recensioni
Domenico Vecchioni, "Raul Castro, il Rivoluzionario Conservatore"
Domenico Vecchioni ha appena pubblicato la nuova edizione della sua biografia di Raul Castro, aggiornata agli eventi che hanno portato alla normalizzazione dei rapporti USA/Cuba (17 dicembre 2014), dopo cinquant’anni di rottura delle relazioni diplomatiche (Raul Castro, il Rivoluzionario Conservatore, Greco e Greco editori, 210 pagine, 12 euro).
L’autore affronta in particolare il quesito che tutti gli osservatori si sono posti: l’apertura americana ha beneficiato il regime castrista o ha schiuso prospettive di evoluzione democratica del paese a favore del popolo cubano?
Secondo Vecchioni, che è stato ambasciatore d’Italia all’Avana dal 2005 al 2009, per il momento il principale beneficiario della nuova politica di Washington è stato unicamente Raul Castro, che ha raggiunto tutti i suoi obiettivi senza nulla concedere il cambio. Niente in effetti è cambiato nella sua strategia tesa a correggere gli errori e gli eccessi del regime per poterlo preservare, non certo per abbatterlo. Quindi ben vengano le riforme economiche e le aperture internazionali, purché non intacchino le strutture e le gerarchie “rivoluzionarie”. Cuba rimane il paese del partito unico, del sindacato unico, del pensiero unico, del Capo unico: in sostanza una dittatura.
Sarà in ogni caso interessante, comunque la si pensi, conoscere un po’ più da vicino, Raul Castro, un personaggio alquanto enigmatico, forse meno carismatico del mitico fratello Fidel, che però ha imparato alla perfezione i meccanismi per acquisire e, soprattutto, per conservare il potere assoluto.
ACCIAIO CONTRO ACCIAIO di Israel Singer
Ho preso questo romanzo perché sono appassionato di Grande Guerra e di letteratura ebraica dell'Europa orientale. Il fratello dell'autore, Isaak, fu Nobel per la letteratura nel 1978.
Il protagonista dell’opera, il giovane Lerner, si muove nella Varsavia abbandonata dai russi e occupata dai tedeschi durante il primo conflitto mondiale; il mondo della città è quello dei bassifondi resi ancora più cupi e disperati dalla guerra. Vediamo disertori, prostitute, prigionieri di guerra, lavoratori coatti, occupanti tedeschi che affamano e opprimono nei cantieri della città in cui una umanità litigiosa si accalca. Sono scenari durissimi che fanno pensare alla Varsavia dei primi anni 40.
Lerner per resistere sa che deve opporre acciaio all'acciaio; ossia deve trovare in sé forze enormi per resistere alla violenza quotidiana. Solo la sua umanità e il suo carattere gli danno risorse. Sembra un Barry Lindon che passa di peripezia in peripezia, ma senza opportunismo e furbizia. Sia nel cantiere organizzato dai tedeschi, sia nella comunità dove il giovane, con l'aiuto di un ricco amico ebreo, cerca di offrire una risposta ai bisogni della popolazione (vittima di malattie e povertà), tutti litigano e fanno il proprio interesse. Lerner capisce che solo il pugno di ferro può obbligare la gente a piegare il proprio bieco e meschino individualismo. Quasi nessuno infatti si salva tra i tanti personaggi, devastati dalla nullità morale imposta dalla guerra e dalle sue conseguenze. Pur essendo una fase politicamente feconda, con la Rivoluzione Russa sul punto di scoppiare, i dibattiti tra i personaggi sono ideologicamente molto semplici. Tutto è visto dal basso, in modo istintivo, viscerale, con disperazione ed entusiasmo che si avvicendano. Lo stesso protagonista non ha una impostazione politica approfondita; la sua umanità e la sua tempra sono quanto viene evidenziato. Perciò il romanzo si legge rapidamente, facendosi apprezzare per il ritmo e l’intensità più che per i contenuti; è soprattutto un grande romanzo di azione, impreziosito da pagine iniziali di grande impatto in cui il lettore ha l’impressione di accompagnare Lerner nel caos delle strade di Varsavia. La forza drammatica del racconto si accompagna quindi a una grande agilità narrativa e di intreccio. Questo aspetto può forse deludere chi si aspettava un romanzo più profondo.
Mirko Tondi, "Nessun cactus da queste parti"
Nessun cactus da queste parti
Mirko Tondi
Edizioni Il Foglio, 2016
pp 144
12,00
“Mi disse che aveva per la testa un’idea sensazionale, davvero un portento; a dire il vero non c’entrava molto con Conrad, ma poteva considerala la sua personale risalita del fiume dopo un tuffo nella follia umana: un romanzo noir umoristico ambientato nel futuro. Cosa? Ma che stava tentando di dirmi? Forse che aveva mescolato i generi e dissacrato roba alla Chandler, alla Hammet, alla Spillane per farne un minestrone di risate e veicoli fluttuanti nell’aria?” (pag 110)
Se mai c’è stata, nella metanarrativa, un’autodefinizione della propria opera, questa di Mirko Tondi sul suo romanzo distopico Nessun cactus da queste parti, ne è l’esempio più fulgido. L’opera è esilarante, scritta molto bene, un rompicapo di specchi e rimandi a smontare e rimontare generi letterari, dalla fantascienza al noir.
