Tulipani di seta nera

Siamo giunti alla XIII edizione del Festival Internazionale Film Corto a Tema - Roma - dal 18 al 22 Giugno 2020.
Il Festival Internazionale Film Corto “Tulipani di Seta Nera”, ha come obiettivo, come si legge sul sito stesso del festival, quello di promuovere il lavoro di giovani autori che, con le proprie opere, descrivono, tramite le immagini, “non il semplice racconto di una diversità, ma l’essenza della diversità, sapendola soprattutto valorizzare”.
Intervista alla Stilista Cinzia Diddi.
Lei farà parte della giuria di Varietà nella XIII Edizione del Festival Internazionale Tulipani di Seta Nera?
Si, sono felicissima, amo il cinema, ne seguo e ne ho seguito come stilista molti set. Questa sarà una bella avventura, per adesso sono già usciti alcuni articoli relativi alla mia partecipazione insieme ad altri giurati, alla conferenza stampa. Oltre a questo non posso aggiungere molto altro. Seguiteci, dal 18 al 22 giugno.
Quanto è legata al cinema?
Molto, al cinema devo molto. Se vuoi rimanere in questo settore devi essere professionale. Non ci si può improvvisare. Il mio ruolo è quello di lavorare in stretta collaborazione con sceneggiatrice e scenografa per la cura dei dettagli degli abiti che dovranno essere contestualizzati e non sovrastare né il personaggio né l’ambientazione.
Quanto è importante un abito?
È fondamentale. Spesso rivela aspetti e dettagli del personaggio più di quanto lo facciano le parole.
Quali sono i progetti per il futuro? E Quale l’ultimo a cui ha lavorato?
Sto seguendo film con attori internazionali. Uno degli ultimi progetti cui ho partecipato, e nel quale, oltre a seguire la protagonista Milena Vukotic come consulenza d' immagine e con i miei abiti, ho partecipato con una piccolissima parte dove ho interpretato me stessa. Il film è Selfiemania di Elisabetta Pellini, con una splendida Milena Vukotic ed un esilarante Andrea Roncato, direttore alla fotografia Blasi Giurato.
Paolo Cordaro, "Memorie in versi"

Memorie in Versi (WritersEditor, 2020) è la nuova silloge del poeta tiburtino. Più volte ho detto che, secondo me, Paolo Cordaro è un poeta necessario, che canta un luogo di transizione tra la periferia romana e le adiacenze a essa: una specificità territoriale che a sua volta è portatrice di storia e tradizioni di grande importanza, legata a Tivoli. È un poeta che va a occupare un vuoto preciso, perché l’umanità e le emozioni di cui trattano i suoi versi, collocabili prevalentemente tra gli anni ’70 e ’80, per poi confluire in un presente spesso formale - che ambisce al politicamente corretto, ma soggiogato nella sua labirintica umanità -, ci restituiscono la memoria di un affresco urbano particolare e al contempo universale nell’immaginario italiano.
La pianura delle Acque Albule (Albula peraltro è il nome primigenio del Tevere), reifica una romanità territoriale sganciata dalla Capitale eppure ancora più verace, come per molti versi quella di borgata, che nel suo (nostro) caso però dipende da un territorio prestigioso, quello di Tivoli. Essendo io residente in questi luoghi da diversi anni, sentivo la necessità di recuperare la memoria di un posto così particolare, con le terme, le fonti, che una volta penetravano sottotraccia nel dedalo delle strade, il suo non più forte odore di zolfo, così salutare, che richiama un’idea di veracità, libera, quasi selvaggia tra canneti, anfratti, boschi, laghetti, ninfe e sibille. In questo senso per me il poeta risponde a un dovere di recupero profondo. Se Cordaro non ci fosse bisognerebbe inventarlo, e in fondo la sua poesia si innesta nella progressione sociale dell’area, ormai facente parte di Roma Città Metropolitana, che ha visto cambiamenti, interazioni, la grande immigrazione dall’Est Europa, una forte espansione dell’edilizia residenziale, dovuta anche alla scelta abitativa di impiegati e operai che lavorano nel cuore di Roma. Io stesso che vi abito dal 2004 l’ho vista mutare, e ancora in quegli anni era considerata un limbo, mentre oggi è luogo ambitissimo in cui vivere e da cui muoversi, merito anche dei lavori di potenziamento dei trasporti, a iniziare da quelli della ‘metro regionale o provinciale’ FL2.
