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La lune avec les dents (1967) Regia di Michel Soutter

12 Gennaio 2020 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #cinema, #recensioni

 

 

 

 

La lune avec les dents, si potrebbe tradurre in “Prendi la luna con i denti”, un’espressione risalente al XVI secolo. Fu usata da Rabelais in Pantagruel nel 1532. Il titolo, fortemente metaforico e per certi aspetti anche ironico, indica come la Luna sembri molto vicina alla Terra, al punto che alcuni pensano di raggiungerla facilmente, ma non è così. Il satellite diventa il simbolo dell'infattibile. Nella recensione in corso si avrà modo di comprendere come la titolazione sia da ritenersi perfetta. Si rifà al fotogramma o comunque fermo immagine di William Tudor, interpretato da un espressivo William Wissmer. Secondo fonti web, è l’unico film interpretato dall’attore. Strano ma vero.

È la prima volta che visiono una pellicola svizzera, precisamente in lingua francese. Avendo letto interessanti articoli sul cineasta Michel Soutter, ho avuto la curiosità di recuperare il suo film d’esordio datato 1967, un film che inaugura il Nuovo Cinema Svizzero che, via via, andrà a soppiantare la non molto interessante cinematografia elvetica, peraltro stereotipata con le onnipresenti mucche, Alpi e qualsivoglia.

Il film è stato girato tramite un'unica telecamera, in un nichilistico black & white, con del minimalismo tipico d’autore, tant’è che, per sganciare autenticità, il lungometraggio è interamente realizzato con audio in presa diretta. La lune avec les dents non presenta una sceneggiatura chiara, anzi, è possibile notare frequenti improvvisazioni degli attori, che siano dilettanti o professionisti.

William è un trentenne insoddisfatto che vive ai margini della società. Non ha un lavoro stabile, si dichiara politicamente impegnato, fungendo da anarchico fai da te, e ha una propria politica liberale sull’esistenza, in perenne conflitto con la società, con l’attempato e professionalmente avviato padre e anche con se stesso. Si sente appagato solo quando legge libri, molti sicuramente rubati (nella sequenza del mercatino non si fa troppi scrupoli nel prenderne uno senza pagarlo) per non parlare di quello sgraffignare cibo e bevande al solito supermercato.

William incontra Noëlle, un'attraente ragazza che rende il protagonista incuriosito dalla sua genuinità. Allo stesso tempo lui non tradisce il suo essere amante della solitudine, mostrandosi in più occasioni non proprio un galantuomo. Un poliziotto, o detective, di nome Vogel, che da tempo pedina William per via dei continui furti perpetrati da quest’ultimo al supermercato, ad un certo punto decide di contrastarlo e, cosa molto importante, si mette in mezzo alla relazione tra i due ragazzi, cercando in maniera insistente di sedurre Noëlle.

Vogel, fondamentalmente, diventa il protagonista dell’ultimo quarto d’ora del lungometraggio, la telecamera infatti si focalizza proprio su di lui. Chiaramente è un uomo che desidera essere compreso e amato. Alla fine del film, William, Noëlle e Vogel ritornano alla loro grigia vita di sempre, non prima di una specie di rocambolesco confronto.

Il film globalmente si orienta verso il rappresentare storie di uomini e donne che a nessun altro regista verrebbe in mente di prendere in considerazione, praticamente risultano privi di ogni attrattiva, personaggi che potrei associare a Umiliati e offesi di Fëdor Dostoevskij. I tre protagonisti non dispongono di una vera e propria identità, infatti si aggirano come cani bastonati in un mondo freddo, ostile e pieno di tristezza e solitudine, in una spettrale Ginevra che non li considera proprio.

William Tudor, nel bene e nel male, si trova a suo agio e si crea, a mio avviso, una specie di paradosso.

Con delle venature tra il documentario e il cinema indipendente, il regista svizzero eccelle nel creare un cinema lento ma al contempo vibrante, pieno di zoom rapidi e scatti manuali dinamici (vedi l’incontro tra William e il padre, inquadrature piuttosto intelligenti e riuscitissime con un veloce alternarsi destra/sinistra), per non parlare dei dialoghi che spesso si alternano tra citazioni esplicite e quel non so che di monologo.

