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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

recensioni

Andrea Vivaldo, "Moby Prince, la notte dei fuochi"

15 Ottobre 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #il mondo intorno a noi, #vignette e illustrazioni

 

 

 

 

Moby Prince la notte dei fuochi

Andrea Vivaldo

Becco Giallo, 2010

 

Primo saggio-inchiesta a fumetti in cui mi imbatto e che segnalo con molto piacere. Basato sul libro di Fedrighini che nel 2006 fece riaprire dopo 25 anni di silenzio e sentenze indegne il caso del Moby Prince, che non è uno tra i tanti incidenti marittimi della cronaca, bensì il più grande disastro della Marina Civile italiana ma soprattutto entra di diritto insieme ad Ustica nel novero dei "misteri italiani". La notte del 10 aprile 1991 il Moby Prince salpa dal porto di Livorno, rotta per Olbia. Ancora in rada urta la petroliera Agip Abruzzo che le riversa addosso cascate di petrolio (o nafta? Una delle tante cose mai chiarite) incendiandola. Da subito i soccorsi si muovono solo per la petroliera il cui equipaggio verrà tratto in salvo mentre i 140 tra passeggeri ed equipaggio del traghetto moriranno carbonizzati o asfissiati da ore di esalazione di monossido di carbonio. L'inchiesta chiusa frettolosamente in 11 giorni dirà che la nebbia e la negligenza del Comandante Chessa, che guardava la Juve in TV invece che pilotare il traghetto, hanno causato la tragedia. In realtà, a parte che filmati d'epoca mostrano una notte tersa, vi saranno in successione una serie di depistaggi e strani incidenti: scompare la scatola nera del Moby Prince, brucia a tre giorni dall'incidente il registro di bordo dell'Agip Abruzzo, non si conoscerà mai con esattezza il ruolo e il numero delle navi in rada quella notte né il ruolo della base americana di Camp Darby lì vicino. L'unico superstite, il mozzo, non darà mai una chiara versione dei fatti, è l'unica VHS integra di un passeggero ritrovata verrà manomessa. E su una di quelle navi indagava Ilaria Alpi che 3 anni dopo avrebbe trovato la morte in un attentato col collega Hrovatin in Somalia. Cosa è davvero successo quella notte e che connessioni ha con altri "misteri d'Italia"? Non lo sapremo mai temo, ma opere come questa servono soprattutto, oltre che a divulgare, a "tappare i buchi" di una giustizia e uno Stato assenti per troppo tempo.

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J E. Douglas, Mark Olshaker, "Mindhunter"

12 Ottobre 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #il mondo intorno a noi

 

 

 

 

 

Mindhunter

John E. Douglas Mark Olshaker

Longanesi, 2017

 

