recensioni
Karolina Frankov, "Il paese degli orfani"
Il Paese degli orfani di Karolina Frankov (nome d'arte di Olga Korotkikh). Uno spaccato di vita nella Russia del dopo Gorbaciov, visto da cinque donne che si trovano in un Paese che non riconoscono, senza più riferimenti, senza più sicurezza… Loro affrontano la disperazione e cercano di uscirne. La storia recente della Russia che conosciamo fa da sfondo alla storia delle donne, ed è estremamente interessante esplorare la visione al femminile di una situazione che ha sfiorato il disastro. Il linguaggio è molto letterario, si entra nella psiche delle protagoniste e le descrizioni non sono mai eccessive, diciamo che il libro vive con gli occhi delle donne raccontate, si entra in loro e si ammira la forza d'animo che le caratterizza.
Penetriamo quindi nel libro, lo faremo parlando dei personaggi. Le loro storie si intrecciano, si trovano a condividere lo stesso destino, eppure nessuna di loro vede la vita allo stesso modo, hanno tutte punti di vista diversi, esperienze, anche traumatiche, diverse.
Si inizia con Katerina, o Katia, sposata con Boris, un fannullone che vive in un mare di guai. Per pagare i debiti, Katerina cerca un lavoro, ma nella Russia di quel periodo, dove vige la legge del più forte, dove l’anarchia è di casa, deve fare i conti con una realtà confusa, difficile, non ha appigli se non la speranza di trovare una vita migliore. Lei deve anche occuparsi del figlioletto, del padre disoccupato, e si dà da fare come può. Katerina non condanna nessuno, vive le sue esperienze con dignità, non si lamenta, e non si lascia abbattere neanche dalle violenze subite. Finalmente trova un annuncio: cercasi ballerine in Svizzera.
Irina, amica di Katerina, è anche lei madre, e vedova. In casa l’aiuta Tatiana, o Tanja, mentre lei cerca di sbarcare il lunario come meglio può. Sembra che la fortuna le sorrida quando conosce Leonid, un uomo ricchissimo che la prende con sé, alla fine si innamora, ma lui è ancora sposato, anche se separato. Le disgrazie però non finiscono e l’uomo viene ucciso in un agguato, riappare la moglie che si prende tutti i suoi beni e Irina si trova, di nuovo, sul lastrico.
Galina, la sorella di Boris, è una donna di vita. Si direbbe superficiale e vanesia, ma anche lei è vittima di un mondo atroce ed ha la sua umanità.
Eduarda, il cui vero nome è Svetlana, vive con una zia, la madre ha una relazione con un uomo che l’assorbe fino a farle ignorare completamente i destini della figlia, che è sola. Anche lei conosce Boris, forse cederebbe alle sue avances se il destino non si interponesse tra loro.
Tatiana è la più mite delle cinque donne, la sua vita è quasi priva di escursioni nel mondo dell’amore, si occupa della figlia di Irina, e dà la sua amicizia senza se e senza ma.
Le cinque donne si troveranno insieme, a formare un corpo di ballo per andare in Svizzera.
È interessante notare che alcuni personaggi marginali, come sembrerebbe essere, ad esempio, Boris, vengono visti da donne diverse in modo diverso, per Boris l’effetto è significativo, perché i molteplici punti di vista, lo presentano da più angolazioni fino a riscattare in lui un briciolo di umanità.
Mi colpisce, però, in questa storia, il fatto che le cinque donne, tutte immerse in drammi di grande portata, non condannino nessuno. Si potrebbe dire che accettano il loro destino e vanno avanti. Quindi è un libro al femminile, ma non è femminista, tutto quello che succede viene accettato senza recriminazioni, è così e basta, sembra che ci dicano.
Anche le violenze subite non danno adito a proteste. I personaggi cattivi, ovvio, ci sono, ma l’autrice non punta il dito contro nessuno, e la cattiveria, che venga da uomini o da donne, è solo cattiveria, un elemento della vita con cui è inevitabile scontrarsi.
Questo non significa che le protagoniste siano buone e gli altri cattivi, anzi... semmai significa che comunque vada, troverai sempre cattiveria e bontà, fai tesoro della bontà e lascia che la cattiveria vada per la sua strada, tanto non puoi azzerarla, puoi solo fare i conti con te stesso.
Curiosamente, infatti, anche se queste donne hanno subito ogni sorta di angheria dagli uomini, i personaggi più maligni sono altre donne, ad esempio la mamma di Eduarda e la moglie di Leonid. Tutto questo però non popola le menti delle protagoniste se non per un tempo breve, prima e dopo è un’altra vita, e loro cercano il dopo. Sembra facile, ma proviamo a pensarci con i nostri parametri, noi, tanto abituati alla nostra sicurezza, al nostro quieto benessere… forse la virtù dei personaggi narrati da Olga è proprio la capacità di svincolarsi dal passato e guardare al futuro? Loro non hanno nulla da perdere, hanno una storia stremante, estenuante, agghiacciante, eppure sembra che non se ne dolgano perché sanno che comunque c’è un futuro, e fanno di tutto per andargli incontro. Cosa troveranno è il soggetto del secondo libro di Olga, intanto però sappiamo da dove vengono e, tra uno spaccato di storia recente e l’ammirevole coraggio con cui l’affrontano, queste donne prendono vita dalle parole del libro che ha il pregio di dar voce a chi non l’ha avuta.
Alla fine si attende il seguito, si è curiosi di sapere come vedono, queste cinque giovani, la tanto ammirata Europa, e ancor più precisamente, la tranquilla, ricchissima e inoffensiva Svizzera. Uscire dal caos per entrare nel meccanismo di un orologio che funziona alla perfezione. Le loro anime, come reagiranno? Ce lo dirà Olga, in arte Karolina, nel suo prossimo libro!
