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recensioni

Claudio Lagomarsini, "Ai sopravvissuti spareremo ancora"

10 Giugno 2021 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 
 
 
Ai sopravvissuti spareremo ancora
Claudio Lagomarsini
 
Fazi, 2020
 
 
I "trespassers" in inglese sono gli intrusi, ovvero coloro che oltrepassano un confine. Perché in America nelle proprietà private appendono un cartello in cui dicono cortesemente che verranno "sparati". Il seguito della frase è tradotto nel titolo di questo breve romanzo che ha come protagonista la provincia carrarese (immagino, vedono le Apuane ma hanno il mare) con i limiti che Marcello, l'autore del diario personale che diventa poi la storia narrata, vorrebbe oltrepassare. Ma a volte i muri sono alti e privi di appigli, e agilità e astuzia non bastano. Marcello descrive nel suo diario l'estate del 2002 con il Salice, il fratellino, il Tordo, l'amante della nonna e Wayne, lo sbruffone di paese per cui sua madre ha mollato il padre che ora, invece di fregarsene dei figli da vicino, lo fa dal lontano Brasile. E già così, si capisce che tipo è Marcello: uno sfigato bravo sui libri, innamorato della tipa a cui passa le versioni e che la dà ad un balordo, uno come Wayne ma con la moto, uno che usa tutto il suo spirito per mettere soprannomi così azzeccati che poi alla fine ti pare che questi personaggi siano stati davvero battezzati in quel modo. Il fratello va al mare, ha gli amici, scherza. Lui no. Lui vorrebbe evitare l'impietoso spettacolo di quella provincietta intrisa di un patriarcato e un sessismo squallidi, di cui le donne sono prime esponenti con i loro litigi da due soldi per questioni di minchia più che di cuore, raccontini usciti dritti da becere commediole anni '70 italiane, zuffe stile galletti da pollaio per serbatoi di acqua, inutili prove di forza per ribadire stancamente un machismo anacronistico, illusioni di chi non vuole ammettere che il figlio è un ladro o il nipote è gay, con l'aggravante di porre un reato e l'omosessualità sullo stesso piano. Ma questo gli tocca. Deve vederlo ogni giorno. Vorrebbe, cerca di interporsi tra le parti in causa per spezzare queste dinamiche ormai stantíe e prevedibili, ma riceve solo risatine di scherno o strilla di terrore. Non si possono cambiare certe cose. Te ne vai, oppure resti e sopporti. Marcello, personaggio non particolarmente furbo o simpatico, e per questo umanissimo e così vicino, dall'alto dei suoi 17 anni non ci sta. Sceglie la terza soluzione con tutte le conseguenze. Resterà il dubbio se la fine si sarebbe potuta evitare o cambiare, se la catena causale di coincidenze avrebbe inevitabilmente portato alla classica "tragedia in provincia" o se inconsciamente il tormentato adolescente abbia cercato quell'esito. L'unica certezza che resta al termine della storia è che la vera arma non era quella detenuta dal Tordo ma la meschineria soffocante di un ambiente inadatto a un giovane più riflessivo e introverso, a cui basta un nulla per essere innescata.
 
"Da un po’ di tempo, un avvocato che arringa nel mio tribunale notturno ripete la stessa solfa. L’assassino, sostiene lui, non è nessuno di noi. È l’intonaco color pesca, la siepe del pitosforo, il ghiaino bianco delle nostre case. Sono le taccole in umido che abbiamo mangiato, i racconti piccanti che ci siamo scambiati e l’aria che abbiamo respirato. Presi da soli, sono tutti ingredienti innocui, vagamente pittoreschi. Insieme hanno creato una miscela di cui nessuno poteva sospettare il potenziale esplosivo".
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Marco Galvagni, "Le note dell'anima"

