dell’etica a favore di emozioni cristalline, della ventata fresca che si respira solo dalla “sommità della collina” - comporta conseguenze tragiche, somiglianti, anche solo inconsciamente, ad una punizione. La società non è pronta per accogliere un nuovo concetto di morale, per scambiare l’aria viziata e malsana dei salotti bene con passioni che sono etiche solo in virtù della loro autenticità.

Il romanzo, o meglio il racconto lungo, è scorrevole e anche divertente. Spassoso il modo in cui sono descritti gli inglesi, con quel loro sentirsi centro indiscusso dell’universo e non concepire nemmeno l’esistenza di luoghi e culture alternative. Si notano, però, dei difetti nel testo che, forse, l’hanno reso poco celebre, insieme al fatto di essere antibritannico e propalare idee non convenzionali e trasgressive. Risente del fatto di essere più un saggio che una narrazione vera e propria ed ha una costruzione lacunosa. La prima parte si presenta come satira sociale, la seconda vira verso il dramma, sempre intriso, però, di teorie filosofiche. Il personaggio di Philip Christy, ad esempio, che serve a introdurre in modo comico, per contrasto, la figura di Bertram Ingledew - incarnando a tutti gli effetti i pregiudizi vittoriani e l’autocompiacimento inglese - sparisce quasi dalla metà del libro ed è sostituito dall’odioso marito di Frida. In realtà i due cognati, ottusi e gretti, fanno da contraltare alle figure di Bertram e Frida, lui limpido nella sua saggezza quasi sovrumana, lei intelligente, viva, pronta a recepire i nuovi concetti, a svilupparsi intellettualmente e spiritualmente, elevandosi al di sopra della stolta morale perbenista. Quello che succede a Frida è proprio quello che l’autore vorrebbe accadesse a tutte le giovani donne dopo la lettura della sua opera. “Soprattutto”, afferma ancora nella prefazione, “si dovrebbe suscitare il loro vivo interesse quando sono ancora giovani e plasmabili, prima che si siano cristallizzate e indurite nelle convenzionali marionette della buona società. Farle pensare quando sono ancora giovani, far loro provare sentimenti quando sono ancora sensibili.”

Una molto godibile via di mezzo, insomma, fra ragione e sentimento, “sense and sensibility”, illuminismo e romanticismo, libello e romanzo d’amore.

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Davide Rubini, "Il fischio finale"

26 Gennaio 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Davide Rubini, "Il fischio finale"

Davide Rubini

Il fischio finale

Gilgamesh edizioni - Pag. 370 - Euro 15

www.gilgameshedizioni.com

Davide Rubini (Torino, 1979) scrive un romanzo calcistico che si pone sulla scia di Giovanni Arpino (Azzurro tenebra), ma soprattutto di Pupi Avati, che con il suo Ultimo minuto aveva realizzato uno dei primi spaccati veritieri a metà strada tra umanità sportiva e scandali.

Un romanzo scritto con passione in meno di sei mesi, tra Bruxelles, Arezzo e Procchio, per raccontare una stagione sportiva da fiction che va dalla primavera del 1994 all'estate del 1995. Abbiamo una squadra calcistica di fantasia - il Rivaermosa - per la prima volta in C2, tra i semiprofessionisti -, grazie anche alla sua bandiera storica, il capitano Brando Adelmi, finito a giocare nella squadra del suo paese dopo anni di campionati importanti. La vita sentimentale di Brando non va bene, la moglie non accetta i sacrifici come in passato, perché la contropartita non è la stessa dei campionati maggiori, mentre l'impegno continua a essere alto. Brando finisce in politica, ai tempi di Tangentopoli, consigliere comunale di un paese del Nord, coinvolto da un uomo che vive di scandali ma vede nel calciatore una scialuppa di salvataggio e un bacino di voti.

