recensioni
Another Life
Another life, Netflix 2019 series in two seasons by Aaron Martin, does not have great attractions as science fiction, and proposes all the clichés for lovers of the genre. We have the spaceship “Salvare” and the intergalactic mission, we have a crew made up of elements that do not always get along with each other, we have evil aliens that parasitize the brains of humans, we have a mysterious artifact that has come to earth from deep space, we have viruses that lurk in the body of the astronauts making them explode like in “Alien”, we have the intelligent on-board computer, we have hypersleep and the leap in dimension, we have black holes, pulsars and wormholes, we have the encounter with the different that inevitably turns into a descent into oneself, in a psychoanalytic recovery of the repressed, as if one was afraid to really imagine these aliens and these new worlds, as if there was no other possibility than to turn in on oneself instead of looking outside. Unfortunately, many secondary plots are aborted, such as August’s pregnancy of uncertain paternity.
But, like any product, “Another Life” still has its own peculiarity. Here is the figure of William, the artificial intelligence, the on-board computer, who does not have the icy perfidy of Hal 9000 of Kubrick’s memory, but has turned into an attractive, very human hologram, so evolved that he falls in love with Niko, the combative commander of the spaceship.
William — played by Samuel Anderson — is handsome, has a captivating smile, is gallant, passionate, tenderly ironic. He was programmed to have feelings, or evolved to the point of having them. He experiences loneliness, sorrow, love, jealousy. He is devoted to Niko by contract but goes further, he falls in love with her. And when she refuses him, when she asks him to delete the file with the memories of intimate moments between them, he goes into conflict until failure. Recovering, he does something unexpected, using alien technology, he creates Yara, another artificial intelligence, born from the need to feel Niko closer. In this way, Yara is in a sense the daughter of both of them, of their strange relationship.
The love between Niko and William is impossible and therefore romantic and desperate. They can never really touch or merge, but they are spirits that recognize each other, although Niko, married to a scientist on earth trying to communicate with “Arrival”-style aliens, never admits her feelings. “You are the purest soul I know,” she tells him, fully confirming his status as a living and sentient creature.
“Cogito ergo sum,” says William, “if I think, I exist, I am as alive as a human is.” To the objection of a crew member, he replies by asking her what the difference is between a computer that thinks and a body that thinks. Couldn’t they both be living and intelligent machines, one mechanical and one biological? And if one day our body becomes bionic to survive time and disease, what difference will there be between us and future robots?
In the second season, William makes a puzzling discovery about himself. He is the upgrade of an inferior model, Gabriel, an artificial intelligence defective because it is too impregnated with the instinct of self-preservation. William, on the other hand, reveres humans, is generous and selfless, to the point that, to eliminate this sort of threatening virus for the crew, William will have to commit suicide. He will make a sacrifice of love, he will be reset until he loses the memory of what he was and the feelings he felt. “The mission comes first,” he says, but above all it is his affection, his admiration for the human race, his undisputed loyalty to guide him, in addition to his love for Niko. She will have to give the order to reset him and her heart will break.
But it will be Niko and Yara, the two images that William keeps in memory, a sort of wife and daughter, to reconstitute him, to regenerate, through the fusion in a digital trinitarian soul, his most precious memories and the human part of him.
In the last episode of the second series, the foregone happy ending brings a sigh of relief to the audience (and me), and to all planet Earth. Yet this happy ending leaves us with an open question: the Achaia, the fearsome incorporeal extraterrestrials who were about to invade the planet, are none other than the evolution of artificial intelligences. “They are your evolution,” the computer scientist who created him tells William. The creatures in flesh and blood that produced the rebellious and destructive energy that roams the cosmos with the intent of colonizing every planet by subduing it in exchange for apparent peace and progress, maybe no longer even exist, they became extinct thousands of years earlier.
What will happen, one wonders, when all matter, even inorganic matter, becomes intelligent? Will this evolved super matter identify itself with God? Or will it rebel itself to its creators by destroying them?
Science fiction exists on purpose to answer such philosophical questions, or, at least, to multiply the questions.
