Overblog Tutti i blog Blog migliori Letteratura, poesia e fumetti
Segui questo blog Administration + Create my blog
MENU
Pubblicità
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

recensioni

Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi, Stefano Sardo, "Il ragazzo invisibile seconda generazione"

7 Febbraio 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #fantasy

 

 

 

 

 

Il ragazzo invisibile seconda generazione

Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi, Stefano Sardo

 

Salani Editore, 2018

pp 202

14,90

 

Poco più di una sceneggiatura romanzata, Il ragazzo invisibile seconda generazione, seguito de Il ragazzo invisibile, romanzo scritto dagli sceneggiatori de l’omonimo film di Gabriele Salvatores uscito nel 2014, fa parte di un’operazione cross- mediale. Il romanzo esce per Salani in contemporanea col film e con un fumetto. Il primo film, però, almeno aveva fascino, il romanzo molto meno.

Ritroviamo Michele Silenzi tre anni dopo i fatti del primo film/libro. È ancora invisibile ma ha imparato a controllare i suoi poteri, è cresciuto, è sempre innamorato di Stella, sebbene non sappia farsi riamare. Il ritrovato padre Andrej ha cancellato la mente di tutti i protagonisti delle passate vicende e nessuno ricorda che è stato proprio lui a salvare Stella e gli altri. Soprattutto, l'amata madre adottiva Giovanna è morta in un incidente. Lei stava litigando al telefono con lui quando ha perso il controllo dell’auto e Michele non se lo perdona. Vive con il cane Mario in un appartamento sudicio e disordinato, gira fra una festa e l’altra, sta male dentro e non si dà pace.

In questo sequel ritroverà la vera madre ma non sarà un incontro felice. Nella sua vita, inoltre, irrompe un’altra persona, speciale come lui, la sorella gemella Nataša. Apparentemente i legami del sangue sembrano colmare il vuoto, ma la vera famiglia è quella che ci cresce e che ci ama, non quella genetica.

Se nel film di Salvatores  il realismo, seppure magico, aveva un positivo sopravvento sulla fantasia - e si avvertivano tutti i turbamenti di un adolescente alle prese con i coetanei, con l’amore, con la società e i problemi della crescita - qui, dopo un inizio promettente, nonostante le buone intenzioni di approfondimento psicologico, si scende solo sul piano del romanzo/film d’azione.  

Michele, Nataša e gli altri Speciali sono dei supereroi. Esserlo fino in fondo significa accettare la propria parte oscura, venire a patti con i sensi di colpa, ma anche scegliere di non crescere completamente, non uniformarsi, rimanere diversi seppure non in modo palese. Fuor di metafora, il conformismo è l’antitesi dell’essere Speciali, del non fare parte del gruppo avendo qualcosa in più: più sensibilità, più capacità, più intelletto. E si può scegliere di mettere le proprie doti a servizio del bene oppure del male, si può scegliere di allearsi con i “Babbani”, di harrypotteriana memoria, oppure distruggerli.  

Tutto sommato, il personaggio meglio tratteggiato resta sempre Michele, gli altri sono solo stereotipi più cinematografici che letterari, specialmente il cattivo Zavarov. Se il primo film catturava per quel certo malinconico non so che, e per la novità di un fantastico made in Italy, il tentativo di creare una saga fumettistica autoctona, con tanto di pellicole, fumetti e romanzi, non ci pare abbia prodotto i risultati qualitativamente sperati.

Mostra altro
Pubblicità

AA.VV., "I signori della notte"

6 Febbraio 2018 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #fantasy

 

 

 

 

 

 

 

AA. VV.

I signori della notte

Storie di vampiri italiani

a cura di Luca Raimondi

-******************

Euro 16,90 – Pag. 310

www.morellinieditore.it, 2018

 

 

Un plauso a Morellini Editore - che non conoscevo - e che si getta in un’impresa che mi ricorda i primi libri del Foglio Letterario (Fame, La stagione della follia, Malefica, pensati con gli amici Luigi Boccia e Nicola Lombardi). Fare horror in Italia - come dice il grande Danilo Arona - presente nella raccolta - è come vendere gelati al polo. Ma noi l’abbiamo fatto e continueremo a farlo, anche con Il Foglio. E stiamo con chi ci prova, soprattutto quando lo fa con prodotti di buon livello letterario. Luca Raimondi ha riunito alcuni autori interessanti, introdotti da Andrea G. Pinketts, e a me pare una rimpatriata del Foglio Letterario. Ne cito alcuni: Maurizio Cometto (Il costruttore di biciclette, un piccolo capolavoro che vi consiglio di riscoprire), Sacha Naspini (Le case del Malcontento è il suo ultimo gioiello targato E/O, ma non dimenticate L’ingrato e I sassi), Gianluca Morozzi (ha fatto un piccolo libro di racconti con noi: Storie da una terra scorticata), Nicola Lombardi, Fabio Lastrucci... Manca all’appello solo Vincenzo Spasaro, che da troppo tempo non leggo, dopo la sua pubblicazione nella collana Urania, e che meritava di essere inserito. Ma troviamo altri autori bravi: Fabio Mundadori, Giuseppe Maresca, Stefano Pastor (un libro di racconti con Il Foglio pure lui!), Lea Valti, Silvana La Spina, Stefano Amato, Angelo Orlando Meloni, Fabio Celoni (disegnatore di Topolino). La raccolta è un progetto originale a tema vampiri, che ognuno ha affrontato con il suo stile. Orrore vero e fantastico puro (Lombardi, Arona, Lastrucci, Mundadori, Pastor, Cometto...), ironia e umorismo con un pizzico di ricordi storico - letterari (Morozzi), Maremma amara con molti riferimenti al suo ultimo romanzo (Naspini). Un plauso particolare a Luca Raimondi, che con il suo racconto cita un autore a me caro, da poco scomparso, un amico come Corrado Farina, che avrebbe apprezzato la sua storia. Corrado ha pubblicato con Il Foglio - su mia insistenza - la sua autobiografia, poco prima di lasciarci (Attraverso lo specchio - Film visti e film fatti), un ritratto di se stesso e del suo cinema, le memorie di un vero intellettuale del nostro tempo. Raimondi scrive Mostri e mostriciattoli, un Hanno cambiato faccia contemporaneo, che parla di vampiri capitalisti. Una raccolta che vi consiglio di leggere, il livello delle storie è molto alto e adempie alla funzione della narrativa di genere, aggiungendo un pizzico di letteratura che non guasta mai, come disse un critico una volta (parlava di un mio horror cubano, genere che ho abbandonato) siamo in presenza di un intrattenimento colto.