Il romanzo è scritto con stile piano e coinvolgente, ben strutturato e in perfetto equilibrio tra la parte calcistica e quella più propriamente politico - sociale. Personaggi ben definiti, ai quali è facile affezionarsi, soprattutto il vecchio calciatore di provincia, stritolato da una serie di ingranaggi più grandi di lui. Crepuscolare e decadente, quando si parla della fine di una carriera sportiva che si avvicina al tramonto. Ironico e sferzante quando si affrontano argomenti politici e si punta il dito sulla corruzione, tra appalti e tangenti.

Gilgamesh fa buoni libri, anche da un punto di vista grafico, e pubblica giovani autori interessanti. Un romanzo da leggere e un editore da incoraggiare.

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Matteo Bianchi, "La metà del letto"

24 Gennaio 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #poesia

Matteo Bianchi, "La metà del letto"

Matteo Bianchi

La metà del letto

Barbera, 2015

www.barberaeditore.it

L’unica citazione nella nuova raccolta di poesie di Matteo Bianchi, La metà del letto (Barbera, 2015), insonorizzando gli svariati echi indiretti, precipita sul foglio da Romeo and Juliet, il capolavoro postmoderno dei Dire Straits. Nell’unicum romantico composto dalla rock band britannica, il giovane Marc Knopfler, nei panni di un Romeo fatalista ma per niente tragico, scriveva alla sua lei perduta: «There’s a place for us, you know the movie song. / When you gonna realize it was just that the time was wrong, Juliet? – C’è un posto per noi, conosci la colonna sonora. / Quando realizzerai che era solo il momento a essere sbagliato, Giulietta?» Il fallimento dell’incontro tra i due innamorati, tra due ragazzi qualunque che, a detta di Knopfler, avrebbero meritato di essere graziati dal corso del tempo, dipese dal momento sbagliato e non dalle loro (naturali) intenzioni, dallo stesso trasporto che pesa ancora sul lirismo di Bianchi, coniugato al presente.

I testi dedicati alla riflessione sulla poesia sono quelli più convincenti, tanto che in loro favore si è pronunciato anche Valerio Magrelli: «Ho apprezzato in particolare Vi porterei tutte con me, con la bella definizione di “opposta resistenza / al mio cambiamento”. Non da meno sono i versi di Sul filo della colpa, o Corpus Domini», entrambe attuali e focalizzate su fatti di cronaca che si sono insabbiati, tanto sotto la nostra società quanto sotto la pelle di chi ne raccoglie il lascito scrivendone, così i versi in quarta di copertina, per un instancabile Giulio Cesare. La lirica Sul filo della colpa fa i conti con i detriti lasciati dal passato, dalle relazioni interpersonali consumate e finite, facendo il verso al “fil di lama” di Montale e sostituendo a una “felicità raggiunta” una serenità raggiungibile solo insieme agli altri: «Mi turba da sempre chiudere / le divisioni / con un quoziente in decimali, / le cifre in avanzo / dopo la virgola». Corpus Domini, invece, racconta, tramite stati d’animo altrui, uno scandalo che colpì un convento ferrarese negli anni ’70, quando a seguito del rifacimento delle tubature nel cortile interno, furono rinvenuti resti di aborti clandestini. E il silenzio si misura nella distanza tra i colori caldi della terra battuta in superficie e quelli gelidi del sottosuolo, un silenzio buio e alienante: «Intimi come non mai / i miei demoni ed io», distico in cui il dubbio divino è concesso solo alla voce. Infine Giulio Cesare è il ritratto in prima persona di un uomo che è costretto a tollerare il cinismo e un certo “faccendarismo” del do ut des politico, mentre preferirebbe un rapporto umano spontaneo, almeno con il figliastro Bruto, che lo osserva camminare pallido avanti e indietro, senza darsi pace. Non a caso, già nella sua raccolta d’esordio, Fischi di merlo (Edizioni del Leone, 2011), Bianchi cantava: «Non c’è sollievo / a questa nostra fine, / Silvia, // entrambi saremo / almeno tutt’uno / con i nostri / disincantati / secondi fini», riconoscente al Leopardi in aria nichilista, come sostenne Mario Specchio nella fiduciosa postfazione.

