recensioni
Mario Gerosa, "Anton Giulio Mayano - Il regista dei due mondi"
Mario Gerosa
Anton Giulio Mayano – Il regista dei due mondi
Falsopiano – Pag. 300 – Euro 20
Sono molti i personaggi del mondo cinematografico e televisivo che ancora attendono una rivisitazione storico - critica, ma uno davvero importante e dimenticato era Anton Giulio Majano, autore colto e brillante che tanto ha contribuito a diffondere l’uso della televisione nelle nostre case e che ha fatto conoscere - più di tanti polverosi accademici - la letteratura al nostro popolo. Bene ha fatto Mario Gerosa - che conosciamo per aver letto e apprezzato i forbiti saggi su Terence Young, Roger Vadim, James Bond, Ernest B. Schoedsack -, a riportare l’attenzione sul re degli sceneggiati, un uomo che dai contemporanei veniva disprezzato e definito in maniera irridente come autore delle solite majanate. Per fortuna certi critici dallo sguardo miope sono morti dimenticati, mentre l’autore delle majanate - che hanno contribuito ad alfabetizzare l’Italia - oggi viene celebrato come meritevole di essere studiato e analizzato con attenzione certosina. Ecco, il libro di Gerosa, se mai qualcuno pensasse di organizzare un seminario su Majano o un corso di specializzazione sullo sceneggiato in Italia all’interno di una scuola di cinema, sarebbe un testo perfetto. Perché c’è proprio tutto. Il cinema vede Majano regista di un pugno di pellicole, tra queste spicca la mia preferita Seddok (l’erede di Satana) del 1960, di cui ho parlato nella Storia del cinema horror italiano, volume uno. La televisione è il mezzo per eccellenza con cui si esprime Majano, dal 1954 al 1986, regalandoci opere indimenticabili come Piccole donne, Capitan Fracassa, L’isola del tesoro, Delitto e castigo, La cittadella, Il tenente Sheridan (riprendendo la serie ufficiale di Mario Landi - un altro grande! - per il primo spin-off a tema donne), Davide Copperfield, La fiera delle vanità, La freccia nera (il lancio di Loretta Goggi!), … E le stelle stanno a guardare, Marco Visconti, Castigo, fino al canto del cigno con l’onirico Strada senza uscita. Se la televisione ha fatto cultura lo dobbiamo anche a lui, in tempi cupi come i nostri che tanto fanno sentire la mancanza di simili intelligenze - forse ci è rimasto soltanto Pupi Avati - capaci di usare parole che sembrano antitetiche (ma non lo sono!) come genere e cultura, popolare e letterario. Majano ha lavorato con grandi attori come Alberto Lupo (il medico della Cittadella), Orso Maria Guerrini, Anna Maria Guarnieri, Eleonora Giorgi, Mario Maranzana, Lea Padovani, Grazia Maria Spina, Ubaldo Lay, Giuliana Loyodice, Mita Medici, Roberto Chevalier, Marcello Giannini, Ilaria Occhini, Giuseppe Pambieri … l’elenco sarebbe interminabile. Collaboratori fidati come Riz Ortolani e Sandro Tuminelli, sceneggiature rigorose e rispettose dell’apparato letterario, hanno contribuito a fare cultura nelle case di un’Italia da ricostruire. Non è azzardato affermare che molti italiani conoscono Dostoevskij, Dickens, Stevenson e Cronin (per tacer degli altri) soltanto grazie ai suoi sceneggiati. Non è mica poco. Il solo difetto del libro di Gerosa è il prezzo - ma non è colpa dell’autore - perché 20 euro per trecento pagine stampate su carta bianca uso mano e copertina flessibile senza risvolti è troppo. La colpa è di un’Italia che legge poco e gli editori commerciali devono pur difendersi con basse tirature e alti prezzi, se vogliono sopravvivere.
