recensioni
Francesco Dell'Olio, "Amore incompatibile"
Francesco Dell'Olio
Amore incompatibile
Historica - Pag. 230 - Euro 15
Francesco Dell'Olio scrive racconti, incurante delle mode e del fatto che in Italia i racconti non si vendono. Fa bene, perché in fondo si vede che è tagliato per quel tipo di scrittura, per la narrazione breve e ironica, mentre forse non sarebbe così a suo agio con la costruzione di trame e sottotrame e con l'elaborazione di un plot complesso. E poi esiste ancora un tipo di libro che si vende, a parte gli involucri di carta rilegata scritti per Natale da nani, elfi e ballerine? Non si vendono neppure i romanzi, se non ti chiami Moccia, Volo, Baricco, De Carlo, Camilleri e compagnia cantante. Ergo, fa bene il nostro autore a scrivere quel che vuole. Tanto…
Amore incompatibile è il settimo libro edito dal 2006 - anno del debutto con Un angelo seduto tra i rifiuti - equamente divisi tra due piccoli editori non certo rivali, ma entrambi di progetto. Posso dire che Dell'Olio è una mia scoperta, perché ricordo di averlo premiato quando ero in giuria al Cappelletti, che si teneva a Piombino, quindi di averlo invitato a scrivere per la rivista che dirigevo e infine di aver pubblicato il suo primo libro. Amore incompatibile è la sua raccolta più matura, tra echi di John Fante e Bukowski, una schizzatina di Carver e un pizzico di Amarcord felliniano in salsa ravennate. Ironia, surreale, grottesco, amore per le belle donne, serate alcoliche, amicizie interessate, datori di lavoro sporcaccioni, ragazze che ci stanno, amore per la letteratura. Dell'Olio scrive di se stesso ma estremizza e inventa, racconta le vicissitudini di uno scrittore di provincia, abbastanza sfigato, cita i suoi riferimenti alti nel campo della narrativa e soprattutto ci fa divertire. Erano anni che non leggevo da cima a fondo, ridendo di gusto, un libro da me non scelto, ma inviato da un editore, scopo recensione. Cercatelo, certo non nei discount del libro targati Feltrinelli e Mondadori, ma come il vino buono si trova nelle enoteche più eleganti, pure la narrativa non dozzinale viene servita nei posti giusti. Se non vi piace, scrivetemi. Soddisfatti o rimborsati.
Niccolò Gennari, "L'incanto del tempo"

L’incanto del tempo
Niccolò Gennari
Nulla die, 2017
pp 377
19,90
Orchi, gnomi, folletti, fate, streghe, stregoni, coboldi, draghi, nani, troll. C’è tutto il repertorio dell’high fantasy epico, in auge dagli anni 30 del novecento fino ai 90, quello di Tolkien, Terry Brooks, Marion Zimmer Bradley, ma ci sono anche influenze successive, come l’apprendistato dei maghi in stile Rowling e i draghi buoni di Christopher Paolini, in questo L’incanto del tempo di Niccolò Gennari, primo volume di una saga a venire, basato sulla quest della prima goccia - una delle bacchette elementali nate dall’Albero della Luce - capace di comandare l’acqua.
Gennari, astronomo e fondatore di una catena di negozi fantasy, tenta una sorta di ritorno alle origini del fantastico primigenio, ma il tempo è passato, l’autore inserisce realtà, come gli eccessi alcolici e il sesso, che non erano presenti – né pensabili – fino agli anni novanta.
La classica storia di ricerca è abbastanza lineare ma non eccessivamente coinvolgente, i personaggi sono quelli stereotipati del genere. C’è il giovane antieroe, c’è la fanciulla misteriosa e prodigiosa che nasconde un segreto, c’è la compagnia eterogenea impegnata nella cerca e ci sono tutte le altre creature buone o malvagie a far da contorno.