Il tentativo di queste pagine, sebbene implicitamente ego-riferito, è quello di immedesimarsi in toto, per poi farsi da parte e trasportare di fronte al lettore i vissuti più disparati. Per non «arrendersi al lieto fine», aggiungerebbe, ma per accettare gli accidenti, gli umori del caso: «quando il nostro inizio è coinciso / con la mia fine».

Concludiamo fornendo un assaggio delle liriche, per capire meglio il senso di una recensione e per consentire al comune lettore di farsi un’idea del lavoro. Molte poesie non hanno titolo, tutte sono caratterizzate da brevità e intensità, grande ricerca del linguaggio e cura per la parola, come dovrebbe essere sempre quando ci troviamo di fronte alla vera poesia.

I

La sigaretta si consuma

tra le dita: ridotto

a un niente

sono io dalla passione.

Per prima ti ringrazio

del seguito, della ferita:

noi siamo nel dolore

liberi davvero.

Un mozzicone si abbandona

di spalle, si fida della neve

nella salvezza che congela.

II

Ieri ho letto poesia

sino a tarda notte,

mentre tu facevi la vita

e fremente ad essa ti univi.

Lo scarto tra noi e l’esistenza,

mio tradimento che contempla

e non s’incarna:

senso di colpa di chi riesce,

di chi vince la mano col piacere.

Corrotti di natura,

il timore è dannarsi insieme

in paradiso.

III

In capo al nostro corrimano

ti ho chiesto scusa:

l’amore risolto invecchia,

quello insoluto eterna.

IV

Cosa ho fatto di sbagliato

per meritare questo?

Io non sono dispensato,

sono rimasto per le tue parole,

per spargerle nel grande fiume,

il Po che ci ha divisi.

Ceneri alla foce comune.

Le troppe rose sono il paradosso,

un frutto dal sapore sconosciuto,

il tuo nome adesso

di seconda fioritura, in maggio,

primavera della tua sepoltura.

La vita ti ha chiamato

per ciò che sei stato.

Per chi mi aveva dato

un amore terreno

avevo un pianto disarmato

in cambio, che l’avrebbe seguito.

V

Sono nati i narcisi ovunque:

sugli argini del fiume consumati,

nelle cune verdi dei rifiuti,

intorno ai binari dismessi.

Non hanno aspettative

e se li cogli, non si tengono:

un vaso non vale il rimpiazzo.

Sono liberi,

ma non lo sanno.

Poesia è un soffio sui narcisi:

il mio legno diviene anima

e il mio sasso ragione.

Noi siamo

solo se accettiamo di non essere.

Gordiano Lupi

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Gordiano Lupi, "Miracolo a Piombino"

16 Gennaio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #gordiano lupi, #recensioni, #luoghi da conoscere

Gordiano Lupi, "Miracolo a Piombino"

Miracolo a Piombino

Gordiano Lupi

Historica Edizioni, 2015

pp 146

12,00

Vuoi perché siamo conterranei, vuoi per vicinanza anagrafica, vuoi per quella contaminazione fra cultura alta e popolare che ci accomuna, vuoi per una profonda affinità interiore, nessun autore mi strugge e mi commuove come Gordiano Lupi, e questa sua ultima fatica, Miracolo a Piombino, non fa eccezione.

