Premio letterario Scaramuzza

PREMIO LETTERARIO SCARAMUZZA
I Edizione
DEDICATA ALLE DONNE AUTRICI
SCADENZA ISCRIZIONI: 15.10.2020
iscrizione gratuita
Nell’anno in cui Parma, città di artisti e letterati, è eletta a Capitale Italiana della Cultura, coinvolgendo tutto il territorio parmense, è occasione per dare avvio nel Comune di Sissa Trecasali alla prima edizione di un concorso letterario intitolato ad un illustre personaggio, pittore e poeta, nato proprio a Sissa nel 1803, Francesco Scaramuzza.
La peculiarità di questo concorso letterario è quello di avere ogni anno una tematica diversa. Il tema di quest’anno è: “Ispirandosi alla figura di Maria Luigia D’Austria, Duchessa di Parma.” I libri, o racconti, non devono essere necessariamente a carattere storico ma possono essere storie di fantasia, di qualsiasi genere letterario; la figura della duchessa è da intendersi come pura ispirazione. Così pure per quanto riguarda la poesia.
Il concorso si rivolge a scrittrici e poetesse, donne, e destinato ad adolescenti.
Il Premio Letterario Scaramuzza è nato da un'idea dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Sissa Trecasali, la sua gestione e realizzazione è stata affidata all’Associazione Parma OperArt APS dall'Amministrazione Comunale stessa. La Giuria sarà composta dai membri della Commissione Pari Opportunità del Comune di Sissa Trecasali e da alcune personalità del mondo letterario nazionale. La Cerimonia di Premiazione si svolgerà nel mese di dicembre 2020 presso il Teatro “G. Ferrari Burattinaio” loc. Sissa.
Questo il link di riferimento per tutte le informazioni:
Francesca Abis "Non tutto il male viene per nuocere"

Non tutto il male viene per nuocere
Francesca Abis
Place Book
"Antonio e Michele sono amici da sempre. Insieme gestiscono un chiosco in Sardegna, nella caraibica spiaggia di Sa Perd’e Pera, pietra a forma di pera. Avendo però speso tutti loro risparmi per acquistare la licenza balneare, non ne hanno per sistemare il locale che sta cadendo a pezzi: i lettini sono quasi tutti rotti, gli ombrelloni strappati e le sedie e i tavolini di plastica bianca ingialliti dal sole. In una soleggiata mattina, irrompe nella loro vita Chiara".
Apprezzabile opera letteraria di Francesca Abis - autrice sarda dotata di grande sensibilità - mi ha colpito. Lieto di essere il primo a recensire questo suo bel romanzo che mi ha tanto acchiappato ed emozionato. Avendo letto un certo numero di suoi racconti brevi, sapevo che non mi avrebbe deluso.
Intensità dell'immagine/azione di buona densità emozionale sono i punti forti del libro che, tra le varie cose, sgancia una scossa agli stereotipi sulla Sardegna e sui sardi, e per di più non si limita a dare corpo visivo. Innanzitutto l'Isola dal mare di Smeraldo fa da cornice a una trama praticamente anti deleddiana, (chi conosce Grazie Deledda sa che i suoi lavori risultano fortemente drammatici e colmi di rassegnazione tra Decadentismo e Verismo). Mi sono sentito trasportato in un solo attimo nei suggestivi luoghi, sebbene per certe località menzionate abbia fatto largo uso di Google Maps, al fine di aumentare il senso di immedesimazione.
Non tutto il male viene per nuocere cattura da subito l'attenzione con la sua cover, una copertina che incuriosisce, che attira l'occhio e invoglia a tendere la mano, prendere il romanzo dallo scaffale o scaricarlo su Kindle.
Basta il primo capitolo a far immergere il lettore in una scrittura piacevolissima, l'autrice è capace di trasformare le parole in una deliziosa e squisita Vernaccia che va giù che è un piacere.
Secondo me, l’autentica forza del libro sta proprio nella straordinaria normalità della storia o, almeno, quella iniziale, visto che il susseguirsi della vicenda vira all'inaspettato, tant'è che in certi frangenti mi sono addirittura commosso.
