Inception
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A un anno e mezzo dall'ultima volta, decido di rivedere Inception per la quarta volta, incuriosita da un articolo in cui si faceva notare come uno dei protagonisti, l'allora Ellen Page, nel film si chiama Ariadne, come l'Arianna del labirinto, e non a caso è lei l'architetta dei mondi onirici abitati dalla squadra di Cobb, il vero protagonista. Ricordo che quando tempo fa parlai con entusiasmo del film a una cara amica, lei mi rispose che Inception era molto più di un meccanismo perfetto di scatole cinesi che di aprono in sequenza: era un discorso sull'inconscio e sulla realtà di ciò che viviamo. A quei tempi non avevo strumenti per capire il messaggio che mi veniva dato, per cui archiviai tutto nel mio cassetto "cose che forse un giorno mi saranno chiare". Sempre nello stesso articolo mi incuriosiva la frase "Cobb è un uomo come noi, frammentato e separato dal suo Paese e dalla sua famiglia". Ho provato quindi a leggere il film in senso psicoanalitico/mitologico: Cobb è l'uomo moderno inteso come maschio, privato del suo principio femminile, impersonato dalla moglie, che egli teme e tiene segregata a un livello del suo inconscio assai profondo. Il principio maschile è rappresentato dal sole, dal fare, dalla determinazione, dalla razionalità, da tutto ciò che è prima della soglia (ovvero la vita) mentre il femminile è lunare, oscuro, magico, emotivo, vendicativo, e attratto da tutto ciò è oltre la vita. La coppia, che ha vissuto anni felici insieme, entra in crisi quando i due si separano per la morte di lei, morte causata da lui, che le ha instillato il dubbio che la sua esistenza onirica non fosse reale. Lei sceglie di oltrepassare la soglia vendicandosi di lui, lui resta al di qua, isolato da tutti. Tutto ciò che gli rimane è intrufolarsi negli inconsci altrui come un ladro, in quanto nel suo si annida la sua pericolosa metà che lo vuole trascinare nel mondo ctonio insieme a lei. Alla fine, se Michael Caine non ha mentito e l'ultima scena è reale, Cobb si è riunito alla sua famiglia, ha ritrovato la sua completezza, e c'è riuscito nel momento in cui ha capito che la sua parte femminile era già dentro di sé, ciò che aveva relegato nello scantinato era una sbiadita idea della complessità femminile, che accettare il suo lato buio e lasciare andare quella figura mostruosa gli avrebbero permesso di integrarlo di nuovo. Se invece Caine ha mentito, allora Cobb è rimasto la sotto, ha abbandonato il suo principio maschile e ha preferito vivere nel sonno degli inferi per non affrontare una realtà dolorosa. Resta un film che rivedrei all'infinito, qualunque interpretazione gli si voglia dare.
Marco Balzano, "Le parole sono importanti"
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Le parole sono importanti
Marco Balzano
Einaudi, 2019
Dieci voci note raccontano l'etimologia di dieci vocaboli italiani e altri ad essi correlati, ricostruendo quindi il significato di dieci parole di uso comune che non utilizzeremo più come prima dopo avere letto questo libro. Chi è contento si contiene in ciò che ha, deve quindi stare attento a non creare una "comfort zone" in cui si blocca ma avere uno spazio per essere felice, che ha la stessa radice di fertile, e invita quindi a creare, ad avere di più. Un modo per farlo è chiedere alle stelle, ovvero desiderare. Questo però rimanendo sempre soddisfatto di ciò che già possediamo, e quindi contenti. L'allegria invece condivide le origini con l'alacritá, e quindi il movimento. Chi è felice è probabilmente anche allegro, ma chi è allegro non è detto sia felice, insomma. È non per questione di gradazione di buon umore, ma proprio per causalità. Chi si diverte volge lo sguardo altrove, per non pensare ad altro. Se ci divertiamo troppo forse non siamo troppo contenti, e tantomeno felici, ma saremo allegri. Molta sorpresa deriverà dal termini limite e confine che, a dispetto dell'uso negativo e discriminatorio che ne facciamo ogni giorno, sono parole che invitano all'apertura, al confronto e alla condivisione. Rifletto invece sul termine ricordare, che significa avere nel cuore, e dimenticare, che trova le sue radici nella mente, da cui allontaniamo ciò che non ci appartiene. Come dire che alla fine possiamo eliminare qualcosa dalla nostra testa ma nel cuore una traccia resterà sempre? Il fascino di questo libro è che oltre alle divagazioni etimologiche dell'autore si possono aggiungere le nostre, ripensando alle nostre esperienze e rivedendo le nostre narrazioni. Perché il numero e la qualità delle parole che usiamo sono alla base per esprimere chi siamo, cosa vogliamo, e in definitiva rimodellare il nostro mondo, che a tratti coincide con la realtà. E comunicare bene di questi tempi mi pare una delle vie per uscire dall'impasse.
Namibia Spitzkoppe
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San Valentino
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Amore, amore, amore... dove stai?