Non è un film da gustarsi davanti ad una bella cioccolata (dato che si parla di Svizzera ci sta, dai) semmai è ideale un caffè amaro, amaro come il film.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

        

 

 

 

 

 

 

 

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Giacomo

11 Gennaio 2020 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto

 

 

 

 

«Sei orrendo, sei grasso, sei una palla di lardo di merda! A nessuno piaci, le ragazze ti schifano. Sai perché? Perché fai schifo al cazzo!»

Le parole meschine colpiscono come dolorosi pugni nello stomaco ma Giacomo non controbatte il suo interlocutore e non abbassa nemmeno gli occhi inumiditi. 

«Se un giorno sparirai dalla faccia della Terra, non mancherai a nessuno. Hai capito, ciccione?»

Gli occhi del sedicenne iniziano a sgorgare lacrime, però lui ancora non se ne va. Resta lì, immobile.

«Scommetto che quei due stronzi dei tuoi vecchi si son pentiti di averti messo al mondo. Dovevi rimanere nelle palle secche di tuo padre. Sarebbe stato meglio per tutti!»

Queste ultime frasi gli procurano più male delle altre, cosicché Giacomo finalmente decide di allontanarsi dallo specchio della sua camera da letto lasciandosi andare ad un pianto liberatorio.

«Mi sono svuotato e quindi sono a posto. Vi faccio vedere io e dimostrerò che sono più forte di voi!» pensa l'adolescente tra il risoluto e il rassegnato mentre si asciuga il viso bagnato con un fazzolettino di carta.

Finisce di prepararsi per la scuola, esce di casa e si avvia alla fermata dell'autobus.

Neanche oggi i bulli riusciranno a farlo crollare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Due corti di Vincenzo Totaro

10 Gennaio 2020 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #cinema

 

 

 

 

Vincenzo Totaro è un regista interessante. Ho visto il lungometraggio La casa del padre (2019) che dimostra tutto il suo talento introspettivo e fotografico, oltre che una cinefilia militante che per un autore non è fattore trascurabile. Totaro ha scritto il saggio Un’altra vita - Il tema del doppio nel cinema muto italiano (1905 - 1931) (Prospettiva, 2018), quasi a voler confermare questo assunto. Vediamo due corti che ho avuto occasione di apprezzare recentemente, ulteriore dimostrazione di talento cinematografico. Quel tipo strano (2018) è a colori, dura sei minuti e affronta il tema della follia, la diversa prospettiva del racconto, i modi in cui può essere intesa la realtà. Un ragazzo è seduto al tavolo di un bar con due amiche, di fronte a lui un uomo sembra parlare da solo, fare una proposta di matrimonio a una donna fantasma. Congetture e ipotesi si fanno largo e provocano tensione fino al rocambolesco finale. Non anticipo niente, non faccio spoiler di sorta, anche se il colpo di scena ci sta tutto.

Ecco il link per vedere la versione americana che ha riscosso un certo successo: https://www.youtube.com/watch?v=eztGwhw2Ubo&t=211s. Produzione Aelita film srl e Silentium Film. Vincenzo Totaro scrive, sceneggia, monta e gira il breve ma intenso corto, mentre alla fotografia troviamo il bravo Antonio Universi. Ispirati e credibili gli interpreti Antonio Del Nobile, Rosa Fariello, Annarita Granatiero, Teresa La Scala, Adriano Santoro e Carmine Spera.

Quel ramo sulla pianta di Giacomo è in bianco e nero, dura poco più di tre minuti, frutto di un esercizio per la masterclass di Werner Herzog, girato in prima versione con lo smartphone. La lezione voleva far capire che se un autore è tagliato per fare film deve capirlo anche se non dispone di grande tecnologia. Il breve film si svolge in un unico ambiente tra due personaggi, come il precedente è molto teatrale, gioca ancora una volta su argomenti fantastici, in questo caso una pianta che non accetta di farsi potare un ramo, sembra muoversi, interagire con il padrone, parlare, spostarsi da un punto all’altro della stanza. Sceneggiatura di Antonio Del Nobile e Vincenzo Totaro, che cura la regia e il montaggio. Antonio Del Nobile e Tonino Bitondi sono i due interpreti che deliziano il pubblico con uno scambio di battute che crea un’atmosfera surreale. Terzo classificato al concorso 8 minuti per un ambiente migliore.