I "Fratelli Diversi" li considero simpatici, genuini, onesti e leali. A volte danno origine ad alcuni siparietti, dei quali mi è stato impossibile non sorridere. Inoltre ho ammirato quel loro legame che considerarlo fraterno è dire poco.
Si entra facilmente in empatia con i personaggi, “I fratelli diversi, Chiara e gli altri, (oops, involontariamente ho citato la nota fiction anni novanta!), per non parlare del giusto inserimento di buoni sentimenti, che fortunatamente non cascano sul cliché buonismo nemmeno nelle battute finali, e di alcune venature drammatiche necessarie ai fini dello svolgimento, venature comunque inserite strategicamente. Da segnalare l'impronta investigativa del quindicesimo capitolo, impensabile proprio.
Tra tutti i personaggi il mio preferito è indubbiamente Chiara, non soltanto per il piano ben orchestrato da lei ma anche in virtù del suo passato. Con lei mi sono decisamente identificato, un esempio di persona risoluta, forte, che non si è mai piegata alla vita nonostante la morte dei genitori.
Di Antonio e Michele (I Fratelli Diversi) si hanno pure riferimenti sul loro passato, ecco, diciamo che nel corso della lettura si potrebbero utilizzare per delle sottotrame pur sempre legate da un filo conduttore.
Che altro dire?
È un romanzo intelligente perché equilibrato, non vuole eccedere ed evita il tentativo di un volo radente, o meglio si mantiene a una solidità narrativa che punta in alto, raccontando eventi e situazioni disparate, tuttavia senza mai rischiare di bruciarsi alla Icaro.
Un esordio riuscito, al massimo penalizzato da alcune linearità. Ad ogni modo sono sicuro che in futuro Francesca Abis ci regalerà opere di spessore sempre maggiore.
Attendo altre sue pubblicazioni.
Stefano Simone e Il passaggio segreto per Amazon Prime

Abbiamo incontrato il regista Stefano Simone, che seguiamo con interesse fin dai primi corti e dal primo mediometraggio horror Cappuccetto rosso, registrando significativi passi in avanti nella sua produzione. Il suo ultimo film, Il passaggio segreto, sta riscontrando giudizi molto positivi. Ho già parlato del film in alcune recensioni, credo che sia il lavoro più compiuto e maturo di Simone. Un antefatto rapido introduce al mistero, quindi l’incontro al bar tra due amiche d’infanzia, la decisione di ripercorrere un vecchio incubo, di entrare in quel passaggio segreto dove chiunque ci fosse andato da solo non sarebbe più ritornato … Un film senza tempi morti, ben recitato dalle due protagoniste, fotografato con uno stile personale e dotato di un’inquietante colonna sonora.
Stefano, ci sono novità distributive sul tuo ultimo film?
Il passaggio segreto è uscito per la prima volta il 16 marzo: in linea col decreto del Consiglio dei Ministri #iorestoacasa, è stato rilasciato gratuitamente in streaming per un mese sulla piattaforma X-Movie; dopo di che, a fine aprile, sono iniziati i primi passaggi televisivi. Aspettando l'uscita su Amazon Prime Video negli USA e in UK, la X-Movie ha deciso di renderlo disponibile per il noleggio al costo di due euro sulla propria piattaforma, in modo da renderlo facilmente reperibile anche sul suolo italiano. Questo è il link diretto: https://www.x-movie.it/movie/passaggio/
Stai preparando qualcosa di nuovo?
Attualmente sto preparando un altro mediometraggio mistery dal titolo L'uomo brutto e che comporrà il secondo capitolo di un'ipotetica trilogia sul mistero iniziata appunto con Il passaggio segreto. Ancora una volta le protagoniste saranno Natalie La Torre e Rosa Fariello che dovranno affrontare un'entità che si aggira nelle zone rurali del paese. Altro non voglio aggiungere. Dovrei girarlo nella prima metà di settembre, coronavirus permettendo...
