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poesia

Mediterraneo (poesia sulla pace)

28 Gennaio 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia

 

Mediterraneo

Antico e sempre vivo il mare nostrum

in onde canute e scie azzurrate di speranza

porti un messaggio di pace

vascello di amore e fratellanza

per  i popoli in cammino verso coste ospitali.

Il canto di nuove sirene addolcisca

le rivalità odiose ai seguaci

dalle attente orecchie

di Odisseo errante

e susciti il desiderio della veneranda

pace degli antichi abitatori.

Rimanga tranquillo l’animo

alle provocazioni degli uomini e

dinanzi al mercato degli Dei.

Salda la virtù esorti a superare

le paure e l’egoismo,

e siano le tue acque, o mare,

non liquida urna di ossa ma lettiga cullata

dallo sciabordio perenne delle onde.

Menzione speciale al Premio "Un messaggio per la pace"

Prima edizione 2012

indetto dall'Accademia Euromediterranea delle Arti sez. Poesia

Roma 14 aprile 2012

"per aver cantato con la soavità di un verso agile e soave il doloroso nuovo cammino di un nuovo uomo, nuovo Odisseo che cerca rifugio nella grande "madre acqua" del Mar Mediterraneo".

Claude Lorrain , Ulisse in partenza, 1646

Claude Lorrain , Ulisse in partenza, 1646

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Pensieri divelti

26 Gennaio 2013 , Scritto da Fabio Marcaccini Con tag #fabio marcaccini, #poesia

Macchina di ferro,
dal cuore di pezza,
a riposare i dolori
di un male incurabile,
inchiodata da viva
su una sedia a rotelle,
che diventerà presto
la tua condanna a morte,
ad insabbiar le mani grinze
dalla crudezza selvaggia di un dolore.

Ma la mente è vera
e perdura quel pensiero:
che senso avrebbe
l' elisir della vita
se non avessi te

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Tra inganni e dignità

23 Gennaio 2013 , Scritto da Fabio Marcaccini Con tag #fabio marcaccini, #poesia

Vorrei poter scrivere nuove righe
perché di vecchio
non restasse più niente da leggere.
Delle distanze ridotte da folli rincorse,
viaggi verso l’abbandono in terre ostili
sotto coltri celesti ad aspettare le solite notti
e il loro trascorrere, stanche ed insonni,
così vuote di stelle, di sogni e di senso.

Vorrei ingigantir lo scandire del tempo
fuori dai templi del corpo senz’anima,
di volti nascosti, di sguardi fuggenti.
Lontano dall’oro che dipinge le foglie
prima che secchino... sporche nel fango,
fradice d’acqua... a marcire per terra,
dopo il ricordo che c’era di loro,
vive, su fronde copiose di verde.

Via da quel saccente mausoleo d’inganni,
dove confusi la più triste primavera
per un più mite autunno.
Torna il sole come in cielo, così in terrà
ad asciugare le nubi e seccare le pozze.

Altre righe ci saranno da scrivere,
nell’attesa della prossima estate
che comunque è già più vicina.

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Cuore

22 Gennaio 2013 , Scritto da Fabio Marcaccini Con tag #fabio marcaccini, #poesia


Prigioniero,
in un arido deserto
sconvolto da tempeste di sabbia,
che ogni volta vanno
a ridisporre le dune
per definire i contorni
di un altro deserto,
con la stessa sabbia,
quando tutto si placa.

Dopo di te,
nel mio deserto,
tornerò
ad essere solo polvere
tra tanta sabbia
ma almeno tu,
al mio fianco,
sarai stata magia.

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Guardando avanti

18 Gennaio 2013 , Scritto da Fabio Marcaccini Con tag #fabio marcaccini, #poesia

Il vento arriva
prende per mano le mie parole
per sparpagliarle in alto
fino a quel Dio che non sa ascoltare
o verso chi, lontano da me,
non le può più udire.