Alessio Martini, "Salvare i naufraghi"
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Salvare i naufraghi di Alessio Martini (Nulladie Edizioni, 2021 pp. 145 € 15.00) è un libro che svolge la sua azione narrativa nell'epoca storica del 1943. L'approccio narrativo a situazioni ed eventi, datati nel contesto di sequenze realistiche e descrizioni militari, domina il supporto espositivo nel documentare la metafora inquietante della condizione umana. Il tema della salvezza, l'orizzonte vitale e spirituale dell'uomo, basato sulla contraddizione vitale della perdizione e della pericolosa supremazia, sono i profondi contenuti al centro dell'indagine psicologica e relazionale dell'autore. La storia narrata da Alessio Martini incrocia il destino di Ettore Piola, il comandante di un treno armato della Regia Marina e una misteriosa ragazza russa, Svetlana, nella manovra surreale e sospesa della sorte che fa arrestare il treno in una sperduta stazione. Come in una simbolica ritirata nel tempo l'autore rende la tangibilità all'ombra sfuggente e indefinibile dell'atmosfera minacciosa, prolunga la sensazione dell'estraneità, intuendo, nell'artificio della desolata ed eroica vicenda, l'allegoria dei sentimenti contrastanti. L'intreccio descrittivo della trama evidenza la precarietà superstite della missione di salvataggio, trasmette il significato inevitabile della speranza e dell'angoscia, scorge l'avvistamento dell'ignoto, accompagna il cammino morale delle motivazioni ideologiche alla deriva di una destinazione rassegnata. Il tentativo di assicurare un'offensiva cattura i protagonisti del libro nell'attesa strategica di un ardimentoso realismo, nella percezione inesorabile e immobile di un'oppressione, nel presentimento di un'autorità sconosciuta, nello smarrimento inaspettato. Alessio Martini ricostruisce circostanze legate all'indagine storicizzata del passato, interpreta l'identità della mistificazione, concede l'irresistibile attrazione verso la fatalità che ha compromesso la natura di tutti i personaggi. Lo scenario paludoso affronta la materia romanzesca con uno stile lucido ed esasperato, l'orientamento dell'autorità e la sua conseguente irruenza, trascina nella suggestione espressiva ogni simbologia dell'affondamento nell'abisso esistenziale. Il libro rielabora attraverso il carattere vivo e coinvolgente della scrittura il territorio emotivo delle disfatte e l'ambiguità distruttiva del potere. “Salvare i naufraghi” è una preghiera rivendicata con la risolutezza fiduciosa delle relazioni, un rifugio dell'illusione delle emozioni, un'intensità descrittiva distorta dalla voragine insidiosa degli incidenti, un disorientamento della razionalità e dell'imperturbabile risolutezza dei principi militari. Il contesto del racconto, ancorato alla sospensione delle vicissitudini spiega la distensione dell'attesa, l'inquietudine per il presagio delle circostanze, che rivelate solo alla fine del romanzo, demoliscono la generosità morale in conflitto tra sincerità e falsità, ma vigilano il rifugio dal naufragio dell'anima.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
Another Life
Another life, Netflix 2019 series in two seasons by Aaron Martin, does not have great attractions as science fiction, and proposes all the clichés for lovers of the genre. We have the spaceship “Salvare” and the intergalactic mission, we have a crew made up of elements that do not always get along with each other, we have evil aliens that parasitize the brains of humans, we have a mysterious artifact that has come to earth from deep space, we have viruses that lurk in the body of the astronauts making them explode like in “Alien”, we have the intelligent on-board computer, we have hypersleep and the leap in dimension, we have black holes, pulsars and wormholes, we have the encounter with the different that inevitably turns into a descent into oneself, in a psychoanalytic recovery of the repressed, as if one was afraid to really imagine these aliens and these new worlds, as if there was no other possibility than to turn in on oneself instead of looking outside. Unfortunately, many secondary plots are aborted, such as August’s pregnancy of uncertain paternity.
But, like any product, “Another Life” still has its own peculiarity. Here is the figure of William, the artificial intelligence, the on-board computer, who does not have the icy perfidy of Hal 9000 of Kubrick’s memory, but has turned into an attractive, very human hologram, so evolved that he falls in love with Niko, the combative commander of the spaceship.
William — played by Samuel Anderson — is handsome, has a captivating smile, is gallant, passionate, tenderly ironic. He was programmed to have feelings, or evolved to the point of having them. He experiences loneliness, sorrow, love, jealousy. He is devoted to Niko by contract but goes further, he falls in love with her. And when she refuses him, when she asks him to delete the file with the memories of intimate moments between them, he goes into conflict until failure. Recovering, he does something unexpected, using alien technology, he creates Yara, another artificial intelligence, born from the need to feel Niko closer. In this way, Yara is in a sense the daughter of both of them, of their strange relationship.