Attendiamo con curiosità il nuovo lavoro mistery di Stefano Simone e nel frattempo invitiamo i lettori a scoprire la sua produzione indipendente.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Ian Seed, "Sognatore di sogni vuoti"

Sognatore di Sogni Vuoti
Ian Seed
Edizioni Ensemble, 2018
Autobiografia
Ho incontrato il mio amico Dante in una piccola tenda che lui aveva montato proprio fuori della stazione del treno. Nessuno si era opposto alla sua permanenza qui, anche se la sua tenda era un po' un intralcio durante le ore di punta. Tuttavia non c’era alcun motivo perché lui si accampasse ovunque – aveva più di mezzo milione di sterline in banca, che per la maggior aveva guadagnato dalla pubblicazione a proprie spese di un’autobiografia. Si era tenuto una copia per sé accanto. Era consumata per l’uso e le sue pagine avevano delle vecchie macchie. La mostrava a chiunque gli dava una monetina. (pag. 26)
Ian Seed è professore associato presso il Dipartimento di Letteratura Inglese dell’Università di Chester in Inghilterra, con un dottorato anche in Letteratura Italiana. Per un po’ di anni ha vissuto anche in Italia. Nella sua bella carriera ha scritto diverse opere, soprattutto sillogi, raccolte. È considerato uno dei maggiori poeti britannici contemporaneo.
Il libro pubblicato dalla Ensemble nel 2018, tradotto da Iris Hajdari, è singolare. Innanzitutto un curioso richiamo viene dal suo cognome, ‘Seed’, che è parola che in inglese vuol dire seme, e questi brevi racconti poetici sono ‘semi’, una via di mezzo tra la ‘proesia’ e la forma letteraria del racconto, che però nel caso specifico sono particolarmente brevi. La raccolta in questione si sostanzia quasi come un genere letterario nuovo, e questa è già una buona notizia. Lo stile è rigoroso e al contempo ondeggiante, quindi talvolta l’autore usa il registro grottesco, surreale, ma la sua scrittura è anche in grado di ricordare la prosa di Raymond Carver. Le sue brevi o brevissime composizioni, come quella di cui sopra, finiscono per timbrarsi sempre nell’animo del lettore, permangono, fanno capolino nella mente, sono davvero ‘semi’ inoculati nell’animo del lettore, e sono sicuro che il poeta ne sia consapevole e in qualche modo egli per primo abbia voluto giocare con ciò, a partire dal suo cognome. I temi sono quelli dati dalla quotidianità, da quei piccoli e grandi eventi che costruiscono il nostro destino: circostanze e intersezioni con gli altri che finiscono per essere determinanti o comunque farsi esperienza nell’animo umano. Seed ci mostra non tanto quanto le apparenze siano diverse dalla realtà, ma come questa sia multiforme, e che quello che noi afferriamo di essa è solo condizionato dai nostri pregiudizi, per cui ogni situazione deve rispondere a un nostro paradigma mentale, mentre la realtà è molto più articolata di quello che filtra la nostra mente.
Infine il libro è anche da consultazione, magari proprio aprendolo a caso, come a richiedere a esso un vaticinio, e non è davvero da escludere che vi sorprenda davvero. Oppure uno di questi quadretti può accompagnarvi nelle vostre riflessioni o nel gioco animico durante un viaggio.
La traduzione di Iris Hajdari è eccellente, tranne per qualche refuso. Il titolo italiano della raccolta non rende quanto quello inglese, negativizzandolo. Il libro è stato pubblicato nel Regno Unito da Shearsman Books nel 2014, intitolato Makers of Empty Dreams.
Note biografiche di Gino Pitaro:
Nel suo percorso svolge varie attività, tra cui quella di redattore e di documentarista indipendente.
Nel 2011 il suo esordio con I giorni dei giovani leoni (Arduino Sacco Editore), poi per la Ensemble pubblica rispettivamente nel 2013 e 2015 Babelfish, racconti dall'Era dell'Acquario e Benzine, vincendo numerosi premi letterari.
La Vita Attesa è il romanzo per Golem Edizioni pubblicato nel 2019
L'autore vive in provincia di Roma.
Considerazioni su una pandemia
Cosa manca nella gestione di questa pandemia? Il buonsenso, quello che in passato abbondava.
E manca il concetto che la malattia e la morte sono fatti naturali. Se tutto questo fosse successo anche solo quaranta anni fa, le cose sarebbero andate diversamente. Forse non ci sarebbe stato neppure un lockdown.