Link per vederlo: https://www.youtube.com/watch?v=6JJW7Tsd_bo

 

Quel tipo strano - Anno e origine: Italia (2018) - Durata: 5'43” colore - Tipologia: cortometraggio - Genere: drammatico - Produzione: Aelita film srls e Silentium Film -Formato originario: HD - Regia, Montaggio e sceneggiatura: Vincenzo Totaro - Direttore della fotografia: Antonio Universi - Operatori di ripresa: Luisa Totaro -Musiche: Donato Raele - Audio in presa diretta: Giannino deFilippo -Microfonista: Tonino Bitondi -Missaggio audio: Richard Gremillon - Produttore esecutivo: Giannino deFilippo -Backstage: Chiara Piemontese - Sottotitoli: Studio HONO - Luisa Totaro, Yurika Oshima, Yougha Im -Interpreti: Antonio Del Nobile, Rosa Fariello, Annarita Granatiero, Teresa La Scala, Adriano Santoro, Carmine Spera.

 

Quel ramo della pianta di Giacomo - Italia 2017, b/n (sottotitolato in inglese) -Durata: 3'34” - Tipologia: cortometraggio - Genere: commedia - Produzione: Silentium film - Formato originario: Full hd, 1.85:1 - Titolo inglese: That branch of Giacomo's plant - Regia: Vincenzo Totaro - Sceneggiatura: Antonio Del Nobile e Vincenzo Totaro – Interpreti: Antonio Del Nobile e Tonino Bitondi - Montaggio: Vincenzo Totaro - Operatore di ripresa: Luisa Totaro – Note: cortometraggio ideato e realizzato all'interno della Werner Herzog Masterclass, anno 2017.- Link al cortometraggio completo in italiano: https://www.youtube.com/watch?v=6JJW7Tsd_bo - Link al cortometraggio completo in inglese: https://www.youtube.com/watch?v=cuT5ucA8ji4

 

 

 

 

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Il piratato

9 Gennaio 2020 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto

 

 

 

 

Piccolo pensiero introspettivo che scrissi sul mio diario scolastico il 2/03/2002 dopo l'ennesimo episodio di bullismo psicologico.

Brevi righe di sconforto dovute a quel difficile periodo in cui non venivo accettato nella ciurma bensì attaccato e depredato dai miei ex compagni di scuola, con parole intrise di vessazioni, potenti come palle di cannone lanciate continuamente al mio indirizzo.

 

 

Ogni giorno che passa, è veramente difficile restare a galla in questo mare che è la VITA, succede così che arranco, mi affanno, agito gambe e braccia tentando in tutti modi di NON annegare! In fondo che cosa desidero da uno specchio d'acqua salata come le mie lacrime?

Cerco una barca che mi porti in salvo, che mi conduca in un porto sicuro, ovverosia un porto chiamato AMICIZIA che mi ripari. Praticamente un rifugio.

E invece cosa trovo? Galeoni di pirati, pronti a buttarmi nonché ributtarmi senza esitazione negli abissi più profondi, solo perché non sono come loro e non ho oro da offrire ma semplicemente un cuore di cui, sebbene placcato, i filibustieri, non sanno che farsene.

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Corso di scrittura

8 Gennaio 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #corsi, #eventi

Corso di scrittura

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Dianora Tinti, "Vite sbeccate"

8 Gennaio 2020 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

 

 

 

 

Dianora Tinti
Vite sbeccate

Pegasus Edizioni – Pag. 245 – Euro 14
www.pegasusedition.it

 