C’è la compagnia di questo mare
fisso nei miei occhi,
a chiedere silenzio.
Tace! Non acconsente!
Si lascia bagnare una volta ancora
da sputi e lacrime.

In riva muovo un altro passo incerto
su questa umida terra che vibra
sotto la mia rabbia
e freme per quella dolcezza,
abbandonata alle spalle.

Anche lei, stanca,
farà mancare ai miei piedi
quel sostegno sicuro…

Ormai è deciso:
ch’io vinca o perda la battaglia,
in questa vita,
andrò avanti da solo.

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A day in the life

16 Gennaio 2013 , Scritto da Fabio Marcaccini Con tag #fabio marcaccini, #poesia

Un giorno nella vita..
quando non ci sarà più tempo per pensare
e dove lottare controcorrente
porterà inesorabilmente a valle...
dove con le ossa deformi
mancherà la forza per scalare la montagna,
mentre il mare continuerà
ad ingrinzire il mondo degli altri..

Un giorno nella vita
dove il Sole non scalderà
e la sua luce non colorerà più
la nostra terra...
dove il fuoco non brucerà
e l'acqua non lo spengerà
e dove l'aria si farà vento
caldo e freddo
per carezzare ancora
la natura dell'uomo.

Un giorno nella vita
dove non ci sarà più nessun dio
da pregare o maledire...
dove sapremo che prima dei Pensieri Supremi,
c'era da far pace con noi stessi...
quando smarriti
non troveremo luoghi e statue
per inginocchiarsi davanti alla Pietà.

Un giorno nella vita
dove della musica
resteranno solo poche note,
ricordi e rimpianti
di un passato mai cantato
dal quale sfuggire...
dove a ricordare la bellezza
saranno le rughe delle tristezze volute..

Un giorno nella vita
dove poter rileggere
con l'azzurro dei nostri occhi
gli stolti idealismi,
i falsi pentimenti,
i facili pretesti...
pensieri che daranno il senso
di come di noi
abbiamo buttato via tutto.

Solo allora ripenserai
all'aria, all'acqua, alla terra e al fuoco.
Ma quel giorno
mancherà anche il tempo
per piangere e rimpiangere
di non aver mai vissuto.


2001

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Dedicata

15 Gennaio 2013 , Scritto da Fabio Marcaccini Con tag #fabio marcaccini, #poesia

Tu...

come una cometa

che passa una sola volta nella vita,

così vicina al mio mondo,

eppur così lontana

per poter essere abbracciata

dal mio caldo respiro

bagnato di lacrime.


Si spegne anche l' ultimo sorriso

quando solo,

nel silenzioso buio di un' altra notte,

inseguo con lo sguardo

la tua scia lucente abbandonata.


Se non potrò rivivere ancora,

allora imparerò a volare

verso i confini dell'Universo,

fino a ritrovare Te

o ad incontrare Dio.



1998

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I versi Livornesi di Giorgio Caproni

14 Gennaio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #poesia, #saggi, #luoghi da conoscere

I versi Livornesi di Giorgio Caproni

di Patrizia Poli

“Livorno, quando lei passava,

d’aria e di barche odorava”

Giorgio Caproni (1912 – 1990) è nato a Livorno e da noi ha ambientato le sue poesie più belle, quelle dedicate alla madre, Anna Picchi, Annina, denominate Versi Livornesi nella raccolta Il seme del piangere del 1959.

Dal 22 si trasferisce a Genova, e poi a Roma. Fa il commesso, l’impiegato e il maestro elementare. Le sue prime prove sono rifiutate dagli editori, gli viene detto di “aver pazienza”, gli si fa capire che la poesia non è cosa per lui. Ma insiste, oltre alle poesie scrive critica letteraria, recensioni e traduce dal francese “Il Tempo ritrovato” di Proust, “I fiori del male” di Baudelaire, “Bel-ami” di Maupassant e, ancora, Celine e Apollinaire.

