recensioni
Pee Gee Daniel, "Lo scommettitore"
Lo scommettitore
Pee Gee Daniel
Edizioni Leucotea, 2014
pp 183
13,90
Fantozzi dei giorni nostri ma con un linguaggio forbito al limite del virtuosismo, ecco cosa pensiamo leggendo l’esilarante Lo scommettitore di Pier Luigi Straneo, in arte Pee Gee Daniel.
L’autore è un giovane del 76 che ha fatto un po’ tutti i mestieri per sopravvivere e qui racconta la sua avventura di precario d’inizio millennio alle prese con un impiego in un’agenzia di scommesse. Di primo acchito surreale, in verità la storia è – vista la situazione in cui versano gli aspiranti lavoratori di oggi, ché, come gli scrittori, ormai ambiscono ed esordiscono in eterno – la storia è, dicevamo, una deformazione grottesca di quanto avviene nel mondo reale.
Dopo aver fatto ogni genere di mestiere umiliante, il protagonista Giulio Sterna (forse nel nome un eco dell’umorismo di Sterne?) trova impiego presso l’agenzia di scommesse in franchising Hermes Play, in quel di Zinza Munfrà, popolata da personaggi squallidi e bizzarri, immigrati rincoglioniti, capo area crudeli, colleghi sfruttati e sottopagati. Il senso della storia è la progressiva disumanizzazione dei protagonisti: il bisogno di portare il pane a casa, e l’insensato attaccamento a un posto che è transitorio per definizione, li trasforma in creature sempre meno capaci di compassione, altruismo ed empatia, fino alla follia conclusiva.
Lo scommettitore è ovvia metafora della condizione lavorativa - e non solo – di oggi, dove i posti non sono mai stabili e i lavoratori diventano numeri da depennare senza rimorsi. Non esiste più la figura del titolare che conosce i subalterni uno per uno e li considera la sua famiglia, non c’è più il capo del personale che si reca alle esequie del dipendente che ha speso tutta la vita per l’azienda. Ormai i rapporti sono improntati alla sfiducia, all’indifferenza, al farsi le scarpe l’un l’altro.
Quello che caratterizza il testo, a parte il fatto di essere molto divertente e strappare qualche sincera risata qua e là, è la padronanza di stile, lo sfoggio di erudizione, l’uso aulico della lingua che contrasta a bella posta con la bassezza e il degrado di certe situazioni.
I DUELLANTI di JOSEPH CONRAD
I duellanti è un breve romanzo di Conrad dove si illustra una lunga quanto immotivata contesa tra due ufficiali francesi, al tempo di Napoleone; per ben 15 anni i due rivali si affrontano e i duelli proseguono anche dopo la caduta del Bonaparte. L'origine del contrasto resta oscura; le parole silenzio e reticenza, vengono spesso associate al fatto.
Ricorriamo alle categorie machiavelliane per focalizzare alcuni aspetti. Per Machiavelli gli uomini politici si dividono in impetuosi e rispettivi. Feraud è il più rissoso tra i due; pugnace, iroso e intrepido, sembra incarnare il tipo dell'impetuoso. È lui a provocare il primo duello contro D'Hubert. Anno dopo anno, sempre Feraud vuole che si rinnovi lo scontro non appena ritrova il suo avversario, anch’egli in parte oscuramente attratto dal bisogno di battersi. Intanto le truppe di Francia combattono e vincono in mezza Europa, fino al disastro in Russia, cui i due ufficiali prendono parte, peraltro aiutandosi nei momenti più drammatici. Torniamo a Feraud. Come giustifica la sua incontenibile foga contro un rivale che molti commilitoni stimano? D'Hubert, sostiene, non ha mai amato Napoleone perciò è un dovere eliminarlo. In realtà Feraud lo detesta perché culturalmente e caratterialmente troppo diverso da lui: lo considera un damerino, abile a ingraziarsi i superiori, ma inferiore a lui per capacità e coraggio. D'Hubert invece è in realtà un uomo posato, fiducioso nei suoi mezzi, lucido anche sotto il fuoco nemico tanto da essere soprannominato dai suoi compagni “stratega”; è quindi un rispettivo. Fa il suo dovere ma senza la veemenza del rivale. Con un po’ di fortuna non paga dazio al ritorno della monarchia dopo Waterloo, mentre l’altro va quasi a cercarsi i guai e resta tenacemente bonapartista, pagando conseguenze dure ma non durissime grazie al segreto intervento dello stesso D'Hubert presso il ministro di polizia. Anche da esiliato continuerà a seccare il rivale con le sue esigenze bellicose, ora che l'Europa finalmente imboccava una strada di pace. Resta quindi un impetuoso in un momento in cui il suo carattere non è più richiesto dai tempi, iniziando un mesto tramonto.
I tempi delle armi per lui sono finiti, anche se cocciutamente non vuole cambiare. Il rispettivo
invece prosegue la sua carriera, anche se ciò non significa liberarsi del meno fortunato rivale. Sul punto di sposarsi, sente verso l'altro un misto di rabbia e affetto dopo tanti anni vissuti insieme nella gloria napoleonica. Alla fine, dopo l’ultimo duello, ammette di apprezzarlo perché gli ha fatto capire l’importanza della famiglia e dell’amore, di contro alla futilità del concetto di onore per il quale si è pronti a morire.
