poesia
Maria Francesca Borgogna, "Stagioni"
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Stagioni
Maria Francesca Borgogna
Guido Miano Editore, Milano 2025.
Il lettore graziato dal destino che s’imbatte nell’universo poetico di Francesca Borgogna, si trova immediatamente in un aperto arcano intramato di concretissime esperienze, e di baluginanti immagini del passato, che risorgono per essere ascoltate, per imporsi nuovamente alla memoria e all’esperienza dell’autrice, la cui sensibile e dolorosa meditazione è risposta all’urgenza della meditazione, del canto, del mormorare sommesso di materne presenze. La condivisione nello spazio poetico nasce da un traboccare amorevole e amaro, che ridesta lo schianto dei giorni felici, o il lento declinare di una stagione.
L’autrice non teme più gli «strapiombi di silenzio» (Di novembre), come non sembra più paventare i falsi allarmi del tempo, le «schegge di pioggia» (ivi) dell’inclemenza di avvenimenti ineluttabili, che si consumano in una dimensione appartata, solitaria, difficilmente riepilogabile in enunciati composti e ben allineati. Da qui il desiderio ancestrale del verso come una specie di lente, a volte uno specchio, una superficie luminosa, il cielo, il mare, ma anche l’acqua sporca che s’infossa in sentieri sconnessi, le gore che si addensano negli avvallamenti delle età trascorse.
Questa poesia è necessaria poiché esprime il bisogno inestirpabile dell’animo umano di narrarsi, di riepilogarsi per tornare ancora a interrogarsi sul suo destino. Al soggiornare in un presunto approdo, fa immediatamente seguito lo sconvolgimento interiore di un possibile nuovo inizio, e tali pulsazioni sono lo svilupparsi elastico e spigoloso dei versi stessi: essi giungono a dire, oltre l’esprimibile nel nitore dell’enunciato consunto dalle convenzioni, la lingua segreta delle cose, il risvolto segreto dell’anima delle cose in cui si perde lo sguardo magnetizzato dell’autrice.
Colpisce certamente la sensibilità del lettore accorto e circospetto la prodigiosa varietà di registri che l’autrice ci offre come un diario di viaggio, una memoria che trascolora nel ritrovato affetto, dopo ogni inevitabile burrasca, per le cose che la circondano, e che restano là, in attesa di lei, dopo ogni viaggio, ogni distacco, che non è mai tradimento delle sue radici equoree e mediterranee.
Dalle geometriche poesie di questa raccolta, tenera e crudele, aspra e dolce, emergono molti complessi sentimenti del mondo, del tempo, della natura, dei rapporti umani e un infinito interrogarsi sul ruolo che la memoria e l’esperienza hanno nei destini umani. Come giustamente osserva George Steiner nel suo Vere Presenze, ora non bisogna far velo alla luce dei versi, al loro respiro di volta in volta allarmato e riconciliato. Ciascun lettore, investendo le sue gioie e angosce nell’esperienza sovrana della lettura, comprenderà ciò che può, ciò che deve, ma sempre con la confidente certezza di introdursi in un clima spirituale che si offre alla meditazione, alla lenta distillazione di sentimenti che non si perderanno nell’oscuro volgere dei giorni, e, in ultima analisi, in dimensioni in cui, tenuto per mano dall’autrice, forse ritroverà nuovo slancio e nuovi entusiasmi ed una concreta, reale opportunità di sviluppo e di crescita interiore.
La radice orfica e pitagorica riappare sempre là dove la poesia non è descrizione sentimentale immediata, ma filtro magico del dolore, infinito che il verso rende tangibile, eterno che finalmente possiamo identificare in ogni attimo di ogni nuovo giorno. Le Stagioni segnano così il confronto dell’autrice con le «maghe di Tessaglia» (Fugace), con gli allestimenti scenici del ricordo, sempre chiaroscurali anche nella luce accecante del mezzogiorno; col flusso del tempo su cose e persone, un tutto roteante che, in tal modo, presto «non ha più nome» (Di verde e di pietra). Non ci sono più né domande né risposte nella pura temporalità. Per tali motivi, l’autrice non ci nasconde, a volte, la sua pena, la delusione, il terrore del confronto con «le belve affamate» (Oltre la notte) che non si sono fatte annunciare, e che si sono avventate su ogni cosa. Ma c’era sempre ad attenderla «una fragile alba chiara» (ivi), così nulla ha potuto sospendere in lei gli appuntamenti con sé stessa, la cura per la natura, lo sguardo affettuoso rivolto in perpetuo pieno affidamento alla natura. Ci sono, certo, «sogni dismessi (…) una fragile folata/ di tardiva primavera» (La noia); e c’è inoltre la lacerante consapevolezza della generale cecità umana, nella quale si consuma un dramma vergognoso di aridità e ottusità, e che porterà inesorabilmente ad una visione desolata e terribile del destino degli uomini; tuttavia, anche se «invano il tempo ci porta/ il canto antico degli uccelli» (Alla fine), il mondo è colmo della gioia dei “giochi effimeri” che i poeti e i bambini, figure angeliche, raccolgono, conservano, sempre pronti a devolverli con un sorriso insondabile a chi sa riconoscerne il valore, a chi accetta di misurarsi col valore, a chi riconosce il valore perché è di valore.
Il poetico, se è possibile adombrarne le vibrazioni senza alterarne l’intima preziosa essenza, è certamente questa fiducia, questa incondizionata capacità di amare disinteressatamente tutto ciò che si manifesta nella gioia, nell’intelligenza, nella fiducia, nel raccolto splendore dei gioielli di Opar.
L’ampia tavolozza di Francesca Borgogna s’inoltra così nell’avventura di esporsi negli infiniti desideri destinati a rimanere inappagati, ma proprio per questo, capaci di descriversi fino in fondo, riflettendosi negli specchi di mille occasioni e osservazioni. Il lettore saprà accedere a queste meraviglie se serberà l’austera gentilezza e la forza del cavaliere in cerca di sé stesso, e che attraversa lentamente, in groppa al suo splendente sauro, il gelo, la neve, i rigori dell’incomprensione, le acque che scorrono, le comunità di piccoli animali di tutti i regni della terra che lo osservano ragionando tra loro con gli sguardi e piccoli suoni, le nebbie, i venti in cui tutto si rimette eternamente in moto, in ogni plica dell’essere. La Luna osserva, e il suo sguardo d’argento sembra ispirare coraggio e perseveranza all’autrice, spesso persa in un mare ostile di inquietudini, silenzi, rotte segrete.
Tutta la serie di Stagioni ci offre variazioni sul tema della fragilità, del mutare degradandosi, del patire nell’acido inclemente del tempo. Sono gli attimi che ci colgono impreparati, inermi, di fronte all’ignoto, e in cui ci percepiamo come “equilibristi ciechi” che hanno tuttavia ormai percorso un cammino significativo, davanti al quale si profila la sequenza di tutto ciò che non è stato, di tutto ciò che, privandoci, impoverendoci, raddoppiava nel colpo inferto senza misericordia di una doppia definitiva assenza, una non nascita per troppo affetto, per strabordante desiderio, sempre punito, sempre umiliato.
