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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

recensioni

Fabio Carta, "Ambrose"

5 Gennaio 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #fantascienza

 

 

 

 

 

Ambrose

Fabio Carta

Alter Ego, 2017

 

Una lettura difficile, questo Ambrose di Fabio Carta, a tratti sembra prenderti ma poi sei ingolfato da un’overdose d’indigesta fantatecnica e dalla visionarietà del testo, che, forse, ne è anche il pregio maggiore, per chi ama i romanzi onirici e con poca trama. (Io no).

In un futuro panatomico, dove la guerra islamica è degenerata ormai in perpetuo conflitto, gli esseri umani hanno colonizzato lo spazio e abbandonato qualsiasi velleità di vita carnale a favore di quella virtuale. Kaarl, detto CA, è uno spazionoide, cioè un colono nato fuori della terra, un soldato fleshy, di carne, che presta il suo corpo atrofizzato a un’esotuta, sorta di robot guerriero, telecomandato dalle star band, cioè gruppetti di militi bulli che si prendono tutto il merito lasciando a lui il lavoro sporco. CA si muove attraverso lande bruciate dalle radiazioni di continue esplosioni nucleari, il suo corpo malato è nella tuta mentre il suo avatar vive nella realtà virtuale.

CA interagisce con due personalità, Combo, suo aiutante/scudiero, diretta emanazione di un cervello elettronico, e Ambrose, intelligenza artificiale scaturita non si sa da dove, forse dalla sua mente allucinata, o dal cancro che divora il suo corpo, oppure dalla connessione di tutte le menti umane attraverso la rete. Ambrose s’incarna in una disgustosa rosa gigantesca, dalle labbra che colano laghi di miele. Ambrose è Dio, il diavolo, l’alter ego del protagonista.

Più che di vera e propria fantascienza, qui si tratta di letteratura visionaria, qui ci sono richiami e atmosfere da terra desolata, qui siamo fra Eliot, Blake e Milton - con frequenti, però, cadute di stile, vedi l’incontro con la prostituta - fra Andersen (I Fiori della piccola Ida), i manga giapponesi e Kubrick. C’è molta filosofia, ci sono riflessioni sull’evoluzione della realtà virtuale, su Dio, sul destino del genere umano, sulla morte, fine ultimo, ma anche principio, di tutto.

Lo stile è davvero elegante e colto, ma spesso vittima di cambi di tono improvvisi. A tratti è anche molto poetico, cosa che non guasta e contribuisce a dare consistenza onirica all’insieme.

 

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Ian McEwan, "La ballata di Adam Henry"

4 Gennaio 2018 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

 

La ballata di Adam Henry

Ian McEwan

Giulio Einaudi Editore, 2016

 

La vita è dominata dal caso. Il destino, spesso crudele, consente per esempio la nascita di due gemelli siamesi con poca speranza di vita a meno della soppressione di uno di loro. Una situazione orribile, dovere scegliere tra due vite umane. Eppure qualcuno deve farlo. Le nostre sovrastrutture civili, come la giurisprudenza, non sono altro che regole che ci permettono di incanalare il caos vitale in una strada rettilinea, sicura, logica. E Fiona lo sa. Lo sa perché è un ottimo giudice di diritto familiare, da 30 anni si occupa di ristabilire gli ordini sparpagliati dalla Natura o dalle bizzarrie umane in seno al nucleo delle famiglie inglesi: decidere il diritto allo studio per bambine nate in ambienti religiosi ortodossi, separare gemelli siamesi condannandone uno dopo accurata scelta, e poi il caso di Adam, giovane a 3 mesi dal compiere la maggiore età, testimone di Geova convinto a rifiutare la trasfusione che gli salverà la vita. Il suo caso le giunge nel mezzo di una crisi coniugale improvvisa e per certi versi ridicola, e sarà per Fiona un modo per distrarsi dai suoi problemi sentimentali. Fiona va in ospedale, conosce Adam, prende una decisione e chiude il caso come ha sempre fatto in passato. Ma la sua decisione avrà strascichi imprevedibili nella sua vita e in quella di Adam, ragazzo assai più maturo della sua età, che le spiega nel modo più semplice e atroce, che in un mondo dominato dal caos, un appiglio, un puntello, un riferimento servono sempre, di qualunque natura. Perché un ordine, anche se solo nella nostra mente, dobbiamo darlo per non annegare nel mare di differenza illogica che ci circonda.

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George Saunders, "Dieci dicembre"

2 Gennaio 2018 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

Dieci dicembre 

George Saunders

Minimum fax , 2013

 

Saunders è uno di quegli scrittori che non rende la vita facile ai lettori. In questa raccolta di racconti lui procede con la narrazione senza preoccuparsi di spiegarti esattamente se ci troviamo in una distopia, che tipo di trauma psichico ha avuto il protagonista, chi sta parlando. Addirittura spezza una storia in due racconti nel mezzo dell'azione e, se hai necessità di tornare indietro di qualche pagina per riprendere il filo del discorso, cosa che ho fatto di frequente, non è un suo problema. Lui scrive, tu devi seguirlo. Ti costringe a immergerti, vivere le realtà di cui ti parla, spesso completamente diverse, ad ogni racconto devi rimettere indietro il nastro e ricominciare perché non sai cosa ti toccherà affrontare. Vi sono però dei temi comuni nei racconti della raccolta: quello che salta subito all'occhio è il tema della decisione. I protagonisti di Saunders sono tutti alle prese con scelte difficili, morali o etiche, e hanno spesso poco tempo per prenderle. Molte sono scelte fastidiose perché attuali, perché a volte noi, o chi ci circonda, lo abbiamo pensato almeno una volta. Utilizzare i detenuti per esperimenti medici non sarebbe un'ottima soluzione per avere risultati definitivi in farmacologia? Sfruttare i corpi delle donne immigrate che scappano da guerra e povertà per i capricci di una società opulenta che vive di immagine non è alla fine una buona azione, visto che a loro i soldi servono? Ma altri sono i temi ricorrenti delle famiglie americane nei racconti di Saunders: la disfunzionalità tra i membri, la mancanza di comunicazione, la forbice enorme tra classi sociali, il raggiungimento di uno status economico come unico obiettivo davvero importante, l'ipocrisia sociale di tanta gente perbene, l'indifferenza verso i problemi morali o etici della maggior parte. Uno spaccato della società americana sovrapponibile a una società occidentale che si avvicina sempre più a certi livelli di distopia come quelli narrati e su cui (forse) una riflessione preventiva si rende necessaria.

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Signora dei filtri ... o dei fili: emozioni e riflessioni: parte seconda

31 Dicembre 2017 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

 

La storia d’amore fra Medea e Giasone occupa molte pagine del romanzo. Nelle Argonautiche - nel terzo libro dove si parla di Medea - Apollonio Rodio dice che è stata la dea Afrodite a farla innamorare di Giasone. Nella Signora dei filtri non c’è alcun incantesimo se non quello dell’amore stesso, della “carne e del sangue, della passione e di un sentire forte”, come dice Patrizia nella nota introduttiva.