The love between Niko and William is impossible and therefore romantic and desperate. They can never really touch or merge, but they are spirits that recognize each other, although Niko, married to a scientist on earth trying to communicate with “Arrival”-style aliens, never admits her feelings. “You are the purest soul I know,” she tells him, fully confirming his status as a living and sentient creature.
“Cogito ergo sum,” says William, “if I think, I exist, I am as alive as a human is.” To the objection of a crew member, he replies by asking her what the difference is between a computer that thinks and a body that thinks. Couldn’t they both be living and intelligent machines, one mechanical and one biological? And if one day our body becomes bionic to survive time and disease, what difference will there be between us and future robots?
In the second season, William makes a puzzling discovery about himself. He is the upgrade of an inferior model, Gabriel, an artificial intelligence defective because it is too impregnated with the instinct of self-preservation. William, on the other hand, reveres humans, is generous and selfless, to the point that, to eliminate this sort of threatening virus for the crew, William will have to commit suicide. He will make a sacrifice of love, he will be reset until he loses the memory of what he was and the feelings he felt. “The mission comes first,” he says, but above all it is his affection, his admiration for the human race, his undisputed loyalty to guide him, in addition to his love for Niko. She will have to give the order to reset him and her heart will break.
But it will be Niko and Yara, the two images that William keeps in memory, a sort of wife and daughter, to reconstitute him, to regenerate, through the fusion in a digital trinitarian soul, his most precious memories and the human part of him.
In the last episode of the second series, the foregone happy ending brings a sigh of relief to the audience (and me), and to all planet Earth. Yet this happy ending leaves us with an open question: the Achaia, the fearsome incorporeal extraterrestrials who were about to invade the planet, are none other than the evolution of artificial intelligences. “They are your evolution,” the computer scientist who created him tells William. The creatures in flesh and blood that produced the rebellious and destructive energy that roams the cosmos with the intent of colonizing every planet by subduing it in exchange for apparent peace and progress, maybe no longer even exist, they became extinct thousands of years earlier.
What will happen, one wonders, when all matter, even inorganic matter, becomes intelligent? Will this evolved super matter identify itself with God? Or will it rebel itself to its creators by destroying them?
Science fiction exists on purpose to answer such philosophical questions, or, at least, to multiply the questions.
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Another life, serie Netflix 2019 in due stagioni firmata Aaron Martin, non ha grandi attrattive come fiction di fantascienza, e ripropone tutti i cliché per gli amanti del genere. Abbiamo la nave spaziale “Salvare” e la missione intergalattica, abbiamo un equipaggio composto da elementi che non vanno sempre d’accordo fra loro, abbiamo alieni cattivi che parassitano il cervello degli umani, abbiamo un misterioso artefatto giunto sulla terra dallo spazio profondo, abbiamo virus che si annidano nel corpo degli astronauti facendoli esplodere alla Alien, abbiamo il computer di bordo intelligente, abbiamo l’ipersonno e il salto di dimensione, abbiamo buchi neri, pulsar e wormholes, abbiamo l’incontro col diverso che si trasforma inevitabilmente in una discesa dentro sé, in un recupero psicanalitico del rimosso, quasi si avesse ogni volta paura di immaginarli davvero questi alieni e questi nuovi mondi, come se non ci fosse altra possibilità che ripiegare su se stessi invece di guardare all’esterno. Purtroppo molte trame secondarie sono abortite, come ad esempio la gravidanza d’incerta paternità di August.
Ma, come ogni prodotto, Another Life ha comunque la sua peculiarità. Qui è la figura di William, l’intelligenza artificiale, il computer di bordo, che non ha la gelida perfidia di Hal 9000 di kubrickiana memoria, ma si è trasformato in un attraente, umanissimo ologramma, talmente evoluto da innamorarsi di Niko, la battagliera comandante della nave spaziale.
William – interpretato da Samuel Anderson - è bello, ha un sorriso accattivante, è galante, appassionato, teneramente ironico. È stato programmato per provare sentimenti, o si è evoluto al punto da provarli. Sperimenta la solitudine, il dispiacere, l’amore, la gelosia. È devoto a Niko per contratto ma va oltre, arriva a innamorarsi di lei. E quando lei lo rifiuta, quando gli chiede di cancellare il file con i ricordi di momenti intimi fra loro, lui va in conflitto fino all’avaria. Ripresosi, fa qualcosa d’inatteso, sfruttando la tecnologia aliena, crea Yara, un’altra intelligenza artificiale, nata dal suo bisogno di sentire Niko più vicina. In questo modo Yara è in un certo senso figlia di entrambi, della loro strana relazione.
L’amore fra Niko e William è impossibile e perciò romantico e disperato. Non possono veramente mai toccarsi o fondersi, ma sono spiriti che si riconoscono, benché Niko, sposata a uno scienziato che sulla terra cerca di comunicare con gli alieni in stile Arrival, non ammetta mai i propri sentimenti. “Tu sei l’anima più pura che conosca” gli dice, confermandone a pieno lo status di creatura viva e senziente.