Claudio Fiorentini
Due libri sul filo della memoria
Roberta Pieraccioli
La Primavera (2015)
Euro 12 - Pag. 160
La Resistenza in cucina (2014)
Euro 12 - Pag. 175
Ouverture Edizioni - www.ouverturedizioni.it
Due libri entrambi firmati da Roberta Pieraccioli e pubblicati da Ouverture Edizioni.
La Primavera è una raccolta di racconti sul filo della memoria tra Firenze e la Maremma, due luoghi geografici che rivestono grande importanza nella vita dell'autrice.
La Resistenza in cucina racconta le ricette in tempo di guerra - buone anche nel periodo di crisi che stiamo vivendo - ma non è soltanto un originale ricettario di cucina povera in cinquanta pietanze, quanto un viaggio a ritroso nella nostra storia, tra mercato nero, autarchia e piccoli trucchi per mettere in tavola il poco che si riusciva a trovare.
Due libri che raccontano in modo diverso il secondo conflitto mondiale, tra storie di povera gente e avventure quotidiane, fatti realmente accaduti e analisi del mondo dal punto di vista del popolo che si arrangia, resiste e sopravvive. Lo stile dei racconti è semplice ma letterario, ricorda le storie di guerra di Cassola e Flaiano, permeate di Bianciardi e Vittorini. L'autrice ha fatto buone letture e la sua scrittura ne risente in modo positivo.
Le ricette sono insolite, precedute da una sorta di piccolo saggio sul modo di cucinare negli anni Quaranta e sulla necessità di far bastare le poche cose reperibili sul mercato. Frittata d'ortica, torta di pane, polpettine di borragine, bucce di baccelli lessate, fiori d'acacia fritti, farinata di castagne, sformati di piselli e ceci... ma anche frittate senza nulla a base di acqua (latte, nel migliore dei casi) e farina cucinate per merenda da nonne amorose.
Roberta Pieraccioli dirige la Biblioteca e i Musei di Massa, ha pubblicato racconti con Paola Zannoner, in questo caso attinge ai ricordi culinari di nonna e madre, mentre dedica le storie alla memoria dei genitori, abili narratori di vicende del passato, alla cui fonte si è abbeverata. Quando si parla di libri utili per la memoria storica del nostro territorio, d'ora in avanti non potremo prescindere da questi due titoli.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Siegfried Lenz, "Un minuto di silenzio"
Un minuto di silenzio
Siegfried Lenz
Neri Pozza, 2009
"Si può pensare a qualcuno anche quando è lì accanto a noi"
Fra la salsedine aspra e gelida dei paesi scandinavi, in un paesaggio appena tratteggiato, tranne che per la presenza prepotente della vita di un villaggio di pescatori, si sviluppa il racconto del ricordo di un amore proibito. Parole delicate dipingono gesti e sentimenti, visti con gli occhi dell'incertezza e del sogno di un adolescente. Una gita in barca, l'amore fra un giovane e la sua docente di inglese, una tragedia a far da corollario e chiudere il cerchio.
Peculiare il continuo cambio di registro linguistico, che mescola ricordo, dialogo e racconto, trasportando il lettore nel mondo interno del protagonista.
Una lettura delicata e particolare.
Adriana Pedicini, "I luoghi della memoria"
I luoghi della memoria
Adriana Pedicini
Edizioni Il Foglio, 2016
pp 148
12,00
“Continuava comunque Teresina a fumare le sue cicche e a bere il suo vino. E con gli occhi puntati alle stelle parlava, parlava, ricordava o compiva voli di fantasia alla ricerca di un mondo dove anche lei potesse entrare, dove vivere significasse ridere e piangere, gioire e soffrire per tutti allo stesso modo. Dove la carezza della mano amica fosse donata a tutti e non ci fossero come riparo ai colpi della sorte scafandri per alcuni, per altri la sola pelle sottile.” (pag. 16)
Questi ventisette racconti – alcuni ripubblicati, altri nuovi - sono davvero belli. Lo sono per il contenuto vario, accattivante, con personaggi scaturiti da finezza psicologica, estrema sensibilità e capacità empatica. E lo sono per lo stile signorile, dal profumo antico. In particolare i primi hanno una forma ottocentesca, fanno venir in mente Grazia Deledda, per il modo in cui tracciano alcune figure potenti e per il regionalismo pregno di cultura arcaica e di significati ancestrali che li pervade fino a riprodurre, novella dopo novella, “un intero villaggio ideale”.
“Mariantonia era la padrona n questa casa, la “padrina” sembrava, un po’ logorati gli abiti neri che le avviluppavano il corpo e in petto la fierezza di una donna che per tanti anni aveva affondato le unghie nella terra per cavarne cavoli o patate, che aveva irrobustito i fianchi e le spalle sotto il peso di fascine di legna raccolta nel bosco per alimentare nel focolare la fiamma della casa.” (pag 18)
La lingua risente dell’essere, Adriana Pedicini, principalmente poetessa, l’aggettivazione è lenta, ampia e distesa. Come Leopardi, ella tende all’indefinito, alla vaghezza di stelle, boschi e prati ma, al contempo, come Pascoli condensa l’espressione nel tipico, nei gesti, nomi e modi di dire della tradizione rurale e regionale.
Gli ultimi racconti sono più attuali negli argomenti e, in parte, anche per come sono scritti.
I temi principali di tutta la raccolta riguardano il recupero della memoria e la paura della morte. I due concetti, ovviamente, si fondono, là dove il ricordo è l’unica arma contro l’obnubilamento della fine. Ricordare “è cercare nelle cose morte il perduto che si riconquista”, riappropriandosene. Ne è un esempio la figura della madre scomparsa che, dopo esser stata lancinante dolore, strappo, mancanza incolmabile, viene riconquistata attraverso la propria maternità, ricreandola nel raccontarla ai figli e, allo stesso tempo, anche impersonandola, incarnando il suo ruolo.
La paura della morte scorre sul filo di terrori vissuti dall’autrice, ed è la stessa voragine che proviamo tutti al pensiero di affrontare dolorosi calvari. Ma c’è sempre una speranza, forse autoindotta per evitare la pazzia, che si concreta nell’esercizio consolatorio della fede e nella bellezza della vita, rintracciabile nelle piccole cose, nella natura, nel ritorno della primavera, nella nascita di un bambino.