Gordiano Lupi - www.infol.it/lupi
Fabio Strinati, "Dal proprio nido alla vita"

Dal proprio nido alla vita
Fabio Strinati
Edizioni Il Foglio, 2016
pp 54
8.00
Una montagna scura,
tenebrosa, fredda ed ostile, luoghi di fantasmi
e di leggende, che cantano le loro messe
tra gli alberi sudati dalla pioggia, e i funghi velenosi
cresciuti sulle rocce scorticate dai venti con le unghie. (pag 38)
Avendo letto Miracolo a Piombino di Gordiano Lupi e anche il precedente libro di poesie di Fabio Strinati, Pensieri nello scrigno, mi sono molto incuriosita che Strinati abbia scritto un poemetto, intitolato Dal proprio nido alla vita, interamente dedicato al romanzo dell’autore toscano.
In effetti, anche in questo componimento si parla di adolescenza, di spiccare il volo dal proprio nido, di memoria e nostalgia, di voglia di crescere e, insieme, di non farlo. Nel caso di Lupi la metafora è il gabbiano, qui la rondine.
Ciò che diversifica, secondo me, i due autori, è l’età. La nostalgia di Lupi è l’autentico strazio dell’uomo sulla via del tramonto, quella di Strinati sarebbe frutto solo di malinconia giovanile se non fosse che, negli ultimi tempi, egli ha dovuto fare i conti col terremoto e allora il rimpianto è divenuto perdita concreta.
Una Piombino dei ricordi da una parte, le Marche martoriate e aspre dall’altra, rese, però, negli elementi primigeni di boschi e montagne. Il monte Corsegno diventa “scoglio” di montagna, proprio per uniformarsi al testo marino di Lupi, e la rondine è anche gabbiano, ugualmente solitaria, ugualmente alla ricerca di un sé più compiuto, maturo e soddisfatto.
La maturità è ciò che ci permette di soffocare i nostri ricordi. Infatti, per non morire di nostalgia, per crescere, occorre lasciar andare il passato, anche quello recente, e guardare avanti. La maturità è il luogo dove tutto ha un nome, dove le cose sono definite, nette, e perciò hanno già perduto molto del loro fascino e molte delle possibilità. E, tuttavia, è così che deve essere.
Il poemetto è scandito dalle stagioni, narra una crisi esistenziale: non avevo nulla, non sentivo nulla, l’indecisione di un ragazzo che non ha ancora la forza di affrontare la vita, preda di un’inerzia che somiglia alla depressione.
Un vento di tramontana che ti entrava dentro le ossa,
che gelava, non soltanto quelle pochissime
parole che non avrei mai detto, ma persino i miei non pensieri (pag 39)
Un ragazzo che non riesce a non essere poeta, a integrarsi nel sistema.
Solo la natura, seppure matrigna e squassata da tremende forze telluriche, gli permette di esprimersi, ha un effetto consolatorio, offre speranza di diventare, forse, una di quelle rondini che sanno affrontare la vita.
Rispetto alla precedente silloge c’è il ritorno a un versificare meno ermetico. L’autore abbandona la ricerca lessicale e musicale che lo caratterizzava e ricomincia a chiamare le cose col loro nome. La lingua diventa più colloquiale, a volte troppo, con cadute di stile, (ficcante), altre di sapore ottocentesco (fu candido di sassi e di tovaglie). Le virgole spezzano le frasi, gli enjambement le allungano nel verso successivo. Della poesia resta poco, c’è solo prosa poetica ma forse non è un male.
Marie Albes, "Apostasia"

Apostasia
Marie Albes
Amazon, 2017
pp 433
14,00
Finalmente un libro da leggere come se fosse solo un libro ed io solo un lettore. Intendo dire un romanzo da tenere sul comodino ed essere felici di ritrovarlo la sera prima di dormire, semplicemente per sapere cosa accade nella pagina successiva, per farsi catturare dalla storia e dall’ambientazione. Ho sempre sostenuto che in Italia non ci sono romanzieri come piace a me, cioè narratori a tutti gli effetti, capaci di scrivere un romanzone accattivante, gradevole, non superficiale. Forse mi posso infine ricredere e questa (per me) sconosciuta Marie Albes è la narratrice che stavo cercando.
