recensioni
Rosa Montero, "In carne e cuore"

In carne e cuore
Rosa Montero
Salani, 2017
"La vita è un breve intervallo di luce tra due nostalgie: la nostalgia di ciò che non si è ancora vissuto e quella di ciò che non si potrà vivere. E il momento in cui bisogna agire è così confuso, così sfuggente ed effimero, che lo si spreca guardandosi intorno storditi."
Soledad ha quasi sessant’anni e, benché odi il passare del tempo – guardandolo non come un qualcosa di inevitabile ma alla stregua di una maledizione –, le rughe hanno avvizzito la sua pelle e scolorito un’antica ma forte bellezza. Cerca l’amore in un modo così forte, intenso, incondizionato da non riuscire mai a saziare questa sua fame.
Il suo giovane amante sposato l’ha lasciata, ha scelto la legittima compagna incinta, e lei non si dà pace. Vorrebbe urlarlo, questo suo amore, riconquistare quel legame. Così, certa che sia una soluzione, ingaggia un gigolò affinché la accompagni a un evento cui sarebbe stato presente anche il fedifrago e consorte; la gelosia, pensa, lo farà tornare da me, lo risveglierà dal torpore. Nulla di più sbagliato, ma quella sera cambia l’intero suo futuro.
Si tiene bene, Soledad, con il suo fisico sodo e il buon gusto nel vestire. Ultimamente, però, un forte senso di inadeguatezza e un profondo malessere le ghermisce il cuore con una presa fatale: è appassita, malgrado tutto. Ecco perché la sproporzione tra lei e il giovane gigolò la sente, eccome se la sente; pulsa, le entra nelle viscere, la fa tremare.
Adam è bello, prestante. Ha poco più che trent’anni – un’età che Soledad considera ancora valida, giusta – e lei vorrebbe perdersi in quegli occhi e in quella mente così inquieta, così tormentata.
"Il buio della notte era davvero pieno di mostri, come Soledad temeva e sospettava fin dall’infanzia. E gli orchi si chiamano ossessioni."
Fanno l’amore più e più volte, durante i giorni a seguire. Soledad si vergogna quando, portafogli alla mano, lo paga; d’altronde vorrebbe essere amata, e lui – lui così strano, chiuso, cupo – non si espone. Soledad non riesce a scrutarlo dentro, nei profondi anfratti della sua anima. La speranza mista alla consapevolezza di non poter reggere il confronto la devasta.
"Lei si sentiva angosciata, afflitta, straziata, sconsolata, sconcertata, perduta, fallita, a pezzi, preoccupata, infelicissima... insomma, più morta che viva."
Esperta di arte, sta organizzando una mostra sugli scrittori maledetti alla Biblioteca Nacional di Madrid. Ci mette tutta se stessa, anima e corpo. Ama quelle vite, quei fatti, quei nomi. Hanno un non so che di magico, pur nella loro follia.
Quegli animi tormentati, afflitti, appassionati – di una passione forte da far male, da uccidere – la affascinano. Rimarrebbe ore e ore a raccontarsi di quelle vite sul filo di un rasoio, di quegli artisti che, perseguitati dalla propria mente, fecero dell’illusione e del sogno realtà, perdendosi talvolta nella spirale dell’allucinazione. Noi con lei ne veniamo toccati, cambiati, ammaliati. Seguiamo le sue parole e le facciamo nostre, le ripetiamo nella nostra mente perché il buio e la follia hanno un potere assoluto: sanno spaventare e incantare allo stesso tempo.
«Essere maledetto significa sapere che la propria arte non trova alcuna eco, perché non ci sono orecchi in grado di comprenderla. In questo assomiglia alla follia» sbottò improvvisamente Soledad. «Essere maledetto è sentirsi fuori dal proprio tempo, dalla propria classe sociale, dal proprio ambiente, dalla propria lingua e dalla cultura cui si dovrebbe appartenere. Essere maledetto è voler essere come gli altri senza riuscirci. È voler essere amato e invece suscitare soltanto diffidenza o qualche risata. Essere maledetto è non sopportare la vita e soprattutto non sopportare se stessi.»
Soledad, nella sua incapacità di voler invecchiare, è come un frutto che, troppo maturo, non vuole staccarsi dall’albero. È come una goccia che si ferma a mezz’aria, non capace di comprendere che il suo destino è il freddo suolo – come normale, naturale conseguenza della vita stessa.
Ha un sapore dolce e amaro insieme, la certezza di non potercela fare. Lei, così persa in un’illusione, sa bene che niente è semplice, niente è scontato. Perseguitata dai fantasmi del passato, non sa vivere il presente in modo totale.
"Il fallimento era un lupo affamato che la osservava da lontano fin da quando era bambina, un lupo che girovagava per le lande deserte della sua vita in attesa di un suo passo falso per avventarsi su di lei."
Rosa Montero riesce – in un crescendo di emozione, di forte trepidazione – a catapultarci in un mondo fatto di turbamento, di paure, di angosce. In un mondo dove tutto viene capovolto, analizzato, stravolto e ricucito. In un mondo di scrittori maledetti che, a causa di menti maledette, hanno condotto vite maledette. In un mondo, quello della giovane/vecchia Soledad, dove nulla è lasciato al caso.
"Tutti gli amori erano ossessivi? O forse le ossessioni si nascondevano dietro le apparenze di un amore per sembrare qualcosa di bello, e non un banale squilibrio psicologico? […] L’amore avvelena, non v’è dubbio. Abbrutisce, fa commettere ogni sorta di sciocchezze e di eccessi."