“Finalmente non era più solo preda della sua malattia e della paura della morte. Si sentiva parte di un tutto ormai ben visibile. Sua tenda era il cielo stellato, suo riparo l’anfiteatro dei monti che da lontano scorgeva, sua vita la vita degli innumerevoli esseri che davano forma e colore alla terra. Come se non avesse più nome e le cose anche non avessero il nome consueto. Come se la sua sorte non fosse diversa da quella di tutte le specie viventi.” (pag 110)
C’è anche, alla fine, una specie di resa all’inevitabilità, alle “cose così come stanno”.
“Il fischio del treno che annunciava l’arrivo alla stazione del suo paese la riportò alla realtà fatta di sogni e di speranze, di ideali e di lotte ma certo di realtà, di inevitabile realtà, e nell’aver capito che dopotutto bisogna accettarla prima ancora di migliorarla fu la sua vera vittoria.” (pag. 90)
Somiglia, questa, ad una sorta di accettazione, impotente ma confortante e non scevra di scopo, del destino comune.
“In tutto io vedo me stesso, in me vedo tutto il creato, e in silenzio anche la morte opera in me come in tutte le cose che hanno un inizio e una fine”. (pag 110)
Luca Raimondi, "Se avessi previsto tutto questo"
Se avessi previsto tutto questo
Luca Raimondi
Edizioni Il Foglio, 2013
pp 233
15,00
Questo genere di romanzi suscita interesse non per la trama e nemmeno per lo stile che, pur corretto, è originale solo nell’alternanza fra colloquiale e scolastico. Semmai come specchio, più che di una generazione – Se avessi previsto tutto questo, di Luca Raimondi, è ambientato negli anni novanta, a raccontarcelo ci sono tanti piccoli particolari e la colonna sonora musicale – piuttosto di un clima, di un’atmosfera, riconducibile a quella odierna, di giovani immersi in un precariato che non è solo lavorativo ma si estende a tutti gli aspetti della vita, dallo studio, all’etica, ai sentimenti. È un precariato morale, di valori, di interessi, di cultura, di passioni. Una generazione che va dagli anni novanta fino al 2016, che ingloba diciottenni e quarantenni e si caratterizza per un assenza di centro, di riferimenti, di coinvolgimento reale. Una generazione che galleggia nel vuoto, con una depressione strisciante e un’assenza totale di scopo o direzione.
Il lavoro non c’è e nemmeno si cerca. Lo studio non piace, si resta parcheggiati in università per darsi un tono e perché si pensa di meritare “qualcosa di più" di una occupazione manuale. Le giornate consistono in un ciondolare qua e là, fingendo di fare, pronti ad interrompersi al minimo richiamo e a rimandare gli impegni. Il tempo si srotola inutile fino a sera, quando si parte alla ricerca di compagnia, che non è mai amicizia vera, e di alcol, di droga, di sesso. In cima a tutto c’è il mito dell’amore ma, in realtà, l’impegno spaventa.
Carlo Piras, il protagonista di questo romanzo, è un personaggio tutto sommato sgradevole, pronto a tradire i suoi amici cercando di soffiar loro la ragazza. La sua mancanza di scrupoli ci sembra troppo dichiarata e sincera, ci pone di fronte a zone della nostra umanità che preferiremmo non vedere. Chi di noi non ha mai spiato il partner o la partner di un'amica o un amico, sperando che quegli occhi si posassero su di noi invece che sul fidanzato o la fidanzata legittimi?
Carlo Piras non è innamorato, ha solo bisogno di uscire dalla sua condizione di timido gregario, asociale e fuori posto ovunque.
"Carlo prova ancora una volta la sensazione di trovasi da solo in mezzo alla folla, di essere un'anima che cerca qualche raccordo con il mondo ma non lo trova, forse perché non lo desidera abbastanza ." (pag 48)
Paradossalmente, ottiene status e dignità solo alla fine, quando dà il peggio di sé ma lo fa senza vergogna o finte remore, dichiarando apertamente le sue brame. L’ironia con cui l’autore lo guarda non basta, però, a rendercelo simpatico.
La parte migliore del romanzo è data dalla poetica della nostalgia, onnipresente e trasversale nella scrittura di questo inizio millennio, dove tutto finisce troppo in fretta e la paura di perdere quel poco che abbiamo avuto o siamo stati accomuna giovani e vecchi. Mentre la vita ancora ha da prender forma, la nostalgia, la bestia che ci azzanna e non ci molla mai, è già in agguato.
"I suoi ex compagni appartengono a un'epoca scandita da rituali che non sono più in vigore: la campanella delle otto e trenta, le interrogazioni dei prof, le discussioni durante i dieci minuti dell'intervallo, le ore di educazione fisica trascorse a passeggiare al centro sportivo parlando del più e del meno. Momenti, attimi, che non si ripresenteranno più. E ora che i loro destini sono, al di là dell'attuale apparenza, divergenti, non si riesce a ricreare l'atmosfera di una volta e non rimane che il triste e un po' patetico tentativo di retrocedee all'atmosfera di quei cinque anni trascorsi assieme." (pag 168)
Elvira, la modella di Modigliani
Elvira la modella di Modigliani
Carlo Valentini
Graus editore, 2012
Pp 111
11,90
“Morte lo colse quando giunse alla gloria”
Essere ritratti da Modì, si era soliti dire nell’ambiente, era come “farsi spogliare l’anima”. L’ambiente è quello di Montmatre e Montparnasse, il ritratto in particolare campeggia sulla copertina del libro di Carlo Valentini: Elvira la modella di Modigliani.
La figura assorbe e occupa tutto lo spazio, ha una compostezza illimitata, una presenza lievemente asimmetrica; il tratto ricorda le maschere africane, il corpo femminilissimo possiede, però, una solidità maschile, l’ovale del viso è raffinato, la bocca dolce, l’espressione consapevole e malinconica. È Elvira la Quique, di cui Valentini racconta la storia in una biografia romanzata, a metà fra narrazione e saggio.