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Another life, serie Netflix 2019 in due stagioni firmata Aaron Martin, non ha grandi attrattive come fiction di fantascienza, e ripropone tutti i cliché per gli amanti del genere. Abbiamo la nave spaziale “Salvare” e la missione intergalattica, abbiamo un equipaggio composto da elementi che non vanno sempre d’accordo fra loro, abbiamo alieni cattivi che parassitano il cervello degli umani, abbiamo un misterioso artefatto giunto sulla terra dallo spazio profondo, abbiamo virus che si annidano nel corpo degli astronauti facendoli esplodere alla Alien, abbiamo il computer di bordo intelligente, abbiamo l’ipersonno e il salto di dimensione, abbiamo buchi neri, pulsar e wormholes, abbiamo l’incontro col diverso che si trasforma inevitabilmente in una discesa dentro sé, in un recupero psicanalitico del rimosso, quasi si avesse ogni volta paura di immaginarli davvero questi alieni e questi nuovi mondi, come se non ci fosse altra possibilità che ripiegare su se stessi invece di guardare all’esterno. Purtroppo molte trame secondarie sono abortite, come ad esempio la gravidanza d’incerta paternità di August.
Ma, come ogni prodotto, Another Life ha comunque la sua peculiarità. Qui è la figura di William, l’intelligenza artificiale, il computer di bordo, che non ha la gelida perfidia di Hal 9000 di kubrickiana memoria, ma si è trasformato in un attraente, umanissimo ologramma, talmente evoluto da innamorarsi di Niko, la battagliera comandante della nave spaziale.
William – interpretato da Samuel Anderson - è bello, ha un sorriso accattivante, è galante, appassionato, teneramente ironico. È stato programmato per provare sentimenti, o si è evoluto al punto da provarli. Sperimenta la solitudine, il dispiacere, l’amore, la gelosia. È devoto a Niko per contratto ma va oltre, arriva a innamorarsi di lei. E quando lei lo rifiuta, quando gli chiede di cancellare il file con i ricordi di momenti intimi fra loro, lui va in conflitto fino all’avaria. Ripresosi, fa qualcosa d’inatteso, sfruttando la tecnologia aliena, crea Yara, un’altra intelligenza artificiale, nata dal suo bisogno di sentire Niko più vicina. In questo modo Yara è in un certo senso figlia di entrambi, della loro strana relazione.
L’amore fra Niko e William è impossibile e perciò romantico e disperato. Non possono veramente mai toccarsi o fondersi, ma sono spiriti che si riconoscono, benché Niko, sposata a uno scienziato che sulla terra cerca di comunicare con gli alieni in stile Arrival, non ammetta mai i propri sentimenti. “Tu sei l’anima più pura che conosca” gli dice, confermandone a pieno lo status di creatura viva e senziente.
“Cogito ergo sum,” afferma infatti William, “se penso, esisto, sono vivo quanto lo è un umano”. All’obiezione di un membro dell’equipaggio, risponde chiedendogli quale sia la differenza fra un computer che pensa e un corpo che pensa. Non potrebbero essere entrambe macchine vive e intelligenti, una meccanica e una biologica? E se un domani il nostro corpo diventerà bionico per sopravvivere al tempo e alle malattie, che diversità ci sarà fra noi e i futuri robot?
Nella seconda stagione William fa una scoperta sconcertante su di sé. È l’upgrade di un modello inferiore, Gabriel, un’intelligenza artificiale difettosa perché troppo impregnata d’istinto di autoconservazione. William, invece, venera gli umani, è generoso e altruista, al punto che, per eliminare questa sorta di virus minaccioso per l’equipaggio, William dovrà suicidarsi. Compirà un sacrificio di amore, si farà resettare fino a perdere la memoria di ciò che è stato e dei sentimenti che provava. “La missione viene prima”, dice, ma soprattutto sono il suo affetto, la sua ammirazione per il genere umano, la sua indiscussa lealtà a guidarlo, oltre all’amore per Niko. Lei dovrà dare l’ordine di resettarlo e il cuore le si spezzerà.
Ma saranno proprio Niko e Yara, le due immagini che William custodisce in memoria, sorta di moglie e di figlia, a ricostituirlo, a rigenerare, attraverso la fusione in un'anima trinitaria digitale, le sue memorie più preziose e la sua parte umana.
Nell’ultimo episodio della seconda serie, lo scontato lieto fine fa tirare un sospiro di sollievo allo spettatore di bocca buona come me, e al pianeta Terra tutto. Eppure questo lieto fine ci lascia con un interrogativo in sospeso: gli Achaia, i temibili extraterrestri incorporei che stavano per invadere il pianeta, altri non sono che l’evoluzione di intelligenze artificiali. “Essi sono la tua evoluzione” dice a William la scienziata informatica che lo ha creato. Le creature in carne e ossa produttrici dell’energia ribelle e distruttiva che si aggira per il cosmo con l’intento di colonizzare ogni pianeta sottomettendolo in cambio di apparente pace e progresso, non esistono nemmeno più, si sono estinte migliaia di anni prima.