Anche oggi esistono naturalmente i Feraud con la loro capacità di assillare e tormentare. A che cosa servono? I Feraud di ieri e oggi con la loro aggressività ci aiutano a capire il valore della serenità e della pace. È l’unico dono che possono offrire, peraltro senza volerlo.
Giuliana Caputo e Marianagela Cioria, "A chi appartieni"
A chi appartieni
Ettore Scola -Trevico
Di Giuliana Caputo-Mariangela Cioria
Non si può parlare di Ettore Scola se non partendo da un simbolo, vale a dire un sontuoso albero di tiglio, simbolo di Trevico, paese natio del noto regista cinematografico. Simbolo ben raffigurato nella foto che occupa una delle prime pagine del libro. Il tiglio è allo stesso tempo memoria e speranza per gli abitanti del piccolo paese situato tra i monti dell’Irpinia, descritto dettagliatamente nel libro citato.
“ciò che maggiormente piaceva ai due fratelli (Pietro ed Ettore Scola trasferitisi a Roma da bambini)) erano le serate fredde e nevose dell’inverno, trascorse vicino al caminetto con nonno Pietro che raccontava le storie dei briganti e le leggende. Ricordavano spesso con nostalgia anche quel giorno in piena estate in cui il nonno li aveva portati vicino alla Cattedrale lungo via Roma ad osservare un bell’albero di tiglio”.
Ecco il simbolo del paese di cui si narra nel libro fin nei minimi particolari. Simbolo ben raffigurato nella foto, che occupa una delle prime pagine del libro, del dott. Vito Isidoro Calabrese De Feo, un vero appassionato di fotografia, autore anche di un catalogo intitolato Cento scatti a Trevico e... venti altrove pubblicato nel 2006.
Il tiglio, come altrove la quercia, ritenuto sacro dai popoli slavi, simbolo delle forze invisibili della natura ma anche della coesione sociale, nei suoi mille anni di vita è il testimone più accurato delle decisioni prese in piazza sotto i suoi folti rami sulle questioni comuni come anche per amministrare la giustizia, cosa che avveniva presso i popoli germanici perché si pensava che sotto le sue fronde fosse difficile mentire e che le sue proprietà ispirassero serenità e giudizio. Sempre sotto il tiglio si praticavano le contrattazioni commerciali.
Tale considerazione per il tiglio si consolida anche nelle popolazioni meridionali, forse ad opera dei Longobardi.
Un intrecciarsi di miti, usi, simboli che attraverso questo albero secolare offre uno particolare spaccato delle tradizioni locali, sempre oscillanti tra evoluzione e ritorni al passato, tra voglia di cambiamento e nostalgia.
Ma non sono i particolari, ricercati sicuramente con attenzione da Mariangela Cioria attraverso la memoria vivente degli anziani o attraverso i documenti, che danno valore alla narrazione, bensì il senso generale del recupero della memoria quale terreno fertile per costruire o ricostruire le radici di un passato da cui sono nati meravigliosi frutti. Non si tratta di sapere come si viveva, di che cosa ci si nutriva oppure quali mestieri si praticavano, quanto di perpetuare il senso di riti e miti, come il valore sacro del rispetto reciproco, il gusto del desco condiviso, il conforto reciproco in fatiche spesso disumane, il sostegno spontaneo nelle immancabili disgrazie della vita.
Sicché possiamo dire che la biografia romanzata così capillarmente creata da Giuliana Caputo rappresenti non la realtà di quanto ci si aspetta di ascoltare o di leggere, ma la sua metafora, vale a dire tutto ciò che è sedimentato nella memoria, tutto ciò che si riscopre avendolo immaginato, tutto ciò che è potuto accadere o anche se non è accaduto non è lontano dal senso generale delle cose. Direi che allora questo volumetto ha un pregio storiografico, secondo l’insegnamento dello storico Tucidide, che ammoniva a non cercare con il lanternino se i fatti accaduti corrispondessero a quanto scritto o descritto ma a coglierne il senso generale. Solo in questo senso la storia poteva essere uno ktema eis aiei, un possesso perenne.
E dunque emerge dalla descrizione il ritratto di un paese povero, ma forte, umile e orgoglioso al tempo stesso, sottoposto ai travagli della sorte, ma con la caparbia volontà di risalire la china. Nessuno ignora le devastazioni della guerra, benché avvertita come lontana - come mirabilmente descritto nella storia di Rocco, ricca di pathos - la piaga della povertà, il fardello dell’emarginazione inutilmente scrollata di dosso nei viaggi della speranza di migliorare altrove le condizioni di vita.
Ben ce lo racconta Ettore Scola nel film-documentario Trevico-Torino del 1972/3, proiettato nelle piazze di tutta Italia, in cui si evidenziano i disagi concreti, il senso di smarrimento e di alienazione, di frustrazione per la scarsa o nulla considerazione del protagonista da parte della gente del posto e l’enorme nostalgia della propria terra. Difficoltà tutte aggravate da un mezzo di comunicazione quanto mai oscuro ed emarginante quale doveva apparire ai torinesi il dialetto irpino. Sicché il rischio è la perdita dell’identità.