In carne e cuore racconta la storia di Soledad, è vero, ma non si ferma qui. Diventa una profonda riflessione su temi cari, importanti, degni di nota... la Montero parla delle donne – si sofferma sul concetto di identità, sulle incertezze e sulle paure –, della morte, della passione, dell’arte. Parla di quotidianità ma anche di stranezza. Parla di bellezza e inganno. Parla di tante vite, pur soffermandosi su una in particolare.
Parla dell’animo umano.
Oriana Fallaci, "Un uomo"

Nel 2002 un mio compagno di classe decise di scrivere la tesina per la maturità attorno alla figura di Oriana Fallaci. Ho frequentato l’Istituto Tecnico Industriale Statale “G. Ferraris” di Savona e andavamo, in quell’estate di 15 anni fa, a diventare periti capotecnici in elettronica e telecomunicazioni. Figurarsi: Oriana Fallaci, oltre al mio compagno, la conoscevamo in tre su diciotto e tutti per quel La rabbia e l’orgoglio scritto all’indomani dell’attentato alle Torri Gemelle, non certo il libro migliore della scrittrice fiorentina. Chiesi a Emiliano, questo il nome del mio compagno, perché Oriana Fallaci. La sua risposta fu lapidaria: “Leggi Un uomo”. Lì per lì non ci feci molto caso, raccolsi qualche informazione sul testo, mi chiesi “ma chi era sto Panagulis?”, e dimenticai tutto per vivere quella che doveva essere la migliore estate della mia vita e che poi si rivelò essere una delle più piatte e prive di emozioni.
È stato solo di recente, e dopo un insistente consiglio di mia moglie, che ho letto, divorato e sudato Un uomo di Oriana Fallaci, un libro al quale, e non sta a me dirlo, non manca né avanza nulla: non una parola di più o di meno, non un’emozione di più o di meno. Apparentemente è la storia della prigionia e degli ultimi tre anni di vita di Alekos Panagulis, l’uomo che da solo osò sfidare la Giunta militare che tra il 1967 e il 1974 instaurò una feroce dittatura fascista in Grecia. Ma questa è la superficie: in realtà Un uomo è la storia di una donna, Oriana Fallaci, che scopre nell’amore incondizionato nei confronti di Panagulis una nuova dimensione di se stessa, un nuovo io abbastanza lontano dalla figura della giornalista in prima fila, sempre sul campo e sul pezzo, indipendente e autonoma donna in un universo professionale dominato dagli uomini.
Ma è anche, Un uomo, un canto universale alla libertà, alla giustizia, alla democrazia, all’utopia come obiettivo finale di un cammino che, nel suo divenire, comporta dolore e patimento. È una constatazione del fatto che la morte può essere un’arma sottile e ambigua: ti toglie di mezzo, ti cancella dal mondo, ma ti rende immortale. E quindi Alekos Panagulis non viene ammazzato, la sentenza di morte non viene eseguita, durante il regime. Lì viene, o ci provarono, annichilito, disumanizzato, inaridito, inutilmente. Nel carcere di Boiati, in una cella di pochi metri quadrati, senza finestre né ritirata, Panagulis si mantiene vivo con la poesia, con la letteratura, la matematica: un tentativo di soluzione del teorema di Fermat viene confuso dai suoi carcerieri con un messaggio in codice. Alekos si aggrappa alla sua prigionia quasi con affetto, quasi a capire che alla fine era più una spina nel fianco del regime così che da libero. Il reprobo, come lo definisce Oriana Fallaci, dà fastidio al Potere e il male minore è tentare di fargli dimenticare cos’è un uomo, cos’è la vita. Panagulis lo capisce, si attacca alla vita e alla morte, non come due termini contrapposti, ma complementari, e non accetta la grazia, e quando è costretto ad accettarla, cerca di uscire dalla Grecia perché “Per le tirranie il reprobo in esilio costituisce un problema più grosso del reprobo in patria perché in esilio egli pensa, si esprime, agisce e per liberarsi di lui bisogna scomodarsi a inviare un sicario che lo ammazzi a colpi di pistola o di piccozza, diciamo”.
Paradossalmente, Alekos Panagulis muore quando è meno vulnerabile e per questo più facile da attaccare. Muore da deputato, da Onorevole del Parlamento greco, a dittatura finita. E muore ammazzato da coloro che, indossando “le mutande con la scritta Popolo e quelle con la scritta Libertà”, hanno cambiato tutto per non cambiare nulla, hanno sancito una continuità latente, e per questo insidiosa, tra la dittatura e la democrazia. Georgios Papadopoulos, il dittatore, il capo della Giunta, morirà nel suo letto vent’anni dopo Panagulis, come la maggior parte dei suoi gerarchi.
Ciò che fa di Alekos un uomo vulnerabile proprio quando, in apparenza, doveva trovarsi all’inizio di una brillante carriera politica tra i politici è la solitudine. E vi è qui un filo rosso che unisce i destini di molti uomini e donne che si sono spesi, soli o in ridotta compagnia, in una battaglia che ha sortito qualche frutto solo quando essi vennero ammazzati. È il deserto che gli si crea intorno che fa dell’eroe un eroe: un don Chisciotte che, solo, combatte guerre impossibili da vincere contro mulini a vento che lui confonde con temibili giganti. Giganti che abilmente Panagulis identifica con una metafora letteraria, la seconda del libro oltre a quella cervantina, quasi premonitrice: Moby Dick. Se la Giunta è la balena cattiva, allora lui è il capitano Achab che cerca di acciuffarla ed ammazzarla, mentre Oriana sarebbe Ismaele, il nocchiero che ha il compito poi di scriverne la storia affinché se ne preservi il ricordo, il monito e l’insegnamento alle generazioni future.