La poesia di Cordaro è anche fortemente generazionale, legata a quei contesti di canzoni, di pallone (e di pallonari), muretti, chiacchierate, amori, che si sostanziano in classi di età aperte al mondo ma ancora lontane dal digitale e perfino dall’analogico per molti versi. La sua sensibilità è per determinati aspetti affine alla mia, nell’esplorare e curare nicchie esistenziali fatte di persone, mestieri, e varia umanità che dialogano con i mattoni, il legno, le colle, i cantieri, i calcinacci, le polveri, il cemento, che fanno capolino con i tanti ‘nzi capito’ e poi esibiscono alla vista mani che vogliono dire esperienza, che si guadagnano il rispetto da parte degli altri e resuscitano sentimenti cotti dal sole o conservati dal freddo; un percepire crepuscolare, introspettivo, che si esalta in quelle geometrie di passaggio e transizione rappresentato dalle rotaie, dai caselli, dalle stazioni: luoghi di ‘meditazione’ e che invitano a guardarsi e a pensare per eccellenza, che fanno da amplificatore delle emozioni, perché la borgata è alle spalle, perché dalle stazioni si parte, perché i binari portano lontano e il cuore della Capitale deve ancora essere raggiunto.
Concrezioni urbane, quelle del poeta, che sono ‘Piccole case d’avorio/con gli occhi di smeraldo/tutte uguali/tutte in fila come noi/con i piedi nudi sull’asfalto/a scattare, a rincorrerci/giù per la discesa/giù fino alla “Z”/per accendere il gran falò/e farlo più alto che si può. (da Borgonuovo), ma Nella stagione del sole che/tramonta alla fine della via,/giocavamo a rincorrerci/in controluce, senza tregua,/sul campetto della quarta strada,/al confine dell’asfalto,/tra la casa di Felicetto e/quella di sor Michele,/cauti dallo zoppo con le forbici che/interrompeva i sogni sfregiandoli,/in quello spazio/dove si volava da una porta all’altra,/in barchette di cotone blu/o in scarpini di cartone,/col pallone che andava a vento… (da La Stagione del Sole).
Consiglio vivamente questo libro a tutti, ma soprattutto ai cittadini tiburtini di tutte le generazioni. Cordaro è zolfo che accende i circuiti della mente, innesca scintille che illuminano percorsi esistenziali, mentre a volte è acqua albunea che ci trasporta in luoghi ameni, agrodolce fiume della nostalgia. Il poeta inoltre ormai è un pilastro culturale di iniziative sempre più importanti.
Paolo Cordaro nasce a Bagni di Tivoli (oggi Tivoli Terme) il 30 agosto 1966.
Scrive poesie e racconti da più di venti anni. Ha pubblicato diverse raccolte di poesie: A tua immagine (2002), Gocce di Sole (2006), Aulenti Dintorni (2009), La meta dell’essere (2012), Frammenti d’Essenza (2014) e nel 2016 Il Senso del Cammino, un poemetto composto dal 540 terzine diviso in 14 canti, mentre del 2018 è la volta di Suadenti Sensazioni, una raccolta di poesie d’amore con la prefazione curata da Marcia Theophilo, poeta candidata al Nobel per la letteratura
Le mie poesie sono emozioni in versi, sono la mia libertà di confrontarmi con le brutture del mondo moderno. Metto in versi i miei ricordi di infanzia, le mie prime passioni, ma anche ciò che sono adesso. Vivo le emozioni della poesia come ossigeno. Non potrei mai vivere senza riempire i fogli bianchi delle mie emozioni.
È membro di Giuria del Premio Internazionale di Poesia Orazio, da lui ideato.
Note biografiche di Gino Pitaro:
Nel suo percorso svolge varie attività, tra cui quella di redattore e di documentarista indipendente.
Nel 2011 il suo esordio con I giorni dei giovani leoni (Arduino Sacco Editore), poi per la Ensemble pubblica rispettivamente nel 2013 e 2015 Babelfish, racconti dall'Era dell'Acquario e Benzine, vincendo numerosi premi letterari.
