recensioni
Rosalba Perrotta, "L'uroboro di corallo"

L'uroboro di corallo
Rosalba Perrotta
Salani, 2017
pp 324
Questo libro si legge alla svelta, scivola come acqua frizzante, no, anzi, come prosecco, e quindi alla fine uno si aspetterebbe qualcosa di più. Va bene l’uroboro, va bene la rinascita delle dame, ma qualcosa di più significativo dovrebbe pur arrivare.
Allora bisogna capire che la parte rilevante de L’uroboro di corallo, di Rosalba Perrotta, forse non è la trama, quanto, piuttosto, il modo in cui sono caratterizzati i personaggi, alcuni molto veri, altri quasi macchiette. La scrittura femminile rende avvincente anche una semplice concatenazione di gesti, come scegliere un abito, fare la valigia, preparare la tavola, cucinare. E di cose in questa storia ce ne sono tante, dai tarocchi all’antiquariato, dalla cucina, al canto.
Anastasia è una signora di settantuno anni che somiglia a Ingrid Bergman. Timida, repressa, “ammodo” e insicura, soffre per l’abbandono del marito archeologo, che l’ha lasciata con due figlie grandi, rifacendosi una vita con una donna più giovane. Le figlie sono adulte, ormai - Doriana pratica e Nuvola sognante - entrambe con problemi personali, hanno nei suoi confronti l’atteggiamento infastidito e protettivo che spesso si riscontra nei rapporti fra ragazze e madri avanti con gli anni. Grazie ad un’eredità, entra in possesso di Anastasia un palazzotto in un quartiere malfamato di Catania, appartenuto all’amante lituana (e sensitiva) del nonno, con annesse cianfrusaglie, fra le quali una spilla a forma di uroboro, simbolo di rinascita, molto ambita dal capo di una confraternita esoterica, tale cavalier Santospirito. Ognuno dei personaggi, Anastasia, Doriana, Nuvola, Igor Pastorello, Matteo etc, a suo modo è solo con i propri problemi, come siamo in fondo un po’ tutti. Doriana ha un marito depresso e un amante invadente, Nuvola non ha mai raccontato a nessuno perché si sia vista costretta a lasciare il fidanzato quasi sull’altare e, inoltre, soffre la lontananza dal padre. Tutto è raccontato con estrema leggerezza, con molta ironia. L’autrice sembra non prendere niente troppo sul serio ma, comunque, sa analizzare molto bene la psicologia dei vari caratteri.
La risurrezione di Anastasia sarà tale da portarla a contatto con persone che mai avrebbe pensato di poter frequentare, prime fra tutte le tre cugine continentali che sua madre le aveva sempre proibito di incontrare perché sconvenienti e bizzarre. Saranno proprio loro a introdurla a una nuova vita fatta di scoperte, di colloqui, di cultura e di viaggi. Dal momento in cui entra in possesso della spilla, ad Anastasia accadono solo cose piacevoli e uno stimolo interiore la induce a rinnovarsi, ritrovando persino un amore infantile, un bambino che l’aveva chiesta in moglie durante una recita scolastica. Non sappiamo se il progresso interiore e il ringiovanimento esteriore, se i nuovi corteggiatori e il ritrovato elan vital, dipendano davvero dai poteri magici dell’uroboro o se si tratti di un “effetto placebo”. Può darsi che la convinzione di avere un aiuto sovrannaturale spinga Anastasia ad agire in modo da attirare effettivamente eventi positivi. Dentro di lei le premesse c’erano, occorreva solo un impulso per tirarle fuori.
Se un significato c’è in questa storia, è il senso che può avere la vita nella terza età. Figlie distratte possono capire che una donna di settanta anni è ancora una persona, esattamente come loro? Che non può vivere solo stando attenta “a non rompersi un femore”? Che ha desideri, rimpianti e persino sogni? Che, alla fine, è sempre quella che era quando aveva la loro età? Forse invecchiare non è solo sbiadire, forse ci vorrebbero più opportunità e più considerazione per tutti. Una donna di settantuno anni ha ancora il diritto di disobbedire, quello che Anastasia non ha mai fatto nella vita. Intere generazioni di femmine sono cresciute obbedendo ai genitori prima, al marito e ai figli poi. Il loro momento non è mai giunto. La spilla con l’uroboro simboleggia la venuta di quel momento.
Sparsi nel testo ci sono anche altri temi non trascurabili, lasciati emergere tramite l’umorismo delicato che caratterizza la cifra dell’autrice, ad esempio il razzismo.
L’ambientazione è una Sicilia moderna, non legata ai soliti stereotipi ma molto caratterizzata e ancora preda di vecchi retaggi perbenistici, e persino di reminiscenze esoteriche. Fondamentale l’uso di termini dialettali.