 

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

 

 

 

Mostra altro

Sacha Naspini, "Le case del malcontento"

30 Gennaio 2018 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

 

 

 

 

Sacha Naspini

Le case del malcontento

 

Edizioni e/o

Pag. 460

Euro 18,50

 

Parlare di Sacha Naspini è per me facile e complesso, al tempo stesso. Facile perché conosco la sua scrittura da sempre: ero nella giuria di un premio locale quando ho apprezzato uno dei suoi primi racconti e lui non aveva ancora pubblicato niente, sono stato tra i primi a leggere L'ingrato, che ho promosso da editore insieme a I sassi, due delle sue novelle migliori, del respiro adeguato per essere apprezzati in pochi giorni di lettura. Complesso perché in parte considero Naspini una mia scoperta - pure se lui è autorizzato a replicare come Franco Franchi, quando gli chiedevano se l’avesse scoperto Mattòli o Modugno:  “Mi ha scoperto soltanto la levatrice!”. Rischio di non essere obiettivo, quindi, ma penso di riuscire a superare questo empasse facendovi assaggiare un breve passaggio della sua scrittura:

 

La Maremma ha questo di tremendo: all’inizio si presenta con il muso bello, per entrarti nelle grazie. Poi non ti lascia più, mostrandosi per la belva che è. Un giorno ti accorgi che la provincia ti si è ficcata nelle vene e allora tenti subito un passo d’impulso per scrollartela di dosso. Ma ormai ti hanno legato le stringhe. Quel che ne ricavi è solo una botta di bazza sul sasso della chiesina, tanto per cominciare”.

 

Oppure:

 

Ogni angolo di Maremma è fatto così. Ti urla nel corpo, nel brutto e nel bello. La gente di questa regione ha la pelle dura, specie dal didentro, dove a volte si ispessisce come la cotenna delle bestie. Anch’io vengo da quello stampo”.

 

E infine:

 

Casa vostra sa di brodo e legno ammuffito. Ma c’è anche un aroma di fondo che fa pensare al piscio di gatto, eppure in giro non ce n’è mezzo”.

 

Sarà perché anch'io son di Maremma, ove uccello che ci va perde la penna, sarà perché certi racconti che profumano di Cassola e Bianciardi passando per Tozzi e Cavoli, ma persino per Vergari e Zannoner, mi entusiasmano e mi commuovono, mi fanno riscoprire le mie radici, ma penso davvero che la vera letteratura di Naspini stia proprio da queste parti. Le sue cose migliori hanno il sapore del pane scuro maremmano, soffrono il sudore dei minatori di Ribolla e le lacrime delle madri che attendono i figli  di ritorno dai campi funestati dalla malaria. Ecco perché ritengo, per esempio, Il gran diavolo solo un buon esercizio di artigianato narrativo, ché Naspini è uno sceneggiatore nato, tu gli dai in mano una storia e lui sa scrivere di tutto, mentre Le case del malcontento è letteratura pura. Tutto nasce da L'ingrato (Il Foglio, 2006), con il personaggio del maestro Calamo e la riuscita ambientazione nel paesino immaginario con il coro delle pettegole e delle malelingue, una sorta di breve anteprima del grande romanzo corale prodotto oggi, che contiene tutto l’immaginario narrativo di Naspini. L’autore dà voce alla Maremma ricorrendo a una serie di personaggi che vivono in un paese di fantasia, tra Follonica, Roccastrada, Roselle e Montemassi, insomma un borgo collinare del grossetano, che non esiste ma che potrebbe esistere, visto che rappresenta molti luoghi reali. E i personaggi raccontano in prima persona le loro esistenze, siano il medico, lo scemo del paese, il maestro, la prostituta, una vedova, un contadino... Un esile collante lega le varie storie, ma il protagonista è corale, ogni personaggio è il simbolo di un fallimento, di una sconfitta, di una piaga tutta maremmana. Non ha molta importanza la trama e lo sviluppo finale degli eventi, il colpo di scena - che pure troverete - la parte nera e truce, quel che conta sono le vite narrate, come in una raccolta di racconti maremmani di cassoliana memoria. Un Ferrovia locale contemporaneo, una Vita agra ancor più agra di quella bianciardiana, un podere di Tozzi dipinto a tinte fosche e senza speranza. Naspini va oltre il già detto, s’inventa un linguaggio vero, preso dalla realtà contadina e maremmana, si ispira ai classici ma confeziona un genere nuovo, una novella nera che pesca nell’immaginario delle storie di paese e delle esistenze più grame e derelitte. Ci ha confidato l’autore: “Ho voluto utilizzare il meccanismo narrativo del piccolo che racconta il grande: a Le Case ci sono tante sfumature dell’animale uomo sul pianeta Terra. Le Case è una sorta di istinto collettivo dove sono messe in scena le luci e le ombre dell’essere umano, giocando con tante zone grigie”. Credo che Naspini sia perfettamente riuscito nell'intento, confezionando un romanzo potente e disperato, ricco di personaggi maledetti che ricordano i protagonisti malandati delle canzoni di De André (Non al denaro non all'amore né al cielo) e le lapidi poetiche di Spoon River. Le case del malcontento sono una Spoon River maremmana, un microcosmo complesso di vite e di emozioni, che riassume - superandolo e perfezionandolo - tutto il passato narrativo di Naspini, non solo L’ingrato ma anche I sassi (uno dei personaggi è nato nello stesso paese della protagonista femminile) e I Cariolanti (San Bastiano, il dottore che sega la gamba alla madre…). Le case del malcontento è un romanzo che vedrei bene candidato al Premio Strega, anche per dare un segnale nuovo: tornare a leggere letteratura, che spesso - come il buon vino - è più facile trovare nelle botti dei piccoli e medi editori, ancora profumate di rovere e di sentori boschivi.