La conseguenza di ciò per molti emigrati, soprattutto della classe operaia, era la rivoluzione sempre più vagheggiata, per altri un difficile e umiliante adattamento a realtà sentite come estranee, per altri il ritorno al paese natio.
Paese perfino bistrattato da scelte politiche inopportune, che però ha temprato generazioni e generazioni di individui che, una volta allontanatisi con fortuna, hanno portato in giro per il mondo il tratto della loro identità formatasi tra qui monti e quelle valli. Una forma mentis che non si cancella mai, neppure con l’andar del tempo, anzi trasferisce nelle nuove vite e nelle nuove realtà di appartenenza quelle tracce antiche che saranno i motori propulsori dell’impegno tenace, della creatività originale, in una parola del segno di provenienza da terre dure, granitiche e non facili a soccombere. Forse chiamiamo pazienza questa qualità, che è un po’ il segno distintivo della gente del sud, che ad altri sembrerà inclinazione alla sottomissione, all’essere proni a qualcuno, è invece l’atteggiamento filosofico che proviene da antiche scuole che dall’antica madrepatria trasferì nel meridione d’Italia la sapienza greca.
A ciò si aggiunga, come evidenziato in precedenza, la capacità di accogliere, accettare, condividere, il senso di altruismo e generosità gratuiti ravvisabili non solo nella povera gente per una sorta di comunanza di condizione, ma anche nei nobili, come Don Giuseppe, il papà di Ettore e Pietro Scola, medico condotto che non esitava ad accorrere gratuitamente, laddove il bisogno lo chiamasse per un parto improvviso, o per l’aggravarsi di una salute malferma. Sicché tutte le scelte che indirizzavano l’educazione dei propri rampolli erano nel senso del rispetto, della relazione umana inclusiva, come leggiamo in un altro passo di questa bella storia... donna Dina che sostiene moralmente e materialmente una ragazza madre, da tutti additata come la peccatrice.
Ma non è facile tirar su i figli e forse non lo fu neppure per il dott. Giuseppe che avrebbe voluto che la sua professione fosse seguita dai due figli maschi. Ma Ettore, al contrario di Pietro, non voleva saperne, attirato com’era da altri interessi che trovavano la leva principale nella sua fertile curiosità. Probabilmente fu proprio lo spirito di osservazione già avanzato per la sua età che gli fece cogliere con puntualità le differenze, gli aspetti reconditi, le particolarità di un ambiente semplice come quello di Trevico che, a confronto con la città, prima Benevento dove la Famiglia Scola si trasferì per breve tempo, poi Roma in cui venne definitivamente catapultato, lo orientò verso il cinema, linguaggio a lui più consono per comunicare così come il fumetto satirico a cui si dedicò ben presto. Si immedesimò dunque Ettore nella vita, nelle vite, e prese a raccontarle da regista scrupoloso, mentre su altri binari un oriundo irpino dava luogo alle fantastiche avventure di spaghetti western, Sergio Leone.
Le vicende si ingarbugliano, la vita procede con i suo alti e bassi, ma ormai la carriera di Ettore aveva spiccato il volo e si avviava a raccogliere riconoscimenti meritati e statuine d’oro.
Ma Trevico non scivolò mai dal suo cuore. Per essa un atto d’amore, con il beneplacito di Pietro e delle stesse figlie di Ettore, decise a far crescere nel paesino irpino, il più altro dell’Irpinia, la pianta della cultura e l’amore per il cinema, con la donazione al Comune della casa gentilizia, trasformata in un centro attivo per convegni e incontri culturali, secondo le disposizioni testamentarie del dott. Giuseppe, padre di Ettore. Ma con la clausola che la dimora non fosse conservata “come un museo o un ossario", soggiunse Ettore in un incontro con rappresentanti culturali del Comune qualche mese prima della sua dipartita ma come “uno spazio di aggregazione di giovani e anziani per conservare le tradizioni, con una biblioteca, una sala computer e una sala conferenze”, invitando da ultimo i giovani a considerare casa Scola come casa loro.
Era stato programmato un evento che celebrasse a maggio appena trascorso il suo ottantacinquesimo genetliaco proprio nella sua abitazione d’origine. Il destino ha disposto altrimenti. Rimarranno i suoi film a perpetuarne il ricordo.
Ma il fatto che noi siamo qui riuniti per celebrare Ettore dimostra che il programma ideale affidato alla sua gente continuerà nel tempo, solo se sapranno, con la stessa curiosità che animò il Nostro e con la stessa disposizione mentale, aprirsi al confronto, all’accoglienza, all’arricchimento anche attraverso l’altrui esperienza.