Non importa se la storia non è originale. Nessuna, a ben vedere, lo è. Le storie sono storie e alla gente piace sentirsele raccontare. Le storie sono spesso uguali, cambia il modo in cui sono scritte. E questa Apostasia è scritta davvero bene, a parte qualche minuscola imprecisione o ripetizione che, sono sicura, ad un successivo editing l’autrice ha saputo rilevare e correggere. La lingua è scorrevole, piana ma coinvolgente, ricca di spunti riflessivi, di pathos e persino di soffusa poesia.
La trama è ben congegnata, sebbene le due figure femminili, Chiara Innocenti ed Elena Gentile (c’è un eco Dickensiano nei loro cognomi) siano un po’ troppo intercambiabili. L’amore, perché di romanzo d’amore e di genere si tratta, è rappresentato, analizzato e vivisezionato in tutti i suoi aspetti. Si vede che l’autrice sa di cosa parla, conosce l’animo umano, l’ineluttabilità della passione, i tempi e i modi della stessa, il dolore dell’abbandono, e li riproduce con tanta finezza psicologica.
L’amore porta all’apostasia, si sostituisce alla fede, anzi, diventa esso stesso fede, fiducia nell’intuito del proprio cuore, nei sentimenti che sono sempre innocenti, nell’amato che non tradisce.
Chiara è una suora che s’innamora, ricambiata, di Josè, un giovane spagnolo di bell’aspetto, giunto nel suo convento per indagare un passato che qui non riveliamo ma che si lega a un vecchio delitto maturato in campo ecclesiastico. La vicenda di Chiara e Josè ricalca quella precedente di Elena e Miguel, in un parallelo troppo poco caratterizzato ma comunque ricco di suspense. Quindi abbiamo amore, thriller, intrigo, atmosfera, tinte forti di stampo ottocentesco, e mi sa che l’autrice ha confidenza con tutti i bei romanzi inglesi.
La narrazione si apre con il cliché del manoscritto ritrovato e prosegue nella campagna fiorentina e senese, fra oliveti, pievi e conventi, per concludersi nella città di Granada. Marie Albes mostra un forte interesse per la cultura e per la lingua castigliana, di cui fa un uso troppo abbondante nel testo, fino a compiere la scelta opinabile di nominare i capitoli in spagnolo.
Un talento, in ogni caso, questa Marie Albes - che pare abbia scritto anche romanzi fantasy- una scrittrice di genere elegante e garbata, un'autentica, piacevole, scoperta.
Francesco Dell'Olio, "Amore incompatibile"
Francesco Dell'Olio
Amore incompatibile
Historica - Pag. 230 - Euro 15
Francesco Dell'Olio scrive racconti, incurante delle mode e del fatto che in Italia i racconti non si vendono. Fa bene, perché in fondo si vede che è tagliato per quel tipo di scrittura, per la narrazione breve e ironica, mentre forse non sarebbe così a suo agio con la costruzione di trame e sottotrame e con l'elaborazione di un plot complesso. E poi esiste ancora un tipo di libro che si vende, a parte gli involucri di carta rilegata scritti per Natale da nani, elfi e ballerine? Non si vendono neppure i romanzi, se non ti chiami Moccia, Volo, Baricco, De Carlo, Camilleri e compagnia cantante. Ergo, fa bene il nostro autore a scrivere quel che vuole. Tanto…
Amore incompatibile è il settimo libro edito dal 2006 - anno del debutto con Un angelo seduto tra i rifiuti - equamente divisi tra due piccoli editori non certo rivali, ma entrambi di progetto. Posso dire che Dell'Olio è una mia scoperta, perché ricordo di averlo premiato quando ero in giuria al Cappelletti, che si teneva a Piombino, quindi di averlo invitato a scrivere per la rivista che dirigevo e infine di aver pubblicato il suo primo libro. Amore incompatibile è la sua raccolta più matura, tra echi di John Fante e Bukowski, una schizzatina di Carver e un pizzico di Amarcord felliniano in salsa ravennate. Ironia, surreale, grottesco, amore per le belle donne, serate alcoliche, amicizie interessate, datori di lavoro sporcaccioni, ragazze che ci stanno, amore per la letteratura. Dell'Olio scrive di se stesso ma estremizza e inventa, racconta le vicissitudini di uno scrittore di provincia, abbastanza sfigato, cita i suoi riferimenti alti nel campo della narrativa e soprattutto ci fa divertire. Erano anni che non leggevo da cima a fondo, ridendo di gusto, un libro da me non scelto, ma inviato da un editore, scopo recensione. Cercatelo, certo non nei discount del libro targati Feltrinelli e Mondadori, ma come il vino buono si trova nelle enoteche più eleganti, pure la narrativa non dozzinale viene servita nei posti giusti. Se non vi piace, scrivetemi. Soddisfatti o rimborsati.