L’autore rivaluta e mette in risalto questa figura, oscurata dall’ultima compagna di Modì, la mite Jeanne Hebuterne, famosa per la fine tragica. Diverse le due donne, diversi i ritratti che le rappresentano. Dolce, ingenuo, quello di Jeanne, inquietante e, insieme, carico di sentimento, malinconia e comprensione, quello di Elvira.
La Quique è figlia di una prostituta, a Parigi finisce per fare il mestiere della madre oltre che la cantante. Ha un corpo conturbante, occhi e capelli scuri. Entra subito nell’ambiente delle modelle, che, nude e impudiche, posano per i pittori di Montmatre e Montparnasse.
Da un uomo all’altro, eccola nelle braccia di Amedeo. Lo amerà tutta la vita, fra litigi e riappacificazioni, fra tradimenti e dispiaceri.
Se Jeanne sarà la compagna dell’anima, la madre dei figli, l’elettivamente affine, Elvira, ci dice Valentini, è qualcosa di più, è colei che – pur nella differenza di sensibilità, di cultura e d’intenti – più di ogni altra ha condiviso con Modì lo stile di vita, il bisogno di “essere e fare”, l’elan vital.
“Elvira sopportava, pagava questo prezzo per tenersi un uomo che la trattava da vera donna, la capiva, condivideva i viaggi nei fantasmi dell’allucinazione, la ritraeva sulla carta o sulla tela strappandole il suo vissuto interiore con pose appassionate e carnali e un certo sensualismo animale che mascherava la sua dolorosa fragilità. Per Elvira era come guardarsi allo specchio, felice e orgogliosa di contemplarsi e poter essere contemplata, femmina che sogna e fa sognare.” (pag 56)
Elvira e Amedeo vivono una vita più di stenti che bohemienne, ma non si risparmiano. Si amano, si sfidano, addentano tutti i piaceri della carne, dell’arte e della vita, fra assenzio, hashish e cocaina (di cui Elvira si renderà schiava fino ad ammalarsi e perdere la voce). Come le altre modelle, è sempre senza veli, pronta a posare ma anche a fare l’amore, quasi che le due cose coincidessero, fluissero naturalmente l’una nell’altra. Le pennellate sono lingue che si cercano, i colori sono umori che si fondono, che colano sulla tela. Il romanzo di Valentini trasuda carnalità, attinta proprio dai quadri, dai seni pesanti, dai triangoli rigogliosi, esibiti senza malizia, col senso di qualcosa di serenamente necessario.
I dialoghi risentono e, insieme, traggono vantaggio, dall’essere frutto di ricerca d’archivio su documenti inediti. A parlare sono direttamente i protagonisti, il loro modo di esprimersi artificioso non suona tuttavia falso in questo retroterra d’avanguardia, dove operano Picasso e Utrillo, dove si muovono pittori infervorati d’arte e droga, insieme a modelle discinte e sensuali, capaci di condividere aspirazioni e trasgressioni, ristrettezze e manie di grandezza. Un ambiente dissoluto e assoluto, crogiolo di cultura, di sperimentazione artistica. Amedeo non dipinge come nessuno. Amedeo usa colori africani e pastosi, luci rosate, dove balenano tratti neri. Ama le sue donne e non si lega davvero a nessuna, se non forse a Jeanne quando sente arrivare la fine.
Ma la magia del libro sta, soprattutto, nella rievocazione d’ambiente. Montparnasse con i suoi vicoli sordidi, il Bateau-Lavoir dalle pareti sottili, dove litigi e amplessi sono di dominio pubblico, dove si patiscono freddo d’inverno e caldo d’estate. Vediamo gli squallidi tuguri dai letti sfatti, i pavimenti cosparsi di bottiglie vuote, le lenzuola macchiate d’olio di sardine.
Amedeo dipinge con furia, consapevole della fine imminente, della gloria che arriverà solo postuma; tossisce, la sua mano trema, ha il cervello infiammato, le compagne gli si confondono nella mente: la raffinata Anna diventa la battagliera Beatrice, la Jeanne di buona famiglia trascolora nell’entreneuse Elvira, colei che lo ama, che lo segue da lontano, che lo aspetta e che soffre.
Sarà questo ambiente, sarà tutta questa gente che accompagnerà Modigliani nell’ultimo viaggio, quando il carro sfilerà per le vie di Parigi, seguito da un lungo corteo di pittori, di modelli, con gli artisti di Montmatre e Montparnasse riuniti.
E, dopo tutte le vicissitudini, dopo che la fragile Jeanne si sarà gettata dalla finestra insieme alla creatura che porta in grembo, sarà ancora una volta Elvira – claudicante, afona, sopravvissuta alla prigione e a una condanna a morte – a posare sulla tomba della sfortunata ragazza, come suggello di una vita intera, l’ultimo mazzo di fiori, quello che Amedeo non può più donare alla sua compagna.
Gordiano Lupi, "Miracolo a Piombino"
Miracolo a Piombino
Gordiano Lupi
Historica edizione
2016
Nella vita si è spesso a un bivio e massimamente nell’adolescenza. Marco possedeva tutte le incertezze, i malumori, le crisi tipiche dell’età adolescenziale e la consapevolezza indotta dagli adulti che era arrivato il momento di cambiare rotta. Avviene però che proprio in quel momento si fratturi il dialogo di emozioni e di affettività con i propri genitori e ci si chiuda in se stessi in un indecifrabile mutismo, incapaci di trovare un punto d’incontro.
Forse per questo Marco trovava nei gabbiani del porto degli amici a cui poter idealmente confidare le proprie pene. Proprio come il gabbiano Robert, a cui la vita aveva riservato il dubbio dell’avvenire, l’incertezza di quel che sarebbe stato. Pensieri che questi rimuginava in solitudine lontano dallo stormo degli altri gabbiani impegnati ad essere sempre proni col becco sulla scia dei pescherecci alla ricerca di cibo.