Gordiano Lupi, "L'Avana, amore mio"
L’Avana amore mio
Gordiano Lupi
Edizioni il Foglio, 2016
pp 161
12,00
Che sia Piombino, che sia L’Avana, la nostalgia di ciò che è perduto strazia Gordiano Lupi allo stesso modo. Nel primo caso si tratta di qualcosa di lontano nel tempo, che non può tornare perché non esiste più, cioè la città natale di quando l’autore era ragazzo. Nel secondo è un luogo che non si può riavere, perché distante nello spazio e proibito, l’Avana che Lupi non deve visitare in quanto “persona non gradita”, L’Avana che sua moglie Dargys si è portata dietro nell’abbandonarla, consapevole che salire sull’aereo significava dare un taglio al passato, rompere i ponti con la famiglia e con tutto il mondo conosciuto fino a quel momento. È la stessa Avana di tanti poeti e scrittori esuli, invisi al regime e desiderosi di libertà, una libertà che ha un sapore non dolce bensì dolciastro, quasi stucchevole, mentre le memorie si tingono del rosso acceso degli alberi flamboyant, del sangue dei tramonti, del muro sgretolato del Maleςon.
Sia che parli di Piombino, sia che rimembri i giorni perduti dell’Avana, Gordiano Lupi ha la stessa marcia struggente, la stessa malinconia che ti afferra, lo stesso stile fatto di ripetizioni estenuanti, di parole reiterate, che mi fa venire in mente come Anne Rice descrive la sua New Orleans.
L’Avana è un luogo amato perché vi si è amato, un luogo di cui, per apprezzarlo a pieno, bisogna sentire la mancanza, magari morendo esule fra le nebbie di Londra. Lupi si riconosce nel dolore degli scrittori, specie di quelli proscritti, Carpentier e Cabrera Infante, ci racconta la città attraverso le loro parole, parafrasandole, riprendendole qua e là come in un contrappunto, una melodia triste e sensuale.
L’Avana affacciata sul mare, sgretolata, fatiscente, fetida di odori scaldati dal sole, eppure bellissima per chi sa vedere, per chi ama le cose come sono e non come dovrebbero essere. Sole spietato, belle donne dai fianchi sensuali, jineteras maliziose, vicoli e colonne, facciate di vecchie case coloniali mai restaurate, rovine del tempo di Battista e penosi cartelloni pubblicitari di un regime che ha “nazionalizzato la miseria”. A Cuba io sono stata di recente e posso confermare che c’è giustizia sociale, nel senso che stanno male tutti allo stesso modo.
“Fanno sorridere le idee dei propagandisti della fame, della serie a Cuba non c’è niente ma sono tutti felici. Felici un cazzo. Vorrei vedere voi, razza di cretini, vivere con dieci dollari al mese in tasca in un posto dove per campare decentemente ne servono almeno cento. I cubani hanno un buon carattere, questo è vero, ma non ci dimentichiamo che soffre anche chi prende la vita per il verso giusto.” (pag 84)
È proprio così, i cubani sono sereni e gentili, uno mi ha detto, con uno sguardo malinconico dove si leggeva il contrario: “Non mi manca ciò che non conosco”. Ma la vita sull’isola è dura se non hai soldi in tasca, se i negozi sono vuoti e sprovvisti di tutto, se solo ai visitatori è riservato il meglio, se essere laureato significa fare la fame e bisogna inventarsi guida turistica per campare.
Andarsene, però, comporta il rischio del dolore perenne, della rinuncia, della delusione di un consumismo che riempie la pancia ma non il cuore, di perdere per sempre “la felicità di una notte di luna piena con una bottiglia di rum e un registratore che suona un bolero spagnolo.”
Domenico Vecchioni, "Raul Castro, il Rivoluzionario Conservatore"
Domenico Vecchioni ha appena pubblicato la nuova edizione della sua biografia di Raul Castro, aggiornata agli eventi che hanno portato alla normalizzazione dei rapporti USA/Cuba (17 dicembre 2014), dopo cinquant’anni di rottura delle relazioni diplomatiche (Raul Castro, il Rivoluzionario Conservatore, Greco e Greco editori, 210 pagine, 12 euro).
L’autore affronta in particolare il quesito che tutti gli osservatori si sono posti: l’apertura americana ha beneficiato il regime castrista o ha schiuso prospettive di evoluzione democratica del paese a favore del popolo cubano?
Secondo Vecchioni, che è stato ambasciatore d’Italia all’Avana dal 2005 al 2009, per il momento il principale beneficiario della nuova politica di Washington è stato unicamente Raul Castro, che ha raggiunto tutti i suoi obiettivi senza nulla concedere il cambio. Niente in effetti è cambiato nella sua strategia tesa a correggere gli errori e gli eccessi del regime per poterlo preservare, non certo per abbatterlo. Quindi ben vengano le riforme economiche e le aperture internazionali, purché non intacchino le strutture e le gerarchie “rivoluzionarie”. Cuba rimane il paese del partito unico, del sindacato unico, del pensiero unico, del Capo unico: in sostanza una dittatura.
Sarà in ogni caso interessante, comunque la si pensi, conoscere un po’ più da vicino, Raul Castro, un personaggio alquanto enigmatico, forse meno carismatico del mitico fratello Fidel, che però ha imparato alla perfezione i meccanismi per acquisire e, soprattutto, per conservare il potere assoluto.
