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poesia

C'era una volta la Romagna: il raccolto

7 Marzo 2017 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere, #poesia

 

 

Al tempo della mietitura si andava tutti nei campi, anche i bambini, presi dall'euforia dell'occasione, si rendevano utili spostando mannelli, piccoli fasci di spighe, o portando da bere ai mietitori. Finito il raccolto si trasportavano a casa i covoni e si faceva una grossa bica (o barcone) a forma di parallelepipedo con grandi spioventi. Il giorno della trebbiatura era una vera festa. Si sentiva in lontananza il battito di un trattore che si avvicinava lentamente trainando una lunga carovana composta da macchina per la trebbia, scala, carretto dei carburanti e lubrificanti. Enorme, arancione, si presentava come una grande cassa di legno, montata su un carro a quattro ruote della lunghezza di circa sei o sette metri, e arrivava nell’aia come un mostro, impegnandola quasi completamente. Al seguito venivano tutti gli uomini a salario che avrebbero aiutato nel compito di prendere i covoni, scaraventarli dentro una specie di grosso imbuto in cima a quel diavolo rumoroso e ansimante, che sbuffando faceva uscire inspiegabilmente da sotto il grano in chicchi, mondato dalle spighe, mentre la paglia usciva da dietro, raccolta in balle legate col filo di ferro. Noi bambini restavano a bocca aperta nel vedere tale trasformazione e confabulavamo chiedendoci chi fosse nascosto dentro quel grosso cassone, e quanta fatica doveva fare per lavorare così bene, in fretta e al chiuso. Spesso, troppo spesso, si rompeva la grossa cinghia di trasmissione che dal trattore faceva funzionare la macchina trebbiatrice, e allora si sentiva volare dalla bocca degli operai addetti ogni sorta di imprecazioni per santi e madonne. A noi scappava, maliziosamente, da ridere, e il nonno, arrabbiato, ci prendeva a scappellotti perché, misteri della fede, “un uomo in un momento di nervoso poteva anche bestemmiare, ma un bambino mai e poi mai doveva sentire!”

Gli uomini, col cappellaccio calato fin quasi sugli occhi per difendersi dalla polvere e dalla pula che volavano intorno, si proteggevano il viso con grossi fazzoletti legati dietro la nuca, che coprivano naso e bocca, tanto da sembrare quei banditi che vedevamo sui giornaletti di Tex Willer assaltare le diligenze. Così fantasia su fantasia ci mettevamo anche noi il fazzoletto e iniziavamo a correre battendo la mano sul sedere come se stessimo incitando un cavallo e giocavamo a rincorrerci, “indiani e cowboy”, urlando e saltando per tutta l'aia.

Mente noi giocavamo, per parecchie ore si udivano, martellanti, il battito frenetico del trattore e il rombo cupo della trebbiatrice. Anche in lontananza si poteva vedere il polverone sollevato, mentre le biche dei covoni calavano e contemporaneamente crescevano i pagliai.

Il grano raccolto in grossi sacchi di tela di juta veniva accatastato nel granaio e sarebbe stato in parte venduto dal nonno al mercato e in parte portato al mulino per ottenere la farina necessaria alla famiglia tutto l'anno: pane e pasta si facevano ancora in casa.

Infine una parte di grano si conservava per la semina successiva. Il nonno faceva depositare questa grande quantità di chicchi in una stanza vuota della casa vecchia, la stanza veniva riempita per tutta l'ampiezza e quasi per metà in altezza. Alla porta d'ingresso mettevano di traverso un grosso asse di legno che non consentisse al grano di spandersi all'esterno, ma per noi era perfetto da usare come trampolino per piacevolissimi tuffi nella nostra “piscina privata”. Incuranti della polvere del grano che mordeva le carni, affondando nei chicchi profumati e morbidi che si modellavano lentamente sotto il nostro peso, immaginavamo di essere al mare e di nuotare incalzati dalle onde verso l'isola del tesoro.

 

AMO LA TERRA

“Amo la terra che mi ha

partorito:terra di pianura,

nera e grassa che alimenta i

tralci e matura le messi.

Terra umida in cui è dolce

affondare le mani e piantare

profonde radici.

Amo la terra di rossa creta

dove correvo l’estate

graffiandomi i piedi,

“calanchi” che scivolano a

valle, si sciolgono, si

increspano, ondulati come il

mare.