Dianora Tinti è una scrittrice molto attiva come operatrice culturale, organizzatrice di eventi, giurata di interessanti concorsi letterari e conduttrice di uno dei pochi veri programmi sui libri (insieme a Francesca Ciardiello) dalle antenne di TV9 (la mitica Tele Maremma). Ricordiamo di aver letto e apprezzato precedenti romanzi come Il pizzo dell’aspide (tre edizioni), Il giardino delle esperidi e Storia di un manoscritto. Adesso si ripresenta al pubblico con Vite sbeccate, un romanzo classico, uscito a maggio per Pegasus e già vincitore del Premio Capalbio per la Letteratura. Dianora Tinti scrive con taglio classico, alterna eventi del passato vissuti in flashback (corsivo) a cose che accadono in presa diretta, descrive luoghi ed emozioni con partecipe senso narrativo, facendo trapelare sentimenti dalla ricostruzione fedele dei luoghi. Non solo, padroneggia il dialogo da letterata sopraffina e manda avanti la narrazione senza dover spiegare niente al lettore, limitandosi a far accadere le cose, accompagnandolo in un credibile mondo di finzione. Abile costruttrice di trame sentimentali, prive di luoghi comuni e di situazioni stereotipate, conduce la protagonista (Viola, un architetto cinquantenne) in una storia introspettiva e ricca di inquietudini, insieme a Gianluca (un collega più giovane), pure lui tormentato e insicuro dopo una storia d’amore finita male. Viola e Gianluca devono ristrutturare un palazzo antico, di proprietà di due ricche signore che vivono con una nipote di nome Aliènor, altro personaggio femminile con un vissuto problematico per colpa di un ex marito violento. La casa delle zie diventa per Aliènor un rifugio sicuro, un luogo dove sentirsi protetta dai traumi subiti nel corso degli anni, dalle ferite inferte dal tempo. Gianluca pare innamorarsi di Aliènor ma il suo rapporto è di attrazione - repulsione, perché la ragazza gli ricorda troppo la donna che l’ha abbandonato. Non aggiungiamo altro, per non far perdere al lettore il gusto di scoprire quale sarà l’evento che convincerà Viola a compiere il passo decisivo per dare una svolta alla sua vita e decidere finalmente di affrontare il futuro. Un romanzo per tutti, consigliato a chi ama le storie d’amore tradizionali e la narrativa classica. Da leggere.

 

Gordiano Lupi
www.infol.uit/lupi

 

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Il bullo

7 Gennaio 2020 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto

 

 

 

 

 

Erano trascorsi circa sei mesi da quando avevo finito le superiori lasciandomi alle spalle le materie, i professori, i compagni di scuola nonché l'imperante bullismo perpetrato ai miei danni. A tal proposito, beneficiavo di una meritatissima tranquillità, godendomi i miei diciannove anni senza più percosse fisiche e soprattutto vessazioni psicologiche che avevano reso quel tedioso quinquennio all'I.P.S.I.A. un autentico girone dantesco.

Sia prima che dopo la scuola lavoravo in un negozio di articoli casalinghi, dove parallelamente venivo sfruttato e pagato una miseria, motivi validi per attendere con trepidazione la chiamata alle armi in quanto desideroso di una carriera nell'esercito, mestiere che sognavo fin da bambino.

Non ho alcuna nostalgia delle superiori, se non gli indimenticabili brutti ricordi. I cinque anni mi apparvero lunghissimi, difatti i miei compagni di classe e non, me ne fecero di tutti i colori. L’origine di tutto ciò? Un epiteto, un maledetto epiteto che mi logorava l'anima ogni qualvolta lo udivo: “Prosciutto.”

Lo sgradito soprannome mi venne dato da un coetaneo per via che all'epoca dei fatti avevo la carnagione rosa pallido. Si chiamava Loris Calabrese, un pessimo elemento senza voglia di studiare, che frequentò l’istituto per tre mesi poiché, in seguito a una sospensione per un increscioso comportamento, decise di non ritornare più.

Malgrado siano passati tanti anni, mi viene una gran rabbia al solo pensarci, quell’infelice appellativo ideato da un individuo di passaggio mi condannò per l’intero periodo scolastico. Sono del parere che certa gente viene inviata dal diavolo stesso per scombussolare la vita a chi non merita di essere inquietato.

L’odiato soprannome irreversibilmente si propagò facilmente come un morbo e, in men che non si dica ,persino nelle altre classi.

“Prosciutto! Prosciutto! Prosciutto!...”

Venivo così insultato, spesso e volentieri, da uno o più ragazzi, in classe, nel cortile, nei bagni, nei corridoio, all'uscita della scuola, in qualsiasi luogo insomma, anche per strada coi bulli che sfrecciavano con i loro scooter. In certi contesti, arrivai addirittura alle mani con singoli bravacci, battendomi come un leone a discapito delle dolorose rappresaglie qualora riuscissi a stendere qualcuno. Indubbiamente reagivo per difendermi ma dinanzi ai gruppi non avevo scampo.

A parte Ernesto, il mio compagno di banco anch'egli oggetto di sfottò sebbene in misura minore, non legai con nessuno. I professori non mi furono granché d'aiuto, inoltre, con i miei famigliari non parlavo del gravoso disagio che subivo, vuoi per paura di ritorsioni in caso di adeguati provvedimenti e vuoi perché volevo cavarmela da solo.

Da segnalare che gli insulti non di rado venivano accompagnati da calci nel sedere, sgambetti e vigorose manate al collo. Per ovvi motivi, durante la ricreazione, per evitare problemi, preferivo starmene rintanato in aula, meglio ancora con l'insegnante presente.

