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Fabio Strinati, "Pensieri nello scrigno"

15 Aprile 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #poesia, #fabio strinati

Pensieri nello scrigno

Fabio Strinati

Edizioni Il foglio, 2014

pp 121

12, 00

I rintocchi di un metronomo paiono accompagnare “Pensieri nello scrigno”, raccolta d’esordio di Fabio Strinati, edita dalle edizioni Il Foglio, nella collana di poesia curata da Cinzia Demi.

A metà fra classicismo e avanguardia, non sono versi di facile lettura, potrebbero quasi far pensare a parole messe l’una accanto all’altra, se non ci fosse quella specie di ritmo - appunto musicale, ma d’una musica non troppo orecchiabile – a percorrerle e unificarle, se non s’intuisse, al contrario, uno sforzo di scarnificazione totale. Si capisce che l’autore ha letto molta poesia, ha cercato di comprenderla senza riuscirci sempre, ha prodotto qualcosa che chiede a noi lo stesso sforzo e anche la medesima fiducia. Il poeta è ormai “svestito di poesia”, e pure con una certa nostalgia, il suo è un “brado gergo, “privo di rime assai palese intralcio”. Il suo è tutto un limare, togliere, decantare, incanalare, quasi temendo che le emozioni possano debordare, dirompere in romanticismo. Meglio tenerle a bada con un lessico chirurgico, e, allo stesso tempo, onirico e siderale, un lessico che si connota per il suo contenuto ma, soprattutto, per il suono.

I temi sembrano essere quelli cari a ogni poeta e a ogni animo sensibile: la notte, la solitudine, l'amore, la morte, il dolore, l’amarezza, anzi, “l’amaritudine”, che nei giovani è, a volte, molto più agra che negli anziani, il cui dolore è intriso di rassegnazione.

Due cani un batter d’ali

un’amaritudine squarcia il petto

quel suo dolore caldo

La punteggiatura è poco usata, a tratti si sente che la ricerca stilistica è ancora in fieri, com’è giusto e auspicabile che sia, ed il tecnicismo risulta, sì virtuoso, ma anche ostico, ermetico, cacofonico: “subsannatamente egloga”, “tralatizia trasmigrano”.

Ma ci sono pure bagliori già perfettamente maturi e felici, come “Scremato è il grecale”, “il passato del becchino gentiluomo”, “il configgersi d’un raggio”.

Siamo sicuri che tutta questa investigazione retorica, alla fine, soddisfi l’autore? Siamo certi che egli non provi rimpianto per rime più “aperte e chiare”? Non è forse un’involontaria confessione quel “vorrei poter chiamare il flauto per nome?”

Vorrei poter chiamare il flauto per nome,

benedette contagiose bocche

l’ipocrita pugnale il derelitto ceppo

di appassiti fiori una e più corone

E su questa falsariga concludiamo, riportando una delle poesie meno criptiche, e per questo più gradita al nostro palato.

HO INCONTRATO IL POETA

Ho incontrato il poeta svestito di poesia

del candelabro un’abatjour silente

del pettirosso un lessico vitreo

quantunque la sola pena

il sopito fischio

del nespolo l’eterno

sulla soglia il fico

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