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Patrizia Poli, "Axis Mundi"

8 Aprile 2022 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #poli patrizia, #recensioni, #miti e leggende, #saggi, #fantasy

 

 

 

 

Il  mito assume aspetti diversi nel tempo a seconda delle culture, dei narratori, del pubblico a cui si rivolge, dell’epoca in cui viene narrato, MA il suo significato profondo, il suo messaggio, resta inalterato perché a quello deve l’eternità, il suo non essere stato dimenticato insieme a tante altre storie. Rimangono le storie più importante per il loro significato profondo e per il modo come sono scritte.

Qual è il significato del mito di Artù e dei suoi cavalieri più famosi, le cui storie si sono aggregate solo in seguito? Tristano e Isotta incarnano l’amore fatale, che travolge le istituzioni, in particolare quella del matrimonio  su cui poggia la costruzione del potere nel medioevo e nei secoli successivi (“Tristano e Isotta è il grande mito lasciato in eredità dal Medioevo all’età moderna" in Romanzi medievali, pag XL); Lancillotto e Ginevra, al contrario, la fedeltà alle istituzioni, aldilà dei propri sentimenti, bisogni e desideri; Parsifal la difficoltà di diventare adulti, Galaad l’innocenza e la perfezione delle anime giovani. 

Le versioni della stessa storia sono infinite: le une riprendono le altre, aggiungono particolari o episodi,  oppure li abbandonano, esaltano comportamenti, li condannano o li negano ecc. Patrizia Poli ha dato una nuova trasformazione e lettura di questi racconti immortali.

Questo è un libro sul potere. Artù è un  re che ha un grande potere ma non lo usa, cioè lo usa per il bene del suo popolo ed è questo che fa di lui un sovrano. Come dice San Francesco, è dando che si riceve, perdonando che si è perdonati e morendo che si resuscita alla vita eterna e in effetti re Artù vive in eterno perché muore da re. Artù è caratterizzato dall'onestà e dalla gentilezza, il che non gli impedisce di essere un guerriero (armatura opera di sangue), ma lui non ama la guerra, è costretto a farla per difendere il regno o i deboli però è un re di pace, un giovane “di cuore”, “da amare”, come lo vede Ginevra  quando si incontrano. Artù perdona le miserie degli altri e le vive in prima persona. Conosce la gioia, il dolore, la paura, l’odio, l’amore, la tristezza, la sconfitta. Insomma è un uomo vero, un uomo normale. Non è un eroe puro come Lancillotto o un eroe amante come Tristano. Loro sono creature “mitiche”, Artù è una persona. Forse anche Morgana lo è, ma lei è anche “magica”, “primitiva”, legata alla grande dea, Artù è umano e basta. E in questo essere umano e restare umano sta la sua grandezza e dalla sua regale grandezza viene il bene del suo popolo e dell’intera natura. La grandezza di Artù sta nel non  usare il suo potere, il potere è solo servizio per il bene del suo popolo, per il bene della comunità, si direbbe oggi. Non esercita potere sulle persone (moglie, amici…) non utilizza mai le loro debolezze e le loro fragilità, non condanna i loro errori nonostante la sofferenza che gli procurano. Lui è tradito nel suo essere marito, fratello, padre, nella fiducia per la moglie, nell’affetto per la sorella, nel legame col figlio. Eppure lui capisce e perdona, senza mai rinnegare la delusione, la gelosia, la frustrazione, il dolore e anche l’orrore che queste persone a lui così profondamente legate gli procurano. Nel vivere con dignità e consapevolezza la sua fragilità sta la sua grandezza di uomo e il suo potere di monarca. Non usando il potere come comunemente si intende, lui lo esercita nel senso più alto. Potere vuol dire che si “può”, cioè si può fare il bene come il male, si può stare sopra o accanto, si può schiacciare o sostenere. Il potere è una vox media, dipende da come si usa e da come si intende, come la fortuna. In Artù, al momento della sua morte, c’è anche il tema della solitudine per l’allontanamento dalle persone care.

Forse la storia più “commovente” è quella di Parsifal, perché è  una storia di iniziazione, quindi attualissima: un ragazzo orfano di padre, con  una madre possessiva  - iperprotettiva diremmo oggi - che lo tiene al riparo - e quindi lontano – dal mondo, che a un certo punto si cimenta con la realtà. Non si può sfuggire al destino di diventare adulti, sembra dire la storia, forse sarebbe bello restare nel mondo ovattato e senza nubi dell’infanzia, protetti dai genitori e dalla famiglia. Ma sarebbe anche senza senso, noioso, alla fine. E comunque non si può: come Siddartha e come il ragazzo delle papere di Boccaccio, la natura, il mondo, la vita esercitano un richiamo irresistibile. Parsifal significa” che si apre un varco” e questo varco  verso la vita reale lui se lo apre con tutte le sue forze. 

La figura di Merlino è molto diversa in "Axis Mundi". Religione e magia si incontrano.

Questa è una nuova, affascinante, moderna lettura di un mito antichissimo che sta alla base della nostra cultura, del nostro immaginario e della nostra anima. Sta a voi scoprire chi sono Artù, Ginevra, Tristano ecc raccontati da Patrizia, quali miti ci narrano, quale veste nuova ha dato l’autrice, se e che cosa continua a toccarci nel profondo. Oppure, semplicemente, potete godervi una storia raccontata come al solito con audacia, maestria e con una nuova, piacevole “morbidezza”. Il piacere del racconto è ciò che ha permesso a quelle di Beroldo, Chretienne ecc, fra le varie e innumerevoli versioni, di arrivare fino a noi. È il piacere del racconto, il MODO come è raccontato, a salvare quella versione di una storia immortale di per sé. Perciò: buona lettura.