Nel 2003 l'incubo finalmente finì, seppur mi diplomai con un modesto punteggio, me ne fregai altamente, d’altro canto l’intento principale era sbarazzarmi di tutti coloro che mi avevano procurato ogni genere di patimenti, tra cui Gaetano Castello, il carnefice dei carnefici.

Capelli biondi a caschetto, occhi azzurri, non molto alto, fisicamente atletico, orecchino e abbigliamento firmato dalla testa ai piedi, il classico primo della classe che eccelleva su tutti e in tutto, anche in educazione fisica, del resto fuori dal contesto scolastico capitanava un'agguerrita squadra locale di calcio, tra l’altro un tipo parecchio fortunato con le ragazze, complice il fatto che era considerato un bel ragazzo. Si distingueva pure a livello caratteriale, inteso in termini negativi, ed è facile immaginare che amava prendersela con i più mansueti, in primis con un certo Giuseppe detto Prosciutto che si divertiva a prendere di mira senza limiti e senza misure.

Arrogante, narcisista, sfacciato, maligno, impietoso, malevole, ostile, perfido... non basterebbero intere pagine per elencare i sinonimi e le parole equivalenti. Posso assicurare e testimoniare che fu piuttosto dura con lui.

Finché, una mattina del terzo anno, preso dall'esasperazione e accecato dall'odio per Gaetano, infilai il mattarello di mia madre dentro il mio Invicta, pronto a malmenare a sangue quel diabolico soggetto. Lo vidi vicino al cancello dell’edificio scolastico, e, come da copione, mi diede fastidio.

«Prosciutto!» esclamò con meschinità, per non parlare delle risate e dei cori crudeli di un gruppo di compagni di “branco.”

Appena si girò di spalle, con le mani tremanti, aprii lo zaino pronto a passare all’attacco, tuttavia, all'atto pratico non feci nulla. Forse la decisione finale scaturì da una questione morale o probabilmente fu l'angelo custode che mi orientò a cambiare idea e, di conseguenza, a desistere dal violento proposito.

In effetti, in classe, immaginai un esito disastroso, con l’elevato rischio di una bella denuncia per lesioni e addio carriera nell'esercito, oltre ad una sospensione che mi avrebbe inesorabilmente pregiudicato l'anno scolastico.

Dopo la maturità, benché la scuola fosse terminata come già detto da sei mesi, Gaetano restò legato al suo “bullistico” malanimo, ovverosia non mancava di offendermi o di mettermi in berlina in qualunque posto mi trovassi. La mia città, non essendo grandissima, incontrarlo non era affatto difficile ed evitarlo o aggirarlo ahimè non sempre possibile. Quella sua condotta impertinente mi rodeva non poco e, nel contempo, trattandosi di casi isolati, preferii non dannarmi, calcolando che presto sarei partito militare.

Successivamente, un episodio degno di nota ribaltò inaspettatamente la situazione a mio favore, un episodio che mi accingo a raccontare attraverso queste righe.

In una tarda mattinata di primavera i miei  datori di lavoro mi mandarono alla posta centrale per spedire una raccomandata. Mentre stavo percorrendo la piazza a piedi, dall'esterno di un negozio di abbigliamento, Gaetano mi apparve davanti assieme a una ragazza bionda di bellissimo aspetto. Entrambi mano nella mano e con due shopper da boutique per ciascuno.

«Dio, fa che almeno stavolta quel bifolco non mi rompa le scatole» pregai mentalmente.

Appena entrai nel suo raggio visivo, Gaetano assunse una mimica maligna, infatti, conoscendolo bene, era palese che mi avrebbe deriso in maniera deplorevole e con la sicurezza di avere manforte dalla sua ragazza. Ad ogni modo mi preparai a incassare l’irrisione, azzeccando in effetti il sicuro pronostico.

«Prosciutto! Prosciutto! Prosciutto!» mi canzonò diverse volte il bullo della malora, con fare spaccone e col chiaro proposito di atteggiarsi con la biondina.

Li ignorai e proseguii a testa alta per la mia destinazione senza dare a vedere in nessun modo l’avvilimento. Fu in quel preciso istante che avvenne una scena altrettanto straordinaria quanto imprevista.

«Perché lo stai insultando? Che ti ha fatto sto ragazzo?» domandò la ragazza, visibilmente scocciata, liberando immediatamente la mano che teneva intrecciata con quella del bifolco in questione.