La Vita Attesa è il romanzo per Golem Edizioni pubblicato nel 2019
L'autore vive in provincia di Roma.
Delia Carta, "Una storia"

Una Storia
di Delia Carta
p. 43
Albatros, 2019
Prezzo 9,90
Una storia è un racconto poetico di una giovane vita, quella di una donna che, trasferitasi dal centro della Sardegna a Milano per inseguire il suo sogno, affronta l’ingresso nell’età adulta, talvolta con sicurezza e determinazione talvolta nel dubbio e nello smarrimento.
Sono parole che provengono da un’anima profonda che si è messa a nudo, parole di vita che l’autrice ha deciso di guardare in faccia e affrontare.
La lettura di queste poesie è molto scorrevole, dato il linguaggio semplice, ma è inevitabile soffermarsi a leggerle più volte perché riescono a creare un legame con la tua parte più profonda.
Quest’anima delicata ti parla sincera, con la sensibilità di chi ha conosciuto l’amore, quello vero, fatto di vette ma anche di voragini molto profonde ed è stato molto bello fare la sua conoscenza.
Una storia è per chi apprezza il racconto in versi e non si fa spaventare dalla poesia.
Vola
da “Una Storia”
Se questo non è cadere
allora,
non è altro
che volare.
Buona Lettura
F.
Nove domande e mezzo a Marta Bandi

1) Quando hai iniziato a scrivere?
Da bambina avvertivo il bisogno di prendere carta e penna e ricorrere alla scrittura, racchiusa in una bolla di volontaria solitudine, per scrivere brevi poesie o pagine di diario. In seguito, per svariati motivi, ho messo in stand by questa passione, fino a quando, circa due anni fa, ho partecipato al "Corso di immaginazione scontenta" di Alessandro Mazzà (capitano di #Libereria). Da allora ho ripreso carta e penna e (come scrivo nella poesia che apre il mio libro) ... il fiume sotterraneo è emerso...
8)Come descriveresti l'atmosfera che si respira in Libereria?
Libereria è tante cose. Oltre a essere un consorzio di autori (come tutti sanno) è incontri, raduni, scambi sinceri di affetti, ascolto, famiglia. L'atmosfera è, da un lato sempre piacevole e accogliente, dall'altro lato stimolante, in continuo fermento.
9)Scrivi per te stessa o scrivi per il lettore?
Il tempo che precede lo scrivere è un tempo di riflessione, di messa a punto di un pensiero, di scavo interiore, e questo lavoro è in evoluzione fino a quando metto il punto finale. Sono momenti nei quali non penso al lettore, penso a scrivere quello che sento, ed essendo io la prima lettrice, voglio esserne convinta. Successivamente il mio auspicio è di arrivare a di trasmettere qualcosa agli altri: un'emozione, un'immagine poetica evocativa, un pensiero condiviso.
1/2) Non ti chiederò perché scrivi, ma bensì che cosa scatena in te la voglia di farlo, al momento che ti accingi a scrivere la prima battuta qual'è il tuo primo pensiero, dove trovi la forza espressiva?
La voglia arriva all'improvviso, non so di preciso cosa la scateni, è un lampo, un'illuminazione, un friccicore (termine romanesco) a volte acuto. Il primo pensiero è di soddisfazione per qualcosa che sta nascendo, sta prendendo forma. La forza espressiva la trovo nell'introspezione ma anche intorno e fuori di me. La natura è una potentissima forza ispiratrice.
Il guardiano del faro

Elia, il guardiano, adorava i profumi e i suoni del mare, in particolar modo i cavalloni che si schiantavano sugli scogli attorno alla struttura. Ogni qualvolta c'era una tempesta, dalla postazione più alta del faro contemplava la distesa in burrasca sotto di lui. Chi l'avrebbe mai detto che da quell'uomo avrei ereditato tali estatiche sensazioni?
Ricordo come fosse ieri. Il risveglio, l'alba di quella mattina coi raggi del sole che entravano dalla suggestiva finestra che dava sul Golfo di Genova.