Niccolò Gennari, "L'incanto del tempo"

L’incanto del tempo
Niccolò Gennari
Nulla die, 2017
pp 377
19,90
Orchi, gnomi, folletti, fate, streghe, stregoni, coboldi, draghi, nani, troll. C’è tutto il repertorio dell’high fantasy epico, in auge dagli anni 30 del novecento fino ai 90, quello di Tolkien, Terry Brooks, Marion Zimmer Bradley, ma ci sono anche influenze successive, come l’apprendistato dei maghi in stile Rowling e i draghi buoni di Christopher Paolini, in questo L’incanto del tempo di Niccolò Gennari, primo volume di una saga a venire, basato sulla quest della prima goccia - una delle bacchette elementali nate dall’Albero della Luce - capace di comandare l’acqua.
Gennari, astronomo e fondatore di una catena di negozi fantasy, tenta una sorta di ritorno alle origini del fantastico primigenio, ma il tempo è passato, l’autore inserisce realtà, come gli eccessi alcolici e il sesso, che non erano presenti – né pensabili – fino agli anni novanta.
La classica storia di ricerca è abbastanza lineare ma non eccessivamente coinvolgente, i personaggi sono quelli stereotipati del genere. C’è il giovane antieroe, c’è la fanciulla misteriosa e prodigiosa che nasconde un segreto, c’è la compagnia eterogenea impegnata nella cerca e ci sono tutte le altre creature buone o malvagie a far da contorno.
Forse perché l’autore è vissuto in un periodo in cui il fantasy si è espresso più che altro visivamente – attraverso il cinema, le serie tv, i videogiochi ed i giochi di ruolo – ma tutto è affidato all’azione, mentre mancano, almeno in questo primo volume della saga, l’approfondimento, l’introspezione dei personaggi e la costruzione di un mondo secondario affascinante e credibile, come se ci si limitasse a citare oggetti e creature magiche facendo affidamento sul fatto che il lettore avvezzo al genere già sappia di cosa si sta parlando.
Fanno eccezione due luoghi, cioè il “Bosco Rosso”, la foresta abitata dai folletti che altro non è se non una gigantesca caldera, e la “Fine del mondo”. Ogni fantasy che si rispetti ha un luogo che non si può dimenticare, dalla terra di Mordor di Tolkien, al gigantesco muro di ghiaccio di Martin. Qui resta infissa nella mente l’inimmaginabile cascata, dove tutta l’acqua del mare va a riversarsi in un vuoto senza fine. L’autore riflette che, se ci sembra normale avere il nulla sopra la testa, potrebbe esserlo anche vederselo di fronte come un immenso burrone sconfinato.
Lo stile del romanzo è piano, senza echi lirici né epici, con parecchie imprecisioni – che l’editore stesso in una nota invita il lettore a segnalare – e con la fastidiosa e sconcertante abitudine di ripetere la stessa parola ogni due righe.
NOTA BENE. In data 12 agosto 2017 l'editore ci informa che :
È stato completato un nuovo editing del romanzo “L’Incanto del tempo”, una revisione che ha individuato e corretto più di 300 errori di vario tipo, tra cui refusi, errori grammaticali, ripetizioni, ecc.
Carlo Manzoni, "Ti spacco il muso, bimba!"
Carlo Manzoni
Ti spacco il muso, bimba!