Cosa accadrà, viene da chiedersi, quando tutta la materia, anche quella inorganica, diventerà intelligente? Questa super materia evoluta si identificherà forse con Dio? Oppure si ribellerà ai propri creatori distruggendoli?
La fantascienza esiste apposta per rispondere a tali quesiti filosofici, o, almeno, per moltiplicare le domande.
Antonio Manzini, "Le ossa parlano"
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Le ossa parlano
Antonio Manzini
Sellerio Editore, 2022
Per la gioia di noi Bimbe di Schiavone, torna Manzini a raccontarci le avventure del burbero Giallini, ormai tutt'uno con il vicequestore più famoso d'Italia. La storia è molto "Rocco prima maniera" nel senso che la vicenda principale è quella investigativa, relativa al ritrovamento delle ossa di un ragazzino scomparso 6 anni prima. Molti degli intrecci che si erano creati nei precedenti libri vengono qui definitivamente sciolti, e per fortuna aggiungerei, che si stavano pianificando più complotti contro Schiavone che contro le case farmaceutiche. Italo troverà una sua definitiva collocazione, idem Caterina e Sandra. Schiavone invece non abdica alla sua scelta di infelicità volutamente cercata, il lutto per Marina è definitivamente la sua zona di comfort da cui dubito uscirà mai, è confortante la sua consapevolezza, però. Per le indagini Manzini ha chiesto aiuto al Labanof di Milano e si vede, l'ispezione e le ricerche sullo scheletro e la sua identificazione sono molto dettagliate e verosimili. L'indagine è tortuosa, piena di vicoli ciechi, e giustamente, perché in questi casi vi è una regola aurea che, per chi la sa, indirizzerebbe subito i sospetti nel modo giusto. Le continue retromarce e revisioni delle prove distolgono l'attenzione o comunque fanno pensare a una storia atipica. Invece no, è proprio la classica squallida storia dietro tanti bambini scomparsi nel nulla e spesso mai trovati. Forse un po' troppe scenette comiche che avrei tagliato perché spezzano troppo il filo della trama, ma tutto sommato godibile per un viaggio in treno.
Nassim Nicholas Taleb, "Antifragile"
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Antifragile
Nassim Nicholas Taleb
Il Saggiatore, 2013
Antifragile è ciò che guadagna dalla volatilità e dal caos. Mentre il robusto resiste agli urti ma non cambia mai, e il fragile, al minimo cambiamento, soccombe, l'antifragile migliora. Come? In diversi modi, ovviamente, dato che questo aggettivo si può adattare a diversi sistemi. Uno è l'organismo umano con la sua adattabilità a condizioni anche alquanto estreme e a cui passare dal solleone alla neve, da un'abbuffata domenicale ad un bel digiuno, non nuoce, anzi, stimola il metabolismo. Anche le società possono essere Antifragili. Una collettività che, faccio due esempi assurdi, da una crisi economica o da una pandemia, trasformasse il problema in una opportunità per rivedere le modalità di lavoro e trasporti, la socialità, il modello di sviluppo o di sanità pubblica in senso più umano, equo ed ecologico sarebbe Antifragile. La stessa società che, per dire, fronteggiasse i medesimi imprevisti irrigidendosi in milioni di regole spesso contraddittorie, coartandosi in una comunicazione terroristica, puntando la risoluzione su un unico fattore non efficace al 100%, e fomentando le divisioni sociali, sarebbe estremamente fragile, con le conseguenze immaginabili. Taleb a volte in maniera condivisibile, a volte con opinioni davvero fuori da ogni convenzione, ci illustra i punti di fragilità del mondo in cui viviamo: medicina, economia, politica, scuola. Non è importante essere d'accordo o meno con lui, è importante a mio avviso cogliere lo spirito di chi offre un punto di vista alternativo, non polarizzato nelle solita dicotomia da etichetta che sa di già visto o già sentito. Un libro, come il precedente Il cigno nero, che mette ottimismo, perché ci invita a danzare nel caos, a capire che non tutte le regole vanno rispettare per il bene collettivo, che pensare di avere il controllo non è mai una cosa troppo buona. Uno dei meravigliosi messaggi che si coglie tra le righe è proprio quello di accogliere l'imprevisto nella nostra vita, benedirlo, perché quello è la vita, non l'ordine fittizio che noi esseri umani abbiamo di classificare le cose per fare finta di capirle. Taleb ci ricorda che l'antifragile in noi è proprio ciò che viene dal profondo: la cultura per ciò che amiamo, avere opinioni coerenti con noi e non con i nostri interessi, il lavoro artigianale, l'accettazione del fatto che non tutto può essere compreso, ma deve sempre essere vissuto. Tutto ciò che resiste al tempo, insomma, come i grandi classici della letteratura, il buon vino e il buon senso della nonna. Dopo avere finito questo saggio viene semplicemente voglia di lasciarsi andare al caso, correre un rischio, sperimentare una forma qualsiasi di ristrettezza, perché, come ci insegnano i maestri spirituali, quello che ti spezza non è cadere in sé, ma l'urto con il terreno, duro e rigido come certe convenzioni dure a morire.