Il Capitolo 16, in particolare, racconta la nascita del rapporto fra Medea e Giasone – o forse sarebbe meglio dire di Medea con Giasone perché è soprattutto lei a essere profondamente scossa da questo incontro.

Medea ama Giasone. Tutto ciò che viene da Giasone è bello per lei (“Medeià. Il suo nome storpiato dalle belle labbra di Giasone suonava come la promessa di una nuova vita”). Si innamora di lui senza rendersene conto. È un amore da adolescente, pieno di turbamenti, di rivelazioni che sconcertano.

Da subito appaiono i loro diversi colori (del corpo e dell’anima): lo scuro di lei, il chiaro di lui.

Lo scuro è il tratto distintivo di Medea (Orfeo la descrive come “una giovane donna vestita di scuro”) come il chiaro lo è di Giasone (dice sempre Orfeo: “Se Dio è uguale a noi, è così che lo immagino, con quei riccioli dorati simili a grappoli d’uva danzanti sulle guance). L’emozione chiara di lui per quella ragazza che “nasconde il viso dietro i capelli” e ha “l’odore dell’erba appena tagliata e radici nascoste nel terreno”, ma anche il suo scuro turbamento nel sentirsi “leggere dentro”, nel trovarsi scoperto; l’emozione chiara di lei quando scopre di non amare più la solitudine, ma anche il turbamento nel riconoscersi fragile, indifesa, esposta.

Medea senza Giasone si sente “sola” e “vuota”, anche se la solitudine è ormai diventata un bisogno. Giasone è il suo lato luminoso: “Tu vedi solo il lato oscuro” le aveva detto la sorella Calciope, ma lei, da quando ha conosciuto Giasone, “desiderava anche la forza della luce”. E per Medea Giasone incarna questa luce, l’aspetto limpido della vita: “Gli occhi di lui avevano il colore dell’acqua del fiume quando i sedimenti si depositano e rimane solo un’azzurra, limpida trasparenza in superficie”.

Ma insieme alla luce e ai colori, da subito compaiono anche i demoni: “l’ambizione e l’avidità” di lui e – soprattutto - la passionalità di lei che tutto è disposta a fare purché la “felicità non svapori”. Nel cuore della figlia di Eeta il tenero e commosso amore da adolescenti coesiste col progetto adulto di rubare l’oro del padre, col duro e lucido desiderio di vendetta (“Voi siete la mia vendetta”) che non l’abbandona mai e che – come Morgar temeva – la porterà alla rovina.

Il Capitolo 16 termina con due immagini che evidenziano queste opposte anime di Medea: la “signora dei filtri” che prepara il sonnifero per le guardie spremendo il veleno da una vipera e la “fanciulla” che vuol farsi bella per il suo amore.

Dopo la morte di Absirto, Medea diventerà “triste e tenebrosa…. Giasone pensa che “ha dentro qualcosa di grande, di pauroso e potente”; Orfeo dice che  “gli mette i brividi addosso”. Il lato oscuro di lei prenderà sempre più forza, fino a oscurarla completamente

Mi piace questo capitolo perché descrive in modo esemplare il nascere di un grande amore in una grande donna che non conosce l’amore perché non ne ha ricevuto – e quindi ne è spaventata - ma che ne riconosce subito l’intensità e la potenza - la “trasformazione” che sta operando in lei - e si abbandona a questa esperienza in modo totale, com’è la sua natura. Sono pagine bellissime che raccontano i turbamenti, le contraddizioni, l’intensità di tutti gli amori di tutti i tempi.

Oltre a Medea, il romanzo ospita altri grandiosi personaggi – o meglio: altre persone  - su cui desidero soffermarmi un momento. La storia della Signora dei filtri si intreccia alle loro storie e ne riceve forza e significato. Inizierò con quelle di due “donne” magnifiche: Morgar e la nave Argo.

Morgar è la vera madre di Medea.

È lei che Medea vuol imitare, la donna a cui vuol somigliare: quando Morgar evoca la dea della luce e si spoglia per compiere il rito, Medea la guarda affascinata (“cercò di copiare ogni suo gesto”).

Non è una donna armoniosa e proporzionata: il corpo è “solido ma esile”,  la bocca è “grande e ben fatta” ma non sorride spesso (non è compiacente), i capelli sono “arruffati e schiariti dal sole”, i piedi “callosi”, il seno “pesante”. Ma è lei ad avere la bellezza vera, quella che anche Medea vuole per sé. Morgar è una donna che accetta il suo corpo com’è, non si trucca (in senso proprio e figurato! ) come la madre di Medea: la sua bellezza viene da ciò che lei è e non da ciò che le chiedono un uomo o la consuetudine.

È una madre amorosa, che comprende la solitudine di Medeae se ne prende cura: “… la piccola era la figlia del re, la discendente del Sole, ma era anche una bambina triste che soffriva per mancanza d’amore. Lei non era stata capace di negarglielo quell’amore”.

È una madre che conosce bene la sua bambina, l’accetta nei suoi lati solari come in quelli oscuri, e vuole solo il suo bene: “Ma c’era troppa forza dentro quella bambina e troppa sensibilità. Non era un bene che una forza così grande fosse unita al rancore”. A Medea, perciò, vuole insegnare ad amare, a comprendere, come dovrebbe fare una vera madre: “Non voleva lasciarla sola prima di averle potuto insegnare a controllare il suo istinto. Prima di tutto, di averle spiegato come si fa ad amare”.

Morgar, però, muore troppo presto e non può fare altro che raccomandarle la compassione e affidarla al Drago, al misterioso Ossevatore.

Ma chi è Morgar, oltre che la madre spirituale di Medea? Che donna è?

La “sconosciuta dai capelli rossi”, “la straniera che abita sul fiume” è una donna che ha sofferto (ha perduto il suo uomo e il suo bambino) ma è riuscita a trovare l’equilibrio, a conservare la capacità di dare amore, di “insegnare (ed esercitare) la compassione”, come dice Calciope alla sorella Medea, che non riesce a fare altrettanto.

Morgar è capace di capire. Giustifica Eeta quando Medea  accusa il padre di essere un tiranno che tiene lontano il commercio e chiunque si avvicini a Iolco: “Tuo padre vuole evitare guerre e epidemie … ; e quando Medea l’avverte che il re diffida anche di lei, risponde: “Ha paura, cara, e la paura nasce sempre dall’ignoranza”.

Morgar aiuta anche chi non la accoglie e chi ha comportamenti che lei non approva (aiuta  la madre di Medea a partorire, le procura erbe per mantenere la bellezza e per avere un nuovo figlio, e sarà questo che la porterà alla morte).

Morgar ha conosciuto l’amore – vero e ricambiato – del suo uomo (Anteo, che pratica la tauromachia e viene ucciso dal toro). Quest’uomo la chiama Cerinea - “cerbiatta” - (“È
un nome che non ti si addice
” afferma Medea) ) perché la vede con gli occhi del cuore (“Mi vedeva con affetto”), sa leggere in lei la dolcezza e la tenerezza. Il loro amore ha generato un bambino simile al padre, nato prematuro e subito morto. Per sfuggire al ricordo troppo vivo e presente di quelle perdite, Morgar ha lasciato la sua patria ed è venuta a Iolco, quando Eeta ancora non aveva chiuso le frontiere. Morgar subisce la perdita del figlio, Medea sceglierà lucidamente di perdere i suoi..