Emerge in tutto il suo valore metaforico il parallelismo tra il giovane Marco e il gabbiano Robert. Spicca il ruolo della memoria, soprattutto in tale momento cruciale della vita, soprattutto quando la Vita, quella del vecchio nonno, sta per avere fine, ma non così le storie da lui narrate al nipote quando costui era piccolo, rimaste impresse nell’animo al punto da farne mezzi con cui ancorarsi al passato contro le intemperie e le incertezze del futuro.
L’unico conforto sempre lui, il gabbiano, reietto e solitario pure lui, a cui confidava i segreti pensieri e il desiderio di imparare a volare, senza però ottenerne risposta, o forse la risposta c’era ma Marco non riusciva a comprenderla. Bisogna adottare lo stesso linguaggio per comprendersi o almeno avere l’animo sgombro da pregiudizi.
In entrambi tuttavia si percepiva il desiderio di un mutamento o forse di una fuga.
Quando ci si sente diversi o quando gli altri sembrano diversi non rimane che la fuga, dalle mode, dall’ovvio, dal conformismo, in una parola la solitudine, e il tentativo al contempo di scoprire realtà altre che diano il senso della libertà, condizione unica per l’autodeterminazione, per poter essere quello che ci si sente di essere. Soprattutto nell’età in cui “niente era chiaro ma tutto era possibile” (pg.44).
Il protagonista dunque anela a null’altro che a fare le scelte, le sue, negli studi, come nella musica, e in genere nella vita secondo le sue inclinazioni.
Un ribelle, dunque, proprio come il gabbiano Robert; insofferente allo stereotipato mondo degli adulti l’uno, come delle regole del vecchio Rudy l’altro.
Il romanzo si snoda lungo una serie di quadri giustapposti che si intersecano e si sovrappongono tra similitudini e metafore nel dedalo di strade, vie, profumi di casa, panchine di fronte al mare, fiori arsi dal sole e dalla salsedine, tra lo scrosciare delle fontane e il frastuono dei pennuti in cerca di cibo, il sibilo lontano della sirena dell’acciaieria e lo sferragliare dei treni sulle rotaie. Eppure tutto questo scenario, registrato con dovizia di particolari annodati dal filo del ricordo, è inadeguato per chi anela a scoprire il senso della vita.
Intanto prende consistenza la fuga dal reale e il perdersi nella lettura dei romanzi di eroi e di malinconia, mentre la mente era lacerata dal rancore verso “una piccola città, bastardo posto” in cui vigeva ancora una situazione di micro feudalesimo clientelare, e il sogno di un mondo altro, lontano, magari di “raggiungere la fine del mondo”.
I rischi, i pericoli sono sempre in agguato quando si cerca di vivere secondo le proprie scelte a riprova che non è possibile recidere i legami col mondo che ci circonda nonostante l’irrefrenabile voglia di solitudine.
Il solo essere nel mondo ci lega al mondo in tutte le sfaccettature e c’è sempre un momento in cui appare evidente l’attrito con la “normalità”, e il dolore di altre fratture, insospettabili, inattese, come la morte della persona amata, come la sua Sara, naturalmente è seguito dal crollo dei sogni e delle speranze. Di qui lo sperdimento, la paura, la tristezza e il rifugio nella memoria come unico stridente conforto.
“Ti nascondo dalle pene del mondo” lo confortava un volto di bambina emerso dal limbo della memoria, provocando una scia di rammarico, persino di rimorso nel suo animo.
E si sentiva profondamente infelice, nonostante non avesse ancora vent’anni.
“Avevo vent’anni, Non permetterò
A nessuno di dire che quella è la più
Bella età della vita”
I versi di Paul Nizan gli martellavano in testa.
Infatti proprio a causa di questo amore che non aveva mantenuto la promessa di vita, il cui ricordo pesava come un macigno, il senso di colpa gli toglieva la serenità facendolo sprofondare in incubi tetri.
Per antitesi il suo Alter ego, il gabbiano, godeva una vera e propria situazione paradisiaca in un mondo neppure tanto diverso da quello che aveva lasciato, sentendosi pienamente realizzato in una diversa dimensione pur ancora raminga e solitaria. Ma altra era la disponibilità verso la vita.
Essere al mondo significa stare nel mondo e non poter eludere gli incontri neppure quelli casuali. I quali a volte si rivelano decisivi e fondamentali, capaci di infrangere la barriera di solitudine ed isolamento, perché due solitudini possono affrontare insieme il futuro, non escludendosi dalla comunità.
Alla fine l’ignoto non era un luogo da conoscere nelle spiagge deserte o tra gli scogli lontani all’orizzonte. Era un grumo nel cuore e un’asfissia dell’anima che andavano risolti in altro modo.
E la gabbianella ne aveva tutto il merito “perché vicina al suo mondo interiore”.
Sicché alla solitudine di prima pian piano va sostituendosi, grazie all’incontro con la compagna, solcata ugualmente da intensi passati dolori, un pensiero d’amore che scaldava l’anima e apriva gli occhi alla vita, al tempo il quale ogni giorno è una conquista da vivere come un dono.
Questo è guardare al futuro: accettare quello che avviene ogni giorno, giorno dopo giorno, nelle nostre vite.
Per antitesi Marco non riesce a liberarsi di un amore appena vagheggiato e già finito, di una febbre d’amore che l’aveva bruciato e di cui ora vegliava le ceneri, del fremito dei baci destinati a rimanere inerti per sempre.
Eppure sente di dover reagire, pena la sua perdizione, comprende che la solitudine non è una gabbia d’oro, è solo una gabbia che rischia di trasformarsi in assenza e fare di lui un assente nella vita.