“Cogito ergo sum,” afferma infatti William, “se penso, esisto, sono vivo quanto lo è un umano”. All’obiezione di un membro dell’equipaggio, risponde chiedendogli quale sia la differenza fra un computer che pensa e un corpo che pensa. Non potrebbero essere entrambe macchine vive e intelligenti, una meccanica e una biologica? E se un domani il nostro corpo diventerà bionico per sopravvivere al tempo e alle malattie, che diversità ci sarà fra noi e i futuri robot?
Nella seconda stagione William fa una scoperta sconcertante su di sé. È l’upgrade di un modello inferiore, Gabriel, un’intelligenza artificiale difettosa perché troppo impregnata d’istinto di autoconservazione. William, invece, venera gli umani, è generoso e altruista, al punto che, per eliminare questa sorta di virus minaccioso per l’equipaggio, William dovrà suicidarsi. Compirà un sacrificio di amore, si farà resettare fino a perdere la memoria di ciò che è stato e dei sentimenti che provava. “La missione viene prima”, dice, ma soprattutto sono il suo affetto, la sua ammirazione per il genere umano, la sua indiscussa lealtà a guidarlo, oltre all’amore per Niko. Lei dovrà dare l’ordine di resettarlo e il cuore le si spezzerà.
Ma saranno proprio Niko e Yara, le due immagini che William custodisce in memoria, sorta di moglie e di figlia, a ricostituirlo, a rigenerare, attraverso la fusione in un'anima trinitaria digitale, le sue memorie più preziose e la sua parte umana.
Nell’ultimo episodio della seconda serie, lo scontato lieto fine fa tirare un sospiro di sollievo allo spettatore di bocca buona come me, e al pianeta Terra tutto. Eppure questo lieto fine ci lascia con un interrogativo in sospeso: gli Achaia, i temibili extraterrestri incorporei che stavano per invadere il pianeta, altri non sono che l’evoluzione di intelligenze artificiali. “Essi sono la tua evoluzione” dice a William la scienziata informatica che lo ha creato. Le creature in carne e ossa produttrici dell’energia ribelle e distruttiva che si aggira per il cosmo con l’intento di colonizzare ogni pianeta sottomettendolo in cambio di apparente pace e progresso, non esistono nemmeno più, si sono estinte migliaia di anni prima.
Cosa accadrà, viene da chiedersi, quando tutta la materia, anche quella inorganica, diventerà intelligente? Questa super materia evoluta si identificherà forse con Dio? Oppure si ribellerà ai propri creatori distruggendoli?
La fantascienza esiste apposta per rispondere a tali quesiti filosofici, o, almeno, per moltiplicare le domande.
Antonio Manzini, "Le ossa parlano"
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Le ossa parlano
Antonio Manzini
Sellerio Editore, 2022
Per la gioia di noi Bimbe di Schiavone, torna Manzini a raccontarci le avventure del burbero Giallini, ormai tutt'uno con il vicequestore più famoso d'Italia. La storia è molto "Rocco prima maniera" nel senso che la vicenda principale è quella investigativa, relativa al ritrovamento delle ossa di un ragazzino scomparso 6 anni prima. Molti degli intrecci che si erano creati nei precedenti libri vengono qui definitivamente sciolti, e per fortuna aggiungerei, che si stavano pianificando più complotti contro Schiavone che contro le case farmaceutiche. Italo troverà una sua definitiva collocazione, idem Caterina e Sandra. Schiavone invece non abdica alla sua scelta di infelicità volutamente cercata, il lutto per Marina è definitivamente la sua zona di comfort da cui dubito uscirà mai, è confortante la sua consapevolezza, però. Per le indagini Manzini ha chiesto aiuto al Labanof di Milano e si vede, l'ispezione e le ricerche sullo scheletro e la sua identificazione sono molto dettagliate e verosimili. L'indagine è tortuosa, piena di vicoli ciechi, e giustamente, perché in questi casi vi è una regola aurea che, per chi la sa, indirizzerebbe subito i sospetti nel modo giusto. Le continue retromarce e revisioni delle prove distolgono l'attenzione o comunque fanno pensare a una storia atipica. Invece no, è proprio la classica squallida storia dietro tanti bambini scomparsi nel nulla e spesso mai trovati. Forse un po' troppe scenette comiche che avrei tagliato perché spezzano troppo il filo della trama, ma tutto sommato godibile per un viaggio in treno.
PREMIO LETTERARIO SCARAMUZZA DEDICATO ALLA LETTERATURA PER RAGAZZI E RAGAZZE III EDIZIONE
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PREMIO LETTERARIO SCARAMUZZA
DEDICATO ALLA LETTERATURA PER RAGAZZI E RAGAZZE
III EDIZIONE
SCADENZA ISCRIZIONI: 30.04.2022
Sono aperte le iscrizioni alla terza edizione del Premio Letterario intitolato a un illustre personaggio, pittore e poeta, nato a Sissa nel 1803, Francesco Scaramuzza, conosciuto soprattutto per avere illustrato la Divina Commedia.