Lo stile è vivace e ironico, si basa su dettagli molto concreti, come la tazza di Orzoro o gli arcani dei tarocchi, mescolati a suggestioni colte; la narrazione corale si fonda su un punto di vista rigorosamente circoscritto che ci fa conoscere i pensieri di tutti i protagonisti. Molto peculiari e realistici i dialoghi, dove a parlare è una persona sola. Abbiamo poi lettere, mail, canzoni.
Tutto vivace, “appetitoso”, spumeggiante… però, come dicevo, alla fine i fili della trama vengono tirati, anzi strattonati, troppo in fretta e la tanta carne al fuoco lascia a bocca asciutta.
Insomma, molto (spassoso) rumore per nulla.
Paola Tavella e Agostino Toscana, "Deadflowers"

DEADFLOWERS
Paola Tavella – Agostino Toscana
(140 pagine, bookabook. E-book a 5€; Cartaceo a 12€)
Una storia cruda e crudele che ruota attorno a un vecchio colpo degli anni di piombo. Un colpo andato a finire male.
Sono passati trent’anni. Chris è tornato e ha il grilletto più facile di prima. Rimette insieme la vecchia banda. Indio, che è quasi come un fratello, ma soprattutto Dori, la sadica ragazzina che amava i coltelli e che ora è divenuta una donna che si guadagna da vivere in un modo spietato e disumano. Peccato che sulle loro tracce ci sia una banda di fascisti e un vecchio sbirro incattivito.
Deadflowers non è un romanzo, è un film d’azione giocato in modo straordinario tra flashback che si rincorrono fino alla fine sprigionando un senso drammatico che picchia duro nel cuore.
I due autori tracciano personaggi veri, descritti per dettagli, personaggi di cui si sentono gli odori. La narrazione è scarna ma fortemente empatica, di quelle che ti entrano dentro subito e ti scavano con le unghie laccate di rosso e le punte metalliche dei pugnali. I capitoli sono brevi, i titoli grandi, in grassetto, che sembrano martellate. Ci raccontano una città, una grande città, e come tutte le grandi città è piena zeppa di gente spenta che insegue la sopravvivenza e, sebbene in mezzo a milioni di persone, è sola. Ci raccontano di gente che vive aggrappata a un passato che gli è rimasto cucito addosso come una pelle strappata, gente che ha smesso di vivere molto tempo fa quando ha iniziato a ricordare. Di gente che aveva un sogno e la vita è andata al contrario, di gente che dà la colpa a chiunque perché non si rende conto, o forse sì, che la colpa è solo sua, perché la vita che si ritrova se l'è voluta, se l'è cercata e costruita, passo dopo passo, e lo stesso vale fino all’ultimo gesto dell’ultima scena. Un susseguirsi di azioni stupide di barche ancorate in un porto che non c’è più.
Deadflowers è carne e sangue, schegge d’ossa, coltelli e pallottole, rabbia e disillusione. Un romanzo pulp che potrebbe essere un film. È già pronto, già sceneggiato. Un romanzo pulp che ci racconta tutto ciò che non si deve fare se si vuol vivere una vita vera.
«No. Ero morto prima. Quando tu eri via. Ero morto in quel bilocale di merda sulla Tiburtina, ero morto mentre cenavo con quella stronza di mia moglie e quel coglione di mio figlio, ero morto quando al lavoro non mi cagava più nessuno, ero morto quando dovevo ricattare i tossici e gli spacciatori per arrotondare la pensione. Ora sono vivo, Chris, vivo!»
Deadflowers è l’autostrada per l’Inferno, è saltare le uscite e schiacciare fino in fondo sull’acceleratore.
Sesso e amore e controllo maschile in libri da due milioni di copie: il caso di Meredith Wild

Anni e anni di lotte, di manifestazioni, di movimenti, di scioperi affinché la donna potesse giungere all’emancipazione. Affinché potesse avere il diritto di esistere senza che l’uomo avesse ruolo chiave in quella sua esistenza. Affinché potesse smettere di essere considerata inferiore, stupida, incapace.
Anni e anni di lotte affinché potesse cessare di essere considerata una lavastoviglie e un’incubatrice. Affinché potesse diventare un anello della catena lavorativa. Affinché potesse dimostrare il suo valore, competere con l’uomo, scalare vette mai raggiunte.
Anni e anni di lotte, ma non siamo ancora andati troppo lontano… la prova è in ciò che ci circonda.
In un mondo che la maltratta, che la umilia, che la uccide e che la stupra, la donna cerca a tentoni di dimostrare il suo valore, la sua forza. Anche quando viene accusata di aver cercato una violenza perché poco vestita; anche quando in un Parlamento Europeo viene tacciata di scarsa intelligenza; anche quando non viene assunta a lavoro perché, si sa, la donna non vale quanto l’uomo e a un certo punto le verrà voglia di mettere su famiglia; anche quando la sua morte non fa rumore.
Facciamo finta di essere diversi, di esserci emancipati, ma non è cambiato il succo.