Ma resta, ci assicura la voce severa e dolce che ci parla, un «ardente profumo» (I mai nati) del fuoco sacro che arde nel ricordo indelebile. L’attraversamento di queste Stagioni non può, però, concludersi con una katàbasis: la discesa agli inferi ormai è parte della vita, la sapienza di questa poesia lo sa bene, ed è questo il dono più prezioso, dono fraterno, che l’autrice ci offre, la sua esperienza di un’anabasis, semmai, un’ascesa, e poi un osservare nella luce di un nuovo giorno la vita che si rinnova, le mille creature che la circondano, tra le quali, ella, con amore infinito ha accolto ogni pietra e ogni grano di sale.
Marco Canzanella
Maria Francesca Borgogna, Stagioni, prefazione di Marco Canzanella, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 64, isbn 979-12-81351-55-4, mianoposta@gmail.com.
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L’AUTORE
Maria Francesca Borgogna è nata a Procida (NA) e ha conseguito la laurea in Filosofia presso L’Università degli Studi Federico II di Napoli; insegna Lettere. È presente in diverse antologie poetiche. Ha pubblicato tre romanzi: Il Talismano (2008), Nel cuore della penombra (2015), Sub Rosa - Il segreto (2019). Ha inoltre pubblicato la silloge poetica Nel breve arco di un baleno (2020), la raccolta di fiabe Tredici (2011), il volume Quinta di luna. Storia e suggestioni dal mare di Procida (2013), la raccolta per bambini MiniStorie di mare, di terra, di cielo (2020) e la raccolta in prosa e versi L’odore del mare (2023).
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Luca Andrea Marino, "Ferite emozionali"
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Ferite emozionali
Luca Andrea Marino
Eretica Edizioni, 2024
Ferite emozionali di Luca Andrea Marino (Eretica Edizioni, 2024 pp. 60 € 15.00) è un libro intensamente dominato da sensazioni e percezioni, promuove e sostiene la personale e accogliente corrispondenza con il mondo, l'attraente e appassionante conoscenza degli altri, lungo il cammino labirintico e disincantato della vita, nello spontaneo e persistente percorso di ogni inaspettato incantesimo nelle relazioni affettive. Luca Andrea Marino assegna al suo sentimento l'incisione inesorabile, applica la condanna del cuore nell'inevitabile dileguamento romantico, affronta le dolorose conseguenze dovute all'annientamento della mancanza d'affetto, gestisce le dinamiche psicologiche nell'esperimento sensitivo dell'esperienza e della direzione delle comprensioni, indica una linea di pensiero poetico, accosta lo sconcerto del vuoto esistenziale alla dispersione dell'impulso sensibile, tra commozione e distacco. I testi di Luca Andrea Marino si scontrano con la consapevolezza amara e toccante della realtà quotidiana, nelle occasioni di crescita interiore, nella rivelazione evocativa dei rimpianti, nella qualità disarmante e inafferrabile dei desideri, nella costante e risoluta necessità di colmare l'inconsistenza. Urtano nell'attrito delle tensioni affettive e nei contraccolpi del destino, ricadono sotto la risonanza della dimenticanza e dell'indifferenza emotiva, richiamano la memoria invisibile del dolore, diffondono l'eco profonda e significativa delle difficoltà, ricordano l'intensità della sofferenza, l'oscura complessità di accerchiare la fine di un legame e di inabissare l'impalpabile epilogo come un naufrago in cerca di salvataggio, nella sconfinata conquista della salvezza e dell'adesione alla vita. Le ferite emozionali che lacerano il vissuto di Luca Andrea Marino attraversano il luogo dell'anima, condensano l'urgenza di superare l'estraneità delle assenze, provocano l'esigenza di manifestare l'acuto presagio in intuizione sensoriale in cui l'osservazione di alcuni segni premonitori rivela profeticamente l'interruzione della coscienza, toccano l'incrostatura delle offese, stuzzicano i contrasti dello spirito indurito, rimarginano, nel coagulo, il tragitto di rinascita e di evoluzione. Il graffio del trauma (e non a caso nel termine greco la parola trauma coincide con ferita) irrompe l'immediatezza dell'impatto sconvolgente, segna l'isolamento spirituale dell'uomo, consente di recuperare la guarigione attraverso il superamento degli abbandoni e dei tradimenti, distinguere la vertigine della solitudine e affrontare l'avvolgimento delle illusioni, accostando l'ascolto con se stessi e con la propria resilienza, fortificando la fiducia e l'autostima, confrontando il coraggio contro le ostilità. La poesia di Luca Andrea Marino cristallizza l'essenza temporale dell'ispirazione soggettiva, scioglie e plasma il flusso di un'espressione universale, modella la reazione cicatrizzante dei ricordi. Luca Andrea Marino fa suo il compito nobile della poesia, di indagare le proprie inquietudini e accogliere la possibilità di nutrire la propria risorsa incisiva nella redenzione delle parole, nella forza di ridurre la sospensione di ogni pagina e lenire la superficie della saggezza, nell'inseguire l'impronta intima della corrispondenza per mezzo degli strumenti celebrativi degli scenari, dei suoni e dei colori che animano il suggestivo carattere dell'umanità.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
Dove ti porterai oggi
con le tue scarpe nuove
che fanno male alla strada
quando intralcia gli sguardi altrui?
E le tue timide mani
di cui ti affanni di dimenticarti
che splendono dentro,
lasciano cadere un fragile sorriso.
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Bisognoso di una febbre
che mi avvinghi a sé
e solleticandomi con dolore
vigili sul tepore della domenica
stridendo la sofferenza.
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Il paese non è qui
ma una tua civiltà
si è fatta strada senza scuse.
Ore come queste mi acclamano
ma senza fidarmi mostro il sospetto
per quello che è già trascorso.
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Non è oblio
se non si sa distinguerlo mentre osservo
il fondo del bicchiere
in cerca di una calma versata
che mi ristori
dalla voglia di punirmi.
Dalla tua piovono risate
a vanificare il tentativo
di crescere e maturare nella ragione
trasfigurandoti nell'offesa
con abile puntualità.
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Alla tua pace
invochi con libero scambio
la propria cura con la sorte.
Che lo sforzo non ti mortifichi
senza renderti sobria
dei tuoi anni.
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Con una guerra
si snodano queste note
tenute dal filo spinato
e che vibrano senza fischiare
riverberi attorno al fuoco.
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Assaporo il tuo verso
mentre mi reclami,
volgendoti a ricordarmi
quanta audacia serve la sorte
per esprimersi nelle sue forme.
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Cerco la traduzione di chi
a mio parere,
possa svelarmi come vivere
prima ancora di sapere e di trascrivermi
lasciandomi scegliere il rimedio.
Pietro Rosetta, "Poesie nascoste nella dispensa"
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Pietro Rosetta
Poesie nascoste nella dispensa
Guido Miano Editore, Milano 2024
La raccolta Poesie nascoste nella dispensa (Guido Miano Editore, Milano 2024) ci fa incontrare una delle tante figure di autore “prestato” alla poesia, ma proveniente da tutt’altro campo che quello letterario. Pietro Rosetta, infatti, è un Oftalmologo, responsabile dell’Unità Operativa di Oculistica dell’Istituto Humanitas San Pio X di Milano. Eppure sembra un autore consumato, non certo un principiante. Lo testimonia anche il fatto che il suo esordio nella poesia risale al 1997.