La nave Argo è un’altra grande figura femminile.

Medea vuol conoscere il mondo, viaggiare, vorrebbe essere un Argonauta. La prima volta che vede la nave Argo cerca “di immaginare cosa si provasse a navigare, col vento in faccia, sopra una nave come quella, spinta dalla forza di uomini liberi”.

Gli Argonauti non amano Medea e lei ricambia questa ostilità. Invece ama (riamata) la nave Argo, che le somiglia: è una donna forte, potente e magica come lei: “Era entrata in sintonia con la nave fin dall’inizio … Ne percepiva la forza, l’anima immortale”. Per Orfeo invece Argo è nauseabonda: odora di “salamoia, di escrementi, di cibo mal cucinato”. Ma Orfeo non è carne e sangue come Medea (e come Argo).

La nave Argo è un personaggio magnifico, una persona, splendida donna.

Giasone la vede così: “Contemplò Argo. La grande nave sembrava respirare nella brezza, cullata da onde dolci e leggere. Era una creatura viva, fatta di fasciame solido ed elastico, di corde robuste e lunghi remi potenti. Aveva in sé qualcosa di forte e vitale, come se fosse posseduta da una divinità”; dice di lei Orfeo: “Argo è femmina, come la dea che, dicono, si nasconde nella sua prua;  e Medea quando il Drago le fa percepire la sua presenza, subito pensa: “La nave pareva una creatura viva.”

È un’altra donna (come Morgar, Medea, Ipsipile) piena di passioni (“freme”), una donna-eroe che vuol conoscere il mondo.

Così la descrive lei Orfeo nel suo diario quando gli Argonauti sono fermi a Lemno: “Argo freme, è destinata a grandi imprese, vuole riprendere il largo … dondola smaniosa, con le stive gonfie di è olio e di vino”. È come una donna incinta, piena di provviste e di doni: l’aggettivo “gonfio” e “pesante” è usato proprio per descrivere le donna che aspettano figli - Ipsipile e Medea - i loro seni colmi di donne forti e piene di desideri.

Ed è forse l’unica “donna” che Giasone ama davvero.

Orfeo scrive - dopo la partenza da Lemno e dopo aver superato “tempeste difficili perfino da raccontare” - che “Argo le ha attraversate indenne e Giasone la ama ogni giorno di più”. A Giasone il cuore “sanguina” al pensiero di abbandonarla quando deve fuggire da Iolco: “ Tornò col pensiero al giorno della partenza degli Argonauti. Quanto tempo era trascorso da allora? Sembrava una vita intera. Ricordò Argo, magnifica nella luce abbagliante del mattino. Il suo cuore sanguinava al pensiero che non l’avrebbe più rivista”. Giasone non prova niente di simile nel separarsi da Ipsipile che pure è incinta di lui (“Argo mi aspetta”. Mi dispiace Ipsipile.”); e nelle ultime pagine del libro, quando, dopo aver perduto anche il padre Chirone, ormai solo, cerca la pace sul monte Pelio in compagnia di Orfeo, l’unico legame col passato che gli sia rimasto, dice: “… vedo Argo, la mia meravigliosa Argo, più dolce di un’amante, le sue possenti fiancate, le sue ali di remi …”. Anche Medea rimane per sempre nei suoi pensieri (“Medea di Colchide non si dimentica”), però Argo dà solo gioia e bellezza, senza dolore e senza strazio.

Giasone, insieme a Orfeo e agli Argonauti, è il personaggio maschile più significativo del romanzo.

È un giovane eroe bellissimo, che fa innamorare la primo sguardo: “È l’uomo più bello del mondo. Se non è un dio, allora chi è … mi sono innamorata’” dice di lui la cugina Anfimone quando lo vede la prima volta.

Per Ipsipile, la regina di Lemno, Giasone è “perfetto”. E Orfeo :“Se Dio è uguale a noi, è così che lo immagino, con quei riccioli dorati simili a grappoli d’uva danzanti sulle guance”.

Come Medea ha capelli molto particolari (anche se di colore opposto) ed è diverso dagli altri. Ecco come lo vede Pelia quando per la prima volta si presenta a lui:“ Lo sguardo gli cadde su una testa di capelli biondi. I ricci, densi e aggrovigliati, gli scendevano sul petto coperto da una pelle di animale. Stringeva nel pugno due lance e non aveva il capo chinato come gli altri”.

Giasone, che ha perduto il padre da bambino, viene allevato ed educato da Chirone, un uomo con il viso e le gambe di cavallo, un mostro nato dalla violenza subita dalla madre quando era una ragazzina che raccoglieva corbezzole nel bosco (“Erano in tre e puzzavano di cavallo, nitrivano come cavalli”). Chirone – come Morgar - è una creatura strana e diversa e - come Morgar – vuole il bene del bambino di cui si occupa, gli insegna valori autentici (“Il dovere di un  uomo è aiutare i suoi simili”), desidera che abbia il meglio, anche se Giasone ne farebbe a meno volentieri: “Padre, voglio restare qui, voglio diventare un cacciatore esperto come te”… “C’è un intero mondo che ti aspetta là fuori, Giasone”.

Giasone, però, - come Medea – non fa suoi tutti gli insegnamenti del maestro.

Medea gli dice che nel suo cuore albergano “ambizione” e “avidità” e lui non nega, si sente scoperto. Mentre sono in fuga da Ioclo, Orfeo esprime all’amico i suoi timori di avere presto “tutta la Colchide alla calcagna” e Giasone risponde:“ La figlia del re ci sarà utile”. Non dice “la mia amata Medea ci salverà”; e Medea, che l’ha sentito non vista “ abbassò la testa umiliata”.

Quello che Giasone vuole è un figlio che custodisca la sua tomba: anche i figli sono qualcosa che serve a lui, alla sua ambizione, a perpetuare se stesso. Giasone – come lui stesso confida a Orfeo – non crede nell’aldilà: l’immortalità è data dai figli perché a loro si trasmette il potere conquistato in vita. È questo a guidare Giasone: il figlio che aspetta da Ipsipile non è il suo bambino ma “ il figlio della reggente”, che sarà “re di Lemno”, un trofeo da portare con sé per farne l’erede (“un giorno mi raggiungerà a Iolcomi piacerebbe veder crescere il figlio della reggente per portarlo con me, un giorno”)

Questo bellissimo e giovane eroe non è poi un grande uomo.

Pelia fa leva sulla sua fragilità, sulle sue insicurezze: Giasone va nella Colchide per riscattarsi dall’essere stato allevato, e quindi in un certo qual modo dall’essere figlio, di un diverso, di un uomo/cavallo, di un mostro (“Vuoi che ti chiamino Re Cavallo? Vuoi che un intero popolo rida di te?”).