L’uomo la vuole lì, in una cucina immacolata, a sfornare torte margherite per lui e a partorire i suoi figli – meglio maschi, eh –. Perché è questo il suo compito, no? Preparare spuntini per il suo uomo, accoglierlo in casa quando torna da lavoro e, remissivamente, porgergli tutto l’amore che prova in quel suo cuore dolce. Stamparsi su una faccia da “farei di tutto per te”, vestire una gonna con i quadrati al ginocchio, essere felice per ciò che la vita le ha concesso: un marito. E quando non lo fa, in certi casi muore; viene sfigurata; viene picchiata.
Be’, in questo mondo, signori, i libri che vendono, quelli che fanno soldi grossi, sono quelli dove l’uomo è ricco, bello, potente e ha bisogno del controllo. Quelli dove la donna rinuncia alla sua indipendenza – parzialmente o totalmente – dovendo riferire al suo boss ogni spostamento, ogni respiro, ogni conversazione.
Questi libri hanno qualcosa di insano, di perverso, di marcio e non certo per l’argomento amoroso o per le parti erotiche – che poi, di grazia, cento scene tutte uguali danno la nausea dopo un po’, o no?
Si parla sempre di Cinquanta Sfumature, ma anche Meredith Wild con la sua Saga non scherza.
Il secondo volume della saga è peggio del primo – che certo non mi aveva entusiasmata comunque – sotto più punti di vista.
Erica è follemente innamorata di Blake. Lui hackera il suo account, pretende che lei non faccia nulla senza il suo consenso, la segue. La domina. Lei un po’ si stranisce, ma quando lo vede tutto passa in secondo piano.
“Blake aveva le sue belle contraddizioni. Un attimo era dolce di una tenerezza struggente, l’attimo dopo riusciva a mandarmi su tutte le furie con la sua mania di controllo compulsivo.”
Lui è stato un colpo di fulmine, una manna dal cielo, un meteorite. Ha bisogno di comandare ed Erica glielo concede. Come farebbe senza di lui? Le dà sicurezza nella vita quotidiana e le dona, fisicamente parlando, qualcosa che non sa nemmeno spiegare.
Soprattutto a letto, ha bisogno di sapere che lei farà tutto ciò che lui desidera. Dipende da lui. Da ogni sua parola. Da ogni suo gesto. La ribellione non è ammessa. Lei è una marionetta, una bambola. Lui è il capo.
“«Stenditi e non farmelo ripetere un’altra volta.»
Ripresi il respiro che avevo trattenuto, improvvisamente intimorita dal tono autoritario della sua voce. Il pensiero di protestare per quella semplice ma potente richiesta era lontano e fu subito travolto dal desiderio che lui prendesse il controllo del mio corpo per tutto il tempo che ritenesse opportuno. Obbedii e mi stesi sulla schiena. (…) Di nuovo il rumore di una busta e poi mi legò i polsi con una stoffa setosa e strinse il nodo, non lasciandomi alcuna possibilità di liberarmi.”
Si fa trattare come un oggetto sessuale per compiacerlo, si fa punire con la convinzione di aver meritato quel male. Soffoca il pianto e i sussulti. La sua anima intera, squarciata per l’umiliazione, trema. Poi, inaspettatamente, le piace. Il dolore la acceca, però nel frattempo freme di piacere. Ma che si è fumata, questa Wild?
“«Non ti sei comportata tanto bene mentre sono stato via, vero?» Scossi il capo più che potei. Il suo palmo si stampò duramente sul mio sedere. Sussultai per lo shock del dolore. (…) Era così severo che giurai fosse una vera punizione. Volevo che fosse così, e mi concessi di crederlo. Mi convinsi che Blake mi stesse punendo e glielo lasciai fare. Per aver scatenato la sua gelosia, per aver premesso a James di avvicinarsi tanto. (…) Tutto il mio corpo si irrigidiva a ogni colpo. Perché lo stai facendo? Le lacrime bruciavano gli occhi, la gola era chiusa dall’emozione repressa. Te lo meriti. L’hai voluto tu. Prenditele. Prenditele tutte.”
Fa tutto quello che lui vuole che faccia, persino convincersi che quello sia un amore giusto, equo. Che sia un amore speciale, diverso, bello e puro. Quello dove lui dà ordini e lei si sottomette, insomma, è un miracolo.
“«No, aspetta, ti prego» Sospirai e mi premetti le tempie, infastidita da quello che stavo per ammettere. «C’è una parte di me… Anche quando mi sforzo di bloccare ogni passo che fai, c’è una parte di me che vorrebbe darti il controllo di ogni cosa. Sottomettersi per la vita.»”
Va avanti così, con scene di sesso miste a problemi; sono molti gli ostacoli che la coppia modello dimostra di saper affrontare, sempre mano nella mano e con un frustino per animali a tracolla.