 

 

 

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Alessandro Del Gaudio, "Lo specchio dell'anima"

6 Aprile 2022 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #interviste, #fantasy

 

 

 

 

 

Alessandro Del Gaudio
Lo specchio dell’anima
Saga Edizioni, 2021 – Pag. 310 – Euro 19

www.saga-edizioni.cominfo@sagaedizioni.com

 

Alessandro Del Gaudio è un autore che conosco molto bene per aver pubblicato diversi suoi libri interessanti, da saggi come Identità segreta - libro sui supereroi che andrebbe ristampato e aggiornato - e Kyoko mon amour, per finire con una trilogia fantasy (Metallo d’ombra, Lacrime d’ombra e Anello d’ombra) e alcuni romanzi classici (Italoamericana). Lo specchio dell’anima esce per Saga, un editore di narrativa pura, specializzato nel genere fantasy che Del Gaudio ama narrare e per il quale è decisamente portato. Vediamo la trama desunta dallo strillo editoriale. Radian vive a Roccabruna, mentre la sua esistenza gli scivola tra le dita, tra notti insonni e uno strano dado, un dono del suo amico Ferge. Durante una di quelle serate vuote, decide di entrare al Bianconiglio, un locale dove niente è ciò che sembra, nel quale incontra Feef, un personaggio alquanto singolare, molto interessato a quel dado di cui Radian è estremamente geloso. Dopo quell’incontro, niente sarà più lo stesso: Radian perderà un occhio e si ritroverà su Najar, una dimensione in cui vige ancora un sistema feudale. Il Pescatore di Anime gli ha ghermito l’anima e a lui non resta che prepararsi, assieme ai suoi nuovi amici per la battaglia che libererà la dimensione da quel sovrano spietato: lo scontro finale. Un breve estratto: Tu potrai riavere la tua anima, ma per farlo dovrai trovare il Pescatore di Anime e affrontarlo con il tuo dado. Esso ti aiuterà, ti è già servito una volta a sconfiggere un suo maleficio.

Abbiamo avvicinato l’autore per fare qualche domanda.

Da dove nasce l’ispirazione?

In genere i miei libri possono iniziare da un titolo, da un’idea, o da una tipologia di personaggio. Ormai posso dire che nelle mie storie, più che in passato, ci sia il giusto equilibrio tra quel che vedo intorno a me e ciò che leggo, tenuto conto che le mie letture virano dal fantastico al thriller scandinavo, dalla narrativa asiatica alla graphic novel.

Inizio di una nuova saga o romanzo autoconclusivo?

Lo Specchio dell’Anima è, insieme a Aurora d’Inverno, una serie di romanzi autoconclusivi che avrebbe dovuto far parte dello stesso ciclo, pur senza aver punti di contatto tra le storie, se non per pochi elementi. In entrambi i libri, infatti, compaiono personaggi che si conoscono, anche se le loro avventure si svolgono in universi diversi. Questo fa sì che ogni lettore possa decidere di cominciare da uno qualsiasi dei libri per iniziare a leggere, senza correre il rischio di perdersi informazioni importanti dalla lettura degli altri.

Pensi di tornare alla saggistica?

Al momento non credo. La saggistica, un po’ come la poesia, hanno rappresentato delle parentesi nella mia carriera di romanziere o più propriamente di scrittore di narrativa, dato che negli ultimi anni ho scritto anche racconti. Per adesso preferisco proseguire su questa linea.

Progetti per il futuro.

Con la mia nuova casa editrice, la Sága Edizioni, ho in programma tre o quattro libri nuovi, che abbracciano il fantastico a 360 gradi. A novembre esordirò nella fantascienza, con un romanzo ispirato ai mecha giapponesi e al cyberpunk. Poi sarà il turno (per il 2023) di un’antologia di racconti in stile hard boiled con protagonisti degli investigatori alle prese con casi che immancabilmente sconfinano nel mistero e nell’impossibile. E poi darò alle stampe il mio romanzo più corposo, un urban fantasy che molto probabilmente sarà pubblicato in due volumi separati. Ho in lettura presso gli editori anche un thriller fantasy e sono in attesa di responso.

Gordiano Lupi
www.ilfoglioletterario.it

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Paolo Parrini, "Prima della voce"