È il vedere dove altri non vedono, è il non arrendersi al fatto che è così che scatena in Panagulis (e dopo di lui, per esempio, in Giovanni Falcone in Italia) questo senso universale della giustizia e della libertà, dell’etica e della morale più pura. È questa cocciuta volontà di lottare per arrivare alla libertà, alla verità o alla giustizia ad alimentare le vite di queste persone. E come don Chisciotte, queste persone hanno sempre bisogno uno scudiero, di un Sancho Panza che ne segua i disegni e le follie, che sia loro coscienza materiale e appiglio sulla realtà: questo è il ruolo che si dà Oriana Fallaci nella storia di Alekos Panagulis.
C’è un’insidia nella morte, che l’eroe greco non sottovaluta e accetta come contropartita al fatto che solo la fine della sua vita può dare inizio al trionfo delle sue idee: l’appropriazione del suo cadavere da parte dei suoi avversari, quegli stessi che l’hanno mandato a morire, che l’hanno abbandonato, lasciato solo, escluso, dimenticato, ignorato finché era vivo, ma che chiameranno eroe a partire dall’esatto istante in cui il suo cuore smetterà di battere. È il destino dell’eroe, è il prezzo da pagare per l’universalità delle sue idee, dei suoi principi e delle sue lotte, ineguagliabile detergente quando si tratta di lavare coscienze luride. Ma nella morte di Panagulis e nell’appropriazione del suo corpo da parte dei suoi amici/nemici e del popolo, nello spettacolo immondo dell’ipocrisia morale, etica e politica, Oriana Fallaci si ribella e lancia il suo grido solitario, controcorrente e ostinato: “mentre il popolo accettava questo, di nuovo, subiva questo, di nuovo, cieco e sordo e zitto, di nuovo, piegato di nuovo all’obbedienza o alla convenienza o all’impotenza; mentre nessuno osava dire assassini tutti, a destra a sinistra al centro, lo avete ammazzato tutti insieme, lerci assassini che vivete sugli alibi dell’Ordine e della Legge, della Moderazione e dell’Equilibrio, della Giustizia e della Libertà; mentre la balena del male, Moby Dick, si allontanava indenne e le acque si placavano morbide, molli, obliose sul gorgo della tua voce affondata, il Potere vinse ancora una volta. L’eterno Potere che non muore mai, che cade solo per risorgere, uguale a sé stesso, diverso solo nella tinta”.
Stelvio Mestrovich, "Mar'ja Ivànova Petrova"

Mar’ja Ivànova Petrova
Stelvio Mestrovich
Carabba, 2017
pp 93
13,00
Due sono le cose che colpiscono in Mar’ja Ivànova Petrova, di Stelvio Mestrovich, la prima è la familiarità con la letteratura russa e con la Mosca di Bulgakov, la seconda è l’assoluta metanarratività.
La prima condizione fa sì che un romanzo ambientato in Russia negli anni novanta, ai tempi di Putin etc, ci appaia ottocentesco. Il conte Fedör Michaijlovic Golovkin e la sua bella amata Mar’ja – ma amata di quale amore? – sono personaggi moderni, però sembrano muoversi in una Russia addirittura prerivoluzionaria.
La trama è semplice: un uomo di nobili origini vede osteggiato il suo amore per una bella e talentuosa popolana, figlia di macellai. Geloso di lei, e dei suoi rapporti con il direttore dell’orchestra in cui ella suona magistralmente il violino, si comporterà come molti maschi odierni che non accettano di perdere l’oggetto del loro amore e scambiano l’affetto per possesso. Addirittura pagherà un killer per amputare una mano alla ragazza, fino alla tragica conclusione.
Ma torniamo un passo indietro: per ovviare alle insistenze materne di fargli sposare un’appartenente all’aristocrazia, Golovkin si era finto evirato di guerra in Cecenia. A una falsa mutilazione se ne aggiunge quindi una vera, il taglio della mano, gravissimo per una donna innamorata della sua arte come Mar’ja, a dimostrare che ciò di cui il protagonista è veramente geloso, più che di un rivale in carne ed ossa, è il talento (e l’ambizione) della donna.
Grazie al virtuosismo di Mar’ja, protagonista è la musica, dato che Mestrovich è un ricercatore del tardo barocco, con particolare conoscenza delle opere di Salieri, rivale di Mozart. Lo stile, però, non è affatto ampolloso, è sorvegliato e piacevole ma discorsivo.
La seconda condizione fa sì che questo sia uno dei romanzi più metanarrativi che io abbia letto, con l’autore che interviene fisicamente nella storia, dialoga con i personaggi, agisce e mette in moto gli eventi, come ad esempio chiamare aiuto dopo il ferimento di Mar’ja. L’effetto prepotente di straniamento non interrompe, tuttavia, la scorrevolezza della storia, che risulta appassionante comunque. La non divisione in capitoli è utilizzata per non interrompere il flusso degli eventi e dei pensieri - come se ieri fosse di nuovo oggi, come se il tempo non fosse passato - e anche per non darci l’impressione di essere in un romanzo quando, invece, ci siamo dentro fino al collo, siamo spettatori al pari dell’autore di ciò che i personaggi fanno. Siamo, forse, il terzo incomodo fra i personaggi e l’autore.