Sotteso a tutta quest’opera c’è un amore che lacera e sembra far presentire una fine prossima, tanto che, ad un certo punto, l’Autore gli dedica quasi un epitaffio: “Qui giace il nostro amore/ a due passi da quelle onde agognate/ che lontane come non mai,/ ora, tormentano senza pace il silenzio dei nostri cuori”. Tuttavia tale amore, a tinte a volte drammatiche, non comporta alcuna solitudine, poiché tutti siamo “onde della stessa acqua”, come notato anche nella Prefazione di Enzo Concardi: “è presente un ‘tu’ nel ruolo di interlocutore che potrebbe essere sia un altro-da-sé, che il suo alter-ego” – e per questo l’itinerario dell’opera si riassume come un cammino “tra il canto d’amore e la ricerca esistenziale senza approdi”.
Fra tali apparenti opposti c’è il tempo della vita, che corre via e costringe il poeta ad esprimersi con pensieri concitati, come nella poesia (solo un asterisco come titolo, come molte altre) che inizia e finisce con le medesime parole “Il tempo è sbocciato”. Poesia da leggere tutta d’un fiato, perché è quasi senza punteggiatura tranne cinque virgole e il punto finale, ma il cui messaggio è semplice, comprensibile a tutti: è immagine del tempo che fugge - appunto. E il tempo della vita porta con sé tanto i ricordi (a volte sbiaditi, a volte fulgidi, a volte amari e a volte dolci) quanto gli incontri con persone sorprendenti, come la suora che nel poeta fa nascere interrogativi e così la tratteggia: “senza parlare preghi quel tuo/ Gesù che da sempre nascondi/ in cucina nella dispensa”; o come la “Maria, stanca Maria”, il cui sguardo basta a far intuire “del giorno in cui una nonna/ ti aveva spiegato il peso della vecchiaia”.
Quanto al modo di scrivere, uno stilema tipico di Pietro Rosetta, quasi insistente, è la ripetizione delle stesse parole o di un intero verso, a mo’ di ritornello d’una canzone: il che dà al lettore la sensazione di leggere delle nenie (come “I canti delle vedove”, “Questa notte”, “Quando la città è lontana”, “Centrato da non so quale grandine”, “Non so” – per fare solo alcuni esempi). Due volte, poi, una poesia inizia e conclude con le medesime parole (“Il tempo è sbocciato” e “Il tempo è maturo”). Però nessuna pesantezza grava sul fluire dei versi, che corrono via con semplicità e immediatezza, coinvolgendo il lettore, quasi costringendolo ad andare avanti. E così si arriva alla fine del libro senza accorgersene, con la voglia di leggere ancora, per scoprire quale mistero si celi dietro l’affascinante racconto poetico dell’Autore, il quale sembra quasi descriversi compiutamente in questi versi: “Rintanato nella caverna/ della mia vita/ mi riscaldo al fuoco dell’esperienza” – ma anche tenta la nostra curiosità di conoscere altri suoi “appunti dimenticati/ nella fretta del passaggio”.
Marco Zelioli
Pietro Rosetta, Poesie nascoste nella dispensa, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 88, isbn 979-12-81351-21-9, mianoposta@gmail.com.
Daurija Campana, "Qualcosa di nuovo, qualcosa di vecchio, qualcosa di blu, qualcosa di prestato"
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Daurija Campana
Qualcosa di nuovo, qualcosa di vecchio, qualcosa di blu, qualcosa di prestato
Guido Miano Editore, Milano 2024
Daurija Campana nasce a Meldola (Forlì) nel 1977; è poetessa. scrittrice e pittrice. Nel 2013 pubblica la raccolta poetica La casa di paglia. Le sue opere pittoriche appaiono in diversi cataloghi e nel 2023 pubblica la silloge poetica Sola tra memoria e dolore, con Guido Miano Editore,
La raccolta di poesie della Campana, che prendiamo in considerazione in questa sede, presenta un’esauriente prefazione di Michele Miano centrata e ricca di acribia.
Come scrive il critico, la silloge rientra in un progetto più articolato del suddetto Editore, la collana dedicata al Parallelismo delle Arti secondo il quale la pittura può risultare poesia muta e la poesia pittura parlante.
Se nella raccolta precedente prevalevano il senso del dolore intimamente connesso con quello della solitudine, dolore dovuto soprattutto alle morte del padre, nella nuova silloge sicuramente in continuum con l’altra, la poetica si apre a un felice sforzo di uscire dal male di vivere e dal dolore dell’esistere, proprio attraverso l’elemento della novità che può portare una luce nella visione del mondo della poetessa.
Ma con un’analisi più profonda ci accorgiamo che nell’anima della Campana, nella sua memoria, nella sua camera della mente coesistono, come si evince dal titolo del volume, anche ricordi relativi al passato che riemerge come una provenienza e poi si parla di qualcosa di blu che pare essere il colore preferito dalla poetessa e di qualcosa che prende il nome di prestato che potrebbe identificarsi nei versi stessi donati ai suoi lettori per poi riaverli e tutto questo non può che generare un gioco intrigante per arrivare almeno ad attimi di pace nella creazione e nella fruizione del testo e dal piacere che ne deriva.
Citiamo dalla sezione Qualcosa di vecchio i seguenti versi tratti dalla poesia Stelle cadenti: «A che m’importa guardare là fuori/ e rivederci bimbi col pallone,/ se non posso più vedere i colori/ dei tuoi occhi, tra il nero e il marrone?...». In questa poesia la Campana si rivolge ad un “tu” che presumibilmente, se tutto in poesia è presunto, è il suo amato del quale non può vedere la tinta degli occhi la cui forza è importante, come asseriva Alfonso Gatto e il titolo bene s’intona all’atmosfera di questi versi, intrisi di un controllato dolore.
Quindi una raccolta complessa quella della Campana che va letta anche più di una volta per assaporare ogni suo particolare nella consapevolezza che la vita è degna di essere vissuta e che la salvezza e la leggerezza sono sottese all’arte, in questo caso rappresentata dal binomio poesia-pittura salvifico come cura per l’anima e per il corpo, sia per il poeta, sia per il lettore.
L’arte per il superamento stesso dell’angustia e del resto le interazioni tra le linee di codice delle arti sono nella loro sinergia il mezzo per ritrovare un potenziamento sul piano estetico quando i versi sono ispirati da immagini pittoriche.
Dalla sezione Qualcosa di blu riportiamo questi versi della poesia Il lago: «E me ne andrò col cuore in gola e un pianto/ che non soffocherà la mia sete di te,/ mio lago amato, del dolce conforto/ che, amichevole, non mi hai mai negato/ e venivo con l’angoscia nel cuore/ piangendo ti parlavo di mio padre/ e pregavamo insieme che guarisse…». Qui ancora una volta l’interlocutore è un “tu” che viene amorevolmente definito lago amato, e del quale ogni riferimento resta taciuto e c’è l’elemento mistico della preghiera da recitare insieme all’amato per la guarigione dell’uomo.
In La verità, poesia che apre la raccolta e che ha un carattere programmatico, componimento che è connesso e che interagisce con il dipinto ad olio eponimo, attraverso versi sinuosi, magici e intellettualistici sicuramente di natura lirica, la poetessa nomina la vanità e la verità e si rivolge in modo intenso ad un tu che potrebbe essere l’amato o se stessa: «Ma tu sciogli i capelli e a piedi nudi/ calpesti tutte le tue certezze/ mostra il vero di quanto in te richiudi/ le tue impressioni e le delicatezze/ celate nella maschera di vetro/ ti sembrerà di andare controvento/ tra i giudizi e le risate dietro…». Il dipinto a olio su tela eponimo si associa ai versi del componimento La verità che ha anche qualcosa di neo orfico, attraverso il comune denominatore che hanno la poesia e il dipinto che consiste in un fattore x di suggestione e magia e inoltre i versi emanano una vaga luminosità come il dipinto stesso che raffigura una misteriosa ragazza con un lumino a olio acceso che nel buio risplende per una ricerca simbolica della verità stessa.