Confessa di “non sapere cosa vuole” e l’impresa a cui Pelia lo costringe  gli permette anche di “prendere tempo”,  di “rimandare tutte le decisioni”: “Ho bisogno di tempo” è una sua frase ricorrente.  Per molto non sa neppure se ama o no Medea: al padre Chirone dice che non lo sa, sa solo che le è entrata nel sangue. Si accorge di amarla solo dopo che lei è riuscita a far uccidere Pelia: toccare con mano la potenza – sconvolgente, distruttiva, inarrestabile - dell’amore gli fa capire che “Medea faceva parte di lui, nel bene e nel male

Giasone è sempre controllato, moderato, non perde mai il governo di sé. Dice di lui Orfeo : “Ha ereditato la saggezza di Chirone, suo padre adottivo” e sa controllare sentimenti e passioni in vista di un fine. La “saggezza” di cui parla  Orfeo si può forse intendere come la capacità di mantenere la giusta distanza emotiva dalle vicende, di tenere sotto controllo gli impulsi. Com’è diverso quest’uomo dalla Signora dei filtri che tanto lo ama!

Ed eccoci a  Orfeo, il ragazzo gentile che nel suo diario racconta l’impresa degli Argnonauti.

È da subito l’amico vero di Giasone. Si incontrano per la prima volta alla scuola del maestro Saturnio dopo che i compagni di studi hanno preso in giro Giasone chiamandolo figlio del cavallo: “Giasone si accoccolò, stringendo al petto la sua tavoletta. Rimase stordito e sudato a fissare il vuoto, desiderando con tutto il cuore di essere sull’altopiano, insieme a suo padre, a seguire le orme dei cervi e a fare il bagno nell’acqua fredda del ruscello. Ovunque ma non lì. Poi una piccola mano si insinuò nella sua “Non fare caso a loro, sono stupidi”. Si voltò di scatto, trasalendo. Un ragazzino basso, con i capelli ricci e gli occhi penetranti e tranquilli gli stava sorridendo … “

Orfeo rappresenta l’equilibrio, per questo teme Medea. Ha la capacità di accettare con serenità la vita in tutti i suoi aspetti, anche violenti – come il sacrificio del toro -  o drammatici - come la morte della amata Euridice.

Orfeo è accogliente: si apre alla vita, la accetta, ne riconosce il valore e il significato, aldilà delle contraddizioni con cui si manifesta e delle ferite che infligge, perciò sceglie di legarsi ad Atalanta. Afferma: “Non è Euridice ma è la mia donna. Sono rassegnato e contento insieme”. E quando Giasone, dopo che Ila, violentato da Ercole, si è suicidato, gli dice “Credo che a modo suo Ercole volesse bene a Ila”, Orfeo risponde “ Sì, lo credo anch’io. Non scegliamo chi amare, né come si esprimerà il nostro amore. L’amore è sempre una responsabilità”.

Gli Argonauti di cui Orfeo ci parla non sono eroi perfetti, eroi dell’epica classica.

La partenza della nave Argo è una partenza moderna, non è eroica: fa venire in mente quella dei marinai di Colombo nel film La conquista del paradiso. Gli affetti familiari predominano: anche Giasone è un figlio che lascia il padre, che ha paura dell’ignoto e che ha bisogno di conforto (in quell’occasione chiama per la prima volta madre Alcimede, che lo ha fatto allevare dal centauro invece di tenerlo con sé).

E anche se Orfeo nella prima pagina del suo diario scrive “Siamo in cinquanta e siamo chiamati Argonauti… tutti uomini nel fiore degli anni, tutti campioni”, Giasone, che ha uno sguardo meno sognante di quello dell’amico poeta, li vede così: “Ordinò  di smettere di remare e ottenne in cambio un grugnito di sollievo … Lunghi sorsi voraci … uomini muscolosi cotti dal sole, induriti dal salmastro … mandavano giù senza protestare il vino diluito, si accontentavano  …”.

Anche i più importanti, che Orfeo nomina, sono descritti come persone molto normali: Castore e Polluce che “siedono affiancati … intenti a giocare con noccioli che tirano in aria e riafferrano al volo”; Atalanta che affila con pazienza la lancia scheggiata nel’impatto col cinghiale che ha ucciso l’indovino; Meleagro che beve un po’ di vino …

Neppure la loro fine è eroica: muoiono per atti di violenza (Ilia); uccisi da animali selvaggi (l’indovino Idmone) o dalla malattia (Tifi).  Non esiste neppure il mitico vello d’oro: il tesoro di Eeta è costituito da “cumuli di pepite grosse come uova poggiate su consunti velli di pecora”. Un’altra immagine visuale nitida, incisiva, memorabile: ributtante e inquietante (l’espressione grosse come uova fa pensare ad animali preistorici e mostruosi che potrebbero nascere da un momento all’altro) ma anche triste (consunti velli).

Insomma: solo la nave Argo è l’autentico eroe dell’impresa, come Medea è l’unico eroe (una donna-eroe!) di questa drammatica e stupenda storia.

 

 

 

 
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Signora dei filtri... o dei fili... emozioni e riflessioni: parte prima

26 Dicembre 2017 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

 

 

Quando Elena Marchetti – l’editore di Signora dei filtri  – mi ha proposto di presentare un romanzo che aveva come protagonista Medea ho risposto:- Non se ne fa di niente … Perché, anche se la mitologia classica è sempre stata la mia passione, questo personaggio non è mai stato nelle mie corde. Ma Elena – che sa il fatto suo – ha insistito: - Leggilo, poi decidi.

Così ho iniziato a leggere … e non ho smesso più, fino alla fine.

 

Signora dei filtri ti cattura fin dalle prime pagine e non ti lascia più uscire. Perché? La storia di Medea già la sai … E allora?

 

Signora dei filtri è un romanzo avvincente perché è scritto molto bene, è un vero romanzo. Perché è la scrittura che fa di una storia un vero romanzo.

 

Per spiegare che cosa mi ha incatenato a questo libro  ho chiesto aiuto a Italo Calvino.

 

Nel 1984, Calvino viene invitato all’Università di Harvard per tenere un ciclo di conferenze sulla comunicazione poetica (letteraria, musicale, figurativa). Il tema, quindi, è libero, Calvino decide di dedicare le sue 6 conferenze (le cosiddette “Lezioni americane”) “ad alcuni valori o qualità o specificità della letteratura” che gli stanno “particolarmente a cuore”, da conservare nel “nuovo millennio ”. Valori, qualità e specificità che ho ritrovato in Signora dei filtri, perciò userò spesso le parole di Calvino per descriverli.

 

Nelle “Lezioni Americane” parla di Sherazade, la narratrice delle Mille e una notte e dice di lei: L’arte che permette a Sherazade di salvarsi la vita ogni notte sta nel saper incatenare una storia all’altra e nel sapersi interrompere al momento giusto. È un segreto di ritmo, una cattura del tempo che possiamo riconoscere dalle origini:nell’epica per effetto della metrica del verso, nella narrazione in prosa per gli effetti che tengono vivo il desiderio d’ascoltare il seguito”.

 

È di Calvino la definizione di “romanzo come grande rete” (di personaggi, di luoghi, di situazioni), come “sistema di infinite relazioni di tutto con tutto”.