In passato si sapeva che la morte e la malattia, pur orrende e spaventose, fanno parte della vita, sono normali. I bambini a volte morivano, per questo se ne facevano tanti. Il parto era un evento pericoloso e capitava che le donne ci lasciassero le penne. Ci si ammalava di morbillo, di parotite, di rosolia, di varicella. L’influenza magari portava via il nonno.
Ora no. Malattia e morte non sono più accettate. Bisogna vivere, sempre, a ogni costo, tutti. Anche chi ha quasi cento anni, anche chi non sa nemmeno più come si chiama ed è impiagato in un letto. E per vivere tutti, non dobbiamo più vivere nessuno.
Abbiamo fatto bene a stare in quarantena. Avremmo dovuto starci fin da subito, tutti, alle prime avvisaglie. Ma, all’inizio, lo stato aveva paura di prendere decisioni impopolari, mai prese prima. Persino chiudere i voli dalla Cina. Persino non far andare a scuola chi dalla Cina era appena tornato. Neppure non prendere un aperitivo. Poi è arrivato il vero lockdown e a scuola non c'è andato più nessuno. In realtà sempre troppo ridotto, sempre troppo limitato. A Ferragosto chiudono più aziende di quelle che da noi hanno continuato a lavorare anche durante la quarantena. Invece avremmo dovuto stare tutti fermi, paralizzati per quindici, venti, massimo trenta giorni, poi ripartire. Invece si è chiuso progressivamente e lentamente, non si è avuto coraggio, si è arrivati allo stallo giorno dopo giorno, mentre la gente moriva e, da questo stallo, dal pantano, ora non siamo più capaci di uscire.
Abbiamo fatto bene, dicevo, all'inizio. Poi, però, basta.
Manca il buonsenso. Quello dei vecchi. Quello dei tempi che furono. Quale sarebbe adesso il buonsenso? Tenere chiusi i luoghi di aggregazione: cinema, teatri, discoteche, locali. Non fare feste, non organizzare processioni, concerti, comizi. Per il resto affidarsi al senso comune. Responsabilizzare la gente, trattare gli adulti da adulti. Ok alle mascherine, invito a non raggrupparsi, a non andare troppo in giro, a stare in casa se possibile, a tutelare se stessi e gli altri. Ma non più obbligo. Non più. Perché se questa malattia diventa endemica e continua a circolare per anni non ci si può trasformare in una società di stampo cinese-entomologico, dove lo stato va a impattare in modo paranoico, ossessivo, maniacale in ogni più piccola sfumatura del vivere quotidiano. Dove lo stato mi dice chi devo vedere, quali sono i miei affetti, se sono stabili o no. Che significa stabili? Magari io odio stabilmente mia nonna ma sono innamorato della dirimpettaia. Che ne sa lo stato? Lo stato che misura i centimetri di distanza che devo tenere da mio marito, che immagina l’ossimoro delle spiagge libere organizzate, che mi fa fare il bagno con la mascherina. Lo stato assurdo, ridicolo, ingerente, ingombrante. Lo stato che rincorre il runner solitario e permette le folle accalcate sotto casa della ragazza rapita.
Lo stato che vuole conciliare l’inconciliabile: la salute pubblica con l’economia.
Lo stato decide che il ristorante non può aver più di quattro tavoli e lo fa fallire. Farebbe meglio a dire la verità, quella che non vuol dire neppure a se stesso. Che non si può avere tutto, che certi ristoranti sono destinati a chiudere. Non puoi tenere aperto il tuo locale, guarda in faccia la realtà, probabilmente la gente non verrà, continuerà giustamente ad avere paura, tu trovati un altro lavoro. Ma non sappiamo rinunciare a nulla. Lo stato ci vuole sani, chiusi in casa, ma anche pronti a spendere soldi per sostenere l’economia.
Lo stato decide che i bambini devono andare all’asilo col braccialetto per segnalare la troppa vicinanza al compagno. Così i bambini imparano che il compagno è pericoloso, che è cattivo, che è il male. Che la maestra non può abbracciarti, non può consolarti se piangi. Che siamo tornati al medioevo. I bambini da sempre si scambiano il ciuccio, mettono le mani nella terra, hanno i pidocchi e i vermi intestinali. È così che si fanno gli anticorpi.