Radioblog: Franco Piol, "Tana libera tutti"
Eccoci pronti per il secondo appuntamento con RadioBlog - Voce agli scrittori. Questo mese scopriamo Franco Piol con il suo libro Tana libera tutti , ambientato a Roma nel dopoguerra.
Vi ricordo che, durante la lettura, potrete partecipare lasciando commenti sul libro o domande che vi piacerebbe porre all’autore con il quale faremo una chiacchierata tra un mese circa.
Intanto vi leggo un piccolo estratto delle prime pagine del libro dove conosceremo subito i dubbi ed i tormenti della bella Adelaide, segnata profondamente dalle vicende della guerra, che si trova a dover rendere conto al figlio Giannino di una scomoda realtà, specie in quei tempi.
Accompagnerà la lettura un’illustrazione della brava Eva Pratesi che coglie il momento in cui madre e figlio si confrontano.
E mi raccomando, cari scrittori, se volete anche voi essere protagonisti di questo spazio scrivetemi!Buon ascolto e buona lettura.
Musica: http://www.bensound.com
Per conoscere meglio il mondo delle illustrazioni di Eva Pratesi: http://www.geographicnovel.com
Guido Mina di Sospiro, "Sottovento e sopravvento"

Sottovento e sopravvento
Guido Mina di Sospiro
Ponte alle Grazie, 2017
pp 198
14,90
Lo stereotipo de la bella e la bestia “sperduti nell’azzurro mare” in questo romanzo multistrato, suo malgrado avvincente.
In Sottovento e sopravvento, di Guido Mina di Sospiro, ci sono i classici elementi della storia di avventure - la mappa del tesoro, l’indizio cifrato, il cattivo che mette in pericolo i buoni, il naufragio, l’isola del tesoro – il tutto, però, complicato dallo stile non banale e dal non facile sostrato metafisico e alchemico. Senza fare spoiler, possiamo solo dire che, alla fine, il tesoro si rivela dapprima l’oro degli alchimisti, poi la pietra filosofale stessa, condensata in un concetto assoluto: la congiunzione degli estremi altro non è che l’amore, quello che riesce a unire il diverso, la bella e la bestia, il maschile e il femminile, l’intelletto e la natura, ed è capace di restituire ai protagonisti il senso di sé e della vita, di andare oltre la presenza fisica dell’altro, di farsi talmente infinito ed immenso da permettere la possibilità di altri amori collaterali.
I personaggi principali sono Chris e Marisol. Lui è il buon selvaggio, l’uomo rude irlandese, forzuto e puzzolente, nato con un difetto fisico, una gobba da far invidia a Leopardi e a Quasimodo, e con un animo semplice ma dolce e risoluto. A causa di quella gobba di cui non si è mai lamentato, pensa che la vita, Dio o chi per lui, gli debba un risarcimento che infine otterrà. È religioso e terreno insieme, prega Dio e accetta la realtà per quella che è, traendone il meglio. È un cercatore ma si rende conto che, comunque, tutto è caso, e le cose migliori sono quelle capitategli accidentalmente, come i figli. In effetti, se ci pensiamo, per quanto ci affanniamo a programmare, a studiare, a lavorare, a farci una posizione, tutti gli eventi davvero importanti della nostra vita sono occorsi per caso (o per congiunzione astrale) e sarebbe bastato un piccolo scarto per far andare tutto nella direzione opposta.
“Può darsi, ma il fatto è che solo le cose che ho trovato accidentalmente m’hanno dato gioia nella mia vita. I miei bambini; tu; e ora persino Dio. Non l’avevo mai trovato nella Bibbia, e neanche in chiesa, per quanto lo avessi cercato. L’ho trovato sul vulcano, durante l’eruzione” (pag 176)
Poi c’è Marisol/Ruth, cubana trapiantata a sua insaputa a New York, tutta razionalità, scienza, filosofia e matematica.
“Nel pensiero”, dice, “ci sguazzavo, me ne imbevevo, lo respiravo e assimilavo come se fosse ossigeno” (pag 40).
È alla ricerca dell’algoritmo capace di eludere i paradossi che sono “l’ultimo baluardo della non scienza”. Non riuscendo a confermarlo, diventa acatalettica, cioè dubbiosa di tutto, e di conseguenza depressa e abbattuta, per giungere infine alla scoperta di essere fatta di mare e di sole anche lei. Scopre che si può pensare in modo irrazionale, che possono esistere più dimensioni e più realtà parallele dove il tempo scorre in maniera diversa, che potrebbero esserci strani e misteriosi dei a muovere gli eventi creando congiunzioni astrali a nostro favore o sfavore.
Quando l’irrazionalità irlandese incontra la razionalità newyorkese, è in grado di smantellarla e far riemergere il sostrato sudamericano caraibico, cosicché Marisol si accorge che c’è un iperuranio nel quale gli opposti si attraggono e confluiscono sopra e sotto vento, dove gli dei del nord e del sud lavorano insieme, dove il tempo si annulla in un eterno presente, senza inizio né fine. Scopre, soprattutto, che la vita è bella e vale la pena viverla senza ragionarci troppo sopra.