 

Quello che avvince (cattura, come una rete vera e propria) nel romanzo di Patrizia è proprio la presenza di innumerevoli storie che potrebbero essere lette anche ognuna per conto proprio: la storia di Medea e della sua “durezza” (che è poi assoluta “fragilità” affettiva); la storia di Giasone e della sua “fragilità” (che lo rende “duro” rispetto ai sentimenti) – Giasone e Medea sono molto diversi ma anche specularmente molto simili; la storia di Morgar, la prima “Signora dei filtri”; la storia di Eeta e della sua passione per l’oro; la storia di Pelia e della sua passione per il potere; la storia di Orfeo e del suo diario; la storia di Absirto, il fratello crudele; la storia dell’Osservatore, il Drago che sa leggere nel cuore degli uomini; la storia della generosa Kria, che segue Medea anche nell’esilio; la storia della fragile Glauce, vittima di un giuoco più grande di lei; la storia Chirone, l’uomo-cavallo; la storia degli Argonauti e delle loro avventure …

La storia di un personaggio spiega, completa, “illumina” quella dell’altro: la madre di Medea, il suo modo di essere madre e donna, esalta la figura di Morgar e il suo ben diverso modo di essere madre e donna; la cugina-bambina, così morbida e tenera, che Giasone forse potrebbe sposare se non fosse costretto a partire per la sua impresa, sottolinea per contrasto la femminilità inquietante di Medea; la maledizione della regina di Lemno sui futuri figli di Giasone rimanda al dramma che si consumerà a Corinto ...

Queste storie quindi si intersecano l’una all’altra come i fili che  creano la rete (Patrizia è una vera “Signora dei Fili”!). Si danno ritmo e spessore, come in un brano musicale in cui sono presenti le parti soprani, dei contralti, dei tenori e dei bassi - le voci chiare e le voci scure - e ognuna può essere letta e cantata separatamente, ognuna ha il suo fascino e la sua importanza. Ma è dal loro intrecciarsi, dalla loro rete, che nascono l’Inno alla gioia di Beethoven o Va pensiero di Verdi.

E ciò che fa da sfondo integratore a tutte queste storie e che permette loro di diventare una unità (cioè un romanzo forte e potente) è che esse – nella loro varietà - mettono però sempre in scena – vissute in modo diverso e osservate da punti di vista diversi – le stesse passioni, quelle primordiali, che caratterizzano la vita e l’esperienza di ogni essere umano: l’amore (fra uomo e donna, fra genitori e figli, fra amici), il desiderio (per una persona, per il potere, per il denaro) e l’odio (che nasce dalla negazione dei primi due).

Signora dei filtri, secondo me, non vuol essere un’altra versione del mito di Medea.

I protagonisti si muovono – è vero – in luoghi e tempi mitici, ma la realtà che vivono è universale, sono persone dei nostri tempi e dei nostri luoghi: adulti mai cresciuti, incapaci di essere genitori, travolti dal desiderio di potere, impauriti dalla diversità, prigionieri del pregiudizio, prigionieri di passioni che non riescono a controllare e che fanno passare ogni limite. Di questo leggiamo tutti i giorni sui giornali e tutto questo caratterizza da sempre la storia dell’uomo. Ed è di questa storia – non del mito di Medea - che Signora dei filtri ci vuole parlare.

Sempre in Lezioni Americane, Calvino riflette su “un’epidemia pestilenziale che sembra abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione a diluire i significati, a smussare le punte eccessive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze

Per definire l’uso della parola che Patrizia fa quando scrive basta capovolgere questa drammatica descrizione. Per lei, invece, calza a pennello un’altra espressione che Calvino usa per il buon uso della parola: “ incantesimo verbale”.

Il linguaggio usato da Patrizia è forte, potente, non fa sconti: quando racconta l’odio e la passione, come quando racconta l’amore e la tenerezza. Si potrebbe dire che è un linguaggio epico, come quello di Omero e dei classici – Euripide, Seneca, Apollonio Rodio – a cui Patrizia dice di  rifarsi.

È un linguaggio immaginifico, cioè (uso ancora parole di Calvino) pieno di “immagini visuali nitide, incisive, memorabili” (un esempio per tutte: la descrizione del passaggio delle Simplegadi) che prendono forma e danno vita a un “cinema mentale” capace di farci vedere la scena come se si svolgesse davanti ai nostri occhi.

Per creare questo  incantesimo verbale che ci tiene avvinti al romanzo, la nostra Sherazade utilizza  abili strategie linguistiche, degli “anelli magici” rappresentati da  anticipazioni, indizi, “frasi fatali”, posti a fine paragrafo che rimandano a un “dopo” verso il quale devi andare ( “Un giorno ti vedrò morire…” pensa Medea guardando il fratellino; “Non ci sono solo i figli di Ipsipile nel tuo futuro, per tua sfortuna” dice l’indovino a Giasone; “Cosa c’è di più grave di questo?” si chiede Giasone alla fine del capitolo dove si racconta la morte di Glauce …)

A volte queste anticipazioni si manifestano attraverso i sogni e i  desideri dei personaggi.

Nei desideri che Medea bambina confida a Morgar sono  già presenti gli Argonauti e il loro arrivo a Iolco : “Vorrei che gli uomini di là dal mare potessero raggiungerci e comunicare con  noi. Vorrei imparare le loro lingue e vestirmi con i loro vestiti, vorrei mangiare quello che mangiano e conoscere i loro dei”;  nel sogno che Morgar fa la notte prima di morire compaiono la nave Argo e i figli di Medea con il loro tragico destino: “Sognò una barca alata, possente, con due file di rematori, sognò due bambini distesi sopra un letto, con gli occhi chiusi e il viso bianchissimo” .

Anche i temi ricorrenti sono anelli magici che danno coesione a questa molteplicità di storie: quello dei luoghi misteriosi (le paludi della Colchide, la caverna dove vive il Pitone sacro, i sotterranei dove Eeta nasconde l’oro, l’isola di Lemno, l’isola degli Orsi, la terra che forse è delle Amazzoni, l’isola dove Medea vive i suoi ultimi anni); quello degli dei e dei sacrifici (il dio Sole, il dio del Fuoco, la Signora-Vergine Madre, il Dio di Orfeo, con le relative cerimonie misteriose e sconvolgenti); quello del Drago (la creatura inquietante che compare e scompare all’improvviso nei momenti chiave per guidare Medea verso il suo destino).

Fra tutti questi temi ricorrenti, quello che mi ha colpito di più e che mi sembra particolarmente significativo riguarda la presenza dei bambini.

Il romanzo di Patrizia è costellato di bambini.

Il dramma di Medea – comunque sia stato letto da antichi e moderni – ha come pernio i figli, i bambini, e nel romanzo questi sono ovunque. Sono i figli dei protagonisti ma – soprattutto- sono i protagonisti stessi: gli adulti quando erano bambini.