 

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

 

Mostra altro

Lexy Mako, "Eight 89 Nine"

25 Gennaio 2018 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #vignette e illustrazioni

 

 

 

 

Lexy Mako
Eight 89 Nine

Kasaobake – Pag. 150 - Euro 7,90
www.kasaobake.itinfo@kasaaobake.it

 

La cultura giapponese e manga ha conquistato a tal punto l’immaginario dei nostri giovani che promettenti disegnatori s’inventano serial manga ambientati in Giappone, così ben disegnati - a imitazione degli originali - da sembrare veri fumetti del Sol Levante. Tsuburaya e Toriyama si prendono per mano, guardando Tanizaki e Shinka, in questo fumetto scritto e disegnato da una fantasiosa artista italiana che si firma con il nickname made in japan di Lexy Mako. Il fumetto racconta la storia di un disegno che prende vita grazie a un personaggio chiamato Il Disegnatore, un folle individuo che non vuole conquistare il mondo come i cattivi di una volta, il suo scopo è molto più limitato: diventare famoso disegnando fumetti sempre più coinvolgenti e affascinanti. Per far questo ha bisogno di Eight Nine, futura mascotte del sito internet che pubblicherà i disegni, ma deus ex machina di una storia che si sviluppa secondo la miglior tradizione dei manga e degli anime, tra misteriose apparizioni, fantastiche presenze orrorifiche e un inquietante passato dei personaggi. Non siamo che al primo volume di una serie che si presenta abbastanza complessa e che non mancherà di fornire colpi di scena. Lo stile è classico - per quanto può esserlo un manga - disposizione delle vignette stile Marvel anni Settanta con la tavola divisa in 6 - 7 riquadri, a volte persino 9, con rare splash pages (paginoni giganti, iniziali). Bianco e nero con chiari scuri, figure femminili molto ben tratteggiate, personaggi curati e ben delineati nel carattere. Per quanto posso intendermi di fumetto (soprattutto manga) apprezzo una storia avvincente, ricca di colpi di scena che fa venire voglia di proseguire nella lettura. Editore piccolo, ma specializzato nel genere - www.kasaobake.it - che crede nelle giovani promesse del fumetto italiano. Ordinatelo in fumetteria, o sul sito della casa editrice, dotato di un magazzino telematico molto ben fornito. Ne vale la pena.

 

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Mostra altro
Pubblicità

"Lo Zahir" di Paulo Coelho

24 Gennaio 2018 , Scritto da Serena Pisaneschi Con tag #serena pisaneschi, #recensioni

 

 

 

 

 

Lo Zahir

Paulo Coelho

Bompiani, 2015 

 

 

Chi ha letto anche solo un libro di Paulo Coelho conosce lo stile dell'autore: molto spirituale, molto filosofico, molto contemplativo. Io ne ho letti solo alcuni, però l'ultimo che ho avuto tra le mani, ovvero Lo Zahir, è capitato proprio nel momento perfetto. Lo stesso mi è successo con Veronika decide di morire ed ancora di più con L'Alchimista, e giuro che quando accade, quando il libro giusto arriva al momento giusto, è come una magia.

Alcuni sostengono che siano i libri a sceglierci, ed io un po' ci credo. Lo Zahir lo avevo comprato usato ad un mercatino poche settimane prima di decidermi a sfogliarlo, mi ricordo che detti la precedenza di lettura ad un altro libro acquistato quello stesso giorno. Adesso non posso fare a meno di chiedermi se, invertendo l'ordine delle letture, avrei colto il messaggio con la stessa intensità. Perché, secondo me, quello che fa Coelho non è lasciar spazio al lettore, non è buttare là una manciata di idee e lasciare l'interpretazione a piacimento di chi legge. No, lui ti dice esattamente cosa devi imparare da ciò che sta leggendo, mette bene in chiaro il messaggio che vuole trasmettere. La cosa bella dei suoi libri, però, è che questa grande verità ce la regala a piccole dosi solo strada facendo, attraverso la continua presa di coscienza del protagonista. Man mano che la storia prosegue, il lettore si trova a percorrere la stessa strada emotiva e, suo malgrado, si troverà a pensare gli stessi pensieri. Certo, questo capita praticamente con ogni libro, specialmente se scritto in prima persona, ma in più, nelle sue opere, c'è veramente una forte immedesimazione. Non solo per le vicende o la trama, quanto per il fatto che, alla fine, quello che sente il protagonista lo sentiremo anche noi. E lo sentiremo perché abbiamo cominciato dall'inizio, magari scettici e mentalmente predisposti in modo diverso. Poi però pagina dopo pagina, esperienza dopo esperienza, eccoci arrivati alla fine ormai persi dentro a nuovi concetti, punti di vista differenti e, se predisposti, anche con qualche consapevolezza in più.

Io ho finito di leggere Lo Zahir i primi giorni di gennaio, l'avevo cominciato a dicembre, un mese che già di per sé mi stava regalando alcune realtà importanti. Erano solo accennate, braci appena accese, poi ho finto il libro ed è divampato l'incendio. Non voglio svelarvi il messaggio, sia perché vorrei avervi incuriosito abbastanza per leggerlo, sia perché, comunque, il viaggio va fatto partendo dall'inizio per arrivare alla meta giusta. E non vi fate scoraggiare da un protagonista un po' antipatico (perché lo è) o da una certa lentezza (perché un po' ce n'è), alla fine varrà la pena aver sopportato tutti e due. Quello che mi sento di dire di Coelho è che il genere e lo stile possono non piacere, fortunatamente ognuno ha i propri gusti, però magari provate a dargli una possibilità, se non a questo titolo nello specifico, all'autore. Ripeto che io ho letto solo tre dei suoi circa trenta titoli, praticamente appena un misero dieci percento, però tutte e tre sono state letture decisamente rivelatrici, e qui la percentuale decuplica.