Sensoinverso Edizioni – Pa. 135 – Euro 14
www.edizionisensoinverso.it – info@edizionisensoinverso.it
Non crediamo di cadere nel luogo comune se diciamo che molto spesso le cose belle e insolite stanno dove meno te le aspetti. Questa regola - nel campo editoriale - viene quasi sempre confermata dalla piccola editoria di progetto. Sensoinverso di Francesco Dell’Olio, per esempio, ha lanciato una collana interessante come Italia Nascosta, della quale abbiamo già apprezzato un documentato saggio sui fumetti Bianconi, Salvatore Giordano – Da Braccio di Ferro a Provolino), scritto partendo dal seguito blog Retronika. Ora Dell’Olio si spinge oltre, va a recuperare un grande scrittore del passato, quel Carlo Manzoni (1909 - 1975), già autore Rizzoli, punta di diamante della rivista Il Candido di Guareschi, umorista sottile e raffinato, dal tratto surreale e parodistico. Ricordiamo Manzoni inventore del signor Brambilla, satira feroce dell’italiano medio ai tempi del boom, ma anche del signor Veneranda, come della critica bonaria ma pericolosa al Presidente della Repubblica vinaio Luigi Einaudi.
Ti spacco il muso, bimba! Fa parte dei romanzi dimenticati di Manzoni, e solo per questo sarebbe benemerita l’attività di Dell’Olio, che è anche scrittore, e quando scrive racconti pare ispirarsi moto allo stile surreale dell’autore milanese. Provate a leggere Amore incompatibile (Historica, 2016), di cui bisognerà parlare vista la bontà dell’opera, forse la più matura del giovane editore ravennate. Tornando a Manzoni, c’è da dire che la sua vena umoristica frequentò anche il giallo, inventandosi un detective privato come Chico Pipa - un poliziotto che fa il duro - dotato di un assistente canino come Gregorio Scarta - un socio con la coda - e circondato da una ridda di comprimari surreali, tra i quali nel romanzo che abbiamo letto ricordiamo una vedova copiativa. Personaggi straordinari che sembrano made in USA e invece quasi, chiosa beffardamente Manzoni. Un’Italia nascosta quella che racconta Manzoni, un’Italia dove funzionava la narrativa di genere, dove la gente affollava i cinema e non solo per mangiare pop-corn, dove si leggevano ancora libri per puro divertimento e si faceva la fila per comprare fumetti. Era un’Italia migliore, più colta e piena di entusiasmo, non esito a dirlo, con i suoi difetti ma di gran lunga superiore a quella che ci è dato in sorte vivere e sopportare. Nessuno si sarebbe sognato di andare al cinema o a teatro con un attrezzo luminoso acceso da consultare a ogni piè sospinto mentre gli attori recitavano. Poi c’erano il terrorismo, le bombe, gli opposti estremismi, la politica dei maneggioni, certo. Ma in certi campi non è che adesso stiamo meglio. Sensoinverso fa tornare in libreria un grande del passato, rinvigorisce il giallo comico che una volta andava alla grande anche al cinema, tra Tomas Milian e Luc Merenda, Fernando di Leo e Sergio Corbucci, per tacere di Amendola, Castellano, Pipolo e chi più ne ha più ne metta. Speriamo che il pubblico disattento e incapace di scegliere, costruito da questa Italia così depressa e perduta se ne accorga. Noi ci crediamo poco, ma d’altra parte siamo qui per consigliare…
Gordiano Lupi
Fulvio Colucci e Lorenzo D'Alò "Ilva Football Club"
Fulvio Colucci e Lorenzo D’Alò
Ilva Football Club
Kurumuny – Pag. 80 – Euro 8,50
Un libro come questo non poteva non destare il mio interesse, dopo aver scritto Calcio e acciaio - Dimenticare Piombino (Acar), nel 2014. Sì, perché i problemi di Taranto e Piombino sono abbastanza simili, due città di mare fagocitate dalla grande industria siderurgica, Italsider prima, Ilva poi, quindi ceduta nelle mani di privati di pochi scrupoli che hanno avvelenato l’aria e il mare di due luoghi invidiabili dal punto di vista paesaggistico.