Forse perché l’autore è vissuto in un periodo in cui il fantasy si è espresso più che altro visivamente – attraverso il cinema, le serie tv, i videogiochi ed i giochi di ruolo – ma tutto è affidato all’azione, mentre mancano, almeno in questo primo volume della saga, l’approfondimento, l’introspezione dei personaggi e la costruzione di un mondo secondario affascinante e credibile, come se ci si limitasse a citare oggetti e creature magiche facendo affidamento sul fatto che il lettore avvezzo al genere già sappia di cosa si sta parlando.
Fanno eccezione due luoghi, cioè il “Bosco Rosso”, la foresta abitata dai folletti che altro non è se non una gigantesca caldera, e la “Fine del mondo”. Ogni fantasy che si rispetti ha un luogo che non si può dimenticare, dalla terra di Mordor di Tolkien, al gigantesco muro di ghiaccio di Martin. Qui resta infissa nella mente l’inimmaginabile cascata, dove tutta l’acqua del mare va a riversarsi in un vuoto senza fine. L’autore riflette che, se ci sembra normale avere il nulla sopra la testa, potrebbe esserlo anche vederselo di fronte come un immenso burrone sconfinato.
Lo stile del romanzo è piano, senza echi lirici né epici, con parecchie imprecisioni – che l’editore stesso in una nota invita il lettore a segnalare – e con la fastidiosa e sconcertante abitudine di ripetere la stessa parola ogni due righe.
NOTA BENE. In data 12 agosto 2017 l'editore ci informa che :
È stato completato un nuovo editing del romanzo “L’Incanto del tempo”, una revisione che ha individuato e corretto più di 300 errori di vario tipo, tra cui refusi, errori grammaticali, ripetizioni, ecc.
Carlo Manzoni, "Ti spacco il muso, bimba!"
Carlo Manzoni
Ti spacco il muso, bimba!
Sensoinverso Edizioni – Pa. 135 – Euro 14
www.edizionisensoinverso.it – info@edizionisensoinverso.it
Non crediamo di cadere nel luogo comune se diciamo che molto spesso le cose belle e insolite stanno dove meno te le aspetti. Questa regola - nel campo editoriale - viene quasi sempre confermata dalla piccola editoria di progetto. Sensoinverso di Francesco Dell’Olio, per esempio, ha lanciato una collana interessante come Italia Nascosta, della quale abbiamo già apprezzato un documentato saggio sui fumetti Bianconi, Salvatore Giordano – Da Braccio di Ferro a Provolino), scritto partendo dal seguito blog Retronika. Ora Dell’Olio si spinge oltre, va a recuperare un grande scrittore del passato, quel Carlo Manzoni (1909 - 1975), già autore Rizzoli, punta di diamante della rivista Il Candido di Guareschi, umorista sottile e raffinato, dal tratto surreale e parodistico. Ricordiamo Manzoni inventore del signor Brambilla, satira feroce dell’italiano medio ai tempi del boom, ma anche del signor Veneranda, come della critica bonaria ma pericolosa al Presidente della Repubblica vinaio Luigi Einaudi.