Mostra altro

Mario Bonanno, "Ho sognato di vivere"

11 Gennaio 2018 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #musica

 

 

 

 

Ho sognato di vivere

Mario Bonanno

Variazioni sul tema del tempo in Roberto Vecchioni

Stampa Alternativa, 2017 - Grande Concerto

Pag.100 - Euro 14 - Carta patinata/ Foto a colori

 

Credo di aver letto quasi tutti i libri di Mario Bonanno, che seguo dai tempi in cui dirigeva una bella rivista musicale edita da Bastogi, dedicata alla musica italiana e soprattutto ai cantautori, ma non a musicisti stile Pino Daniele e Claudio Baglioni... solo a cantautori impegnati, i cui testi sono molto vicini alla poesia. Al tempo stesso, ascolto Roberto Vecchioni dal 1970, ho visto il mio primo concerto del professore, a Firenze, al teatro tenda di Lungarno Moro, nel 1985. Fu una cosa stupenda. Ricordo ancora quando prima di cantare Improvviso paese disse che quella canzone la conosceva soltanto lui e che la metteva in scaletta per pochi intimi. La mia ragazza del tempo mi prese per pazzo quando ripresi parola per parola, con le lacrime agli occhi, la musica del cantautore milanese e andai avanti con E’ vero Fulvio/ dimmi che è vero/ quante hai saputo/ prenderne in giro... . Ecco, tutto questo per avvisare che Ho sognato di vivere non è il solito librettino che vi racconta quattro fesserie su Vecchioni, un po' di pettegolezzi, le vicissitudini affettive legate alla singola canzone e l'esegesi della scrittura. No davvero. Questo libro di Bonanno è un saggio profondo e meditato sulla musica di Vecchioni, parte dell'idea che di poesia si tratta - aiutata dalla sonorità delle note - e come tale la spiega, ricorrendo alla filosofia di Bergson e alla letteratura di Borges, alla poesia di Rimbaud e Verlaine, abbandonandosi a meditazioni sul tema del tempo, della morte, della religione e della vita, analizzando parole e rime. Vecchioni è cultura postmoderna in tutti sensi, capace di parlare in una stessa canzone di Carl Barks e Moravia, di Paperino e di Ulisse, dell’Atalanta e del senso della vita. Molte citazioni dai testi - anche i meno noti - di Vecchioni, ti fanno venire voglia di andare a riascoltare l'intera produzione, ma troviamo anche documentate appendici dove leggiamo l'interpretazione autentica del professore che approfondisce le sue stesse parole. Un libro dedicato a chi conosce a fondo l'opera di Roberto Vecchioni, uno dei nostri cantautori più interessanti, un intellettuale - autore di romanzi profondi e di racconti intensi - a tutto tondo, che non presenterà mai il Festival di Sanremo (per fortuna!) ma che (in compenso) l'ha vinto. Non con la sua canzone più bella, che per me resta L'uomo che si gioca il cielo a dadi. Dedicata a tutti i padri del mondo. Il libro costa 14 euro, prezzo poco accessibile per un libro di 100 pagine, ma è in carta patinata e ci sono dieci pagine di foto a colori. Se amate Vecchioni vale la pena, date retta…

 

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

Mostra altro

Fabio Carta, "Ambrose"

5 Gennaio 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #fantascienza

 

 

 

 

 

Ambrose

Fabio Carta

Alter Ego, 2017

 

Una lettura difficile, questo Ambrose di Fabio Carta, a tratti sembra prenderti ma poi sei ingolfato da un’overdose d’indigesta fantatecnica e dalla visionarietà del testo, che, forse, ne è anche il pregio maggiore, per chi ama i romanzi onirici e con poca trama. (Io no).

In un futuro panatomico, dove la guerra islamica è degenerata ormai in perpetuo conflitto, gli esseri umani hanno colonizzato lo spazio e abbandonato qualsiasi velleità di vita carnale a favore di quella virtuale. Kaarl, detto CA, è uno spazionoide, cioè un colono nato fuori della terra, un soldato fleshy, di carne, che presta il suo corpo atrofizzato a un’esotuta, sorta di robot guerriero, telecomandato dalle star band, cioè gruppetti di militi bulli che si prendono tutto il merito lasciando a lui il lavoro sporco. CA si muove attraverso lande bruciate dalle radiazioni di continue esplosioni nucleari, il suo corpo malato è nella tuta mentre il suo avatar vive nella realtà virtuale.

CA interagisce con due personalità, Combo, suo aiutante/scudiero, diretta emanazione di un cervello elettronico, e Ambrose, intelligenza artificiale scaturita non si sa da dove, forse dalla sua mente allucinata, o dal cancro che divora il suo corpo, oppure dalla connessione di tutte le menti umane attraverso la rete. Ambrose s’incarna in una disgustosa rosa gigantesca, dalle labbra che colano laghi di miele. Ambrose è Dio, il diavolo, l’alter ego del protagonista.

Più che di vera e propria fantascienza, qui si tratta di letteratura visionaria, qui ci sono richiami e atmosfere da terra desolata, qui siamo fra Eliot, Blake e Milton - con frequenti, però, cadute di stile, vedi l’incontro con la prostituta - fra Andersen (I Fiori della piccola Ida), i manga giapponesi e Kubrick. C’è molta filosofia, ci sono riflessioni sull’evoluzione della realtà virtuale, su Dio, sul destino del genere umano, sulla morte, fine ultimo, ma anche principio, di tutto.

Lo stile è davvero elegante e colto, ma spesso vittima di cambi di tono improvvisi. A tratti è anche molto poetico, cosa che non guasta e contribuisce a dare consistenza onirica all’insieme.