7 Giugno 2021 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Le note dell'anima di Marco Galvagni (Transeuropa Edizioni, 2020) riecheggiano in ogni segno virtuoso dei versi tra le annotazioni poetiche sulla vita, interpretano il suono del cuore e affermano con la dedica amorosa in epigrafe, l’insinuante e persistente fiamma della passione. Il poeta si lascia incantare dalla soavità evocativa della memoria, concede alla fantasia la forma visibile delle immagini rappresentative della realtà, per accogliere la premurosa custodia delle riflessioni attraverso la mediazione estetica della bellezza. La determinazione carismatica dell’esistenza descritta da Marco Galvagni, compone la fiducia nell’elemento sensoriale, consegnando alla poesia la misteriosa e provocante corrispondenza della coscienza e muovendo in direzione spontanea le coincidenze significative dell’esperienza. La fluida continuità della sensualità ritrova la sua malia tentatrice tra le pagine, affina l’arte della seduzione inviando segnali colti e raffinati nell’elegia autobiografica, ridesta l’ispirazione, indica il dogma enigmatico del sortilegio emotivo e la ritualità  fatale della conquista. Marco Galvagni afferma il significato dell’eloquenza, adula la strategia della percezione, strumento di comprensione, rende l’irrazionale spinta delle illusioni motivo di sofisticata indagine esistenziale e archetipo universale. Il carattere poietico dell’opera mostra l’origine della centralità charmant dell’amabilità, idealizza l’attività nostalgica del pensiero, i simboli in equilibrio sulle stagioni, esplora la fenditura profonda del soffio vitale, rivestendo la dolcezza arcana della speranza oltre l’abisso dei moti spirituali e istintivi. Il profilo del poema traccia la sensazione sincera delle rivelazioni vissute e amplia la geometria della consapevolezza. I testi affidano alla sacralità del senso il legame con il tutto, interrogano la complicità dell’umanismo, confrontano l’intenso entusiasmo dell’immaginazione con il processo inarrestabile della conoscenza, combinando la meditazione e la sapienza indistinta dell’intelletto. “Le note dell’anima” scorrono nelle vene, misurano la cifra del palpito, congiungono le infinite occasioni, magiche e segrete, del tempo, orientano la certezza e la resistenza dei gesti, riconducono la forza pulsionale dell’amore all’energia primordiale delle intuizioni. La composizione dell’anima colloca la personificazione emblematica del linguaggio nell’incarnazione della donna amata ed evocata come illuminata epifania nella tensione tra aspirazione e utopia. Il poeta adotta uno stile che è sede della propria moralità, identificata nella corporeità dei ricordi, nella consistenza erotica delle espressioni, nello sfuggente e impalpabile dominio della contemplazione, nella maturità degli affetti. Nei testi di Marco Galvagni si comprende che la bellezza diffonde il suo passaggio oltre il momento e attraversa, come possibilità, tutti i corpi. Il poeta vive l’unicità del proprio destino, disponendo alla nobilitazione di ogni ardore il vagheggiamento dell’attrazione e unendo alla libertà del sublime l’intensificazione della assolutezza apollinea della poesia.                        

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”

https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

 

IL SEGRETO D’AMORE

 

Del segreto d’amore

non ancora rivelato

sappi, fata,

che ne indovinerò il mistero

dischiudendo con un chiavistello dorato

l’antico incantesimo.

Libellula volerò oltre il muro di diamante

che separa i nostri occhi,

le bocche, i baci.

Ne varcherò il limite in tre balzi

anche se la tua voce e i tuoi capelli

non hanno parlato

sino ad aprire con foggia reale

tutte le porte del cielo e della mia vita.

 

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VIENI, VIENI DA ME USIGNOLO

 

Nel fitto del mio petto

cadendo goccia a goccia sul cuore

il tuo nome come un sigillo

apre ampie conche d’oro.

 

Come in un sogno bollente estivo

da lontano mi chiami.

Anch’io rispondo a lettere di fuoco

Elisa e sussurro: “vieni, vieni da me

nella tua aura dorata

come un usignolo nel sottobosco

poiché da tempo immemore t’attendo.”

 

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MARE CRISTALLINO

 

Mare cristallino in cui perdermi

fra spume agili

in una corolla d’acqua

giungi a me, la multipla.

Nella distesa oceanica dei tuoi occhi,

fiamma di luci iridescenti

suggellata come uno sciame d’api

si cela sempre un castello incantevole

tale a una farfalla aperta alle virtù del vento

da afferrare con trepidi aneliti di baci.

 

Innamorata in segreto dietro il sorriso

con sibili di parole d’amore

si protende su di me.

Ignaro il suo cuore confida

in quella foglia d’acqua che l’avvolge

sotto le nuvole nocciola delle sue iridi.

 

Ha denti scintillanti come il fuoco,

la bocca fiamma d’ermellino.

 

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LA RINASCITA

 

Il tuo capo stupito, commosso,

visto in primo piano

si può paragonare senza civetteria

alla folgore sferica

d’una perla d’acqua,

ad una corolla blu,

alla potenza degli uragani,

al cielo trapuntato d’astri come un nasturzio luminoso.

Violentemente tenero,

delicato e indifeso

abbandona le zolle ai loro segreti;

questo eremo diseredato

ove prende forma il silenzio delle stelle

che si ferma ad ascoltare e lo persuade.

 

Qual è la rinascita che ha prevalso

ora e sempre nella mia vita?