5 Aprile 2022 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

L'opera Prima della voce di Paolo Parrini (Samuele Editore - Collana Callisto, 2021 pp. 70 € 12.00) parla al cuore della vibrazione poetica, modula i segni espressivi dello stupore interiore, trasmette l'essenza iniziale delle parole considerando la materia comune della memoria con l'appropriata elezione d'immagini e tradizioni universali. Il poeta concede al linguaggio una diffusione rituale, iniziatica, attribuisce al miracolo incantevole della poesia la traduzione biografica in riflessioni indispensabili, contratte tra l'intuizione di una sensazione provvisoria e la sensibilità permanente, custodisce la rispondenza sonora della vita nell'oscillazione di una devozione pagana con la natura correlativa degli eventi. Prolunga il senso sottile e delicato della relazione estetica con l'unità dell'esperienza sensibile, osserva il presentimento acuto della visione del mondo e dei suoi struggenti accordi, traccia il rilievo emerso delle emozioni, distingue la cavità difensiva dell'ispirazione come il salvifico territorio delle occasioni e della verità. Il percorso elegiaco incrocia la scheggia indicativa nell'intreccio dei ricordi, l'intensità dello sguardo quotidiano sulla consistenza saggia della realtà. Prima della voce rintraccia la grammatica e la ricostruzione dei significati affettivi, recupera il dialogo spirituale trasferendo nella rappresentazione delle fotografie artistiche, contenute nel libro, la contemplazione della bellezza, riscatta la percezione delle impressioni che il disincanto ha estinto intorno alla nostra esistenza. Paolo Parrini riacquista la possibilità di vivere i legami con la naturale capacità di ascoltare e capire le proprie passioni, accoglie la cura dei sentimenti, concentra il raccoglimento religioso delle attese nei labirinti dei propri desideri, salvaguarda il sincero legame con le proprie promesse, affermando l'estensione di un'esecuzione lirica obiettiva, l'elevazione di un'epifania meravigliata, in comunione con un equilibrio riportato in  luce oltre la discordanza oscura del vivere. Risana l'intermittente dimensione del tempo e la direzione di appartenenza ai propri versi, ricompone le incertezze nell'esercizio stilistico di conquista dell'amore e di perizia dell'inquietudine, abita il luogo esteso dell'anima, ospita intenzioni e metafore della quiete. Il ritmo dei testi celebra la visione dinamica della pagina, come spazio e corpo degli elementi letterari, il carattere sacro e sensuale di una conversazione insistentemente scampata alla dimenticanza. La poesia di Paolo Parrini riconduce sulla soglia di un avvenimento, traduce il realizzarsi scrupoloso della successione del rumore e della sospensione, nel calpestio dei passi della vita,  definisce una voce segreta e ritrovata, estende la cortina della fragilità nell'infinito riflesso dell'estremità esistenziale, percorre le venature, la condensazione e  l'evaporazione dell'assenza. Fonda la sua dottrina nel respiro del miracolo sacro e familiare della tenerezza, nell'impalpabile sensualità, annoda il tessuto evocativo dei luoghi inattesi, escludendo il debito della parola alla deviazione del silenzio: “La memoria non è ciò che ricordiamo, ma ciò che ci ricorda. La memoria è un presente che non finisce mai di passare.” Octavio Paz

 

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”

https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

Il lento schiudersi

della notte nel mattino

il sonno stemperato

in un caffè forte.

La resurrezione di ogni giorno.

Fuori stanotte è caduta la neve.

 

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Si scompone la sera.

Ritmico il suono del tergicristallo

intacca il tempo perso

ad aspettare il giorno.

Alla mia sera aggiungi la tua.

Non siamo fatti di certezze.

 

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Poi nasce un fiore all'improvviso

là dove tacciono le fronde

ha il nome di una voce ormai passata

persa tra le dune e il temporale.

Stanotte ha raffrescato sopra i tetti

sui vetri già colmi dell'inverno

piccole dita intrise di calore

hanno scolpito i segni del tuo tempo.

Domani risvegliati avremo un altro sole.

 

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Attraversi la strada a capo chino

svanisci dentro il fiato caldo

e il sorriso che hai lasciato.

Nella nebbia s'appoggia

il rumore del mattino.

 

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Altre stanze gridano.

In questo giardino muto

anche le piante assorbono dolore.

Aspettare la luce della sera

il tacere delle voci.

Un calmo lago le dita.

 

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Amare una sedia, una mano,

il vuoto dentro un temporale.

Come se fossi nato solo per

questo darmi e avere,

una bilancia, un saliscendi.

Poi una fontana e lo scroscio,

il perdono. Non so

come altro dire amore.

 

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Farsi raggio o crepa,

sottile, annidarsi nei concavi

spazi, addormentare la memoria.

Quello che non abbiamo

sono i suoni iniziali dei nomi

che un tempo ebbero un volto.

                          Sia benedetto

questo spazio fatto altrove.

 

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Il cammino si conclude qui

dove era cominciato.

I giorni sono sentinelle stanche

riconosci gli odori e il silenzio.

Forse solo un poco più fondo

questo muoversi piano delle cose

l'emozione sale a cercare il fiore incolto.

Sei partito per tornare a casa

ora è tempo di raccoglimento.

 

 

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Merlin

3 Aprile 2022 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #serie tv, #televisione, #fantasy, #miti e leggende

 

 

 

 

Forse è un segno del destino che io abbia visto l’ultima puntata della serie televisiva Merlin proprio il giorno dopo l’uscita del mio Axis Mundi. Certo quando ho iniziato a seguire la prima stagione di questa lunga produzione ormai datata - trasmessa da BBC One dal 2008 al 2012 - non avrei mai pensato di spenderci due parole. Invece, vuoi l’affezione ai personaggi, vuoi il mutamento e l’evoluzione di stagione in stagione, ora lascio Arthur e Merlin con dispiacere e con il magone.

La serie parte con un piglio e una allure infantile, sembra una di quelle storie televisive per bambini degli anni 90, per capirci, Fantaghirò. Ma poi cresce, stagione dopo stagione, fino alla quinta che raggiunge uno status epico anche nelle scene corali e di battaglia. Mutano pure i personaggi, persino nel fisico. All’inizio poco più che ragazzi scapestrati, diventano alla fine quello che hanno sempre rappresentato nel mito, figure gigantesche ed eroiche.

Tutto si basa su un bromance, o meglio una storia di “quasi amore” asessuato fra due amici maschi, Arthur e Merlin. Arthur (Bradley James) è bello, nobile e incarna la regalità. Ha un cuore d’oro nascosto sotto modi altezzosi ed è un grande e imbattuto guerriero. Ma la figura centrale è Merlin (Colin Morgan), con il suo viso da elfo, la sua bontà, la sua apparente goffaggine, la sua semplicità e totale umanità. Merlin, però, è anche, di nascosto a tutti, Emrys, il più grande incantatore mai vissuto, l’ultimo signore dei draghi.