Non rimaneva dunque che ribellarsi al destino che egli stesso stava tratteggiando. Occorreva uno sforzo d’amore per la vita, uno slancio vitale che significasse speranza e non ripiegamento sul passato, capacità d’amare e non tristezza per un amore perduto. Riuscire a conciliare il passato e il presente, a preparare tramite il presente il futuro, proprio come fosse un miracolo, anche per Robert il gabbiano, per miracolo, fu l’inizio di una svolta di vita e l’abbandono della solitudine.
Tutto ciò per capire che “è inutile cambiar sede se l’anima è malata” (Seneca) e che non esiste mondo migliore di quello in cui sono radicati affetti profondi, antichi, vecchie memorie da custodire perché rivivano in noi e non siano ceneri da contemplare in sterile silenzio.
Dunque ritornare alla terraferma equivaleva rinascere a nuova vita, dato che nuovi erano i sentimenti con cui guardare al già noto.
Pertanto l’isola a cui approdare per rinascere non è lontana da noi, è in noi purché si abbiano occhi tersi per guardare alla vita.
Solo così il passato non è sinonimo di angoscia o di rimpianti e rimorsi ma una fucina a cui attingere con rinnovato esperienza.
La metafora del volo, aspirazione alla conoscenza del noto gabbiano Jonathan Livingston dell’omonimo romanzo di Richard Bach, diventa in questo piccolo ma prezioso romanzo l’epilogo felice che vede in Robert il Maestro, in Marco il discepolo finalmente diventato docile e pronto ad accogliere consigli e insegnamenti, a spezzare la solitudine per ritornare spiritualmente nell’ambiente che l’aveva visto crescere, con consapevole gratitudine, repressa dapprima e quasi odiata a causa di un eccessivo ed egoistico amore di sé, mal interpretato e fonte di altri dolori.
Il volo era iniziato, la libertà si era dischiusa sulle ali di un gabbiano. La nuova vita guardava al futuro.
In conclusione, un romanzo con un importante messaggio, scritto in stile piacevole e scorrevole, quasi fotografico, maggiormente fantasioso nelle pagine in cui protagonista è il gabbiano, ricco di particolari, alquanto eccessivo nelle citazioni, che rischiano di apparire sfoggio erudito.
Notevole il corredo di suggestive fotografie in bianco e nero dell’artista Riccardo Marchionni. Conclude il libro il racconto Il ragazzo di Cobre che affronta, che affonda lo sguardo nella condizione complicata dell’adolescenza in realtà obiettivamente difficili, come quella del terzo mondo.
E su tutto campeggia il grande amore per Piombino.
Adriana Pedicini
AA.VV. "Lavoro Vivo"
LAVORO VIVO
di AA.VV.
Alegre 2012
Pagine: 130, € 14,00
Proporsi di raccontare il mondo del lavoro, quello reale, vivo, vissuto giorno dopo giorno da chi lo fa o lo subisce, attraverso dieci racconti di autori diversi, è un'impresa coraggiosa e quasi disperata. Eppure questo libro, nato da un'idea del compianto Stefano Tassinari insieme alla FIOM di Bologna, ci riesce pienamente. Il che dimostra come autori diversissimi tra loro possano avere un terreno comune e lavorarvi, ognuno nel chiuso della propria stanza, con una perfetta sintonia. Ne esce un mosaico che, pur raccontando storie differenti e collocate in epoche diverse, compone un romanzo sul lavoro di impagabile valore.
Giungla d'appalto, di Gianfranco Bettin, è un racconto amarissimo sui malaffari condotti da ditte specchiate e autorevoli al porto di Marghera, scritto da un autore ben documentato (ha pubblicato tra l'altro Petrolkimiko. Le voci e le storie di un crimine di pace) e nato proprio a Porto Marghera. Un pugno nello stomaco, ma ancora dolce rispetto alle storie che seguono.
Drammatica e senza scampo, la scrittura finissima di Giuseppe Ciarallo scava, in Eqquessaè, in un passato non così lontano come gli anni Sessanta per ricomporre la lunga scia dello sfruttamento in fabbrica, "dove si moriva, ci si ammalava, ci si infortunava, e dalla quale si veniva sbattuti fuori appena non servivi più". L'autore abbandona la graffiante ironia che solitamente lo contraddistingue per immergersi completamente nell'atmosfera cupa delle illusioni spezzate.
New York, 1911: un incendio devasta la fabbrica della Triangle. Maria Rosa Cutrufelli, in Fuoco a Manhattan, racconta i fatti drammatici che portarono all'istituzione dell'8 marzo, e lo fa attraverso le vive voci di tre testimoni. Una scrittura lucida e asciutta per una narrazione drammatica ed equilibrata. Con il merito di ricordarci che l'8 marzo non è una festa dei fiori.
Manovia è la concitata narrazione di un operaio che fabbrica scarpe, orgoglioso del proprio lavoro. Angelo Ferracuti parte dallo sfruttamento e dalle condizioni sul lavoro per arrivare alla famosa livella di Antonio De Curtis.
Senza buccia, di Marcello Fois, racconta la resa al lavoro "in nero, senza garanzie, senza contratto, senza assicurazione" e la voglia, anzi la necessità, di riscatto, anche di fronte a quella maggioranza che china la testa senza mai ribellarsi e ostacolando chi lo vuole fare.
Carlo Lucarelli, in Devo dirti una cosa, rappresenta un classico caso di morte nei cantieri edili, una di quelle morti che ci voleva un niente ad evitare. Ma la sicurezza sul lavoro è solo una regola scritta, non praticata. E la connivenza di chi non vuole perdere la propria occupazione e per questo è disposto a rinunciare a qualsiasi garanzia ne rende impossibile l'applicazione.
No Cap, di Milena Magnani, è una storia di braccianti africani in Salento, sfruttati e ricattati dai caporali di turno; ma è soprattutto la storia di una riscossa, di come l'unione faccia la forza e di come non ci sia una sola ragione valida di abbassare la testa: si ha solo da perdere. Un racconto efficace nonostante qualche momento eccessivamente retorico.