Cosa si può rispondere a una madre che, per salvare la vita a un anziano in stato vegetativo, deve costringere suo figlio a crescere semi autistico e asociale? Prendi un bambino di un anno o due. Prendi mamma e papà che attuano “il distanziamento sociale”, ovvero scansano ogni essere umano, coprendosi il volto con la mascherina. Prendi questo gesto e ripetilo, ad ogni incontro, con ogni persona, anche i parenti stretti, per settimane, mesi, forse anni. Cosa imparerà questo bambino? Come crescerà, quale sarà il futuro della generazione Covid? Con quale coraggio, a fine epidemia, quei genitori potranno dirgli: “Vai, abbraccia il nonno, dagli un bacio”. Un bacio? Abbracciare il nonno? Il bambino li prenderà per matti.
Le cose non vanno bene, non si sta affrontando la situazione con naturalezza, con responsabilità, con normalità. Si sta impattando nella vita della gente in modo compulsivo, violento, assurdo, a colpi di centimetri, di plexiglass, di droni, di robot, di autocertificazioni e moduli risibili.
Una malattia è una malattia, gestiamola come le malattie del passato che sì, magari hanno fatto milioni di morti, ma la morte è naturale. Non siamo invincibili, non siamo eterni, non siamo esenti dalla sofferenza. Non sfuggiremo alla sofferenza nemmeno chiudendoci per due anni in casa con un sussidio statale, nemmeno distanziandoci col metro. Soffriremo, ci ammaleremo, moriremo, ma, almeno, lo faremo senza costrizioni, senza depressioni, senza schizofrenia e paranoia, senza la maledetta e impossibile voglia di controllare tutto. Senza delirio di onnipotenza.
Giovanna Iammucci, "Memorie di una strega"

Ero curioso di leggere questo romanzo e devo dire che non sono rimasto deluso. È la storia di un percorso iniziatico, fantasioso, sempre avendo presente che c’è nulla di più reale che il fantastico. L’autrice colloca questa storia di crescita di una Janara (Strega, Maga, forse derivato dalla Dea Diana), della consapevolezza dei suoi poteri, lungo un percorso di ricerca interiore ed esteriore in un’epoca indefinita, che anche il linguaggio usato nei dialoghi rende piacevolmente incerta. Un aspetto voluto, non lasciato al caso, perché l’autrice vuole che la sua protagonista, Donna Isabetta, sia di ogni tempo. Azzeccatissimi i nomi dei vari personaggi: non è una cosa facile, che ha la sua importanza. Il lettore percorre quindi una storia che va dagli albori familiari, intersecandosi con i saperi antichi, figure ancestrali, legami di sangue, lotte, diatribe, avventure che diventano rivelatrici, quindi mondi di incantesimi, sette e fate, fino all’epilogo. Il racconto è disseminato da piccole e grandi sorprese che animano piacevolmente la storia. Una lettura quindi senz’altro gradevole, ma quello che io personalmente ho trovato più interessante è il legame dell’autrice con la sua identità, che è ben radicato in terra campana, terra di Streghe, di ‘Janare’ e ‘Magare’, come tanta Italia e tanto Sud, senza escludere tutta l’argomentazione europea, di cui peraltro l’autrice è influenzata. Il Sud è topos geografico peraltro che ha a che fare con le Streghe, anche per il noto premio letterario e il suo irrinunciabile sponsor, ‘Lo Strega’ beneventano, davvero ottimo e con il quale si fanno pure eccellenti gelati. L’autrice è legata al rapporto antico con le forze della natura, con le sue concrezioni fisiche e spirituali, con le stratificazioni che ne fanno parte. Un aspetto che non è alieno alla mia sensibilità. Queste sono generazioni che ancora possono avere un legame con antichi riti e sapienze, e specialmente per chi ha qualche anno in più è facile ripescarli nel cofano delle proprie memorie. Altre persone, o pure coloro che hanno ereditato determinate tradizioni, possono comunque recuperare specifici saperi attraverso rigorose ricerche e la pratica stessa. La narrazione della Iammucci si infarcisce di opportuni riferimenti storici, invocazioni, citazioni letterarie e anche storiche relative alla caccia alle streghe, alle festività che in qualche modo vi sono vincolate.