Amo la terra secca e brulla

quando d’inverno il gelo

disegna arabeschi sulle zolle

nude e un giorno vi farò

ritorno:

lei si aprirà accogliendomi

nel suo seno e non avrò

freddo, non avrò paura nel

caldo abbraccio di mia

madre.

E poi sarò di nuovo viva: sarò

albero, sarò fiore.”

Affresco di Nicoletta Mainetti

Affresco di Nicoletta Mainetti

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Io ero un'anima debole, un nido di paglia e cereali

25 Febbraio 2017 , Scritto da Fabio Strinati Con tag #fabio strinati, #poesia

 

 

Alcuni brani tratti da Dal proprio nido alla vita

 

ll freddo miete le sue vittime cercandole sempre tra le più deboli.

Io ero un’anima debole, un nido di paglia e di cereali.

La paura del vento, degli urli tra i rami spogli

degli alberi spettrali, e le sentinelle della montagna...

le minacce della vita nei giorni freddi dell’inverno,

che alimentavano in me, un’angoscia devastante,

proprio come le mosche, insonnolite

prima di quel lungo viaggio che forse, staccherà il biglietto

per quei paesaggi miti, o per quei paesaggi, dove i moribondi

siamo sempre noi, anime vaganti per i sentieri infiniti!

 

 

 

La morte è un termine orrendo. Orrenda è la morte,

che all’improvviso arriva, con aria buffa

di chi si prende gioco della vita, di chi la disprezza;

la morte è più vera di un inganno deciso a tavolino,

di questi uomini vestiti di nero, di cui nulla sappiamo

ma che con certezza, come la morte arriva,

che della vita se ne fa beffa!

 

 

 

Il vento è un suono così sottile, così

invisibile, che sa essere custode

e  padre al tempo stesso:

il vento è quel treno di ferro

che ti accoglie nel suo viaggio,

facendo scendere ad uno ad uno,

i fantasmi che ti porti dietro!

Nel vento possiamo volare,

leggiadri come piume,

sereni come il cielo

oltre quella linea longitudinale...

oltre un mare lontano,

saggia è la vecchiaia,

matura la tua rondine madre!

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Non c'è ritorno

22 Febbraio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #poesia

 

 

Stavo meglio

quando pensavo

che il gatto mi baciasse

quando le parole erano vaghe

come stelle del Leopardi

quando il cane agitava la coda

solo per fare le feste

quando cercavo gente

per voler bene

senza aggiunte

Dietro c’era quello che si vede

E sangue chiamava sangue

con purezza facile

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Scarabocchio, depressione, la macchia e testimone

15 Febbraio 2017 , Scritto da Fabio Strinati Con tag #fabio strinati, #poesia

 

 

 

SCARABOCCHIO

 

Rinchiuso tra le pareti in una stanza chiusa e piena

di polvere di acari pusillanimi,

a sorbettare i versi e le rime...

scombussolato nella mia lingua romanza che si fracassa

di vocali urlanti e limacciose per un delirio di parti e controparti,

a cinguettare la seta delle tele negli angoli rimasti...

adirato da impulsi e nutrimenti che mi arrovellano la mente

più di un passo storpio di un foglio sulla rima.

 

 

 

DEPRESSIONE

 

La salute mia è un ramo dalbero appeso al vento di dicembre

tra rimpianti che la vita ormai andata

brulicano e mantengono,

strane sensazioni a volte, piluccano il tuo essere vinto

e sconfitto, come un uomo poco attratto dalla libertà

che si accendono e si spengono

oltre un confine immaginario animato

dai ricordi fievoli di uninfanzia in agrodolce,

come lultima parola che senza fiato

si scarica di rabbia per ferire la tua morte prematura.

 

 

 

LA MACCHIA

 

Come si dissolvono le nostre polveri nellincertezza

della vita, o della morte che penetra che arriva

e alimenta altra morte, che impregna

la nostra vita che finalmente, al tocco della falce si svela.

Il tempo è in movimento e lontano;

e la solitudine serpeggia senza catene di ferro

durante i nostri momenti vuoti,

e quando un podombra arriva a noi come

una macchia di petrolio su questa lavagna di vita,

il nostro vivere diventa fievole,

la nostra anima sbiadita.

