"Poesia" di Nicola Crocetti, una rivista unica

Se mi chiedono quale sia la rivista più bella che ancora resiste in Italia, la risposta nasce spontanea: Poesia. Sì, perché Poesia è un mensile internazionale di cultura poetica, con testi bilingue, giunta al numero 357, che esce ininterrottamente in edicola da trentatré anni. Lo so che probabilmente non ve ne siete accorti, distratti da Novella 2000 e Gossip 3000, oppure dalla ennesima rivista di cucina che insegna come cuocere i maccheroni o le orecchiette alla puttanesca. In ogni caso è vero, la trovate persino a Piombino (casa mia, è tutto dire), certo non in tutte le edicole, ma nelle migliori, spesso su ordinazione, in ogni caso arriva. Per meglio dire, arrivava, perché Poesia da maggio riprende il cammino invertendo la rotta, decidendo per un ritorno in libreria, cambiando periodicità da mensile a bimestrale, raddoppiando le pagine e diventando una vera e propria rivista - libro. Troverete Poesia nelle librerie Feltrinelli, perché l’editore passerà da Fondazione Poesia Onlus a Feltrinelli, ma la garanzia di continuità verrà dalla direzione editoriale curata dal grande Nicola Crocetti, l’uomo della poesia in Italia, esperto di letteratura greca, traduttore e deus ex machina di un’operazione incredibile così fuori dalle mode, ma proprio per questo indispensabile. Ho tra le mani Poesia 357, numero di marzo, che celebra la fine di un’epoca, l’addio alle edicole e il passaggio in libreria. Il piatto è ricco, per questo mi ci ficco, da amante della poesia e modesto traduttore di ispanici. In apertura leggo un bel servizio su Milo De Angelis (curato da Lorenzo Chiuchiu, Davide Brullo e Cinzia Thomareizis) che ha appena pubblicato Poesia e destino (Crocetti, pp. 172 euro 15), segue Massimo Bacigalupo che presenta Louise Glück (in tedesco e italiano), quindi Nino Muzzi con Jakob Van Hoddis e Nicola Crocetti con la poetessa greca Katerina Anghelaki-Rooke. Nel numero 356 avevamo incontrato Silvio Ramat, uno dei nostri ultimi grandi poeti, che ha appena pubblicato In cuor vostro e altri versi (Crocetti), mentre qui leggiamo (lo confesso, per la prima volta) le francesi Christofle de Beaujeau, Louise Colet e il cubano Nicolás Guillén (il poeta nazionale), tutti in lingua originale, con relative traduzioni. Poesia è un piccolo gioiello, così come è ammirevole la produzione editoriale di un coraggioso editore come Crocetti, del quale ricordiamo alcuni titoli tradotti da Nikos Kazantzakis: Zorba il greco, Rapporto al greco, Francesco, Ascetica o I salvatori di Dio. Leggete Poesia e sostenetela. Ha bisogno di lettori e di nuovi abbonati. (http://www.poesia.eu/)
Gordiano lupi
www.infol.it/lupi
Una casa di vento: incipit

Incipit de Una casa di vento di Patrizia Poli
Sale la scala a piedi, senza accendere la luce. Gli par di sentire Michela: «Hai tanto insistito per l’ascensore e ora non lo prendi?». Gira la chiave ed entra, lo accoglie la vampa dei termosifoni, s’infila in camera di suo figlio, subito sulla destra, con la porta spalancata perché devono averlo a portata d’orecchio anche mentre dorme. Si lascia cadere ai piedi del letto, il respiro pesante di Loris dà spessore al buio.
«Babbo.»
«Dormi, ciccio.»
«Perché ci hai messo tanto a tornare?»
«Ho fatto un giro, si sta bene fuori.»
«Volevo salutare il nonno.»
«Poi un giorno ti ci porto, ora dormi, è quasi l’alba. Cazzo, hai di nuovo la tosse.» Gli sistema il lenzuolo sotto il mento, poggia le labbra sulla fronte che è appiccicaticcia, sgradevole, calda. «Buonanotte, per quel che ne resta.»
«Buonanotte, babbo.»
Spera che si riaddormenti, che non stia sveglio nei suoi laghi di sudore, nelle sue tossi convulse che grattano la gola. Va in camera sua, si spoglia, lascia cadere gli abiti sul parquet, tutti in un mucchio solo, sa che domani Michela si arrabbierà anche per questo, ma adesso non importa, adesso è così e basta. Si stende accanto a lei. Odori e scricchiolii prendono corpo dall’oscurità. Il ticchettio della sveglia, il puzzo dei calzini che ha tenuto su tutto il giorno, la tosse di Loris, secca e raschiante, il gatto che russa fra le gambe di sua moglie. Non saprebbe dire se lei dorme o fa finta, in ogni caso è molto tardi, è stanco e non gli va di parlare. Gli occhi, però, rimangono aperti e si adattano pian piano all’oscurità della camera. Comincia a intravedere il profilo di Michela. La frangia liscia arriva fino al naso, che è grosso, la bocca è come un taglio nella faccia, solo il labbro inferiore è carnoso, l’altro è sottile, lungo. Ha un accenno di doppio mento che s’intensifica non appena ingrassa. La conosce a palmo a palmo, anni fa la percorreva con la lingua dalla fronte alle dita dei piedi, imparando il sapore dei suoi orifizi, dei suoi umori nascosti, della sua pelle, delle prime increspature che non erano ancora rughe. Ora lei non ha più un odore suo, sa di bagnoschiuma, di candeggina, di gatto. Un piede lo sfiora poi si ritrae, è freddo, con le unghie che tagliano.
Lei sente il suo sospiro e si gira nel letto, si è svegliata o forse non dormiva. Non apre bocca, però, non lo consola. Lui avrebbe tante cose da dire, le parlerebbe di come suo padre gli metteva una mano sulla spalla solo per farsi fotografare, di quando gli strappò la maglietta di dosso per punirlo, di come non era mai contento dei voti che portava a casa, di quella volta che lo sgridò perché, colorando l’album, era andato fuori dai contorni. Parlerebbe anche volentieri di tutti quei silenzi a cena, della mano di sua madre che stringeva la padella così forte da far cadere la frittata. E pure del famoso materasso, sì, che suo padre insisteva per portarlo giù, nel fondo dove trascorreva tutte quelle ore di pomeriggio dopo il lavoro, e sua madre a chiedergli perché non lo butti e perché ti fai sempre la barba dopo mangiato. Parlerebbe di tutte queste cose per vedere se quel blocco di pietra che ha sul cuore potrebbe spostarsi un pochino. Prima lei lo avrebbe anche ascoltato, pure tenendolo abbracciato, a quei tempi là, quelli della Uno. Ora gli direbbe solo: «Me l’hai già detto, che ci vuoi fare, è così.»