101 ragioni per non leggere il libro “101 modi per riconoscere il tuo Principe Azzurro”

Mi sono innamorata della Federica Bosco dei romanzi. Empatica, attenta ai personaggi, innovativa nei finali. In particolare Innamorata di un angelo e Il mio angelo segreto mi colpirono parecchio. Sì, è vero, si trattava di storie che parlavano di adolescenti – e forse ad adolescenti dirette – però mi avevano rapita, malgrado avessi più di vent’anni e i brufoli da quattordicenne mi fossero passati da un po’; alla fine del primo libro, di quel Pat un po’ dolce e un po’ tenebroso mi innamorai anche io. Nel secondo libro, piansi a lungo per lui e per lei e per quell’amore che non poteva avvenire. Ecco perché qualche giorno fa, alla ricerca di una lettura un po’ meno pesante delle ultime, mi sono illuminata vedendo il nome della Bosco.
Io non amo stereotipi né luoghi comuni, a maggior ragione se associati all’amore; forse già dal titolo avrei dovuto capire che il libro ne sarebbe stato pieno zeppo. Che mi aspettavo?
101 modi per riconoscere il tuo principe azzurro (senza dover baciare tutti i rospi) è probabilmente entrato nella rosa dei libri più brutti che io abbia mai letto. Sono una lettrice onnivora, generalmente finisco tutto quello che inizio. Di rado abbandono un libro a metà. Non mi pare corretto. Verso l’autore, sì, ma anche verso chi l’ha letto dandone una buona opinione. Poi io ho l’animo buono: anche quando un testo non mi ha convinta – non appieno, almeno – voglio sempre trovare un motivo perché venga letto. Che sia per l’uso interessante delle parole, per qualche analogia divertente, per la punteggiatura impeccabile... non mi accontento se non lo “salvo” almeno un pochino.
Questo non ho potuto. L’ho piantato in asso a metà.
Quindi voglio sottolineare che la mia recensione riguarda la prima metà del testo, la parte di testo che sono riuscita a leggere prima che un buco nero inghiottisse la mia pazienza.
La Bosco fa sostanzialmente una lunga lista di “tipi da evitare”, esortando noi donne, le principesse, a cercare il principe azzurro. Ma sì, sapete quale? L’uomo perfetto, quello che si ricorda compleanni e anniversari, che non russa e non puzza, che ti chiama quando vorresti essere chiamata e non ti chiama quando hai la sindrome premestruale; l’uomo che dorme accanto a te, che non guarda film porno – giammai! – e che si finge morto se tu parli del tuo peso.
Noi principesse, dice la Bosco, incappiamo spesso in brutti a cattivi ceffi. Ecco, dopo aver letto questo libro, saremo tutte salve.
Dai consigli più scontati – “Se è sposato” – ai più sciocchi – “Se guarda troppi film porno” o “Se non vuole dormire con te” – la Bosco si dimostra una donna noiosa che vorrebbe un uomo perfetto, che non esca mai dalle righe che lei ha diligentemente tracciato. Un uomo barboso che fa sempre quello che la sua compagna vorrebbe, senza se e senza ma.
Ora, ci sta se mi dici che bisogna evitare gli uomini sposati o violenti o prepotenti – e ci credo, non pensavo nemmeno servisse un libro così strutturato per capirlo – ma come fai a dirmi che devi lasciarlo se non vuole dormire con te fin dai primi appuntamenti? Uno può anche voler riservare quella parte di intimità per il futuro della coppia, se mai ci sarà. Mica dal secondo appuntamento si può dormire abbracciati a cucchiaio come nelle migliori pubblicità di deodoranti, eh. Che consiglio sciocco. Io ad esempio soffro di insonnia. Come potrei dormire con uno sconosciuto – perché questo sarebbe, dopo due appuntamenti – così, senza nessun problema? Mi girerei e rigirerei nel letto per ore, facendo passare a lui tutta la voglia di vivere e di rivedermi. Ora io ho preso l’insonnia, ma ci sono almeno un milione di altre ragioni valide per non voler dormire insieme all’inizio di una relazione. Che la Bosco dica che è una cosa carinissima a prescindere offende un poco la mia intelligenza... macché!
“Non mi ricordo di aver mai letto che il Principe, dopo aver sedotto Biancaneve, se ne saltasse in groppa nel suo cavallo bianco nella notte per raggiungere il castello da solo, perciò se non se la sente, molto probabilmente riesce a dedicarsi a te solo per un tempo breve.”
Un Principe, ragazze. Delle favole. Favole che non esistono e che vengono raccontate alle bambine sotto i dieci anni affinché prendano sonno.
Anche la storia del peso. Signori, siamo noi donne quelle ad essere super extra preoccupate del proprio peso. Ne parliamo continuamente, lamentandoci di quel grissino che ci ha fatto prendere mezzo grammo. Mettiamo che io passi due ore a lamentarmi di avere due chili in più e che il mio uomo, dopo aver ascoltato con grande pazienza tutti quei vaneggiamenti, mi faccia notare che quei due chili si potrebbero perdere facendo una camminata ogni giorno all’alba per venti giorni... sarebbe un insensibile? Andrebbe lasciato perché non mi ha abbracciata per dirmi che quei due chili sono belli, dolci e morbidosi? Perché non mi ha detto quanto impazzisca per quei due chili? Perché non mi ha proposto di correre con me e di mangiare anche lui solo insalata per tre mesi, tre settimane e tre giorni?
Io non mi sono mai considerata una principessa. Ho un carattere scostante, un umore spesso altalenante, un equilibrio psico-fisico molto poco stabile... potrei mai io – proprio io –, io che sono spesso cinica anche verso me stessa e un po’ insensibile, parlare del principe azzurro?
Che il principe azzurro non esista l’ho capito più o meno a sette anni. Non vedo perché alcune donne dovrebbero cercarlo da adulte. Non so, è quasi un’idea malsana, almeno secondo me.