In un romanzo che ha come epilogo l’orrore più grande che una madre – un adulto, una persona -  possa commettere: l’uccisione dei figli, dei bambini – questo orrore aleggia per tutto il libro ed è il filo che dà vita alla rete dei bambini: bambini fragili, teneri, spesso soli, spesso preda della violenza degli adulti e che spesso diventano a loro volta violenti e predatori di altri bambini.

Signora dei filtri ci racconta in modo diretto o indiretto la storia di tanti bambini infelici divenuti spesso adulti portatori d’infelicità. Ne cito solo alcuni.

Achille bambino, evocato dal padre Peleo, Argonauta, che intaglia per lui una tenera “figurina di legno”: Peleo l’ha lasciato quando “aveva appena imparato a camminare” e non sa se lo rivedrà più. Questo tenero piccino cresciuto senza padre, una volta adulto diventerà Achille “dallo sguardo bieco” (così ce lo descrive Omero) che trascina nella polvere il corpo di Ettore, Achille “la bestia” di Christa Wolf.

Ila, il servitore che Eracle violenta. Anche lui è poco più di un bambino: Eracle lo chiama “pulcino” e non vorrebbe fargli del male, ma non riesce a governare se stesso. Eracle, l’eroe – predatore, è stato a sua volta un bambino aggredito, maltrattato, perseguitato dall’odio ingiusto di Era.

Chirone, il padre adottivo di Giasone. Quest’uomo saggio è un bambino-mostro nato da una violenza subita dalla madre Filira  quando anche lei era appena una bambina.

Il bambino Meleagro, ora valoroso Argonauta. Il suo destino è vivere quanto il tizzone che brucia  nel braciere al momento della sua nascita: sarà proprio la madre Altea, che ha conservato gelosamente il tizzone, a ributtarlo nel fuoco per vendicare i fratelli uccisi da Meleagro.

La bambinetta di “soli tredici anni” che Eeta si è preso come nuova amante. Solo questo si dice di lei, ma basta e avanza per raccontare l’orrore.

Glauce, la principessa-bambina vittima di una storia più grande di lei. Così la descrive Medea: “La figlia del re, nemmeno adolescente e già coperta d’oro dalla testa ai piedi … le era sembrata una bambina agghindata come una donna …”; così la vede Giasone “Ridicolo chiamarla signora, una bambina gravata dal peso dei pendenti che portava alle orecchie”; e anche Orfeo la vede così: “ Al suo fianco (di Giasone)  Glauce continuava a masticare in silenzio, come una bambina alla quale sia stato ordinato di finire tutto quello che ha nel piatto” …

E infine Medea, la bambina non amata, arrabbiata e sola. Nessun altro autore – credo – ha messo a fuoco la figura di Medea bambina. Signora dei filtri inizia proprio con la storia della sua infanzia, segnata – fra l’altro – dalla nascita di un fratello che la madre adora, quella stessa madre che invece la respinge, la fa sentire sola.

La solitudine accompagna Medea fin da bambina.

Non somiglia a nessuno” – dicono di lei. Medea è sola perché è diversa, anche se non vorrebbe esserlo: “ … lei non voleva essere diversa, non voleva stare in disparte mentre le altre ragazze giocavano o si bagnavano nel fiume. Non voleva che sua madre la guardasse in quel modo, corrugando la fronte … “

Medea è strana. Questo aggettivo la caratterizza, viene usato da tutti quelli che la incontrano. Giasone, appena la conosce, pensa di lei “Che strana donna …”  Kria, a cui Medea salva il bambino, la definisce “bella di una bellezza strana”; Orfeo parla spesso dei suoi occhi, “occhi obliqui”che dardeggiano”  “occhi nervosi”  “neri come la notte”  “inquietanti ed estremamente intelligenti”. Gli strani occhi di Medea vedono ciò che gli altri non vedono, vedono “dentro” e “oltre”, anche contro la sua volontà. Medea non vorrebbe vedere dentro Giasone, leggerne i limiti e scoprirne le menzogne: “ … Si accorse che (Giasone) non diceva la verità … Era la sua disgrazia accorgersi di tutto, avvertire ogni vibrazione, intuire i pensieri della gente e l’ostilità che la circondava”.

Quindi Medea è strana.

C’è un grande poeta che, per definire se stesso, usa l’aggettivo strano: Giacomo Leopardi ne “Il passero solitario” e il senso che questo grande poeta e grandissimo cultore della parola dà a “strano” credo calzi a pennello anche per Medea. Leopardi, paragonandosi al passero che vive isolato da tutti sull’antica torre di Recanati, dice

 

Quasi romito, e strano/ Al mio loco natio,/Passo del viver mio la primavera.

 

Il poeta si sente estraneo al suo paese, al luogo dov’è nato e dove vive da solo, isolato, da straniero. Anche Medea si sente così. La sua diversità – come la diversità di Leopardi – è alla base della sua solitudine, e la rende straniera e sola, nel suo paese e nella sua casa, fin da bambina.

Medea uccide i figli perché non vuole che cadano in mani di estranei, perché non siano “umiliati” dal padre che avrebbe preferito a loro – dei bastardi – i figli di un matrimonio per lei “falso e sacrilego”. Morendo per mano sua “dolcemente” i figli “resteranno con lei per sempre”, non saranno mai “soli”, “strani” e “stranieri”, come lei e Morgar sono state: “Medea era una straniera in casa propria esattamente come Morgar lo era in terra di Colchide”.

L’origine della solitudine di Medea va ricercata nel disamore della madre. La regina Idia respinge sempre la figlia e ha cura solo del nuovo nato, del bambino crudele che deve garantirle l’amore del marito (“Absirto rise, riacciuffando uno scarafaggio che tentava di fuggire. La regina gli accarezzò i capelli rossi e lanosi: “Bravo il mio bambino”). Anche quando la piccola Medea, nonostante si senta non amata e abbandonata, cerca un contatto con lei, va incontro a un rifiuto (“Madre, posso tingere io i tuoi capelli” propose speranzosa “No, Medea, le tue mani sono sempre fredde”).

Alla fine questa solitudine imposta si trasforma in bisogno. Divenuta adulta, Medea ha sempre bisogno di solitudine ed è solo l’amore a farle scoprire e sentire il bisogno dell’altro.

 

Continua...

 

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AA.VV, "L'amore non crolla: storie di Natale"

15 Dicembre 2017 , Scritto da Nadia Banaudi Con tag #nadia banaudi, #recensioni, #unasettimanamagica

 

 

 

 

Leggere racconti è una mia vecchia abitudine legata all'infanzia che soprattutto a Natale mi piace rispolverare. Così ho scelto di parlarvi oggi di questa antologia di racconti che si rivolge a un pubblico ampio, dai più giovani ai meno, in cui emergono diversi elementi e dal sapore davvero speziato.

Primo tra tutti la speranza. Questa bella aspirazione viene sviscerata non solo legandola al Natale ma agli affetti e alle cose importanti della vita come i sogni, i ricordi, la famiglia e la grande forza che riesce a tramettere se usata come motrice energetica.

Secondo l'emozione. L'intero libro è permeato di uno stato affettivo puro, intenso e autentico quasi da esondare dalle pagine e attaccarsi al lettore (a me per lo meno è accaduto con il fazzoletto alla mano, le mie emozioni hanno preso il sopravvento sulla lucidità risvegliando empatia per le storie narrate).