Il padre di Erica – che conosce da una manciata di giorni, ricordiamolo – cerca di comandare la ragazza offrendole un accordo – probabilmente l’uomo è destinato a comandare, per l’autrice –; non si capiscono le motivazioni di questo sbattimento di testa da parte del politico rampante, né si comprende perché scelga proprio lei visto che è un pericolo farla entrare nella sua vita proprio in quel momento.
L’impressione è che serva un diversivo, un motivo perché Erica possa dimostrare appieno l’amore per il suo lui. Quale modo migliore, se non quello che rinunciare a lui per un ordine che arriva da un uomo senza scrupoli?
Ed ecco di nuovo, a ruota e senza che al lettore venga concesso un attimo di pietà, un vortice di bugie, gelosia, desiderio e colpa. E pianto e mezzi tradimenti e mezze comprensioni.
Come poteva mancare l’altro uomo?
James, bello da paura e dolce come un cannolo ripieno, le fa la corte. Lei quasi cede, poi però si ricorda di ciò che è Blake per lei. Non sia mai.
Alla fine Erica dimostra un po’ di spina dorsale. Però non con Blake, da lui continua a dipendere come una pianta dalla terra.
Contenta lei.
Alberto Facchinetti, "La versione di Gipo"
Alberto Facchinetti
La versione di Gipo
Edizioni Incontropiede – www.incontropiede.it
Pag.- 170 - Euro 16,50
In Italia il calcio è lo sport più popolare, ma sia in letteratura sia al cinema non ha mai riscosso grandi successi, nonostante buone opere come Azzurro tenebra di Arpino e Ultimo minuto di Avati. Vogliamo peccare di immodestia e metterci anche il mio Calcio e acciaio, selezionato al Premio Strega nel 2014? Facciamolo. Tanto non costa niente. Aggiungo che il calcio ha dato vita a gustose parodie cinematografiche come Il presidente del Borgorosso con Sordi, I due maghi del pallone con Franco & Ciccio, L'allenatore nel pallone interpretato da Banfi e Mezzo destro e mezzo sinistro con Gigi & Andrea. L’elenco non sarebbe finito, anche se di successi veri e propri - se non in ambito comico - non ce ne sono mai stati. Come dice Pupi Avati, la gente il calcio lo vuol vedere allo stadio, partecipando al rito collettivo della gara calcistica, non leggerlo tra le pagine di un libro o guardarlo in un film. Forse ha ragione il grande regista bolognese, ma per me cresciuto a pane, calcio e fumetti (educazione postmoderna!) il calcio resta affascinante anche da leggere, da scrivere e da vedere nella sala di un cinema di periferia (ce ne sono ancora?).
Alberto Facchinetti deve pensarla come me, se ha messo su una casa editrice che pubblica solo libri di calcio e se scrive quasi esclusivamente biografie romanzate, affascinanti come quelle su Julio Libonatti e Vittorio Scantamburlo (lo scopritore di Del Piero), documentate ed esaustive come la sua ultima fatica: La versione di Gipo. Titolo azzeccatissimo, che ricorda un romanzo di successo, ma che in realtà nasconde la vita avventurosa del grande Gipo Viani. Certo, ai ragazzini che seguono il calcio artefatto dei nostri tristi anni Duemila - che a me interessa zero, dico la verità - è un nome che non dirà niente, ché non si faceva tatuaggi e non si scopava le veline, ma era soltanto uno capace di lavorare sodo.
Facchinetti ripercorre l’epopea di un calciatore di buon mestiere, ma soprattutto di un grande allenatore, inventore di nuove tattiche e schemi, vero e proprio punto di non ritorno tra il calcio del passato e quello degli anni Sessanta, dove sono cresciuto anch’io, prima modesto calciatore poi arbitro della vecchia Lega Semiprofessionisti. Viani si racconta, come in un'immaginaria intervista, come se stesse scrivendo brani di diario della sua vita, tracciando brandelli di un’esistenza che attraversa tutto il calcio italiano degli anni Sessanta. Un libro che fa tornare alla memoria nomi troppo amati da un bambino che collezionava figurine Panini e che ci giocava nel tinello componendo formazioni e inventando immaginarie partite: Rocco, Rivera, Janich, Brera, Pascutti, Carniglia, Nicolè, Pelé... e poi si parla del Milan, del Bologna, della Nazionale, della coppa dei Campioni dei tempi in cui si fremeva nell’attesa di vedere la partita televisiva del mercoledì. Insomma, La versione di Gipo è un libro che profuma di tempo perduto per noi che siamo nati negli anni Sessanta (io nell'anno zero!), che fa commuovere mentre pensiamo a quanto eravamo ingenui e a quanto fosse genuino il calcio d'allora. Tornare indietro è impossibile, quel bambino non può riprendere la pallina del calcio balilla per giocare partite sulle mattonelle, immaginando Peirò centravanti dell’Inter e Pizzaballa portiere del Verona. Ma leggere questo libro ci fa star bene. E tanto basta.