Il breve romanzo è la commistione di due storie precedenti e parallele: la rivelazione della vita di un diciassettenne, Marco, e della sua controparte, il gabbiano Robert. L’uno deve affrontare la perdita tragica di un amore, l’altro la riconquista di sé attraverso il tunnel della solitudine. Robert, il gabbiano - l’albatro di Baudelaire e di Coleridge - è ciò che il protagonista vorrebbe essere, una creatura intrisa di solitudine sconfinata, ma capace di sfruttare questo suo tratto per affrontare il mondo anziché negarlo, aprendo nuove prospettive, viaggiando, alla fine tornando a casa, anche grazie all’amore. Robert diventa, quindi, maestro di volo per Marco, guida spirituale, totem.

Non succede molto da un capitolo all’altro, ma non si riesce a staccarci, non tanto per la trama che, forse, simbolica e allusiva com’è, finisce per ripiegarsi un po’ su se stessa e saltare qualche passaggio nel finale – anche per seguire un momento di follia del protagonista - quanto per lo stile, intriso di poesia, credo addirittura trascrizione di malinconici versi giovanili.

Ritroviamo le tematiche care a Lupi: la memoria, la nostalgia feroce, straziante, per qualcosa che non sarà mai più. Mi viene in mente una vecchia canzone di Marisa Sannia, Casa bianca, che già allora, e avevo solo sette anni, mi scioglieva il cuore. Già capivo che avrei dovuto abbandonare l’infanzia e che niente sarebbe mai più stato come prima. “Tristi come chi va incontro alla vita.” (pag 78)

È ciò che sente anche Marco, è ciò che sperimentano tutti i protagonisti dei romanzi di Lupi, il rimpianto di non essere oggi come si sognava di diventare e, insieme, il riconoscimento che eravamo già tutto prima, che abbiamo perduto ogni cosa preziosa: il campetto sterrato, il palazzo affacciato su uno scorcio di porto, l’ala di gabbiano annerita dalla fuliggine. Belli o brutti che fossero, erano “i luoghi della sua storia”, erano “il suo mondo”.

Scogli, vento, salsedine, tamerici piegate dal libeccio, gabbianelle in bilico sull’acqua oleosa del porto, fico degli ottentotti e garofani delle rupi, cale e calette ridossate, il mostro contorto e fumoso dell’acciaieria, sono questi gli eterni paesaggi di Lupi. Il tutto condito da una nostalgia che non se ne va mai, provata in ogni istante, anche al limitare della maturità. Così, il nonno morente rappresenta l’ultimo filo con il passato in dissolvenza, con il tempo in cui ancora “tutto era possibile”.

“Sentiva il dolore di quel che stava perdendo senza riuscire a costruire nient’altro che un castello di ricordi.” (pag 34)

Quanta solitudine, incapacità di vivere nel branco, di essere come gli altri, di farsi piacere le medesime cose, addirittura di capire qualcosa che non sia noi stessi. Quanto sentirsi fuori posto ovunque, fra la gente del popolo come fra gli intellettuali.

“Si sentiva solo perché non aveva la forza di raccontare il suo mondo, perché stava recitando una parte che non sopportava. (pag 60)”

Il ragazzo e il gabbiano, due solitudini che si toccano, per scoprire, poi, che la fuga è solo ritorno, che l’unica possibilità di riscatto, di proseguimento, di avanzamento, è nel rientro a casa (Calcio e acciaio), e nel recupero della memoria (Alla ricerca della Piombino perduta), nel cullare e covare i ricordi, che sono tutto quello che abbiamo e che siamo, il nostro nucleo, il sancta sanctorum di noi stessi. Ricordare per andare avanti, allontanarsi per tornare, “perché il cuore non scoppia, in fondo. Ed è possibile tornare a volare.”

Di tanto in tanto si fermava in una piccola rada e galleggiava tranquillo, lavandosi con cura le candide penne, un poco annerite dalla polvere di carbone della lontana acciaieria. Verso sera si portava sulla spiaggia solitaria, camminava con la tipica andatura dei gabbiani stanchi, attendeva con pazienza il tramonto del sole. La vita non si era imposta sui ricordi, tornavano alla memoria tristezze lontane e tutto profumava di solitudine.” (pag 20)

Quanta poesia anima questo testo, quanta poesia c’è dentro le persone normali.