Il protagonista si chiama Conrad, ma il suo nome arriverà solo alla fine e sarà un nome carico di significati letterari. Di professione fa il detective, proprio quello tradizionale con impermeabile, Borsalino e pistola infilata nel retro dei pantaloni. Vive, però, non nella Chicago degli anni trenta, ma a Porto Rens, ovvero ciò in cui si trasformerà New Orleans nel futuro, una città putrida e derelitta, via di mezzo fra Gotham City e la Los Angeles di Blade Runner. In esattamente cento anni da oggi i mutamenti climatici avranno sommerso le terre, le guerre ridisegnato la geopolitica del pianeta, la droga sarà diventata legale e la malavita avrà preso ufficialmente il posto della politica. L’aria di Porto Rens è sporca, il Mississippi è una fogna a cielo aperto, la gente vive di espedienti, la tecnologia è ritornata a livelli preindustriali.
Tutto è visto con uno sguardo sarcastico e deformante. Il noir e la fantascienza si mescolano: da una parte bassifondi, detective alcolizzati e dark ladies, dall’altra viaggi nel tempo e realtà post tecnologiche.
Il protagonista indaga su un ladro di nomi che si sposta fra presente (cioè futuro) e passato, è innamorato di una donna che lo ha lasciato, non ha amici ed è alcolizzato. Forse la parte più riuscita del libro è proprio la rappresentazione, realistica e ironica insieme, della personalità di un alcolista, del suo amore- odio per la bottiglia, degli effetti dell’alcol sul suo corpo e della lotta per disintossicarsi. Mi viene in mente, a questo proposito, Shantaram di Gregory David Roberts. Oltre ciò, colpisce senz’altro la resa del mondo futuro, tratteggiata con stile divertente ma non scevra di competenze storiche, geografiche, climatiche, musicali e intellettuali.
Oltre alla mescolanza di generi, spicca l’interesse dell’autore per la Letteratura, quella con la Elle maiuscola, in particolare il Bardo, cioè Shakespeare, a riprova dell’importanza fondamentale della parola. Per certe religioni è il nome, il Verbo, a dare sostanza e realtà alle cose, e il ladro inseguito dal drago di Porto Rens è, appunto, un ladro di nomi. Nel futuro, anche la toponomastica subisce una trasformazione che, da vezzo modaiolo, va di pari passo con l’alterazione fisica, con il degrado e l’imbruttimento delle località.
Il libro ha il difetto di avere una trama bislacca e di concludersi in modo affrettato ma siamo sicuri che ciò non faccia parte del gioco di straniamento, spiazzamento e ribaltamento dei cliché? Mirko Tondi è appassionato di narrativa e poesia e sembra da una parte inchinarsi alla letteratura e dall’altra sbeffeggiarla, mescolandola ad altri mezzi, come la musica, il cinema di genere, il fumetto; pratica, questa, molto in voga fra i giovani autori, in una commistione fra alto e basso che personalmente trovo interessante e vicina al mio modo di sentire e d’intendere la cultura
Carlo Cipparrone "Betocchi, il vetturale di Cosenza e i poeti calabresi"
Carlo Cipparrone
Betocchi, il vetturale di Cosenza e i poeti calabresi
Edizioni Orizzonti Meridionali - Pag. 132 – Euro 12
Carlo Cipparrone scrive un ispirato ricordo di Carlo Betocchi, poeta conosciuto nella sua Cosenza molti anni fa, quando lui era soltanto un aspirante poeta in cerca di consigli e voleva entrare in sintonia con un grande autore della nostra letteratura. La parte più affascinante del libro vede la riproduzione de Il vetturale di Cosenza di Carlo Betocchi (contenuta ne L’estate di San Martino, Mondadori 1961), pubblicata su concessione della casa editrice milanese, che ripercorre le emozioni suscitate nel poeta dal viaggio in terra calabrese. Altrettanto interessante Betocchi (e la comune strada), lirica ispirata e sentita, composta da Cipparrone in ricordo del poeta e del loro incontro, che rievoca la nascita di un’amicizia e gli scambi epistolari, le confidenze, gli incentivi a continuare e a pubblicare liriche, ricevuti dal poeta.
Il libro è corredato da lettere e cartoline postali - non le fredde mail dei nostri giorni - che Betocchi e Cipparrone si sono scambiate nel corso degli anni, vero e proprio monumento alla disponibilità e all’altruismo di un uomo che non pensava soltanto alla sua arte ma trovava il tempo per leggere manoscritti e non mancava di dare consigli ai giovani poeti. Interessante la parte in cui Betocchi fa capire a Cipparrone che per scrivere poesia non è necessario aver compiuto studi classici, perché la lirica è soprattutto tecnica e - a suo parere - mestieri diversi possono coesistere. Betocchi porta se stesso come esempio, geometra impegnato nei cantieri, ma anche i colleghi Quasimodo, Lisi, Bargellini e gli ingegneri Gadda, Sinisgalli e Vittorini.
Ne vien fuori un bel ritratto di Betocchi, sobrio nel mangiare, attento a curare la sua ulcera gastrica, prodigo di consigli, curioso mentre visita una terra sconosciuta e chiede di leggere autori promettenti.