Ti spacco il muso, bimba! Fa parte dei romanzi dimenticati di Manzoni, e solo per questo sarebbe benemerita l’attività di Dell’Olio, che è anche scrittore, e quando scrive racconti pare ispirarsi moto allo stile surreale dell’autore milanese. Provate a leggere Amore incompatibile (Historica, 2016), di cui bisognerà parlare vista la bontà dell’opera, forse la più matura del giovane editore ravennate. Tornando a Manzoni, c’è da dire che la sua vena umoristica frequentò anche il giallo, inventandosi un detective privato come Chico Pipa - un poliziotto che fa il duro - dotato di un assistente canino come Gregorio Scarta - un socio con la coda - e circondato da una ridda di comprimari surreali, tra i quali nel romanzo che abbiamo letto ricordiamo una vedova copiativa. Personaggi straordinari che sembrano made in USA e invece quasi, chiosa beffardamente Manzoni. Un’Italia nascosta quella che racconta Manzoni, un’Italia dove funzionava la narrativa di genere, dove la gente affollava i cinema e non solo per mangiare pop-corn, dove si leggevano ancora libri per puro divertimento e si faceva la fila per comprare fumetti. Era un’Italia migliore, più colta e piena di entusiasmo, non esito a dirlo, con i suoi difetti ma di gran lunga superiore a quella che ci è dato in sorte vivere e sopportare. Nessuno si sarebbe sognato di andare al cinema o a teatro con un attrezzo luminoso acceso da consultare a ogni piè sospinto mentre gli attori recitavano. Poi c’erano il terrorismo, le bombe, gli opposti estremismi, la politica dei maneggioni, certo. Ma in certi campi non è che adesso stiamo meglio. Sensoinverso fa tornare in libreria un grande del passato, rinvigorisce il giallo comico che una volta andava alla grande anche al cinema, tra Tomas Milian e Luc Merenda, Fernando di Leo e Sergio Corbucci, per tacere di Amendola, Castellano, Pipolo e chi più ne ha più ne metta. Speriamo che il pubblico disattento e incapace di scegliere, costruito da questa Italia così depressa e perduta se ne accorga. Noi ci crediamo poco, ma d’altra parte siamo qui per consigliare…
Gordiano Lupi
Fulvio Colucci e Lorenzo D'Alò "Ilva Football Club"
Fulvio Colucci e Lorenzo D’Alò
Ilva Football Club
Kurumuny – Pag. 80 – Euro 8,50
Un libro come questo non poteva non destare il mio interesse, dopo aver scritto Calcio e acciaio - Dimenticare Piombino (Acar), nel 2014. Sì, perché i problemi di Taranto e Piombino sono abbastanza simili, due città di mare fagocitate dalla grande industria siderurgica, Italsider prima, Ilva poi, quindi ceduta nelle mani di privati di pochi scrupoli che hanno avvelenato l’aria e il mare di due luoghi invidiabili dal punto di vista paesaggistico.
Fulvio Colucci e Lorenzo D’Alò, due giornalisti tarantini, puntano l’indice accusatore sulla tragica fine di una squadra di calcio e di un intero quartiere divorato dalla fabbrica: il Tamburi. A Piombino sarebbe la zona Poggetto - Cotone, un tempo splendido golfo in riva al mare, con gli anni quartiere dormitorio invaso da spolverino e miasmi maleodoranti, dove vivono extra comunitari e famiglie a basso reddito. Certo, al Tamburi la situazione è più grave, muoiono le piante e gli uccelli, ma soprattutto cadono - come in una sporca guerra - gli ex calciatori della squadra dilettantistica che giocava sul campetto in terra battuta confinate con l’Ilva. Un gran bel libro Ilva Football Club, racconto - ché non ha il respiro del romanzo - di denuncia ma scritto in maniera molto letteraria con protagonista Ulisse (nome più che appropriato) alla ricerca del suo passato e di tutte le menzogne che narravano di un falso benessere. Ulisse cerca la sua vecchia maglia grigia, indossata durante un torneo, che tanto somigliava al colore del siderurgico, compiendo un viaggio nel tempo e nei ricordi di una generazione uccisa dal cancro. L’Ilva Football Club è una squadra dolorosamente immaginaria, ricostruita mettendo insieme le figurine di coloro che lasciarono sogni e speranze giovanili sul terreno del vecchio Tamburi. Gli autori raccontano con pennellate di tragica poesia la storia della fabbrica più inquinata d’Europa e di un cimitero dove le polveri minerali colorano di rosso le lapidi. Chiudo con una breve citazione: “Sono tracce brevi, percorsi frammentari quelli di chi militò idealmente nell’Ilva Football Club e realmente finì a morire in fabbrica. Scie luminose spentesi in un vento grigio. Furono lucciole quegli atleti, le lucciole operaie. Illuminarono il campo dei veleni con i loro cross, così simili alle adorabili traiettorie delle lucciole, con le loro invenzioni di gioco”. Da leggere per meditare sul male che abbiamo fatto, da Casale Monferrato a Taranto, passando per Piombino. E per promettere ai nostri figli che non ripeteremo gli errori del passato.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Giuseppe Iannozzi, "Donne e parole. Sulle orme di Leonard Cohen"
Donne e parole. Sulle orme di Leonard Cohen
Giuseppe Iannozzi
Il Foglio letterario
Sin dal titolo ambiziosa questa raccolta fiume di poesie di Giuseppe Iannozzi. Si è forse di fronte a una provocazione studiata e voluta dall’autore, nonostante possa far storcere il naso a qualcuno. Ma la sostanza c’è in questo omaggio al grande cantore canadese ed è, in molti casi, al di sopra di quelle aspettative qualitative e di sostanza che il lettore di poesia si augura di leggere ogni qual volta affronta un poeta.