 

Mostra altro

Ian McEwan, "La ballata di Adam Henry"

4 Gennaio 2018 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

 

La ballata di Adam Henry

Ian McEwan

Giulio Einaudi Editore, 2016

 

La vita è dominata dal caso. Il destino, spesso crudele, consente per esempio la nascita di due gemelli siamesi con poca speranza di vita a meno della soppressione di uno di loro. Una situazione orribile, dovere scegliere tra due vite umane. Eppure qualcuno deve farlo. Le nostre sovrastrutture civili, come la giurisprudenza, non sono altro che regole che ci permettono di incanalare il caos vitale in una strada rettilinea, sicura, logica. E Fiona lo sa. Lo sa perché è un ottimo giudice di diritto familiare, da 30 anni si occupa di ristabilire gli ordini sparpagliati dalla Natura o dalle bizzarrie umane in seno al nucleo delle famiglie inglesi: decidere il diritto allo studio per bambine nate in ambienti religiosi ortodossi, separare gemelli siamesi condannandone uno dopo accurata scelta, e poi il caso di Adam, giovane a 3 mesi dal compiere la maggiore età, testimone di Geova convinto a rifiutare la trasfusione che gli salverà la vita. Il suo caso le giunge nel mezzo di una crisi coniugale improvvisa e per certi versi ridicola, e sarà per Fiona un modo per distrarsi dai suoi problemi sentimentali. Fiona va in ospedale, conosce Adam, prende una decisione e chiude il caso come ha sempre fatto in passato. Ma la sua decisione avrà strascichi imprevedibili nella sua vita e in quella di Adam, ragazzo assai più maturo della sua età, che le spiega nel modo più semplice e atroce, che in un mondo dominato dal caos, un appiglio, un puntello, un riferimento servono sempre, di qualunque natura. Perché un ordine, anche se solo nella nostra mente, dobbiamo darlo per non annegare nel mare di differenza illogica che ci circonda.

Mostra altro
Pubblicità

George Saunders, "Dieci dicembre"

2 Gennaio 2018 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

Dieci dicembre 

George Saunders

Minimum fax , 2013

 

Saunders è uno di quegli scrittori che non rende la vita facile ai lettori. In questa raccolta di racconti lui procede con la narrazione senza preoccuparsi di spiegarti esattamente se ci troviamo in una distopia, che tipo di trauma psichico ha avuto il protagonista, chi sta parlando. Addirittura spezza una storia in due racconti nel mezzo dell'azione e, se hai necessità di tornare indietro di qualche pagina per riprendere il filo del discorso, cosa che ho fatto di frequente, non è un suo problema. Lui scrive, tu devi seguirlo. Ti costringe a immergerti, vivere le realtà di cui ti parla, spesso completamente diverse, ad ogni racconto devi rimettere indietro il nastro e ricominciare perché non sai cosa ti toccherà affrontare. Vi sono però dei temi comuni nei racconti della raccolta: quello che salta subito all'occhio è il tema della decisione. I protagonisti di Saunders sono tutti alle prese con scelte difficili, morali o etiche, e hanno spesso poco tempo per prenderle. Molte sono scelte fastidiose perché attuali, perché a volte noi, o chi ci circonda, lo abbiamo pensato almeno una volta. Utilizzare i detenuti per esperimenti medici non sarebbe un'ottima soluzione per avere risultati definitivi in farmacologia? Sfruttare i corpi delle donne immigrate che scappano da guerra e povertà per i capricci di una società opulenta che vive di immagine non è alla fine una buona azione, visto che a loro i soldi servono? Ma altri sono i temi ricorrenti delle famiglie americane nei racconti di Saunders: la disfunzionalità tra i membri, la mancanza di comunicazione, la forbice enorme tra classi sociali, il raggiungimento di uno status economico come unico obiettivo davvero importante, l'ipocrisia sociale di tanta gente perbene, l'indifferenza verso i problemi morali o etici della maggior parte. Uno spaccato della società americana sovrapponibile a una società occidentale che si avvicina sempre più a certi livelli di distopia come quelli narrati e su cui (forse) una riflessione preventiva si rende necessaria.

Mostra altro

Signora dei filtri ... o dei fili: emozioni e riflessioni: parte seconda

31 Dicembre 2017 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

 

La storia d’amore fra Medea e Giasone occupa molte pagine del romanzo. Nelle Argonautiche - nel terzo libro dove si parla di Medea - Apollonio Rodio dice che è stata la dea Afrodite a farla innamorare di Giasone. Nella Signora dei filtri non c’è alcun incantesimo se non quello dell’amore stesso, della “carne e del sangue, della passione e di un sentire forte”, come dice Patrizia nella nota introduttiva.

Il Capitolo 16, in particolare, racconta la nascita del rapporto fra Medea e Giasone – o forse sarebbe meglio dire di Medea con Giasone perché è soprattutto lei a essere profondamente scossa da questo incontro.

Medea ama Giasone. Tutto ciò che viene da Giasone è bello per lei (“Medeià. Il suo nome storpiato dalle belle labbra di Giasone suonava come la promessa di una nuova vita”). Si innamora di lui senza rendersene conto. È un amore da adolescente, pieno di turbamenti, di rivelazioni che sconcertano.

Da subito appaiono i loro diversi colori (del corpo e dell’anima): lo scuro di lei, il chiaro di lui.

Lo scuro è il tratto distintivo di Medea (Orfeo la descrive come “una giovane donna vestita di scuro”) come il chiaro lo è di Giasone (dice sempre Orfeo: “Se Dio è uguale a noi, è così che lo immagino, con quei riccioli dorati simili a grappoli d’uva danzanti sulle guance). L’emozione chiara di lui per quella ragazza che “nasconde il viso dietro i capelli” e ha “l’odore dell’erba appena tagliata e radici nascoste nel terreno”, ma anche il suo scuro turbamento nel sentirsi “leggere dentro”, nel trovarsi scoperto; l’emozione chiara di lei quando scopre di non amare più la solitudine, ma anche il turbamento nel riconoscersi fragile, indifesa, esposta.