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LA VILLA SUL LAGO di Boris Pahor

14 Gennaio 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni

LA VILLA SUL LAGO di Boris Pahor

Boris Pahor, decano della letteratura slovena, scrisse questo breve romanzo nel 1955. La vicenda è ambientata nel 1948 e illustra il non facile tentativo di un reduce dalla guerra e dai lager di trovare una dimensione di umanità e fiducia dopo l'orrore. Mirko Godina, il protagonista, si reca sul lago di Garda dove fu soldato nel 1943. È triestino, di origine slovena, fa l’architetto; il suo pensiero ritorna spesso a Trieste e al Carso, cercando nello scenario lacustre assonanze paesaggistiche con i luoghi natali. Nasce ben presto una storia d'amore con la più giovane Luciana che lavora in una filanda; ma le ferite dell’ultima guerra sono ancora aperte e Mirko mostra rabbia nel vedere come la ragazza e altri del posto difendano la recente dittatura (per ignoranza, debolezza, efficacia della propaganda del vecchio regime). Questa ira viene gradualmente mitigata dalla speranza che nonostante tutto si possa rifondare un nuovo vivere senza violenza.

La villa del titolo è quella in cui visse il Duce, ancora carica di forza e quasi capace di stregare la gente del luogo tenendola avvinta in una sudditanza acritica. Proprio questo aspetto sgomenta il protagonista che ha patito sotto i totalitarismi, come accadde allo stesso Boris Pahor. I deboli si erano ribellati al giogo, ma poi, nota l’ex-soldato, si erano di nuovo assopiti, pronti a stornare vecchi ricordi in realtà piuttosto freschi e quindi mettendosi a rischio di diventare schiavi di altri padroni. La vicenda dura pochi giorni che sono raccontati lentamente, tra riferimenti al paesaggio ora cupo, ora rassicurante, in una stagione in cui il lago è ancora poco popolato di turisti e permette quindi un'osservazione calma e meditata di cose e persone. L’interiorità di Godina è un piccolo laboratorio in cui speranze e inquietudini lottano, sommandosi alle sensazioni non univoche che vengono dalla natura circostante; in fondo c'è l'ottimismo di riuscire a voltare pagina ammaestrando gli altri che non hanno visto l'orrore, spiegando in modo ragionato la differenza tra dittatura e libertà.

La giovane Luciana ha le risorse per crescere e può cogliere, con l’aiuto di Mirko, la manipolazione del potere che ha colpito anche lei. Pahor costruisce con delicatezza il loro dialogo; lui colto, di origine slovena, lei un'operaia del posto, istintiva, ingenua ma ricca di personalità. Un binomio sentimentale particolare, forse poco realistico (se questo può contare) in cui ciascuno comunque arricchisce l'altro, o con l’esperienza o con la sensibilità. In fondo i drammi sono tutti alle spalle e lentamente anche la villa perde il suo aspetto torvo; si guarda al futuro. Il reduce è un architetto, ama la bellezza, vuole costruire case per persone comuni, l'amore che mette nel suo lavoro ispira fiducia nell’avvenire. Il litorale sloveno in quegli anni dipendeva dalle decisioni internazionali; eppure c’era voglia di guardare avanti e di fare progetti come intende fare il protagonista.

Si può amaramente notare che la storia da sola insegna poco. A Luciana e ad altri servono purtroppo delle guide; la devastazione del conflitto non è stata sufficiente ad aprire gli occhi. Quindi anche eventi ben più piccoli dell’ultima guerra mondiale ma comunque importanti, si potrebbe aggiungere pensando alla nostra quotidianità democratica, troveranno, forse, scarsa capacità di interpretazione e comprensione da parte di molti, con evidenti rischi. Tornando al libro, un mondo nuovo sta nascendo; resta da capire ai due innamorati fino a che punto sarà migliore, se la distanza tra i vari ceti si ridurrà, se democrazia e libertà porteranno sensibili miglioramenti anche per chi come Luciana percorre ogni giorno chilometri e chilometri in bicicletta per andare a lavorare in fabbrica. A chi legge il libro oggi, spetta dare la risposta.