In una notte come questa, la notte che hanno appena tumulato tuo padre in quello schifo di loculo di cemento, Cristo santo, non dovresti fissare il soffitto, dovresti stare fra le braccia di tua moglie che ti dice «piangi amore mio sfogati», come si vede nelle fiction. A quel tempo là parlavano, quando fermavano la macchina sulla strada del Castellaccio - e la macchina non era quella di adesso e nemmeno quella prima, era la vecchia Uno - in quel posto dove di notte si vedono tutte le luci della città e delle navi in rada. Allora stavano mano nella mano per tutto il tempo, si guardavano la bocca, si baciavano. La lingua di lei cercava la sua, prima come un guizzo sulla punta, poi a fondo, fino alla gola, fino al palato, e lui rispondeva subito, la stringeva, la stritolava. E si raccontavano ogni cosa, parlavano fitto, le lucciole entravano dal finestrino, accendevano l’abitacolo d’estate, i fiati appannavano i vetri d’inverno, in macchina c’era odore del vino che avevano bevuto, del profumo di marca che lei si metteva, di sudore buono. «Chissà come saranno i nostri figli, chissà dove saremo noi fra qualche anno» gli diceva lei. Qui siamo, cazzo, qui, in questa stanza che hai arredato tu e ora non ti piace, con te che smani per le caldane e Loris che si gratta e respira male. A quei tempi lo avrebbe consolato, lo avrebbe stretto al cuore, magari avrebbe anche pianto con lui. Di piangere, lei, ha smesso da tanto. La musica si è spenta, l’amore evaporato come acqua di mare rimasta fra gli scogli. Quando l’acqua se ne va, rimangono cristalli aguzzi e amari, rimangono denti di cane che, se ti ci siedi sopra, strappano il costume, rimangono erbe marine che bucano, forse non sono erbe ma bestie con le chele, rimane il sale, proprio preciso a quello che lasciano le lacrime sulla pelle.
Dentro si sente come se avesse attraversato il deserto dimenticando a casa la borraccia. Il viso s’inumidisce, suda ghiaccio nella camera surriscaldata. Sono costretti a tenere quella temperatura per Loris, ma l’autunno è mite, un novembre che sta per diventare dicembre senza che nessuno se ne accorga, dicono che il freddo, però, quello vero, sia in arrivo a giorni. A suo padre il freddo dava parecchio fastidio negli ultimi tempi, stava ingobbito nella poltrona, non si voleva lavare. Francesco si annusa le mani, ci sente l’odore dell’olio con cui hanno lucidato le panche della chiesa e anche la bara. Forse usano lo stesso prodotto per tutto quello che è collegato alla morte. La bara è entrata nel loculo con una traiettoria sicura, forse l’unica certa della vita. Lui ha guardato Michela, sperando di vedere qualcosa, di cogliere uno di quei tic che indicano turbamento, magari anche solo la gola che deglutisce, ma lei aveva la solita espressione di sempre. Michela fa tutto quello che deve fare ma poi te lo rinfaccia, con gli occhi, con la postura del corpo. E lì lui si è spaventato, ha capito che si muore, che un giorno ti svegli ma non vai a letto la sera, apri il diario ma non ci scrivi, apri bocca ma non respiri, come suo padre all’ospedale che spalancava la gola e si sentiva il rumore attraverso la laringe. Ha capito che toccherà anche a Loris, che succederà presto, e che loro non possono farci nulla. Lui è padre ma non può proteggere suo figlio, non può difenderlo, può solo aspettarne la morte, che è innaturale, fuori dall’ordine normale delle cose. Ma stanotte deve accantonare per un momento persino il pensiero di Loris e concentrarsi solo sul proprio padre, congedarsi da lui come si deve. Di parole fra loro ce ne sono sempre state poche. Suo padre era quello che montava in silenzio le ruote del triciclo e poi stava a guardare mentre lui andava su e giù ai giardinetti spelacchiati della Questura. Quando si voltava, lo vedeva distratto che si fissava le scarpe.
Si gira nel letto, dà la schiena a sua moglie, prova a dormire. Lei soffia nel buio, forse sospira o forse è stato il gatto, o il primo inizio di vento dietro la tapparella.
Ormai è giorno, c’è una luce grigia che sporca la camera. Si alza, va in bagno a urinare, si prepara un caffè con la macchinetta a capsule compatibili. Michela si è alzata prima di lui e ora gli dà le spalle, con i polsi affondati nella schiuma del lavello.
«Il bimbo?»
«Dorme, meno male.»
«E allora lascialo dormire, non fare tutto quel casino. Perché non dai la via alla lavastoviglie invece di rigovernare?»
«Per due piatti? Non c’eri ieri sera a cena. Non ci sei mai.»
«È morto mio padre, te lo sei scordato? Avevo bisogno di un po’ d’aria, di schiarirmi le idee, di stare da solo.»
«Se eri da solo, non lo so.»
«Sempre gli stessi discorsi del cazzo.»
Lei si volta per metà: «Stare insieme a te è come lanciarsi tutti i giorni a testa bassa contro un istrice. E io sono stufa, stufa, stufa di dissanguarmi. Voglio un po’ di pace. Non mi va di litigare sempre.»
«Nemmeno a me, ma siamo quello che siamo.»
Vederla dibattersi come una farfalla intrappolata sotto il bicchiere della sua indifferenza gli procura una certa soddisfazione sadica, deve ammetterlo. «Io vado.»
«Sì, è meglio.»
Esce senza nemmeno radersi. Il gatto si piazza accanto alla porta e lo fissa, come per chiedergli dove vai così presto, dove cazzo vai tutti i giorni a quest’ora, che bisogno c’è di uscire all’alba se l’ambulatorio apre alle dieci? Ma non ce la fa a rimanere, non ce la fa vedere Loris che si sveglia e comincia subito a sudare e tossire, che lo guarda con quegli occhi imploranti. E non ce la fa a rimanere con lei, perché dovrebbe trovare parole diverse, parole morbide che non gli escono più di bocca da tanto tempo, dovrebbe avere il coraggio di toccarla, di stringerla fra le braccia e chiederle: «Com’è che ci siamo ridotti così? Siamo noi, cazzo, siamo ancora noi, Francesco e Michela, siamo tu ed io.»
Arte al bar: Salvador Dalì
Readers of signoradeifiltri, welcome back to our artistic habitat, today we will meet a great artist but, unfortunately, we have a problem: all my means of locomotion have left me, I don't know how to go and get it, I need help and the only one who can run to our rescue is Matteo "spark", the writer from Foligno. Now I phone him.
- Matteo, only you can help me!
- Hi Wà, what happened?
- The 500 is brokent, the Vespa, after I had it driven by Picasso, has a crooked fork, the Guzzi is painted all pink with a green tank and, if he sees it, he gets pissed and gives it up, I have to go get him in 10 minutes and I don't know how to do it, please come up with an idea!
- There is the 600 minibus of the nuns of the convent of the pacifists.
- Ah! So?
- Then we steal it, but then we bring it back.
- Basically, we are on a mission on behalf of God!
- I know this joke, come on, let's not waste time, let's go to the convent, dressed all in black so as not to catch the eye!
- Like priests?
- What are you saying, like Diabolik! But didn't you read the comics? I recommend you also dye your face black!
- And how do I do this?
- With Giotto markers, but do I have to tell you everything? What kind of artist are you?
- I'll be right back!
Walter Fest and Matteo "Spark", the writer from Foligno, disguised as Diabolik, with Giotto's face tinged with black, are about to scrape the nuns' minibus, and then go running to pick up today's artist.
- With a jump we climb over the wall of the pacifist nuns, with a painter's spatula we open the door, Matteo the writer attacks the wires of the ignition lock, I start, there is full of fuel, we are going to start and ...
- But you're just too clumsy!
She is the abbess nun and has a large club in her hand.