In Ma scrivere è un lavoro? Giampiero Rigosi non sa rispondere alla domanda, e ci mette quindici pagine a farcelo capire. Non sa cosa scrivere, e ci spiega perché; si sente in colpa verso chi fa un lavoro manuale, e ci spiega perché; ma non arriva mai a rispondere, né sa rappresentare efficacemente la fatica, la dedizione e il sudore che richiedono lo scrivere. Viene un dubbio angoscioso: perché sprecare tante pagine per questo racconto insulso, invece di lasciare spazio ad un altro autore, che avesse qualcosa da dire?
Stefano Tassinari sa come nessun altro mettere il dito nella piaga con un racconto struggente, doloroso e mai retorico, scritto col cuore. Il ricordo amaro di un'assenza sa andare a fondo, con lucida amarezza, al crimine delle cosiddette morti bianche: omicidi per profitto e per negligenza. Perché è in atto una guerra, "da una parte gli aggressori e dall'altra chi è costretto soltanto a difendersi, ma a mani nude".
Chiude la raccolta Pezzi di ricambio, di Massimo Viaggi, la commovente testimonianza di un operaio costretto a lavorare per anni in mezzo all'amianto. "Pensi che al centro dell'Officina c'era un posto dove lavoravano gli operai di una ditta in appalto, che dentro a una camera formata con i teloni di cellophane spruzzavano le fiancate delle carrozze di amianto in fiocchi. Sono morti tutti".
Interessanti anche le note finali di Bruno Papignani, che narra la nascita di questa antologia e commenta ogni singolo racconto mettendoci la propria esperienza.
Un libro che sa essere testimonianza anche quando inventa, che non perde quasi mai di mordente e che dovrebbe figurare in tutte le librerie di chi ha una coscienza. Ma dovrebbe essere letto, soprattutto, da chi una coscienza non ce l'ha.
Heiko H. Caimi
Marino Magliani, "Carlos Paz e altre mitologie private"
Marino Magliani
Carlos Paz e altre mitologie private
Amos Edizioni - Euro 15 - Pag. 220
www.amosedizioni.it - info@amosedizioni.it
Marino Magliani è uno degli ultimi narratori classici italiani, romanziere sopraffino che intinge la sua penna delicata e soffusa di malinconia nel sangue che sgorga dalle ferite della vita. Magliani è la sua Liguria di Ponente, gli olivi e i colli riarsi tanto cari a Biamonti, ma anche l'Argentina, il Sudamerica, la Spagna bruciante passione, l'Olanda invernale e cupa. Magliani crea pagine di letteratura dalla sua vita - da sempre il miglior modo di far letteratura - ma non si limita a uno sterile autobiografismo, ché l'esperienza personale è sempre in primo piano ma diventa universale, si trasfigura nel ricordo.
Carlos Paz e altre mitologie private è una preziosa raccolta di racconti, forse tra le cose più riuscite della narrativa di Magliani che - memore della lezione sudamericana e degli autori che traduce - si esprime meglio nella misura breve. Una raccolta divisa in tre sezioni: Rena, Arenaria, Sport liguri e olandesi, composta da quindici racconti di ambientazione a metà strada tra la Liguria e l'Olanda con alcune divagazioni ispaniche.
Il mare è sempre presente come motivo ispiratore ed elemento vitale, sin dalle prime parole della raccolta (da casa sua il mare non si vedeva...), che sia il caldo e accogliente mar Ligure come il freddo e ostile mare olandese. Gli olivi, la terra, il tempo perduto, il tema del ritorno e dell'assenza, la poetica dell'uomo lontano dalle proprie radici che desidera assaporare il profumo di antichi giorni infantili. Le notti di Sorba - quasi un romanzo breve - è la storia più intensa della raccolta, quella in cui la poetica proustiana si fa più evidente, ma tutta l'opera è ad alti livelli, scritta con stile personale con sentori di Biamonti, Pavese e Tozzi.
Ottima confezione editoriale, come tradizione di Amos, piccolo editore di qualità, artigiano appassionato della vera letteratura.
Bram Stoker, "Dracula"
Forse se Abraham (Bram) Stoker (1847 – 1912) non avesse sofferto di un’infermità che lo costrinse a letto fino agli otto anni, i temi del sonno senza fine e della resurrezione dal mondo dei morti non avrebbero tanto infiammato la sua fantasia. La guarigione miracolosa, la ripresa fisica di cui fu protagonista, capace di trasformare un infermo in un atleta, ha molto in comune col mito del vampiro che, attraverso il sangue, ringiovanisce, rigenera i propri tessuti, inverte il corso della natura.
Nato a Clontarf, in Irlanda - già terra di folletti e di banshee –Bram Stoker si laureò in matematica al Trinity College e fu critico teatrale per The Evening Mail. Sposò Florence Balcombe, per qualche tempo corteggiata anche da Oscar Wilde, dalla quale ebbe un unico figlio. Coltivò amicizie importanti con Arthur Conan Doyle, con il pittore preraffaellita Whistler, ed una, strettissima, con l’attore Henry Irving di cui fu segretario. Fin troppo facili le allusioni, certo è che il mito del vampiro si è sempre collocato in quell’aura di sessualità deviata, che va dalla pedofilia> - si pensi ai bambini di cui si nutre Lucy Westenra e alla vampirizzazione di Claudia in Intervista col Vampiro - alla necrofilia, ma sempre in una prospettiva di decolpevolizzazione, depenalizzazione dell’atto erotico. Da Bram Stoker ad Anne Rice, giù giù fino a buona parte della saga di Stephenie Meyer, il sesso diventa orale, si fa dalla cintola in su, in una voluttà che, oltre al piacere estremo, sovrumano, fornisce conoscenza, vita eterna, sapienza, bellezza. Almeno fino a quando Bella Swan e Edward Cullen non decidono che si può provare anche a consumare il matrimonio, generando una piccola ibrida umana - vampira.