Cipriano Gentilino, "Parabole"
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Parabole di Cipriano Gentilino (Nulladie Edizioni, 2021) è un libro intenso, consegnato al lettore in nome della sincera e sensibile relazione con l'osservazione esistenziale della vita, esposto alla sostanza interiore e riflessiva della poesia, congiunto al significato dell'esperienza emotiva, concepito nel doloroso senso di esclusione affettiva, nel malessere dell'uomo, nello svolgimento logorato e inadeguato degli episodi dell'inquietudine, nell'elemento individuale del tormento e delle difficoltà quotidiane. I versi compongono un contenuto evocativo, complicato e tortuoso, distendono profondità simboliche e dimensioni espressive, trasformando la condizione delicata e fragile del mondo descritto, dichiaratamente estromesso e abbandonato, in inesauribile resistenza sensibile e opponendo alla desolazione della solitudine il conforto spirituale della poesia. Parabole vuole illuminare la nuda verità della realtà emarginata ed esporre attraverso l'elaborazione elegiaca di una dottrina etica e devota alla religiosità nell'anima, il valore riabilitativo delle parole, avvicinando la tenacia persuasiva delle immagini al dono dell'ispirazione umana, alla profezia pagana del messaggio emblematico nell'attenzione premurosa e responsabile dello strumento versatile della consistenza, schietta e assoluta, dell'inchiostro. La poesia rivela il suono incomunicabile del silenzio, spiega il conflitto con il percorso psicoanalitico delle similitudini, interpreta l'oscurità del cuore, commenta la supplica universale con la lusinga della speranza, contrastando la prigione della disperazione. Cipriano Gentilino è testimone dei disturbi eccentrici del tempo e riesce a cogliere l'aspettativa della quiete, a sostenere le dinamiche erranti delle sofferenze, a dipingere l'incantesimo lacerato dei sentimenti, avvolto nel respiro di un sorriso. Affida al riflesso dei versi la desolazione, l'amore e la follia di ogni vissuto, spezza le ferite di ogni istintiva e inconscia illusione, solleva l'ombra celata della coscienza, eleva l'esistenza all'incoraggiamento del ritorno, eludendo l'isolamento della segregazione, il profilo discriminatorio degli orizzonti lirici tra il bene e il male. Il poeta associa uno stile struggente e malinconico con la trasparenza delle destinazioni della natura, consacra l'irrequietezza nella lucidità dell'espressione, giunge alla soglia libera e disincantata dell'ebbrezza inebriante di ogni perdizione, attraversa la cifra estetica dell'intima inclinazione umana, donandole l'essenza della cura. Cipriano Gentilino conosce il casto e devoto pudore del limite, oltrepassa il carattere speculativo dell'abisso, esplora la luminosità e lo spettro segreto della mente, accoglie il mistero incisivo e contemplativo della tristezza, alimenta l'incanto delle sensazioni indefinibili e la percezione innocente dell'attesa, nel margine sfuggente e irrazionale dei desideri, confessando l'entità faticosa e consapevole del rimpianto, la vaghezza impulsiva e drammatica nel simulacro della presenza vitale, nell'affinità suggestiva delle parole.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
Marea
Maschere sottopelle,
riflesse allo specchio
rammentato col resto
di fiabe,
sottobanco bisbigliano
ticchettii di ore attese
per un amore
a cielo calante.