Raffaele Piazza
Daurija Campana, Qualcosa di nuovo, qualcosa di vecchio, qualcosa di blu, qualcosa di prestato, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 80, isbn 979-12-81351-41-7, mianoposta@gmail.com.
Tommaso Cevese, "Iridescenze"
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Tommaso Cevese
Iridescenze
Guido Miano Editore, Milano 2024.
Un magnifico libro di poesie, pura e sublime arte poetica, merletto di versi, musica melodica; tenerezza e delicatezza, raffinatezza ed eleganza; il creato palpitante di vita, affetti e sentimenti profondi, spiritualità e fede: tutto questo troviamo nell’opera dal titolo “Iridescenze” del poeta, filosofo e compositore musicale, Tommaso Cevese.
Il senso della vita, il perché degli accadimenti, se guidati dalla mano di Qualcuno o frutto del caso; la brevità e la precarietà della vita umana, e soprattutto cosa c’è dopo la morte: questi pensieri, che hanno sempre arrovellato la mente degli esseri umani, sono anche qui motivo di ricerca per Tommaso Cevese, incline alla speculazione filosofica e ansioso di indagare sul Mistero dapprima con la prerogativa umana della ragione, la “nuda ragione”, come egli la definisce. “… Mosaico più compiuto/ scorrendo le stagioni/ è ciò che pare piovuto/ da un cielo d’occasioni/ eppure si rivela/ disegno non banale/ tessuto da una tela/ che intreccia bene e male…” (Ascolta).
Ci sono due modi però di accostarsi al Mistero, che è appunto il senso della vita, quello del filosofo e quello del poeta, afferma l’autore, e la ragione della filosofia, ad un tratto, cede di fronte, sia pure alla vaghezza, della poesia, che, anche talora nella irrazionalità, come ad esempio la speranza contro ogni speranza, invece, vi azzecca appieno. Altro che inutile la poesia! Il poeta, afferma Tommaso Cevese, è “specchio dell’intero”. Infatti: “… Filosofi e poeti sanno/ che il senso è l’interno./ Ma si perdono i primi/ in distinzioni e confini/ in complessi sistemi/ volti alla ricerca del vero/ nei labirinti del solo pensiero./ Alle sorgenti di vita/ attinge il poeta/ del cosmo intima voce/ soffio, sussurro di luce …” (Comuni destini).
Poesia come la fede. E come la poesia supera la ragione dei filosofi, così la fede supera la poesia. E il filosofo Tommaso Cevese, poi poeta, infine ci si rivela uomo di fede quando perviene alla affermazione che il senso della vita sta in Gesù, l’Uomo che disse: “… mia madre è Maria/ son figlio di donna/ ma pure di Dio/ la stella cometa/ che traccia la via./ (…)/ Un ultimo, un vinto,/ incredulo quasi,/ di tanto castigo/ eppure risorto/ col corpo terreno/ asceso alla gloria/ di un mondo diverso.” (Ecce Homo). Il senso della vita sta dunque in Gesù, e in che cosa di Gesù? Nell’amore. Ecco il senso della vita: l’amore. E così il mistero si fa luce. “… Solo ciò che appare/ come stella cometa/ rivelò una promessa/ mai tradita, la notte/ che mostrò la via lucente/ dell’amore e della vita.” (Celesti presagi).
Non ha capito il senso della vita “… chi mina/ presente e futuro e si crede/ padrone di un pianeta/ che sfrutta senza freno ...” (Il Dio mortale).
E solo l’uomo è capace di questa speculazione intellettiva, e pure della poesia e della fede, e Tommaso Cevese lo esorta: “Uomo/ scopri il senso della vita/ nella libertà e nel dubbio/ di chi il vero non possiede/ ma ricerca con fatica..” (Uomo).
In questa ricerca del vero, espressa in versi, Tommaso Cevese in alcuni accorati interrogativi sembra riecheggiare Giacomo Leopardi nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, come ad esempio quando si chiede: “Dimmi, corpo mio mortale,/ quando scade il tuo affitto…?/ Quando volgerà al tramonto/ il mio ciclo naturale/ il mio essere nel mondo?...» (Scadenze naturali), oppure ancora nei versi: “…Che riserva ancor la via?/ E di me, di noi, che sarà/ e dell’anima immortale?/ (…) Così ragiono nella stanza/ della mente, che vaga …” (Tu misuri il tempo).
Un altro richiamo ancora è Gabriele D’Annunzio ne La pioggia sul pineto per quanto riguarda la descrizione della natura nei suoi minimi particolari, l’attenzione al palpito degli elementi, la fusione tra natura e anima umana.
Spicca, inoltre, nella poesia di Tommaso Cevese, l’antitesi Temporalità ed Eternità. Solo la natura e l’uomo hanno la prerogativa di superare la dimensione temporale per attingere all’eterno. “… Forte, antica natura/ ancorata al suolo/ oltrepassi senza fine/ i tempi della vita./ E tu, uomo di breve corso/ e destinato al volo!/ Vita pulsante un battito d’ali,/ giovane creatura, anima cosciente/ che duri come un niente/ solo tu, oltre le nubi e i cieli/ vedrai eternamente.” (Temporalità).
Maria Elena Mignosi Picone
Tommaso Cevese, Iridescenze, prefazioni di Enzo Concardi, Floriano Romboli, Gabriella Veschi; Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 148, isbn 979-12-81351-44-8, mianoposta@gmail.com.
La complessità della vita e il significato dell’esistenza nella ricerca lirica di Biancamaria Valeri
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È caratteristica saliente delle poesie che Biancamaria Valeri raccoglie nel volume Di fiore in fiore, recentemente pubblicato dall’Editore Miano, la notevole essenzialità linguistico-espressiva, come bene ha messo in evidenza il prefatore Marco Zelioli: “Da lei/ la materia è permeata/ e vive/ e sente/ e avverte/ e percepisce./ È un Paese la mia Anima./ È il luogo profondo/ dei sentimenti e dei ricordi miei” (Paese dell’anima). Ciò non è sicuramente indizio di spontaneità impressionisticamente effusiva, di approssimazione formale, giacché - lo sottolinea ancora il medesimo studioso – i testi rivelano tratti manifesti di non superficiale elaborazione artistico-letteraria, a partire dalla frequente, cόlta ricercatezza lessicale: “Algido è il cielo/ dove stormi di uccelli/ si rincorrono/in volteggi lenti e misurati/ malinconico preludio della loro dipartita/ verso altri lidi” (Vento d’autunno) ; e inoltre, citando in ordine sparso, in questi componimenti ricorrono vocaboli quali “adamantino”, “pelago”, “ratte”, “avìte”, “speme”, “fûr” e varî altri.