Un altro aspetto che mi piace è che l’autrice narra tutto con freschezza, con un’inconsapevole dolcezza e leggerezza, accompagnando tutto con un filo di eros e trasmettendo la chiara importanza che per lei ha questa riappropriazione, questa dimensione archetipica femminile, di indipendenza e legame con la Madre Terra. Di fondo Isabetta è l’autrice stessa, pur non essendo un’autobiografia romanzata.
Giovanna Iammucci nasce a Torino nel 1980 ma risiede ad Olevano sul Tusciano in provincia di Salerno. Ha pubblicato due romanzi L’altra metà dei miei occhi e Memorie di una strega editi da Aletti Editore, oltre ad aver partecipato a concorsi importanti come “Il Federiciano” (Aletti Editore), “Il Tiburtino” (Aletti editore), il “Cardile” (Il Saggio editore), “Auletta Terra mia” (Il Saggio editore), “Concorso internazionale di poesia l’Angelo” (Il Saggio editore). Partecipa inoltre al concorso nazionale di narrativa “9 settembre 1943, Operazione Avalanche” (Il Saggio editore) aggiudicandosi un posto nell’antologia. Ha pubblicato varie poesie nelle antologie della Aletti e anche sulla rivista de Il Saggio. Alcuni suoi monologhi sono stati interpretati teatralmente in eventi locali.
Collabora con la rivista “Il Saggio” (Eboli- SA) e ha scritto varie recensioni.
Note biografiche di Gino Pitaro:
Nel suo percorso svolge varie attività, tra cui quella di redattore e di documentarista indipendente.
Nel 2011 il suo esordio con I giorni dei giovani leoni (Arduino Sacco Editore), poi per la Ensemble pubblica rispettivamente nel 2013 e 2015 Babelfish, racconti dall'Era dell'Acquario e Benzine, vincendo numerosi premi letterari.
La Vita Attesa è il romanzo per Golem Edizioni pubblicato nel 2019
L'autore vive in provincia di Roma.
Giovanna Strano ci parla del suo ultimo libro
Giovanna Strano, già autrice de La Diva Simonetta, ci presenta il suo ultimo romanzo.
Il sogno, la realtà. Una dimensione a mezz’aria crea appagamento. Il romanzo fantasy Il bianco gelsomino di Giovanna Strano, Delos Digital, ha un sottotitolo che ne riassume la sostanza: non esistono amori impossibili.
Emozionante e denso di magia, narra una storia fantastica in bilico tra realtà e sogno. La protagonista è Maria Luce, una giovane donna imbrigliata in una vicenda surreale, che la coinvolgerà profondamente nei sentimenti e nel suo stesso modo di essere.
Luce acquista una vecchia casa per andarvi a vivere da sola, conquistando l’indipendenza dai genitori. Al primo accostamento con l’abitazione, ancora da ristrutturare, ha una visione che le riporta alla mente un episodio, senza spiegazione, avvenuto quando era bambina.
All’interno della casa la donna riscopre una nuova dimensione di appagamento. Ma presto accadono eventi inspiegabili, in quanto Luce avverte una presenza estranea che la notte, durante il sonno, le sta vicino.
Da sfondo alla narrazione vi è la bellissima isola di Ortigia, a Siracusa, gioiello pulsante del territorio siciliano, ricca di spunti artistici e culturali che coronano lo svolgimento. Si susseguono momenti straordinari di trasposizione nel passato e l’accostamento con un’entità impalpabile scatena l’amore, la passione.
Eppure qualcosa di estremamente insidioso si aggira tra le mura antiche della casa. La narrazione trascinante conduce il lettore nei meandri dell’inconscio e dell’onirico, ponendo domande cruciali insite nella fragilità dell’esistenza.
La giovane donna ne resta imbrigliata senza via di scampo. Sceglierà di vivere o di vagare eterea nell’aria? Ma qualcun altro deciderà per lei. Indissolubilmente.