Donne, amore, filosofia buddista-ebraica (o pseudo buddista-ebraica), una trinità laica versata nella melanconia, la disperazione e la perdita. La poesia di Iannozzi racconta storie attraverso metafore ardite o di una ingenuità disarmante. I registri poetici usati passano, con disinvoltura, dalla scuola coheniana a quella carveriana, ma non è difficile leggere liriche che affondano le radici nella cultura della Beat Generation e nella poesia visionaria e maledetta di Jim Morrison e dei suoi emuli.
Sul sito dell’autore si legge: “… da sempre sono stato influenzato dalla poetica di Leonard Cohen, Francesco Guccini, Pasquale Panella, Franco Battiato, Roberto Vecchioni, Claudio Lolli, Cesare Pavese, Dino Campana, Gabriele D’Annunzio, Guido Gozzano, Federico Garcia Lorca, Hermann Hesse, William Blake, George Gordon Byron, John Keats, Edgar Allan Poe, William B.Yeats, Walt Whitman, Jacques Prévert, Pablo Neruda, etc. etc.”; ciò risulta tanto più vero leggendo le poesie raccolte nel volume Donne e parole. Sulle orme di Leonard Cohen che diremmo antologico. Antologico perché le liriche di Giuseppe Iannozzi compendiano 15 anni di lavoro poetico con la diretta conseguenza che lo stile cambia molto di frequente e in maniera brusca. È forse un peccato (di sicuro una dimenticanza studiata) che l’autore non abbia indicato delle date utili per ogni lirica preferendo invece una sorta di zibaldone poetico.
La cifra poetica di Giuseppe Iannozzi è perlopiù alta, anche quando, abbandonando il linguaggio aulico, fa uso di un vocabolario più popolare e moderno. Le parole utilizzate da Iannozzi sono sempre molto pesate, mai lasciate al caso, anche a costo di ricorrere a delle illusorie strozzature semantiche per dare la stura a dei versi più o meno criptici e/o misticheggianti.
Donne e parole. Sulle orme di Leonard Cohen legittima l’amore in tutte le sue forme sottolineando che amare significa soffrire: nella poetica di Giuseppe Iannozzi non c’è posto per una felicità stabile, sembra invece convinzione del poeta che l’amore, per quanto possa essere esso sublime, sempre sottostà al dolore e alle sue incontrovertibili regole. Non tradisce Iannozzi la poetica coheniana, profondamente passionale e dolorosa, né istituisce luoghi comuni o specchi per le allodole. Leggere Donne e parole. Sulle orme di Leonard Cohen costituisce un viaggio nella verginità dell’anima e nel corpo ancillare dell’Eros, una esperienza da godere sino alle sue estreme conseguenze.