Fulvio Colucci e Lorenzo D’Alò, due giornalisti tarantini, puntano l’indice accusatore sulla tragica fine di una squadra di calcio e di un intero quartiere divorato dalla fabbrica: il Tamburi. A Piombino sarebbe la zona Poggetto - Cotone, un tempo splendido golfo in riva al mare, con gli anni quartiere dormitorio invaso da spolverino e miasmi maleodoranti, dove vivono extra comunitari e famiglie a basso reddito. Certo, al Tamburi la situazione è più grave, muoiono le piante e gli uccelli, ma soprattutto cadono - come in una sporca guerra - gli ex calciatori della squadra dilettantistica che giocava sul campetto in terra battuta confinate con l’Ilva. Un gran bel libro Ilva Football Club, racconto - ché non ha il respiro del romanzo - di denuncia ma scritto in maniera molto letteraria con protagonista Ulisse (nome più che appropriato) alla ricerca del suo passato e di tutte le menzogne che narravano di un falso benessere. Ulisse cerca la sua vecchia maglia grigia, indossata durante un torneo, che tanto somigliava al colore del siderurgico, compiendo un viaggio nel tempo e nei ricordi di una generazione uccisa dal cancro. L’Ilva Football Club è una squadra dolorosamente immaginaria, ricostruita mettendo insieme le figurine di coloro che lasciarono sogni e speranze giovanili sul terreno del vecchio Tamburi. Gli autori raccontano con pennellate di tragica poesia la storia della fabbrica più inquinata d’Europa e di un cimitero dove le polveri minerali colorano di rosso le lapidi. Chiudo con una breve citazione: “Sono tracce brevi, percorsi frammentari quelli di chi militò idealmente nell’Ilva Football Club e realmente finì a morire in fabbrica. Scie luminose spentesi in un vento grigio. Furono lucciole quegli atleti, le lucciole operaie. Illuminarono il campo dei veleni con i loro cross, così simili alle adorabili traiettorie delle lucciole, con le loro invenzioni di gioco”. Da leggere per meditare sul male che abbiamo fatto, da Casale Monferrato a Taranto, passando per Piombino. E per promettere ai nostri figli che non ripeteremo gli errori del passato.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Giuseppe Iannozzi, "Donne e parole. Sulle orme di Leonard Cohen"
Donne e parole. Sulle orme di Leonard Cohen
Giuseppe Iannozzi
Il Foglio letterario
Sin dal titolo ambiziosa questa raccolta fiume di poesie di Giuseppe Iannozzi. Si è forse di fronte a una provocazione studiata e voluta dall’autore, nonostante possa far storcere il naso a qualcuno. Ma la sostanza c’è in questo omaggio al grande cantore canadese ed è, in molti casi, al di sopra di quelle aspettative qualitative e di sostanza che il lettore di poesia si augura di leggere ogni qual volta affronta un poeta.
Donne, amore, filosofia buddista-ebraica (o pseudo buddista-ebraica), una trinità laica versata nella melanconia, la disperazione e la perdita. La poesia di Iannozzi racconta storie attraverso metafore ardite o di una ingenuità disarmante. I registri poetici usati passano, con disinvoltura, dalla scuola coheniana a quella carveriana, ma non è difficile leggere liriche che affondano le radici nella cultura della Beat Generation e nella poesia visionaria e maledetta di Jim Morrison e dei suoi emuli.
Sul sito dell’autore si legge: “… da sempre sono stato influenzato dalla poetica di Leonard Cohen, Francesco Guccini, Pasquale Panella, Franco Battiato, Roberto Vecchioni, Claudio Lolli, Cesare Pavese, Dino Campana, Gabriele D’Annunzio, Guido Gozzano, Federico Garcia Lorca, Hermann Hesse, William Blake, George Gordon Byron, John Keats, Edgar Allan Poe, William B.Yeats, Walt Whitman, Jacques Prévert, Pablo Neruda, etc. etc.”; ciò risulta tanto più vero leggendo le poesie raccolte nel volume Donne e parole. Sulle orme di Leonard Cohen che diremmo antologico. Antologico perché le liriche di Giuseppe Iannozzi compendiano 15 anni di lavoro poetico con la diretta conseguenza che lo stile cambia molto di frequente e in maniera brusca. È forse un peccato (di sicuro una dimenticanza studiata) che l’autore non abbia indicato delle date utili per ogni lirica preferendo invece una sorta di zibaldone poetico.