Solo i tuoi capelli, ponti solari,

che ancora non hanno parlato

ma dapprima la fiamma dei tuoi occhi

hanno smentito per sempre.

le antiche pozzanghere lunari.

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Giovanna Strano, "Lo specchio delle stelle"

6 Giugno 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #storia, #personaggi da conoscere

 

 

 

Lo specchio delle stelle

Giovanna Strano

 

Nuova Ipsa Editore

pp 213

18,00

 

Giovanna Strano torna al romanzo storico con Lo specchio delle stelle. Qui non si tratta dell’autobiografia di un artista famoso, come Van Gogh o Modigliani, o della modella di Botticelli, ma di un particolare periodo, non molto conosciuto, e di riferimenti alchemici, esoterici e religiosi.

Il luogo è la Sicilia - il romanzo ha il patrocinio della Regione – i personaggi sono i sovrani di Trinacria, Federico III di Svevia ed Eleonora d’Angiò, oltre al templare Ruggero di Flor e al medico alchimista Arnaldo da Villanova.

Fra castelli, segrete, eresie catare, si giunge alla scoperta e decifrazione di un antico misterioso manufatto, sorta di sacro Graal – ma forse è proprio il Graal stesso – un papiro scritto di pugno da Gesù in persona, dove si cela il mistero dell’universo creato. Gli opposti si contrappongono come nel catarismo, la luce e il buio, il bene e il male, Dio e Satana, ma uno solo – scopriremo - è Colui che ha voluto e immaginato tutto, colui nel quale la coniunctio oppositorum si realizzerà.

La corte di Federico III (com’era stata quella del più noto Federico II) è un luogo aperto e tollerante, dove persino l’eresia catara viene accolta e non rinnegata, dove è sempre accesa la fiamma della conoscenza e della cultura. Federico è un uomo di onore e di grande curiosità intellettuale, sua moglie Eleonora una donna illuminata, sostenitrice del progresso e dell’emancipazione femminile. Sposatala per dovere dinastico, Federico s’innamora di lei e con lei ha nove figli, e questo mette in crisi il precedente rapporto con Sibilla Sormella.  

Federico crede nell’amicizia e nella lealtà ma perde i suoi due amici, Ruggero, comandante templare degli Almogavari, megadux dell’imperatore bizantino, e Arnaldo, per colpa di tradimenti.

Arnaldo da Villanova, la cui tomba è stata scoperta nel 1969 nel castello di Montalbano Elicona, - paese crogiolo di religioni diverse e che ospita addirittura due chiese catare - è una singolare figura di medico, una via di mezzo fra un mago e uno scienziato, indagatore dei misteri della natura e dell’alchimia, vicino allo spiritualismo francescano. Viene fatto coincidere con il segreto dell’Argimusco, altopiano siciliano dove si ergono pietre erose dal vento – quasi megaliti naturali, usato come osservatorio astronomico fin dall’antichità.

Personaggio a se stante e onnipresente, la bella terra di Sicilia, il soffio caldo e sensuale dello scirocco, il barbaglio del mare, l’incandescenza del sole e i profumi di piante mediterranee ed erbe medicinali.

Al di là dell’intento filosofico esoterico o della ricostruzione storica, è ben disegnata la psicologia dei personaggi e ben sviscerato il sentimento d’amore, quello che nasce “nonostante”, fra Maria e Ruggero, e soprattutto fra Eleonora e Federico. Amori non scontati, non predestinati, non voluti ma che si sprigionano e crescono fino a travolgere il presente e riscrivere il passato. Maria vedrà morire Ruggero, Federico abbandonerà la madre dei suoi cinque figli per una donna che gli è stata data in moglie solo per convenienza. La Strano è una storica, ma l’amore la affascina, sentimento trascendente, prepotente, quasi religioso e filosofico.

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Carmen Totaro, "Un bacio dietro al ginocchio"

2 Giugno 2021 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 
 

 

 
 