Arthur, che è retto ma cieco e offuscato dai pregiudizi e dall’arroganza inculcatagli dal padre, capisce la statura di Merlin solo nel finale. Solo allora comprenderà quanto Merlin gli sia stato vicino, quanto lo abbia aiutato, quante volte gli abbia salvato la pelle, quanta maieutica abbia messo in atto per tirare fuori le sue qualità fino a farne il Grande Re. Persino la famosa estrazione della spada è congegnata da Merlin per aiutare Arthur a credere in se stesso.

Per tutta la vita, Merlin sostiene Arthur, gli è a fianco in ogni avventura, sempre disarmato e un passo indietro, sempre all’apparenza inferiore ai cavalieri del re e tuttavia indispensabile, sempre umile ma capace di indirizzare il sovrano verso le scelte giuste. Lo fa con testardaggine e pazienza, senza mai ricevere un grazie o il dovuto rispetto.

Merlin non può rivelare i propri poteri magici ad Arthur, come a nessun altro, in un regno da cui la magia è bandita pena la morte. Ho sofferto pensando alla forza intrappolata dentro il giovane mago il quale, fino all’ultima puntata, non ha potuto mostrare la propria natura e ha dovuto nascondersi sotto un aspetto dimesso e imbranato, quello che una parte di lui effettivamente è. “Sono sempre la stessa persona” dice ad Arthur morente, dopo che questi ha finalmente scoperto la verità.

Il loro rapporto va oltre la fratellanza scanzonata, è puro destino, è mito. Arthur è nato per essere re e Merlin per aiutarlo nel suo compito, “per amore di Camelot”. Merlin, quindi, non ha quei poteri per se stesso, ma per un compito che è indissolubilmente legato al destino di Arthur e di Albion tutta. Ciò che accade ad Arthur, nel bene ma anche nel male, è dovuto proprio a Merlin, alle sue decisioni, alla sua volontà di contrastare la profezia nefasta che vedrà Arthur cadere a Camlann per mano di Mordred. Le azioni compiute da Merlin metteranno in moto l’inevitabile destino, certe sue scelte compassionevoli risulteranno poi fatali. Quindi Merlin è colui che aiuta Arthur ma anche chi ne decreta involontariamente la fine. Perché è così che deve essere, perché il destino è già stato scritto.

Alcuni rapporti fra personaggi sono molto interessanti. Arthur è devoto al padre Uther Pendragon ma ne è anche succube, non riesce a essere pienamente ciò che è, un re giusto e capace, se non dopo la morte dell’ingombrante e ottuso genitore. Merlin, a sua volta, ha un rapporto tenero e filiale con il medico/mago Gaius, e uno controverso con lo splendido e nobile drago Kilgharrah, bestia sapiente e minacciosa come tutti quelli della sua specie.

Certo ci sono delle incongruenze nella trama, ci si chiede come mai tutto ciò per cui Arthur e Merlin lottano sia un regno di pace, prosperità e giustizia che dura solo tre anni. Ciò avviene perché non si vuole invecchiare i protagonisti, perché Arthur e Merlin devono restare quelli che erano all’inizio: due ragazzi. Però si lascia intendere che Arthur tornerà, come è nella effettiva profezia del ciclo arturiano. Quando la Britannia ne avrà bisogno, il re dormiente ricomparirà e perciò, nell’ultima scena, si vede un Merlin invecchiato che percorre una strada ai giorni nostri. Sta aspettando, crediamo, il ritorno del re che lui, ancora una volta, fedelmente servirà.

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Paolo Borzacchiello, "La parola magica"

1 Aprile 2022 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

La parola magica

Paolo Borzacchiello

Mondadori, 2022

 

 

La storia contenuta in questo libro non è il fine ultimo della lettura. Anzi. È un mezzo. Come avverte lo stesso autore nella versione audio, il libro è pianificato in maniera tale da essere intrigante e coinvolgente (lo è, garantito) nella trama, ma allo stesso tempo contiene una serie di principi di mindfulness e comunicazione tali da plasmare il nostro modo di pensare tramite la reiterazione o, nella versione scritta, tramite caratteri in grassetto. Insomma: tu leggi una bella storia, e nel mentre inizi a sviluppare doti di maggiore consapevolezza, autostima, usare le parole in un certo modo, modificare i tuoi pensieri e di conseguenza la realtà. Pronti? Via! Leonard è l'alter ego dell'autore a Londra. Un giorno una vecchia acidona e scurrile lo assume per convincerla a non sterminare l'Umanitá. Perché sì, la decrepita ciminiera è Dio, con tanto di Arcangeli, Lucifero e compagnia cantante. Schizofrenica delirante o vera divinità? E come agirà Leonard? Usando e spiegando a noi lettori tutte le tecniche e i trucchi della comunicazione verbale e non verbale, e utilizzando i principi della PNL (di cui Borzacchiello è stato docente per anni) con tutto il razionale neurofisiologico sottostante. Funziona? Per il protagonista non ve lo dico, leggetevi il libro, per il lettore assolutamente sì. Le frasi che "devono restare impresse" sono piccoli semi che germogliano nei giorni a venire. Ci si troverà a prediligere i termini positivi pensando anche solo a noi stessi, per ingannare quella stupidotta della mente che non capisce negazioni e ironia, cercheremo di fare dire almeno 3 volte di seguito sì ai nostri interlocutori (anche qui, se volete sapere perché, leggete il libro), osserveremo con più attenzione labbra e occhi degli altri ma soprattutto ogni grattata di naso, nostra o altrui, ci dovrà subito far chiedere perché la situazione è stressante, a meno di allergie primaverili. Un buon consiglio è quello di scrivere le frasi in grassetto e i concetti reiterati su un quaderno, da leggere ogni giorno. Il pensiero si plasma ma è materia dura e resiliente, tende a tornare alle idee precedenti con estrema facilità. Buona lettura e buon percorso.