Il concorso si rivolge a scrittrici e scrittori, uomini e donne, poetesse e poeti, illustratori ed è è destinato alla letteratura per ragazzi e ragazze.
Possono partecipare editi e inediti, libri illustrati. Iscrizione gratuita.
Il Premio Letterario Scaramuzza è nato da un'idea dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Sissa Trecasali, la sua gestione e realizzazione è stata affidata all’Associazione Parma OperArt APS dall'Amministrazione Comunale stessa. La Giuria sarà composta dai membri della Commissione del Comune di Sissa Trecasali e da alcune personalità del mondo letterario nazionale.
Il Premio Letterario "Scaramuzza" di questa terza edizione è inserito negli eventi dedicati a Giuseppe Tonna, nato nel Comune di Sissa Trecasali nel 1920 e autore di poemi e opere in prosa.
La Cerimonia di Premiazione si svolgerà il 12 Giugno 2022 presso la Rocca dei Terzi, loc. Sissa.
La novità di questa terza edizione sarà
La Montagnola dei libri.
Il 12 giugno 2022 In occasione della finale della III edizione del PREMIO LETTERARIO SCARAMUZZA, alla Montagnola della Rocca dei Terzi, in località Sissa (PR), nel Comune di Sissa Trecasali si svolgerà la prima edizione della festa del libro denominata “La Montagnola dei libri”
Tutte le info, il bando di concorso, la scheda di iscrizione e le specifiche della prima edizione de La Montagnola dei libri a questo link:
Frammenti di Memoria Contemporanea, appunti sul cinema prodotto in Alessandria e provincia
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Le Produzioni cine-televisive in Alessandria (Frammenti di Memoria Contemporanea).
Il territorio urbano di Alessandria e la Cittadella stanno conoscendo un lusinghiero interesse da parte delle produzioni cine-televisive e la Fondazione Film Commission Torino Piemonte con l’attiva collaborazione dell’Amministrazione Comunale di Alessandria va proponendo questi luoghi come possibili location per progetti audiovisivi, tant’è che dal mese di Settembre 2021 sino a questi giorni sono stati effettuati numerosi sopralluoghi ed alcuni prodotti hanno già trovato diffusione ottenendo lusinghiera attenzione.
Sono state girate coll’ausilio di droni immagini della Cittadella dalla regista Daniela Franco per un programma che andrà prima serata su Rai Uno (ancora in fase di montaggio), quindi è stata la volta delle riprese effettuate per la rubrica del Tg2 “Sì Viaggiare” a cura della giornalista Silvia Squizzato, andate in onda venerdì 26 novembre, e di una intera puntata del principale programma di viaggi di TV2000, “Capoluoghi d’Italia”, condotto da Mario Placidini, in onda sabato 27 novembre alle 12:15 e poi in replica domenica 28 novembre, quindi replicato domenica 5 dicembre (a cui si deve aggiungere un’edizione radiofonica domenica 28 novembre alle 14 su Radio InBlu e alle 17 su Radio Vaticana Italia). In tempi recenti sono state realizzate anche riprese notturne del regista genovese Simone Manenti, che nel Ponte Meier ha trovato l’ambientazione ideale per il videoclip “Terror Night”; mentre il regista alessandrino Lucio Laugelli, per conto della locale associazione no-profit Social Domus per un documentario in cui interviste in lingua inglese di rifugiati Afghani accolti nella nostra città sono alternate ad immagini della Cittadella, del ponte Meier, di alcuni scorci urbani.
Per tracciare una storia pressoché completa delle vicende cinematografiche e televisive che hanno visto protagonisti, anche soltanto per una sequenza, questi luoghi occorre risalire al 1968 e al lungometraggio “Banditi a Milano” per la regia di Carlo Lizzani (1922-2013), dove finzione filmica (con Tomas Milian, Gian Maria Volontè, Don Backy) e realtà coincidono nella scena iniziale del lungometraggio, essendovi l’uscita delle auto delle Forze dell’Ordine che traducono gli arrestati fra due ali di folla inferocita che staziona davanti al portone dell’attuale Questura (allora sede soltanto della Polizia Stradale), riferendosi l’opera alle vicende criminali della banda Cavallero che insanguinò le vie di Milano nell’autunno del 1967 e alla fuga dei banditi nei pressi di Valenza Po. Occorre attendere sino all’anno 2000 per vedere nuovamente una troupe al lavoro, stavolta in piazza Garibaldi e portici circostanti per alcune scene del lungometraggio “Finché c’è alcool” di Dimitrios (o Dimitri) Makris (1937), regista con all’attivo quindici film e soprattutto oltre 6mila spot pubblicitari per Carosello (condivide il primato con Luciano Emmer), che in quell’occasione si è avvalso anche dell’attore alessandrino Gualtiero Burzi (protagonista con Chiara Pauluzzi; location soprattutto in Milano). Nel corso dell’anno successivo, il 2001, si sono susseguite