 
Un bacio dietro al ginocchio
Carmen Totaro
Einaudi, 2021
 
 
"Aveva notato che lì, nella cava, le parole gridate disegnavano una curva e poi si disperdevano. Schizzavano in alto come un fuoco d'artificio e poi precipitavano, non ne restava nulla. Era come se si esaurisse la voce che le aveva pronunciate, e lei avrebbe voluto aggiungere la sua a quella della figlia, gridare allo stesso modo, più forte, piangere, perché neanche lei aveva ricevuto consolazione."
Nella preparazione al duello finale tra Ada e Elisa, madre e figlia, un duello degno di un western, con questa ambientazione abbacinante in una cava sperduta nel mezzo di un'assolata Sardegna, le parole sono proiettili che rimbalzano impazziti. 
Nel capitolo che apre il romanzo invece le parole sono stentate, non hanno getto, cadono vicino a chi le pronuncia, senza veramente raggiungere l'altra, ognuna recita la propria verità ma senza che l'altra davvero la ascolti.
Una cena di compleanno goffa e malriuscita, poi il rientro a casa. Ada resta sola, Elisa esce e nulla sarà più come prima né per i protagonisti né per noi lettori. Qualcosa accade, viene descritto ma mai spiegato veramente, anche se la soluzione appare semplice e logica, poche sono le alternative, per non dire nessuna. Ma quando Ada riporta i fatti è evidente come questi non combacino con quanto è accaduto. Veniamo trascinati in un giallo psicologico in cui la verità trova una sua strada attraverso questa dissonanza cognitiva continua tra narrato e riferito, in cui i perché si intuiscono, la psicologia di Ada si svela a ogni capitolo con le sue paure, la dipendenza affettiva, i fallimenti e le illusioni, il suo modo ottuso di interagire con gli amici della figlia, la sua indebita intrusione nelle vite altrui, il suo essere così giudicante. Elisa, gelida e determinata, tornerà ad abitare le pagine nella seconda metà, e proprio l'assenza di spiegazioni del suo gesto, ma un certo sollievo per il suo fallimento, ci indirizzano verso una ragazza confusa, arrabbiata, senza meta e irrisolta. Un notevole scavo in due personalità al limite che si trovano ad avere necessità dell'altra per uscire dal pozzo nero in cui languiscono da anni senza mai avere davvero il coraggio di ammettere la necessità di aiuto. "Forse, se ne avesse avuto coscienza, avrebbe potuto confessarle che la ammirava in un modo strano e terribile, perché può arrivare il momento in cui si deve avere il coraggio di bruciare tutto, anche la propria madre". Bello davvero.
 
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Emanuela Audisio, "Il ventre di Maradona"

28 Maggio 2021 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #recensioni, #sport

 

 

 
 
 
Ricordate che giorni fa avevo accennnato a uno scatolone pieno di libri lasciatomi da mio figlio? Bene, eccomi qua a parlarvi di una nuova scoperta, il libro uscito dal mazzo per l’appunto è molto bello, bello da vedere e bello, molto bello, da leggere.
Che c'entra il bello nella lettura di un libro? Ma sì, cari miei, è bello leggere un libro che riesce ad emozionarvi, regalandovi una bella sensazione. Vedete nella nostra vita quanta importanza abbia il “bello” a proposito di lettura?  Ora, con questa mia recensione al limite del demenziale, vorrei descrivervi i capitoli inseriti in questa pubblicazione, dedicati a numerosi personaggi dello sport. Infatti, questo libro parla di sport e di atleti protagonisti in varie discipline sportive. Unico intruso un attore, James Dean, ficcato dentro per caso, oppure no? Un giorno se incontrerò la Audisio, glielo chiederò.
Quest’opera  magicamente scritta da Emanuela Audisio, pubblicata da Mondadori nel 2006, è intitolata Il ventre di Maradona. In copertina abbiamo solo la maglia a righe  bianco celesti della nazionale argentina in primo piano, sotto quella maglia appare inconfondibilmente Diego Armando Maradona.
La prima cosa che ho pensato è stata che il libro parlasse proprio di lui, ma, in realtà, come chiaramente riportato nel sottotitolo, tutto ruota intorno a “storie di campioni, compreso el pibe de oro, che hanno prestato il corpo allo sport” .
I campioni prestano il proprio corpo allo sport? Idealmente forse sì, ma fatemi andare avanti: Emanuela, perdonami se ti chiamo confidenzialmente per nome senza che ci conosciamo, ma se Maradona aveva la mano di Dio tu, cazzarola, mica scherzi con la penna e, leggendo, mi è sembrato di essere tuo amico da tempo. Ho visto che di libri non ne hai scritti molti ma questo "Ventre di Maradona" mi ha fleshato, mi ha illuminato, mi ha fatto spalancare gli occhi e i polmoni, i polmoni? Eh già, per leggerti servono polmoni e cuore.
Questo libro è tutto da leggere, indossando una divisa da gioco o una tuta da pilota o un abbigliamento da alpinista o da subacqueo. Hai scritto le pagine di questo libro con uno slang diretto e penetrante, una carica esplosiva guidata dalla passione, entrando stupendamente nelle storie di questi campioni, per dare la possibilità al lettore di vivere live ogni minuto delle loro esistenze, a volte anche in tragedia. Cazzo! La tua scrittura è stata così formidabile da farmi sentire presente in tutte le situazioni da te descritte, ma non solo, mi hai fatto scoprire, rincorrendo le tue parole a tutto gas, le vicende di alcuni sportivi che non conoscevo, storie tristi e difficili, alcune inimmaginabili e penose, altre esaltanti e mitiche. Ecco perché questi sportivi hanno prestato il loro corpo allo sport ottenendone gloria e miseria, successo e fallimento, fisici da atleta ma nella intima essenza così umani.
La serie degli sportivi descritti da Emanuela Audisio inizia con Ayrton Senna e continua con un lungo elenco, sono circa 38 gli atleti rappresentati, qualcuno è molto noto e recente, altri meno conosciuti e appartenenti al passato. Ve ne cito alcuni lasciando a voi la curiosità di andarveli a leggere. Fidatevi di me, vale veramente la pena. Ecco a voi George Best ne “i fegati di Best”, Jimmy Connors ne “l’anca del tennis”, David Beckham ne “ il culo di Beckham”, Tiberio Mitri ne “la bile nei guantoni”, Paavo Nurmi ne “la fatica ossuta”, Teophilo Alfonso Brown ne “le braccia di Panama”, Heidi Krieger ne “il colosso della Ddr”, Renato Cesarini ne “la punta del piede", Ottavio Bottecchia ne “i polmoni della grande guerra”.
Mi fermo qui, mica posso dirveli tutti, mica posso anticipare la sorpresa che vi travolgerà leggendo questo fantastico libro. Stop, ho detto tutto, e comunque, in omaggio all'autrice, mi riprometto di scrivere successivamente per voi un approfondimento dedicato ad alcuni di loro, ad alcuni che mi hanno preso il cuore, cosa che succede leggendo un buon libro.
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Gordiano Lupi, "Cattive storie di provincia"