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Libri in Piazza e Salone Internazionale del libro

31 Marzo 2022 , Scritto da Gustavo Vitali Con tag #gustavo vitali, #eventi

 

 

 

 

Sono una cinquantina gli stand che attendono i visitatori di “Libri in Piazza” in programma il 2 e 3 aprile a Rivoli (Torino), comprese tre emittenti radio televisive. Due le aree che li suddividono, una dedicata al genere “comics” e l’altra agli editori.

La manifestazione prevede un nutrito programma di eventi collaterali, dalla cerimonia di benvenuto con le autorità locali e la madrina Elena Mirullo, agli incontri con gli autori, dalla presentazione di opere e scrittori nella Sala Convegni di piazza Martiri della Libertà, agli aperitivi letterari presso le attività commerciali di via Piol.

Infine lo stand dell’organizzazione, il CSU, Collettivo Scrittori Uniti, gruppo di appassionati di scrittura nato con l’obiettivo di promuovere libri durante le fiere nazionali. Sito nei pressi della Sala Convegni, ospiterà numerose opere e tra queste, per la prima volta in piazza, il libro Il Signore di Notte, un giallo nella Venezia del 1605.

Il tutto condito da incontri musicali dal vivo nonché approfondimenti su tematiche di attualità e attività video-ludiche.

 

Non ha bisogno di presentazioni il Salone Internazionale del Libro, giunto quest’anno alla XXXIV edizione che come sempre si preannuncia ricca di incontri ed eventi straordinari.

Sotto il titolo “Cuori Selvaggi”, le riflessioni ruoteranno attorno al tema della ricerca di speranza per il futuro, ricerca che non ci abbandona mai a dispetto del mondo inquieto, turbolento e pieno di enormi problemi nel quale viviamo.

Gli 81 mila metri quadrati dell’ultima edizione sono stati attraversati da oltre 150 mila visitatori. Con la concreta prospettiva di replicare il successo, l’esposizione del 2022 terrà banco nel capoluogo piemontese dal 19 al 23 maggio presso il Lingotto Fiere di via Nizza e non solo. Infatti l’iniziativa Salone Off porterà libri e spettacoli fuori dai padiglioni, con uno sguardo privilegiato alle periferie e all'area metropolitana.

Tra i numerosi attori della più grande fiera italiana dell’editoria, autori, librai, bibliotecari, docenti e studenti, case editrici e tanti, tanti lettori, il padiglione 2 ospiterà ancora una volta lo stand del Collettivo Scrittori Uniti. Qui saranno disponibili le opere di numerosi scrittori, compreso il libro Il Signore di Notte, opera d’esordio di Gustavo Vitali, che, come segnalato nel sito del libro medesimo, sta ottenendo lusinghiere recensioni da parte di lettori e addetti ai lavori. Nelle giornate di giovedì 19 maggio e venerdì 20 sarà presente lo stesso autore.

 

 

 

 

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"I magici lidi della bella Circe" di Silvana Troisi

27 Marzo 2022 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #arte, #pittura, #eventi

 

 

 

 

Da Sabato 26 Marzo al 6 Aprile 2022, presso la Ikigai art gallery di Roma diretta da Alessia Ferraro, entra in scena l’arte di Silvana Troisi. 

Uno scricciolo di artista, dagli occhi brillanti e dal pennello soffice come una piuma, mostrerà la sua visione di luoghi magici, con colori pastello tenui e delicati come la brezza marina che profuma di poesia. Silvana, con grande amore, ha dipinto e rappresentato  il Circeo e Sabaudia, luoghi storici e affascinanti al centro del Mar Tirreno. Sapete una cosa? Adesso, con la mia fantasia voglio immaginare una navicella che dallo spazio scende proprio sulla spiaggia di Sabaudia dipinta da Silvana Troisi. Ne escono due marziani che si trasformano in due umani come in Man in black. Si mettono in costume da bagno, prendono ombrellone e  sdraio, vanno a farsi il bagno, tranquillamente godono della bellezza del posto, poi  guardano l’orizzonte e sospirano, guardano il monte della maga Circe e sognano, bevono un buon caffè e ridono. Alla fine dicono: “Minchia, ma noi questa roba qua in giro per il cosmo mica ce l’abbiamo!”.

 Questo è ciò che ha dipinto ad arte Silvana Troisi. Se potete, venitela a vedere…

Volete sapere dei due marziani? Ve lo dico alla prossima mostra. Cari amici lettori del blog più stellare che ci sia, è bello parlare di arte con voi, ci rivediamo in giro per il blog signoradeifiltri e sarà sempre un piacere.

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Axis Mundi

26 Marzo 2022 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #amore, #eros, #fantasy, #miti e leggende

 

 

 

 

Con grande piacere e orgoglio vi presento il mio nuovo libro, al quale sono particolarmente affezionata. Scritto nel 2020, durante i mesi bui del lockdown duro, mi ha tenuto a galla e aiutato a evadere in un mondo fantastico popolato da cavalieri dall’armatura luccicante, dame belle e appassionate, re che maneggiano prodigiose spade del potere.

A distanza di quaranta anni da Le nebbie di Avalon di Marion Zimmer Bradley e, soprattutto, dal meraviglioso film Excalibur di John Boorman, ho scritto il libro che ho sempre avuto in animo di scrivere: Axis mundi, compiendo un’operazione a ritroso, di recupero delle origini. Sono tornata indietro, alla fiaba, a un Artù molto meno storico e molto più mitico.