 

 

 

TESTIMONE

 

È nella fessura che porgo locchio mio,

la mia perla di lingua tuttintorno affonda,

sibili e cicalini,

nel suo rattoppo dorigine,

docchiatine vispe nella vispezza

che tanto arretra

e davanti punta indietreggia,

si stagna il gesto, come sangue rappreso

la sua macchiolina annichilita.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Dentro la mia anima, io, attese

13 Febbraio 2017 , Scritto da Fabio Strinati Con tag #fabio strinati, #poesia

 

 

DENTRO LA MIA ANIMA

 

Dentro il mio io interiore, a volte triste e in solitudine...

ho lanima che cerca il romanzo della vita

per non morire giovane su questa terra affaticata,

...solcare il mare

lasciandosi alle spalle un lacrimoso tramonto,

che sappia rinverdire lanima mia di gioia e di speranza!

I miei occhi osservano la primavera: stagione che penetra

con eleganza, come ogni mattina

quando penso alla preziosità della vita...

la più bella scoperta,

lavventura in un lungomare di conquista!

 

 

IO

 

Credo che la vita sia il mio principale aguzzino,

e quando ci sono quelle giornate umide

e le mosche bidonate nella lordura del momento,

mi ritiro nel mio bureau di taccuini,

guardo il cielo e mi rivedo spiaccicato

su quelle lente nuvole stracolme dacqua,

in quei giorni stringati di dicembre

e i cortili imbiancati come lenzuoli davi e di morte!

 

 

 

ATTESE

 

Inseguire con gli occhi una linea esile e sottile,

come una traiettoria in metamorfosi,

che piano spira nel suo lasso di polvere e di sepolcri.

Gettare unocchiatina oltre quel sipario rinserrato,

oltre un avvenire errante e impantanato

nel suo dovere ma nel dubbio

che una lancetta dorologio

sia bloccata nel suo dilemma muscoloso,

nel frattempo, emergono speranze e gravose attese.

vagante che ha vagato stanca per i campi spenti.

 

 

 

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Interrogativo, io e anima

11 Febbraio 2017 , Scritto da Fabio Strinati Con tag #fabio strinati, #poesia

 

 

 

INTERROGATIVO

 

Quando ho paura del domani, mi aggrappo

alle tante foto appese al muro nella mia stanza:

tengo stretto il mio cuscino,

come lamore è quellequilibrio che tutto

scompone e ricompone,

come una foto di famiglia che raggruppa

lunica foto di un istante, di uneternità infinita.

 

 

 

IO

 

Il riflesso del mio io nascosto è celato, come sottovuoto,

il suo sonno addormentato

e la mia voce di primavera che segna e risveglia

il mio luogo, molteplice tragitto,

mi riduce ad uno specchio

che brilla la sua matura ombra

che viene oppressa

per due soldi di letame,

la mia mano, che scrive sopra un foglio bianco

la sua firma di fanciullo,

nel riflesso del mio io

come un orsacchiotto screpolato lasciato

ad ammezzire in tardo autunno,

lungo un tragitto liquoroso allintercalare delle luci,

il buio nel mio cuore, e una caverna soltanto.

 

 

 

ANIMA

 

La morte ha un odore di selvatico

più delle lacrime cadute a terra prematuramente,

seminate di speranza e di sorgenti

con accanto le mostrine incanutite di poveri soldati

caduti in guerra e mai risorti,

come

la morte, lei penetra porta scompiglio

e in novembre, solo un vago ricordo di quellanima

vagante che ha vagato stanca per i campi spenti.

 

 

 

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Suoni, se fossi morto prima e lungo addio

9 Febbraio 2017 , Scritto da Fabio Strinati Con tag #fabio strinati, #poesia

 

 

SUONI

 

I suoni si spargono tra passato e presente, impiccati

nelle regioni nere e appartengono,

ai fili clandestini che come reclute tormentate

in questo smorto attimo d’impazienza

emulano empi, sgorgano nell’impazzimento

di un’apparizione usata,

irrisi suoni che svolazzano nell’aria.