ACCIAIO CONTRO ACCIAIO di Israel Singer
Ho preso questo romanzo perché sono appassionato di Grande Guerra e di letteratura ebraica dell'Europa orientale. Il fratello dell'autore, Isaak, fu Nobel per la letteratura nel 1978.
Il protagonista dell’opera, il giovane Lerner, si muove nella Varsavia abbandonata dai russi e occupata dai tedeschi durante il primo conflitto mondiale; il mondo della città è quello dei bassifondi resi ancora più cupi e disperati dalla guerra. Vediamo disertori, prostitute, prigionieri di guerra, lavoratori coatti, occupanti tedeschi che affamano e opprimono nei cantieri della città in cui una umanità litigiosa si accalca. Sono scenari durissimi che fanno pensare alla Varsavia dei primi anni 40.
Lerner per resistere sa che deve opporre acciaio all'acciaio; ossia deve trovare in sé forze enormi per resistere alla violenza quotidiana. Solo la sua umanità e il suo carattere gli danno risorse. Sembra un Barry Lindon che passa di peripezia in peripezia, ma senza opportunismo e furbizia. Sia nel cantiere organizzato dai tedeschi, sia nella comunità dove il giovane, con l'aiuto di un ricco amico ebreo, cerca di offrire una risposta ai bisogni della popolazione (vittima di malattie e povertà), tutti litigano e fanno il proprio interesse. Lerner capisce che solo il pugno di ferro può obbligare la gente a piegare il proprio bieco e meschino individualismo. Quasi nessuno infatti si salva tra i tanti personaggi, devastati dalla nullità morale imposta dalla guerra e dalle sue conseguenze. Pur essendo una fase politicamente feconda, con la Rivoluzione Russa sul punto di scoppiare, i dibattiti tra i personaggi sono ideologicamente molto semplici. Tutto è visto dal basso, in modo istintivo, viscerale, con disperazione ed entusiasmo che si avvicendano. Lo stesso protagonista non ha una impostazione politica approfondita; la sua umanità e la sua tempra sono quanto viene evidenziato. Perciò il romanzo si legge rapidamente, facendosi apprezzare per il ritmo e l’intensità più che per i contenuti; è soprattutto un grande romanzo di azione, impreziosito da pagine iniziali di grande impatto in cui il lettore ha l’impressione di accompagnare Lerner nel caos delle strade di Varsavia. La forza drammatica del racconto si accompagna quindi a una grande agilità narrativa e di intreccio. Questo aspetto può forse deludere chi si aspettava un romanzo più profondo.
Mirko Tondi, "Nessun cactus da queste parti"
Nessun cactus da queste parti
Mirko Tondi
Edizioni Il Foglio, 2016
pp 144
12,00
“Mi disse che aveva per la testa un’idea sensazionale, davvero un portento; a dire il vero non c’entrava molto con Conrad, ma poteva considerala la sua personale risalita del fiume dopo un tuffo nella follia umana: un romanzo noir umoristico ambientato nel futuro. Cosa? Ma che stava tentando di dirmi? Forse che aveva mescolato i generi e dissacrato roba alla Chandler, alla Hammet, alla Spillane per farne un minestrone di risate e veicoli fluttuanti nell’aria?” (pag 110)
Se mai c’è stata, nella metanarrativa, un’autodefinizione della propria opera, questa di Mirko Tondi sul suo romanzo distopico Nessun cactus da queste parti, ne è l’esempio più fulgido. L’opera è esilarante, scritta molto bene, un rompicapo di specchi e rimandi a smontare e rimontare generi letterari, dalla fantascienza al noir.
Il protagonista si chiama Conrad, ma il suo nome arriverà solo alla fine e sarà un nome carico di significati letterari. Di professione fa il detective, proprio quello tradizionale con impermeabile, Borsalino e pistola infilata nel retro dei pantaloni. Vive, però, non nella Chicago degli anni trenta, ma a Porto Rens, ovvero ciò in cui si trasformerà New Orleans nel futuro, una città putrida e derelitta, via di mezzo fra Gotham City e la Los Angeles di Blade Runner. In esattamente cento anni da oggi i mutamenti climatici avranno sommerso le terre, le guerre ridisegnato la geopolitica del pianeta, la droga sarà diventata legale e la malavita avrà preso ufficialmente il posto della politica. L’aria di Porto Rens è sporca, il Mississippi è una fogna a cielo aperto, la gente vive di espedienti, la tecnologia è ritornata a livelli preindustriali.
Tutto è visto con uno sguardo sarcastico e deformante. Il noir e la fantascienza si mescolano: da una parte bassifondi, detective alcolizzati e dark ladies, dall’altra viaggi nel tempo e realtà post tecnologiche.