Con questo romanzo si conclude la mia ideale “Trilogia della dea”, iniziata con Signora dei filtri e continuata con L’uomo del sorriso. Tre figure femminili forti, che incarnano una religiosità tellurica e matriarcale: dopo Medea di Colchide e Maria Maddalena ecco adesso a voi Morgana di Cornovaglia.

Nato, come dicevo, in un periodo nero per tutti noi, “Axis Mundi” esce in un momento storico altrettanto terribile. Con la speranza che vi aiuti a passare qualche ora serena.

 

In una notte tempestosa Igraine di Cornovaglia concepisce un figlio con il suo amante, re Uther Pendragon. A spiarli, Morgaine, figlia del marito di Igraine, il duca Gorlois che, proprio quella notte, muore in circostanze misteriose. Subito dopo il funerale del marito, Igraine sposa Uther.
Morgaine cresce sotto l’egida di Myrdiin (Merlino), il druido nato all’ombra del cerchio di pietre, che prepara il fratello Arthur per il suo destino. Il ragazzo dovrà estrarre la spada Excalibur dalla roccia, diventare l’Axis mundi, l’incarnazione stessa della regalità, il Grande Re, il quale sarà tutt’uno con la sua terra che unirà proteggendola dalle invasioni dei Sassoni.
Attorno a Morgaine e a Arthur i cavalieri della tavola rotonda e le loro dame, le battaglie, le rivalità, la ricerca del Graal, l’amore declinato in tutte le incarnazioni: l’amore passione fra Uther e Igraine, quello coniugale fra Arthur e Gwenhwyfar (Ginevra), quello cortese, angelicato e irrefrenabile fra Gwenhwyfar e Lance, quello fatale e predestinato fra Tristan e Yseult (Isotta). Ma, soprattutto, l’amore proibito, tellurico e ancestrale, fra Morgaine e suo fratello, fra la sacerdotessa della dea e il grande Re cervo, che è anche, però, un re cristiano.
Attraverso sensi di colpa abissali, tradimenti e lussuria, si dipanano le vicende di una storia corale, fatta di fili che s’intrecciano come in un ordito e una trama, mentre i vessilli garriscono al vento sui contrafforti della gloriosa Camelot, faro di civiltà per la Britannia tutta.
 
IN USCITA IL 1 APRILE!
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Federica Cabras, "Chi me lo ha fatto fare"

24 Marzo 2022 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #federica cabras, #recensioni, #eros, #amore

 

 

 

 

Chi me lo ha fatto fare

Federica Cabras

Literary Romance, 2022

pp 266

15,00

 

 

Chi me lo ha fatto fare, di Federica Cabras, è un romanzo divertente ma, soprattutto, autoironico, una sorta di metanarrativa - con tanto di stralci da un’opera in fieri, di estratti da un blog e appunti per articoli - incentrata sul genere letterario del romance, quello che un tempo si definiva soltanto “rosa” ed è ora declinato in molti sottogeneri: dall’erotico al young adult, dall’urban fantasy all’historical, dal regency al male to male etc etc.

L’autrice ne parla con passione e indulgenza ma anche con scherno, e per questo si cala nei panni maschili (insoliti per lei) del “Denigratore”, ovvero Edoardo Muscas, bello senz’anima, giornalista sciupafemmine che deve scrivere un articolo proprio sul genere che disprezza, quello, appunto, rosa. Il pregiudizio da cui parte Edoardo è che le scrittrici di romance sono tutte gallinelle prive di cervello, incapaci di mettere due parole in fila senza sbagliare. Dall’altra parte c’è, però, Costanza Melis, scrittrice bionda, chiara di pelle, rotondetta, occhialuta. Ma anche intelligente, frizzante, colta. Si muove, come molte delle eroine della Cabras, nell’ambiente caro all’autrice, quello dell’editoria, incarnandone sogni e ambizioni. Poiché l’ultimo libro di Costanza non ha venduto, viene sollecitata dall’editore a rendere più pepato ed erotico il prossimo lavoro. Costanza non ha una vita sessuale, inibita com’è da un padre tutto casa e chiesa. Non si sente bella, non si piace, non si dà da fare con gli uomini. Per scrivere, tuttavia, dovrà avere esperienze di prima mano e quindi decide di trovarsi un tizio da usare solo per il sesso e poi mollare. Edoardo e Costanza s’incontrano per caso, lui decide di sfruttare lei, lei di sfruttare lui. Scocca la scintilla e cosa accade lo lascio immaginare.

La Cabras gioca con i cliché del genere, che dichiaratamente non disdegna. Perché mai dovrebbe farlo, dico io, quando tutte le storie hanno in fondo la stessa trama e l’importante è come le si scrive, oltre all’atmosfera che sanno ammannirci? Gioca, soprattutto, con l’eros, le scene piccanti sono anche divertenti, scanzonate, dissacratorie. Notevole spazio è dato al filone secondario, quello costituito dalle vicende amorose del padre di Costanza, bacchettone solo in apparenza, con la disinibita madre di Edoardo.

Un romanzo allegro e spumeggiante, che forse sacrifica un po’ di emotività sull’altare del divertimento, ma certo riesce, e non è poco in questi momenti bui, a strapparci una sonora risata.