Donne e parole (Sulle orme di Leonard Cohen) – Giuseppe Iannozzi - Il Foglio letterario - ISBN 9788876066450 - pagine: 640 - prezzo: € 18,00
Marco Zunino
Maria Cristina Secci, "Tredici racconti da Cuba"
Maria Cristina Secci
VIDAS - Tredici racconti da Cuba
Gran Via – pag. 220 – euro 15
Gran Via è un editore coraggioso, un po’ come Sur, perché tenta di pubblicare vera letteratura, autori non molto pubblicizzati, che provengono dall’America Latina. A me che sono interessato a tutto quel che si muove culturalmente da Cuba - poesia come cinema passando per narrativa e musica - non poteva sfuggire un’interessante antologia di scrittori cubani. Maria Cristina Secci, sulle orme di Danilo Manera, dall’Università di Cagliari imposta un progetto di traduzione con i suoi studenti per far conoscere un gruppo di autori cubani. Alcuni scrittori sono abbastanza conosciuti nel panorama internazionale, almeno tra noi appassionati di letteratura caraibica: Arturo Arango (indimenticabile il suo Lista de espera, soggetto per un film straordinario), Leonardo Padura Fuentes (notevole il ciclo del Conde ma anche Il romanzo della mia vita, L’uomo che amava i cani, libri fondamentali per capire Cuba), Abilio Estévez (se non avete letto I palazzi distanti edito da Adelphi vi consiglio di procurarvelo in fretta), Yoss (Danilo Manera ha tradotto molti suoi racconti) e Aida Bahr (dirige l’Istituto Cubano del Libro). Altri autori sono meno noti, ma rappresentano una vera scoperta letteraria, per questo dobbiamo essere grati a Secci e a Gran Via: Marilyn Bobes, Jesús David Curbelo, Daniel Díaz Mantilla, Abel Fernández-Larrea, Susana Haug Morales (giovanissima, nata nel 1983), Francisco López Sacha, Reinaldo Montero e Osdany Morales.
Abbiamo avvicinato la curatrice Maria Cristina Secci per sapere da lei qualcosa di più sul libro, consapevoli come siamo che in Italia il racconto non ha mai avuto la stessa fortuna che in America Latina.
Come nasce il progetto Vidas e perché il racconto?
Vidas fa parte di una trilogia - Cuba appunto, Messico con Tierras e prossimamente Cile - pensata per la collana Dédalos di Gran Vía: 13 racconti per addentrarsi ogni volta nei labirinti della cuentística contemporanea latinoamericana, un genere storicamente trascurato dall’editoria italiana. Eppure racconta così bene un continente intero, che si assapora così, a piccole e intense tappe…
Come avete operato la selezione di autori e opere?
Criteri a quattro mani con la mente (e cuore) di Gran Vía: l’editore Annalisa Proietti. Abbiamo pensato di combinare diverse generazioni con nomi già noti ai lettori italiani e altri inediti esponenti della nuova realtà letteraria cubana. Il filo rosso è quella cubanità che fa vibrare ogni pagina della raccolta…
Quale ruolo hanno avuto gli studenti nella realizzazione dell’opera?
Tutti gli autori tradotti hanno sposato la causa didattica delle antologie, perché i traduttori di questi racconti sono gli studenti dell’ultimo anno della laurea magistrale in Traduzione specialistica dei testi dell’Università di Cagliari. Sono loro il futuro della traduzione e hanno bisogno sin d’ora della fiducia di autori ed editori, hanno l’agilità di chi è ben disposto sia al neologismo che alla tradizione…
Perché il genere racconto non convince l’editoria italiana?
Fondamentalmente credo che sia sempre stata una situazione prodotta dalla sfiducia degli editori nei confronti del genere, una specie di pregiudizio assurdo perché in altri paesi vende moltissimo, come appunto in America Latina dove ha creato sottogeneri che da noi iniziano a muovere i primi passi solo ora (vedi las cronícas, quelle giornalistico-narrative contemporanee).