Andrea Mauri, "Contagiati"

Contagiati di Andrea Mauri (Edizioni Ensemble 2019) è una narrazione ossessiva sulla caducità delle relazioni umane, sul senso psicoanalitico di angoscia che separa la mente dal corpo con il cambiamento inevitabile delle patologie improvvise che influenzano i legami con gli altri. La fredda ed implacabile indicazione delle storie è un'esecuzione prolungata di insicurezza ed esitazione, contaminata da ogni influsso negativo conseguente ad ogni sentimento di umanità, diffusa in un'apprensione corale quando il contagio si impone a scompenso aggressivo dell'intelletto e priva l'onesta maturità dei rapporti umani. Il castigo corrisponde alla colpa e la sofferenza è la riflessione sull'incomunicabilità, il tormento insistente ed assillante è tradimento e separazione. L'autore riconosce la trama maniacale del malessere emotivo e ammette la manipolazione della solidarietà. L'ansia disastrosa di isolamento impulsivo che orienta i racconti è il cedevole scenario in cui si proietta l'interpretazione trattenuta e soffocata della vita, nel contesto terapeutico della cura decadente alle affezioni della realtà. Ogni racconto è comunicazione satura di estraneità nella sfida quotidiana e morale per la guarigione, nell'assurda ed illogica contraddizione dei protagonisti, custodi della dolorosa difficoltà, disperata e vitale, di sostenere il tempo ed impedire il congedo dalla vita. I personaggi ammettono la debolezza malinconica e fiera di chi rivolge lo sguardo alla fine e vivono affatturati, ammaliati da pensieri filosofici impassibili ma nell'intento introspettivo di dare un significato alle loro vicissitudini ne diventano ineluttabilmente schiavi. Spaventati da un eccesso di lucidità, scossi da caotici clamori, si abbandonano a nocivi ed impazienti monologhi. Lo stile dell'autore, autentico, sano ed essenziale implica nelle parole incessanti il coinvolgimento apprensivo di ogni confessione e le variazioni dell'inquietudine dilatano una letteratura della fine contro la fine, come principio nella finalità inviolata di un antidoto che coesiste con le nostre tensioni, con il decoro della cognizione, con la sapienza dell'accortezza. L'omaggio all'inizio del libro ne è serena profezia: “A chi ama lasciarsi contagiare dalla vita”.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”
“A volte i pensieri sono come delle infezioni, e alcuni diventano vere e proprie epidemie. Wallace Stevens “
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“La campagna circostante aveva perso ogni riferimento. Si erano perduti alberi, cespugli, giardini, steccati, pullmini. Niente. Il deserto. Il silenzio di una città morta. Faceva freddo sull’ultimo gradino, ma non avevo intenzione di rintanarmi in casa: là dentro mi aspettava la quarantena, ancora più incattivita. Alla fine sono crollata, come addormentata sulla terra nuda.”
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“Sono sicuro che tornerai con il clima più clemente, in tempo per raccontarti del miracolo dell’inverno e della nuova fioritura, che si preannuncia feconda. Solo per questo regalo inatteso non tutto è perduto. Il roseto ci inchioda alla terra madre, ci costringe ad aspettare il vento del sud e con lui tutte le rose, le più stravaganti e le più resistenti che deciderai di portarmi.”
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“È la luce che il sole ha regalato alla luna, dopo essersi lamentata di essere troppo piccola e di non contare niente nell’universo. Il sole sembra disinteressarsi delle vicende del cosmo. Lo colpì il coraggio della luna e così decise di regalarle una parte della sua luce. La rese così importante che da quel momento in poi avrebbe scandito il tempo degli uomini sulla terra, lo scorrere delle stagioni, il ripetersi della vita.”
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“È sufficiente abbandonarsi alla magia delle parole, all’alchimia dei testi costruiti con l’immaginazione o con la paura di sognare perché niente vada perduto. Ogni dettaglio serve a ricostruire la realtà. Ogni dettaglio va scritto per recuperare la parte sana
del corpo.”
Globalizzazione

«Ti ricordo che domani abbiamo compito in classe, quindi spegni quell’affare.»
Michele, non rispose, si limitò ad annuire con impercettibili cenni del capo.
«Francamente non ci tengo a beccarmi un due in matematica per colpa tua» protestò Marcello, sempre più spazientito.