Medea senza Giasone si sente “sola” e “vuota”, anche se la solitudine è ormai diventata un bisogno. Giasone è il suo lato luminoso: “Tu vedi solo il lato oscuro” le aveva detto la sorella Calciope, ma lei, da quando ha conosciuto Giasone, “desiderava anche la forza della luce”. E per Medea Giasone incarna questa luce, l’aspetto limpido della vita: “Gli occhi di lui avevano il colore dell’acqua del fiume quando i sedimenti si depositano e rimane solo un’azzurra, limpida trasparenza in superficie”.

Ma insieme alla luce e ai colori, da subito compaiono anche i demoni: “l’ambizione e l’avidità” di lui e – soprattutto - la passionalità di lei che tutto è disposta a fare purché la “felicità non svapori”. Nel cuore della figlia di Eeta il tenero e commosso amore da adolescenti coesiste col progetto adulto di rubare l’oro del padre, col duro e lucido desiderio di vendetta (“Voi siete la mia vendetta”) che non l’abbandona mai e che – come Morgar temeva – la porterà alla rovina.

Il Capitolo 16 termina con due immagini che evidenziano queste opposte anime di Medea: la “signora dei filtri” che prepara il sonnifero per le guardie spremendo il veleno da una vipera e la “fanciulla” che vuol farsi bella per il suo amore.

Dopo la morte di Absirto, Medea diventerà “triste e tenebrosa…. Giasone pensa che “ha dentro qualcosa di grande, di pauroso e potente”; Orfeo dice che  “gli mette i brividi addosso”. Il lato oscuro di lei prenderà sempre più forza, fino a oscurarla completamente

Mi piace questo capitolo perché descrive in modo esemplare il nascere di un grande amore in una grande donna che non conosce l’amore perché non ne ha ricevuto – e quindi ne è spaventata - ma che ne riconosce subito l’intensità e la potenza - la “trasformazione” che sta operando in lei - e si abbandona a questa esperienza in modo totale, com’è la sua natura. Sono pagine bellissime che raccontano i turbamenti, le contraddizioni, l’intensità di tutti gli amori di tutti i tempi.

Oltre a Medea, il romanzo ospita altri grandiosi personaggi – o meglio: altre persone  - su cui desidero soffermarmi un momento. La storia della Signora dei filtri si intreccia alle loro storie e ne riceve forza e significato. Inizierò con quelle di due “donne” magnifiche: Morgar e la nave Argo.

Morgar è la vera madre di Medea.

È lei che Medea vuol imitare, la donna a cui vuol somigliare: quando Morgar evoca la dea della luce e si spoglia per compiere il rito, Medea la guarda affascinata (“cercò di copiare ogni suo gesto”).

Non è una donna armoniosa e proporzionata: il corpo è “solido ma esile”,  la bocca è “grande e ben fatta” ma non sorride spesso (non è compiacente), i capelli sono “arruffati e schiariti dal sole”, i piedi “callosi”, il seno “pesante”. Ma è lei ad avere la bellezza vera, quella che anche Medea vuole per sé. Morgar è una donna che accetta il suo corpo com’è, non si trucca (in senso proprio e figurato! ) come la madre di Medea: la sua bellezza viene da ciò che lei è e non da ciò che le chiedono un uomo o la consuetudine.

È una madre amorosa, che comprende la solitudine di Medeae se ne prende cura: “… la piccola era la figlia del re, la discendente del Sole, ma era anche una bambina triste che soffriva per mancanza d’amore. Lei non era stata capace di negarglielo quell’amore”.

È una madre che conosce bene la sua bambina, l’accetta nei suoi lati solari come in quelli oscuri, e vuole solo il suo bene: “Ma c’era troppa forza dentro quella bambina e troppa sensibilità. Non era un bene che una forza così grande fosse unita al rancore”. A Medea, perciò, vuole insegnare ad amare, a comprendere, come dovrebbe fare una vera madre: “Non voleva lasciarla sola prima di averle potuto insegnare a controllare il suo istinto. Prima di tutto, di averle spiegato come si fa ad amare”.

Morgar, però, muore troppo presto e non può fare altro che raccomandarle la compassione e affidarla al Drago, al misterioso Ossevatore.

Ma chi è Morgar, oltre che la madre spirituale di Medea? Che donna è?

La “sconosciuta dai capelli rossi”, “la straniera che abita sul fiume” è una donna che ha sofferto (ha perduto il suo uomo e il suo bambino) ma è riuscita a trovare l’equilibrio, a conservare la capacità di dare amore, di “insegnare (ed esercitare) la compassione”, come dice Calciope alla sorella Medea, che non riesce a fare altrettanto.

Morgar è capace di capire. Giustifica Eeta quando Medea  accusa il padre di essere un tiranno che tiene lontano il commercio e chiunque si avvicini a Iolco: “Tuo padre vuole evitare guerre e epidemie … ; e quando Medea l’avverte che il re diffida anche di lei, risponde: “Ha paura, cara, e la paura nasce sempre dall’ignoranza”.

Morgar aiuta anche chi non la accoglie e chi ha comportamenti che lei non approva (aiuta  la madre di Medea a partorire, le procura erbe per mantenere la bellezza e per avere un nuovo figlio, e sarà questo che la porterà alla morte).

Morgar ha conosciuto l’amore – vero e ricambiato – del suo uomo (Anteo, che pratica la tauromachia e viene ucciso dal toro). Quest’uomo la chiama Cerinea - “cerbiatta” - (“È
un nome che non ti si addice
” afferma Medea) ) perché la vede con gli occhi del cuore (“Mi vedeva con affetto”), sa leggere in lei la dolcezza e la tenerezza. Il loro amore ha generato un bambino simile al padre, nato prematuro e subito morto. Per sfuggire al ricordo troppo vivo e presente di quelle perdite, Morgar ha lasciato la sua patria ed è venuta a Iolco, quando Eeta ancora non aveva chiuso le frontiere. Morgar subisce la perdita del figlio, Medea sceglierà lucidamente di perdere i suoi..