Un tuffo nel passato
Quando da piccola la mia mamma mi metteva tra le mani un libro – per “leggere come lei”, malgrado fossi ancora troppo piccola per farlo – non aveva idea di ciò che la lettura sarebbe divenuta per me. Non sapevo ancora cosa quegli scarabocchi scuri significassero, badate bene, ma quel testo tra le mani mi dava sicurezza. Mettendolo al contrario, lo sfogliavo, percependo già il fascino nascosto e un po’ misterioso delle pagine ingiallite dal tempo e rovinate dall’uso. Guardavo, scandagliavo con attenzione. Cercavo di fare come lei, sfogliando ogni pagina con calma e cura maniacale e focalizzando la mia attenzione su dettagli che, di fatto, non ero in grado di percepire. Con ossessione. Con passione. Quando poi ho imparato a leggere, ho volto la mia attenzione verso la sua immensa libreria, e da lì è iniziato tutto.
La cosa bella è che ancor oggi sento un immenso amore per i libri antichi, quelli che hanno una storia, un passato, qualcosa da raccontare che sia di cornice a quella che è la vicenda narrata vera e propria. Ogni pieghetta e sottolineatura è un ornamento, un decoro. Ogni foglietto dimenticato – magari tra il capitolo 7 e l’8 – è una storia dentro la storia. Amo l’odore di vecchio che impregna le pagine, quell’odore che sa un po’ di muffa e un po’ di polvere. È diverso da quello dei libri nuovi, di quelli che se li metti sotto il naso senti la fragranza dell’inchiostro e di fogli vergini su cui tu per primo imprimerai la vita, la tua vita.
Ho letto di tutto, prendendo avidamente dalla sua collezione ogni testo che pensavo potesse darmi sollievo.
Ho letto Stephen King – che poi si è impossessato del mio cuore, rimanendo impresso come un tatuaggio –, ma anche Mary Higgins Clark, Ken Follett, Jeffery Deaver e molti altri. Amavo il thriller e il risvolto macabro già allora, quando per spaventarmi bastava uno spiffero e una finestra ballerina. Ho letto qualche romanzo rosa, all’epoca, ma poco capivo dell’amore e delle sue sfumature… Preferivo quelle del terrore, più comprensibili e a portata di mano.
Amavo stare sveglia – gli occhietti aperti, spalancati verso la porta e quel tremore alle mani che non andava via nemmeno con la camomilla della mamma –, in preda all’agitazione, malgrado non lo potessi ammettere nemmeno a me stessa. La sensazione di rendere un libro tanto vivo nella realtà da permettergli di condizionare la mia mente era la forma di legame più forte cui potessi dare luce. Bambina paurosa e un po’ chiusa, facevo di quegli incubi impressi su carta ragione di vita o di morte. Mi ci avvolgevo completamente; davo il cuore e l’anima.
Poi i miei interessi si sono differenziati e ho ampliato le mie letture. Ora leggo di tutto, insomma, ma allora, in quei giorni lontani nel tempo e nello spazio, quello che cercavo era proprio il brivido. Il brivido di non poter chiudere gli occhi; il brivido di sentire rumori e sussurri e rintocchi; il brivido di fare della fantasia realtà.
Le mie letture giovanili mi sono tornate in mente nei giorni scorsi.
Ho scovato, recentemente, una vecchia libreria e l’ho eletta a paese dei balocchi. Mentre rivolgevo il mio sguardo un po’ qua e un po’ là, mi sono imbattuta in un’enciclopedia. La biblioteca del brivido. Ho letto qualche titolo, qualche autore. Poi mi sono fermata.
Mary Higgins Clark, Nella notte un grido.
Mi sono ricordata de La culla vuota e del brivido che mi aveva percorso la schiena all’ultima pagina. Avevo sì e no dieci anni. Rimasi sveglia per qualche giorno, dopo averlo letto, impaurita e condizionata da quella trama forte, da quei personaggi enigmatici. Da quel mistero che sapeva di abominio.
Allora l’ho comprato.
L’ho letto con avidità e con interesse, quasi fossi tornata quella bambina che, a lume di un’abat-jour della Disney e avvolta dalle coperte degli Aristogatti, trovava i meandri della terra e ci si immergeva.
La bella protagonista, Jenny, è una donna che va avanti, nonostante tutto… nonostante due figlie, nonostante i problemi economici pressanti e nonostante un lavoro dove non viene valorizzata. Ogni sera torna a casa e non ha tempo di essere felice, di godersi i migliori anni della sua vita. Quando il bell’Erich, pittore di spicco schifosamente ricco, inizia a farle la corte, a lei non sembra nemmeno vero.
Ho affrontato, durante la lettura, le sue stesse paure e i suoi stessi dubbi. Ho amato quel bell’artista tenebroso, voglioso di sicurezza e tranquillità. Così come Jenny, ho avuto pena per lui, per la sua incapacità di lasciare indietro la morte e il passato. Poi ho avuto, proprio come lei, paura. Sono stata confusa, stranita.