«Non ti scaldare, abbiamo un mucchio di tempo per studiare» lo tranquillizzò Michele, dandogli un minimo di attenzione.
Marcello lo fissò con aria interrogativa, si chiedeva cosa stesse cercando su Internet, difatti, dall'angolo in cui stava seduto, non riuscendo a scrutare bene il PC e non avendo voglia di alzarsi dalla sedia da scrivania, glielo domandò.
«Sembri molto preso. Che diavolo stai combinando?»
«“Diavolo”? Non sarebbe un'idea da scartare!» esclamò il suo compagno di scuola e, tramite iTunes, fece doppio clic su un'icona per riprodurre il brano La danza delle streghe di Gabry Ponte, per cantarla forsennatamente e per di più storpiando il ritornello.
«Danzano le streghe, danzano le streghe, di Michele Fonte, Michele Fonte Michele Fonte…»
«Sei proprio divertente. Però non hai risposto alla mia domanda».
«Siamo quasi ad Halloween, al Green Lantern ci sarà una festa a tema e non so come vestirmi. Magari da vampiro? Oppure da lupo mannaro?»
«Ah, quella sorta di carnevale in versione dark? A mio parere qui in Italia l’ho sempre vista come un qualcosa di artificioso» gli fece notare Marcello grattandosi il mento, perplesso.
«Compare, sveglia, non esistono solo carretti e pupi siciliani, la Festa di Sant’Agata di Catania o qualsivoglia. E sappi che al Green Lantern ci andremo insieme!»
«Manco morto!» tuonò l’altro con un cenno di no con il dito.
«Vedi? In qualche modo stai entrando nello spirito della ricorrenza. L’hai detto proprio adesso: manco morto!»
Marcello rise forzatamente, non gli andava di prestarsi ad una gazzarra halloweeniana.
«Mi prometti che non ti offendi?» gli chiese Michele.
«So già cosa vuoi dirmi, ovvero che sono mostro già così e che non c’è bisogno né di costume e né di trucco».
«No, non è questo!»
«E allora cosa?»
«Credo di essere sempre stato sincero con te, no?»
«Esatto. So che lo sei e su questo non ci piove!»
«A scuola ti ritengono retrogrado e non hanno mica tutti i torti. Hai mai sentito parlare di globalizzazione?»
«Sì, so cos'è! E allora?»
«Come ben sai è un fenomeno dal processo inarrestabile, inoltre non è affatto male condividere le culture, gli usi e i costumi di altri paesi e… soprattutto le feste!»
«Ma che cavolo dici?»
«Marcè, è inutile negarlo, sei rimasto indietro. Ti consiglio di metterti a pari passo con la società, quindi aggiornati ed evolviti».
Dinanzi a queste parole, Marcello restò colpito tant’è che annuì all’amico con complicità.
«Ok, adesso andiamo a ripassare» gli disse Michele, dandogli una sonora pacca sulle spalle.
«Mi permetti di usare il tuo computer? Prepara libri, penne e quaderni, siediti tranquillo, che io intanto…»
«Che devi cercare?»
«Beh, visto che devo adattarmi alla globalizzazione, innanzitutto desidero dare un’occhiata al calendario delle feste giapponesi e sapere la data esatta del Capodanno cinese».
«Feste giapponesi? Capodanno cinese?»
«Le cose o si fanno fino in fondo o non si fanno proprio» gli rispose il neo globalizzato, digitando frettolosamente sulla tastiera. «E adesso scusami, vado pure su E-Bay, per acquistare un dragone di cartapesta e dopo su YouTube per imparare la Danza del Drago» concluse.
Michele lo guardò, sorridendo.
«Temo che la globalizzazione l’abbia presa un po’ troppo seriamente» pensò, ironico.
LE NOVE DOMANDE E MEZZA PIU’ PAZZE DEL MONDO…MA NON TROPPO: Laurent Verchen de Vreuschmen

- ) A scuola eri un secchione? Sì? No? Perché?
- ) Il tuo libro è consigliato per chi e perché.
- )Al bar stai inzuppando il cornetto nel cappuccino, di fianco a te si siede Eduardo de Filippo, che gli chiedi?
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