- Take the keys and make no noise, of course you are really two idiots, the youngest here is 105 years old. It's a life we don't drive, instead of scratching it you could have asked.
- Sister, let's run, we have to take an artist!
- Well ?! Are you going to take him with a 600 minibus? And then who would this artist be?
- That's what designed the chupa-chups brand.
- The lollipops?
- Yup.
- Come on, don't keep him waiting. And when you bring it back I want it repainted.
- Like Pollock?
- On Sunday both of you come to confession, lazzaroni!
- Well, let’s go, the nun is still holding the club!
And thanks to the ecclesiastical recommendation, we start and in a flash we are with him, who is he? But it's easy, it's Salvador Dalì and he's waiting for us at the bar.
- Master, welcome, thank you for accepting our invitation.
- I have been waiting for you for an hour.
- Master, sorry, can we offer you a good coffee?
- Yes, but first I would like some pretzels, with olives, chips and a dry Martini.
Fortunately, Gianni, from behind the counter, saw the scene and in a flash brings us everything.
- So what do we want to talk about?
- Master, would you tell us brief notes about your life?
- Excuse me, what do you care?
- Maybe our readers are interested in your history.
- Do you want me to tell you something very frankly?
- Sure.
- Very well, then you must know that those who approach a work of art must not know anything about the life of an artist. These people only have to care about the pleasure, the taste of seeing the work done. They can study it, admire it, they can be led to reflect, they can dream, but to know the life, death and miracles of an artist, what would it do?
- Can you help us solve the dilemma?
- If the public were interested and enchanted by our love stories, passing through our human disasters, and therefore attracted by our fortunes or existential misfortunes, they would go into confusion. But aren't you tired of this crazy curiosity you call gossip?
- Without doubt the historical episodes have always influenced the artists, without popes and patrons your renaissance would not have been born, pass me the chips.
- Would you also like some cubes of Parmesan?
- After, after ... Here, you see, art must be admired, enjoyed, lived, contemplated. Art is part of the universe, consequently ,who cares who I was the son of, my love story, my performances, my travels, my mustache?
- Master, but if art is part of the universe, who is the artist?
- Let's say that the universe is the crumbling medium with which you arrived, let's say that you have no fuel in the tank and therefore it is a static vehicle.
- So?
- And then the genius of the artist intervenes, which is the fuel of the universe, it is the energy that lights up the colour, develops the vital power that illuminates people and makes them alive, an unstoppable explosion of perpetual motion, the humanity that merges with nature. Art puts the whole context in order and in disorder, creating balance and imbalance for your joy, in the continuous search for poetry and happiness.
- Maestro, speaking of poetry, I would like to introduce you to Matteo Gentili.
- And who is he?
- A writer, a poet who has music in rhymes.
- Boy, you should cut your beard, it ages you and makes you look, with all respect for the category, as a barber. But let's go on, what else would you like to ask me?
- Master, can you tell us about your style?
- I have no style, my painting is magic, if we have to talk about style that must refer only to my person, I am an object made of style, and the problem for others is that I am inimitable. Come on, try to imitate me! And do you want to know why I am shaped by my style?
- Of course we are curious.
- I wanted to be free, freedom is a great thing. Do I want to wear yellow trousers? I wear them. Do I want to wear a pair of fake shoes? Even if I am a painter, do I want to make a film? I can. And then I love to be photographed, because photography is a beautiful invention. But above all, I wanted to have fun, laugh, be cheerful, a mood that allowed me to paint and represent what escapes you humans and, without caterpillars in the head, to free my boundless fantasy. I admit it, I was a great worker of art, but still playful. And then the artist must not be too serious. Aren't politicians, academics, anchormans on all the pulpits of the globe enough?
- You were a surrealist.
- Yes and even the only one, although the movement was formed by a group of valid painters, I was “the” surrealist. Do you understand the difference?
- Let's imagine so. Master, what do you think of the other artists of that period who shared that path with you?
- Brilliant, capable, talented, daring, able to break with the art of the past, but held back by money, by the urgent need to satisfy critics and merchants to sell their works, a border that, if not crossed, precludes you to dive into the indefinite. Not that I didn't love money and success, but I didn't want to fix my mind on earthly matters.
- And you, detaching yourself from the crowd, created your myth.
- It was easy because I was born a myth, since I was a child I had my ideas and then, like many others, I was predestined. Do you see these hands?
- Yup.
- They are like those of a magician. I drew and painted magic. But you were asking me about the moment when I detached myself from the rest of the painters of the surrealist group, with whom there were divergent points. I am not a lone wolf, I have always worked with many other artists, photographers, directors, writers, advertisers, the only condition for collaborating was to have fun and be visionary.
- Master, did you also draw and receive inspiration from other artists?
- How to remain indifferent to the beauty of art produced by other artists of the past? I believe that the whole real and unconscious universe is a huge ocean of energy, which we must all draw on. I have never copied or imitated anyone, I have only drawn on that energy necessary to create new ones. Boy, what's wrong? You look nervous.
- Matteo, tell him about the poem.
- Master, would you like to hear a poem of mine?
- Sure, is that why you're nervous?
- You know, I'm kind of emotional.
- Boy, I read in your eyes that you must have a great energy inside, strength, let me feel your art.
“In the vast expanse of crazy diamonds I searched for memories without finding them.
Yet these thoughts shone like stars in the sky
But a man cannot
a man does not know
a man loves what he sees
So these thoughts turned into memories
savor the gestures of a heart in turmoil "
- Well done, good Matteo. And so you too dig with abstraction in the maze of your unconscious to talk about love. I know about love. Do you know that I have loved a woman for over fifty years? How is this poem titled?
- What title would you give her?
- Synthesis of a synthetic love.
- But you're a genius!
- I know!
- Matteo, tell him about the book!
- Boy from Foligno, did you also write a book?
- Yes, someone. It is published with @libereria: The stories of a stranger.
- You will be successful, but cut your beard and, since you are nice, I will allow you to make yourself a mustache like mine. And when you go to the presentations of your work, you keep this same charisma. Be anxiously emotional but real and spontaneous, this thing people will appreciate. But what do we do now?
- Actually we should bring the 600 back to the nuns.
- I understand, give me a ride to the bus stop. Hey, boy from the bar, I recommend you not to accept money from these two, marks the drink on Giacomo Balla's account. Come on, come on, my wife is waiting for me.
Friends, before returning the vehicle to the pacifist nuns, Walter Fest ,Matteo Gentili and Salvador Dalì thank you, greet you and look forward to seeing you at the next interview with the artist. And it will still be a pleasure.
"The only difference between me and a madman is that I am not a madman" Salvador Dalì.
Volcano

Il Vulcano, che sgradito regalo natalizio ci fece a noi poveri acitorriani.
Quel magma, quel maledetto magma che senza pietà si mise a sfrigolare e a bollire come se fosse acqua caldissima derivante da un mefistofelico bollitore, tramutandosi in una implacabile ed impressionate lava rossa tanto da associarla a quella dell'Inferno dantesco.
Ho scolpito nell'anima ogni singolo fotogramma di quel drammatico giorno, a cominciare da quel fumo che via via si innalzava sempre più in alto sulla mia città collocata alle pendici dell'Otna. La quiete prima della tempesta, anzi, prima dello sfacelo, fondamentalmente una seconda Pompei.