Il manoscritto di Dracula circolava già fra la cerchia degli amici di Stoker nel 1890 ma fu pubblicato solo nel 1897, dopo sette anni di studi approfonditi sulla cultura e sulle credenze dei Balcani. Il romanzo si situa in una tradizione sia antecedente che posteriore, fa da spartiacque, da pietra miliare. Si collega a Goethe, a The Vampyre di Polidortrong>i, alle opere di Ann Radcliffe, di M</strong>onk Lewis, di Maturint
Le atmosfere sono cupe e oscure ma il tono è impiegatizio. Non bisogna dimenticare che il più famoso romanzo gotico è stato scritto dall’autore di I doveri degli impiegati nelle udienze per i reati minori in Irlanda. La lingua è appesantita da un’assillante cura del dettaglio e da un’eccessiva ripetitività dei termini. L’autore si dilunga per farci riflettere, l’imperfezione linguistica crea un senso di verità, di ansia crescente e anche di modernità inconsueta per l’epoca.
Ma quello che conta è la creazione di un personaggio mitico e archetipico. I personaggi minori non sono ben caratterizzati, solo Dracula spicca. Il vampiro è il male, è l’ignoto che si cela nella vita di ogni giorno e dentro di noi ma è anche l’eroe romantico byronico e satanico. Così come Lord Ruthven di Polidori s’ispirava proprio alla femminea, inquietante e diabolica figura di Byron, così come i moderni vampiri di Anne Rice – Louis, Lestat, Armand e la bambina Claudia, bambola immortale fissata in un’eterna immagine puerile - saranno circondati da un alone romantico, di malinconia, di disperazione senza confini, di eterno bisogno di redenzione mai soddisfatto, anche il conte Dracula è avvolto da un alone di solitudine e dolore. La stessa emarginazione e cupio dissolvi del mostro creato da Victor Frankestein.
“Io non cerco né gaiezza né allegria, né la voluttuosa luminosità della luce dl sole e delle acque scintillanti che tanto piacciono a chi è giovane e gaio. Io non sono più giovane. E al mio cuore, logorato dagli anni di lutto per i miei morti, poco si confà la gaiezza. E poi, i muri del mio castello si stanno disfacendo; molte sono le ombre, e il vento soffia freddo attraverso le merlature e le finestre infrante. Io amo l’oscurità e le ombre, e per quanto possibile vorrei restar solo con i miei pensieri.”
Il vampiro di Stoker, però, si discosta da quello di Polidori pur conservandone la malinconia aristocratica. Viene accentuato il legame con gli animali e le forze della natura, in particolare col lupo, legame che verrà poi ripreso dalla Meyer nella dicotomia vampiro Edward/ licantropo Jacob.
Il conte Dracula morirà per mano di Van Helsing e Jonathan Harker e la sua morte significherà espiazione. Il medesimo riscatto che, nel bellissimo film di Coppola, Dracula riceverà da Mina, reincarnazione della sua donna perduta. Il film, infatti, più che mai pone l’accento sul connubio amore e morte, eros e thanatos, così caro alle atmosfere romantiche e decadenti.
“Quel che mi consolerà finché vivrò è stato scorgere sul suo volto, proprio nel momento della dissoluzione finale, un’espressione di pace che mai avrei immaginato di poter vedere.”
Più che di opera letteraria vera e propria, possiamo parlare di mito, di archetipo che attraversa la tradizione, sia arricchisce, muta e, insieme, si fissa, a ogni riscrittura, a ogni adattamento cinematografico o teatrale. Le atmosfere sono le stesse, haunted and ghosted, rintracciabili in Emily Brönte, con le brughiere dello Yorkshire che si trasformano nei dirupi innevati dei Carpazi.
"Ben presto ci siamo trovati racchiusi tra gli alberi, che in alcuni punti s’incrociavano ad arco sulla strada, tanto che pareva di passare in una galleria. Ancora una volta, grosse rocce si piegavano accigliate su di noi, scortandoci burbere a destra e a sinistra. Benché fossimo al riparo, sentivo il vento levarsi, gemeva e fischiava tra le rocce, e i rami degli alberi si scontravano tra loro al nostro passaggio. Si faceva sempre più freddo, e una neve impalpabile ha cominciato a cadere, ben presto noi stessi, e tutto intorno a noi, siamo stati ricoperti d’un bianco manto. Il vento penetrante ancora trasportava l’ululato dei cani, che tuttavia si faceva sempre più debole, man mano che procedevamo nel nostro cammino. Il verso dei lupi risuonava sempre più vicino, come se ci stessero accerchiando."
A ogni luogo (il castello del conte, la casa di Lucy Westenra, Carfax) corrisponde un’uccisione. La morte di Lucy, vittima innocente e inconsapevole, fa da discriminante fra chi è ignaro, e quindi in balia del male, e chi lo conosce per poterlo combattere. Lucy è il prototipo decadente dell’innocenza violata, della purezza corrotta, del fiore sgualcito dal profumo sottilmente erotico e proibito. Mina non è molto diversa nel libro ma acquista più spessore e valenza romantica nel film di Coppola, incarnando l’amore che va oltre la morte, diventando strumento attraverso cui opera la Provvidenza.
La struttura della narrazione sfrutta la forma epistolare ma non solo, utilizzando, oltre alle lettere, anche telegrammi e articoli di giornale, in un gioco di sfaccettature già molto moderno. L’io narrante è multiplo.
“Il racconto, dunque, non è fatto per voce di un unico narratore, ma di molti, e questi non hanno come solo referente un ipotetico lettore, bensì di volta in volta se stessi (attraverso il diario, sorta di ripensamento e fissazione degli eventi), un altro personaggio (attraverso la lettura dei diari altrui e tramite lo scambio di lettere e telegrammi) e solo in ultima istanza il lettore che, come un accidentale spettatore o testimone, indirettamente viene a conoscenza degli eventi.” (Paola Faini)
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Riferimenti
Riccardo Reim Introduzione a Stoker Dracula, Newton Compton, 1993, 2006
Paola Faini, Prefazione a Stoker Dracula, Newton Compton, 1993, 2006
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