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Festival del Cinema Città di Spello

22 Marzo 2022 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #cinema, #concorsi

I

 

 

 

 

Si è conclusa l'undicesima edizione 'Festival del Cinema Città di Spello ed i Borghi Umbri - Le Professioni del Cinema', ideato da Donatella Cocchini e dal regista Fabrizio Cattani. L’Auditorium San Domenico di Foligno ha fatto da cornice alle premiazioni, in cui ha trionfato, cinque professionisti premiati, 'Qui rido io' di Mario Martone. Alessandro D’Anna per il trucco, Ursula Patzak per i costumi, Marco Perna per le acconciature, Giancarlo Muselli per la scenografia e Rodolfo Migliari per gli effetti speciali. All’opera diretta da Martone è andato anche il premio come miglior film decretato dalla giuria dei giornalisti umbri. Tre, invece, i riconoscimenti assegnati all’opera 'I nostri fantasmi' di Alessandro Capitani: quello per la sceneggiatura, con il premio ritirato dallo stesso regista, quello per il montaggio del suono a Filippo Barracco e quello per il creatore di suoni a Ivan Caso. Il premio per il miglior autore della fotografia e quello per il miglior fonico di presa diretta sono andati rispettivamente a Renato Berta Simone Olivero entrambi professionisti del film 'Il buco' di Michelangelo Frammartino. A chiudere il cerchio 'Il silenzio grande' di Alessandro Gassman che si è aggiudicato il premio per le musiche grazie ai maestri Pivio e Aldo De Scalzi, 'Piccolo corpo' con Nadia Trevisan a cui è andato il riconoscimento per il miglior organizzatore/produttore esecutivo e, infine, 'L’Arminuta' che ha vinto il riconoscimento per il miglior montaggio assegnato a Roberto Missiroli. Sempre a 'L’Arminuta' è andato anche il premio di Cinemaitaliano.info

 

Ecco tutti i premi del festival:

Miglior montatore: Roberto Missiroli per 'L’Arminuta' di Giuseppe Bonito

Miglior truccatore: Alessandro D’Anna per 'Qui rido io' di Mario Martone

Miglior costumista: Ursula Patzak per 'Qui rido io' di Mario Martone

Miglior colonna sonora: Pivio e Aldo De Scalzi per 'Il silenzio grande' di Alessandro Gassman

Miglior autore della fotografia cinematografica: Renato Berta per 'Il buco' di Michelangelo Frammartino

Miglior sceneggiatura: Alessandro Capitani per 'I nostri fantasmi' di Alessandro Capitani

Miglior creatore di suoni: Ivan Caso per 'I nostri fantasmi' di Alessandro Capitani

Miglior acconciatore: Marco Perna per 'Qui rido io' di Mario Martone

Miglior scenografo: Giancarlo Muselli per 'Qui rido io' di Mario Martone

Miglior fonico di presa diretta: Simone Olivero per 'Il buco' di Michelangelo Frammartino

Migliori effetti speciali: Rodolfo Migliari per 'Qui rido io' di Mario Martone

Miglior montaggio del suono: Filippo Barracco per 'I nostri fantasmi' di Alessandro Capitani

Miglior organizzatore/produttore esecutivo: Nadia Trevisan per 'Piccolo corpo' di Laura Samani

Miglior film internazionale: 'La persona peggiore del mondo' di Joachim Trier


Nella sezione cortometraggi:

Best short film: 'A moment of magic' di Andrea Casadio

Special jury price: 'Intolerance' di Lorenzo Giovenga e Giuliano Giacomelli

 

Premio Giuria Giornalisti Umbri

Miglior film: 'Qui rido io' di Mario Martone

 

Premio Cinemaitaliano.Info

Miglior film: 'L’Arminuta' di Giuseppe Bonito

 

Premio Cineteca Nazionale Centro Sperimentale Di Cinematografia

Miglior documentario: 'Zenerù' di Andrea Grasselli

Motivazione: Per la capacità di far scoprire allo spettatore la vita del personaggio, Flaminio Beretta, standogli accanto con rispetto ed empatia pur nella eccezionalità di una scelta ermetica molto lontana dalla frenesia e dalla virtualità del mondo contemporaneo. Attraverso Flaminio, inoltre, il regista riesce a raccontare senza didascalismi un territorio e le sue tradizioni, come quella antichissima dello Zenerù che dà il titolo al documentario.

 

PREMIO GIURIA INTERNAZIONALE DELLA WILLIAM PENN UNIVERSITY - OSKALOOSA - IOWA

Miglior documentario: 'Zenerù' di Andrea Grasselli

Miglior cortometraggio: 'A Moment of magic' di Andrea Casadio

Miglior backstage serie tv: 'Domina' di Alessia Colombo

 

Documentari

Miglior documentario: 'I am the Revolution' di Benedetta Argentieri

Motivazione: In un mondo sempre più lacerato da guerre e violenze, con un’attenzione particolare oggi alla drammatica situazione in Ucraina, alla crisi umanitaria divampata nel cuore dell’Europa, il reportage di Benedetta Argentieri ‘I am the Revolution’ ci consegna un potente ritratto di donne, tre testimoni di resilienza e riscatto tra i territori dell’Afghanistan, della Siria e dell’Iraq. Un appassionato racconto di chi si batte in prima linea contro la schiavitù, le discriminazioni e le limitazioni sociali-culturali ai danni dei più fragili. ‘I am the Revolution’ si configura come un emozionante grido di protesta, un vibrante inno di libertà. E di pace.

 

Premio Agenda 2030

'Revenge room' di Diego Botta

 

Nella sezione dedicata ai backstage:

Miglior backstage serie tv: 'A casa tutti bene' di Sara Albani

Miglior backstage film: 'Sorelle per sempre' di Andrea Porporati

 

Tre i Premi Speciali consegnati, a cominciare dal 'Premio all’Eccellenza', consegnato dal direttore di Rai per il sociale, Giovanni Parapini all’attrice Marina Confalone', protagonista di un incontro con il pubblico moderato dal giornalista e critico cinematografico Alessandro Boschi e con la partecipazione in collegamento dell’attore e regista Alessandro Gassmann.