Saggio autobiografico che racconta vita ma soprattutto professione di John E. Douglas, uno dei primi “profiler” del FBI insieme a Robert Ressler. Alle loro figure si sono ispirati per serial quali “Mindhunter” o “Criminal minds” in quanto hanno letteralmente rivoluzionato il BAU (Behavioral Analysis Unit) da loro diretto per anni. Il libro si divide nettamente in due parti: la prima di 50-60 pagine, evitabilissima, che descrive la vita di Douglas prima di giungere al Bureau e che è però interessante per capire i meccanismi del mondo di lavoro americani, in quanto il più famoso Agente Speciale dei suoi tempi non si è mai laureato in psicologia o materie affini, è stato assunto solo perché aveva buone doti d'introspezione nelle menti altrui, e la seconda con la descrizione del suo lavoro e relativi casi di cronaca. Questo è il primo punto nevralgico che viene toccato da Douglas: egli infatti ammette che le sue doti, che gli consentono d'immedesimarsi in menti patologiche, sono le stesse che gli consentirebbero di fare del male se lo volesse. Il bene e il male sono spesso separati da una linea sottilissima ma soprattutto chi esercita il male a qualunque livello lo fa consapevolmente perché non può ignorare che le sue azioni procurano danno al prossimo. Da qui una visione molto “radicale” della punizione dei criminali favorevole alla pena di morte. Douglas ispirò anche la figura del capo di Clarice Starling ne Il silenzio degli innocenti e lui stesso narra che l’attore che doveva interpretarlo, Scott Glenn, democratico e contrario alla pena capitale, cambiò idea quando Douglas gli fece ascoltare il nastro di un’adolescente registrata dai suoi torturatori mentre la seviziavano con pinze e martello. L’audio pare sia la prova del nove per capire quanto una giovane recluta sia adatta a sopportare il lavoro. Il libro, pur non crogiolandosi nella crudezza e nella pornografia della violenza, dà una sconcertante e agghiacciante panoramica di ciò che certi individui sono stati in grado di fare ad altri esseri umani nel corso dei decenni e questo è un altro suo punto forte: se il lettore non lo aveva fatto prima, con certe descrizioni perde definitivamente l’innocenza. Esistono là fuori un mucchio di persone che traggono piacere dal controllare altri esseri umani, psicologicamente o fisicamente, fino a ridurli a veri o propri schiavi o ad ucciderli o mutilarli nel copro o nell’animo. E la maggior parte di loro sono ovviamente insospettabili, sennò non farebbero tante vittime. Se leggere il libro e cercare sui motori di ricerca i casi descritti è straziante, è assai disturbante fare la conta del numero di casi mai risolto e degli assassini attualmente a piede libero in mezzo mondo. Poco per cui stare allegri. Altro punto a favore del libro è che Douglas accumulò così tanta conoscenza sui serial killer grazie alla brillante idea di andare ad intervistare coloro che ancora marcivano nelle prigioni di Stato in attesa della morte, naturale o procurata dal Governo. Insomma, costui è andato a sciropparsi ore e ore di crudeltà, efferatezze, ragionamenti da sociopatico, in alcuni casi vanterie da parte di questi individui che egli definisce sempre e solo in un modo: NULLITA’. Individui che nel nostro immaginario collettivo sono assurti al rango di mostri che turbano le nostre notti per gli scempi che hanno fatto delle vite umane che hanno troncato, uno su tutti Charles Manson le cui “gesta” ancora si ricordano, vengono definiti come nullità, in quanto se fossero qualcosa, se avessero una vita degna di essere vissuta, una dote, un talento, un briciolo di qualsiasi cosa li avvicini ad essere umani, non ricorrerebbero alla distruzione di vite altrui. Chi è crea, chi non è, distrugge, insomma. E’ consolatorio? Per me molto. Fa rivalutare anche il dolore che ci hanno inflitto piccoli esseri meschini che abbiamo incontrato nella nostra circoscritta realtà: paradossalmente loro cercano di annientare chi “è”, per cui occorre un ribaltamento di prospettiva sull’importanza che si dà a questi individui. In conclusione è un saggio che mi sento di consigliare solo a chi è davvero appassionato al tema delle scienze comportamentali, alla criminologia e ha abbastanza pelo sullo stomaco per tollerare le storie descritte, purtroppo tutte vere, anche quando paiono al limite dell’incredibile, non dimentichiamolo mai.

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Alain Deneault, "La mediocrazia"

9 Ottobre 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #saggi

 

 

 

La mediocrazia

Alain Deneault

Neri Pozza, 2017

 

Un filosofo canadese espone, attraverso una serie di articoli precedentemente pubblicati su riviste e riuniti in questo saggio, la sue teoria di come i “mediocri” abbiano silenziosamente ma indubitabilmente preso il potere nel mondo cosiddetto civilizzato nell’ultimo secolo. I mediocri, beninteso, non sono coloro che stiracchiavano la sufficienza a scuola, sono invece coloro che mirano ad avere una società letteralmente “piallata” nelle esigenze e nelle competenze, in cui la cosiddetta gaussiana sia ridotta ad una curva a spillo in cui tutti ci ammassiamo volenti o nolenti. Burattini, fatti in serie, programmati, annullamento delle peculiarità, dei desideri, delle idiosincrasie o delle attitudini personali: questo richiede oggi il mondo, sia dello studio universitario, sia del lavoro. E per ottenerlo occorre ovviamente una collaborazione della politica che, osservando soprattutto i recenti risultati delle votazioni in tutto il globo, non ci offre un panorama confortante in merito a coloro che decidono per noi. Non siamo più persone, bensì’ “massa”, una specie di blob informe che deve adattarsi al recipiente in cui viene stipato. Essendo il libro una raccolta di articoli, ognuno potrà trovare il campo in cui ha potuto sperimentare la mediocrazia sulla propria pelle: chi ha cercato recentemente di inserirsi nel mondo del lavoro si sarà reso conto che anche ad un misero impiegato del catasto viene chiesta “alta competitività” (ma per cosa?), “capacità di lavorare in squadra” (fortuna che lo chiedono, sia mai che il chirurgo decida di iniziare l’intervento prima che arrivi l’anestesista), “ottime capacità relazionali” (anche qui, che ti aspettavi? Che sfanculassi tutti i clienti?). Se sei onesto, cooperativo in senso umano oltre che produttivo (e chi ha lavorato in ambienti numerosi sa quanto la competitività stronchi il lavoro rendendo l’ufficio un inferno) non gliene può fregare di meno a nessuno. E fino a qui credo che molti possano trovarsi d’accordo, non sono nemmeno novità, vengono solamente evidenziate molto bene. Purtroppo il saggio di Denault qui raggiunge il suo apice e anche la sua morte perché la sua “analisi”, basata fondamentalmente su fatti politici e di cronaca canadesi e francesi e quindi relativamente poco conosciuti, si arena mostrando tre fondamentali e macroscopici difetti.