Il letto che mi aveva ospitato era duro come la banchina di un porto. Non mi meravigliai che il vecchio camminasse con la schiena ricurva. Mi inoltrai, scalzo, in direzione della cucina, noncurante del pavimento mal ridotto e di alcune schegge di legno che andarono a conficcarsi nella pianta dei piedi. Elia stava lì, appoggiato a un sgangherato e rumoroso frigorifero a fumarsi la pipa con espressione malinconica.
«Sei sicuro?» mi domandò. Annuii, senza particolari remore, d'altro canto non sapevo dove andare.
Dopo una frugale colazione andammo in spiaggia per ammirare le magnifiche onde che si infrangevano delicatamente sulle rocce che circondavano la torre. Mi soffermai pure su Elia, a cominciare dalle mani nodose per l'età, il viso visibilmente stanco e la brezza che gli soffiava sui pochi capelli bianchi. Le sue guance erano rugose e provate da chissà quanti venti affrontati.
«Sarai tu e quella luce. Entrerete in simbiosi e fungerete da guida ai naviganti» mi disse quell’uomo canuto indicando con l'indice verso l'alto senza degnarmi di uno sguardo. Sospettai che quella specie di eremitaggio gli avesse fatto dimenticare come guardare una persona negli occhi.
Successivamente mi spiegò le mansioni da svolgere per poi effettuare una serie di esempi pratici. Imparai in fretta, grazie ad una dote innata per la manualità risalente ai tempi dell'orfanotrofio e, qualora ci fossero stati problemi di natura tecnica, mi sarei avvalso di un manuale o, nei casi peggiori, avrei potuto utilizzare il telefono per chiedere assistenza a chi dovere. Riguardo la paga e gli approvvigionamenti, in quel periodo, venivano garantiti mensilmente dalla marina mercantile.
L'ormai ex guardiano mi consegnò le chiavi e ci salutammo senza che gli chiedessi dove fosse diretto. Dalla porta d'ingresso lo vidi percorrere lentamente una stradina sterrata portando con sé una logora valigia. Rimasi da solo, i gabbiani che garrivano mentre volavano liberi sembravano darmi il loro benvenuto. Rientrai.
In cucina accesi il fornellino a gas, desideroso di una cioccolata calda, fin dal primo momento pronosticai che non mi sarei mai liberato di quel freddo perenne. Indipendentemente dagli abiti che indossavo o dalle varie stufe accese, il gelo si sarebbe insinuato nelle mie ossa, oltremodo. Non mi sbagliai. In quel primo giorno di lavoro feci il secondo "trekking" sulla torre, le scale di ferro arrugginito risalivano a spirale lungo pareti. Chissà quanta fatica per Elia arrampicarsi tutte le volte necessarie!
Una volta raggiunta la cima, mi cimentai scrupolosamente nel pulire i pannelli in vetro, lucidare l'obiettivo, sistemare gli stoppini e riempire d'olio una moltitudine di lampade assieme ad altre incombenze che diventarono consueta routine.
Anni dopo, in un tetro pomeriggio di novembre prossimo alla tempesta, notai una figura femminile proveniente dalla stessa callaia con la quale il mio predecessore aveva lasciato il faro. La donna si fece strada attraverso la sabbia proprio sotto di me, visto che mi trovavo nella parte bassa della struttura. Oltrepassò una piccola barca e, quando raggiunse il bordo della scogliera, si fermò a osservare il golfo. Il suo lungo vestito azzurro fluttuava come quello di un angelo. Puntai i riflettori su di lei, accademicamente parlando.
Dapprima trovai strano che, con l’imminente scatenarsi della tormenta, quella donna avesse deciso di dirigersi proprio lì, finché realizzai quali fossero le sue reali intenzioni. Corsi e la raggiunsi, la invitai a ritornare indietro. Inizialmente rimase muta poi parlammo un po', la sua voce sofferta mi colpii profondamente, tant’è che non rammento cosa ci dicemmo.
A un certo punto sciolse il nastro che le legava la coda. I suoi lunghi, ondulati capelli castani caddero a cascata e furono rapidamente sferzati dal minaccioso vento piovigginoso. Era bella, decisamente bella, i lineamenti delicati enfatizzavano il chiarore della sua carnagione.
Si mise a piangere, con gli occhi chiusi.