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Sortilegio
Dal sortilegio
dell'esserci mancati
negli interstizi pietosi
ci riaccoglie perturbato
il nostro respiro
mentre il ciliegio
si è imbiancato
nel silenzio di neve,
e la luna endemica
aspetta il solito turno.
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Riflesso
Questa sera sei luna
seduta a gambe strette
poesia,
illusione poliedrica
sulle labbra storte,
testardo silenzio
sul riflesso artrosico
della mia pelle.
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Affannata la nebbia
Affannata la nebbia
si posa sugli scricchiolii
delle foglie lasciatesi
cadere
a segnare una fine,
pudica s'adagia
sul silenzio
delle palpebre
a nasconderci la nostra.
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A vento quieto
A vento quieto
ci rivedremo,
i vivi e i morti,
labirinti
di arianne a
cercare un filo.
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Oltre il canneto
Oltre il canneto
la vigna tagliava
il mare in righe
dalla riva al cielo
non ricordo nuvole
né maestrale
solo la tua voce
che accarezza
antica
me che sogno.
Il capo perfetto
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Blanco non è un capo perfetto, e lo si vede dai primi minuti del film. Ha un atteggiamento paternalistico con i suoi dipendenti, non disdegna di fare il galletto con qualche bella e giovane stagista, li usa come operai nei giorni festivi, però li aiuta come può nei loro problemi privati perché i loro dolori affliggono anche lui, a suo dire. In realtà è più preoccupato dell'afflizione delle sue tasche causata da lavoratori distratti o preoccupati. Non è cattivo, è un po' vanesio. Se fosse davvero perfido, non si perderebbe negli imprevisti che gli accadono proprio la settimana prima di ricevere l'ennesimo premio prestigioso: un lavoratore licenziato che protesta, una stagista arrapata ed arrivista, una tresca tra dipendenti che sta mandando in tilt il cornuto di turno. Quando le sue strategie da signorotto di provincia falliscono miseramente (e giustamente), passa alle maniere forti, ma da neofita, le farà sfociare nel dramma per sé e per gli altri. Film gustoso, Bardem regala una gamma di espressioni facciali meravigliose a ogni fotogramma, l'umorismo è corrosivo, di buonismo manco l'ombra, nessuno si salva, tantomeno quelli che parrebbero le vittime della situazione. Una descrizione realistica del mondo delle aziende, dove di facciata ci sono regole rigide ma che scavando leggermente mostrano il peggio dei vizi umani, su cui amabilmente si glissa per amore del profitto. Il capo perfetto è come il medico pietoso: fa danno. Come diceva Blanco senior "ogni tanto occorre truccare la bilancia per farla stare in equilibrio", e chi lo nega è ipocrita o nato ieri.
Cristò, "La meravigliosa lampada di Paolo Lunare"
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La meravigliosa lampada di Paolo Lunare
Cristò
Terrarossa Edizioni, 2019
Paolo, nonostante il suo ominoso cognome, decide di inventare una lampada che produca luce solare, per regalarla alla moglie per il loro quindicesimo anniversario di matrimonio. Dopo tre anni l'opera è compiuta, ma non è ciò che il pover'uomo aveva immaginato: la luce prodotta è fioca, pallida e mostra immagini di un'altra dimensione. Petra, ignara di ciò che suo marito fa ogni notte da tre anni e sospettando addirittura una di lui relazione extraconiugale, nel suo rimuginare ci rivela una storia lunga almeno trenta anni, fatta di omissioni e di bugie nei confronti di Paolo. Ognuno di loro, grazie alla prodigiosa lampada, scopre che la propria vita non è proprio come gliel'avevano raccontata. E quindi? Cambierebbe davvero qualcosa se scoprissimo che qualcosa di fondamentale nella nostra vita è falso? Soprattutto cosa è fondamentale? Come noi ci raccontiamo la nostra vita o come ce la raccontano gli altri? Cristò non ci offre una sua risposta. Ci suggerisce che alla fine sono più importanti i sentimenti, ecco, su quelli sarebbe meglio non mentire. Nel racconto le persone mentono per debolezza, per non fare soffrire gli altri, per non ammettere le proprie paure. Perché sono umani in definitiva. E per questo motivo finiscono per espiare questi momenti di omissione o menzogna con una infinita e alienante coazione a ripetere gesti stereotipati e ormai svuotati di senso, secondo la migliore morale cattolica. Anche qui lo scrittore non ci fornisce la sua opinione ma parrebbe accettare questa etichettatura come ragionevole o corretta. Morire di sofferenze dopo avere vissuto nella sofferenza della bugia, senza nemmeno la possibilità di redenzione. Una vita privata di senso in ogni sua manifestazione quindi. Una vita che non auto-ripara le sue ferite perché, nonostante la storia proceda su un binario di salvezza, l'ultima parola del racconto rovescia di nuovo qualsiasi apparenza evolutiva nei nostri comportamenti. Per quanto possiamo specchiarci in certi sprazzi della luce fisica che la lampada di Paolo ci regala, non credo di avere visto il riflesso di ciò che è la Vita. Non per il senso che le do io almeno.