26 Maggio 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #gordiano lupi

 

 

 

 

 

Cattive storie di provincia

Gordiano Lupi

Acar Edizioni, 2009

pp 175

15,00

 

Ho letto tutti i libri di Gordiano Lupi e amo le sue tematiche riconoscibilissime: la straziante nostalgia del tempo che fu, il senso di fallimento, le ambizioni mancate, l’inconcludenza e il languore che generano un ristagno tutto sommato anche gradevole. E mi piace pure la sua scrittura asciutta ma elegante, semplice ma poetica. Mancava questo testo, Cattive storie di provincia, non recente, del 2009.

Una serie di amari fatti di cronaca legati dalla territorialità e dal rincorrersi delle solite questioni: l’amore lancinante per la propria città, il malumore, la ricerca del tempo perduto, il senso costante di privazione, rovina, mancato appagamento. Personaggi grigi, depressi, irrisolti, gente che avrebbe voluto studiare e non ha potuto, oppure che ha studiato ma non è arrivata ad avere un buon lavoro, gente sempre alla ricerca di qualcosa che, se avesse ottenuto, forse non gli sarebbe bastata. Gente che, alla fine, da tanta normalità, dalla patina di grigiore, di abitudine, di quotidianità emerge con un gesto inconsulto, con in mano un coltello affilato o un tubo del gas. Di questo trattano i primi racconti della raccolta, che sono anche quelli che preferisco. Man mano che si procede, tuttavia, i fatti di cronaca si tingono sempre più di fantastico, per poi sfociare in un orrore fondo e nero, come nella storia dei due fratelli incestuosi e cannibali o, nell’altra, agghiacciante, dove vengono girati film pedopornografici.

Alla fine l’orrore coagula in azioni orribili, al limite dello splatter. Trovo, però, che il sottile horror del grigiore quotidiano, narrato nei primi racconti e poi ripreso in testi come Calcio e Acciaio, sia forse ancora più inquietante, perché così vero e comune. Chi di noi non sente quella pungente malinconia, quell’insoddisfazione che non sa come colmare, quel bisogno di tornare indietro e cambiare le cose, quel senso d’impotenza, ineluttabilità e pigrizia? Questo, secondo me, è il vero orrore, sebbene, effettivamente, i giornali in questi anni abbiano riportato fatti orripilanti di cui la provincia, quieta e sorniona, è stata protagonista. Perché in fondo alla routine può esserci “un giorno di ordinaria follia”, come nel racconto che chiude la raccolta, dove il vento di scirocco scatena la furia omicida del protagonista, il quale diventa la nemesi di tutti noi, di quelli che sopportano a testa bassa i fastidi della vita e le angherie dei propri simili.

E, comunque, come sempre in Lupi, il sentimento preponderante è il radicamento nel territorio, il fil rouge dei i racconti, l’amore sviscerato per Piombino, di cui si accetta tutto il bene e tutto il male così com’è.