1 Critica ferocemente il ‘900 in quanto secolo che ha permesso ai mediocri di prendere il potere, ma non solo non spiega bene “come” ma sembra dimenticarsi che quello stesso secolo è stato il calderone da cui sono scaturiti le più importanti conquiste sociali per l’uomo: suffragio universale, diritto di uguaglianza tra sessi e etnie. Non mi pare poco.

2 Le motivazioni di Denault, consapevolmente o meno, scorrono sul filo del complottismo: BigPharma, poteri forti nell’ombra, Premier “spinti” da oscure entità finanziarie e bancarie. Una mente un po’ troppo fervida potrebbe interpretare in maniera disastrosa certe affermazioni, senza porsi i dubbi del caso.

3 Quali soluzioni allo sfascio imminente? E non è una domanda retorica, chiedo perché Denault si dimentica proprio di proporne, eccetto un generico “sta al singolo opporsi al sistema”. Ah beh. Se poi il singolo soccombe e resta magari senza lavoro per essersi opposto pazienza, sarà una vittima sacrificabile. Un po’ “mediocre come ragionamento”

In definitiva un’idea interessante che arranca sia per la struttura stessa del libro, slegata e frammentaria, con troppi riferimenti ad una politica nazionale (quella canadese), sia per i motivi sopraelencati. Aggiungo che per un cittadino italiano medio è francamente incomprensibile come uno dei Paesi più vivibili al mondo quale è il Canada possa essere descritto come mediocre, noioso o asservito a delle logiche economiche o politiche al limite della sopportazione. Sarà pur vero, ma per sicurezza inviterei Monsieur Denault a vivere un anno in Italia, magari il prossimo libro sarà “La Pessimocrazia”.

 

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Hector German Oesterheld e Francisco Solano, "L'eternauta" e "L'eternauta il ritorno"

7 Ottobre 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #vignette e illustrazioni

 

 

 

 

L'eternauta e L'eternauta il ritorno

Hector German Oesterhel e Francisco Solano Lopez

Edizione originale 1957-59

 

Settima rilettura per il primo da 12 anni a questa parte e prima del sequel. L'Eternauta è un capolavoro e non del fumetto, ma della Letteratura mondiale. Attraverso una storia che solo superficialmente può essere incasellata nella fantascienza, narra un futuro distopico per il 1957 (anno dell'inizio della pubblicazione a puntate) ma che sarebbe divenuto realtà il 24 marzo 1976 con l'inizio della sanguinosa dittatura Argentina e che l'anno successivo vide il nome di Oesterheld tra quelli dei desaparecidos e quelli di quasi tutta la sua famiglia, figlie e nipoti compresi, nel lungo elenco dei morti assassinati dal regime o dei minori sottratti alle famiglie e affidati altrove. L'Eternauta compare una sera di agosto sulla sedia dello studio di Oesterheld, ritratto ma mai chiamato col suo nome, e narra gli eventi che, nel 1963, anno ancora a venire, ha già vissuto. Un'invasione aliena, cominciata con una neve letale al solo tocco che ha devastato Buenos Aires, costringe lui e i suoi amici da una vita ad unirsi alle milizie per combattere gli spietati invasori, i "loro". In realtà "loro" vengono sempre e solo nominati ma mai graficamente rappresentati: chi distrugge, uccide e organizza la guerriglia sono i "mano" (kor nell'altra traduzione) che comandano a distanza i giganteschi gurbos e i famelici cascarudos. I mano, popolo amante della bellezza, sono stati sottomessi dai Loro che ne hanno distrutto il pianeta e si definiscono gli schiavi peggiori perché dominati dalla paura, la quale può ucciderli nel momento in cui tentano di ribellarsi ai loro dominatori. I protagonisti incontrano nemici e avventure di ogni tipo, la grandezza della storia risiede proprio nell'incrollabile speranza che resta sempre accesa nei loro cuori nonostante ogni azione degli umani si riveli un fallimento, speranza che consente loro di perseverare e combattere per la salvezza umana. Metafora di una situazione politica tesa che portava già ai tempi della scrittura del fumetto i semi velenosi che sarebbero germogliati 15 anni più tardi, eppure dopo 60 anni l'Eternauta ancora stupisce per come ha "predetto" non solo il golpe, non solo il raccapricciante metodo di rastrellamento delle persone negli stadi, ma anche per come ha colto una certa involuzione dell'umanità che oggi vediamo chiaramente, fatta di manipolazione da parte dei mass-media, scarsa cooperazione tra esseri umani (concetto poi ripreso mirabilmente da Watchmen) per il mantenimento di un buon livello di vita per tutti e della conservazione del pianeta, diffidenza tra gli oppressi, entità che tendono a controllarci e annientarci nell'oscurità tramite loro emanazioni. Grande delusione invece per il secondo capitolo che perde quasi tutto il fascino della storia originale, trasformata a mio parere in un vero fumettone di avventura con non poche incongruenze, salti logici e una durezza e amoralita del protagonista che francamente stride con il capitolo precedente.