Il protagonista indaga su un ladro di nomi che si sposta fra presente (cioè futuro) e passato, è innamorato di una donna che lo ha lasciato, non ha amici ed è alcolizzato. Forse la parte più riuscita del libro è proprio la rappresentazione, realistica e ironica insieme, della personalità di un alcolista, del suo amore- odio per la bottiglia, degli effetti dell’alcol sul suo corpo e della lotta per disintossicarsi. Mi viene in mente, a questo proposito, Shantaram di Gregory David Roberts. Oltre ciò, colpisce senz’altro la resa del mondo futuro, tratteggiata con stile divertente ma non scevra di competenze storiche, geografiche, climatiche, musicali e intellettuali.
Oltre alla mescolanza di generi, spicca l’interesse dell’autore per la Letteratura, quella con la Elle maiuscola, in particolare il Bardo, cioè Shakespeare, a riprova dell’importanza fondamentale della parola. Per certe religioni è il nome, il Verbo, a dare sostanza e realtà alle cose, e il ladro inseguito dal drago di Porto Rens è, appunto, un ladro di nomi. Nel futuro, anche la toponomastica subisce una trasformazione che, da vezzo modaiolo, va di pari passo con l’alterazione fisica, con il degrado e l’imbruttimento delle località.
Il libro ha il difetto di avere una trama bislacca e di concludersi in modo affrettato ma siamo sicuri che ciò non faccia parte del gioco di straniamento, spiazzamento e ribaltamento dei cliché? Mirko Tondi è appassionato di narrativa e poesia e sembra da una parte inchinarsi alla letteratura e dall’altra sbeffeggiarla, mescolandola ad altri mezzi, come la musica, il cinema di genere, il fumetto; pratica, questa, molto in voga fra i giovani autori, in una commistione fra alto e basso che personalmente trovo interessante e vicina al mio modo di sentire e d’intendere la cultura
Carlo Cipparrone "Betocchi, il vetturale di Cosenza e i poeti calabresi"
Carlo Cipparrone
Betocchi, il vetturale di Cosenza e i poeti calabresi
Edizioni Orizzonti Meridionali - Pag. 132 – Euro 12
Carlo Cipparrone scrive un ispirato ricordo di Carlo Betocchi, poeta conosciuto nella sua Cosenza molti anni fa, quando lui era soltanto un aspirante poeta in cerca di consigli e voleva entrare in sintonia con un grande autore della nostra letteratura. La parte più affascinante del libro vede la riproduzione de Il vetturale di Cosenza di Carlo Betocchi (contenuta ne L’estate di San Martino, Mondadori 1961), pubblicata su concessione della casa editrice milanese, che ripercorre le emozioni suscitate nel poeta dal viaggio in terra calabrese. Altrettanto interessante Betocchi (e la comune strada), lirica ispirata e sentita, composta da Cipparrone in ricordo del poeta e del loro incontro, che rievoca la nascita di un’amicizia e gli scambi epistolari, le confidenze, gli incentivi a continuare e a pubblicare liriche, ricevuti dal poeta.
Il libro è corredato da lettere e cartoline postali - non le fredde mail dei nostri giorni - che Betocchi e Cipparrone si sono scambiate nel corso degli anni, vero e proprio monumento alla disponibilità e all’altruismo di un uomo che non pensava soltanto alla sua arte ma trovava il tempo per leggere manoscritti e non mancava di dare consigli ai giovani poeti. Interessante la parte in cui Betocchi fa capire a Cipparrone che per scrivere poesia non è necessario aver compiuto studi classici, perché la lirica è soprattutto tecnica e - a suo parere - mestieri diversi possono coesistere. Betocchi porta se stesso come esempio, geometra impegnato nei cantieri, ma anche i colleghi Quasimodo, Lisi, Bargellini e gli ingegneri Gadda, Sinisgalli e Vittorini.
Ne vien fuori un bel ritratto di Betocchi, sobrio nel mangiare, attento a curare la sua ulcera gastrica, prodigo di consigli, curioso mentre visita una terra sconosciuta e chiede di leggere autori promettenti.
Carlo Cipparrone conclude un libro interessante con una breve antologia di poeti calabresi: Lorenzo Calogero, Nerio Nunziata, Ermelinda Oliva, Gilda Trisolini, Silvio Vetere. Un solo appunto. Non sarebbe stata di troppo una piccola antologia contenente i versi degli autori citati, perché del solo Nunziata possiamo leggere alcuni passi ispirati, mentre gli altri restano ingabbiati in una sterile biografia con elencazione di titoli. Sarà per la prossima edizione aggiornata.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Cipparrone Carlo - Betocchi il vetturale di Cosenza e i poeti calabresi
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Tom Rob Smith, "Bambino 44"
Bambino 44 è il primo lavoro di Tom Rob Smith, un romanzo avvincente, durante la cui lettura ci si cala nell'atmosfera della Russia gelida e illiberale del 1953, in pieno totalitarismo staliniano. Un paese che doveva essere perfetto, un vero paradiso, ragion per cui nemmeno i serial killer erano riconosciuti tali poiché “in paradiso ci non ci sono crimini”. Questo il ritornello che si sentiva ripetere Leo Stepanovic Dimidov, eroe di guerra prima e ufficiale dell'MGB poi, che aveva servito la patria fedelmente e aveva sempre eseguito scrupolosamente gli ordini del Partito. Quando si trova a indagare sulla morte di un bambino, figlio dell'amico e compagno d'armi Fedor, morte dichiarata dai suoi superiori un tragico incidente, capisce che si tratta di una brutta storia, non si accontenta di falsi colpevoli e continuerà a fare ricerche sfidando gli ordini superiori e subendo le ritorsioni del sistema.