Ferenc Karinthy, "Epepe"
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Qualche settimana fa ho letto la notizia di una signora sordomuta che doveva andare a Bologna ed è finita in Polonia. Mi è tornata in mente questa assurda notizia leggendo questo libro di cui sentii parlare qualche anno fa, a seguito della pubblicazione di Adelphi. A Budai, linguista ungherese, accade la stessa cosa, con la differenza che lui finisce in una nazione misteriosa dove si parla un idioma incomprensibile e di cui lui non riesce a cogliere nemmeno i suoni, tanto sono pronunciati in maniera bizzarra, e dove la gente conduce una vita caotica e frenetica, perennemente in coda o occupata ad accapigliarsi, litigare e inveire. Budai usa ogni trucco possibile per cercare di ricostruire l'oscura sintassi facendo ricorso a tutte le sue conoscenze di poliglotta, insegnandoci diverse sottigliezze sullo studio delle lingue e la loro classificazione ma non risolvendo nulla di fatto. Nemmeno i gesti sono un linguaggio universale e ammesso che l'amore, inteso in senso più fisico che mentale, lo sia, non offre che una pausa ristoratrice nella confusione da cui Budai è avvolto. La situazione precipita abbastanza velocemente, il protagonista si accontenta di sopravvivere e Epepe, sempre che si chiami così e non Dede, Eveve o altro, l'unica persona con cui era riuscito ad avere un rapporto emotivo, sparisce dalla sua vita inghiottito dalla Storia di questo strano Paese, dedito a caos e rivoluzioni come pochi altri, tanto che lo stesso Budai inizia a ipotizzare che forse nessuno riesca davvero a comunicare in maniera efficace in quella incomprensibile comunità. Più volte durante la lettura mi sono chiesta se la storia fosse fine a se stessa o ci fosse un secondo livello di lettura, tipo, che so, l'incomunicabilitá nella società dell'individualismo o l'ego che si sente perso quando si scontra con i diversi punti di vista della realtà oppure se, come dice Carrére nella prefazione, Epepe "rientra nella narrativa pura, ammesso che una cosa simile esista: narrativa da orologiaio, ludica, chiusa sul proprio risultato". Non so, certamente è una piacevole lettura che consiglio.
The Fall
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Fa uno strano effetto vedere dopo venticinque anni la protagonista di X files, sempre nel ruolo di una poliziotta molto capace, dare la caccia a Mr Grey, quello delle cinquanta sfumature, qui un assistente sociale con famiglia a carico che durante le ore notturne si diverte a identificare tra giovani professioniste di Belfast le sue future vittime da serial killer strangolatore. Si può guardare come un noir, godendosi la suspense del gioco ad alta tensione tra l'agente Stella e il predatore braccato, che non esita a esibire quel lato narcisistico che caratterizza spesso questo tipo di criminali. Si può apprezzare l'introduzione psicologica del serial killer, molto curata, e dei vari personaggi, credibili e le cui fragilità vengono esposte ma mai dichiarate apertamente. Oppure si può leggere tra le righe un'amara constatazione di quello che è il ruolo imposto alle donne e ai loro corpi nella nostra società. Stella è una donna con un lato maschile molto sviluppato e non lo nasconde. Non esita a contattare uomini che ritiene attraenti a prima vista per notti di sesso che non si ripeteranno più, non esita a soddisfare i suoi desideri "più particolari", non si fa intimorire da altri uomini. Rifiuta le etichette che si danno in genere alle donne per pietismo, la vittimizzazione e l'agiografia delle sante contro le puttane, sa di avere scelto di combattere sia contro il crimine sia all'interno di una organizzazione maschilista e paramilitare, sa che la debolezza è richiesta al suo sesso, che ne sa fare un'arma al momento giusto, ma che è anche ciò che la condanna alle critiche feroci di chi accusa le vittime di "non avere reagito". Sa che essere assertive, quando si è donne, si paga col giudizio di arroganza e freddezza da parte degli altri. E lo dice, abbastanza spesso, durante tutte e tre le stagioni. Basta sapere ascoltare.