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Carla Magnani, "Acuto"

13 Gennaio 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Carla Magnani, "Acuto"

Carla Magnani

ACUTO

Euro 10 – E-book 4,99 - Gilgamesh Edizioni

www.gilgameshedizioni.com

La storia si svolge ai tempi nostri, ma con rimandi al passato e in particolare al periodo dal 1968 al 1972, denso di avvenimenti significativi per il mondo intero. L’Italia vede la partecipazione attiva di una città come Pisa, dove il Movimento Studentesco, le lotte sindacali e gruppi extraparlamentari sono ben radicati e decisi a rivendicare un ruolo di primo piano nel cambiamento del panorama politico-sociale della nazione. Elisa, di famiglia borghese-benestante di un piccolo paese, ha da sempre impostato la sua vita evitando ogni coinvolgimento che rappresenti un pericolo al suo bisogno di tranquillità. Nessuna forte emozione, nessuna ricerca di cambiamenti e di scelte significative, solo il mantenimento di uno status quo a garanzia di una piatta, ma serena esistenza. L’inizio dell’estate trova la protagonista nella casa al mare insieme ad alcuni componenti della famiglia. Sua sorella Ester, di due anni più giovane e dal temperamento ribelle, è negli States per lavoro. Sarà proprio quest’ultima, con una breve telefonata, a sconvolgerle la vita, mettendola di fronte a una richiesta che prevede un sì in tempi brevi: Marco, il suo amore degli anni universitari, da tempo residente in Florida, ha pochi mesi di vita e ha espresso, come ultimo desiderio, quello di poterla incontrare. Elisa decide di vedere Marco nonostante la forte ansia che la paura di volare le incute. Riaffiorano i ricordi di quegli anni e della loro storia che sembrava dimenticata. Con i ricordi, ritornano anche le emozioni più belle e i chiarimenti. Tre giorni bastano a Elisa per scoprirsi una donna nuova, arricchita interiormente. Anche se Marco non potrà sottrarsi al suo destino, lei avrà ormai la percezione chiara che non lo perderà mai e lo porterà sempre in sé, in una realizzazione personale che offrirà a se stessa e ai suoi cari l’immagine di una donna finalmente completa e consapevole.

Acuto è ambientato nel presente, ma ha lo sguardo sul passato, su quella storia italiana che raramente viene raccontata a scuola, quella che ha inizio nel Sessantotto col movimento studentesco e passa attraverso le rivendicazioni della Sinistra operaia, il femminismo, la strage di Piazza Fontana e la strategia della tensione, la morte di Pinelli e gli Anni di Piombo, la conquista dello spazio e lo sbarco sulla Luna, l'omologazione degli anni Settanta e le Brigate Rosse, l'omicidio del commissario Calabresi e la vicenda – che toccherà da vicino le vite delle protagoniste – di Franco Serantini. Acuto è però anche la storia di un viaggio in America, alla ricerca di un'occasione perduta, di una seconda chance. Di quella felicità appena sfiorata e poi barattata per la propria quiete quotidiana. Tutto ha inizio con una telefonata ed un evento tragico: l'imminente morte di un vecchio amico. E così Ester viaggerà, fuori e dentro di sé, per cercare una risposta a vecchie domande. (Adriano Bernasconi)

Carla Magnani è nata in Toscana, a Piombino, ma da molti anni risiede in Lombardia. Laureata in Lettere Moderne, ha insegnato in diversi istituti superiori e scuole medie della provincia di Milano e di Brescia. In passato ha vinto alcuni premi di poesia. Acuto è il suo romanzo d'esordio, disponibile in tutte le librerie, negli store online, o direttamente sul sito della casa editrice e dell’autrice al prezzo di 10 euro. Disponibile in ebook al prezzo di 4,99 euro.