Anche quando la fortuna letteraria gli arriderà e vincerà numerosi premi importanti, si terrà sempre appartato e lontano dai salotti, chiuso nel suo dolore esistenziale frutto di numerosi traumi, come la morte per setticemia della prima fidanzata e le sciagure della guerra.

Scrive anche saggi e opere narrative ma la sua produzione più alta si concentra nella poesia. Le sue raccolte più famose sono Cronistoria (43), Le stanze della funicolare, (52), Il passaggio di Enea, (56), Il seme del piangere (59)

Ci sono tre tempi nella poesia di Caproni, il primo è macchiaiolo, carducciano, contiene una traccia dei primitivi toscani e di certi modi cavalcantiani e stilnovistici privi, però, d’idealizzazione spirituale. Ne è un esempio la poesia che segue:

LA GENTE SE L’ADDITAVA

Non c’era in tutta Livorno

un’altra di lei più brava

in bianco, o in orlo a giorno.

La gente se l’additava

vedendola, e se si voltava

anche lei a salutare,

il petto le si gonfiava

timido, e le si riabbassava,

quieto nel suo tumultuare

come il sospiro del mare.

Era una personcina schietta

e un poco fiera (un poco

magra), ma dolce e viva

nei suoi slanci; e priva

com’era di vanagloria

ma non di puntiglio, andava

per la maggiore a Livorno

come vorrei che intorno

andassi tu, canzonetta:

che sembri scritta per gioco

e lo sei piangendo: e con fuoco.

C’è poi una fiammata lirica e neoclassica in Cronistoria e ne Il passaggio di Enea ed infine una progressiva scarnificazione e perdita di lirismo, come se, col passare degli anni, la parola fosse ormai un peso.

“Il rumore della parola, ad un certo punto, ha cominciato a darmi terribilmente fastidio”

La ricerca è tesa alla semplificazione, il verso s’impasta di aulico e prosastico insieme, oscilla fra cantato e parlato (e in questo richiama la linea ligure, in particolare Sbarbaro.) Si rifà comunque a un filone preermetico, alla musicalità descrittiva di Saba e alla metrica di Pascoli. Consapevolmente antinovecentesco, Caproni rifiuta i giochi puramente sintattici e concettuali. Vuole una poesia fatta di bicchieri, di stringhe, di cose della vita quotidiana, il suo è un impressionismo che evita l’idillio e il compiacimento elegiaco, anche la sintassi si riduce all’essenziale mentre sono gli oggetti a prendere corpo.

L’architettura e il controllo della metrica entrano in contrasto con l’urgenza vitalistica, espressa spesso dagli esclamativi iniziali, il periodo non si esaurisce nel verso ma deborda nell’enjambement, il versificare si fa spezzato, rispecchiando l’anima del poeta che tenta di afferrare una realtà sfuggente. Caproni ricorda in questo i Virginia Woolf, il suo senso di crescente insoddisfazione, la sfiducia nella possibilità che la parola riesca a rappresentare davvero le cose.

“Nessuno è mai riuscito a dire

Cos’è, nella sua essenza, una rosa.”

Detesta la logorrea, i versi lunghi. “L’ideale”, afferma, “sarebbe arrivare a scrivere una parola sola, o meglio, andare oltre la parola”. La parola ha per lui valenza negativa, perché limita, è simulazione della realtà. La parola è oggetto essa stessa e, ammesso che la realtà esista, non si può conoscere un oggetto con un altro oggetto.

Caproni usa la rima, l’allitterazione, l’assonanza, l’anafora (ripetizione di parole o espressioni), la prosopopea (quando si fanno parlare animali, oggetti, defunti) e la punteggiatura con valore ritmico. La sua resta un’operazione letteraria e l’assoluta identità fra vita e poesia rimane un’aspirazione, anche se egli tende più narrare che a poetare, rifuggendo dalla sublimazione lirica.

PER LEI

Per lei voglio rime chiare,

usuali: in -are.