«Niente, è un povero sfigato, alle superiori veniva preso per il culo da tutti!» si giustificò il grand'uomo ,ridendo nervosamente e sicuramente stupendosi della reazione di colei che non gli aveva fornito un potenziale assist.

«Ti devi solo vergognare!» lo ammonì la biondina sempre più incazzata.

Restai a osservarli. Gaetano non era un tipo cui piacesse venir contraddetto, ragion per cui discusse con la morosa col solito temperamento irascibile.

«Oh, ma che cazzo te ne frega di quel coglione? Non ti permetto di parlarmi così, cretina!» le urlò.

La ragazza gli scagliò addosso le due shopper da boutique e, tra strattoni e gesticolare, la situazione culminò in una sonora litigata. Me ne andai e li lasciai al loro battibecco, dentro di me godevo come un matto, non per cattiveria ma per una senso di giustizia. Per una volta fu lui a cascare male ed io ebbi la concreta dimostrazione che il cosiddetto “karma” esiste davvero.

Il giorno successivo, mentre stavo andando a fare la spesa in un supermercato, udii dietro le mie spalle una brusca frenata, un freno a mano e uno sportello sbattere violentemente. Mi girai d’istinto. Era Gaetano, letteralmente infuriato.

A passo svelto tentai inutilmente di divincolarmi e mi raggiunse stringendomi forte un braccio.

«Prosciutto di merda, per colpa tua la mia ragazza mi ha mollato!» imprecò il buzzurro con un tono iracondo.

Provai a discolparmi con la consapevolezza di non avere nessuna responsabilità in merito.

«Che cavolo stai dicendo? Ero per i cazzi miei, hai cominciato tu a provocare!»

Gaetano mi diede un vigoroso spintone e andai a sbattere in una serranda di un pubblico esercizio chiuso per ferie, rimanendo aderente ad essa.

«Sei passato nel posto sbagliato e nel momento sbagliato!» insistette con gli occhi stralunati e visibilmente arrossati.

Con una mano mi premette il torace mentre l'altra la chiuse per formare un pugno che tenne sospeso a mezz’aria e pronto per sferrarmelo.

«Io ti ammazzo! Hai capito? Io ti ammazzo!» continuò con espressione decisamente minacciosa.

Avevo due scelte: ingaggiare una lotta colpendolo per primo con un cazzotto in faccia oppure risolverla a parole e a convincerlo a lasciarmi in pace. Scelsi la seconda opzione, pur tenendo pronta la mano destra nell'eventualità di attaccarlo per difendermi.

«Se mi tocchi con un dito ti vado a denunciare alla polizia» gli dissi col cuore che pompava a mille.

«A me gli sbirri mi fanno una sega!» gracchiò il mio persecutore con gli occhi arrossati dall’ira.

«Gaetano, lasciami stare, te lo chiedo per favore, non hai idea di quanto male mi hai fatto in tutti questi anni!» lo supplicai e delicatamente gli abbassai il braccio con il quale mi premeva il torace. «Ti prego... basta!» aggiunsi con un fil di voce.

Mi sembrò di scorgere i suoi occhi diventare incredibilmente lucidi, tant’è che li abbassò per svariati secondi. Ebbe un atteggiamento titubante e ipotizzai che l’implorazione presumibilmente l'avesse toccato a livello interiore.

Improvvisamente cacciò un urlo e una bestemmia, scagliando il temutissimo pugno, non per colpire me ma per centrare la saracinesca della ferramenta. Il rimbombo fu particolarmente assordante, tanto da intontirmi facendomi chiudere le palpebre di colpo e stordendomi l’orecchio.

Vidi il mio carnefice allontanarsi, risalire in macchina e infine ripartire sgommando. Non mi picchiò e la cosa mi stupii parecchio.

In Autunno, una settimana prima di partire militare, incontrai nuovamente Gaetano in un bar, in compagnia della solita ragazza dai capelli biondi, intenti a mangiarsi un gelato seduti a un tavolino. Inizialmente valutai se farmi notare o meno però alla fine ritenni opportuno non fare la figura del coniglio che scappava.

«Ciao Giuseppe!» esclamò salutandomi cordialmente, mentre la sua ragazza si limitò semplicemente a un sorriso e a un piccolo accenno.

«Ehilà Tano!»

«Com'è? Come stai?» mi chiese.