Dimentica di ciò che la Higgins Clark era capace di provocare, mi sono donata alle sue parole.
Un tuffo nel passato, un salto nel vuoto.
Sono rimasta sveglia a lungo, dopo la parola fine.
Alla luce di un’abat-jour viola, da adulta, in un letto matrimoniale grigio-pallido sito in una camera sobria in legno chiaro, mi sono sentita un po’ come allora.
Poi mi sono girata, ho spento la luce e ho dormito. No, il passato è solo passato.
Sergio Toppi, "Sharaz-De le mille e una notte"
Sergio Toppi
Sharaz-De Le mille e una notte
NPE – euro 29,90 – pag. 255
Sergio Toppi (1932 - 2012) è uno dei grandi nomi del fumetto italiano degli anni Sessanta e Settanta - quando era un genere vitale e popolare non roba d’elite come adesso - uno che può stare alla pari con Hugo Pratt, Dino Battaglia, Milo Manara e Guido Crepax. Eppure molti se ne sono dimenticati, come capita spesso a grandi autori che hanno rappresentato il fulcro della nostra letteratura per immagini. Non io, cresciuto a pane e fumetti, senza per questo disdegnare i classici e i romanzi contemporanei, frutto come sono di una sana educazione postmoderna.
Toppi aveva il vantaggio di scrivere per il Corriere dei Ragazzi, per riviste considerate educative, rifaceva a fumetti i racconti di Buzzati, le Mille e una notte, scriveva racconti storici insieme a Mino Milani… Mio padre era un suo fan sfegatato, diceva che era un disegnatore che si rifaceva alla vecchia scuola del fumetto americano. A mio parere non è così vero, con Toppi siamo dalle parti dell’espressionismo tedesco e del realismo magico sudamericano. Toppi - per fortuna - non è stato dimenticato neppure da un piccolo editore colto e capace come Nicola Pesce, che dopo aver riscoperto Dino Battaglia prosegue nella sua opera meritoria di ristampare grandi opere del fumetto italiano. Il primo volume della collana Toppi è Sharaz-De, un modo agevole per avvicinare i ragazzi alla complessa lettura de Le mille e una notte, sceneggiate per immagini con estrema cura e con una ricerca linguistica certosina.
Il libro di NPE è stupendo, grande formato, rilegato, molte pagine a colori, dipinte ad acquarello, tanti originali in bianco e nero, schizzate con il tratto inconfondibile dell’artista milanese, stilizzato e nervoso, a base di chiaroscuri. Ottimi apparati critici, con una dotta introduzione di Matteo Stefanelli e un’intervista che Toppi ha rilasciato a Mariangela Rado, l’8 marzo del 2010, due anni prima di morire. Il nostro premio Yellow Kid 1975 fa sfoggio di modestia, dice di non ritenersi un maestro e di aver cominciato a disegnare fumetti per necessità, imitando modelli di autori più esperti.
La collana dedicata a Toppi andrà avanti con Blues, Bestiario, Naugatuck 1757, Chapungo, Ogoniok, Il dossier kokombo, Il Dio minatore, Krull, Il Collezionista, Colt Frontier, Tanka, Warramunga, La leggenda di Potosi, Sic Transit Gloria Mundi… l’archivio di cui dispongono gli eredi è sterminato. Per fortuna recuperabile, perché in certi casi non si riescono a ristampare vecchi fumetti per un problema di diritti, come nel caso dei fumetti Bianconi, dove ci sarebbe del buono da recuperare.
Lasciatemi dire che i grandi editori hanno abdicato al loro compito istituzionale di fare cultura e che per fortuna esistono piccole e dinamiche realtà come la Nicola Pesce Editore. Se così non fosse, saremmo nelle mani di chi sforna prodotti commerciali, li presenta al Premio Strega per allargare la platea dei possibili fruitori, spacciando per arte dei patetici quanto sterili virtuosismi.
Claudia Muscolino, "A casa per Natale

A casa per Natale
e racconti per tutto l’anno
Claudia Muscolino
Porto Seguro Editore, 2016
pp 113
12,90
Per costruire un buon racconto breve, a mio avviso, occorrono quattro elementi: un’idea originale, un’atmosfera particolare, un linguaggio non banale e uno sviluppo da un punto di partenza fino ad un punto di arrivo.
Claudia Muscolino ci presenta la sua raccolta di racconti, A casa per Natale. La prima parte è ambientata nelle immediate vicinanze del Natale, la seconda, come indica il sottotitolo, in altri momenti dell’anno. Ma qui forse manca qualcosa, non tutti i racconti soddisfano i suddetti elementi, manca una sorpresa finale, un capovolgimento della prospettiva. Insomma, queste novelle lasciano poco dietro di sé, non impattano e non segnano.
Alcune storie sono molto reali, altre al limite del fiabesco e del gotico. I racconti che hanno come fulcro il Natale si basano sul contrasto fra il clima festivo e le tempeste interiori, i problematici rapporti interpersonali di famiglie riunite a forza e per convenienza.