Divenuto egli stesso preda, si troverà a fuggire, a nascondersi per salvare la moglie bersaglio del partito in una lotta all'ultimo respiro contro tutti e contro il tempo. Un'incalzante serie di avvenimenti sveleranno un uomo apparentemente duro, che in realtà crede nell'amore, nell'amicizia, che non può più obbedire ciecamente ai dettami di partito quando si rende conto che si creano meccanismi sbagliati per costruire falsi colpevoli, reietti che resteranno tali anche quando viene scoperta la loro innocenza.
Così si metterà di traverso e, a causa della sua ribellione, verrà degradato, subendo esilio e umiliazioni. Perderà tutto, ma ritroverà la moglie, con la quale aveva in precedenza un rapporto difficile, che lo aiuterà a ricostruire i passi dell'assassino, mutilatore di bambini, riscoprendo se stesso e le falle di quell'apparato in cui aveva creduto.
Un buon romanzo, ben scritto e ricco di spunti storici, Bambino 44, si gusta pagina dopo pagina, si assapora la suspence di una vicenda appassionante, si scopre l'istantanea di una società misconosciuta, spesso esaltata come il paradiso della classe operaia, ma dove la realtà era ben diversa, a causa di un regime del terrore che creava vittime innocenti e negava le vittime vere, sostenendo che in una società perfetta tutti erano felici e la criminalità non poteva esistere.
Il romanzo è ispirato alla storia di Andrei Cikatilo, il mostro di Rostov, che aveva ucciso 53 persone e fece scalpore negli anni 80-90 poiché la polizia russa continuava a negarne l’esistenza e a lasciarselo sfuggire. Dal libro è stato tratto un film di genere thriller, per la regia di Daniel Espinosa, uscito nelle sale italiane nell'aprile 2015.
V.Tedeschi, "La mia napoletanità"
La mia napoletanità
V. Tedeschi
Loffredo Editore
Spesso si dice che la poesia disveli la storia di un’anima e che grazie alla poesia la vita appaia più affascinante o almeno più accettabile.
Poesia infatti è innanzitutto un modo di essere e di sentire, riscontrabile in persone che, dotate di enorme sensibilità e conoscendo i travagli dell’esistenza, vedono in essa ‘na manera pe’ tirà a campà.
Ecco l’incipit del corposo volume di poesie di Vincenzo Tedeschi, nato nell’entroterra sannita, già Medico Ginecologo e Professore di chirurgia ginecologica presso l’Università Federico II di Napoli. Quasi una dichiarazione di poetica quella che risulta nella poesia “Addédeca” con cui anche onora i suoi debiti di gratitudine verso chi lo ha spinto a scrivere.
Di poi l’Autore srotola il nastro dell’esistenza ricordando il momento della nascita, la gioia del nonno paterno nel contemplare lui, primo nipotino,
nu mpilo chiattulillo ma carillo/… ‘o primo nepuscello e mascullillo (‘O nomme mio),
e quindi i ricordi della famiglia in erba, del fratello e della sorella, della mamma di cui, con somma emozione, ricorda la malattia con un linguaggio ricco di immagini rese con termini dialettali scolpiti nel verso come incisioni in antico legno.
papa puveriello era abbeluto/…ieva appuranno/…..pure ‘nu zinno/ ch se puteva fà pe’ chella freva. (Mamma mia)
E ancora, del padre ricorda la stima da tutti riconosciuta di uomo onesto, di grande cultura e nobile impegno nelle istituzioni scolastiche, ma per un figlio il padre è solo padre, porto sicuro nelle difficoltà della vita, anche quando giunge l’età delle certezze.
Puteva abbonì ca me vedeva/ ‘nu poco ‘e cchiù apprenziunàto/ era ’isso ca me scanagliava/ e ‘o rummèdio subeto truvato. (Papà mio)
Si verifica dunque nelle poesie di Tedeschi la relazione tra arte e vita, tra individuo e storia famigliare, sociale, politica.
Evidente è il tono lirico in poesie che rivelano stati d’animo, rievocano il vissuto, ridestano personaggi della sua infanzia e della sua giovinezza: oltre i genitori, la sorella, il caro fratello Luigi morto prematuramente, la sua compagna di vita.
‘E vvoce d’’a casa, poesia il cui titolo evoca l’arte di Eduardo, esprime appunto la dolcezza del nido famigliare dove l’amore e la concordia mettono al riparo da qualunque timore, ma è anche un prezioso documento di vita che testimonia i disagi della guerra e le difficoltà del dopoguerra.
Venett’ ‘a guerra e ‘mpilo se mangiava…
Addò steva papà nun s’assapeva….