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Gennaro Ivan Gattuso, "Se uno nasce quadrato non muore tondo"

22 Maggio 2021 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #recensioni, #sport, #personaggi da conoscere

Immagine di Walter Fest

Immagine di Walter Fest

 
 
 
 
 
 
E così anch'io voglio letteralmente dire la mia, questa settimana voglio parlare di libri ma, onestamente, ammetto che tutto è nato per caso. 
Tempo fa era successo che mio figlio, dopo aver traslocato, mi lasciasse uno scatolone pieno di libri, dicendomi “tienili che poi ritorno a prenderli”, cosa che poi non è avvenuta, lo scatolone sta ancora lì. Per un po’ lo ignorai ma poi, vinto dalla curiosità, aprii lo scatolone e, uno a uno, li sfogliai. Ma bravo mio figlio che aveva avuto buon gusto - anzi, approfitto per fare i complimenti a una sua insegnante che obbligava noi genitori a comprare un libro al mese e ai giovinastri a leggerli, cosicché mio figlio ha preso il vizio di leggere. 
Insomma, adesso eccomi qua a raccontarvi di questo libro: Se uno nasce quadrato non muore tondo, pubblicato da Rizzoli nel 2007.
In copertina di colore rosso, mezzo profilo di Rino Gattuso, un famoso ex calciatore ora apprezzato allenatore. E subito parte la critica alla copertina: minchia signor Gattuso, in foto almeno poteva ridere! Va bene che lei (dopo posso darti del “tu”?) era famoso per la grinta, ma almeno un sorriso in copertina al lettore potevi farlo no? Comunque sei perdonato perché sono convinto che il libro non lo ha scritto un ghostwriter ma tu in persona. L’opera parla di calcio e ti va reso merito di averci raccontato la tua storia con una spontaneità e con una naturalezza veramente bella e genuina.
Questo libro non parla solo di episodi legati alla tua carriera ma anche di valori, come la famiglia, le radici, l’amicizia, la lealtà, il sacrificio, l’amore per le cose semplici. A proposito di cose semplici, voi sapete che i calciatori sono famosi per le auto di lusso, beh! In tutto il libro Rino Gattuso non si atteggia o si pavoneggia mai, l’unico mezzo di trasporto che menziona è un ciclomotore da quattro soldi.
E poi ci hai fatto conoscere Schiavonea, frazione di Corigliano Calabro. 
Con quanto amore e passione ci parla dei suoi luoghi di nascita. Volevate scoop, vip, intime curiosità, gossip e veline? Macché, in questo libro grande è la passione, grande è la voglia di vivere come un mediano, uno che si è fatto il mazzo per la squadra, arrivando al top lavorando sodo.
Grazie Rino per averci dato uno spaccato della tua vita, che poi è la vita di tanti italiani che sognano di farcela a conquistare la coppa più bella del mondo, quella della vita.
Amici lettori, questo è un bel libro e vale la pena leggerlo. Ci rivediamo alla prossima recensione, io leggo poco ma quando lo faccio mi piace farlo bene (ho parafrasato Pelè e in questo contesto suona bene).
 
 
 
 

 

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IL COLONNELLO CHABERT

13 Maggio 2021 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #storia

 

 

 

 

Il colonnello Chabert è un breve romanzo di Balzac del 1832. Si narra la vicenda di un ufficiale che combatte a Eylau sotto il comando di Napoleone; nella mischia, dopo la celebre carica di Murat contro i Russi, viene ferito e travolto dagli squadroni di cavalleria francese che rientravano dopo l’attacco risolutore.

Per l’esercito e per lo stato è morto da eroe, come tanti altri caduti in quella battaglia sanguinosissima.

In realtà è ferito seriamente ma vivo; quando dopo alcuni anni, nel 1817, riesce a tornare a Parigi, il suo mondo non esiste più. Sia in politica che nella vita privata, la realtà è profondamente cambiata. L’amato Napoleone è in esilio, è tornata la dinastia dei Borboni che perseguita i bonapartisti,  la moglie si è legittimamente risposata in quanto si credeva vedova. La donna ha avuto una buona eredità che Napoleone aveva fatto incrementare in omaggio al suo compianto colonnello. L’arrivo dell’ufficiale non è una buona notizia per lei: quanto ha creato in quegli anni rischia di vacillare e allora è opportuno che l’atto di morte del marito non venga invalidato. Lui è costretto a farsi rappresentare da un avvocato che cerca di dipanare la matassa di una situazione grottesca; avrebbe tutti i motivi per far valere le sue ragioni, ma viene fatto sentire come un oggetto ingombrante e una fonte di disagio. Il manifesto della freddezza umana raggiunge il suo culmine nella gretta figura della consorte e come sempre Balzac sa dipingere bene i peggiori vizi dell’animo umano. Infatti al colonnello si chiede una sola cosa; di non esistere, di rinunciare alla sua identità, di tornare nel suo passato con la sua frusta divisa, le datate decorazioni, il suo retaggio di ricordi napoleonici lontani e inutili ora che si vive in piena Restaurazione.