Carlo Cipparrone conclude un libro interessante con una breve antologia di poeti calabresi: Lorenzo Calogero, Nerio Nunziata, Ermelinda Oliva, Gilda Trisolini, Silvio Vetere. Un solo appunto. Non sarebbe stata di troppo una piccola antologia contenente i versi degli autori citati, perché del solo Nunziata possiamo leggere alcuni passi ispirati, mentre gli altri restano ingabbiati in una sterile biografia con elencazione di titoli. Sarà per la prossima edizione aggiornata.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Cipparrone Carlo - Betocchi il vetturale di Cosenza e i poeti calabresi
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Tom Rob Smith, "Bambino 44"
Bambino 44 è il primo lavoro di Tom Rob Smith, un romanzo avvincente, durante la cui lettura ci si cala nell'atmosfera della Russia gelida e illiberale del 1953, in pieno totalitarismo staliniano. Un paese che doveva essere perfetto, un vero paradiso, ragion per cui nemmeno i serial killer erano riconosciuti tali poiché “in paradiso ci non ci sono crimini”. Questo il ritornello che si sentiva ripetere Leo Stepanovic Dimidov, eroe di guerra prima e ufficiale dell'MGB poi, che aveva servito la patria fedelmente e aveva sempre eseguito scrupolosamente gli ordini del Partito. Quando si trova a indagare sulla morte di un bambino, figlio dell'amico e compagno d'armi Fedor, morte dichiarata dai suoi superiori un tragico incidente, capisce che si tratta di una brutta storia, non si accontenta di falsi colpevoli e continuerà a fare ricerche sfidando gli ordini superiori e subendo le ritorsioni del sistema.
Divenuto egli stesso preda, si troverà a fuggire, a nascondersi per salvare la moglie bersaglio del partito in una lotta all'ultimo respiro contro tutti e contro il tempo. Un'incalzante serie di avvenimenti sveleranno un uomo apparentemente duro, che in realtà crede nell'amore, nell'amicizia, che non può più obbedire ciecamente ai dettami di partito quando si rende conto che si creano meccanismi sbagliati per costruire falsi colpevoli, reietti che resteranno tali anche quando viene scoperta la loro innocenza.
Così si metterà di traverso e, a causa della sua ribellione, verrà degradato, subendo esilio e umiliazioni. Perderà tutto, ma ritroverà la moglie, con la quale aveva in precedenza un rapporto difficile, che lo aiuterà a ricostruire i passi dell'assassino, mutilatore di bambini, riscoprendo se stesso e le falle di quell'apparato in cui aveva creduto.
Un buon romanzo, ben scritto e ricco di spunti storici, Bambino 44, si gusta pagina dopo pagina, si assapora la suspence di una vicenda appassionante, si scopre l'istantanea di una società misconosciuta, spesso esaltata come il paradiso della classe operaia, ma dove la realtà era ben diversa, a causa di un regime del terrore che creava vittime innocenti e negava le vittime vere, sostenendo che in una società perfetta tutti erano felici e la criminalità non poteva esistere.
Il romanzo è ispirato alla storia di Andrei Cikatilo, il mostro di Rostov, che aveva ucciso 53 persone e fece scalpore negli anni 80-90 poiché la polizia russa continuava a negarne l’esistenza e a lasciarselo sfuggire. Dal libro è stato tratto un film di genere thriller, per la regia di Daniel Espinosa, uscito nelle sale italiane nell'aprile 2015.
V.Tedeschi, "La mia napoletanità"
La mia napoletanità
V. Tedeschi
Loffredo Editore
Spesso si dice che la poesia disveli la storia di un’anima e che grazie alla poesia la vita appaia più affascinante o almeno più accettabile.
Poesia infatti è innanzitutto un modo di essere e di sentire, riscontrabile in persone che, dotate di enorme sensibilità e conoscendo i travagli dell’esistenza, vedono in essa ‘na manera pe’ tirà a campà.
Ecco l’incipit del corposo volume di poesie di Vincenzo Tedeschi, nato nell’entroterra sannita, già Medico Ginecologo e Professore di chirurgia ginecologica presso l’Università Federico II di Napoli. Quasi una dichiarazione di poetica quella che risulta nella poesia “Addédeca” con cui anche onora i suoi debiti di gratitudine verso chi lo ha spinto a scrivere.
Di poi l’Autore srotola il nastro dell’esistenza ricordando il momento della nascita, la gioia del nonno paterno nel contemplare lui, primo nipotino,
nu mpilo chiattulillo ma carillo/… ‘o primo nepuscello e mascullillo (‘O nomme mio),
e quindi i ricordi della famiglia in erba, del fratello e della sorella, della mamma di cui, con somma emozione, ricorda la malattia con un linguaggio ricco di immagini rese con termini dialettali scolpiti nel verso come incisioni in antico legno.
papa puveriello era abbeluto/…ieva appuranno/…..pure ‘nu zinno/ ch se puteva fà pe’ chella freva. (Mamma mia)
E ancora, del padre ricorda la stima da tutti riconosciuta di uomo onesto, di grande cultura e nobile impegno nelle istituzioni scolastiche, ma per un figlio il padre è solo padre, porto sicuro nelle difficoltà della vita, anche quando giunge l’età delle certezze.