Ragazze, se posso darvi un consiglio io, be’... state insieme a lui se gli occhi vi diventano lucidi e il cuore batte forte, anche se a volte non chiama. Anche se non vuole ancora presentarvi la mamma.
Se state insieme da un mese e mezzo, poi, amatelo anche:
“Se d’estate vuole fare vacanze separate”, “Se ti porta fuori solo il mercoledì” – che sarebbe, secondo un’amica dell’autrice, il giorno delle “donne brutte” –, “Se preferisce il suo lavoro”, “Se è troppo competitivo”.
D’altronde ognuno ha il suo modo di affrontare la vita.
Poi, riguardo il punto 37, se sua mamma lo chiama più di sette volte al giorno a voi che importa? Non siete costrette a sentire.
Non fidatevi dei luoghi comuni trovati nel libro come: “Gli uomini sono semplici, a volte dicono le cose senza pensare e senza il vero intento di ferire, quindi se lui ti ha detto che sei un po’ ingrassata, ma non intendeva altro che questo, informalo che per te non è piacevole che lui te lo faccia notare, perché lo sai benissimo da sola, e che saresti contenta se lui ti sostenesse magari stando a dieta insieme o andando a correre la domenica mattina” – che poi, veramente abbiamo bisogno che lui stia a dieta con noi?
Certo, prendendo in esame altri punti, se è sempre ubriaco, se ti ruba i soldi, se ti tratta male di fronte agli altri e se non ti rispetta forse non è quello giusto. Be’, anche se è capo di una setta, anche se credo sia meno frequente, in effetti...
Se poi fa sesso con la tua migliore amica o con tua sorella – punto 23 – forse nemmeno l’amica e la sorella sono il top, no?
Va be’, detto questo, siamo giunti alla metà che ho letto e su cui posso dare un parere. Quindi, passo e chiudo.
Ah, aspettate. Leggetelo se siete insicure, se pensate di essere principesse incomprese, se pensate di avere bisogno di una relazione con un uomo perfetto, se pensate di essere perfette voi. E auguri, soprattutto.
Parte un nuovo progetto: radioblog, ovvero le nostre audioletture!
Un saluto a tutti voi. Come sicuramente la quasi totalità dei frequentatori di questo blog, sono una grandissima appassionata di lettura e, come molti appassionati di lettura, mi piace, al termine di un libro, poterne discutere con altri lettori o addirittura, cosa non sempre facile, direttamente con chi ha scritto quel libro!
Purtroppo la frenesia della vita quotidiana non sempre ci consente di poterci ritrovare tutti insieme in un luogo fisico, magari una bella libreria, un rilassante caffè, a discutere amabilmente dei nostri testi preferiti ed è proprio per questo che la mia idea sarebbe quella di creare virtualmente questo luogo, di dare vita ad un angolo dove ci scambieremo idee, impressioni, opinioni su ciò che abbiamo letto.
La mia idea sarebbe di scegliere ogni mese o ogni due mesi un libro di scrittori che si stanno affacciando nel panorama letterario italiano, i cosiddetti scrittori emergenti.
Io vi farò una breve presentazione del libro e vi leggerò qualche brano che ritengo possa farvene respirare l’atmosfera e farvi nascere la curiosità di leggerlo.
A quel punto entrerete in gioco voi: servendovi dello spazio che avremo a disposizione nel blog potrete fare domande, commenti, osservazioni sulla lettura da condividere con gli altri e potrete fare tutte le domande che vi piacerebbe fare a chi quel libro l’ha scritto.
Dopo un mese circa infatti faremo una chiacchierata con lo scrittore che costituirà il coronamento della nostra esperienza di lettura ed io cercherò di fare in modo che tutte le richieste, quesiti e dubbi che emergeranno abbiano una riposta e vengano condivisi con l’autore.
Detto questo vorrei sapere prima di tutto se questo progetto vi interessa, vi stimola, se lo trovate utile e, naturalmente, se avete, idee, spunti, riflessioni, fatevi avanti!!
Scrivete a chiara1312@gmail.com
Iniziamo subito con L'Uomo del sorriso, di Patrizia Poli, Marchetti Editore
Musica: http://www.bensound.com
Ella M. Scarlett, "L'albero della vita"

L’albero della vita - La Genesi
Ella M. Scarlett
Genesis Publishing
“In origine il giardino venne creato per ospitare l’uomo e la donna: quella bizzarra mescolanza di carne e spirito che Dio aveva creato di fronte agli occhi attoniti della stirpe celeste.”
Tra passato e presente, mentre la realtà si mescola alla fantasia, i nostri occhi si perdono in vicende antiche e recenti, conosciute e sconosciute.
Eva è lontana dall’Eden, nello spazio e nel tempo; ora è una ragazza condannata a vivere per sempre, nei secoli dei secoli, lontana dal suo Adam, nella speranza di incontrarlo, di riunirsi al suo ish. I suoi sigilli si sono rotti, ecco perché ricorda tutto. Vive una vita simile a quella delle ragazze mortali, normali – quelle che non hanno mangiato una mela scatenando le ire del Signore – però è incompleta, infelice. Lui è la metà della sua mela, il suo senso. Lo ama profondamente, con un’urgenza fuori dal comune. Lo ama perché sono stati creati insieme e insieme sono stati puniti e condannati. Lo ama ma non può abbracciarlo, assaporarne l’odore. Lo cerca, soffre.