L'ultimo a chiudere il trio vincente: l'amore. Amore inteso nel suo senso più lato, come forza motrice capace di mitigare il dolore, avvicinare le persone, abbattere le frontiere. Lo dice in effetti già il titolo: L'amore non crolla. Al giorno d'oggi almeno questa è una piccola certezza, dove c'è amore c'è sempre quel barlume di speranza che aiuta a sopravvivere. Perché qui entra in gioco il quarto elemento: la beneficenza.

L'intero ricavato del libro, in entrambi i formati cartaceo e digitale, viene devoluto alla Croce Rossa del Centro Italia per sostenere i fabbisogni dei terremotati.

Insomma una raccolta con 21 racconti diversi tra loro per genere, tipologia di narrazione, per il messaggio che veicolano, che percorrono dentro le strade del cuore e si propongono di trasformare le parole in benzina per i buoni sentimenti, proprio in tema con il Natale. Un libro capace di fare scivolare qualche lacrima e di muovere riflessioni sulla fugacità delle cose, che non fa mai male tenere a mente, tutto l'anno.

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Stefano Valente, "Il barone dell'alba"

13 Dicembre 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

Il barone dell’alba

Stefano Valente

Graphopheel, 2016

 

Una scrittura straordinaria, non ci sono altri termini per definire lo stile di Stefano Valente ne Il barone dell’alba. Non è il contenuto a colpire e affascinare, non è la trama di questo romanzo picaresco ed erudito, ma l’espressione colta, raffinata eppure scorrevole, visiva, narrativa. Ci sono pezzi meravigliosi, come la descrizione raccapricciante dell’autodafè, il rogo dei presunti eretici. Non saprei immaginare un modo migliore per mostrare la scena, per farla vedere, toccare, annusare e, allo stesso tempo, renderla letteraria, dotta, elegante.

Meno attraenti i linguaggi inventati - siciliano, ispanico-partenopeo, tedesco - che di sicuro intrigano il glottologo Valente ma appesantiscono il lettore comune.

Andiamo per ordine: abbiamo l’espediente narrativo del manoscritto ritrovato, con tanto di postille erudite, abbiamo un romanzo d’avventure rocambolesche e frenetiche che a me ricorda il Simplicissimus del Grimmelshausen, Il cimitero di Praga di Eco e anche Memorie d’un bugiardo di Marco Saverio Loperfido. Abbiamo una città immaginaria, Dorantia, che ci riporta alla Venezia del settecento, abbiamo la cerca di un oggetto, il quadro d’una fanciulla vagheggiata dal protagonista, una fanciulla con occhi di aurora, con occhi d’alba, di quel momento inconfondibile fra luce e buio, fra sole e oscurità, fra bene e male. Abbiamo come protagonista il rampollo di una famiglia nobiliare borbonica, il barone Francesco di Santamaria di Caloria, inviato dal padre a fare il gran tour, e un attraente e inquietante coprotagonista, lo sbirro Velasco. Abbiamo una serie di simboli, come ad esempio  la freccia, inizio e fine, uroboro - serpente o coccodrillo! - che ci riporta al punto di partenza, abbiamo visioni e suggestioni oniriche. Intorno, luoghi meravigliosi e tenebrosi, deserti e segrete, prigioni e sotterranei, dalla Sicilia a Malta all’Egitto, e un caravanserraglio di personaggi sorprendenti: banditi, cardinali, nani, streghe, inquisitori, monache e pirati, fra culti esoterici e rimandi dotti a non finire.

Nonostante il ricco apparato culturale sotteso al romanzo, la storia riesce ad essere avvincente e lo stile, oltremodo letterario, non difetta di quelle tecniche che rendono appassionante la narrazione. Un romanziere, Stefano Valente, che ha molto da spartire coi grandi classici ed è, a tutti gli effetti, un autentico signore della scrittura.

 

Qui puoi ascoltare l'intervista a Stefano Valente per la nostra rubrica Radioblog.

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Riccardo Moncada, "Eleanor's smile"

12 Dicembre 2017 , Scritto da Nadia Banaudi Con tag #nadia banaudi, #recensioni

 

 

 

 

 

Ho letto da poco un romanzo diverso dal solito, Eleanor's smile.

Un romanzo innovativo che racchiude amore e azione nel giusto mix, che mi ha conquistato, da qui l'idea di condividere con voi il turbine di pensieri nato. Non ho potuto fare a meno di emozionarmi leggendolo, e, quando parlo di emozioni, non intendo solo ridere o piangere, ma anche arrossire, sorprendermi, temere... 211 pagine che scorrono veloci e scivolano come un rinfrescante bicchiere d'acqua, riequilibrando, che raccontano una storia d'amore molto distante dai cliché. Perché in Eleanor's smile non abbiamo la solita lei che rincorre un lui, una donna che si strugge per amore o  ne subisce umiliazioni e torti, ma una donna indipendente, forte e decisa che sceglie l'uomo con cui dividere la vita e al primo posto metta lei.

Come anticipavo, si tratta di una lettura originale, intrisa di sentimenti elevati all'ennesima potenza. Un amore romantico di quelli che fanno battere il cuore e volare in alto, per poi tornare a terra e fare i conti con la realtà. Una sorte di ode all'amore, in chiave moderna.

Partiamo dai protagonisti:

Lui è Liuc, scrittore squattrinato e sognatore. Lei è Eleanor, agente segreto perennemente impegnata in missioni pericolose. Sono sposati da 9 anni e hanno due figli, Guglielmo e Beatrice. Liuc è un padre moderno, un cosiddetto mammo. Si occupa dei bambini, della casa e del suo romanzo mai completo. Eleanor, stanca e piena di sensi di colpa, rientra ogni sera alle 22:00, in tempo per cena. Lei non può rivelare nulla del suo lavoro: cosa ha fatto, quali missioni ha svolto, se ha messo a repentaglio la sua vita. Liuc vive con disagio questa condizione. È insoddisfatto per quella vita segreta che lo esclude. È geloso dei colleghi di lei, chi sono, cosa fanno? Ma soprattutto sa che un giorno qualcuno potrebbe bussare alla porta di casa per dirgli che sua moglie non farà più ritorno.”

Una storia che non manca di spunti di riflessione, passione e sentimenti, in cui l'avventura condisce ogni pagina avvincendo. Potete ben immaginare quando non sia mai simile un giorno all'altro per un agente segreto e nemmeno per uno scrittore dalla fervida immaginazione alle prese con la crescita di due figli! Lo ammetto ho riso, ho pianto, ho sussultato, sono arrossita... trascinata dal ritmo e dalle parole dei protagonisti. Mi sono rivista in riflessioni comuni a tutti, in considerazioni che prima o poi ogni essere umano si trova a fare.

Già dal titolo mi aveva incuriosito e fatto ragionare: ELEANOR’S SMILE – Mia moglie è un’agente segreto, ma rientra in tempo per cena. Ma solo leggendolo ho appreso quanto un uomo riesca a vivere appieno un sentimento così totalizzante come l'amore.