La cifra poetica di Giuseppe Iannozzi è perlopiù alta, anche quando, abbandonando il linguaggio aulico, fa uso di un vocabolario più popolare e moderno. Le parole utilizzate da Iannozzi sono sempre molto pesate, mai lasciate al caso, anche a costo di ricorrere a delle illusorie strozzature semantiche per dare la stura a dei versi più o meno criptici e/o misticheggianti.
Donne e parole. Sulle orme di Leonard Cohen legittima l’amore in tutte le sue forme sottolineando che amare significa soffrire: nella poetica di Giuseppe Iannozzi non c’è posto per una felicità stabile, sembra invece convinzione del poeta che l’amore, per quanto possa essere esso sublime, sempre sottostà al dolore e alle sue incontrovertibili regole. Non tradisce Iannozzi la poetica coheniana, profondamente passionale e dolorosa, né istituisce luoghi comuni o specchi per le allodole. Leggere Donne e parole. Sulle orme di Leonard Cohen costituisce un viaggio nella verginità dell’anima e nel corpo ancillare dell’Eros, una esperienza da godere sino alle sue estreme conseguenze.
Donne e parole (Sulle orme di Leonard Cohen) – Giuseppe Iannozzi - Il Foglio letterario - ISBN 9788876066450 - pagine: 640 - prezzo: € 18,00
Marco Zunino
Maria Cristina Secci, "Tredici racconti da Cuba"
Maria Cristina Secci
VIDAS - Tredici racconti da Cuba
Gran Via – pag. 220 – euro 15
Gran Via è un editore coraggioso, un po’ come Sur, perché tenta di pubblicare vera letteratura, autori non molto pubblicizzati, che provengono dall’America Latina. A me che sono interessato a tutto quel che si muove culturalmente da Cuba - poesia come cinema passando per narrativa e musica - non poteva sfuggire un’interessante antologia di scrittori cubani. Maria Cristina Secci, sulle orme di Danilo Manera, dall’Università di Cagliari imposta un progetto di traduzione con i suoi studenti per far conoscere un gruppo di autori cubani. Alcuni scrittori sono abbastanza conosciuti nel panorama internazionale, almeno tra noi appassionati di letteratura caraibica: Arturo Arango (indimenticabile il suo Lista de espera, soggetto per un film straordinario), Leonardo Padura Fuentes (notevole il ciclo del Conde ma anche Il romanzo della mia vita, L’uomo che amava i cani, libri fondamentali per capire Cuba), Abilio Estévez (se non avete letto I palazzi distanti edito da Adelphi vi consiglio di procurarvelo in fretta), Yoss (Danilo Manera ha tradotto molti suoi racconti) e Aida Bahr (dirige l’Istituto Cubano del Libro). Altri autori sono meno noti, ma rappresentano una vera scoperta letteraria, per questo dobbiamo essere grati a Secci e a Gran Via: Marilyn Bobes, Jesús David Curbelo, Daniel Díaz Mantilla, Abel Fernández-Larrea, Susana Haug Morales (giovanissima, nata nel 1983), Francisco López Sacha, Reinaldo Montero e Osdany Morales.
Abbiamo avvicinato la curatrice Maria Cristina Secci per sapere da lei qualcosa di più sul libro, consapevoli come siamo che in Italia il racconto non ha mai avuto la stessa fortuna che in America Latina.
Come nasce il progetto Vidas e perché il racconto?
Vidas fa parte di una trilogia - Cuba appunto, Messico con Tierras e prossimamente Cile - pensata per la collana Dédalos di Gran Vía: 13 racconti per addentrarsi ogni volta nei labirinti della cuentística contemporanea latinoamericana, un genere storicamente trascurato dall’editoria italiana. Eppure racconta così bene un continente intero, che si assapora così, a piccole e intense tappe…
Come avete operato la selezione di autori e opere?
Criteri a quattro mani con la mente (e cuore) di Gran Vía: l’editore Annalisa Proietti. Abbiamo pensato di combinare diverse generazioni con nomi già noti ai lettori italiani e altri inediti esponenti della nuova realtà letteraria cubana. Il filo rosso è quella cubanità che fa vibrare ogni pagina della raccolta…
Quale ruolo hanno avuto gli studenti nella realizzazione dell’opera?