Per parte mia osserverei in aggiunta che la linearità e la semplicità stilistico-compositive alle quali si è fatto cenno in precedenza conoscono nello stesso tessuto verbale un’interessante sollecitazione antagonistica, una controspinta determinante indugio discorsivo, complicazione e inversione sintattiche prodotti dall’adozione sistematica del procedimento anastrofico: “Brilla/ l’azzurro ciel/ come cristallo adamantino./ Dal mare/ piatto e placido/ refrigerante brezza spira” (Estate); “Racchiuso nell’abbraccio/ di cielo e terra/ dai tuttavia dell’infinito il sentimento” (Il mare); “Di silenzio si riempie/ la sfera celeste e la terra./ Alla muta volta del cielo/ risponde/ il bagliore spettrale/ delle luci cittadine” (Falce di luna calante).
L’impiego meditato di altre figure retoriche, dalla similitudine (“Come viandanti/ andiam peregrinando,/ percorrendo una strada”, Viaggio) all’antitesi (“Piccole luci/ che lottano contro la notte/ sembrano parlare tra loro,/ chiacchierine splendenti” (Attesa); “Si capisce la gioia/ se si attraversa/ la stretta e angusta/ porta del dolore” (Dolore e vita), nonché di studiate soluzioni fonico-ritmiche come la rima (“Lì dove il caldo nasce per amore/ e nasce anche/ per l’amara esperienza del dolore”(Lacrime) o l’enjambement (“Di delizie mi sazierò/ nell’infinita pace del tuo/amore” (La tua pace), rappresenta un’ulteriore attestazione dell’origine pure riflessa e riflessiva di questi versi.
Nelle pagine della Valeri è poi palesemente attiva una strategia di “allusione” estetico-culturale a luoghi assai noti della letteratura italiana. Il rinvio intenzionale si fa occasione preziosa di emulazione intellettuale, di stimolante confronto: “La bella d’erbe e d’animal/ famiglia/ gode/ per la ricchezza/ delle messi/ che dona generosa/ la natura” (Estate), in cui appare, appena dissimulato, il richiamo all’inizio dei Sepolcri foscoliani: “Ove più il Sole/ per me alla terra non fecondi questa/ bella d’erbe famiglia e d’animali” (vv.3-5) ; e in forma più franta e diffusa a L’infinito di Giacomo Leopardi: “Non voglio staccarmi/ da questo colle/ dove affacciata sulla valle/ sto bene,/ avvolta nei pensieri miei./ Contemplo l’infinito/ e una profonda quiete/ inonda l’anima mia” (Abbandono). Potrei proseguire con le citazioni, ma mi limito a segnalare la ripresa inequivoca di un passo celeberrimo del canto XXVI dell’Inferno dantesco: “Lui scelse/ il ben dell’Universo/ e mai lasciò/ la linea prefissata/ non illusori risultati/ ma il frutto di/ virtù e conoscenza (Deriva, corsivi miei).
L’autrice riserva in particolare un’attenzione spiccata all’universo naturale, accostato e reso nella sua esuberante vitalità, nella captante molteplicità dei suoi aspetti con gli accenti di un brioso descrittivismo: “Ti affacci sulla valle/ che ampia e verdeggiante/ si apre al tuo sorriso./ Attraversata è dal vento/ questa valle./ Il signore delle nubi/ corre, vola,/ a volte leggero/a volte violento/ … Monti azzurri per i boschi/ che le pendici fino a cima ammantano” (A Ferentino mia città); “Abbracci con forte/ e appassionato legame/ tutta la grande Famiglia/ del genere umano/ che prende da te linfa e nutrimento./ Sostieni erbe ed animali/ ma anche chi appare/ lontano da forme viventi./ Tutto in te vive/ tutto in te si scioglie” (Madre natura).
La natura, oltre che nella sua dimensione autonoma, vive nella complessa valenza metaforica dell’esistenza medesima, della varietà e contraddittorietà suggestive dei tanti volti della stessa, delle gioie e dei dolori, delle aspettative fiduciose e delle amare delusioni, in una dialettica serrata e polivalente: “Metafora caduca/ della vita ingannano il passante/ con lo squillante colore/ delle fronde/ La terra odora di muschio (…) Sospinte dal vento/ sferzante/ in contrasto con la pioggia/ le foglie son cadute./ Un sospiro d’addio/le ha fatte vibrare/mentre abbandonavano il ramo” (Tappeto di foglie); “Mette le ali al cuore/ il dolore,/ che sprofonda il tuo sentire./ Come molla, però,/ ti spinge/ a risalir l’Abisso./ Speme di sopravvivenza/ al Nulla che isterilisce/ rattrappisce” (Dolore).
La speranza trova indubbio fondamento in una Presenza superiore, confortatrice e pacificante, che costantemente accompagna l’uomo nel suo cammino: “Nel tuo seno materno/ troverò pace, o Dio (…) Non m’atterrirà/ alcun male/ se s’apre/ la misericordia tua (…) Luce infinita/ e profondo amore./ Apri le braccia/ e dammi pace,/ Amore,/ nella luce del tuo amore/ quiete avrò” (La tua pace, cit.).
Floriano Romboli
Biancamaria Valeri, Di fiore in fiore, prefazione di Marco Zelioli, Guido Miano Editore, Milano 2024.
Christian Testa, "Pensieri poetici nel tempo"
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Christian Testa
Pensieri poetici nel tempo
Guido Miano Editore, Milano 2024
La poetica dello scrittore pavese Christian Testa, espressa nella raccolta Pensieri poetici nel tempo, si avvale di una poliedrica tematica articolata in visitazioni interiori e ambientali tali da offrire al lettore una visione complessa delle sfere emotive umane e, allo stesso tempo, uno sguardo critico-valoriale sul mondo contemporaneo. La definizione della sua scrittura qui sviluppata dataci dallo stesso autore - “pensieri poetici” - molto bene si attanaglia alla semantica e al messaggio dell’opera, nel senso che la sua lirica è altamente debitrice di un’ispirazione noetica. Il libro è stato edito nel dicembre 2024 per i tipi della Casa Editrice Miano di Milano, nella collana di testi letterari Alcyone 2000 e reca la prefazione di Michele Miano.
In primo piano emergono le liriche in cui il poeta inserisce le convinzioni che reggono la sua esistenza: tradiscono in parte un afflato didattico-retorico, ma si distaccano nettamente dalla tendenza contemporanea di una letteratura di denuncia non supportata da alternative progettuali. Una delle poesie di tal misura è senz’altro Studenti, ai quali si rivolge tecnicamente con diverse anafore per cadenzare il suo messaggio: “Vostra”, con l’iniziale maiuscola, ad indicare la dignità della loro condizione (innocente, energica, pura, curiosa); “cercate sempre”: un invito a praticare i valori della vita (umiltà, identità, unità, amicizia, pace, autenticità); “non smettete mai”: richiesta di perseveranza e coerenza nei principi ideali (sognare, fare del bene, pensare, proteggere la natura, sperare in un futuro migliore). Così anche Italia, esprimente un caldo amor patrio, con rime libere sparse nel testo, formulata in tre quartine, due distici e una terzina finale in cui sintetizza il suo sentimento d’amore verso l’amato paese: “Italia, Italia, Italia / ti porterò sempre, /per sempre nel cuor”. Ed anche A Giovannino Guareschi, grato per i suoi valori autentici e la sua ironia.