Le protagoniste sono quasi sempre donne – ma anche qualche uomo - streghe, sensitive, assassine, omosessuali, ma pure persone comuni alle prese coi problemi di tutti i giorni, con difficili rapporti domestici, con sorelle, madri e nonne livorose e rancorose. Le loro storie, però, sono spunti, idee che abortiscono senza dare il senso della profondità, del percorso e dell’evoluzione.
Lo stile è corretto e piano, grande spazio è dato al dialogo - che suona, però, un poco artificioso, non spontaneo – perché contano i personaggi più che gli accadimenti, contano le loro interazioni, i loro rapporti non facili. Come è scritto nella quarta di copertina, “ciò che si vede è solo la punta di un iceberg emotivo”.
Umberto Bieco, "Alcune note su una non entità"

Alcune note su una non entità
Umberto Bieco
Youcanprint, 2016
pp 234
15,00
Il Superato, protagonista del romanzo Alcune note su una non entità, si confronta col Superatore e ne esce perdente. Il superato non ha nome, è una non entità, lo immaginiamo fra i trenta e i quaranta, nullafacente, vivere ancora insieme ai genitori e sulle loro spalle. Sognatore, poeta, passa la vita a scrivere testi di canzoni in inglese e a rimuginare su se stesso, autoanalizzandosi senza pietà e giudicando il mondo in modo solipsistico, un mondo che gli appare sbagliato e poco attraente.
È immaturo, presumibilmente affetto da ansia sociale, o, almeno, ne ha tutti i sintomi, condizione che purtroppo conosco bene per doverla vivere ogni giorno sulla mia pelle. In pratica è uno che guarda la vita da fuori, la vede scorrere come un fiume nel quale vorrebbe entrare senza mai avere il coraggio di saltarci dentro. È una parodia del giovane favoloso, di un Leopardi ingobbito, pronto a scrivere versi per la fanciulla di turno capace di catalizzare il suo sguardo e infiammare la sua mente.
“Si confermava come una di quelle persone perse negli anfratti sotterranei della non esistenza, mentre i vivi passavano sopra. Come quasi ogni altro, concentrato su se stesso, ignorava la fitta popolazione di quei luoghi. I suoi simili”. (pag 19)
Gli Altri – chiamarli amici sarebbe eccessivo – stanno all'esterno e vivono, lui li guarda mentre giocano, studiano, si sposano, procreano, guadagnano una posizione e una carriera. Lui rimane sempre fermo al palo, impaurito, impigrito. E la scrittura è solo un altro alibi per rimandare il processo di maturazione.
In più, è un erotomane sessuofobico, laddove i due termini sembrerebbero in contraddizione senza esserlo. È enormemente attratto dal sesso e dall’amore, ma non riesce a mettere in pratica le sue fantasie, vuoi per la solita ansia da prestazione, vuoi per un disgusto che subentra a punirlo e distoglierlo dall’obiettivo. S’innamora di alcune ragazze, le spia, le segue, instaura con loro un rapporto virtuale o telefonico, scrive su di loro pagine e pagine di diario, ma non riesce mai a concludere, per timidezza, per paura e per ripugnanza. Il sesso lo spaventa, gli appare come uno svilimento dell’ideale, del romantico, del trascendente. Le ragazze passano dal ruolo di muse angelicate a mero oggetto di masturbazione colpevole.
La storia si muove avanti e indietro nel tempo, recuperando episodi remoti per analizzarli senza compassione. È il “movimento di una stasi”, sono le increspature di un tempo che scorre inesorabile lasciando tutto com’era, eppure spostando comunque ogni cosa in avanti. Il mondo intorno muta e lui rimane bloccato nelle stesse tossiche elucubrazioni sulla propria inconcludenza, sull’incapacità di provare sentimenti autentici, sulla struttura nevrotica del proprio io.
Sogni, libri, film, saggi, recensioni, scrittori e registi vengono sbeffeggiati ma anche analizzati con intelligenza, i nomi sono camuffati ma riconoscibilissimi, come lo stesso divertente pseudonimo dell’autore, Umberto Bieco, che non dà alcuna informazione su di sé.
Che cosa distingue questo ennesimo tentativo di diario trasformato in romanzo di (de)formazione - in “nevroromanzo”, come l’autore stesso lo definisce - dal mero onanismo su carta? Cosa, in parole povere, mi fa leggere volentieri questa storia non originale? Non lo so, forse il modo in cui è scritta, personale, intessuto di allitterazioni ritmiche, intellettuale ma non noioso; forse l’ironia crudele che diventa, insieme, pietà, schifo e sarcasmo verso se stesso; forse quel mescolare generi, dai testi di canzoni, ai saggi letterari e cinematografici, a libri e, soprattutto, film che conosco e prediligo; forse è perché anch’io amo la lingua inglese; o, forse, è solo perché personalmente mi ritrovo nella descrizione dell’ansia sociale e dell’introversione spinta fino all’asocialità. Eh, già, quanto sarebbe bello non “doversi capire e ricreare in continuazione” ma semplicemente esistere.