Fino al giorno in cui lo vede. È Adam, benché arrogante e strafottente. Lei è la sua ishà. Ma i sigilli di lui sono saldi, ancora integri. Ecco perché non la riconosce. Nel frattempo, mentre lei cerca disperatamente di avvicinarlo, una lotta imperversa. Bene e male. Inferi e Paradiso.
Gli arcangeli e il loro eterno bisogno di servire il Padre.
Lucifiel e la rabbia verso gli umani, la voglia di ucciderli.
Lilith, prima moglie di Adam, e la sua brama di vendetta.
Una lotta che dura da secoli, che per secoli potrebbe durare.
In questa storia, malvagità, vendetta, dolore; anche amore, però, e lealtà.
Regno Celeste e Inferi in guerra.
Chi riuscirà a vincere? A che prezzo?
Arcangeli saggi, demoni urlanti.
E abbiamo il Padre, così amareggiato da una lotta tra fratelli. Così triste per l’arroganza umana. Così saggio e un po’ annoiato. Così poco presente nella vita degli uomini, ma per giusta causa. Così perfetto seppur, è evidente, nell’imperfezione.
“Il Signore era ferito e addolorato a causa sua, a causa della loro lotta e delle perdite che questa aveva provocato. E, anche se aveva ottenuto tutto ciò che pensava di volere da sempre, in quel momento Lucifiel avrebbe dato la propria vita per poter tornare indietro e cancellare ogni cosa.”
Lucifiel è carico di rabbia, è pronto a distruggere quelli che sono i suoi stessi fratelli. Odia gli umani, li disprezza; non capisce perché il Padre li ami così, di un sentimento profondo e autentico. Lui, quegli ingrati, li ucciderebbe. Ma è capace di provare rimorso? Che prezzo ha la sua battaglia?
Morte e vita. Cattivi presagi e speranza. Male e bene.
Marco Saverio Loperfido, "Memorie di un bugiardo"

Memorie di un bugiardo
Marco Saverio Loperfido
Annulli Editori, 2017
pp 225
13,00
Chissà perché, leggendo Memorie di un bugiardo di Marco Saverio Loperfido, mi è venuto in mente Il cimitero di Praga, forse per l’atmosfera strana e cupa. Ma qui Praga non c’entra, qui è Venezia che giganteggia e rappresenta la parte più riuscita dell’opera.
Nella seconda metà dell’Ottocento un truffatore sbarca il lunario spacciando penne, a suo dire appartenute a personaggi famosi. Così facendo viene in contatto con molte figure rappresentative della cultura del tempo, da Melville a Wagner, da Dumas a Nietzsche a Dostoevskij etc. Loperfido è laureato in filosofia e si sente che in questo libro ha riversato molte delle proprie conoscenze. La trama artificiosa e similpicaresca è fin troppo un pretesto per spaziare in campo intellettuale, a scapito della scorrevolezza.
Il protagonista è un amorale che s’imbeve di nichilismo grazie alle sue frequentazioni culturali. La sua vita è un’immersione nella cultura, suo malgrado. C’è, però, un alter ego, il debole prete Gioacchino, che vive per interposta persona e probabilmente non esiste nemmeno. Egli si comporta come una sorta di Bignami della letteratura. Chiuso nella sua stanza, legge al posto del protagonista e riassume per lui, assorbendo avidamente, attraverso narrazioni scritte ed orali, una realtà che la sua condizione claustrale gli impedisce di vivere. Ma è tutto un gioco di specchi, narratore e prete si odiano come possono odiarsi due differenti parti di una stessa persona, quella intellettuale e quella pratica, quella che vive e quella che contempla. Così come nel precedente romanzo di Loperfido, i due protagonisti lentamente si avvicinano fino a confluire, fino a chiamarsi con lo stesso nome, fino a scrivere l’uno la storia dell’altro.
Ma, ripetiamo, il personaggio più riuscito non è il protagonista, né il suo riflesso clericale, né alcuna delle tante figure in cui si imbatte, bensì la città che fa da sfondo, da culla e da cornice, alle vicende, fra calli umide e lo sciacquio delle onde lungo le banchine.
“Venezia è l’unico luogo al mondo per il quale io riesca a provare la stessa cosa che provo per la musica. In queste calli sembra che aleggi sempre una musica, non credete? Venezia è un silenzioso ma incessante concerto a cielo aperto. Visitare Venezia è come calarsi dentro a una sinfonia.” (pag 191)
La città è magica e fantasmagorica, può illuderci e farci vedere quello che non è, creando sosia, riflessi, “false verità”, “falsi amici” e “claude glass”, per tornare al precedente romanzo dell’autore. Senza dimenticare che tutto è narrato, appunto, da un bugiardo.
“Per chi vive a Venezia questo è abbastanza normale e inconsciamente lo sappiamo tutti: la città sull’acqua può, in un istante e grazie ai suoi riflessi, diventare magicamente un vaneggiamento sotto il cielo traslucido.” (pag 68)
Così due personaggi finiscono per chiamarsi con lo stesso nome, così un manoscritto compare, scompare e poi viene riscritto da capo, così una prostituta è smerciata per fidanzata. “Forse anche i fiori, pensai, non sono altro che ingannatori di api”. (pag 115) E nella natura umana, anche nella più elevata, si nasconde sempre quella animale.