Un posto di rilievo nella sua ispirazione e nelle sue emozioni assume la dimensione musicale, nella quale egli vibra, gioisce, si commuove, prova brividi e passione, trova pace nell’animo e con il mondo, si sente meno solo e addirittura gli sembra di toccarla e vederla in una sorta di estasi di tipo metamorfico. Ciò nella composizione intitolata semplicemente Musica, praticamente una dea-musa mediatrice fra lui e Dio, alla quale è eternamente grato: “Grazie di esistere. // Senza di te solo il silenzio / e il dolore del mondo”. Altre emozioni interiori scaturiscono per Il tuo compleanno, una lirica composta da un’unica strofa di venti versi, con diciotto anafore suddivise fra “con” (otto volte) “E che festa sia per te” (dieci volte per tutti i versi dispari); ne risulta così una partitura musicale particolarmente ritmata, dalle dediche più svariate, dai sentimenti umani alla partecipazione della natura: una festa di amicizia vera, al calore del sole, al fresco della pioggia, con la forza della vita, nel profondo dell’anima, con il sorriso del cielo ….
V’è un legame particolare tra il poeta e la natura, un rapporto affettivo che si espande a tutto il Creato: nascono così canti per la Neve, una filastrocca all’incanto del soffice bianco manto; per il Mare, di cui percepisce gli umori e soffre per la sua lontananza; per la Foresta, in cui il verso finale è emblematico del suo desiderio di simbiosi (“Oh foresta mia tienimi con tè / per sempre”; per il Fiore, la cui bellezza è “testimone del divino in terra”; per i fiumi della sua terra, Lambro (immagini del suo inquinamento e degli uccelli morenti) e Adda (“mio amato fiume”); per Varenne, il famoso cavallo trottatore, al quale attribuisce un’anima che “vivrà per sempre”. E il poeta conserva nel cuore tanti ricordi, fino a sciogliere un inno alla memoria, dove sono le nostre radici e la nostra identità: senza memoria e storia non siamo nessuno, ci ammonisce, occorre rimembrare coloro che se ne sono andati, i personaggi del passato, poiché il tempo esegue il volere di Dio. Ed è con la religiosità che la sua poetica punta verso l’alto: nella casa di Dio trova pace e serenità, il valore della preghiera, nonostante il “lungo e tormentato cammino” della Fede.
Enzo Concardi
Christian Testa, Pensieri poetici nel tempo, pref. Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 68, isbn 979-12-81351-20-2, mianoposta@gmail.com.
Amelio Cimini, "In Cammin o - 50 anni di poesia in musica"
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In cammino – 50 anni di poesia in musica
Amelio Cimini
Guido Miano Editore, Milano 2025.
«Chi canta prega due volte»: cito Sant’Agostino per dire che questo libro è un chiaro invito alla preghiera. Ma il libro, purtroppo, è senza musica. Il che, per quanto ci fa intendere Don Amelio Cimini nella sua prefazione, è un ‘di meno’ del quale bisogna farsi una ragione. È così: perché, se si ascoltano delle canzoni avendo il loro testo sotto gli occhi, si gustano meglio. Però va dato atto all’Autore di aver avuto coraggio a presentare un libro di ‘poesie senza musica’: che canzoni restano, spesso col loro ritornello, e come tali il lettore le può immaginare (e magari inventarsi la musica). Chi vuole ascoltare la musica di molte canzoni curate da Don Amelio (versione ritmica e arrangiamento) può prendere un CD come In attesa dell’alba – canti spirituali di un popolo in cammino (a cura del Centro pastorale polacco “Corda cordi”), con dodici canzoni tra cui la ben nota Alla Madonna di Czestochowa, col suo amabile ritornello: «Madonna, Madonna Nera,/ è dolce esser tuo figlio!/ Oh, lascia Madonna Nera,/ ch’io viva vicino a te».
Don Amelio Cimini, che ha al suo attivo oltre cinquecento brani musicali pubblicati, ora ci offre questo suo In cammino che raccoglie un piccolo numero di canti-preghiere, ‘distillando’ i testi in sette parti: le prime sei (La vita, Simboli e segnali, La ricerca, La scoperta, Il Mistero, L’Annuncio) sono una sequenza investigativa della vita di chi voglia rendersi più consapevole del proprio essere; l’ultima (Donna e Madre) è quasi l’indicazione della ‘compiutezza’ che l’umanità trova in Maria, cui ci si può rivolgere cantando perché è la ‘nostra’ madre: piena di giovinezza, di misericordia, di luce – per richiamare alcuni titoli.
Sono molte le reminiscenze bibliche, ovviamente, trattandosi di canti religiosi: come l’inizio di Lungo i fiumi. Niente di inutilmente ripetitivo, però; nessun ‘manierismo’, ma un consapevole richiamo a tematiche ‘eterne’ perché siano rimeditate, riassorbite coscientemente da chi legge/ascolta il messaggio di questi canti, che riecheggia e amplifica quello del primo Natale: «… Grande notte dell’Oriente,/ tu portasti al mondo inter/ la Speranza che non muore,/ la dolcezza nel dolor…» (Il sussurro della speranza). Il tema della speranza è uno dei fili conduttori della raccolta, che attraversa dubbi (Il cielo è blu), paure (Se scende la sera), pregiudizi (inizio dell’ultima strofa di Artigiano misterioso), ricerche (Tu sei), scoperte (il finale di La vera vita); e, per un cammino non facile, non senza difetti, si è condotti a scoprire la pienezza della vita: «… Ciò che non arriva a Dio/ non può dar felicità:/ proteso all’infinito/ è il nostro cuor! ...» (La vera vita).
In questa raccolta di ‘poesie senza musica’, l’Autore dimostra di possedere un ritmo adeguato anche alla parola scritta. Ciò rende facile la lettura di quanto proposto per ‘svegliare’ il lettore e fargli percepire che ogni istante della vita ha un senso preciso, vive di un rapporto con l’eterno che – anche inconsapevolmente, a volte – lo fa ‘muovere’ verso gli altri. L’uomo, da solo, è poca cosa; insieme agli altri costituisce una comunità, un popolo. È inevitabile riflettere su ciò, per tutti, anzi per ciascuno – salvo volersi ritrarre dalla vita sociale. Da sempre la musica è un invito all’ascolto, prima, e poi un modo per coinvolgere altri nel canto: crea vicinanza, favorisce amicizie, fa nascere un approccio comunitario agli argomenti trattati dalle parole che accompagna. E la poesia, a ben vedere, fa lo stesso, spesso usando la musicalità delle parole per evocare un ritmo (a volte nascosto) capace di avvicinare gli uni agli altri almeno nel pensiero, se non nell’azione corale.
Quello di scrivere canzoni e pubblicarle senza musica si rivela pertanto un ottimo modo per ‘coinvolgere’ i lettori. La poesia non crea un coro udibile, ma una consonanza di sentimenti e di pensieri, sì. È questa la ragione del suo esprimersi, in fondo. Lo si capisce bene leggendo le righe (una o due, tre righe solo due volte) introduttive di ogni canzone-poesia. Un escamotage che avvicina la comunicazione dell’Autore a quella che Giorgio Gaber usava nel suo ‘teatro-canzone’ per spiegare al pubblico i suoi pensieri (ben aiutato dal co-autore Sandro Luporini); con la differenza che Gaber usava le canzoni per ‘accompagnare’ il testo teatrale, mentre qui le note introduttive ‘accompagnano’ i testi delle canzoni-poesia. Anche i ritornelli aiutano a ‘collocare’ i testi, indicando il ‘succo’ del messaggio: ad esempio, il ritornello di Quale vita o di Sono il buon pastore. Allora nulla può più frenare l’impeto che nasce della scoperta della strada (‘stretta’, per rifarci a ciò che indica Gesù nei Vangeli) per la realizzazione non di desideri effimeri, ma della felicità: strada piena di realismo nel considerare sé in paragone a Colui che per salvarci ha dato la sua stessa vita. Così scaturisce la preghiera, come in Davanti alla Sindone.