La nave Argo è un’altra grande figura femminile.

Medea vuol conoscere il mondo, viaggiare, vorrebbe essere un Argonauta. La prima volta che vede la nave Argo cerca “di immaginare cosa si provasse a navigare, col vento in faccia, sopra una nave come quella, spinta dalla forza di uomini liberi”.

Gli Argonauti non amano Medea e lei ricambia questa ostilità. Invece ama (riamata) la nave Argo, che le somiglia: è una donna forte, potente e magica come lei: “Era entrata in sintonia con la nave fin dall’inizio … Ne percepiva la forza, l’anima immortale”. Per Orfeo invece Argo è nauseabonda: odora di “salamoia, di escrementi, di cibo mal cucinato”. Ma Orfeo non è carne e sangue come Medea (e come Argo).

La nave Argo è un personaggio magnifico, una persona, splendida donna.

Giasone la vede così: “Contemplò Argo. La grande nave sembrava respirare nella brezza, cullata da onde dolci e leggere. Era una creatura viva, fatta di fasciame solido ed elastico, di corde robuste e lunghi remi potenti. Aveva in sé qualcosa di forte e vitale, come se fosse posseduta da una divinità”; dice di lei Orfeo: “Argo è femmina, come la dea che, dicono, si nasconde nella sua prua;  e Medea quando il Drago le fa percepire la sua presenza, subito pensa: “La nave pareva una creatura viva.”

È un’altra donna (come Morgar, Medea, Ipsipile) piena di passioni (“freme”), una donna-eroe che vuol conoscere il mondo.

Così la descrive lei Orfeo nel suo diario quando gli Argonauti sono fermi a Lemno: “Argo freme, è destinata a grandi imprese, vuole riprendere il largo … dondola smaniosa, con le stive gonfie di è olio e di vino”. È come una donna incinta, piena di provviste e di doni: l’aggettivo “gonfio” e “pesante” è usato proprio per descrivere le donna che aspettano figli - Ipsipile e Medea - i loro seni colmi di donne forti e piene di desideri.

Ed è forse l’unica “donna” che Giasone ama davvero.

Orfeo scrive - dopo la partenza da Lemno e dopo aver superato “tempeste difficili perfino da raccontare” - che “Argo le ha attraversate indenne e Giasone la ama ogni giorno di più”. A Giasone il cuore “sanguina” al pensiero di abbandonarla quando deve fuggire da Iolco: “ Tornò col pensiero al giorno della partenza degli Argonauti. Quanto tempo era trascorso da allora? Sembrava una vita intera. Ricordò Argo, magnifica nella luce abbagliante del mattino. Il suo cuore sanguinava al pensiero che non l’avrebbe più rivista”. Giasone non prova niente di simile nel separarsi da Ipsipile che pure è incinta di lui (“Argo mi aspetta”. Mi dispiace Ipsipile.”); e nelle ultime pagine del libro, quando, dopo aver perduto anche il padre Chirone, ormai solo, cerca la pace sul monte Pelio in compagnia di Orfeo, l’unico legame col passato che gli sia rimasto, dice: “… vedo Argo, la mia meravigliosa Argo, più dolce di un’amante, le sue possenti fiancate, le sue ali di remi …”. Anche Medea rimane per sempre nei suoi pensieri (“Medea di Colchide non si dimentica”), però Argo dà solo gioia e bellezza, senza dolore e senza strazio.

Giasone, insieme a Orfeo e agli Argonauti, è il personaggio maschile più significativo del romanzo.

È un giovane eroe bellissimo, che fa innamorare la primo sguardo: “È l’uomo più bello del mondo. Se non è un dio, allora chi è … mi sono innamorata’” dice di lui la cugina Anfimone quando lo vede la prima volta.

Per Ipsipile, la regina di Lemno, Giasone è “perfetto”. E Orfeo :“Se Dio è uguale a noi, è così che lo immagino, con quei riccioli dorati simili a grappoli d’uva danzanti sulle guance”.

Come Medea ha capelli molto particolari (anche se di colore opposto) ed è diverso dagli altri. Ecco come lo vede Pelia quando per la prima volta si presenta a lui:“ Lo sguardo gli cadde su una testa di capelli biondi. I ricci, densi e aggrovigliati, gli scendevano sul petto coperto da una pelle di animale. Stringeva nel pugno due lance e non aveva il capo chinato come gli altri”.

Giasone, che ha perduto il padre da bambino, viene allevato ed educato da Chirone, un uomo con il viso e le gambe di cavallo, un mostro nato dalla violenza subita dalla madre quando era una ragazzina che raccoglieva corbezzole nel bosco (“Erano in tre e puzzavano di cavallo, nitrivano come cavalli”). Chirone – come Morgar - è una creatura strana e diversa e - come Morgar – vuole il bene del bambino di cui si occupa, gli insegna valori autentici (“Il dovere di un  uomo è aiutare i suoi simili”), desidera che abbia il meglio, anche se Giasone ne farebbe a meno volentieri: “Padre, voglio restare qui, voglio diventare un cacciatore esperto come te”… “C’è un intero mondo che ti aspetta là fuori, Giasone”.

Giasone, però, - come Medea – non fa suoi tutti gli insegnamenti del maestro.

Medea gli dice che nel suo cuore albergano “ambizione” e “avidità” e lui non nega, si sente scoperto. Mentre sono in fuga da Ioclo, Orfeo esprime all’amico i suoi timori di avere presto “tutta la Colchide alla calcagna” e Giasone risponde:“ La figlia del re ci sarà utile”. Non dice “la mia amata Medea ci salverà”; e Medea, che l’ha sentito non vista “ abbassò la testa umiliata”.