Lina Maria Ugolini, "Fuad delle farfalle"

Fuad è una ragazza speciale, è dolce, ed è immensamente forte, benché abbia solo sedici anni. Le farfalle la cercano, volano attorno a lei, le fanno dono della loro leggiadria. Lei le tocca, senza rovinare le ali fini e preziose, e sembra dialogare con loro. Ha l’animo libero, Fuad, è come un soffio di vento impossibile da imbrigliare in regole, convenzioni, restrizioni. Ha vissuto già una vita dura. Ha conosciuto la malvagità umana, quella che porta oscurità e male – male puro e perverso – tuttavia non si è arresa. Lontana dalla sua mamma e tradita da suo padre e dai suoi fratelli, vive con la berbera Kanica. Kanica è saggia, sa sempre cosa dire. Ha tre lune, in fronte, ognuna di esse rappresenta un amore. Pazientemente, si siede con la giovane e le rivela la potenza di quegli amori. Si sofferma sull’ultimo, quello per Naghib, il vecchio con un solo dente e un buffo naso con il quale odorava di tutto. Il loro fu un amore esploso violentemente ma impossibile da attuare, e forse per questo ancor più doloroso. Ora il vecchio Naghib riposa perpetuamente con quella che fu la sua sposa legittima; nelle memorie di Kanica, ormai quieto e denso di malinconia, giace quel sentimento che fu forte quanto il vento che soffia durante una tempesta. Fuad non sa dove sia la sua mamma, ma ben presto sa che è viva. Maisa è viva, la ama, la attende. Sarà difficile raggiungerla, ma Fuad intraprende un percorso per unirsi a quella donna che combatte per rendere il destino delle donne musulmane meno duro, crudo.
«Sono Maisa, il mio nome vuol dire Colei che avanza con passo fiero, colei che non ha paura di nessuno. Lotto da anni per difendere i diritti dei deboli, dei bambini, delle yazide e di tutte le donne. Combatto perché le donne possano sciogliere al vento i propri capelli, studiare, imparare dai libri per migliorare questa nostra terra. […] Noi non siamo nate solo per unirci in matrimonio e servire gli uomini, ma per essere rispettate nell’amore. Sono brocche, le donne, i nostri fianchi conoscono il disegno elegante delle dune, la quiete dell’oasi. Siamo ceste, canestri, ghirlande di verità e mistero.»
Ma presto sorge un problema. Lo sceicco Omair vede in lei una sposa, malgrado la giovane età. È attratto da quella sua leggiadria, da quel suo rincorrere le farfalle. La sua giovinezza lo tenta, lui che di giovane non ha più nemmeno il cuore e l’animo. Sta per prenderla con la forza – e le grida di lei non lo scuotono – quando un misterioso uomo la salva.
È un tuareg, e l’indaco è il suo colore.
Ma soprattutto è Jamil, il suo amico d’infanzia. Ben presto i due si rendono conto che si possono perdere uno negli occhi dell’altro e che il contatto tra le loro mani genera qualcosa di più forte dell’elettricità. Si amano.
«Mi ami, Fuad?» le chiese di nuovo Jamil.
Fuad lo guardò e l’azzurro dei suoi occhi toccò la pelle di Jamil.
«Se l’amore è un fiore io ti amo perché sui fiori si posano le farfalle. Se l’amore è il cielo ti amerò solo se le mie farfalle potranno volare.»
Sarà difficile. Sono in cammino e gli ostacoli sono dietro l’angolo. C’è guerra, disperazione, c’è restrizione. C’è repressione.
In questa storia che si legge con un groppo in gola, c’è coraggio, forza – la forza delle donne.
Donne che non possono esistere, se non per i bisogni dell’uomo; donne che vengono maltrattate, umiliate, violentate, uccise; donne delle quali il parere non vale.
Donne che potrebbero vivere al pari degli uomini ma che non possono farlo, relegate in un angolo e defraudate della propria dignità. Donne senza un’identità.
Donne che combattono, impavide e forti. Donne come Maisa, combattenti nate. Senza timore, sfida le leggi del suo popolo. Mette la sua vita a disposizione affinché le cose cambino, affinché le donne possano essere come gli uomini, possano essere libere.
Si parla anche di uomini: si sa, chi non si conforma alle regole non ha buona vita, in certe parti del mondo.
Ab aveva imparato a non rispondere a suo padre, la musica rappresentava il suo mondo, un mondo dove essere libero. Si sentiva una donna sigillata in un corpo inopportuno. Era questo dolore che la sua voce cantava, il lamento di una prigioniera chiusa in una torre alta fino alle nuvole, un canto che negli anni aveva cessato d’essere tormento per accogliere il languore della rassegnazione.
C’è anche molta saggezza, in questo testo che odora di mistero, di comprensione, di verità.
L’amore di Jamil per Fuad va oltre ogni credenza musulmana. È puro, vero. È un amore dolce che si nutre di dialogo, di occhi negli occhi e di mani che si stringono con forza. È un amore che odora di per sempre e di giuramenti non ancora pronunciati. È la sua sposa pur non essendolo, non ancora.
«Un giorno dovrai giacere con una donna» gli aveva detto una volta il beduino Gedin «ti stringerai al suo corpo e lei al tuo. Ricorda però che devi essere ciò che sei, senza inganno, perché non basta essere nudi per mostrarsi nudi. Amerai veramente solo se saprai chi sei ed è questo segreto che dovrai confessare nell’estasi del tuo cuore, così che la tua donna confesserà a te il suo amore e questo amore diventerà nettare di vita per entrambi.»
È crudo, è vero, è una fiaba fatta di realtà.
È la storia di una combattente, Fuad, una combattente che amava le farfalle.
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