Sono di parte, lo ammetto, ho tradotto un sacco di autori cubani e vorrei vedere una maggiore attenzione nei loro confronti da parte della cultura italiana. Mi piacerebbe che non venissero usati in funzione politica, come spesso accade, che non diventassero strumento nelle mani di gente interessata a sostenere o combattere un regime politico. Libri come questo - interessati soltanto a scoprire la letteratura che si nasconde nella realtà di un paese contraddittorio - sono benemeriti e fondamentali.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Domenico Vecchioni, "20 Destini straordinari"

Domenico Vecchioni
20 Destini straordinari
Greco&Greco – Pag. 308 – Euro 13
Domenico Vecchioni ci regala un’altra perla del suo grande lavoro storico - divulgativo, una sorta di antologia che comprende una serie di personalità fondamentali del XX secolo, dopo aver scritto diverse monografie complesse, tra le quali mi piace ricordare i saggi su Pol Pot, Evita Peron e Raúl Castro. Questo nuovo lavoro soddisferà i curiosi delle biografie più disparate, perché Vecchioni ci racconta vite e opere di Lawrence d’Arabia, Antoine de Saint-Exupéry, Golda Meir, Nelson Mandela, Evita Perón, Amedeo Guillet, Lenin, Francesco De Martini, Wiston Churchill, Sir Edmund Hillary, Raoul Wallenberg, Ernest Hemingway, Pu Yì, Madre Teresa, Birger Dahlerus, Victor Kravchenko, Zelda e Scott Fitzgerald, Emilio Salgari, Gandhi e Douglas MacArthur. Come dire che ce n’è per tutti i gusti, si va dal profilo storico a quello letterario, passando per grandi personalità politiche del Novecento. La caratteristica fondamentale di Vecchioni è quella di non cadere mai nell’aneddotica e nel bozzettismo fini a se stessi, quanto di compiere - pur nella brevità del saggio - un’analisi storica completa ed esaustiva del singolo personaggio, usando uno stile piano ed essenziale, molto divulgativo. La lezione di Indro Montanelli, Roberto Gervaso, Luciano De Crescenzo e - in tempi più recenti - Corrado Augias viene compresa e metabolizzata. Per quel che mi riguarda ho trovato interessante la scoperta di Amedeo Guillet, un italiano da ricordare che in pochi conoscono, un uomo che ha abbracciato l’Africa come grande amore della sua vita, sin dai tempi coloniali, fino a diventare ambasciatore d’Italia in Giordania e in India. Altri capitoli affascinanti riguardano Lenin e la sua fama di uomo dalle mille donne, nonostante ciò sopportato dalla moglie per la vita, ma anche Evita Perón, la vera presidentessa argentina, amata dal popolo e rispettata da tutti. Interessante la figura di Golda Meir, descritta come donna coraggiosa e forte, votata anima e corpo alla causa della terra d’Israele che ha difeso fino alla morte, pur con una salute cagionevole. Insomma un libro dove si trovano notizie e curiosità indispensabili che l’autore ha fatto bene a riunire in un’antologia di personaggi, vera e propria galleria di caratteri indimenticabili.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Rosa Santoro, "Maria José e Lady Diana"
Maria José e Lady Diana
Rosa Santoro
Arduino Sacco Editore, 2016
pp 158
12,00

Due donne famose, Maria Josè del Belgio, regina di Maggio, e lady Diana Spencer, principessa del Galles, divise da sessant’anni di storia ma unite in questo romanzo da un rapporto speciale che si instaura attraverso il device letterario dello specchio. Le due principesse divengono l’una l’amica immaginaria dell’altra e, dialogando e rapportandosi, ci narrano in modo piuttosto confuso e parziale la loro vita.
Colta e antifascista l’una, ribelle, filantropa e romantica l’altra, sono accomunate dal fatto di essere talmente moderne da scontrarsi con le casate delle quali si sono trovate a far parte. Entrambe insofferenti all’etichetta di corte, entrambe mogli tradite, entrambe disilluse e infelici, traggono conforto alla loro solitudine dal reciproco impossibile contatto mentale.
Tutto ruota intorno ai difficili rapporti sentimentali con i loro consorti, Umberto II di Savoia e Carlo Windsor. Le due donne parlano d’amore, di turbamenti, di tradimento, di fiducia malriposta, di aspettative e dispiaceri. Delle due, è Diana a essere in primo piano. Di lei vengono taciuti gli amori extraconiugali, concentrandosi solo sul tradimento di Carlo con Camilla Parker.