Puteva abbonì ca me vedeva/ ‘nu poco ‘e cchiù apprenziunàto/ era ’isso ca me scanagliava/ e ‘o rummèdio subeto truvato. (Papà mio)
Si verifica dunque nelle poesie di Tedeschi la relazione tra arte e vita, tra individuo e storia famigliare, sociale, politica.
Evidente è il tono lirico in poesie che rivelano stati d’animo, rievocano il vissuto, ridestano personaggi della sua infanzia e della sua giovinezza: oltre i genitori, la sorella, il caro fratello Luigi morto prematuramente, la sua compagna di vita.
‘E vvoce d’’a casa, poesia il cui titolo evoca l’arte di Eduardo, esprime appunto la dolcezza del nido famigliare dove l’amore e la concordia mettono al riparo da qualunque timore, ma è anche un prezioso documento di vita che testimonia i disagi della guerra e le difficoltà del dopoguerra.
Venett’ ‘a guerra e ‘mpilo se mangiava…
Addò steva papà nun s’assapeva….
…‘a guerra s’atturnaie/ ma p’ ‘isso ‘o mmale nun fenette…
E infine la perdita delle persone care, momento di solitudine sia per chi resta, sia per chi sta morendo, nonché di incapacità di comunicare, impossibilità di scambiarsi i ruoli per amore.
Pe’ nuie addavero ‘nu trummiento/ quanno steva murenne mamma mia.
Notiamo in esse un linguaggio dialettale complesso che rimanda a tempi lontani (ben sono riportate le traduzioni dei termini più inusitati), metafore dense di allusioni psicologiche, sintagmi di amara nudità che disegnano l’arco della giovinezza, le prime pene, le difficoltà famigliari dalla dolcezza ritmata che ricordano G. Lorca (A mio padre) o immagini che dicono più delle parole l’intensità del sentimento. Non il languore romantico ma l’analisi sincera quasi impietosa degli affetti, nell’oscillare dei ricordi, dei contrasti, nella ricerca della verità nei rapporti affettivi. E poi l’abbandono sentimentale che è quasi estasi se la piccola “nepuscièlla” con le sue tenere carezze gli si stringe al collo, facendogli capire che questo è l’amore vero, puro, incontaminato.
è proprio chello ca se chiamma ammore. (A Carola)
Diverse altre poesie sono dedicate alla nipotina durante la crescita, con la tenerezza e l’entusiasmo di un nonno che dinanzi alla vita che germoglia, nonostante i lunghi anni di professione o forse grazie ad essi, non ha mai perso lo stupore proprio del miracolo. In queste poesie allora l’affetto e la gioia diventano emozioni che fanno vibrare i versi letteralmente, perché la narrazione poetica procede intensamente tra allitterazioni, anafore, rime alternate e altri procedimenti retorici.
nun ve pensate ca so’sciut’e mente (Pe’ Caroletta)
L’amore però è anche memoria-nostalgia di una dimensione di vita che si riconosce sull’orlo dell’estinzione, almeno come quotidianità, si traduce in costante ispirazione che sui binari della parola poetica emigra per scoprire il passato e dare un senso al presente.
Infatti, nei periodici ritorni al suo paese natìo, lasciando le nuvole asfissianti della città, recupera se non fisicamente almeno nel ricordo volti e personaggi che hanno costellato la sua esistenza: L’arciprete scienziato, Salvatore l’inventore, la figlia adottiva, ‘O pàrturo, Ciccillo, ma anche personaggi e situazioni caratterizzanti la metropoli partenopea come ‘A vammana d’’o quartiere, ‘O professore ‘è mannulino, Rafèle,’A malafemmena, le cui vite danno origine nei versi del Poeta a delle vere e proprie pitture impressionistiche. Difficile e lungo sarebbe riportare il lessico poetico che incide sulla pagina le sfumature del destino, della miseria, della pena di vivere, ma anche del coraggio e della forza d’animo.
Silenzio e solitudine come spazio semantico e spirituale in cui pervenire al coraggio della parola che scava e registra l’effimero che ci sovrasta, l’egoismo che ci inaridisce, la disonestà che ci rovina, e denunciarlo con virile tristezza. Tristezza che con costante fiducia s’innesta alla speranza.
..Che ghiè ‘a vita?....’a nasceta nisciuno ‘o po’ sapè…(‘A vita)
L’antidoto alla miseria consiste nell’onestà, virtù difficile da praticare
Si ‘a gente fosse aunesta, chesta vita sarrìa ‘nu Paraviso (‘A vita)
Si cagnarrà ‘a museca nn’’o saccio….ogni iuorno ‘nu penziero ‘o faccio che sul’a speranza ce rummane. (‘A vita)
Il volume, ricco di tante altre sfaccettature, va concludendosi con due poesie, tra le altre, che testimoniano la necessità atavica di tornare a “bagnarsi”, quasi fossero acqua lustrale, nelle atmosfere del paese natìo, in cui i ricordi affiorano, la bellezza viene scoperta più dignitosa, l’abbraccio dell’animo riconoscente stringe l’albero della famiglia che in quelle terre ha radicato, trasmettendo i valori fondamentali sui quali poggia un’esistenza ricca di impegno e di passione.