All'improvviso, sentii i miei occhi bruciare in maniera pazzesca finché un’angosciante oscurità color ardesia imprigionò il sottoscritto assieme agli altri cittadini di Aci Torre in un misto di stupore e tensione fino ad arrivare alla temutissima eruzione seguita dal terremoto. Ci fu un parapiglia inaudito e una cacofonia di urla strazianti accompagnata dai pianti lancinanti dei bambini. La gente per ovvi motivi si prodigò a correre a destra e a manca, chi addirittura nel fuggi fuggi generale venne travolto dalle automobili.
L'Otna, senza troppi complimenti sparò una silurata lavica ad un'altezza incredibile, in una sorta di orgasmo, tant'è che gli zampilli e le colate apparivano come sperma rosso ed incandescente, mirati a distruggere tutto e tutti. Gli spruzzi sottili di lava scottante scivolarono via dal Vulcano alla massima velocità. Erano inarrestabili.
La paura mi paralizzò totalmente e restai a guardare quel magnifico e al contempo orrendo spettacolo. Non durò molto, dal momento che una voce interiore mi esortava a sbloccarmi e di conseguenza ad agire. In fondo ero ancora molto giovane ed avevo una vita davanti.
Le ceneri e i gas riempirono gravosamente l'aria, mi tappai la bocca con la mano e, durante la fuga, posso assicurarlo, il cuore mi pompava a mille, peraltro assai motivato a non arrendermi, infatti avrei sputato sangue e cenere pur di non lasciarmi sopraffare da quel gigante impietoso.
Irreversibilmente fiumi di roccia fusa si addentrarono sull'inerme città sottostante sciogliendo nel loro percorso qualsiasi cosa ovvero scuole, parchi, case, supermercati, monumenti ed altre infrastrutture. Numerose bombe vulcaniche vennero catapultate dalla montagna sempre più instabile ed eccitata, procurando una moltitudine di esplosioni.
In fase conclusiva la gigantesca fontana di lava guadagnò “terreno” sia in lunghezza che in larghezza, insomma metri quadrati completamente coperti. Lo sleale e spietato Vulcano vinse con estrema facilità.
La terra si spaccò ed inciampando caddi al suolo come un sacco di patate per poi strisciare e dimenarmi.
«Sto morendo?» mi chiesi sul punto di svenire.
Da quel preciso istante, credo di aver pianto e pregato, non ricordo bene, ed infine il buio. Una volta che riaprii gli occhi, con grande sorpresa mi ritrovai al Policlinico con i medici e gli infermieri piuttosto affaccendati. Gli angeli col camice bianco, (così li soprannominai) con i dovuti strumenti mi monitoravano costantemente temperatura, battito cardiaco e pressione sanguigna.
Mi spiegarono che ero riuscito a sopravvivere al disastro, in quanto una pattuglia della polizia municipale, composta da un uomo e una donna, in extremis, mi avevano caricato di fretta e furia nella loro auto di servizio in direzione per Bessina. Mi commuovo nel pensare che, nonostante la gravità della situazione, i due agenti non esitarono neanche un secondo a mettermi in salvo anziché tirare avanti, se non fosse stato per loro a quest’ora non sarei qui a scrivere questo racconto. Con entrambi sarò eternamente in debito.
Ora vivo a Copenaghen, a migliaia di chilometri di distanza dalla mia regione perennemente a rischio di fenomeni tellurici. Sono felicemente sposato con Anne e ho due figli, Erik e Susanne.
Qui non c’è nulla da temere.
INTERVISTA CON L’ARTISTA JOHN ATKINSON GRIMSHAW (Leeds 1836 – 1893)
Readers of signoradeifiltri, the blog that sails like a sailboat in the sea of culture, here I am, back to you in the company of a new guest, surely only a few of you you know him, and it will be a great pleasure for me to introduce you to him, but first you have to wait me to pick him up with my Vespa. Today there is a beautiful sun, we are in spring and the health emergency does not exist in our imagination. There he is, I see him, I brought a Viking helmet for him. Who knows if he will like it, I also brought a copy of one of his works and we will talk about it together.
- Hello.
- Hi Walter, as usual you're late, Pollock had told me that you would keep me waiting.
- It wasn't my fault, the Vespa had a dirty spark plug, a flooded carburettor and a clogged muffler.
- Why didn't you come with the Fiat 500?
- All the artists I interviewed have run out of stocks of chocolates and coffee.
- Ah, so what do we do now?
- I thought of going to get coffee and then take you to see the Colosseum what do you say?
- Okay, but don't run.
- Put your helmet on and let's go.
- But this helmet has horns!
- Yes, like a Viking. Why, don't you like it?
- Fortunately, there is no one who will see me.
- I say you're fine, come on, let's go.
Every time I go out on a Vespa with the artists, the helmet never gets a nod of approval. Yet they are artists, they should be extravagant, I begin to believe that they are just normal people with a low sense of humor, nobody is perfect.
Vrooommmm ... A few minutes by road and we arrived at our destination.
- Walter, do you know why I like Italy?
- I can imagine it ... Because you eat well?
- Walter, why are you so banal, everyone had spoken so well about you!
- I was kidding! Come on, I want to hear it from you.
- The light, you have a fantastic light, you don't need lighting, even in the dark, light creates a crazy harmony, and gives you a great emotional charge. I'm a bit of a cold guy and I'm comfortable here.
- I decided to interview you because a Scottish friend of mine recommended me. She is your fan, she likes your romantic spark. Instead, I like your works more.
- What?
- The depth, the breadth of the image and the sign, such a clean sign.
- What about the colour? Does the colour tell you nothing?
- Well, yes, the colour is also fascinating, but your works seem a single colour, I hardly see reds, blues or pinks.
- Walter, now I will explain, the use of colour was my business card, or, better said, my poetry. The people who could afford to buy my works wanted first of all works that represented the places of the time in an elegant form, free of dirty, violent or dramatically real images. And that was what I did, in short, I made a photograph colouring it with poetry and a touch of romance.
- You had a very refined technique.
- Let's say I had a very steady hand, and then consider that I am very calm, methodical, without emotional impulses. In just over twenty years I was an employee, a classic dandy, dressed neatly, and punctual like a Swiss watch.
- And how did you become an artist?
- Many of us have a dual personality, I was externally cold, but in my heart and in my soul I saw and felt different atmospheres, musical lyrics with warm and comforting background colours. I had no impetuous classic impulses like "genius and unruliness", but I was a disciplined and imaginative artist, and yet capable.
- It is true, your works are a mix of fantasy and photographic rationality, is it possible that you have never been tempted to change?
- And what would it do? That was me, myself, one with the work I was going to do and that, after years, gave me fame, success and economic gratification. My exaltation was not in experimentation but in the satisfaction of letting the observer enter into my work and to make him live the emotions he wanted to experience. And, modesty aside, even without school and teachers, I did well. And my children became appreciated artists and you know that children hardly follow in the footsteps of their parents.
- Yes, I understand, but let's go back to your works, as I said, I really like your large formats, I would define them as pictorial cinemascope, you are also famous for the brightness of your moons and reflections on the water.
- The secret was a steady hand, working in absolute silence. Before placing the brush, I closed my eyes to imagine the scene, paying attention to the smallest detail, using high quality tools and products that were not lacking in my part and, in addition, a lot of love. Without love we don't go far and my love was made exclusively of poetry, a gentle breeze that warmed my heart and gave me the serenity necessary to work at my best.