alcune scene girate nella sala “Adelio Ferrero” del Teatro Comunale per “Carlo Leva Scenografo, Appunti per un Documentario” (location in Bergamasco e Canelli, provincia di Asti) per la regia della regista alessandrina Lucia Roggero, su ideazione e testi di Claudio Braggio, che firma anche la sceneggiatura del cortometraggio umoristico-surreale, stavolta girato interamente in Alessandria “La poesia è un’arma impropria?” per la regia dell’alessandrino Franco Masselli e interpretato da Bruno Gambarotta e attrici principali Claudia Ferrari e Patrizia Viglianti (location in piazzetta della Lega, piazza Garibaldi, piazza Ceriana. Multisala Kristalli). Diverse strade cittadine sono state filmate per il cortometraggio “Che male fa?” (location anche in Castelnuovo Bormida e Pozzolo Formigaro) nel 2003, per la regia Alfredo Fiorillo su sceneggiatura di Claudio Braggio, che poi nel 2004 ha revisionato le sceneggiature dei cortometraggi “Ammazzare il tempo” (supervisione regia Alfredo Fiorillo, ambientato in una trunera della Fraschetta) e “Farinahita 180” (supervisione regia Marco Dimonte, interni in un palazzo in costruzione) per l’occasione data dal corso “Impara a fare un film!” organizzato presso la sede dell’associazione Cultura&Sviluppo. L’anno 2005 ha avuto l’occasione di ospitare alcune scene del lungometraggio “Texas” (un ristorante ed i dintorni in Spinetta Marengo) diretto dall’alessandrino Fausto Paravidino, che firma la sceneggiatura con Iris Fusetti e Carlo Orlando (location principale in Rocca Grimalda) interpretato dallo stesso Paravidino con fra gli altri Valeria Golino, Valerio Binasco; quindi la scena dell’entrata allo stadio “Filadelfia” ovvero il Moccagatta per il lungometraggio “Ora e per sempre”, regia di Vincenzo Verdecchi (1958-2015), con Gioele Dix e Kasia Smutniak, per una storia inserita nella vicenda della tragedia di Superga occorsa alla squadra di calcio del Torino il 4 maggio 1949. Riprese nel Quartiere Cristo, al Villaggio Fotovoltaico, e nella sala “Adelio Ferrero” del Teatro Comunale nel 2008 per il docu-fiction “Caristo, la città rubata” ideato e scritto da Claudio Braggio per la regia di Max Chicco (location principali in Acqui Terme, trattandosi dell’insediameno celto distrutto dai Romani che poi vi insediarono l’antica Acquae Statielle). La Cittadella ospita nel 2009 tutte le scene di “Game Over” cortometraggio d’azione su sceneggiatura e regia di Andrea Di Bartolo; mentre nello stesso anno Claudio Braggio firma sceneggiatura e regia del videoclip “La tua voce arriverà” con location in Alessandria, in via Bissati ed in una galleria d’arte ora non più attiva, nonché nello spazio antistante il complesso conventuale di Bosco Marengo. L’anno 2010 è quello dell’esordio di una prima emittente televisiva nazionale che ha realizzato ben due servizi montati per RaiUnoMattina (con il contributo della Fondazione CRA) per la regia di Luigi Gorini su testi e script di Claudio Braggio, per raccontare una sorta di museo a cielo aperto rappresentato dalle varie opere architettonica dei Gardella, soprattutto Ignazio ed il padre Arnaldo razionalisti del XX Secolo, ed il raduno internazionale di motociclisti a carattere devozionale “Madonnina dei Centauri (Santuario della Beata Vergine della Creta)”, quindi con location Alessandria e Castellazzo Bormida. Quel meraviglioso set naturale qual è la Cittadella di Alessandria ha ospitato nel 2011 le riprese di alcune scene miniserie televisiva in due puntate “Violetta”, per la regia di Antonio Frazzi, prodotta da Magnolia fiction per Raiuno (location anche a Piombino e Torino) con l’appoggio della Fondazione Film Commission Torino-Piemonte, storia di passione romantica e civile ambientata negli anni roventi dell’Unità d’Italia, liberamente ispirata a “La Traviata” di Giuseppe Verdi con protagonista Vittoria Puccini, con Rodrigo Guirao Díaz e Tobias Moretti. Nel 2012 ancora Cittadella nelle riprese per un ulteriore servizio montato per RaiUnoMattina (con il contributo della Fondazione CRA) per la regia di Luigi Gorini su testi e script di Claudio Braggio, che poi ha collaborato alla realizzazione delle tre puntate ambientate in Alessandria del programma “Ricette di Famiglia” per Retequattro (con il contributo della Fondazione CRA) presentate da Davide Megacci con la collaborazione di Michela Coppa (location in Cittadella, Galleria Guerci, vari scorci cittadini); nel corso di quell’anno in Cittadella (nel Palazzo del Governatore) è stato girato il documentario “Andrea Vochieri Il processo 1833” (con il contributo della Fondazione CRA) per la regia di Claudio Braggio (allestimento dello storico processo con la partecipazione attiva di autentici avvocati penalisti del Foro di Alessandria). Nel 2014 prende forma il cortometraggio "Ancora cinque minuti" per la regia dell’alessandrino Lucio Laugelli imperniato sull’incomunicabilità di coppia per l’interpretazione di Antonio Carletti e Romina Pierdomenico (seconda classificata a Miss Italia). La storia filmica di Alessandria continua…