Paiese mio addò affunna ‘a ràdeca chella forte d’ ‘a fameglia mia... (‘O paiese mio)
Un volume dunque interessante per la vita che contiene osservata, narrata, approfondita, per la carrellata di personaggi, davvero tanti, che si caratterizzano per la loro tipicità, per gli affetti, i sentimenti d’amore e d’amicizia tratteggiati con tanta tenerezza; un volume interessante per la qualità del lessico partenopeo, per la cura della costruzione del verso, per la veste dignitosa di ogni strofa, infine per le numerosissime sorprese di una lingua che evoca la ricchezza e la stringatezza a un tempo delle lingue classiche, greco e latino. Proprio per tale ricchezza il volume meriterebbe una più approfondita esegesi linguistica.
Un esempio di latinismo stupendo: Me sunnai aiere albante iuorno (‘Ll’abballo). Un costrutto latino (ablativo assoluto) che sulla bocca dei paesani suonava forse grossolano, ma che il Prof. Tedeschi ha saputo innalzare a dignità letteraria.
Pia Pera, "Al giardino non l'ho ancora detto"

Al giardino ancora non l'ho detto
Pia Pera
Ponte alle Grazie, 2016 “Quello che provo adesso è questo: nulla di esterno mi potrà aiutare. Se una guarigione arriverà, sarà da dentro me stessa. Dal mio riuscire o meno a riparare la radice. Sento che la mia è una malattia spirituale. Nasce da un errore. Ho perso i piedi quando ho imboccato la strada sbagliata.”
Storia di passi in un giardino e in un corpo. Fuori da entrambi, a tratti, dentro i percorsi di cambiamento e di crescita che certi momenti della vita pongono di fronte a chiunque si guardi con speranza e non con rassegnazione. In un diario intenso e coinvolgente, segnato dai colori della terra e dal profumo di un giardino variopinto e vitale, Pia Pera prende per mano il lettore e lo accompagna attraverso le trasformazioni del suo corpo toccato dalla malattia. Un libro intenso, per nulla toccato dall’autocommiserazione, ma ricco dell’energia saggia e lenta che chi conosce le piante e ne apprezza il ritmo naturale ed abbandonato può cogliere in pienezza. L’esperienza dell’autrice è quella di chi si trova a lottare con un avversario vincente in partenza, che nel suo caso ha il nome di una sigla terribile: la Sla, acronimo di Sclerosi laterale multipla. Un nemico che paralizza gradualmente dal basso, distrugge tutto quel trova, ma lascia intatta la lucidità mentale. Una lucidità che deve confrontarsi con la mancanza di cure.
“Se all’inizio mi prendevo cura del giardino, adesso debbo prendermi cura di me stessa. Il tempo prima impiegato potando, zappando, falciando, adesso mi viene rubato dalle cure. Quasi fossi diventata io il giardino”.
Ecco dunque che l’autrice ci accompagna con passo intenso e intelligente alla trasformazione dell’immagine di sé portata dal morbo che la affligge, riletta ed affiancata al suo tenere il ritmo delle stagioni, quasi che il giardino, custodendo la ciclicità della vita, rinnovi anche la sua. Un testo da gustare passo passo, adattissimo a chi unisce la passione per i meandri dell’animo umano all’amore per il giardinaggio, in una dimensione di equilibrio fra spiritualità e concretezza.
Ubaldo De Robertis, "L'epigono di Magellano"
L’epigono di Magellano è un gran libro. Iniziamo dal linguaggio: pieno d’ironia, brillante, inaspettato e compresso, a tratti anche fiabesco. Lo stile di Ubaldo De Robertis convince subito e serve da esempio ai tanti scrittori che oggi cercano di farsi strada nell’affollato mondo della narrativa contemporanea, ma serve anche da elisir di piacere per i lettori che hanno dimenticato che oggi si può leggere qualcosa di diverso. L’autore è un poeta, e si vede nelle descrizioni, nei dialoghi, nelle situazioni che narra: “Lassù, oltre il crinale di ulivi, l’assalto di rovi e cespugli. Le ombre penetrano il bosco, divorano i colori; rimane l’odore del muschio asservito alle rocce, ai tronchi più vecchi e cadenti…”. Questa qualità è mantenuta in tutte le pagine e l’opera vanta un ritmo fortemente lirico e musicale. Anche nelle situazioni comiche, che non sono poche.
L’originalità, tratto principale di quest’opera, sta nel partire da una trama apparentemente insignificante, trasformando ogni minimo evento in una fonte di arricchimento sia lirico che di pensiero. La trama, comunque, a un certo punto esplode e si dipana come un filo di Arianna in un labirinto, guidando il lettore verso la soluzione della stessa, che ci mette in pace con quella parte di noi che borbotta, sbuffa, tentenna e brontola sempre. In pace, direi, temporanea, perché quella parte rimane pur sempre un nodo irrisolto di un uomo che si vuole irrisolto per essere in qualche modo felicemente in pace con se stesso. Quindi essere in pace non porta la pace, semmai soffoca il brontolio, che alla fine ci piace e ci permette di identificarci nel personaggio che ci fa da specchio.
