"Fondamenta degli incurabili" di Josif Brodskij
22 Agosto 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

Nel 1989, su invito del Consorzio Venezia Nuova, Josif Brodskij, Premio Nobel per la Letteratura 1987, scrisse Fondamenta degli incurabili, libro difficilmente catalogabile, a mio personale avviso una lunga dichiarazione d’amore a Venezia sicuramente, ma anche una serie di riflessioni sulla vita, il desiderio, l’amore, nonché un’occasione per raccontare delle drammatiche esperienze dell’autore come cittadino russo esiliato dopo la condanna per “parassitismo” (credo dovuta al fatto di essere un artista e come tale inutile alla società e non produttivo). Il libro rigurgita di immagini poetiche che si incidono nella memoria e si fondono indissolubilmente con la Venezia che abbiamo visto o che, dopo il libro desidereremo ardentemente visitare almeno una volta. Venezia, città visitata ogni inverno per 17 anni dal poeta, che da città d’arte diventa luogo metafisico, si trasforma sotto i nostri occhi, di volta in volta in un servizio di porcellana “con tutte le sue cupole di zinco che somigliano a teiere, o tazzine capovolte”, in uno spartito musicale poggiato sui ponti e dispiegato sui canali, testimonianza eterna della più intima essenza umana che si manifesta secondo Brodskij proprio con i nostri manufatti. Domina il senso della vista, quale strumento principale per percepire la bellezza che Venezia ci regala in ogni angolo, con frasi indimenticabili come “In questa città l’occhio acquista un’autonomia simile a quella di una lacrima. (….) il corpo comincia a considerarsi semplicemente un veicolo dell’occhio, quasi un sottomarino rispetto al suo periscopio che ora si dilata e si contrae” o brani che ci riportano nelle malinconiche situazioni in cui presenziano gli specchi, opachi per l’anonimato dei troppi corpi riflessi negli alberghi della città, stanchi delle promiscuità dei visitatori tanto da rifiutarsi di restituire loro un’identità, “riluttanti per avarizia o impotenza”. E in questo bellissimo poema trova lo spazio per una punta di sarcasmo su quanto Venezia sia inusitatamente cara, la narrazione diventa prosa vera e propria nella descrizione di un pomeriggio imbarazzante con Susan Sontag e la moglie di Ezra Pound, la quale come un disco rotto si affanna a convincere gli intellettuali che incontra dell’estraneità del marito alle accuse di fascismo. Subito dopo torna all’elogio della città al tramonto, perché tutte le città al tramonto sono meravigliose ma alcune lo sono più di altre, della sua luce invernale che rende l’occhio ancora più sensibile alla percezione e noi ci lasciamo cullare dalla dolcezza crepuscolare di una città unica al mondo, certamente malinconica e decadente ma anche musa ispiratrice di opere mirabili ed eterno scrigno di bellezza.
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