 

 

 

SE FOSSI MORTO PRIMA

 

Se fossi morto prima...

la chiazza del mio essere uomo di miscugli e di fiori

appassiti, mi ha condotto a voi col capo chino e remissivo,

il volto stanco e pieno di rughe e il mio cuore in trappola

dei suoi stessi sentimenti di stampigliatura;

ora, cerco solo di accoppare il mio tempo già finito,

e di bermi un goccio forte, in unosteria dellangolo.

 

 

 

LUNGO ADDIO

 

Un lungo addio è

oltre le montagne figlie della vecchiaia e del tempo,

consumato dal suo stesso addio,

con gli occhi dellanima,

dentro il cerchio immobile di un lago colorato di grigio,

disegnato dentro,

che già si dona esanime

alle troppe sofferenze che soffiano nel vento

tra le anime tremolanti, in un profondo

infinitamente finito!

 

 

 

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Dentro, suono crudo e abbandonato

7 Febbraio 2017 , Scritto da Fabio Strinati Con tag #poesia, #fabio strinati

 

 

DENTRO

 

Dentro un vecchio muro crepato e tinto

che soffre, adolescenza intaccata

in vortici di rogne,

e in eterno, nel sonno le maschere avvolte

dove nascono le cimici uguali

e le cantilene, gli indefiniti aliti e sepolti

sotto occhiaie di pensieri e patimenti

e i timori pesti mai andati,

e in eterno, in graffi sospesi nell’aria

come suoni in una scomoda mente.

 

 

 

SUONO CRUDO

 

Suono crudo assennato dentro il suo dentro,

di fanghiglia, nel rettangolo

superstite precario,

è un suono graffiato in un istante rudimentale

che scivola turchino

nelle coincidenze di una trappola mortale,

anime ingombrate nell’intasamento

di un dovunque aggrappato,

e le innaturali fisime, le porte socchiuse

in quel loro dentro futile e meschino,

come un suono rinchiuso in una teca

dove matematica e spine

si sbracano ammiccando pose di catarsi!

 

 

 

ABBANDONATO

 

Non solo mi chino su questa terra di fango marrone

e mi piego scacciando le ferrose catene

in un nevrotico abbandono,

che la sorte ormai guastata

nella sua biada di morte camuffata, travestita

da una sagoma di vita slavata e lunatica,

mi rende uno specchio d’inverno opaco,

e steso nel vuoto nell’incertezza

siderale che tanto mi somiglia,

ecco che mi spengo

in uno stordimento contrariato.

 

 

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Il coro di Ermengarda

6 Febbraio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #poesia, #personaggi da conoscere

 

 

Dopo gli Unni, dal mare giunsero i Vandali, che risalirono il Tevere e si gettarono su Roma con ferocia. È in ricordo di quel saccheggio che la parola vandalo si usa per definire chi distrugge solo per il gusto di farlo.

Fino a questo momento i barbari erano calati in Italia con l’intento di saccheggiare e tornarsene a casa ma ora la musica era cambiata: venivano per restare. È il caso degli Ostrogoti che imposero il loro dominio per sessanta anni. Dopo gli Ostrogoti fu la volta dei Longobardi, i quali rimasero due secoli, occupando l’Italia settentrionale. I Longobardi provenivano dalle regioni nordiche della Germania, un intero popolo in movimento formato da guerrieri, donne, bambini, vecchi sui carri. Non toccarono le regioni bagnate dal mare perché non sapevano costruire navi né usarle.

Così l’Italia rimase spezzata in due: da una parte il dominio dei Longobardi, dall’altra i Bizantini. Fu un lungo periodo di guerre e invasioni, Roma era diventata debole, le sue leggi non avevano più valore, le strade erano disselciate, tra le pietre cresceva l’erba, i grandi monumenti andavano in rovina, si spogliavano di marmi che venivano utilizzati per nuove costruzioni più moderne.

Nel 1822 Alessandro Manzoni pubblicò l’Adelchi, tragedia che narra le vicende del principe omonimo e di sua sorella Ermengarda, figli del re longobardo Desiderio. Vittima della ragion di stato, Ermengarda viene data in sposa a Carlo Magno che poi la ripudia. Ella si rifugia nel monastero di San Salvatore a Brescia, dove, apprendendo la notizia delle nuove nozze di Carlo, muore di dolore. Un esempio di tragica e fragile eroina romantica, figlia di oppressori ma collocata dalla sventura “infra gli oppressi”.