- What would you do if you went back?
- First of all I would stop smoking and sniffing tobacco, then I would do everything I did again. I'm honest, I wouldn't even have been eager to know the Impressionists. Too transgressive for my taste, maybe at best I could have gone for a ride in Japan.
- Japan? Not a bad idea. Look John, it's getting late, we didn't have a coffee and we didn't even see the Colosseum.
-Walter, how about going for a Neapolitan pizza with red wine and an evening stroll in the light of the stars with your Vespa?
-Neapolitan pizza and red wine? John, weren't you a cold guy?
- Yes, but your pizza and red wine are very good!
Ladies and gentlemen of our beloved blog, John Atkinson Grimshow and I greet you. We go for a pizza under the shining moon and look forward to seeing you at the next surprise interview.
Vincenzo Zonno, "L'ultimo spettacolo"

L’ultimo spettacolo
Vincenzo Zonno
Catartica Edizioni, 2020
Pp 192,
14,00
Ormai Vincenzo Zonno ci ha abituato al proprio stile superlativo (a parte piccolissimi errori, forse solo refusi) di cui riveste e ammanta il suo surrealismo, che mescola a vari generi letterari, dal romanzo storico, all’horror, qui, nello specifico, alla fantascienza.
Al solito, confesso di non aver capito molto della trama del tutto onirica – e di non aver nemmeno avuto interesse a comprendere - ma di essere stata colpita dall’ambientazione. In un futuro ucronico e distopico, dove tutto è controllato dal governo centrale, i cittadini sono indottrinati e spiati attraverso gli schermi della televisione. Ogni cosa è artificiale, l’erba è sintetica, i fiori sono di stoffa, il profumo viene spruzzato da erogatori nascosti, ci si sposta a bordo di grandiosi dirigibili. Ogni aspetto della vita è diretto e amministrato dal governo. Le relazioni amorose sono regolamentate, persino la religione e l’accesso al paradiso esigono una tessera. Per decidere se si è colpevoli o innocenti c’è un elaboratore elettronico che esamina i dati degli interrogatori e stila il giudizio finale. È stata riammessa la tortura e la pena di morte viene comminata senza rimpianti. Persino i mali di stagione sono disciplinati dall’alto.
I cittadini vivono (o, meglio, vegetano) sollevati dal pensiero di scegliere e di ragionare con la propria testa, è tutto semplice, asettico, freddo. Solo il sogno li salva. Come nel film Matrix, non si sa qual è la realtà e dove finisce l’immaginazione. Non si sa chi crea cosa, chi plasma chi. Chi dorme e chi è sveglio. Chi è carnefice e chi vittima. Forse "sogno quindi sono"?
La realtà è piatta e asfissiante, ma c’è “l’ultimo spettacolo” messo in scena per Rebecca, un tempo insegnante di danza e che ora non può nemmeno spiegare a una bambina come si balla. Una bellissima performance su un palcoscenico. Un mondo parallelo fatto di arte fantasmagorica che sublima la bruttezza del reale.
I personaggi del romanzo sono vari e strani. Harpo, un tizio che viene accusato d’omicidio ma non si può interrogare perché dorme. Un elettricista che uccide la gente. Rafaela, una ragazza morta su una panchina. Rebecca, la ex di Harpo. Carl, il delegato che indaga sull’omicidio di Rafaela, incarnazione fisica del travet, della burocrazia spersonalizzata. Convergono e si mischiano, entrano ed escono dal sogno, dal racconto che uno dei protagonisti sta scrivendo, dalla mente confusa del lettore.
Una scrittura bellissima ma, come già detto, volutamente al servizio di trame sempre più da teatro dell’assurdo. Un romanzo di nicchia, frutto di autoerotismo letterario, diretto a chi ha voglia di faticare, ricostruire, far combaciare i pezzi del puzzle. Zonno, è così. O lo si odia o lo si ama. Devo ancora decidere.
Arte al bar: Pablo Picasso
- Dai, mettiti il casco che andiamo a prendere il caffè.
Per fortuna tutto fila liscio, ma la prossima volta prendo la 500, Pablo Picasso guida come un torero, ci sediamo al tavolo.
- Pablo, se tu non avessi fatto l'artista, che cosa avresti fatto nella tua vita?
Dear reader of signoradeifiltri, today we will have a spring edition, it is 8.30 am, I am waiting for an artist that I have to interview, we will go to the usual bar to have breakfast and then with my Vespa I will take him for a ride around Rome. My pistachio green Vespa is ready, my friend Mario has informed the bar tender that we will arrive with an illustrious guest, first I will offer him a hot coffee. I know that the interview will not be boring, static and formal. I see the artist who arrives: Pablo Picasso.
- Hi Pablo.
- Hi Walter.
- Come on, put on the helmet, we're going to have coffee.
- Yes, but I'll drive.
I'm afraid, he has a grim look, it's better to go along with him and not say no to him.
- Okay, but go slowly, can you put this helmet on?
- Hey, Walter, but this is a centurion helmet!
- Pablo, we are in Rome.
- Yeah, if we were in Venice, would you put a gondola on my head?
- But you look like Julius Caesar.
- We don't even talk about it!
After a heated dispute, Pablo Picasso agrees to put the centurion helmet on his head, in exchange for going to the Trevi fountain like Marcello Mastroianni, let's go ... broooommmm!
Fortunately everything goes smoothly, but next time I’ll take the 500, Pablo Picasso drives like a bullfighter, we sit down at the table.
- Pablo, if you hadn't been an artist, what would you have done in your life?
- Bueno, good question, I would have been undecided between the policeman and the barman, two occupations to be in contact with people. Logically, I left it to fate, we cannot hinder fate, each of us has a task, mine was to be an artist.
Two beautiful girls go by and Pablo looks at them.
- Pablo, good things are better than bad things.
- Claro, it's a question of sensitivity. That formidable ability we have to be attracted by everything that emanates harmony and poetry. Life is fascinating, spectacular, and humanity has the good fortune to live surrounded and immersed in the wonder of nature. Art has the duty and obligation to manifest everything that surrounds us through fantasy and technique, everyone must do their own to make our existence poetic.
- Pablo, not everyone has this sensitivity and, in any case, something less beautiful is always present.
- Diablo! And we artists must separate the bad images, selfishly built from the hands of man, from what is the universal language, directed towards a good way of life that makes humanity happy. It is true that we must also highlight brutality and miserable human weakness, as if we were a book open to all, we artists, messengers and apostles of creation.
- When you made Guernica were you very angry?
- No, more than angry, look me in the face, touch here, squeeze without fear of hurting me.
He takes my hand firmly and makes me touch his left biceps. Pablo Picasso has exceptional musculature.
- I was a fury, I made that painting moved by a beastly inner strength, each touch of brush a blow against the absurdity of inhumanity. It was like shooting an anti-war film, a dramatic black and white film with no other colours, it was useless to show blood and flaming colours, have you ever seen a black and white film?
-Yup
- In the contrast between those two tones there was the maximum of expressiveness, if I had used the colours it would have been a work like all the others and, instead, I had to impress the people, the same ones who rule the world without thinking about the sufferings of the innocent people. Unfortunately, some, too tied to the interests of a few, have not understood the lesson and armies are still playing war.