«Bene, spero anche tu!» risposi banalmente tanto per dire qualcosa.

«Alla grande. Giuseppe, ti auguro buona domenica!» concluse.

«Altrettanto a voi!» dissi congedandomi.

Ordinai alla barista una granita a un tavolino vicino ai due, per osservare e origliare con discrezione e capire se stavano parlando di me.

Fortunatamente se ne stavano tranquillamente a mangiarsi il proprio gelato, a parlare pacatamente e a scambiarsi dei piccoli baci. Capii che non ero l'oggetto dei loro discorsi.

Gustai con calma una granita caffè con panna e brioche siciliana, mi alzai dalla sedia, pagai il conto e fissai Gaetano di profilo per l’ultima volta.

«Ecco, bravo, mi chiamo Giuseppe, non Prosciutto. Non dimenticarlo!» pensai tra me e me come a volergli trasmettere il messaggio telepaticamente per poi uscire da locale.

Andai in piazza e mi sedetti su una panchina. Ripercorsi mentalmente tutto ciò che il bullo mi aveva fatto patire, realizzando che non si cancellano facilmente cinque anni di soprusi e di angherie, seppur involontariamente credo di avergli dato una bella lezione, una lezione ovviamente correlata dal risolutivo episodio precedente. Chissà, un nuovo litigio avrebbe comportato il lancio del cono gelato in faccia ai danni dello smargiasso da parte della biondina. Ridacchiai un po' nel crearmi tramite fantasia un’eventualità abbastanza prevedibile.

Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te!

I vecchi proverbi non sbagliano mai.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Ricordo

6 Gennaio 2020 , Scritto da Gordiano Lupi Laura Lupi Con tag #gordiano lupi, #luoghi da conoscere

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Marco Franzoso, "Il bambino indaco"

5 Gennaio 2020 , Scritto da Mariarosaria Conte Con tag #mariarosaria conte, #recensioni

 

 

I libri che preferisco sono quelli che ti tolgono il sonno. Tra i numerosi romanzi letti e riletti, uno che mi è entrato nell’anima, al punto tale da consigliarlo a chiunque mi chieda un testo da leggere, è proprio Il bambino indaco.

Il romanzo di Franzoso comincia con un flash back, che lascia il lettore spiazzato, quasi disorientato, intrappolato nelle parole dello scrittore in maniera ineluttabile.

Una donna è morta, si chiama Isabel, la voce di suo marito Carlo torna indietro per raccontare com’è andata. Ed ecco apparire uno sguardo maschile, che s’inoltra con sensibilità ed intraprendenza nelle emozioni che travolgono una donna in attesa di diventare madre.

La relazione tra Carlo e Isabel è nata grazie ad un appuntamento al buio.

I due, nonostante le diversità, si scoprono subito attratti l’uno dall’altra, vanno a vivere insieme, si sposano per amore e per amore concepiscono un figlio.

A poco a poco, però, Carlo osserva sua moglie Isabel cadere in un abisso di tristezza senza fondo ed apparentemente immotivata. Assiste al dissolversi della famiglia e della passione.

Con una scrittura limpida e diretta, ma anche delicata e tenera, il Franzoso ci racconta che, forse, non è vero che l’istinto materno non sbaglia mai. Nella voce di Carlo, infatti, ritroviamo  la  disperazione  di un padre che deve salvare il suo bambino dalla propria madre. Dalla donna che lui stesso ha creduto perfetta.

… Rivedo proprio su quel divano mia moglie che si spoglia, il neonato sulle ginocchia, infagottato dentro una piccola coperta di lana. Il bambino si agita, vuole liberarsi ma non riesce. Le gambe, il corpo, sono avvolti nell’involucro troppo stretto.
Lei sfila il maglione, sbottona la camicetta e sgancia il reggiseno. La sua magrezza è impressionante, ha raggiunto il traguardo dei quarantadue chili. Tre mesi dopo il parto, anche se i seni rattrappiscono, si ostina ad allattare. Si ostina a somministrargli il proprio latte anche se per questo si disidrata e si sgonfia. È straziante assistere alla sua inutile determinazione.
Il seno è minuto, cascante e grinzoso. La pelle attorno ai capezzoli sembra secca.
Isabel avvicina nostro figlio alla mammella e lui inizia a succhiare. Succhia solo per alcuni secondi, poi agita la testa e boccheggia come un pesce gettato sull’erba.
Si attacca e si stacca ripetutamente, con movimenti nervosi del capo. Scatta sul capezzolo con la bocca spalancata, succhia e poi si allontana di nuovo, deluso. Non capisce perché da quel seno non esca niente, non capisce dove sbaglia. Ma ha fame e subito si riattacca e cerca di succhiare con tutte le forze. Si innervosisce. Inizia un gridolino di smarrimento che mi mette i brividi e che vorrei interrompere subito, in qualunque modo.
Riprova a succhiare, si stacca ancora, osserva il bersaglio del capezzolo e riprende. Potrebbe andare avanti per ore. Tutto inutile.
– Vedi, – dice Isabel. – Vedi che non ha fame?
Io non dico niente.