Tutti gli autori tradotti hanno sposato la causa didattica delle antologie, perché i traduttori di questi racconti sono gli studenti dell’ultimo anno della laurea magistrale in Traduzione specialistica dei testi dell’Università di Cagliari. Sono loro il futuro della traduzione e hanno bisogno sin d’ora della fiducia di autori ed editori, hanno l’agilità di chi è ben disposto sia al neologismo che alla tradizione…
Perché il genere racconto non convince l’editoria italiana?
Fondamentalmente credo che sia sempre stata una situazione prodotta dalla sfiducia degli editori nei confronti del genere, una specie di pregiudizio assurdo perché in altri paesi vende moltissimo, come appunto in America Latina dove ha creato sottogeneri che da noi iniziano a muovere i primi passi solo ora (vedi las cronícas, quelle giornalistico-narrative contemporanee).
Sono di parte, lo ammetto, ho tradotto un sacco di autori cubani e vorrei vedere una maggiore attenzione nei loro confronti da parte della cultura italiana. Mi piacerebbe che non venissero usati in funzione politica, come spesso accade, che non diventassero strumento nelle mani di gente interessata a sostenere o combattere un regime politico. Libri come questo - interessati soltanto a scoprire la letteratura che si nasconde nella realtà di un paese contraddittorio - sono benemeriti e fondamentali.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Domenico Vecchioni, "20 Destini straordinari"

Domenico Vecchioni
20 Destini straordinari
Greco&Greco – Pag. 308 – Euro 13
Domenico Vecchioni ci regala un’altra perla del suo grande lavoro storico - divulgativo, una sorta di antologia che comprende una serie di personalità fondamentali del XX secolo, dopo aver scritto diverse monografie complesse, tra le quali mi piace ricordare i saggi su Pol Pot, Evita Peron e Raúl Castro. Questo nuovo lavoro soddisferà i curiosi delle biografie più disparate, perché Vecchioni ci racconta vite e opere di Lawrence d’Arabia, Antoine de Saint-Exupéry, Golda Meir, Nelson Mandela, Evita Perón, Amedeo Guillet, Lenin, Francesco De Martini, Wiston Churchill, Sir Edmund Hillary, Raoul Wallenberg, Ernest Hemingway, Pu Yì, Madre Teresa, Birger Dahlerus, Victor Kravchenko, Zelda e Scott Fitzgerald, Emilio Salgari, Gandhi e Douglas MacArthur. Come dire che ce n’è per tutti i gusti, si va dal profilo storico a quello letterario, passando per grandi personalità politiche del Novecento. La caratteristica fondamentale di Vecchioni è quella di non cadere mai nell’aneddotica e nel bozzettismo fini a se stessi, quanto di compiere - pur nella brevità del saggio - un’analisi storica completa ed esaustiva del singolo personaggio, usando uno stile piano ed essenziale, molto divulgativo. La lezione di Indro Montanelli, Roberto Gervaso, Luciano De Crescenzo e - in tempi più recenti - Corrado Augias viene compresa e metabolizzata. Per quel che mi riguarda ho trovato interessante la scoperta di Amedeo Guillet, un italiano da ricordare che in pochi conoscono, un uomo che ha abbracciato l’Africa come grande amore della sua vita, sin dai tempi coloniali, fino a diventare ambasciatore d’Italia in Giordania e in India. Altri capitoli affascinanti riguardano Lenin e la sua fama di uomo dalle mille donne, nonostante ciò sopportato dalla moglie per la vita, ma anche Evita Perón, la vera presidentessa argentina, amata dal popolo e rispettata da tutti. Interessante la figura di Golda Meir, descritta come donna coraggiosa e forte, votata anima e corpo alla causa della terra d’Israele che ha difeso fino alla morte, pur con una salute cagionevole. Insomma un libro dove si trovano notizie e curiosità indispensabili che l’autore ha fatto bene a riunire in un’antologia di personaggi, vera e propria galleria di caratteri indimenticabili.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
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