Cabrones! ... Barman bring me a gazzosa ... cabrones all!
- But everyone?
- Yes, all cabrones!
Pablo sips the gazzosa and lets out his anger, I try to make him talk of personal and romantic matters.
- Have you had a lot of love affairs?
The answer is a clear affirmative gesture, narrowing his eyes like a fawn in love.
- I liked women a lot, I looked at them!
- And music?
- I worked too hard, I didn't have time for music, but I liked it, oh yes, if I liked it. If I had been from this era, I would have liked the Beatles, a little rock, a little romantic, even if they didn't show it. They were muy loco like me, and besides, with all that hair, they were also nice, but I confess that even without their baronet helmets I had a certain charm.
- You traveled the world.
- Oh yes, but I could do more, it was a long way. You know, sometimes I felt master of the world but, in the end, you realize that you were just passing through and this thing made me a little sad. Luckily I have always worked a lot and canceled negative thoughts with my creativity, but I have no regrets. My art was a fantastic personal language and universal language, I did what I wanted as a child, I had fun and, even if you struggle to savor the pleasures of life, then you enjoy poetry and you feel at peace with yourself. Too bad that you remain only a pawn on the board, but with a heart swollen with passion. Of course it's worth living! When he is strong and sincere, El corazòn makes you see the light of existence without limits!
- Pablo, which work are you most fond of?
- Walter, what question is it? It's like asking if you love mom or dad more, I loved all my works. It was a continuous search and exchange of love with them, in each of them I left a part of me, I can't say that I loved one more than another and do you know why?
- Yeah, why?
- Because my works were me and I was them, so it's like saying that we lived in symbiosis and I was a little selfish, huh! I loved myself very much!
- Would you have liked to be a futurist?
- No amigo, a movement of confusing colours, brilliant but confusing, and then these futurists were too dreamy, reckless, obsessed with myths. The speed? Modernity? The super ego of the man who rules the earth, the seas, the sky? No amigo, I hold poetry tightly, don't you see how much poetry inebriates us with its sight and its perfume?
- Pink period?
- Yeah, I saw what the others couldn't see and I was happy to have painted it. Ask me about Dali.
- Pablo, what do you think of Dali?
- Ahahahah ... I'm glad that I stole him a lot of women, I always beat him on time, but I valued him and he esteemed me. Great scoundrel, with a small format work he has crossed the barrier of time and has become famous and immortal.
- The persistence of memory.
- Yeah, a small enigmatic and visionary picture, only a great artist like him could make it ... Now we have to go, did you bring the money to pay the bill here at the bar?
I open my wallet, I have five euros, a few saints and an expired bus ticket between the cobwebs. We hadn't told you but while we were talking, we had six coffees, five sugary donuts, a box of Tuscan cigars, a sambuca, a soda and a whiskey.
- Ahahah ... I think we're in trouble now, come on, let's go.
- Without paying?
- It is claro, start the Vespa, I jump on and off we go to see the Sistine chapel and, later, the Trevi fountain, for swimming.
Vroooommm !!
Readers of the blog kissed by the rays of the sun of culture, yes, Pablo Picasso and I fled with the Vespa and did not pay the bill at the bar. It was not our fault... I forgot ... The bath in the Trevi fountain can only be done by Picasso and I, if you want, follow us with your imagination.
Antonia Pozzi, "Tu sei l'erba e la terra"

Tu sei l'erba e la terra
Antonia Pozzi
Garzanti Editore, 2020
Tu sei l'erba e la terra di Antonia Pozzi (Garzanti Editore, 2020) è una dichiarazione indistinta di solitudine sfumata nel disincanto dell'anima, appassionata e struggente, in un'unica e sconfinata poesia d'amore che la poetessa ha rivelato per tutta la sua breve vita. La nostalgia, l'arrendevole passione, la ritualità evocativa delle sue confessioni, sono il terreno propizio custodito nei versi, avvolti da un'apparente quiete di grazia e rassegnazione, assorbiti nell'essenza crepuscolare e nella dissolvenza espressionista della malinconia. Le parole, commosse e orgogliose, sostengono la perdizione dell'assenza. La poesia di Antonia Pozzi accoglie il sortilegio dell'impulsività avvicendando il ricordo di una condanna sentimentale, nella sua passione per il suo amato professore, con il suo corteggiamento infelice e tormentato, consumato dal dolore e da un'aspettativa non corrisposta. I testi sono salvifico intervallo nella dilatazione emotiva e richiamano l'autentica e trascinante forza magnetica della natura, conforto originario di serenità e grembo di affinità romantica, oltrepassano le stagioni ostinate delle promesse e della dignità riconosciuta “sulla via dei luoghi amati”, dove l'avvenenza sussurra, sincera e fedele, l'estetismo poetico nello specchio dei movimenti sinuosi delle adorate montagne. La poetessa è testimone della riservata e rigorosa decadenza che addensa l'ostilità delle ombre e scava nelle atmosfere desolate dello spirito. Il mondo, elegantemente violento e superbo, è fatto di desideri e illusioni, si nutre di lacrime e di attese e la poesia visiva di Antonia Pozzi è un'immutabile e rarefatta inquietudine scandita dallo squilibrio degli indugi. Il destino della poetessa non ha via d'uscita se non nell'unico finale possibile e stringe intorno a sé l'esasperata povertà della sostanza di un sogno infranto, di una lacerante lusinga di chi desidera il ritorno alla vita, al vivere in poesia. I versi ascoltano il respiro di una sacrificata sensibilità, affondano nella memoria il rovescio di una pena abbracciata all'esistenza ferita. Le poesie di Antonia Pozzi giunte solo postume tornano a far luce e rumore da “un'esile scia di silenzio”. Presagio rappresentativo è la fatalità improvvisa di chi muore giovane e suicida condividendo nell'intreccio al male di vivere che accomuna altre importanti poetesse, l'impossibilità di colmare il vuoto interiore, premeditato nell'incompatibilità della disperazione di una morte intenzionale.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”
https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
Lampi
Stanotte un sussultante cielo
malato di nuvole nere
acuisce a sprazzi vividi
il mio desiderio insonne
e lo fa duro e lucente
come una lama d'acciaio.
S. Margherita, 23 giugno 1929
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Sfiducia
Tristezza di queste mie mani
troppo pesanti
per non aprire piaghe,
troppo leggére
per lasciare un'impronta -
tristezza di questa mia bocca
che dice le stesse
parole tue
- altre cose intendendo -
e questo è il modo
della più disperata
lontananza.
16 ottobre 1933
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Pensiero
Avere due lunghe ali
d'ombra
e piegarle su questo tuo male;
essere ombra, pace
serale
intorno al tuo spento
sorriso.
maggio 1934
Convegno
Nell'aria della stanza
non te
guardo
ma già il ricordo del tuo viso
come mi nascerà
nel vuoto
ed i tuoi occhi
come si fermarono
ora - in lontani istanti -
sul mio volto.
29 maggio 1935
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Brezza
Mi ritrovo
nell'aria che si leva
puntuale al meriggio
e volge foglie e rami
alla montagna.
Potessero così
sollevarsi
i miei pensieri un poco ogni giorno:
non credessi mai
spenti gli aneliti
nel mio cuore.