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Don Robertson, "L'uomo autentico"

1 Ottobre 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

L'uomo autentico

Don Robertson

Nutrimenti, 2016

 

 

Più che dalle parti della periferia americana qui siamo ai confini dell'umanitá come coordinate. Tutti abbiamo presenti quelle dolci vecchine con la crocchia grigio-violetta e le rosee gote che trascorrono interi pomeriggi a sfornare crostate ai mirtilli e gli anziani che a tutto possono rinunciare fuorché alla salutare corsetta mattutina per tenersi in forma. In questo libro però non ci sono. I protagonisti sono tutti vecchi ma discretamente decrepiti, pieni di acciacchi i cui sintomi vengono descritti in tutta la loro miseria. Inoltre fanno un sacco di sesso, cosa che destabilizza non poco la visione edulcorata e patinata della terza età di cui noi ingenui occidentali ci facciamo spesso latori, visione secondo cui anziani e bimbi sono come gli angeli. In questo romanzo i vecchi non fanno manco sesso bensì scopano, chiavano, fottono, magari con cinquantenni discinte che si fanno fare sveltine in un vano lavanderia, o si fanno masturbare da ottuagenarie amanti dei film porno. È già abbastanza nauseante, sì? Allora non proseguite. Perché il fulcro della storia è Hermann, settantenne con la prostata a pezzi, che attende che sua moglie Edna,  ridotta ad un cranio a palla di biliardo con le vene in evidenza, si faccia portare via dal cancro o dalla chemio, purché la sua agonia cessi. Prima che ciò accada la donna gli svela un segreto: Billy, l'unico figlio che hanno avuto, morto adolescente dopo anni di stenti causati dalla meningite spinale, non era suo figlio biologico. Mentre lui tradiva la moglie, nel rispetto dello stereotipo del camionista, con chiunque, lei lo ha fatto solo con un altro uomo, partorendo poi il frutto dell'atto immorale. Quando la moglie spira, Hermann si rende conto che della sua vita prossima alla fine gli resta solo un pugno di giorni di cui non sa nemmeno bene cosa fare. Tutto ciò che ricorda, per cui ha vissuto, pianto o gioito erano menzogne o illusioni. Ripercorrendo la propria vita con i ricordi si rende conto della sua totale insensatezza. Ma ha un'illuminazione: non è la vita ad essere priva di senso, siamo noi che non abbiamo il libro delle istruzioni. Decide quindi di scriverlo lui, usando il piombo al posto dell'inchiostro e la pelle umana al posto della carta. Si spalancano quindi le ultime inattese 30 pagine che fanno capire al lettore perché questo scrittore sia tanto amato da King che lo ritiene il migliore in assoluto. Prosa scarna, linguaggio infarcito di volgarità e similitudini scatologiche rendono questo romanzo non adatto a tutti, soprattutto per l'inevitabile senso di vuoto e inutilità che si percepiscono lungo l'intera narrazione. Si può non condividere il punto di vista ma occorre arrendersi alla verosimiglianza della storia.

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Francesco Gazzé: il sentimento come ragion di scrivere

30 Settembre 2017 , Scritto da Pietro Pancamo Con tag #pietro pancamo, #recensioni

 

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Il terzo uomo  sulla luna

Francesco Gazzè

 

Baldini, Castoldi , Dalai, 2002

 

 

C’è un’acuta distanza (quasi totale, cioè irreversibile o giù di lì) fra i sentimenti e il mondo attuale… Al punto che ognuno di noi (se fosse onesto) si dovrebbe inquisire schiettamente, sottoponendosi magari a un discorsetto accusatorio tipo questo: “Dove finisce la televisione e dove comincia la mia identità? Ahimè, non resta più alcun confine di riconoscimento…”.

Chi lo sa: probabilmente, peggiorando in circolo (e continuando quindi, previa tv, a involversi dai sentimenti alle pulsioni, dall’intelligenza alla scimmia) la razza dominante del nostro pianeta ritornerà, spiritualmente parlando, allo stato selvaggio e brado, da umana che era.

E nel frattempo, l’arte che fa? Non ci salva? Sfortunatamente no, accidenti! Dal momento che, complice ancora il piccolo schermo, è ormai decaduta a cabaret, rivestendosi forse di motti arguti, ma anche di sfondoni assortiti, veicolati da un italiano, drasticamente ridotto al rango degradato di dialetto nazionale, buono per tutte le ignoranze e sgrammaticature.