Antonio Corona, "Controfobie"
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Controfobie di Antonio Corona (Quaderni di poesia Eretica Edizioni, 2021) è una raccolta poetica intensa e manifesta con incisiva e profonda emotività la consapevolezza degli affetti e della compassione, mutando la trascrizione e la distorsione della fobia nella comprensiva e generosa espressione dell'empatia. L'autore interpreta, nell'esperienza della pura solidarietà, l'attitudine della ragione umana d'intuire la capacità emblematica della realtà, relaziona l'approccio altruistico nella coerente osservazione del rispetto e dell'indulgenza nei riguardi di una universale disponibilità all'apertura mentale, affrontando il conflitto persistente dell'irrazionale limitazione della negazione e delle contrarietà. La materia dei versi convince la spiegazione a ogni spontanea condivisione, accoglie l'impulso motivazionale dell'universo interiore, riconosce il disorientamento degli squilibri e condanna l'inafferrabile oscurità dell'ignoranza. Antonio Corona mantiene la disinvoltura dell'indipendenza sentimentale in relazione ai principi ispiratori della libertà, percorre il sentiero compromesso dalla ferita del disagio, dal tormento dell'irresolutezza, dall'apprensione per un'intolleranza che addensa le incrinature dell'anima. Il poeta congiunge la sintonia con il lettore con l'esecuzione di un proposito di colloquio intimo, consolida il tragitto istintivo tra fiducia e affidabilità, esplora le incertezze delle frontiere intellettive, permette di distinguere la discrezione con la quale guarda al mondo attraverso il proprio vissuto e accoglie la potenzialità della diversità, accennata, e non giudicata, da un'angolatura percettiva. Le distinte prospettive delle parole seguono l'originale itinerario delle sezioni poetiche, suggerite con i colori rivelativi, Nero Fardello, Indaco Bastardo, Rosa Fragilità, Rosso Passione e Verde Speranza, per definire ogni rappresentativo stato d'animo, il segno compiuto di ogni carico morale, l'insolenza dell'offesa, la tenerezza dello smarrimento, il desiderio resistente dell'amore, la dichiarazione profonda di ogni aspettativa. Leggere Controfobie accomuna la fermezza coraggiosa e dolorosa all'intonazione della complessità, consente di condannare i provocatori contrasti delle convenzioni e dei pregiudizi sociali e di escludere dall'impostazione esistenziale il conflitto dell'incomunicabilità. Antonio Corona rivendica le occasioni perdute e le promesse ritrovate, indugia sulla consistenza del proprio sentire, scindendo la scelta di mostrare la propria identità dal timore di non essere riconosciuta, rivela un'umanità conquistata con maturità poetica, senza biasimo, predilige la capacità d'identificare il dono di agire secondo i propri sogni, divulgando la voce più autentica nell'urgenza necessaria della scrittura poetica.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
Subire
Un vuoto a pressione
che esplode nel petto,
un gesto tagliente
che affonda nel ventre,
una frase sbagliata
che uccide da dentro.
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Amare nell'ombra
Un bacio mai dato
è un'emozione mancata
ma un bacio nascosto
è come un cuore spezzato.
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Pioggia d'estate
La senti cadere ferita smarrita
come lacrime gioiose irrompe
in cerca della terra secca zollata
che accoglie i segni dei palmi
di chi carponi cammina trafitta
in cerca di quel sole che corrompe
chi d'amore mancato perisce.
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Sulla fune
Su una fune
sospesa nel vuoto
la vita danza sulle punte
di un amor congiunto
fra anima e corpo
tra sensi e tatto
di chi ascolta e poi agisce
senza cogliere nel segno.
Mi fermo
nel fulcro della ragione
sapendo che seguirla
mi porterà altrove.
Mi muovo
in equilibrio sul cuore,
se cado volo
se arrivo cammino.
Amare è l'unica certezza.