8 giugno 1935
Tanti sassolini nella scarpa
Poiché è meglio un’autentica cattiveria che una falsa bontà, mi pare giunto il momento che qualcuno dica la verità. La verità scomoda, sgradevole, che pure Gesù c’è morto per dirla.
Oggi è esattamente il mio quarantesimo giorno di clausura. La mia quarantena autoimposta.
Da mercoledì 4 marzo, da prima di qualsiasi ingiunzione governativa, non metto il naso fuori del cancello del condominio, nemmeno un minuto, nemmeno per fare la spesa o “pisciare” il cane. A queste cose pensa mio marito.
All’inizio fu il focolaio in Cina. Io non mi preoccupai. Ho cinquantotto anni e di epidemie ne ho viste tante. Ho fatto l’Aids, Ebola, la Sars, la suina e l’aviaria. Persino la mucca pazza. Passerà, mi sono detta, la fermeranno come tutte le altre. Non è stato così. Ho cominciato a subodorare che qualcosa questa volta non andava, forse per intelligenza, forse per intuizione.
Il 22 di febbraio mando un messaggio a Tizia: “Pensi sia il caso di vederci stasera a cena?”
Risposta: “Non ci si può mica chiudere in casa.” Ok, la cena è prenotata, vado. Il ristorante è affollatissimo, c’è uno che tossisce e starnuta. Io sto con l’ansia.
Il 29 febbraio arriva una foto di un piatto di pappardelle al ragù di un ristorante di montagna. Tizia scrive: “Voi quarantena, noi queste”.
Il 4 marzo devo accompagnare mia madre a fare una tac in clinica. Vado, faccio la tac e torno a casa di corsa. Non ne uscirò più.
Il 6 marzo posto su fb uno dei primi disperati appelli di una rianimatrice che ci esorta a stare a casa perché la terapia intensiva sta già collassando. Caia mi dice, testuali parole, “è una psicopatica.” Quella sera mio marito va a cena dalla figlia e dalle nipotine. Io resto a casa. Ho mal di testa da tre giorni, non voglio eventualmente contagiare nessuno
Il 7 marzo ancora Caia: “Noi oggi bellissima passeggiata sul fiume e tortelli di XXX”.
Il 9 marzo il governo chiude La Lombardia e il giorno successivo, mi pare, chiude anche tutta l’Italia.
Io in casa, triste, mogia, soprattutto spaventata a morte dal virus. Mi telefona Sempronia: “Non c’è da preoccuparsi, è tutta una montatura dei giornalisti”..
Da allora sono passati tanti giorni e i decreti si sono succeduti ai decreti.
Io sempre ligia e sempre a casa, a cercare di dare un senso alle giornate, ad ascoltare le informazioni sempre più controverse e, alle 18, come tutti, il bollettino dei morti. E la fila dei carri al crematorio. E la gente che racconta il girone dantesco dell’intubazione, della pronazione. Ad ascoltare ogni più piccolo segnale del mio corpo per capire se sta per addentarmi il mostro. A fare da cameriera agli altri della famiglia. Perché, se manco io, qui si va a rotoli. A scrivere un intero romanzo, almeno per credere che tutto questo mi sia servito a qualcosa.
E altri giorni passano. E i provvedimenti si susseguono, sempre meno seri, sempre più isterici e ridicoli. E piovono da tutte le parti. Da Conte che, poveraccio, è sfinito, sta facendo quello che può per arginare una situazione che gli è sfuggita di mano e che non ha avuto il coraggio di bloccare quando era il momento. Perché, per carità, meglio che muoiano le persone piuttosto che qualcuno venga considerato, non sia mai, razzista. E piovono dai presidenti delle regioni, ché almeno ci si ricordi anche di loro, visto che prima manco ne conoscevamo il nome. E piovono dai sindaci, che diventano sceriffi e si atteggiano a salvatori della patria. Assurdi, nevrotici. Non puoi portare il cane oltre cento metri da casa. E se io ho un muro davanti a casa mia? Non puoi sedere in auto a fianco di quello stesso marito con cui dividi il letto, la tazza del water e la tavola. Non puoi far prendere una boccata d’aria al bambino.
Ecco, io comincio ad agitarmi, a stare male, a pensare che stiamo esagerando, perdendo il cervello e il buon senso. Penso che il giusto sta sempre nel mezzo, che, se uno fosse equilibrato, non ci sarebbe bisogno di polizia e deliranti autocertificazioni che cambiano ogni giorno.
Ma il governo deve spostare la colpa da se stesso, dalla propria iniziale dabbenaggine, al comune cittadino. Così si fa la caccia alla mamma col passeggino, al signore che porta giù il cane, a quello che vuole respirare un po’ d’aria. Diventano loro gli untori, il pericolo pubblico. Gli assassini. E cominciano a circolare foto truccate di falsi assembramenti, prese ad arte in vicoli stretti e con l’obbiettivo schiacciato. Per dimostrarci quanto siamo stupidi, infantili e cattivi.
Ma c’è anche chi sta in un condominio che dà su una chiostra puzzolente piena di topi, c’è chi non ha uno straccio di balcone nemmeno per cantare l’inno di Mameli. C’è chi ha bisogno di un poco di respiro.
E il mio disagio cresce. E penso che non mi va di uscire due minuti, entro il raggio di cento metri, con una mascherina che mi toglie il respiro e mi appanna gli occhiali, col rischio che un poliziotto – categoria che non ho mai amato – mi chieda i documenti come fossi una delinquente.
E i giorni di prigionia aumentano e mi sento soffocare e comincio a capire che Cacciari e Crepet hanno ragione: la casa è un inferno. La convivenza forzata è un incubo, le stanze sono celle, le famiglie sono covi di serpi che non possono districarsi dal groviglio e scappare.
E comincio a desiderare la mia vita di prima, a sentire una straziante nostalgia per la mia libertà, la libertà di scegliere di rimanere a casa a scrivere il mio libro. Ma anche di uscire all’aria aperta, al sole, ad annusare l’odore del mare. Con la bocca e il naso liberi. Senza disinfettante.
Io pratico il distanziamento sociale da quando sono nata. La vita mondana non mi manca. Non mi mancano le cene forzate con le persone che non ho voglia di vedere. Non mi manca giocare a carte. Non mi manca nemmeno la retorica degli abbracci. Mai andata in giro ad abbracciare la gente e, quando mi baciavano sulle guance, di nascosto mi sono sempre pulita anche in tempi non sospetti.
Mi manca piuttosto prendere il mio cane, varcare il cancelletto del condominio e uscire sola, libera. LIBERA. Senza autocertificazioni, senza documenti in tasca. Libera di stare fuori quanto voglio, ben distanziata da gente che, comunque, in ogni caso non mi andrebbe di incontrare.
E quando il mio cane mi guarda incredulo, invitandomi a superare quel cancello che ormai è diventato una barriera psicologica, mi si strazia il cuore. Sì, si strazia per quello e non per i 16000 morti.
Io non credo alla solidarietà, a quelli che, nel momento del bisogno, tirano fuori l’Italia migliore. Io credo alla verità e la verità è fatta di meschinità, di egoismi, di cattiveria. E ognuno pensa a se stesso. Io penso a me stessa. Alla mia vita che non c’è più. Al mare, all’aria aperta, a un aereo da prendere per andare all’altro capo del mondo.