Certo, per fermare il collasso, ci vorrebbe qualcuno in vena e in grado di dare l’esempio. Sì! Ecco la soluzione! Qualcuno ci vuole, che scriva e rifletta. Qualcuno che, discosto dalla massa e dalla tv, abbia una ricezione infallibile del cuore in genere e non delle emittenti varie.

Qualcuno, insomma, come Francesco Gazzè.

Dunque… fratello e paroliere com’è di Max il cantante e musicista, il Francesco in questione ha esordito in proprio nel campo della prosa, pubblicando nel 2002 (per i tipi della casa editrice Baldini&Castoldi, in seguito ribattezzatasi Baldini Castoldi Dalai) un volume di racconti, suggestivi e corti: Il terzo uomo sulla luna.

Che dire mai di quest’opera prima, che non ha mancato, naturalmente, di riscuotere lettori e commenti lusinghieri?

Beh per cominciare, non soffre d’illusioni Francesco Gazzè; anzi i dolori, appresi dalla vita, gl’insegnano a valutare (se non “auscultare”, addirittura) desideri, angosce, perplessità: la sua voce è composta d’inflessioni melodiche e, attraverso le pagine del libro, s’articola secondo le direttive di una salda ironia analitica, pronta a sublimarsi in acume poetico. Utilizzarlo (nell’attimo di un foglio, nel volgere di un libro) per catturare la libertà (dell’immaginazione) e farne sentimento, è facilissimo per l’autore. Egli sottrae alla forza isterica del giorno, della vita corrente e d’ordinanza la propria indole d’artista, aggira l’esuberanza maligna di pene e ansietà (che sono energia, adrenalina del dolore) per librare nella dimensione estatica della fantasia, fiabe d’incanto.

Mai sovrastate dall’affanno, quelle emozioni di pura leggerezza irradiate dal suo animo trovano respiro in novelle delicate e lievi, in tenui parole e trame carezzevoli che indulgono, talvolta, all’ariosa ecletticità del sogno.

Balza l’inchiostro da un racconto all’altro formando personaggi azioni ambienti, mentre nasce la pagina, come una lega metallica, dal miscuglio di lettere e bianco.

I segni e le pause rispettano i confini di storie fluenti e testi brevilinei che, senza cedere alla verbosità (ma con l’aiuto, nondimeno, di armoniose volute sintattiche), illustrano malinconia, gioia e dubbio.

Quindi sentimenti multiformi che, trasfigurati dall’ironia onnipresente, diventano profezia d’amore e riscatto umano, impreziosiscono il tessuto letterario di queste novelle e, intanto, sogni attraversano rapiti lo spazio di carta, per mutare in musica le parole e allietare le pagine con melodie narrative, pervase di sole.

Un sole inconfutabile che non splende a vanvera e, al contrario, sa illuminare (con cognizione di causa) la bravura di Francesco Gazzè, scrittore ben diverso da quelli che, discutibilmente, trascorrono la propria esistenza – intera ed effettiva – alla ricerca ossessionata d’interviste o trasmissioni, da cui lasciarsi ritrarre nell’atto retorico (persino narcisistico) di sproloquiare, di soffrire, d’incensarsi.

No: Gazzè si mostra, e dimostra, individuo di tutt’altro stampo e identità. Prova ne sia che, ne Il terzo uomo sulla luna – distinguendosi senza tregua o sosta da coloro (forse gli scrittori suddetti, per l’appunto!) che spesso raccolgono frasi, periodi e complementi in organismi grammaticali incapaci di poesia – trionfa, impeccabile e sincero, nel compito di “imprimere” corpo e consistenza a sistemi di parole, che ora si presentano a forma di nostalgia, ora di sorriso, ora di filosofia. Quella ad esempio, birichina e suadente, che dando segni d’ironia, impregna – “impastandolo” di sé – il brano intitolato Prima del gong:

 

Assalito ovunque dalle sue farine, il giovane fornaio era tutto bianco come Pulcinella. Impastava energico la prima luce del giorno affondandoci le dita e il peso del corpo, colpendo l’impasto chiaro con gli schiaffi e poi lisciandolo sul palmo della mano quasi pentito, per trarre da esso qualcosa di buono, una forma. […] Anche una piccola radio portatile prendeva parte al lavoro [...] Sempre accesa sulla mensola più in alto [...] sancì, quella volta, la fine del mondo: per mezzo di una voce senza suono, lo speaker annunciò, interrompendo una nota trasmissione di musica leggera, che il pianeta stava implodendo a causa di un improvviso vuoto d’aria formatosi intorno al suo centro, e che in quelle ore la crosta terrestre aveva già iniziato ad accartocciarsi lentamente come la buccia di una pera marcia. Proclamava ciò in preda a una specie di terrore isterico che aumentò come una febbre a ogni parola. Riuscì comunque a precisare che i migliori geologi di ogni continente erano concordi nell’affermare con limitato margine di errore che all’intera umanità non restava più di mezza giornata prima della fine […] Il fornaio separò le mani dall’impasto, le avvolse in un panno asciutto prima di strofinarle davanti alla faccia come una mosca, andò alla finestra a controllare il panico che intanto s’era impossessato delle poche persone già sveglie in città. Se ne aggiunsero altre, e lui le osservò per l’intera mattinata affannarsi a realizzare subito sogni che tenevano chissà da quanto tempo incalcati nelle membra. Tutti insieme, in fretta, di corsa, alla rinfusa… prima del gong! […]”.