«Mi manca mio marito!» esclamò portandosi la mano alla bocca per soffocare un singulto. Infine si girò di spalle chiaramente intenzionata ad attuare l’insano gesto. Il suo amato doveva essere un marinaio o un pescatore. E lei lo stava per raggiungere, il mare le avrebbe fatto da ponte per il cielo.
La vidi gettarsi. Non potei fare nulla.
Io, Tancredi Diotallevi, ho il costante ricordo di quella apollinea donna che mi pesa sul cuore. Sono passati circa trent'anni anni, costellati da episodi belli e meno belli. Stamattina scopro che presto sarò sollevato dal mio incarico ma non per raggiunti limiti d'età. In buona sostanza la tecnologia cartografica e altri strumenti di navigazione installati nei mezzi marittimi non giustificano più l'operato del sottoscritto e, naturalmente, l’utilizzo dell’emettitore di segnali luminosi della struttura.
Dovrei essere malinconico, deluso… invece no, da quanto ho appreso dalla raccomandata che mi è stata fatta pervenire dal postino, il faro avrà un nuovo contratto di locazione. A tal proposito il Comune di Genova prevede di trasformarlo in un museo e di consentire al pubblico visite panoramiche. Mi è stato chiesto di rimanere in qualità di guida.
Accolgo con entusiasmo la proposta e per di più sarò lieto di condividere le mie storie ai visitatori.
Tutte tranne una.
Donato Carrisi, "L'uomo del labirinto"

L’uomo del labirinto
di Donato Carrisi
Longanesi, 2017
pp.390
12,35
Samantha Andretti ha 13 anni, quella mattina il suo unico pensiero è che dovrà scambiare due chiacchiere con Tony, il ragazzo più bello della scuola. Quel giorno Samantha non arriverà mai a destinazione, scomparirà nel nulla, diventando la pedina di un gioco infernale.
Da quel momento, la piccola protagonista dovrà aggrapparsi ai suoni, alle voci, alle sensazioni e agli odori, per comprendere le tenebre che l’hanno ingoiata. Ed è proprio in quel luogo angusto, da lei chiamato “Il Labirinto”, che rimarrà imprigionata in compagnia del suo misterioso rapitore.
Samantha verrà rintracciata 15 anni dopo, in una notte anomala di caldo surreale, in stato confusionale e con una gamba rotta.
Così la ritroviamo ventottenne, in un letto di ospedale, con accanto il Dr. Green, profiler che ha il compito di entrare nella sua mente e trovare gli indizi per catturare il rapitore.
Ma a seguire le tracce del mostro c’è anche Bruno Genko, l’investigatore privato che, anni addietro, fu incaricato di indagare sulla scomparsa dai genitori della ragazza e che fino a quel momento era convinto di aver fallito la missione. Genko ha appena scoperto di avere un male incurabile e, convinto che sia il suo ultimo caso, decide di buttarsi a capofitto nella spasmodica ricerca del rapitore.
Il Dr.Green e Genko riescono insieme a far emergere dall’ombra il mostro che per 15 anni ha sottomesso Samantha ai suoi giochi sadici. Il suo volto è nascosto dietro a una maschera da coniglio con gli occhi a cuore, il suo nome è Bunny.
“La natura umana era capace di genio e bellezza, ma anche di generare abissi oscuri e nauseabondi” e è proprio in queste parole dell’autore che sta la vera essenza di questo romanzo.
L’uomo del labirinto ti cattura con il suo ritmo fin dalle prime righe, descrivendo, con linguaggio semplice e scorrevole, il susseguirsi degli eventi. In questo, come in tutti i libri di Carrisi, non puoi dare nulla per scontato, e quando credi di aver capito tutto, ti frega. L’unica via maestra del romanzo, è costituita dallo svolgimento delle due indagini parallele, che mirano entrambe alla cattura di Bunny. Al contempo, non avendo alcun punto di riferimento spaziale o temporale, ti trasporta facilmente in luoghi tenebrosi, a tratti claustrofobici: un momento sai bene dove ti trovi e poco dopo, senza neanche accorgertene, sei immerso nei più oscuri meandri della mente umana.