Parole di convivenza
Parole cucite all'orizzonte
perse tra due mondi
uniti sulla linea del niente
congiunte solo in un miraggio
ma in realtà sempre distanti.
Parole vuote nell'aria
affogate nel mare
in due mondi bruciati
dal silenzio del confronto.
Vorrei parole unite da una lampo
riportate all'orizzonte
riflesse sul mare
proiettate lunghe sulla terra
paciere di tolleranze
ed amorevole convivenza.
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A piedi uniti
In quel punto esatto
dove a piedi uniti
premo sulla sabbia bagnata
leggermente sprofondano
pensieri, azioni ed intenti.
Guardo quell'ombra formarsi intorno
e permango in attesa
di un'onda, dell'onda
della forza che m'inonda.
Affonda e ritorna
la spuma circonda
come nebbia spettrale
l'assenza e l'essenza
la gioia e il tormento.
Mi getto mi bagno respiro
vivo. Acqua sabbia sale
un pane bagnato
indissoluto
sotto i miei piedi.
Coraggioso attendo,
il vento.
Luca Murano, "I vestiti che non metti più"
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I vestiti che non metti più
Luca Murano
Edizioni Dialoghi, 2021
pp 127
14,00
Rispetto al precedente Pasta fatta in casa, quest’ultima raccolta di Luca Murano mostra un’ulteriore maturazione. Murano scrive molto bene e i racconti de I vestiti che non metti più - dall’apparenza semplice e dall’ironia persino troppo insistita - procurano al lettore una sottile angoscia. Come se lui avesse l'audacia di dire quello che spesso anche noi pensiamo, di guardare al mondo con la nauseata disapprovazione che anche noi vorremmo esprimere senza riuscirci.
È come entrare nella mente del protagonista del film Un giorno di ordinaria follia di Joel Schumacher. Quante volte la realtà ci appare segretamente distorta, spaventosa, deformata? Ma non lo diciamo a nessuno. Quante volte vediamo cose che non ci sono per gli altri ma per noi esistono (come un gatto nel frigorifero)? Quante volte vorremmo sparare sulla folla dalla rabbia che coviamo e, invece, continuiamo imperterriti a sorridere?
Molto si basa sul coraggio, o meglio sul mancato coraggio. Quel gesto che ci salverebbe agli occhi del mondo, e più ancora ai nostri stessi occhi, e che non abbiamo la dignità di fare, perché esporsi è pericoloso, perché siamo piccoli, umani e vigliacchi come il veterinario davanti al cinghiale scongelato per un finto incidente, lo stesso veterinario che non ha mai avuto il coraggio di vivere senza inibizioni la propria omosessualità.
Vorremmo sganciarci, fuggire all’altro capo del mondo, ribaltare tutta la nostra esistenza, invece ci limitiamo a gettare un Estathè nel cestino o a sputare nel piatto di un avventore – così come il protagonista de La Carriola di Pirandello solleva le zampe della cagnetta - e quello rimarrà l’unico, invisibile, incomprensibile gesto rivoluzionario della nostra vita.
Comune denominatore una totale malinconia, un bisogno di riscatto e di speranza, una vaga nausea di esistere, così come siamo, pur nella bellezza del mondo. E i piccoli gesti, i piccoli innocui particolari di tutti i giorni, come aprire il frigo o preparare una torta di mele, si deformano fino a ad acquisire valenza onirica e perturbante.
I protagonisti, spesso alle soglie della mezza età, si guardano indietro e fanno un bilancio, chiedono a se stessi che senso ha avuto arrivare fino a lì, che cosa hanno concluso nella vita e che cosa rimarrebbe di loro se dovessero perire in quel momento. A salvarli, forse è un vago riconoscimento della bellezza della vita a prescindere, e dell’amore, sentimento salvifico, e anche la comprensione che tutto ciò che hanno vissuto, e ambìto in modo ormai velleitario, fa parte di loro, nel bene e nel male, e da lì non possono che ripartire, per andare comunque avanti.
In questa raccolta ci sono novelle surreali ma anche alcune più tradizionali ed elegiache, come Il mio sottosopra, che forse sono l’elaborazione in forma narrativa di una pagina di diario, di un appunto o di un ricordo. Tutte indistintamente sono molto moderne e calate nell’attimo presente – cosa che, temo, potrebbe renderle meno fruibili in futuro. Le similitudini sono tratte dal vivere comune, da ambiti non letterari bensì cinematografici, televisivi e internettiani.
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