 

Poi, il 'Premio Carlo Savina' assegnato dalla famiglia del celebre maestro al compositore, autore di testi e sound designer Matteo Curallo, che ha incantato il pubblico del San Domenico con una performance musicale affiancato dalla violoncellista Irina Solinas. Infine, il 'Premio Ermanno Olmi' andato al regista de 'Il buco', Michelangelo Frammartino in collegamento da Locarno.

 

Premio Miglior Giovane Promessa - Dopo Ginevra Francesconi, presente al Festival nella serata di venerdì nell’ambito del progetto 'Agenda 2030', a distinguersi quest’anno tra le giovani promesse è stata la piccola Carlotta De Leonardis, tra le protagoniste del film 'L’Arminuta' di Giuseppe Bonito. A sceglierla una giuria composta da alcuni membri dell’Associazione Agenti dello Spettacolo, rappresentati sul palco da Stefano Chiappi e Mira Topcieva.

 

Per il secondo anno consecutivo, inoltre, il Festival ha ospitato il Premio 'Meno di Trenta'iniziativa curata da Silvia Saitta e Stefano Amadio con cinemaitaliano.info e dedicata agli artisti del cinema e della serialità televisiva con meno di trentanni. Cinque i riconoscimenti assegnati in occasione delle premiazioni:

Miglior attrice cinema:
Aurora Giovinazzo

Aurora Giovinazzo ha acceso una scintilla nella giuria. Una fiamma che è la stessa con cui incendia la sua protagonista Matilde in Freaks Out, figlia di una guerra che cercherà di superare con l'aiuto della sua banda di scapestrati, ma soprattutto attingendo da quel potere che è il medesimo che Aurora mette nelle proprie interpretazioni. Un'eroina che si illumina e che ci permette di guardare al futuro, che auguriamo possa risplendere per questa attrice, a cui va un premio che ci ricorda anche la magia del cinema italiano e della capacità delle sue emozioni.

 

Miglior attore cinema:
Francesco Russo

Motivazione: nel cinema italiano c’è in atto un Rinascimento del “genere” cinematografico, in cui l’Horror si sta facendo spazio: Francesco Russo l’ha intercettato e s’è misurato con un ruolo fuori dal coro per il classico orrorifico, destreggiandosi con un dialetto lontano dal suo di nascita. Francesco conferma una versatile capacità di plasmarsi, già colta ne L’amica geniale o in un’opera come Pecore in erba, ma che nel film di De Feo e Strippoli spicca, permettendoci di parlare di talento. Questo riconoscimento è per come, con il personaggio di Fabrizio, consenta s’intercetti l’essere calzante nel ruolo ma anche tutta la duttilità che gli appartiene e che pensiamo possa aprirgli la porta principale del grande schermo.

 

Miglior attrice serie tv:
Cristina Cappelli

Motivazione: per averci regalato, con genuina ed efficace semplicità, il ritratto contemporaneo di una donna forte, ma allo stesso tempo vulnerabile, alle prese con dubbi e paure che sono specchio di una generazione. Abile nell'alternare, con la complicità del collega Angelo Spagnoletti, momenti comici a momenti più drammatici, Cristina è riuscita a superare in scioltezza la sua prima grande sfida in un ruolo da co-protagonista, dimostrando una maturità ed un talento che ci auguriamo le possano regalare un futuro promettente nel panorama cinematografico e seriale italiano.

 

Miglior attore serie tv:
Angelo Spagnoletti

Motivazione: per aver tratteggiato un ragazzo, Daniel, che poteva risultare il solito protagonista per il quale si fa fatica tifare, ma che invece ha saputo dimostrarsi un ragazzo onesto, divertente e sincero con cui potersi immedesimare. In lui sono racchiuse le speranze di una generazione di mezzo, quella dei trentenni, che guarda con nostalgia al passato e un po’ di paura al futuro. Il merito di Angelo è anche quello di aver saputo trovare una chimica perfetta con gli altri personaggi, in primis con la co-protagonista Cristina Cappelli, aiutandoli a brillare e a non farli diventare preda dell’ombra di Daniel.

 

Menzione della Giuria:
Giulia Dragotto

Motivazione: per la sua incredibile performance in Anna di Niccolò Ammaniti. L’inesperienza, la messa in scena impegnativa, il fatto che l’intera serie pesasse sulle sue spalle sono stati tutti ostacoli che si sono sbriciolati ai piedi del suo talento cristallino, che appare istintivo in una così giovane interprete e che promette un futuro di grandezza. Data la natura distopica della storia che è stata chiamata a mettere in scena, Giulia è riuscita a trasmettere sentimenti ed emozioni difficili da immaginare anche per interpreti navigati, e ha fatto innamorare all’unanimità i membri della giuria.

Tra i tanti ospiti presenti alla cerimonia di premiazione, condotta da Francesco Castiglione, anche il padrino del festival Alessandro Sperduti e gli attori Ester PantanoLiliana FiorelliFrancesco Foti Valeria Fabrizi. E proprio l’attrice di 'Che Dio ci aiuti', è salita sul palco per un momento dedicato a 'Tata Giacobetti e il Quartetto Cetra', celebrati dall’omaggio musicale di 'Un bacio a mezzanotte' che ha visto esibirsi lo stesso Castiglione insieme a Simona Fiordi.


Per maggiori informazioni:

www.festivalcinemaspello.com/
https://it-it.facebook.com/festivalcinema.spello/
segreteria@festivalcinemaspello.com

Foto by Rocco Giurato

Foto by Rocco Giurato

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