Così, molto presto, incontri Bunny, un uomo con una maschera da coniglio con grandi occhi a cuore, personaggio nascosto ma ingombrante. Tanta è la suggestione quante sono le domande che ti sorgono in testa durante la lettura: cosa vuole quest’uomo? Ma, soprattutto, perché proprio quella maschera?
La sua presenza inquietante la troviamo all’improvviso, dietro il finestrino di un furgone o mentre ti fissa immobile avvolto dall’oscurità: Bunny è con te in ogni momento.
Troviamo elementi all’apparenza innocenti, come un fumetto e un costume da coniglio, diventare pericolosi strumenti al servizio della perversione umana.
Il personaggio di Bunny è un vero colpo da maestro, proprio come IT di Stephen King, sei fermamente convinto che un clown,e in questo caso un coniglio, non possano mai farti del male e invece così, tra una pagina e l’altra, ti accorgi che possono trasformarsi nei dei tuoi peggiori incubi.
Romanzo ideale per gli amanti del genere thriller e per tutti coloro che vogliono un libro scorrevole, di quelli che si lasciano “divorare” e che tengono svegli fino a tardi (anche perché in compagnia di Bunny è proprio difficile addormentarsi).
Buona Lettura.
Teresa Valentina Caiati, "Frange d'interferenza"

Frange di interferenza di Teresa Valentina Caiati (Quaderni di Poesia Eretica Edizioni, 2019) è una pregiata cornice di ricerca poetica, una fusione musicale in uno sfondo sensoriale, metafora di desiderio e di nostalgia, associata al senso di vaga ed indefinita malinconia, contenuta nell'indugio compiacente di sentimenti e passioni comuni, resti emotivi corrispondenti alle tracce lasciate e alle relazioni salvate dal deterioramento interiore. I versi accordano la sovrapposizione di rumore e silenzio, l'incrocio invadente di verità e illusione, misurano l'intonazione delle attitudini umane, l'intensità e l'ampiezza del linguaggio nel suono articolato della poesia. La superficie dell'anima è la memoria decifrata dalla traiettoria esistenziale dello spazio e rivela la sua presenza, nella direzione del tempo e scorre arredando i margini del conflitto intimo. La poetessa rende visibile il principio luminoso del suo percorso aggirando gli ostacoli nella propria esperienza quotidiana, celando il profilo netto dell'ombra che delinea il suo cammino. La percezione profonda di essenze reali distinte, l'osservazione cromatica degli accidenti e delle note, rivelano l'interferenza delle emozioni e la fenditura dei confini in chiaro-scuro della sensibilità. Teresa Valentina Caiati assiste il mutevole ed inaspettato coinvolgimento della realtà elevando l'approfondimento periferico degli eventi con la spontanea ed istintiva melodia della sua centrale interpretazione e avvolgendo la singolare e delicata bellezza dei destinatari che cingono la seduzione gotica ed oscura delle vicende, dei luoghi e delle immagini. La poetessa affronta il destino di una solitudine che è al centro di tutto e attraversa l'impenetrabile cupezza, girovaga ed inquieta, di ogni inesprimibile relazione umana contro l'ineluttabile fissità del cuore smarrito e confuso. La curva impercettibile delle parole oscilla nella volontà intelligente e condiziona le scelte, fa da scudo alle sensazioni. Assorta nella quiete dell'assenza, la visibilità del ricordo non si dissolve ma dilata le intuizioni emotive, come se custodisse il segreto della consistenza e della necessità della vita. La testimonianza umanistica della poetessa è un patrimonio potente e fedele allo stupore, sostenuto da quella brezza, misteriosa ma espressiva, che soffia sull'esasperata consuetudine di ogni esulante condizione, pena che non allontana il perpetuo e spontaneo corso del tempo e destina al richiamo solitario la coscienza reduce. La direzione esclusiva ed imperturbabile dei pensieri sosta su una piccola nicchia sospesa, affatturata nel segreto delle discordanze che regolano la tensione esatta di quanto è trascorso o di quanto è lontano.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”
https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
Il talento
Il talento
è l'aggettivo superlativo
posto dinnanzi ad un nome.
Tutt'intorno fa stragi e razzie
e senza termini di paragone,
governa, assolato e indisturbato,
nell'impero grammaticale dei sogni.
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Noi altri
abbiamo insenature
e promontori sulla schiena
simili alla gobba di Leopardi
per il peso crescente
cui la natura sottopone.