Il gioco di specchi, rimandi e sovrapposizioni è aumentato dalla mescolanza di lettere, monologhi, conversazioni inventate che – se non fosse impensabile il raffronto – farebbero pensare ai colloqui de Le Operette Morali o a I dialoghi di Platone. I personaggi interagiscono chiacchierando tra loro a distanza di tempo e di spazio, un po’ narrando le vicende, un po’ esternando stati d’animo e riflessioni, con termini colloquiali che contrastano col loro lignaggio. Il tutto, però, non è sviluppato a dovere e genera più confusione che interesse.
Una parola a parte merita lo stile del romanzo. Purtroppo, esso lascia molto a desiderare, fra cambi inspiegabili di tempo e veri e propri strafalcioni (come “convogliare a nozze”) che diventa difficile considerare semplici refusi.
Tre libri per Natale
Non sono libri di grandi editori i miei consigli natalizi. D’altra parte i nostri stampatori di nani, elfi e ballerine non ne hanno bisogno. Berlusconi continua a presentare i libri di Vespa; Fazio e Gramellini quelli di Saviano; di tanto in tanto esce un Loretta Goggi, un Lorella Cuccarini… le pagine dei quotidiani e dei settimanali sono piene di simili notizie. Come si fa a parlare d’altro? Magari ci sono anche gli ultimi di Volo, Moccia…
E io, invece, sono qui a parlarvi di un libro di Giovane Holden, buon editore viareggino che completa la trilogia di Marco Miele, con protagonista Franco Danzi, detto il Nero, commissario di polizia sopra le righe che conduce le sue indagini dalle parti del Golfo di Baratti, in una Ginepre di fantasia che ricorda Piombino. Il Matto con gli Stivali, è il terzo libro di Miele, dopo Un pesce d’aprire e L’umore del caffè, ancora un titolo bislacco, divertente, che pare non entrarci per niente con la storia narrata, ma qualche collegamento c’è sempre, basta fare attenzione. La cosa migliore dei romanzi di Miele è il linguaggio, tipicamente vernacolare, maremmano, con espressioni prese dalla vita quotidiana e con personaggi che provengono dai ricordi di adolescenza dell’autore, confusi tra loro a comporre un interessante affresco felliniano.
Albalibri è il mio secondo editore sconosciuto che pubblica l’albanese Çlirim Muça - autore, operatore culturale, editore e poeta - al suo secondo romanzo dopo L’apatia di Satana, di cui abbiamo già parlato. Questa volta il personaggio principale è un topo amante della musica, vero e proprio alter ego del protagonista, nemmeno a farlo apposta un immigrato albanese. Il topo che amava Mozart è umorismo allo stato puro, amore per il grottesco come sarebbe piaciuto ad Achille Campanile, ma anche a un cineasta come Cesare Zavattini. L’autore non dimentica le sue origini di poeta - vi consigliamo le sue numerose raccolte edite da Albalibri - introducendo i capitoli con haiku e citazioni liriche. Termino con un libro che mi è particolarmente caro, perché in qualche modo contribuisco a scegliere gli autori, visto che faccio parte della giuria del concorso. Sto parlando di Tutto inizia da 0, racconti fantastici selezionati tra i partecipanti al Trofeo Rill. Pubblica Rill nella collana Mondi Incantati, ormai un’istituzione della narrativa fantastica. Il titolo della raccolta lo fornisce il racconto vincitore, scritto da Maurizio Ferrero, ma possiamo leggere ottime storie degli italiani Davide Jacod, Luigi Rinaldi, Francesca Cappelli e Francesco Nucera, insieme a racconti internazionali di Ron Schroer, Chus Alvarez, David Clede, Rue Karney e Michael Hardaker. Vincitori del Trofeo Rill italiano si alternano a vincitori di importanti premi internazionali per la letteratura fantastica. Non mi pare poco.