“Era molto più semplice continuare a lasciarsi morire che vivere. E allo stesso tempo non si rassegnava ciò.” (pag 118)
Niko Parente, "Ciak, si spara"
Nico Parente
Ciak, si spara
euro 9,90 – pag.160
NPE – edizioninpe.it
Nico Parente è un saggista cinematografico che conosco molto bene per aver pubblicato - con Il Foglio Letterario - L’esorcista e Mare blu morte bianca, due opere agili e informative, la prima sul famoso film di William Friedkin, la seconda sul fenomeno del cinema degli squali, apocrifi italiani compresi. Non solo. Parente è stato indispensabile anche per completare la corposa Storia del Cinema Horror Italiano in cinque volumi, perché il suo contributo alla parte sui giovani cineasti italiani (quinto volume) è fondamentale. Adesso lo scopro alla corte di Nicola Pesce, giovane e valente editore che fa cose egregie nel campo del fumetto (Jacovitti, Battaglia, Matteucci e chi più ne ha più ne metta) ma che non conoscevo come cultore di cinema.
La prefazione è niente meno che del mio amico perduto Fabio Giovannini - perduto nel senso proustiano del termine, sono anni che non lo vedo e che non lo sento - vero esperto del cinema italiano (e non solo!), un autore dal quale tutti noi piccoli autori abbiamo imparato qualcosa. Il libro parte in quarta con la materia viva, da Romanzo criminale a Gomorra e Suburra, analizzando – come dice il sottotitolo - il crimine italiano sul grande e piccolo schermo. Vi confesso di non nutrire alcuna passione per Gomorra (il pessimo non romanzo di Saviano o la serie televisiva di Garrone non fa differenza), ancor meno per il pasticciato Suburra, ma di amare visceralmente il cinema di Caligari e il suo canto del cigno Non essere cattivo. Purtroppo Parente non ne parla, ma mi consolo con la Uno Bianca di Michele Soavi, passato in TV ai tempi dei veri sceneggiati, di cui sono stato un fan sfegatato.
In ogni caso Parente ci conferma che i generi - come ai tempi del noir alla di Leo e del poliziottesco - siano cinematografici, politici o letterari - possono aiutare a riflettere sulla politica, sulla realtà, sulle condizioni sociali di un’epoca. E anche se in merito a Gomorra chi scrive ha un pensiero diametralmente opposto a quello di Parente, ritengo utile una pubblicazione che affronta temi e problemi messi in evidenza da Uno Bianca, Romanzo Criminale (film e serie), Gomorra (idem), Vallanzasca, Faccia d’angelo e Suburra.
Edizione spartana, con il merito di un costo abbordabile, a imitazione Newton & Compton (mica c’è niente di male), molte foto in bianco e nero, un’intervista finale a Stefano Sollima. Un libro commerciale, visti i tempi, ma corretto. (Gordiano Lupi)
Massimiliano Massa, "La guerra degli Elohim"

LA GUERRA DEGLI ELOHIM
Massimiliano Massa
(400 pagine, Amazon. E-book a 0,99; Cartaceo a 15,49)
Io ho detto: «Voi siete Elohim, siete tutti figli dell’Altissimo». Eppure morirete come ogni uomo, cadrete come tutti i potenti. (Salmi 82:6/7)
John Miller è un giornalista newyorkese di basso profilo. Passa le sue giornate occupandosi di servizi scadenti per la tv d’intrattenimento. La sua vita cambia di colpo non appena un tizio che neanche conosce gli chiede di poter rilasciare un’intervista molto particolare. Il tizio è un professore ed è in possesso di un video del KGB con rivelazioni scottanti.
La guerra degli Elohim parte come un thriller con tutte le carte in regola per trasformare la lettura in un’avventura intricatissima fra vecchi segreti della Guerra Fredda e realtà celate dietro il sipario di un complotto internazionale. Eppure dietro il thriller spionistico si nasconde un romanzo che affonda la sua ricerca fino all’origine dell’uomo.
La guerra degli Elohim è un romanzo con tantissimi strati di lettura. È un’avventura thriller-fantasy-fantascientifica, ma è anche uno sprone per porsi domande e iniziare a indagare, ed è ancora di più, è un passo per renderci consapevoli del Velo di Maya attraverso cui siamo abituati a filtrare la realtà. Insieme a John Miller avremo la possibilità di vivere un’avventura memorabile, ma non solo, di vivere un’avventura che ci cambierà così nel profondo da migliorare il mondo in cui viviamo.
Cambia te stesso e cambierai il mondo. Ma per farlo dovrai prima capire.
Questo è il messaggio del romanzo. Un messaggio cucito in una trama formidabile e in un intreccio da grandioso film d’azione.
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