 

Lo si può inevitabilmente constatare: attraverso la “parabola” del fornaio, il racconto appena citato configura Francesco Gazzè come attento e minuto osservatore delle piccole cose, ch’egli delinea e traccia con snella incisività, manifestando un talento notevole di cronista “accorato”, superlativamente preso a studiare i contorni e il nucleo della realtà, per “rigovernarli in codice” con l’intervento e l’appoggio della fantasia.

Insomma, si cede quasi alla tentazione di vederlo – il nostro autore – come perennemente affacciato ad una finestra china sulla vita: sì, eccolo mentre (bloccandosi nel pieno raggio della finestra aperta) s’impone allo sguardo dell’aria e cerca di essere la pupilla del vento, per scoprire così gli uomini nelle infinitesime particole dei gesti. Risultato eccellente e lirico: Gazzè riesce in questo modo ad avvolgere, nei propri occhi di narratore, la vicenda complessiva delle persone comuni e quotidiane, con tutte le loro ansie, egoismi e volatili euforie. Che sono, in ultima analisi, i sottomultipli delle ore.

Chiaro dunque come il suo libro, altro non sia che un’antologia di contenuti e sostanze variegate: so-stanze da pranzo, di cui il lettore deve cibarsi (masticando a fondo col cuore e la mente) per mitigare la notte reciproca, instauratasi – ormai da troppo – fra l’uomo e i sentimenti.

 

 

 

-di Pietro Pancamo (pipancam@tin.it; pietro.pancamo@alice.it)-

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Aldo Dalla Vecchia, "Abracadabra"

19 Settembre 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

Abracadabra

Aldo Dalla Vecchia

 

Pegasus Edition, 2017

pp 117

 

Aldo Dalla Vecchia, più che scrittore o autore televisivo, è principalmente giornalista, il mestiere che voleva fare fin da piccolo. E con Abracadabra torna alle origini: venti interviste a personaggi noti del mondo dello spettacolo. Le domande hanno a che fare con la rivista Mistero, di cui Dalla Vecchia è collaboratore, e  riguardano il paranormale, la spiritualità, la religiosità. Vanno, insomma, a scandagliare il lato più privato della mente umana, dove risiedono le verità personali e nascoste di ognuno di noi, ciò che pensiamo della vita, della morte, di Dio.

Colpisce – come anche in Piccola mappa della nostalgia – la capacità di trasformare piccoli accadimenti, piccoli ricordi, piccole (ma anche grandi, visto i temi trattati) realtà in qualcosa di mitico che, non sappiamo nemmeno noi perché, ci catapulta indietro, in un passato quasi favoloso. Così come quando Enrico Beruschi ricorda il passaggio dalla televisione di stato a quella fantasmagorica di Mediaset. Nel libro si parla di trasmissioni allora d’avanguardia e cult come Non Stop e Drive In, ma anche di rapporto con Dio, di colloqui con papi, di superstizione, di dogmi, di ricerca profonda di fede e spiritualità, come nel caso di Al Bano colpito dal grave lutto familiare o di Diego Dalla Palma, sempre più isolato e meno mondano. Ci sono anche personaggi a mio parere antipatici e criptici – che forse non nascondono nulla se non il bisogno di fare qualche soldo e acquistarsi un po’ di fama- come Lory Del Santo, o assolutamente sopra le righe e insopportabili come il Divino Otelma. Ma in tutti appare un bisogno comunque di ricerca, di speranza e di qualche cosa che non sia solo la materia. E per molti sensibilità equivale a sofferenza.

Il tutto è esposto con la consueta delicatezza e leggerezza di tocco, tratti che riescono a rendere gradevole, non pesante ma nemmeno futile, qualunque argomento. Lo stile è sciolto, piacevole, molto scorrevole, il libretto si legge in fretta, presi, come sempre nel caso di Dalla Vecchia, da un interesse che non sappiamo neppure da dove scaturisca, forse proprio dal suo modo di scrivere elegante e ingenuo insieme. Anche il titolo stesso, Abracadabra, ammanta di levità e magia argomenti profondi come la metempsicosi, il ruolo della chiesa cattolica o l’omosessualità.