Ed ecco che Tizia, Caia e Sempronia insorgono. Si fanno improvvisamente paladine dello stare in casa, della repressione di ogni libertà, della quarantena infinita e felice. Diventano accanite. Fanno la caccia al vicino che esce troppo, controllano quanti bambini sono fuori. Sì, proprio loro, quelle che andavano a cena al ristorante e che sono rimaste a casa solo perché ce le hanno costrette.
E allora, oltre alla tristezza per un futuro che non sarà mai più quello che avevamo, oltre alla paura di morire sola e intubata, il sentimento che adesso mi pervade è la RABBIA. Violenta, acre in bocca, verde come bile. Rabbia e senso d’ingiustizia per quello che mi è stato tolto, per questi arresti domiciliari che sconto incolpevole. Rabbia contro le imposizioni, i divieti a raffica, la polizia sotto casa, i droni, gli elicotteri e le persone che mi dicono di pensare a chi sta peggio.
C’è sempre chi sta peggio. Anche mentre voi andavate bellamente al ristorante ogni sacrosanto sabato sera, c’era chi stava peggio, chi moriva di cancro, straziato dai dolori, chi finiva sotto una macchina, e, magari, non aveva nemmeno 90 anni, non sbavava e si cacava addosso, magari era giovane e aveva figli piccoli. Ma questo non v’impediva di uscire a divertirvi, perche “non ci si può mica chiudere in casa”. Eh, no, certo.
Ah, e l’enfasi dei vecchi che stanno morendo nelle case di riposo, dove la mettiamo? Familiari disperati che non possono vederli. Ma se davvero ti stava a cuore il nonno, non lo abbandonavi, te lo tenevi in casa e gli cambiavi il pannolone piscioso, che si sa che in quei posti ci vanno a morire.
Però chi, come me, dice la verità ora è diventato ai vostri occhi un irresponsabile. E la verità è che ci sta capitando un trauma, una tragedia cosmica, e non esistono le famiglie della Vodafone, quelle alacri, attive e felici di incontrarsi su internet. O quelle che impastano gioiose perché, finalmente, hanno trovato il lievito per farsi il pane e la crostata. Quelle che non vedono l’ora di abbracciarsi. Quelle che fanno ginnastica e annaffiano i gerani. Quelle che sorridono alle telecamere dal divano. Telecamere, che, per inciso, sono le uniche ammesse là dove si muore da soli, dove a nessun congiunto affranto è permesso entrare.
Diciamola la verità. Che su quel divano bisogna pur starci e ci staremo finché dovremo, ma senza sorriso sulle labbra, senza aria da salvatori della patria. Che, secondo come andrà finire, dopo tutti questi sacrifici odiosi, manco la nostra di pellaccia salveremo.
L'arte astratta secondo me
Molta gente, parlando di arte astratta, pensa che sia bella e piacevole ma di non facile comprensione. Molti pensano che chiunque possa essere in grado di realizzare opere di quel genere. Si dicono molte cose ma in realtà l'arte astratta nasce dalla fantasia di ognuno di noi. Ognuno di noi vede tutto quello che abbiamo intorno con una logica ma poi, con la fantasia, può inventare ciò che di fatto non esiste. Ed è proprio la fantasia un motivo di gioia per tutti noi.
Provate a pensare agli scarabocchi dei bambini, sono vere opere d'arte, perché naturali. I bambini sono liberi da condizionamenti, quindi, quando disegnano, sono autentici e spontanei e il loro linguaggio espressivo diventa arte.
Oppure pensiamo agli uomini della preistoria, pensiamo ai disegni rupestri nelle grotte di Altamira in Spagna. Gli esseri umani hanno da sempre utilizzato il linguaggio grafico per comunicare, non è importante che il disegno sia fedele alla realtà, oppure simile, oppure totalmente diverso, tanto da lasciare all'osservatore la possibilità d'interpretare un'opera considerata astratta. La bellezza dell'arte è nella sua manifestazione e nel vedere questo linguaggio come una parte essenziale della nostra vita.
Che vita sarebbe senza la bellezza dell'arte? Arte astratta, o figurativa, in una parola sola: "arte". Secondo me, l'arte astratta è sempre esistita ma è con il movimento francese degli Impressionisti che qualcosa è cambiato nella storia. Da quel momento l'arte potè anche essere considerata da un punto di vista diverso. Come è successo per tutti i nuovi movimenti, la rottura con gli schemi del passato ha generato una scintilla creativa.
La scomposizione della luce, con effetto su tutte le forme, grazie agli Impressionisti, ha fatto nascere delle opere d'arte nuove. L'osservatore non vedeva più solo quello che esisteva realmente ma, attraverso la fantasia, poteva toccare con mano le impressioni che abbiamo davanti gli occhi in ogni nostro momento. Impressioni che, essendo velocissime, ci sfuggono. Gli impressionisti, con una tecnica astratta, erano riusciti a fermarle sulla tela. Quindi ci trovavamo di fronte a un nuovo rinascimento che non si sarebbe più fermato.
L'arte astratta è veloce, spontanea, dinamica, anche se può sembrare irrazionale, le sue forme sono comunque equilibrate. Con un solo colpo d'occhio può emozionarci, farci sorridere, farci sognare, farci riflettere. L'arte astratta non ha limiti. E' vero, è molto difficile per un artista inventare qualcosa di nuovo, perché tutto è stato già inventato, ma è proprio questo il bello, trovare strade alternative, sperimentare. E, grazie alla fantasia, nulla è impossibile.
Many people, speaking of abstract art, think that it is beautiful and pleasant, but not easy to understand. Many things are said but, in reality, abstract art is born from the imagination of each of us. Each of us sees what is around us with a logic but then, with the imagination, can invent what does not actually exist. And fantasy is a reason for joy for all of us.
Try to think of children's doodles, they are true works of art, because they are natural. Children are free from conditioning, therefore, when they draw, they are authentic and spontaneous, and their expressive language becomes art.
Or think of the men of prehistory, think of the rock drawings in the caves of Altamira in Spain. Human beings have always used graphic language to communicate, it is not important that the drawing is faithful to reality, or similar, or totally different, so as to leave the observer the possibility of interpreting a work considered abstract. The beauty of art is in its manifestation and in seeing this language as an essential part of our life.
What would life be like without the beauty of art? Abstract, or figurative, art, in one word: "art". In my opinion, abstract art has always existed, but it is with the French Impressionists movement that something has changed in history. From that moment on, art could also be considered from a different point of view. As has happened with all the new movements, the break with the patterns of the past has generated a creative spark.
The breakdown of light, with an effect on all forms, thanks to the Impressionists, has given birth to new works of art. The observer no longer saw only what really existed but, through fantasy, he could touch the impressions we have before our eyes in every moment. Impressions that, being very fast, escape us. The impressionists, with an abstract technique, had managed to stop them on the canvas. So we were faced with a new renaissance that would never stop.
Abstract art is fast, spontaneous, dynamic. Even if it may seem irrational, its forms are however balanced. With a single glance, it can excite us, make us smile, make us dream, make us reflect. Abstract art has no limits. It is true that it is very difficult for an artist to invent something new, because everything has been already invented, but this is the beauty of finding alternative ways, experimenting. And thanks to the imagination nothing is impossible.
"Art is a harmony parallel to nature" Paul Cezanne.
"I work from the inside out, just like nature" Jackson Pollock
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