Per non compromettere la serenità altrui, si accontenterà allora di essere un vivo che cammina ancora ma che deve recitare la parte del defunto, vivendo senza mezzi; in fondo per tutti sarebbe stato meglio che lui fosse rimasto a terra sul campo di battaglia, coperto di una gloria che a nessuno interessa, utile solo per aver generato una buona pensione a favore della “vedova”.

Vengono in mente personaggi spregevoli come quelli costruiti dal nostro Verga. Ma è con un altro siciliano che l’avvicinamento è più pertinente, ossia con Pirandello, autore del fu-Mattia Pascal e dell’Enrico IV. Se per alcuni protagonisti delle sue opere, la perdita della propria identità e della propria riconoscibilità nel mondo era, per certi versi, un rifugio dal contatto doloroso con la realtà, nel caso di Balzac il quadro è meno grottesco e ben più tragico. Il colonnello galleggia tra vita e morte; viene rifiutato e fatto scivolare ai margini, costretto dagli altri ad adattarsi a un vivere minimo, vivo per se stesso ma morto per la società.

Rimane però nel breve romanzo, una figura positiva; l’avvocato dello sfortunato protagonista agisce non solo da avvocato, ma anche da amico. Prova disgusto per la corruzione morale di Parigi, ripromettendosi di lasciare la città dove potere, arrivismo e grettezza creano un’aria malsana e ipocrita. Un personaggio come lui impedisce che la vicenda scivoli su un piano di totale pessimismo. 

 

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Giri /Hagj, la serie.

7 Maggio 2021 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #televisione

 

 

 

 

Giri/Haji significa Dovere/Vergogna. È una serie mi pare poco nota ed è davvero un peccato perché merita tanto. Esiste solo una stagione, la seconda è stata cancellata, ma ciò non costituisce un problema visto che a restare irrisolti sono dei piccoli dettagli di alcun peso sulla trama. La storia inizia in Giappone con il detective Kenzo Mori che scopre che il fratello, ritenuto morto da un anno, è in realtà vivo e molto attivo come gangster della yakuza a Londra: a lui viene imputato l'omicidio del nipote del suo ex boss. Mori si reca nella metropoli sotto copertura come studente di criminologia ma la sua docente capisce che qualcosa non va e le loro vite si intrecciano insieme a quelle di un ragazzo sbandato e della figlia di Mori stesso. A parte l'intreccio e gli attori giapponesi uno più manzo dell'altro, che se non era tornato il Covid a Tokio mi ero già fatta il biglietto ed ero partita piantando tutto, a parte queste cose, dicevo, ho trovato questa serie davvero sopra la media sia per i temi trattati che per la regia, la colonna sonora e alcune scene davvero incredibili. Si esplorano i rapporti familiari, la sessualità, il nostro bisogno di connetterci con gli altri, il destino, le cui onde si propagano da azioni di cui nemmeno ci accorgiamo, tanto sono insignificanti, e quanto le apparenze siano ingannevoli. Nella prima metà della serie i personaggi ci vengono presentati in un modo tale per cui noi, automaticamente, assegniamo loro un ruolo e dei connotati. Dalla 5a puntata, tramite flashback, scopriamo che le nostre idee erano state troppo frettolose: il cinismo a volte è un'armatura per non farsi spezzare dal dolore per una perdita, presunte vittime sono in realtà meschine vendicatrici, i cattivi hanno agito per amore e i buoni hanno lastricato la proverbiale strada infernale con buone intenzioni (e qualche omicidio). La nostra simpatia va a tutti, umanissimi, fragili, imperfetti, divertenti, amari, deludenti. La nostra meraviglia va alla scena dell'ultimo episodio con le musiche di Ólafur Arnalds che non posso svelare perché completamente imprevedibile, un piccolo pezzo di arte incastonato in una serie televisiva davvero originale e intensa.