Incompatibilità di sistema.
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La bellezza
Riconosco la bellezza
quando l'orizzonte s'allontana
e un pensiero gli va in soccorso.
In un istante
sono lì
dove ancora non sono.
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Il destino
Ogni volta che mi fermo
contemplo il destino
scorrere, imperterrito,
su quella strada parallela
al mio incedere lento.
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Le occasioni
Le occasioni
sono loculi sempre aperti
in cui dimora
da lontano
l'ansia esitante
di non avere fine.
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D'un tratto
D'un tratto capii
che solo il ritmo genera l'amore,
così presi a pensarti con la stessa frequenza.
Nove domande e mezza cineparlando con Giuseppe Scilipoti

Federica Cabras, "I segreti di una culla vuota"

I segreti di una culla vuota
Federica Cabras
Officina Milena, 2020
pp 240
15,00
Un thriller, I segreti di una culla vuota, ma non solo, come sempre quando si parla delle opere di Federica Cabras. Beatrice Angelica Farris e Lorenzo Serra hanno una vita invidiabile e sono felici. Sono giovani, belli, benestanti e rampanti. Più di ogni altra cosa, l’uno ha l’altro. Sposati, si amano di un amore immenso, tutto sembra filare per il meglio. Ma Lorenzo muore in un incidente. Quelle cose che succedono, così, all’improvviso, e ti ritrovi a tornare in una casa dove l’altro non rientrerà più, dove ci sono ancora gli oggetti come li ha lasciati prima di uscire. La normalità sparisce in un istante, la vita di Beatrice e di Lorenzo non esiste più.
La vedova affranta e inconsolabile scoprirà che la realtà non era come sembrava, che nell’esistenza del suo impeccabile e meraviglioso marito c’erano delle falle, e un segreto inconfessabile emergerà pian piano dal buio. Suo marito ha qualcosa a che fare con la morte di un bambino di tre anni, avvenuta tempo prima, Giorgio Marcialis, rapito in un centro commerciale e barbaramente ucciso.
Beatrice dovrà lottare per tornare a galla dalla depressione in cui è precipitata, per capire cosa sia effettivamente successo a suo marito, e chi altro sia implicato in quest’orribile vicenda. Attorno a lei si muovono vari personaggi. Il giornalista Samuele, che la aiuterà e le farà ritrovare un po’ di voglia di vivere, la madre con cui non ha mai avuto un buon rapporto, il collega e amico fraterno di suo marito, la madre del piccolo Giorgio, distrutta e abbrutita dal dolore.
Thriller, dicevamo, con colpi di scena, inseguimenti, sparatorie e un intreccio da dipanare e svelare. Ma anche qualcos’altro, qualcosa che deriva dall’anima profonda e dolente dell’autrice: uno studio sulla perdita, sull’elaborazione del lutto.
La parte preponderante del romanzo – che qualcuno appassionato solo di storie di genere può addirittura ritenere eccessiva ma io, invece, prediligo – è dedicata alla vedovanza, ai ricordi struggenti che ti colgono all’improvviso e ti sbilanciano, che ti trafiggono lasciandoti senza fiato. Beatrice perde in un istante il centro del suo mondo, vede spalancarsi l’abisso attorno a sé. Ci vorrà molto tempo per uscire dal baratro, per ricostruirsi un’identità. Questo lungo e difficile percorso è descritto molto bene, senza fretta, con i dovuti approfondimenti, che forse, sì, rallentano lo sviluppo rapido della trama, ma danno prova di sottigliezza psicologica, di analisi approfondita, di scavo interiore. Sentiamo tutto il dolore di una moglie che ha perso l’uomo che adorava, sentiamo la mancanza come fosse nostra, avvertiamo quel senso di vuoto incommensurabile, infinito.
Scrittrice brava e con molte anime Federica Cabras. Ha una vena allegra, frizzante, giovanile, quella di Un sogno un amore un equivoco. Ne ha un’altra macabra, primordiale, quasi deleddiana nel suo legame con l’isola natale. Ha anche una fascinazione morbosa per la morte. Ma, soprattutto, ha una grande sensibilità e conoscenza dell’animo umano, descritto attraverso gesti, dialoghi e oggetti di uso comune.