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Cesare Lo Monaco, "Matita fuori margine"

16 Settembre 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #vignette e illustrazioni

 

 

 

Cesare Lo Monaco

Matita fuori margine

Edizioni Sensoinverso

www.edizionisensoinverso.it

info@edizionisensoinverso.it

Pag. 140 - Euro 14

 

Cesare Lo Monaco, in arte César, non lo scopriamo certo noi, non è un debuttante, viste le sue collaborazioni al Corriere dei Piccoli, Smemoranda, Il Messaggero dei Ragazzi, Panorama..., ma fa pensare che per pubblicare una raccolta di graffianti  e incisive vignette debba ricorrere a un piccolo editore. I gusti del pubblico stanno cambiando al punto che il fumetto comico - satirico non ha più lettori oppure i nostri grandi editori si sono acquietati sui guadagni certi rinunciando alla loro funzione di stimolo culturale? Per noi è buona la seconda, ma resta un'opinione, che può essere smentita. D'altra parte vediamo che sono tornati in edicola Popeye e Cocco Bill, cosa che fa ben sperare per il futuro del fumetto umoristico.

Lo Monaco è più un vignettista scuola Giuliano e Forattini che un disegnatore di fumetti, i suoi lavori a tavola unica non prevedono un personaggio fisso, ma in primo piano ci sono le famiglie, i giovani amorfi che popolano il quotidiano, di tanto in tanto tornano i ragazzi al cellulare, gli studenti svogliati, gli amori via internet, ma protagonisti delle tavole sono gli uomini contemporanei. L'artista critica quel che siamo diventati - che è sotto gli occhi di tutti - un popolo di connessi, incapaci di comunicare con le parole e con gli sguardi, ma sempre intenti a dialogare on line, magari con perfetti sconosciuti. Battute divertenti, mai fini a se stesse, qualcuna lascia un sapore amaro in bocca, perché la scopriamo vera, ci rivediamo i nostri figli, la realtà in perenne cambiamento, forse non proprio verso un mondo migliore. Ed è questo il compito della satira, un genere che in Italia ha vissuto alterne fortune e del quale si sentirebbe il bisogno del ritorno, magari con una bella rivista da edicola come quelle di un tempo (Cuore, Tango, Il Male, persino Comix). César non usa la striscia e neppure la tavola domenicale ricca di vignette, risolve tutto con stile rapido in una sola battuta, graffiante, senza scadere mai a livello di barzelletta. Matita fuori margine è una raccolta di piccole storie di vita quotidiana, un lavoro interessante e soprattutto divertente, che ci permette di capire un po' di più come siamo diventati.

 

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

 

Cesare Lo Monaco, "Matita fuori margine"Cesare Lo Monaco, "Matita fuori margine"Cesare Lo Monaco, "Matita fuori margine"
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Chiara Parenti, "Con un poco di zucchero"

13 Settembre 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

 

 

 

Con un poco di zucchero

Chiara Parenti

 

Rizzoli

 

Matteo Gallo ha trent’anni ed è molto, molto amareggiato. La sua carriera da giornalista è sfumata per colpa di un tradimento e di una buona dose di impetuosità e il suo nuovo romanzo è fermo; la vista di quella pagina bianca come la neve gli provoca spasmi di ansia. Blocco dello scrittore, si suppone. O sarà che è costretto ad abitare insieme alla sorella Beatrice – avvocato penalista, cinica e dura – e alla sua prole? I due ragazzini, Gabriele e Rachele, sono la quintessenza della malvagità e dell’iperattività; nemmeno le tate più forti, quelle con il pugno di ferro, sanno resistere: tutte scappano, e a gambe levate, per giunta. Matteo li chiama “loro” o “gli hobbit”; mai per nome – come se fossero creature tanto diverse da lui da non poter essere chiamate con un appellativo umano –. Quando l’ennesima babysitter scompare, ne arriva una nuova. Matteo le apre alla porta, dopodiché la guarda con occhi sgranati. Katie Baker è bionda e bella, sì, ma ha qualcosa di strano. Eccessivamente entusiasta per ogni cosa, si muove con leggiadria, saltando ed emettendo gridolini per ogni cosa. Non parla quando sale le scale – non può, confessa, perché mentre sale conta i gradini – e i colori che porta indosso sono vivi, accesi. È una specie di fata buona dell’allegria, insomma. Tiene un blog; in esso racconta di mondi incantati e vicende fatate. I bambini si affezionano, Beatrice la adora. Matteo invece – così insoddisfatto della sua vita triste e grigia – la odia. E allora cos’è quella sensazione? Ma sì, intendo quella sensazione che gli attanaglia le viscere quando pensa al suo fidanzato, che lo porta a pensare a lei con il sorriso, che gli fa saltare un battito del cuore quando lei lo osserva… cos’è? Lei ha gli occhi grandi come fanali, luminosi e vivi; quando lui la guarda, tutte le tessere del puzzle tornano al proprio posto. Lei è un respiro d’aria fresca in un tunnel di fumo. Lei è la Con un poco di zucchero felicità. Lei è la libertà.