Non mi resta che augurare buone feste in mezzo ai libri.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Roberto Marchesini, "Il cane secondo me"
Il cane secondo me
Roberto Marchesini
Edizioni Sonda, 2016
pp 180
14,00
“Vorrei parlare della fiducia dei cani, delle mille ispirazioni che suscitano con la loro apparente muta presenza. I cani ci sono sempre! Che cosa strana sapere che c’è qualcuno che non pone riserve, che non devi convincere, che non vorrà essere ricambiato, che non ritiene un obbligo o una gentilezza l’accettare il tuo invito!” (pag24)
Capita che i libri più belli, quelli che ti cambiano un poco la prospettiva sul mondo e ti lasciano dentro un arricchimento che non se ne andrà più, non siano libri di narrativa. È il caso di Il cane secondo me di Roberto Marchesini. Non è un manuale di addestramento cani, non è un testo di filosofia, né di etologia o filogenesi. È un misto di tutte queste cose condite, però, dalla bravura di una penna poeticissima, capace di evocare sentimenti, emozioni e uno struggimento fatto di ricordi, di tempo che passa.
Vento di memorie, accadimenti privati e cani che entrano nella vita dell’autore (etologo, filosofo postumanista, fondatore della zooantropologia e della scuola cinofila Siua), fanno un tratto di strada al suo fianco e se ne vanno, come sono destinati ad andarsene di là dal ponte arcobaleno tutti gli animali che dividono con noi l’esistenza. Ogni cane un pezzo di vita, ogni cane un suo tempo, diverso dal nostro frenetico e incostante, un tempo dilatato da un vivere troppo breve: una manciata d’anni per noi, una esistenza intera per lui. E i cani di Marchesini, Pimpa, Isotta, Toby, Filippo, Bianca, Belle, Maya, Spino, non sono narrati in modo diacronico e lineare ma “recuperati” attraverso ricordi che ondeggiano, si fondono, aprono parentesi e digressioni. Avanti e indietro nel tempo che sembra essere la costante di questo testo, un tempo ricercato, ritrovato, rivissuto con nostalgia, dolore, amore. Perché di questo si tratta, di là da tutti gli insegnamenti cinofili e le riflessioni filosofiche, di una grande storia d’amore costellata di sconfitte, di errori, di rinunce, di apprendimenti, di momenti estatici.
“Maya che, come tutti i cani, non vede la morte ma la solitudine. Finché si sta insieme le stelle restano fisse nel cielo, ci si può addormentare sognando di continuare la lotta.” (pag 29)
La scuola di Siua vuole insegnare a rapportarci nel modo giusto a quella prossimità distante che è il mistero dei cani, diversi da noi eppure legati alla nostra specie, portatori di caratteristiche di razza ma anche di spiccate individualità.
“Siamo sempre a rischio di cadere o nella proiezione egocentrica, tutta involuta nella simpatia, banale nei suoi antropomorfismi come incognita dei predicati di diversità, oppure nella totale disgiunzione, che allontana l’animale – non umano tanto da renderlo oggetto o fenomeno, senza alcuna comunanza. (pag 7)
Alla base c’è l’ipotesi di una domesticazione inversa del lupo nei confronti dell’uomo, da qui la nascita del cane, che è, appunto, frutto di una collaborazione a sua volta capace di modificare l’uomo stesso. E sarà proprio questo bisogno di collaborazione attiva, di lavoro e di gioco, il punto di partenza di un corretto rapporto cane padrone, dove il cane viene rispettato nella sua singolarità e specificità, senza antropomorfizzazioni dannose, senza volerne nascondere o smorzare l’animalità.
Educare un cane non significa trasformarlo in un cittadino modello bensì tirar fuori la sua natura, incanalandola, aiutarlo a “farsi”, a splendere attraverso regole condivise ma anche libertà e spazi di autonomia. “L’educazione non è mai un azzerare i talenti”, dice Marchesini.
Il cane ci modifica, ci rende più presenti a noi stessi e all’attimo che stiamo vivendo, più consapevoli del nostro corpo, dei movimenti, della propriocezione. Il cane ci fa riscoprire la nostra animalità negata.
“In fondo i cani hanno questa fantastica capacità di riportarti con i piedi sulla terra e di mettere tra parentesi tutte quelle sovrastrutture e artificiosità con cui normalmente ci roviniamo l’esistenza. Se solo accordiamo loro l’estro di mostrarci un mondo differente. (pag147)
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