Rime magari vietate,

ma aperte: ventilate.

Rime coi suoni fini

(di mare) dei suoi orecchini.

O che abbiano, coralline,

le tinte della sue collanine.

Rime che a distanza

(Annina era così schietta)

conservino l’eleganza

povera, ma altrettanto netta.

Rime che non siano labili,

anche se orecchiabili.

Rime non crepuscolari,

ma verdi, elementari.

I temi ricorrenti sono la guerra; il dolore; l’esistenza come viaggio - anche in senso chiuso e circolare, un viaggio che riporta indietro, al punto di partenza, al nulla, al non essere, e che è simbolico del passaggio fra un’epoca e l’altra e fra la vita e la morte; la ricerca dell’identità che sfocerà nell’immedesimazione con personaggi mitologici come Enea e che è intesa come modo per trovare gli altri attraverso se stessi; il rapporto con i genitori; la vita popolare di Genova e Livorno. La sua è un’epopea casalinga, una fuga dalla storia che caratterizza molti poeti dell’epoca come Penna, Luzi, Sereni, spaventati dal passare del tempo, dalla distruzione della civiltà contadina.

Nel 1949 torna nella nostra città alla ricerca della tomba dei nonni e la riscopre, ma, ormai, anche Livorno è popolata di fantasmi.

ULTIMA PREGHIERA

Anima mia, fa’ in fretta.

Ti presto la bicicletta,

ma corri. E con la gente

(ti prego, sii prudente)

non ti fermare a parlare

smettendo di pedalare.

Arriverai a Livorno,

vedrai, prima di giorno.

Non ci sarà nessuno

ancora, ma uno

per uno guarda chi esce

da ogni portone, e aspetta

(mentre odora di pesce

e di notte il selciato)

la figurina netta,

nel buio, volta al mercato.

Io so che non potrà tardare

oltre quel primo albeggiare.

Pedala, vola. E bada

(un nulla potrebbe bastare)

di non lasciarti sviare

da un’altra, sulla stessa strada.

Livorno, come aggiorna,

col vento una torma

popola di ragazze

aperte come le sue piazze.

Ragazze grandi e vive

ma, attenta!, così sensitive

di reni (ragazze che hanno,

si dice, una dolcezza

tale nel petto, e tale

energia nella stretta)

che, se dovessi arrivare

col bianco vento che fanno,

so bene che andrebbe a finire

che ti lasceresti rapire.

Mia anima, non aspettare,

no, il loro apparire.

Faresti così fallire

con dolore il mio piano,

e io un’altra volta Annina,

di tutte la più mattutina,

vedrei anche a te sfuggita,

ahimè, come già alla vita.

Ricordati perché ti mando;

altro non ti raccomando.

Ricordati che ti dovrà apparire

prima di giorno, e spia

(giacché, non so più come,

ho scordato il portone)

da un capo all’altro la via,

da Cors’Amedeo al Cisternone.

Porterà uno scialletto

nero, e una gonna verde.

Terrà stretto sul petto

il borsellino, e d’erbe

già sapendo e di mare

rinfrescato il mattino,

non ti potrai sbagliare

vedendola attraversare.

Seguila prudentemente,

allora, e con la mente

all’erta. E, circospetta,

buttata la sigaretta,

accostati a lei soltanto,

anima, quando il mio pianto

sentirai che di piombo

è diventato in fondo

al mio cuore lontano.

Anche se io, così vecchio,

non potrò darti mano,

tu mòrmorale all’orecchio

(più lieve del mio sospiro,

messole un braccio in giro

alla vita) in un soffio

ciò ch’io e il mio rimorso,

pur parlassimo piano,

non le potremmo mai dire

senza vederla arrossire.

Dille chi ti ha mandato:

suo figlio, il suo fidanzato.

D’altro non ti richiedo.

Poi, va’ pure in congedo.