Il coro del quarto atto, con i più famosi accusativi di relazione della storia dei versi italiani, è nel cuore di tutti noi.

 

Sparsa le trecce morbide

Sull'affannoso petto,

Lenta le palme, e rorida

Di morte il bianco aspetto,

Giace la pia, col tremolo

Sguardo cercando il ciel.

Cessa il compianto: unanime

S'innalza una preghiera:

Calata in su la gelida

Fronte, una man leggiera

Sulla pupilla cerula

Stende l'estremo vel.

Ahi! nelle insonni tenebre,

Pei claustri solitari,

Tra il canto delle vergini,

Ai supplicati altari,

Sempre al pensier tornavano

Gl'irrevocati dì;

Quando ancor cara, improvida

D'un avvenir mal fido,

Ebbra spirò le vivide

Aure del Franco lido,

E tra le nuore Saliche

Invidiata uscì:

Quando da un poggio aereo,

Il biondo crin gemmata,

Vedea nel pian discorrere

La caccia affaccendata,

E sulle sciolte redini

Chino il chiomato sir;

E dietro a lui la furia

De' corridor fumanti;

E lo sbandarsi, e il rapido

Redir dei veltri ansanti;

E dai tentati triboli

L'irto cinghiale uscir;

E la battuta polvere

Rigar di sangue, colto

Dal regio stral: la tenera

Alle donzelle il volto

Volgea repente, pallida

D'amabile terror.

Oh Mosa errante! oh tepidi

Lavacri d'Aquisgrano!

Ove, deposta l'orrida

Maglia, il guerrier sovrano

Scendea del campo a tergere

Il nobile sudor!

Come rugiada al cespite

Dell'erba inaridita,

Fresca negli arsi calami

Fa rifluir la vita,

Che verdi ancor risorgono

Nel temperato albor;

Tale al pensier, cui l'empia

Virtù d'amor fatica,

Discende il refrigerio

D'una parola amica,

E il cor diverte ai placidi

Gaudii d'un altro amor.

Ma come il sol che reduce

L'erta infocata ascende,

E con la vampa assidua

L'immobil aura incende,

Risorti appena i gracili

Steli riarde al suol;

Ratto così dal tenue

Obblio torna immortale

L'amor sopito, e l'anima

Impaurita assale,

E le sviate immagini

Richiama al noto duol

Sgombra, o gentil, dall'ansia

Mente i terrestri ardori;

Leva all'Eterno un candido

Pensier d'offerta, e muori:

Nel suol che dee la tenera

Tua spoglia ricoprir,

Altre infelici dormono,

Che il duol consunse; orbate

Spose dal brando, e vergini

Indarno fidanzate;

Madri che i nati videro

Trafitti impallidir.

Te dalla rea progenie

Degli oppressor discesa,

Cui fu prodezza il numero,

Cui fu ragion l'offesa,

E dritto il sangue, e gloria

Il non aver pietà,

Te collocò la provida

Sventura in fra gli oppressi:

Muori compianta e placida;

Scendi a dormir con essi:

Alle incolpate ceneri

Nessuno insulterà.

Muori; e la faccia esanime

Si ricomponga in pace;

Com'era allor che improvida

D'un avvenir fallace,

Lievi pensier virginei

Solo pingea. Così

Dalle squarciate nuvole

Si svolge il sol cadente,

E, dietro il monte, imporpora

Il trepido occidente:

Al pio colono augurio

Di più sereno dì.

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Preludio, vuoto e angosce

5 Febbraio 2017 , Scritto da Fabio Strinati Con tag #fabio strinati, #poesia

 

 

 

PRELUDIO

 

La voce arranca, arretra tardiva al tramonto

crepa e sospira,

consuma un tempo nell’ambiguo vuoto circostante,

mentre scompare il vento che lì finisce e straripa.

 

 

VUOTO

 

Ho in prestito illusori letarghi d’animale

come invisibili le tane patite e noi, frasche

abbandonate all’interno di un vuoto assonnato.

 

 

ANGOSCE

 

L’anima che invecchia tra gli alberi

dove un legno secco marcisce

è preda del suo spreco inciso

sulla pelle fustigata, estenua del presente,

scende sconosciuta fuliggine

che piano si nasconde.

 

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