…‘a guerra s’atturnaie/ ma p’ ‘isso ‘o mmale nun fenette…
E infine la perdita delle persone care, momento di solitudine sia per chi resta, sia per chi sta morendo, nonché di incapacità di comunicare, impossibilità di scambiarsi i ruoli per amore.
Pe’ nuie addavero ‘nu trummiento/ quanno steva murenne mamma mia.
Notiamo in esse un linguaggio dialettale complesso che rimanda a tempi lontani (ben sono riportate le traduzioni dei termini più inusitati), metafore dense di allusioni psicologiche, sintagmi di amara nudità che disegnano l’arco della giovinezza, le prime pene, le difficoltà famigliari dalla dolcezza ritmata che ricordano G. Lorca (A mio padre) o immagini che dicono più delle parole l’intensità del sentimento. Non il languore romantico ma l’analisi sincera quasi impietosa degli affetti, nell’oscillare dei ricordi, dei contrasti, nella ricerca della verità nei rapporti affettivi. E poi l’abbandono sentimentale che è quasi estasi se la piccola “nepuscièlla” con le sue tenere carezze gli si stringe al collo, facendogli capire che questo è l’amore vero, puro, incontaminato.
è proprio chello ca se chiamma ammore. (A Carola)
Diverse altre poesie sono dedicate alla nipotina durante la crescita, con la tenerezza e l’entusiasmo di un nonno che dinanzi alla vita che germoglia, nonostante i lunghi anni di professione o forse grazie ad essi, non ha mai perso lo stupore proprio del miracolo. In queste poesie allora l’affetto e la gioia diventano emozioni che fanno vibrare i versi letteralmente, perché la narrazione poetica procede intensamente tra allitterazioni, anafore, rime alternate e altri procedimenti retorici.
nun ve pensate ca so’sciut’e mente (Pe’ Caroletta)
L’amore però è anche memoria-nostalgia di una dimensione di vita che si riconosce sull’orlo dell’estinzione, almeno come quotidianità, si traduce in costante ispirazione che sui binari della parola poetica emigra per scoprire il passato e dare un senso al presente.
Infatti, nei periodici ritorni al suo paese natìo, lasciando le nuvole asfissianti della città, recupera se non fisicamente almeno nel ricordo volti e personaggi che hanno costellato la sua esistenza: L’arciprete scienziato, Salvatore l’inventore, la figlia adottiva, ‘O pàrturo, Ciccillo, ma anche personaggi e situazioni caratterizzanti la metropoli partenopea come ‘A vammana d’’o quartiere, ‘O professore ‘è mannulino, Rafèle,’A malafemmena, le cui vite danno origine nei versi del Poeta a delle vere e proprie pitture impressionistiche. Difficile e lungo sarebbe riportare il lessico poetico che incide sulla pagina le sfumature del destino, della miseria, della pena di vivere, ma anche del coraggio e della forza d’animo.
Silenzio e solitudine come spazio semantico e spirituale in cui pervenire al coraggio della parola che scava e registra l’effimero che ci sovrasta, l’egoismo che ci inaridisce, la disonestà che ci rovina, e denunciarlo con virile tristezza. Tristezza che con costante fiducia s’innesta alla speranza.
..Che ghiè ‘a vita?....’a nasceta nisciuno ‘o po’ sapè…(‘A vita)
L’antidoto alla miseria consiste nell’onestà, virtù difficile da praticare
Si ‘a gente fosse aunesta, chesta vita sarrìa ‘nu Paraviso (‘A vita)
Si cagnarrà ‘a museca nn’’o saccio….ogni iuorno ‘nu penziero ‘o faccio che sul’a speranza ce rummane. (‘A vita)
Il volume, ricco di tante altre sfaccettature, va concludendosi con due poesie, tra le altre, che testimoniano la necessità atavica di tornare a “bagnarsi”, quasi fossero acqua lustrale, nelle atmosfere del paese natìo, in cui i ricordi affiorano, la bellezza viene scoperta più dignitosa, l’abbraccio dell’animo riconoscente stringe l’albero della famiglia che in quelle terre ha radicato, trasmettendo i valori fondamentali sui quali poggia un’esistenza ricca di impegno e di passione.
Paiese mio addò affunna ‘a ràdeca chella forte d’ ‘a fameglia mia... (‘O paiese mio)
Un volume dunque interessante per la vita che contiene osservata, narrata, approfondita, per la carrellata di personaggi, davvero tanti, che si caratterizzano per la loro tipicità, per gli affetti, i sentimenti d’amore e d’amicizia tratteggiati con tanta tenerezza; un volume interessante per la qualità del lessico partenopeo, per la cura della costruzione del verso, per la veste dignitosa di ogni strofa, infine per le numerosissime sorprese di una lingua che evoca la ricchezza e la stringatezza a un tempo delle lingue classiche, greco e latino. Proprio per tale ricchezza il volume meriterebbe una più approfondita esegesi linguistica.
Un esempio di latinismo stupendo: Me sunnai aiere albante iuorno (‘Ll’abballo). Un costrutto latino (ablativo assoluto) che sulla bocca dei paesani suonava forse grossolano, ma che il Prof. Tedeschi ha saputo innalzare a dignità letteraria.
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