Annina, fine e popolare come i versi del figlio, non c’è più, non ci sono il suo odore di cipria, la catenina, il tumulto del cuore, la camicetta. Ella, ormai, non si può destare.

IL CARRO DI VETRO

Il sole della mattina,

in me, che acuta spina.

Al carro tutto di vetro

perché anch’io andavo dietro?

Portavano via Annina

(nel sole) quella mattina.

Erano quattro i cavalli

(neri) senza sonagli.

Annina con me a Palermo

di notte era morta, e d’inverno.

Fuori c’era il temporale.

Poi cominciò ad albeggiare.

Dalla caserma vicina

allora, anche quella mattina,

perché si mise a suonare

la sveglia militare?

Era la prima mattina

del suo non potersi destare.

Riferimenti

Romano Luperini, Il Novecento, Loescher editore

Walter Cremonti, “I versi livornesi di Giorgio Caproni” dal sito www.latramontanaperugia.it

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Ivo De Palma recita 5 poesie da Sazia di luce di Adriana Pedicini ed. Il Foglio, musiche di Carlo De Filippo

13 Gennaio 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia

Poesie di Adriana Pedicini

recitate da Ivo de Palma

musicate da Carlo De Filippo

5 poesie recitate da Ivo De Palma. Attendere tra una poesia e l'altra un breve tempo

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Tempus fugit

12 Gennaio 2013 , Scritto da Fabio Marcaccini Con tag #fabio marcaccini, #poesia

Prima di Voi
ho visto un mondo intero crescere,
fino a posarsi dolcemente sulla luna
aggraziato da sorrisi sconosciuti,
per incupirsi
tra i mezzi sguardi e le tante voci
per poi annebbiarsi
nei troppi facili e tristi volti.

Ho camminato a lungo coi miei occhi,
tra il fitto rincorrersi degli alberi
per ritrovar sotto i loro rami,
la verde freschezza
da donare a una pelle
ormai troppo sudata dai tormenti.

E poi fuggire,
fino a scoprire un nuovo rifugio di Dio,
dalle roventi quotidianità di uomo
e dalle banalità da sopportare.

Ho sciolto i versi
delle passioni immortali,
per ritrovarmi ad essere
spettatore di me stesso,
nel teatro dell'imperfetto che ci anima
e da vita alla gioia che fa sentirVi mie
per la serenità profusa
ad ogni vostro abbraccio.

Contagiato com'ero da paure
e dalla voglia di non sembrare,
mi ritrovo libero e semplice,
sereno nell'andar di oggi
nell'attesa della sera,
di quei momenti per volersi raccontare
e ascoltare,
per farVi scoprire,
giorno dopo giorno,
il nuovo sapere.

Non ho più bisogno
dei mostri antichi
che per avidità degli altri
turbavano il mio riposo.

Insonni violenze alla mente
che perseguitavano
fino a confondermi il cuore.
Parole e tumulti del corpo
che non udrò più.

Finalmente libero,
felice dell'abbandono mio in VOI

Lo so che prima o poi
ritroverò le gesta,
magari le risate senza gioia,
così come un giorno le ho lasciate
su un sorriso non mio.
Lo riconoscerò,
non importa se invecchiato dagli anni,
spento in fretta dalla consapevole rinuncia
ad accettare di veder lievitar la vita
senza di me.

Anche quel giorno
penserò a Voi
e Voi sarete al mio fianco.

Bambine mie,
ho visto il mondo crescere
fino ad accendere le stelle,
per noi sempre così lontane,
in un futuro che si è vestito presto
degli abiti del passato.

Oggi sono qui,
a vivere il presente da inseguire
dove i sorrisi, gli sguardi e le voci
sono solo le vostre.

Io, prima di Voi,
in un tempo senza vita,
al vostro fianco,
nel mio “persempre”
in una vita senza tempo…

Buona Vita a Voi,
solo per Amore,
… babbo.

2003 - dedicata a Martina e Sara

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