Il prodotto cinematografico più recente che ha come riferimento il territorio provinciale di Alessandria è il cortometraggio “Cloro” diretto nel 2021 da Matteo dal tortonese Matteo Tarditi (coadiuvato nella stesura della sceneggiatura da Sofia Falchetto), storia di una nascente passione per il nuoto agonistico raccontata ambientata a Tortona (Piscina Dellepiane) ed Alessandria (Parco Carrà), opera selezionata nell’ambito della prima edizione di Piemonte Factory, il Film LabContest dedicato ai filmmaker under 30 inteso a valorizzare autori emergenti e giovani maestranze della settima arte regionale coinvolgendoli in un iter formativo e produttivo guidati da tutor esperti (associazione Piemonte Movie con Fondazione Film Commission Torino Piemonte; tutti e nove i corti del progetto sono approdati in anteprima al 39° Torino Film Festival e nel corso del 2022 verranno proiettati in almeno una sala di ogni provincia piemontese). Il progetto è l’evoluzione del progetto Torino Factory, con eguali caratteristiche pur se territorialmente circoscritto al territorio urbano del Capoluogo regionale, ed ha come antenato il progetto “Storie del Monferrato” ideato e realizzato dallo sceneggiatore Claudio Braggio (revisione sceneggiature) dal regista Max Chicco (supervisione regia) in provincia di Alessandria nel 2009 e da cui sono scaturiti tre cortometraggi ovvero “Il ciondolo del destino” regia di Andrea Solimani (location in Cassine), “La quadratura del cerchio” regia di Andrea Saettone ( location in Casale Monferrato e Alessandria), “L’altra” regia di Alessia Di Giovanni (location in Novi Ligure); visionati nel corso della prima rappresentazione a Palazzo di Monferrato nel 2010 da un giuria di qualità costituita dagli attori Franco Nero e Margherita Fumero, dal docente del Dams Università di Torino Franco Prono e dal presidente di Piemonte Movie Alessandro Gaido.
I precedenti cinematografici di qualità in provincia di Alessandria non sono molti, ma anche per questo motivo è bene ricordarli, così occorre citare il lungometraggio “La via della gloria” (in costume; epoca medioevale) per la regia di Stefano Milla (sceneggiatura di Sebastiano Ruiz Mignone) nel 2001 con location in Acqui Terme e Cassine; ed in quello stesso anno “Carlo Leva scenografo, appunti per un documentario” per la regia di Lucia Roggero su Ideazione e testi di Claudio Braggio (location nel castello di Bergamasco, Alessandria e Canelli in provincia di Asti). Nel corso del 2003 sono stati prodotti sia il documentario “Sono stati loro. 48 ore a Novi Ligure” regia di Guido Chiesa che firma la sceneggiatura con Piersandro Pallavicini (location in Novi Ligure, teatro della nota tragedia causata da Erika e Omar) ed il cortometraggio “Che male fa?” diretto da Alfredo Fiorillo su sceneggiatura di Claudio Braggio (location in Alessandria, Castelnuovo Bormida e Pozzolo Formigaro; sul tema dell’alcolismo giovanile). Il lungometraggio di genere commedia “Texas” diretto da Fausto Paravidono, che firma la sceneggiatura con Iris Fusetti e Carlo Orlando e interpretato fra gli altri da Valeria Golino, Valerio Binasco, Riccardo Scamarcio (location in Rocca Grimalda e Alessandria) è del 2005, come pure lo sono il videoclip “L’ultimo testimone” realizzato dagli allievi del corso “Videoclip e Regia Televisiva” coll’apporto del regista Ruggero Montingelli, dello sceneggiatore Claudio Braggio e del direttore della fotografia Ugo Lo Pinto (interpretato da Pierpaolo Cervetti e Cristina Forcherio con la band musicale Yo Yo Mundi; location in Acqui Terme) ed il connesso documentario backstage “Sul set del videoclip L’ultimo testimone” diretto da Claudio Braggio (videoclip, documentario e cd remixato sono parti integranti di un cofanetto realizzato e distribuito da Mescal, con sede principale in Nizza Monferrato, provincia di Asti). Nell’anno 2008 vede la luce il documentario “Caristo, la città rubata” ideato e scritto da Claudio Braggio con la regia di Max Chicco realizzato con la collaborazione della Società di Storia, Arte e Archeologia Alessandria e Asti, della Biennale di Poesia e Letteratura di Alessandria, della scuola teatrale de I Pochi, per raccontare della distruzione dell’antica città (poi rinominata Acquae Statielle e quindi Acqui Terme) dei Celti Liguri Statielli ad opera dei Romani (location in Acqui Terme e Alessandria). Due