La narrazione è in prima persona. Il protagonista, Mike, un ricercatore di fisica che si vuole scrittore, ha un gattone, Magellano, che osserva il mondo dai suoi vispi occhietti, diventando alter ego del protagonista, riuscendo là dove Mike fallisce, essendo migliore degli uomini in generale. Comparte il loro spazio vitale Camilla, la correttrice di bozze, che odia il gatto e che ha sempre una battuta acida pronta per partire come un fendente verso il suo datore di manoscritti nonché padron di casa. Le donne del romanzo, oltre Camilla, sono Margherita, amante dello scrittore, e Ottavia, donna di mezza età esperta di astrologia. Altro personaggio chiave è Marco, farmacista e amico per la pelle, ed è proprio con lui che si verificano le situazioni più esilaranti. La trama ha un punto di svolta quando muore Magellano, il gatto tricolore, grasso e saccente, e Mike, vedendosi costretto ad affrontare la vita da solo, rimette a posto i tasselli del suo rompicapo, grazie alla grandezza e alla saggezza delle sue amiche, donne, meravigliose donne che hanno una marcia in più, e che per dimostrarlo non hanno bisogno di superpoteri, ma di gesti minimi, di parole, di dignità.
Aleggia in tutto il libro Bulgakov, con il suo Il maestro e Margherita, che riesce a riportare il lettore verso veri riferimenti letterari, non certo sceneggiati di prima serata della TV. Troppi libri, infatti, oggi ricalcano ritmi e stilemi da sceneggiatura, come se la nostra letteratura, invece di essere guida, fosse trainata costantemente dalle tendenze della moda. L’autore dimostra che per fare un buon libro, oggi, non è necessario emulare linguaggi cinematografici, e grazie al suo stile e alla sua capacità descrittiva dell’animo umano, propone un romanzo di grandissimo pregio, partendo da spunti di vita quotidiana e restituendoli con cipiglio narrativo, preda di descrizioni poetiche, trasformandoli in grandi cose. Si sa, del resto, le grandi cose, quando le fai, non sai cosa sono, e cominciano piccole.
Claudio Fiorentini
Lucio Sandon, "Il trentottesimo elefante."
IL TRENTOTTESIMO ELEFANTE
LUCIO SANDON
Tre storie che si sviluppano parallelamente e in modi diversi: un ufficiale di polizia penitenziaria, un medico in Afghanistan e Amilcare, il figlio minore di Annibale. La prima storia diventa un giallo mistico-investigativo che giustifica la narrazione delle altre due, la seconda storia è invece un ottimo racconto ambientato in Afghanistan ai tempi dei talebani, e la terza, invece, è il tronco del libro, la colonna portante, la parte più sostanziosa e impegnativa, a tutti gli effetti un romanzo storico di grande pregio che scava nella realtà di un viaggio e una guerra lontanissimi nel tempo. Tre storie, quindi, lontane tra loro, ma vicine e connesse grazie a un misterioso oggetto, una sorta di croce a forma di buco di serratura, un amuleto che rappresenta il simbolo di Tanit, la dea della morte dei cartaginesi. Il libro, che alla fine si rivela un mélange di romanzo storico e thriller contemporaneo, parte infatti dai ritrovamento accidentale di quest’oggetto. Il protagonista, Angelo, di servizio a Poggioreale, si trova ad affrontare una fase della vita in cui le motivazioni sono scarse. Il caso lo costringe a rivoluzionare la sua esistenza e diventa un ignaro prescelto quando, dopo aver comprato un bidet per la ristrutturazione del bagno di casa, cominciano le sue sventure, come se quel pesante oggetto fosse portatore di sfortune e di disgrazie. In realtà quell’innocuo sanitario contiene un antico amuleto, un oggetto insignificante che sembra vivo e che sembra voler tracciare una strada all’ignaro possessore affinché i disegni del destino siano adempiuti. Si tratta proprio della croce di Tanit.
Tutto questo si allaccia necessariamente alla vicenda di Annibale, in quanto lui era devoto di Tanit e con lei ha un debito, non avendole sacrificato Amilcare, il figlio più piccolo, come voleva la tradizione. E sarà proprio Amilcare a narrare la storia della spedizione voluta dal padre, ci racconterà quel viaggio e quei combattimenti con gli occhi di un figlio, e ci svelerà perché nel titolo si cita un trentottesimo elefante quando la storia ci ha insegnato che gli elefanti erano trentasette.
La capacità descrittiva dell’autore, vincente nei tre rami della narrazione, merita tuttavia uno speciale encomio per la narrazione centrale, il romanzo storico, che è ben lungi dall’essere accademico e nozionistico. Lucio Sandon ha, infatti, la capacità di proporci una garbata quanto appassionante ricostruzione di quella spedizione senza cadere nell’accademia, e gli anni di lavoro e di ricerche che ha eseguito per poter arrivare a raccontarla non pesano sul lettore, che viene letteralmente sedotto e travolto dalla fluidità della scrittura. Diciamo che quando si legge questo libro non si legge l’autore, ma la storia.