Chiara Parenti tesse una tela che, complice l’ironia con cui è capace di impreziosire ogni frase, resta impressa; la storia d’amore tra Matteo e Katie è un vulcano di energia, di emozione. Humor e quotidianità troneggiano sempre, nei suoi romanzi; inoltre un occhio di riguardo è sempre dato alla crisi che attanaglia i ragazzi di oggi costringendoli a una strenua ricerca di un proprio posto nel mondo. Un romanzo per giovani, che parla di giovani con linguaggio da giovani.

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Dall’Isonzo a Mladà Boleslaw di Italo Maffei

9 Settembre 2017 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #storia

 

 

L’Associazione Carsoetrincee propone questo memoriale di Italo Maffei, ufficiale modenese nella Grande Guerra. Il suo scritto è stato ristampato dopo la prima edizione del 1968 uscita a tiratura molto limitata; sicché ora gli appassionati possono accostarsi a un memoriale pressoché sconosciuto. Maffei fu impegnato sul medio Isonzo, sull’altopiano di Asiago e sul Carso; si distinse, infine, sulla Bainsizza nell’agosto del 1917.

Ufficiale e uomo di trincea, ci affascina con uno stile per nulla inferiore a Carlo Salsa e al suo notissimo Trincee. Il racconto di Maffei aggiunge una nota di vivacità o passione in ogni evento del logorante stare nelle prime linee. Tante cose parlano di morte, ma la distruzione è talmente costante da investire tutto, il paesaggio, i vivi e anche i caduti in un certo senso riavvicinati ai vivi da un comune patire senza fine:

 

È tutto un caos di cose morte, ma terribilmente vive e presenti che ci avvolge (..) Ci sono qua e là dei morti insepolti e anch’essi vivono una loro vita terribile nelle tragiche pose, supini, arrovesciati,  aggomitolati, protesi taluni, ancora in uno slancio felino (..) altri ancora maciullati, coi volti che pare che ridano biecamente e minaccino”.

 

La vicinanza del nemico impone vigilanza, estrema attenzione verso i subordinati, riposo minimo. Con il suo stile vivo l’autore ci trasmette questa tensione, vivacizzata dal rapporto franco con l’attendente Balestri, abbastanza simile al Benvenuto attendente di Mario Muccini, altro notevole  memorialista che ci ha lasciato lo splendido Ed ora, andiamo!. Ma sono tanti i temi affrontati; il rapporto con i civili improntato a non poca affabilità, il confronto con gli ufficiali superiori, la scarsa cura per le vite dei soldati che emerge in certi episodi. Il reparto di Maffei, ad esempio, rimane in attesa per quattro giorni per un’azione più volte rimandata e poi sospesa, esposto ai tiri nemici, perdendo uomini e vigore.

Serviva, poi, bombardare intensamente il nemico e procedere all’assalto, nella frettolosa convinzione che le difese fossero piegate? Maffei osserva un giorno un bombardamento con il suo capitano; i tiri sono micidiali e apparentemente precisi. Ma il seguente attacco cozza contro reticolati integri e le Schwarzlose dominano facilmente. Lo vede bene il disastro da lontano, il Maffei. Gli attacchi come quello erano destinati allo scacco, lo si notava vedendo i reticolati in piedi. Senza bombarde (armi decisive successivamente davanti a Gorizia nell’agosto del 1916), spiega in un altro momento e con efficacia a un superiore di buon senso, è inutile attaccare. Attacchi simili fanno eroi, non vittorie.

E sulla Bainsizza Maffei c’è ancora, pieno di energia, pronto all’undicesima offensiva che con uno spiegamento colossale di mezzi avrebbe dovuto spezzare in profondità il nemico. Il memorialista ci offre il suo drammatico punto di vista di comandante quasi sempre in prima linea in quella fase; ci parla di coraggio estremo e quasi spavaldo (a tratti sembra di leggere pagine di Ernst Jünger), avanzate mal coordinate, ufficiali inferiori costretti a prendersi fin troppe responsabilità, sacrifici fatti da poche truppe logore e senza armi pesanti.

Un memoriale intenso; parla di soldati e soprattutto di rapporti tra persone (in particolare durante la prigionia del giovane ufficiale modenese), senza dimenticare l’etica del dovere e della responsabilità.

Da leggere con cura, infine, dopo aver apprezzato le tante fotografie, le appendici all’edizione, specialmente le memorie difensive presentate alle autorità al rientro in Italia, ricche di energiche puntualizzazioni da parte dell’autore sugli scontri sulla Bainsizza.

 

 

 

 

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