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Filomena Gagliardi, "De viris illustribus"

4 Maggio 2021 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

De viris illustribus di Filomena Gagliardi (Nulla Die Edizioni, 2020) è un potente omaggio alla cultura classica, intesa nell'interpretazione filologica della formazione intellettuale, come patrimonio di conoscenza e di erudizione. I testi diffondono l'esperienza degli antichi e illustri ideali, rivolgono l'origine del mondo alla mitologia dell'eternamente presente, seguono il luogo sacro della comunicazione, rischiarato dalla luce della bellezza. I versi abbracciano l'armonia infinita delle citazioni esemplari e le immagini primitive arricchiscono la grazia poetica e traducono i contenuti efficaci, i motivi d'ispirazione con inesauribile energia letteraria. La mirabile, sapiente, illuminata poesia di Filomena Gagliardi è pura riconoscenza di un'epoca, recupero consapevole di un modello da ritrovare, nella gioia della sensazione del valore morale. La contemplazione degli eventi e la scoperta rivelatrice delle sentenze, tracce lasciate dalla prospettiva storica del passato, incarnano l'influenza naturale della coscienza umana, animata dall'affinità con la profonda concordia di uno stato felice della vita, in accordo con la prosperità dell'immaginazione, con la visione rigeneratrice del mito. La poetessa ripercorre l'uguaglianza dei sentimenti, la necessità spontanea di ricordare l'autenticità del bene, il rapporto tra la vita dell'uomo e le compiute aspirazioni della sua natura. Nell'evoluzione della ragione, l'uomo, nel dominio dei propri impulsi sensibili, è simbolo della virtù. Gli uomini illustri di cui parla Filomena Gagliardi sono interpreti del comune desiderio di rigenerazione e di rinascita interiore, hanno la saggezza e la sapienza dei principi supremi della verità e della fermezza vitale. L'attività dello spirito educa l'intuizione e nella libera ricerca cognitiva riscatta il senso apollineo della riflessione, muove il dubbio, è causa dell'enigma. La liberazione estetica della poesia, genera un linguaggio capace di esprimere la democrazia dei valori condivisi e dare corpo all'universalità del coraggio etico. Il tempo, conosciuto dalla poetessa, è l'espressione della memoria collettiva, la destinazione compiuta con l'esperienza del vissuto, nella volontà di comprendere la spiegazione della storia, il luogo dell'autenticità, abitato dalla dottrina speculativa del comportamento umano. Leggere De viris illustribus è scoprire il fascino inesauribile dell'antichità e la magnificenza dei classici, conoscere la concentrazione e la dilatazione dell'indagine in un mondo leggendario che ispira l'equilibrio sovrasensibile delle nobili imprese orientando l'arte della motivazione e la misura della creatività. L'autrice decifra l'epoca attuale, valuta il destino dell'umanità, sfida il prestigio dell'ars oratoria con la finalità di conoscere gli antichi per capire il presente. La cultura intesa come qualità autonoma, come esperienza delle idee, nell'inciso dei versi, in un lirismo rielaborato dalle figure eroiche e risolute, astute e fedeli metafore trasmesse nella guida di ogni insegnamento, protagoniste del desiderio di gloria e di immortalità.

 

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”

https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

Omero II

 

Poesia

tu stesso

fugace parola

il tuo nome

senza esistenza:

mito

senza parola scritta

logos,

parole colorate

reali

cangianti.

Tu

Omero

“il non vedente”

sei veggente

vate

rivelatore di alate parole.

 

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Esiodo

 

Primo poeta reale

primo cimelio

dell'antica Beozia

abitata dai duri contadini.

 

Artefice poetico

del Cosmo

sostenitore

fervente

della dura legge del lavoro.

 

Tu,

visitato in sogno dalle Muse,

affidi alla tua parola

la Verità

la Saggezza

la Pace fraterna.

 

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Aristotele nel cuore

 

Ascoltandoti

ti ho amato:

parlavi di musica,

di emozioni,

di uomini.

 

Cosa sei a distanza (Ulisse e dintorni)

 

Ripercorro il mare epico

narrando gli eventi

gli stessi.

 

E ci sei,

sempre,

come digressione

nella Narrazione.

 

Riaffiori

ad ogni passaggio,

ad ogni incrocio

ad ogni snodo

come tempietto perenne.

 

Lì stai

davanti a me

oltre il tempo

oltre lo spazio

al di là delle strade.

Superandoti

ti inglobo

come capitolo

archiviato

vissuto

non rinnegato

dal libro della mia Vita.

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Uomini illustri

 

Talora nascono anche oggi

uomini illustri.

Sono persone semplici

che incontriamo per caso

magari in biblioteca.

E ci entrano

nella Vita.

Ci restano accanto

quando siamo peggiori

credono in noi

quando noi smettiamo di farlo.

Ci hanno colpito

fin dall'inizio

con il calore delle loro mani.

Per chi è ferito da sempre

queste persone

Sono uomini illustri:

danno Luce!

In modo discreto

Brillano ovunque.

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