Le parole di chiusura del foglio illustrativo del CD In attesa dell’alba sono indicative: cantare permette di respirare «un po’ d’aria pulita dopo una giornata di smog», il che offre «una piccola luce, in attesa dell’alba».
Con questa raccolta Don Amelio Cimini ci regala un modo di pregare lungo il “cammino” della nostra vita; e così, tornando alla citazione iniziale, mentre si è letto questo libro abbiamo pregato almeno una volta. Cosa della quale ringraziare l’Autore, al cui invito a camminare per la vita non ci siamo sottratti: perché, come dice il secondo verso del ritornello della canzone di apertura del libro (Allora capirai), «la vita è un cammino, è una canzone».
Marco Zelioli
Amelio Cimini, In cammino – 50 anni di poesia in musica; a cura di Marco Zelioli, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 64, isbn 979-12-81351-10-3, mianoposta@gmail.com.
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L’AUTORE
Amelio Cimini vive a Ladispoli (RM). Sacerdote, autore-compositore (4 Cantate per Soli, Coro e Orchestra, 500 brani pubblicati), ha curato per diverse Case Editrici oltre 100 album discografici. Insegnante nei Seminari e Licei di Roma e in Istituti di Scienze Religiose, animatore musicale per la catechesi giovanile e la pastorale parrocchiale, ha organizzato, tra l’altro, i Corsi di Aggiornamento Liturgico-Musicale per il Vicariato di Roma e il Corso di Perfezionamento Liturgico-Musicale (Co.Per.Li.M.) per l’Ufficio Liturgico Nazionale CEI.
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Maurizio Zanon, "Il soffio salvifico della poesia"
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Il soffio salvifico della poesia
Maurizio Zanon
Guido Miano Editore, Milano 2025.
Il soffio salvifico della poesia è il titolo generale della presente antologia poetica ed appare in contrasto con quello di questo primo capitolo, ovvero La fatica del vivere. In realtà non è così, in quanto per Maurizio Zanon – prolifico autore con profonde radici veneziane – la poesia è stata, ed è nella sua esistenza, proprio l’antidoto principale – insieme all’amore e alla natura – per superare il cosiddetto disagio esistenziale e la particolare inquietudine psicologica dell’epoca contemporanea. È un tema che la letteratura di ogni tempo e parte del mondo ha sempre trattato e cantato, sviscerato e proposto da molti punti di vista, poiché riguarda in sostanza la condizione umana, con le esperienze vissute e con le fondamentali questioni filosofiche sui perché del nostro passaggio terreno: qui Zanon si qualifica come un aedo moderno della vita e della morte, mediante un’incessante ricerca interiore che spesso e con dolore rimane irrisolta, demandando alla futurologia la soluzione di ogni problema.
Troviamo nelle liriche di questo capitolo atmosfere, immagini e pensieri che riflettono sia gli stati d’animo del poeta, che oscillano volutamente tra ottimismo e pessimismo per dimostrare la contradditorietà del nostro vivere, sia le riflessioni di carattere ontologico che nascono da un’osservazione critica della realtà odierna, riferita ora alla propria fatica esistenziale, ora alle tipologie sociali del comportamento umano e delle tendenze decadenti dei valori. In altre parole egli si fa interprete, ed assume su di sé, il destino individuale e collettivo di una umanità probabilmente in via di dispersione. Si riscontra in tutto ciò, dal punto di vista culturale, la lezione dell’Ermetismo novecentesco – più come contenuti che come stile – e una certa vena crepuscolare in senso lato, cioè la ricerca di quieti angoli dello spirito ove chiudere la parabola umana. Dunque poeta-testimone del tempo e poeta-profeta, nel senso di uno sguardo indagatore sull’avvenire. […].
Enzo Concardi
***
Un vivo, profondo sentimento d’amore lega Maurizio Zanon a Venezia, la città natale, e alla sua donna. L’intenso rapporto affettivo è, come spesso accade, contraddistinto da un’intima ambivalenza, permeato da quell’acuta sensibilità che sa aprirsi contrastivamente all’apprezzamento delle situazioni positive, spiritualmente gratificanti, e all’avvertimento dei momenti dolorosi, emotivamente deprimenti.
Il fascino seducente dell’ambiente lagunare, gli impalpabili, intriganti segreti di una tradizione «portati nel cuore da chi lì è nato» (Torno a scrivere di te) hanno ancora un importante effetto rasserenante e confortatore («…Aspettando poi il tempo buono per farmi cullare/ da quelle amorevoli acque di barena,/ dai loro incantevoli silenzi» (Soffia il vento di scirocco), mentre appaiono innegabilmente suggestive talune preziose atmosfere fatte di smorzata, contenuta luminosità: «Venezia bizantina/ si stende in riflessi dorati/ rivivo memorie passate/ su carezze d’onde/ ove si posano/ gondole d’opaca luce…» (Venezia bizantina); infine però il soffocamento progressivo e il degrado sostanzialmente inarrestabile provocati dal turismo di massa e dall’invalsa mentalità affaristico-speculativa inducono l’autore ad abbozzare un quadro di triste, opprimente negatività: «…Appari sempre così malinconica, mentre vedi scappare/ ad uno ad uno i tuoi figli/ costretti ad abitare lontano da te/ perché non danno ricchezza, sono solamente un peso…» (Torno a scrivere, cit.).
Non è analogo il risultato intellettuale-morale nel caso dell’evocazione commossa della relazione amorosa con la propria compagna, nonostante che questa possa presentare pure aspetti di sofferenza: «…Un tratto t’ho seguito/ per Piazza dei Signori te ne andavi/ lasciandoti dietro quella scia che sa di ricordi e ferite» (A Padova, corsivi miei, come sempre in seguito). Ora il discorso lirico vira decisamente verso le rilevazioni positive, che giungono alla celebrazione entusiastica, enfaticamente partecipe, sostenuta tra l’altro dal ricorso a una “canonica” similitudine: «Questo amore/ maturato al passo delle stagioni/ oggi vola a ritmi cadenzati/ come ala di gabbiano/ procede in cieli al sole estesi!// Chissà mai dove arriverà questo amore:/ oltre il mare oltre il cielo/ al di là di questa luce forse/ chissà mai questo amore/ dove luna andrà a spiare!?» (Questo amore). […].
Floriano Romboli
***
L’interconnessione tra segno verbale e segno grafico ha da sempre affascinato gli intellettuali di tutti i tempi ed è tuttora oggetto di dibattito. Se il primo a proporre lo stretto legame tra pittura e poesia è stato il poeta Simonide di Ceo, il principio estetico dell’ut pictura poësis formulato da Orazio nell’Ars poetica trova la sua piena realizzazione nelle poesie di Maurizio Zanon proposte in questo capitolo. L’autore ritrae con leggiadri tocchi una vasta gamma di paesaggi “pittorici”, caratterizzati dalla presenza di una natura idilliaca, colta in tutte le sue sfaccettature e nei suoi più minuti aspetti; il foglio bianco si trasforma in una preziosa tela, le parole sono come sottili pennellate, capaci di catturare luci ed ombre e i chiaroscuri rivelano gli intimi moti della propria interiorità. I testi appaiono dominati da un io lirico intento ad una fantastica rêverie, da cui scaturiscono dolci e piacevoli atmosfere oniriche, mentre una fitta rete di morbide sinestesie evoca un policromo ventaglio di sensazioni e un vortice di emozioni coinvolgenti.