Quello che Giasone vuole è un figlio che custodisca la sua tomba: anche i figli sono qualcosa che serve a lui, alla sua ambizione, a perpetuare se stesso. Giasone – come lui stesso confida a Orfeo – non crede nell’aldilà: l’immortalità è data dai figli perché a loro si trasmette il potere conquistato in vita. È questo a guidare Giasone: il figlio che aspetta da Ipsipile non è il suo bambino ma “ il figlio della reggente”, che sarà “re di Lemno”, un trofeo da portare con sé per farne l’erede (“un giorno mi raggiungerà a Iolcomi piacerebbe veder crescere il figlio della reggente per portarlo con me, un giorno”)

Questo bellissimo e giovane eroe non è poi un grande uomo.

Pelia fa leva sulla sua fragilità, sulle sue insicurezze: Giasone va nella Colchide per riscattarsi dall’essere stato allevato, e quindi in un certo qual modo dall’essere figlio, di un diverso, di un uomo/cavallo, di un mostro (“Vuoi che ti chiamino Re Cavallo? Vuoi che un intero popolo rida di te?”).

Confessa di “non sapere cosa vuole” e l’impresa a cui Pelia lo costringe  gli permette anche di “prendere tempo”,  di “rimandare tutte le decisioni”: “Ho bisogno di tempo” è una sua frase ricorrente.  Per molto non sa neppure se ama o no Medea: al padre Chirone dice che non lo sa, sa solo che le è entrata nel sangue. Si accorge di amarla solo dopo che lei è riuscita a far uccidere Pelia: toccare con mano la potenza – sconvolgente, distruttiva, inarrestabile - dell’amore gli fa capire che “Medea faceva parte di lui, nel bene e nel male

Giasone è sempre controllato, moderato, non perde mai il governo di sé. Dice di lui Orfeo : “Ha ereditato la saggezza di Chirone, suo padre adottivo” e sa controllare sentimenti e passioni in vista di un fine. La “saggezza” di cui parla  Orfeo si può forse intendere come la capacità di mantenere la giusta distanza emotiva dalle vicende, di tenere sotto controllo gli impulsi. Com’è diverso quest’uomo dalla Signora dei filtri che tanto lo ama!

Ed eccoci a  Orfeo, il ragazzo gentile che nel suo diario racconta l’impresa degli Argnonauti.

È da subito l’amico vero di Giasone. Si incontrano per la prima volta alla scuola del maestro Saturnio dopo che i compagni di studi hanno preso in giro Giasone chiamandolo figlio del cavallo: “Giasone si accoccolò, stringendo al petto la sua tavoletta. Rimase stordito e sudato a fissare il vuoto, desiderando con tutto il cuore di essere sull’altopiano, insieme a suo padre, a seguire le orme dei cervi e a fare il bagno nell’acqua fredda del ruscello. Ovunque ma non lì. Poi una piccola mano si insinuò nella sua “Non fare caso a loro, sono stupidi”. Si voltò di scatto, trasalendo. Un ragazzino basso, con i capelli ricci e gli occhi penetranti e tranquilli gli stava sorridendo … “

Orfeo rappresenta l’equilibrio, per questo teme Medea. Ha la capacità di accettare con serenità la vita in tutti i suoi aspetti, anche violenti – come il sacrificio del toro -  o drammatici - come la morte della amata Euridice.

Orfeo è accogliente: si apre alla vita, la accetta, ne riconosce il valore e il significato, aldilà delle contraddizioni con cui si manifesta e delle ferite che infligge, perciò sceglie di legarsi ad Atalanta. Afferma: “Non è Euridice ma è la mia donna. Sono rassegnato e contento insieme”. E quando Giasone, dopo che Ila, violentato da Ercole, si è suicidato, gli dice “Credo che a modo suo Ercole volesse bene a Ila”, Orfeo risponde “ Sì, lo credo anch’io. Non scegliamo chi amare, né come si esprimerà il nostro amore. L’amore è sempre una responsabilità”.

Gli Argonauti di cui Orfeo ci parla non sono eroi perfetti, eroi dell’epica classica.

La partenza della nave Argo è una partenza moderna, non è eroica: fa venire in mente quella dei marinai di Colombo nel film La conquista del paradiso. Gli affetti familiari predominano: anche Giasone è un figlio che lascia il padre, che ha paura dell’ignoto e che ha bisogno di conforto (in quell’occasione chiama per la prima volta madre Alcimede, che lo ha fatto allevare dal centauro invece di tenerlo con sé).

E anche se Orfeo nella prima pagina del suo diario scrive “Siamo in cinquanta e siamo chiamati Argonauti… tutti uomini nel fiore degli anni, tutti campioni”, Giasone, che ha uno sguardo meno sognante di quello dell’amico poeta, li vede così: “Ordinò  di smettere di remare e ottenne in cambio un grugnito di sollievo … Lunghi sorsi voraci … uomini muscolosi cotti dal sole, induriti dal salmastro … mandavano giù senza protestare il vino diluito, si accontentavano  …”.

Anche i più importanti, che Orfeo nomina, sono descritti come persone molto normali: Castore e Polluce che “siedono affiancati … intenti a giocare con noccioli che tirano in aria e riafferrano al volo”; Atalanta che affila con pazienza la lancia scheggiata nel’impatto col cinghiale che ha ucciso l’indovino; Meleagro che beve un po’ di vino …

Neppure la loro fine è eroica: muoiono per atti di violenza (Ilia); uccisi da animali selvaggi (l’indovino Idmone) o dalla malattia (Tifi).  Non esiste neppure il mitico vello d’oro: il tesoro di Eeta è costituito da “cumuli di pepite grosse come uova poggiate su consunti velli di pecora”. Un’altra immagine visuale nitida, incisiva, memorabile: ributtante e inquietante (l’espressione grosse come uova fa pensare ad animali preistorici e mostruosi che potrebbero nascere da un momento all’altro) ma anche triste (consunti velli).

Insomma: solo la nave Argo è l’autentico eroe dell’impresa, come Medea è l’unico eroe (una donna-eroe!) di questa drammatica e stupenda storia.

 

 

 

 
Mostra altro