E poi, leggendo, sembrerebbe quasi naturale che un uomo solo sia riuscito a riunire quasi centomila uomini e a guidarli per un viaggio di 5000 chilometri, affrontando rischi e fatiche d’ogni sorta e mantenendo per anni l’assoluta fedeltà del suo esercito. Immaginate, però: anni di viaggio a piedi da Cartagine a Capua, riunendo durante il viaggio altre truppe, un esercito di valorosi in terra straniera, per combattere Roma a Roma. Un uomo solo, e tutti a seguirlo… Di che fibra doveva essere fatto! Comunque è con lui, visto dagli occhi di un bambino, che arriviamo nella campagna molisana, nei pressi delle sorgenti del Volturno, dove l’esercito cartaginese fece una lunga sosta, forse di anni, e dove chissà quali misteri ancora sono nascosti. Ed è proprio lì, in quel tratto di campagna, che si concentrano tutti gli eventi che danno vita al giallo, che si verifica una serie di misteriosi omicidi, in qualche modo collegati ad una lontana scorribanda di un gruppo di giovani delinquenti finita in violenza pochi decenni prima. Le vittime sono proprio quei delinquenti, e sono tutti conoscenti del protagonista. Da uno di loro, però, Angelo riceve una lettera, ed è da quel momento che si sente obbligato a diventare non solo investigatore, ma anche investigatore dell’occulto, perché solo così riuscirà ad evitare che la spirale di morte continui la sua strada. Tutto si riallaccia ad una scelta di Annibale che, a un certo punto della sua vita, preferì gli affetti al sacrificio.
Per la natura degli eventi narrati, le presenze femminili sono necessariamente limitate; le donne, si sa, non sono come gli uomini che giocano a farsi male con le armi. Tuttavia, nella narrazione delle vicende di Angelo ve ne sono, e sono anche determinanti, a cominciare da Tanit, che è una dea, ed è una forza misteriosa che trascina gli eventi nell’abisso; poi c’è proprio una donna - anzi, una misteriosa figura che si direbbe un fantasma - la chiave che svela i segreti più infami; ed è anche una donna colei che spinge il nostro poliziotto a risolvere il caso, motivandolo ad addentrarsi nei disgustosi sentieri del malaffare e della violenza.
Insomma, siamo davanti a tre storie molto ben costruite e collegate tra loro, che compongono un romanzo di grande pregio. Scritto con un linguaggio fluido che unisce alla bellezza e all’interesse del romanzo storico una vena pulsante di mistero che lo collega ai giorni d’oggi e, in tinte di giallo mai eccessive, ci fa scoprire che quella vena pulsa ancora, e ci riporta in Afghanistan, dove una storia diversa chiede di essere raccontata e dove un intero Paese chiede di essere salvato. Ma alla fine tutto ritorna al luogo degli omicidi, dove dopo tanto orrore il nostro Angelo, finalmente, ritrova la serenità e la voglia di vivere. Buona lettura!
Sergio Costanzo, "I racconti della mano destra".
I racconti della mano destra
Sergio Costanzo
Marchetti Editore, 2016
pp 170
12,00
“ognuno viva il proprio tempo e io mi tengo il ricordo dei miei giorni andati. A quella purezza scanzonata, a quella leggerezza della mente, è piacevole talvolta ritornare.”
I Passi, quartiere a nord di Pisa, periferico, esposto a tramontana, delimitato da ferrovia e fiume, un mazzo di case moderne e squadrate, disegnate a tavolino e divise da strade che s’intersecano come decumani e cardi. Agli inizi degli anni sessanta vi si trasferiscono giovani famiglie con bambini piccoli e qualche vecchio al seguito. Le celle dell’alveare pian piano si riempiono a formare una comunità, con i suoi negozi, la chiesa, il cinematografo dell’oratorio, i campi di calcio improvvisati. Qui cresce Sergio Costanzo, autore de I racconti della mano destra e di molti romanzi storici, fra i quali Io Busketo, dedicato alla cattedrale della sua città. Costanzo è pisano ed è orgoglioso di esserlo (tocca proprio a me che sono livornese ricordarlo, ahimè). Costanzo è un ragazzo del popolo, padre operaio e madre casalinga che arrotonda lo stipendio del marito con lavori di cucito.
Intelligente, discolo quanto basta e, soprattutto, sveglio, il ragazzino sperimenta la vita, l’amicizia, la solidarietà del quartiere. Impara dagli altri, dai ragazzi più grandi, dai vecchi, dagli artigiani che tramandano conoscenze ed esperienze. Intorno, c’è il mondo del sentito dire: quella Storia con la esse maiuscola, colata attraverso i telegiornali, le riviste, le conversazioni captate con disinteresse infantile che, tuttavia, scavano e seminano nell’animo ricettivo del ragazzo. E Costanzo filtra la storia attraverso il suo personale sentire, non si perita di rivelarci il suo pensiero, il suo credo che mi pare non sia frenato da preconcetti ma sappia vedere tutti i lati della medaglia. Intorno, c’è anche lo sport che aggrega e disciplina, c’è, soprattutto, per questo ragazzino precoce, la tempesta degli ormoni, suscitata, più che altro, dal fatto di non sapere, non avere accesso, desiderare senza poter ottenere. E la mano destra, allora, impara a muoversi guidata dalla fantasia, che alimenta pure la sessualità degli adulti, quando questi siano intellettualmente vivaci.