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J. Wittlin, "Il sale della terra"

3 Gennaio 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni

J. Wittlin, "Il sale della terra"

Józef Wittlin (Dymitrów, 1896 – New York, 1976), di famiglia ebraica, nativo della Galizia asburgica, fu soldato nella Grande Guerra, anche se non vide il fronte a causa delle pessime condizioni di salute. Divenne un grande traduttore dell'Odissea e un poeta; Il sale della terra è la sua unica opera in prosa che in origine doveva essere il primo atto di una trilogia, ma la bozza del seguito andò perduta nel corso del precipitoso viaggio dalla Polonia agli Usa che l'autore compì nel 1940 per sfuggire alle grinfie del nazismo.

Siamo in un angolo delle province orientali dell'impero Austro-Ungarico. Il protagonista, Piotr, appartenente alla piccola etnia hutzuli, sta per essere travolto dalla Grande Guerra come milioni di altri. Lavora in una stazione come uomo di fatica, possiede una casa malconcia in comproprietà con una sorella prostituta, ha un cane e un'amante con cui sta principalmente per abitudine. Il suo è un mondo semplice che ruota intorno alla ferrovia; è docile e remissivo verso le autorità. La guerra sconvolge gradualmente tutto; i treni civili cedono il passo a quelli militari, un sottufficiale prende il posto del capostazione, infine arriva la cartolina di precetto anche per Piotr. L'Imperatore può aver bisogno anche di lui, quarantenne e analfabeta? Evidentemente sì. All'imperatore probabilmente non interessa che lui non distingua la destra dalla sinistra e che trovi spiegazioni “magiche” e irrazionali davanti a ciò che non capisce. Ad esempio, accanto alla stazione riesce a orientarsi, invece poco lontano dal posto di lavoro già si confonde:

"Fuori, invece, spesso il diavolo rovescia la terra, e quello che un momento prima era a sinistra, all'improvviso si sposta a destra".

Anche la cartolina precetto per lui ha un'essenza diabolica; non potrebbe spiegarsi diversamente il potere di quelle lettere nere su un uomo. Un altro uomo, Francesco Giuseppe, con quel foglio esprime il suo diritto di appropriarsi di un suddito. Piotr deve partire e in caserma giura obbedienza al sovrano e ai suoi rappresentanti; non gli sfugge la portata di quel giuramento così diverso da altri fatti in vita sua e legati a impegni banali e di corto respiro. Questo vincolo non ha scadenza definita (non si sa quanto finirà il conflitto) e gli impone anche di essere pronto a morire. Sarebbe bello avere due vite, pensa, una per il sovrano e una da riprendersi una volta tornati dal fronte. Burocrazia ed esercito avviano disciplinatamente al fronte i morituri, privandoli della libertà di prima e trasformandoli in una "cosa" dello stato, sempre pronta all'obbedienza. Nella preparazione militare, per i futuri soldati si apre una fase diversa; con la divisa indossano un'altra identità, stretta tra regolamenti e punizioni.

La guerra, famelica di risorse, rastrella metodicamente ogni provincia; anche uno strampalato analfabeta che non ha mai fatto un viaggio vero lontano da casa, può servire al pari di ogni tipo di materiale:

"Partiti. Sono partiti gli uomini, sono partiti i cavalli, gli asini, i muli, le bestie da macello. E' partito il ferro, l'ottone, il legno e l'acciaio".

Un libro notevole, un piccolo poema, a lungo colpevolmente dimenticato anche nella Polonia comunista, frutto della sapienza ebraica, in cui la tragedia si avvicina con passo lento ma continuo, aggraziata sempre dall'ironia.

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