Ecco dove sta la bravura dell'autore, oltre alla creazione di un libro dalla trama originale e ben architettata, oltre al ribaltamento dei soliti ruoli famigliari, alle dinamiche amorose lui-lei, anche una rivalutazione dell'uomo in quanto essere maschile e del suo vero apporto alle relazioni interpersonali. Per coloro che se lo chiedono ecco cosa cercano molte donne, un uomo del genere.

 

 

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Agota Kristov, "Ieri"

10 Dicembre 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

 

Ieri

Agota Kristov

Einaudi, 2016

 

"Perché è diventando assolutamente niente che si può diventare uno scrittore".

Questo dice Thomas ad un certo punto della storia a Line, la sua donna-ossessione. Ed è questo che in parte accadde alla Kristof stessa, ridotta a niente dagli anni in fabbrica da profuga con marito e figli, orfana della sua lingua madre, per anni parlò francese senza saperlo né scrivere né tanto meno leggere, privandosi dei suoi amati libri per un lustro. La non-vita di Thomas ricalca il dato autobiografico della scrittrice già riportato nel suo precedente racconto lungo "l'analfabeta": autobus per 5 fermate, catena di montaggio in fabbrica ma ognuno con un compito specifico per cui "nessuno di noi potrebbe assemblare un orologio completo", ogni tanto una cena e un po' di sesso senza amore con Yolande, ragazza brutta al risveglio ma passabile dopo trucco e parrucco, nessun amico, nessun parente. Racconti onirici, surreali, che scrive la sera in quella lingua che non gli appartiene e che celano in parte il suo disagio per l'inutilità del vivere, in parte la sua infanzia che non ha mai raccontato a nessuno, un tempo crudele e meschino che lo ha costretto alla fuga appena dodicenne. E Line, bella, bionda, onnipresente anche se solo nella sua fantasia, suo destino, suo amore, suo fine ultimo finché non l'avrà trovata. La vita riacquista senso solo nei momenti di pausa in cui la sua immaginazione rotola sfrenata lungo i ripidi sentieri dell'inconscio, o forse della pia illusione, e il senso di disperazione per questa esistenza triste e afinalistica si smorza. Finché il suo sogno non si materializza. La donna eterea e inarrivabile giunge nella mensa della sua fabbrica a consumare il pasto quotidiano e lui, come chiunque di noi farebbe, ha due possibilità: ignorarla, per timidezza o timore di rompere la meravigliosa bolla di protezione da quel mondo grigio e alienante, oppure andarle incontro, e scoprire finalmente se il suo sogno può diventare realtà. È una storia scritta con lo stile tipico della Kristof, essenziale, scarno, limpido. È un racconto sulla vita, le sue aspettative e i suoi inganni, sul ruolo dell'immaginazione e della scrittura, sulle aspirazioni e i fallimenti, l'accettazione verniciata di brillantini di serenità o l'emarginazione volontaria. Non ci sono mezze misure nella storia, le strade ai bivi sono tutte dissestate e difficili da percorrere, la meta da raggiungere sempre insoddisfacente. Ma questa è la Kristof: prendere o lasciare.

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L’anno della vittoria di Mario Rigoni Stern

8 Dicembre 2017 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #storia

 

 

 

 

 

L’anno della vittoria è un breve romanzo di Mario Rigoni Stern pubblicato da Einaudi nel 1985 e ambientato nell’altopiano di Asiago. Le vicende si svolgono nell’arco di un anno, dagli ultimi giorni della Grande Guerra fino all’inverno successivo.  Con la vittoria di Vittorio Veneto il lungo e sanguinoso conflitto finisce; la gente dell’altopiano, sfollata fin dal 1916, può finalmente tornare nei propri villaggi. Protagonista è la collettività che popola quei paesi, mentre invece in Storia di Tönledello stesso autore, protagonista era il vecchio Tönle, archetipo dell’uomo nato in terre di confine, inquieto, dinamico, amante della libertà. Il romanzo di cui trattiamo ora è la continuazione ideale dell’altra opera, già affrontata in questo blog.

In nessun momento si respira la gioia per la vittoria; non ci sono momenti di esaltazione patriottica, quasi che il trionfo riguardi un altro mondo e che per la gente comune non ci sia scampo alla quotidiana fatica del vivere. Ciò che preme agli abitanti dell’altopiano è rivedere la propria terra e occuparsi della ricostruzione. La guerra, voluta dall’alto, fatta perché si doveva, è stata una parentesi dolorosa;  ora si deve porre rimedio ai danni e ai guasti che i festeggiamenti ufficiali tendono a far dimenticare.

La vittoria vera, sembra di poter leggere chiaramente, è ridare integrità al proprio mondo culturale; rimettere in piedi case distrutte, ricostruire paesi bombardati, riprendere una vita di comunità dopo anni di profugato. Per fare ciò bisogna recuperare e usare i materiali abbandonati dagli eserciti anche se è illegale farlo, lavorare nella bonifica del territorio, lottare con la burocrazia per avere gli indennizzi previsti per chi è rimasto senza un tetto.

È un mondo di tenacia e di costanza quello descritto; famiglie ricche di sapere pratico, capaci di mille fatiche, solidali tra loro, mai disperate nonostante la povertà e l’inverno alle porte. Si affacciano anche i primi scontri politici e non mancano le tensioni sociali. Ma accanto alla gente dell’altopiano, protagonista è una natura vivissima; la scrittura di Rigoni Stern pennella un mondo ferito dagli eserciti e dalle battaglie, ma sempre ricco di colori e mai fermo. La natura va avanti, le stagioni non si fermano e questo implicitamente offre speranza; tutto il dolore può diventare un fatto di ieri e l’amore per il territorio può spingere a riprendere a vivere come prima. La gente come valori personali è in fondo rimasta uguale nonostante le pene del conflitto, passato in trincea o in lontane città come profughi. Nessuno ha imparato a odiare o ha appreso una cinica lezione di egoismo. Si ricomincia a vivere come comunità; si condivide il sovrappiù in modo naturale, si spazza la neve nella via della famiglia dove ci sarà una nascita in modo che il medico che verrà in slitta abbia la strada libera, la vecchia generazione educa senza sussiego la nuova, obbligata  a diventare subito adulta. Il giovane tenente che aiuta la gente del posto riscatta l’arroganza di altri colleghi che in modo fiscale perseguono anche i piccoli reati, compiuti per ragioni di necessità da chi ha perso tutto. Anche l’inverno, come la guerra, passa e il nonno può parlare con fiducia alla nipote: “Osserva il sole, non tramonta più aldilà di quella punta di montagna, ma aldiquà. Andiamo verso la primavera”.

È una comunità che risana da sola le sue ferite, con umiltà e senza clamore, in un colloquio continuo con la natura circostante, pilastro insostituibile nel formare l’identità di un territorio che a lungo ha avuto una tradizione di autogoverno.

Il finale della vicenda in cui la durezza del vivere è alleviata dalla poesia del paesaggio, aggiunge un po’ di favola, dando speranza nell’avvenire.

 

 

 

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