Uno stile tutto suo, personalissimo, fatto di echi, di motivi ripresi, di flash back, di sofferenza e di ironia. Uno stile che è come l’onda, come la risacca che lambisce la battigia per tornare indietro lasciando sul bagnasciuga sempre qualcosa: un granello di sabbia spostato o una conchiglia che prima non c’era.
LE NOVE DOMANDE PIU’ PAZZE DEL MONDO… MA NON TROPPO: Majlinda Petraj

Amici lettori della signoradeifiltri, oggi ho il piacere di presentarvi una scrittrice che fa della dolcezza la sua poesia. La sua forza è nelle parole che mette nero su bianco in ogni componimento, e la positività è nello sguardo con il quale vuole contagiare i suoi lettori. Fa parte della grande famiglia di @libereria, una realtà editoriale in continua ed entusiasmante crescita. Signore e signori, oggi con noi Majlinda Petraj, ed ecco le domande alle quali si è sottoposta con un grande sorriso, coinvolgendo tutti noi in un'atmosfera di piacevole serenità.
Ti senti dottor Jekyll e mister Hide?
Concordo che, per quanto buoni potremo ritenerci, esiste un po' di mister Hyde in ognuno di noi. Personalmente vorrei si potesse vedere il mio lato buono. Faccio tutto il possibile, pur non soffocando del tutto anche l'altro.
Sei una scrittrice onesta oppure un po’ drin drin?
Non capisco cosa sia una scrittrice drin - drin, nemmeno mi ritengo intellettuale. La parola "onestà" invece mi piace perché, quando scrivo, mi denudo delle mie paure, angosce, perplessità e sono pronta al confronto e a essere letta.
Perché scrivi?
Scrivo per comunicare con il mondo. Perché lo sento come un bisogno vitale, come mangiare, dormire etc.. È un modo d'essere, io sono Poetessa.
Con il tuo libro cosa vuoi dire?
Il mio libro, PIANETA CUORE, già dal titolo vuole comunicare la possibilità di rifugiarsi altrove, in uno spazio nuovo che può contenere tutto ciò che Sei.
Sei a colazione con Oriana Fallaci, cosa le chiedi?
“Oriana, quando te la smetti di fumare?" Scherzo, le darei un bacio per il suo libro Lettera a un bambino mai nato.
Entri nella stanza di un editore e, dietro la sua schiena, vedi un cartello incorniciato con scritto "Se vuoi essere pagato come dici te, devi scrivere come dico io".
Allora, richiudo la porta perché non potrei scrivere a condizioni, regole o restrizioni. Scrivo come dico Io.
Progetti per il futuro?
Nella mia testa ci sono ancora molti libri. Per il momento sto assemblando il mio secondo libro, una raccolta di poesie e brevi inserti di prosa poetica. Nonché alcuni miei disegni.
Che ne pensi dei tuoi colleghi scrittori?
Oltre il fatto che li considero fratelli e sorelle a tutti gli effetti, penso che siano straordinari poeti/scrittori, persone e amici.
Libereria per te cos'è?
CASA!
1/2 ) Sei mai tentata di copiare?
No, assolutamente. E non tanto per dire. Ma ogni cosa che sono vorrei fosse autentica. Mi amo abbastanza per NON farlo.
E con la parola amore, lo stesso amore che Majlinda Petraj riversa nel suo lavoro di scrittrice, amici lettori vi salutiamo e vi aspettiamo al prossimo appuntamento, sarà ancora una sorpresa, un nuovo artista da incontrare, voi intanto non cambiate canale, casomai girate pagina, la pagina del vostro libro preferito.
Majlinda Petraj bio
“Mi chiamo Majlinda Petraj", sono di origini albanesi ma vivo in Italia da moltissimi anni. Scrivo da quando ho imparato a scrivere, all'età di 7 anni. Nel mio paese d'origine ho avuto la soddisfazione di essere spesso premiata a livello nazionale. Ho interrotto per un periodo il mio interagire con il mondo poetico ma non lo scrivere. Quello è una costante della mia vita. Ora, faccio parte di Libereria e ne sono fiera. Ho trovato il mio posto. Vorrei dare il meglio. ”
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