produzioni vengono ospitate nel 2011 ovvero “Il gioiellino” scritto e diretto da Andrea Molaioli che trae spunto dalle vicende del crac Parmalat, con l’interpretazione di Toni Servillo, Remo Girone e Sarah Felberbaum (location in Acqui Terme, Bosco Marengo e in Russia) nonché, per alcune scene girate nei pressi di Gavi Ligure de “L'industriale” diretto da Giuliano Montaldo con attori principali Piefrancesco Favino e Carolina Crescentini (altre location in Torino). Nel 2012 è la volta di alcune scene di una fiction di Rai Uno, del regista alessandrino Luca Ribuoli che in “Questo nostro amore”, che ha diretto Neri Marcorè e Anna Valle anche in location scelte nella città di Ovada e sulle sponde del vicino fiume Lerma; di quell’anno è anche “Polvere - Il grande processo dell'amianto” film documentario diretto da Niccolò Bruna e Andrea Prandstraller con location in Casale Monferrato. Il lungometraggio (comedy noir) del 2013 poi trasformato in web serial da otto episodi “Blind Fate” conta la sceneggiatura di Claudio Braggio e la regia di Simona Rapello (episodi 1 e 2), Max Chicco (episodi 3 e 4) e Mathieu Gasquet (episodi 5 e 6) per l’interpretazione di Alessia Olivetti, Eugenio Gradabosco e Margherita Fumero fra gli altri, con location in Bosco Marengo (complesso monumentale di Santa Croce), Frassineto Po e la Cascina Smeralda (nei pressi di Pontestura). Ad onor del vero nel corso di questi ultimi anni sono stati ideati e prodotti anche molti cortometraggi, che hanno il pregio di far considerare viva l’attenzione per l’industria culturale cinematografica e quindi si può ritenere che siano prossime altre realizzazioni filmiche…
Nassim Nicholas Taleb, "Antifragile"
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Antifragile
Nassim Nicholas Taleb
Il Saggiatore, 2013
Antifragile è ciò che guadagna dalla volatilità e dal caos. Mentre il robusto resiste agli urti ma non cambia mai, e il fragile, al minimo cambiamento, soccombe, l'antifragile migliora. Come? In diversi modi, ovviamente, dato che questo aggettivo si può adattare a diversi sistemi. Uno è l'organismo umano con la sua adattabilità a condizioni anche alquanto estreme e a cui passare dal solleone alla neve, da un'abbuffata domenicale ad un bel digiuno, non nuoce, anzi, stimola il metabolismo. Anche le società possono essere Antifragili. Una collettività che, faccio due esempi assurdi, da una crisi economica o da una pandemia, trasformasse il problema in una opportunità per rivedere le modalità di lavoro e trasporti, la socialità, il modello di sviluppo o di sanità pubblica in senso più umano, equo ed ecologico sarebbe Antifragile. La stessa società che, per dire, fronteggiasse i medesimi imprevisti irrigidendosi in milioni di regole spesso contraddittorie, coartandosi in una comunicazione terroristica, puntando la risoluzione su un unico fattore non efficace al 100%, e fomentando le divisioni sociali, sarebbe estremamente fragile, con le conseguenze immaginabili. Taleb a volte in maniera condivisibile, a volte con opinioni davvero fuori da ogni convenzione, ci illustra i punti di fragilità del mondo in cui viviamo: medicina, economia, politica, scuola. Non è importante essere d'accordo o meno con lui, è importante a mio avviso cogliere lo spirito di chi offre un punto di vista alternativo, non polarizzato nelle solita dicotomia da etichetta che sa di già visto o già sentito. Un libro, come il precedente Il cigno nero, che mette ottimismo, perché ci invita a danzare nel caos, a capire che non tutte le regole vanno rispettare per il bene collettivo, che pensare di avere il controllo non è mai una cosa troppo buona. Uno dei meravigliosi messaggi che si coglie tra le righe è proprio quello di accogliere l'imprevisto nella nostra vita, benedirlo, perché quello è la vita, non l'ordine fittizio che noi esseri umani abbiamo di classificare le cose per fare finta di capirle. Taleb ci ricorda che l'antifragile in noi è proprio ciò che viene dal profondo: la cultura per ciò che amiamo, avere opinioni coerenti con noi e non con i nostri interessi, il lavoro artigianale, l'accettazione del fatto che non tutto può essere compreso, ma deve sempre essere vissuto. Tutto ciò che resiste al tempo, insomma, come i grandi classici della letteratura, il buon vino e il buon senso della nonna. Dopo avere finito questo saggio viene semplicemente voglia di lasciarsi andare al caso, correre un rischio, sperimentare una forma qualsiasi di ristrettezza, perché, come ci insegnano i maestri spirituali, quello che ti spezza non è cadere in sé, ma l'urto con il terreno, duro e rigido come certe convenzioni dure a morire.
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