 

Il Franzoso, attraverso la voce di Carlo, osserva e racconta, con efficace ferocia, piantato nel bel mezzo di una  tempesta familiare, l’inizio del tracollo e la dissoluzione di un grande amore, e lo fa senza mai emettere una sentenza.

 

 

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Concerto dell’Epifania e Bacio del Bambinello

4 Gennaio 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #eventi, #musica, #postaunpresepe

 

 

Domenica 5 Gennaio, alle ore 21:00, a Giulianello (LT), presso la Chiesa di San Giovanni Battista, si terrà il Concerto dell’Epifania che vedrà esibirsi la corale polifonica locale “Schola Cantorum”, organizzatrice e promotrice dell’iniziativa, e il Coro polifonico “Armonia Mundi”. L’appuntamento rientra nella 3ª edizione di “PACE TRA I POPOLI – NATALE 2019”, il cartellone di eventi per le festività messo a punto dal Comune di Cori e dalla Pro Loco Cori con il contributo della Regione Lazio – Le Feste delle Meraviglie – e BCC di Roma – Agenzia di Cori.

La “Schola Cantorum” è il coro della Parrocchia di San Giovanni Battista di Giulianello fondato nel 1994 da don Antero Speggiorin per curare il canto nella liturgia. I cantori non sono professionisti, ma portano avanti l’impegno con fede, passione e spirito di comunione, prestando servizio in parrocchia con costanza e dedizione. Per l’occasione proporrà una selezione di brani del repertorio liturgico di grande bellezza e forza, con l’intervento di incantevoli voci soliste.

Il Coro “Armonia Mundi”, formazione a quattro voci miste diretto dal M° Matteo Sartini, nasce in seno alla Parrocchia Santissimo Nome di Maria di Genzano di Roma nel 2003. Il suo repertorio concertistico spazia dalla polifonia pura alla musica sacra classica e lirica e operistica. Domenica presenterà un programma che guarda alla tradizione popolare italiana, francese e americana, con brani sacri di Mozart, Verdi, Adam. Insieme alla Corale ci saranno due voci soliste: il Soprano Angelica Ercolani e il Mezzosoprano Michela Moroni.

L’ingresso ad offerta libera servirà a finanziare le opere della Parrocchia, in particolare la prosecuzione dei lavori di ristrutturazione e restauro della facciata danneggiata della cinquecentesca Chiesa di San Giovanni Battista, luogo sacro di rilevanza storica e architettonica, ma anche simbolica per tutta la comunità, essendo l’unica parrocchia del borgo, intorno alla quale si è sviluppato l’antico Castrum Julianum. Nel parcheggio della Chiesa si potrà inoltre godere del suggestivo Presepe realizzato da giovani parrocchiani, ricco di effetti, statue in movimento, cascata, suoni e musica.

Lunedì 6 Gennaio, sempre a Giulianello, si rinnova la tradizione del Bacio del Bambinello. La statuetta del Bambin Gesù, scolpita nel XVI secolo da un devoto francescano sul legno d’ulivo del Getsemani, è custodita all’interno della sacra cappella della Chiesa di San Giovanni Battista, ed è stata benedetta da Sua Santità Giovanni Paolo II durante l’udienza papale del 2 Dicembre 1998. Come dal 1798, la mattina dell’Epifania, dopo la santa messa delle ore 10:30, la statuetta viene fatta sfilare in processione per le vie del paese, portata in spalla dagli storici “Incollatori”. Alle ore 15:30, avrà luogo il Bacio del Bambinello, un rito che da sempre riesce a coinvolgere tanti cittadini, che trovano tranquillità e conforto nello sguardo rasserenante e fiducioso del Gesù Bambino.

 

 

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