Il clima è quello che si respira nel film Malizia di Salvatore Samperi. La sensualità del protagonista è fatta di sovraeccitazione mentale, d’ipersensibilità agli stimoli, siano essi visivi, olfattivi, tattili. Emana da luoghi e oggetti apparentemente insignificanti. Una calza velata, l’orlo di una gonna a rivelare paradisi inconoscibili, il profumo e il tepore d’un cappotto tenuto fra le braccia, il fruscio d’una stoffa, la morbidezza d’una sottoveste intravista da uno spiraglio, bastano a scatenare un erotismo soffuso, raffinato, d’altri tempi come i calendarietti del barbiere, come le gambe affusolate delle Kessler. Una lascivia tutta nella gola, nel battito del cuore, carnale ed estetizzante insieme.
“Un colpo, un’emozione, un profumo acuto e penetrante, ancor prima di vederla. Era un aroma volatile, indefinito. Lieve, pareva sfiorare la mia pelle e subito evaporare lasciandomi occhi, labbra, bocca secca come fossi stato abbandonato nel deserto. Penetrava nella mente all’inizio del respiro, poi, inalando l’aria, si perdeva.” (pag 79)
L’eleganza è la cifra di questo erotismo vecchia maniera e impronterà il futuro gusto dell’autore. Saranno, perciò, scarpe “alte di tacco” e scollate sul piede, foulard svolazzanti nel vento, grandi occhiali da diva e gonne a tubo a creare quell’alone di mistero senza il quale l’attrazione viene a mancare. Sarà, di rimando, stile di scrittura fulgido e poetico, capace di trarre languore spirituale anche dalle più semplici parole toscane e annodarti la gola.
“e più d’una partita percepii puppe appoggiate sul mio corpo e sorrisi e baci. Ed eran corse a casa e bocca asciutta dai lupini e abiti puzzolenti di sudore e mani salate dalle bucce delle seme e pelle calda e rossa per il sole e sensi all’erta e somma eccitazione.” (pag 133)
L’altra grande componente del libro è la nostalgia. Ho già fatto notare come, leggendo testi di autori vicini a me per età o anche più grandi, si riscontri dirompente, nei loro scritti, il richiamo, più o meno doloroso, del rimpianto.
“Ciò che appare distante, rimosso, finito, riemerge con potenza e prepotenza.” (pag 31)
In certi casi è lo strazio del tempo che non torna più, del tempo fuggito e ritrovato solo nella memoria, della madeleine dolce perché trasfigurata dal ricordo che, come ha detto qualcuno, sa vedere “il bello del brutto”, sa farti affezionare a “un metro di sconnesso marciapiede e lì sognare”. Per altri è una rievocazione divertita, dolceamara, scanzonata e, come in questo caso, anche occasione di confronto fra le passate generazioni e le presenti, fra il mondo che fu e quello, non per forza sbagliato ma comunque molto diverso, dei propri figli.
“Forse oggi, in un mondo estremamente frammentato e segmentato, questa idea di aggregazione sembra improbabile, ma noi eravamo tutto e il tutto era in noi, eravamo lavagne pulite sulle quali le molteplici esperienze lasciavano segni. Assorbivamo il bene e il bello, percepivamo il giusto e lo sbagliato e questo nostro essere ovunque e in perenne movimento ci permise di acquisire senso critico, visione più ampia, molteplicità di espressione.” (pag 30)
Sì, quelli erano tempi dove i genitori, i nonni, gli zii, i maestri, i preti ti mostravano la netta divisione fra Bene e Male, fra Giusto e Ingiusto. Giusto era rispettare gli anziani, dar loro il posto sull’autobus, onorare il padre e la madre, essere leale con gli amici, guadagnarti il pane onestamente. Erano tempi dove la forma non aveva ancora preso il posto della sostanza.
“(c’era comunque nelle famiglie italiane) l’idea dell’educazione al rigore, al rispetto delle leggi, degli altri, dei disagiati, degli anziani. C’era il rispetto dei migliori, di quelli che si meritavano le cose perché si impegnavano, di quelli che lavoravano perché avevano studiato. C’era l’idea di un mondo giusto se si fossero rispettate le norme. Se pure si aspirava a emancipazione e libertà, le regole morali e civili erano sacre e il rispetto veniva dall’esempio, dal buon comportamento degli adulti, da una rettitudine e osservanza delle forme, tradotte in tangibile sostanza.” (pag 68)
Per chi non l’avesse capito, questo libro mi è piaciuto immensamente, per i bei ricordi, per le atmosfere così ben ricostruite, per lo sguardo romantico sulla vita in cui sempre mi rispecchio, per la prosa con tutti i ritmi giusti e lo stile che è, insieme, poetico (“quando le lucciole ritmano i respiri”) ma anche povero, attaccato alle piccole cose di tutti i giorni, capace di restituire pregnanza alle parole, alte o basse che siano, italiane o vernacolari, capace di farti sentire odori e sapori, di farti rievocare ambienti e stati d’animo, di farti vedere i ragazzi che non scendono dall’autobus, bensì “esondano”.
Forse I racconti della mano destra mi è piaciuto così tanto perché anch’io mi ritrovo in ciò che afferma Costanzo: “Non sono un giovane d’oggi e non voglio giudicare, mi tengo i miei ricordi, li custodisco e ne sono assai geloso”
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