La struttura a chiasmo della poesia incipitaria sottolinea il gioco fonico di allitterazioni e di assonanze, incastonate anche nelle rime al mezzo e che contribuiscono ad amplificare la musicalità dei versi: «S’alza silenzioso il magico biancore dell’alba/ inconfondibile lucore che l’animo risveglia/ e il nuovo giorno somiglia al lieto gemito/ d’un bimbo appena nato. In questa luce unica/ e profonda/ tutto ricomincia in gocciolii di rugiada./ Pian piano poi il cielo vedi schiudersi/ a un impareggiabile azzurro» (Risveglio di primavera). L’arrivo dell’alba è un momento epifanico e l’io poetico prova un ammirato stupore di fronte al passaggio dal buio della notte alla luce del giorno, paragonato ad un bambino il cui ossimorico gemito è lieto di fronte alle meraviglie del creato. La scena descritta diviene metafora di una rinascita, tema che permea di sé tutta la silloge; le gocce di rugiada suscitano una sensazione tattile di freschezza, mentre l’impareggiabile azzurro riecheggia gli interminati spazi leopardiani, richiamando la tensione verso l’assoluto e invitando a guardare oltre il contingente, in una dimensione futura, per un nuovo inizio. […].
Gabriella Veschi
Maurizio Zanon, Il soffio salvifico della poesia, prefazioni di Enzo Concardi, Floriano Romboli, Gabriella Veschi; Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 80, isbn 979-12-81351-50-9, mianoposta@gmail.com.
Don Giovanni Mangiapane, "Poesie del Santo Rosario e della via Crucis"
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Poesie del Santo Rosario e della Via Crucis
Don Giovanni Mangiapane
Guido Miano Editore, Milano 2025.
Del Santo Rosario sono illustrati poeticamente dall’Autore tre misteri: i ‘gaudiosi’ (contemplati al lunedì e al giovedì), i ‘dolorosi’ (al martedì e al venerdì) e i ‘gloriosi’ (al mercoledì, al sabato e alla domenica). Non sono proposti i misteri ‘della luce’, introdotti nel 2002 da San Giovanni Paolo II (al giovedì, con modifica della sequenza delle contemplazioni degli altri tre misteri: i ‘gaudiosi’ lunedì e sabato, i ‘gloriosi’ mercoledì e domenica, rimanendo al martedì e al venerdì i ‘dolorosi’). Tutto è trattato nel pieno rispetto della tradizione della preghiera mariana più nota ed usuale, fin da quando i monaci Cistercensi ne ‘fissarono’ la forma nel Medioevo. Ogni mistero si conclude con due versi che si ripetono per salutare Maria: nei misteri gaudiosi come Madre di Dio, per mezzo della quale l’opera del Padre ha il suo compimento («Ti salutu, Maria, Matri di Diu/ cu tia l’opra sua tutta finiu»); nei Misteri dolorosi come «… Madre Addolorata,/ ai piedi della croce sei piantata»; nei Misteri gloriosi con queste parole: «Io ti saluto, del cielo Regina,/ della gloria di Dio sei tutta piena».
I versi di questo Rosario ci offrono una chiave didascalica efficace e piena di acume interpretativo. Tre soli esempi, uno per ogni mistero, valgono a far tesoro di questa preghiera. Nel terzo mistero gaudioso si ‘vive’ la concitazione del momento che precede la nascita di Gesù: «Nun c’è postu, troppa genti,/ vonnu essiri presenti/ e na grutta li ripara,/ pi l’Eventu di la Storia» («Non c’è posto, troppa gente:/ voglion essere presenti/ e una grotta li ripara,/ per l’evento della storia»): niente di più vicino alla comune vita delle donne e degli uomini di tutti i tempi di fronte ad un ‘lieto evento’. Nel quarto mistero doloroso si rivive in una sola quartina tutta l’angoscia di un’ingiusta condanna e nello stesso tempo si raccoglie un segno della permanente presenza di Cristo nel tempo della vita del mondo: «Nciampà cadì si susì/ la matri la binidicì,/ facci cè ncapu linzolu/ donni avvisò pi cunsolu» («Inciampò, cadde, si alzò,/ la madre là lo consolò;/ c’è un volto sul lenzuolo:/ a voi, donne, così vi consolo»). Nel secondo mistero glorioso, al momento dell’ascensione di Gesù, c’è la succinta ed abile descrizione della vita dei discepoli che non si ferma, ma va avanti con un nuovo scopo: la missione verso tutte le genti attraverso il proprio quotidiano vivere: «Mentri parlava acchianava/ di cori binidicia;/ cu acchianà dopu scinni/ ura è: a li facenni» («Mentre parlava se ne saliva/ e di cuore li benediceva./ Chi è salito dopo scende;/ e ora, alle nostre faccende»).
La seconda parte della raccolta è dedicata alla Via Crucis. Le prime quattordici stazioni, nella traduzione italiana, sono introdotte da una breve meditazione in prosa. Le stazioni sono quindici: è compresa quella della Resurrezione, introdotta nel XII secolo dall’Arcivescovo di Colonia, ma percorsa saltuariamente (l’itinerario tradizionale, quello riportato sulle pareti delle chiese cattoliche in tutto il mondo, si ferma alla XIV stazione con la sepoltura di Gesù). Si ripercorre l’ultimo tragitto di Gesù in Gerusalemme: dopo la condanna di Pilato, caricato della croce, incontra la Madre; poi Simone di Cirene è costretto ad aiutarlo; incontra la Veronica, cui ‘regala’ l’immagine del proprio volto impressa su un velo, e le donne di Gerusalemme, cui dice di piangere su loro stesse e i propri figli e non su di lui. Gesù, messo in croce, parla al ‘buon ladrone’ ed infine alla madre e al discepolo prediletto Giovanni, affidando l’una all’altro prima di esalare l’ultimo respiro. E le tre cadute, e la deposizione dalla croce, e la sepoltura di Gesù che conclude provvisoriamente la vicenda – perché la fine vera non c’è, arrivando la Resurrezione che apre mille e mille vie alla testimonianza cristiana.
In tutto questo tragitto, l’Autore si percepisce compartecipe di ogni vicenda ripercorsa, e sentiamo il suo caldo invito a riconoscerla come ‘nostra’, a meditarla con cuore umile e aperto, a lasciarci sconvolgere la vita da un incontro tanto intenso e vero come quello di Gesù – ancora qui con noi. Una compartecipazione che si propone con tanta discrezione quanta decisione, come, ad esempio, nella seconda e terza quartina della IX Stazione: prima Gesù si rivolge al lettore e poi l’Autore richiama l’attenzione sulla vicenda del Cristo («Ce lo hai detto tante volte,/ timorosi per le svolte:/ “State attenti, non sbandati;/ voi con me siete impastati.”// Nella vita lo facesti,/ con coraggio sempre andasti;/ ma quel giorno hai sudato,/ sangue vivo hai versato»). Una compartecipazione ‘richiesta’: infatti, mentre la preghiera del Rosario è sia personale che comunitaria, la Via Crucis è un gesto per sua natura comunitario. In essa si rivivono le ultime ore di vita di Gesù prima della Resurrezione: ore vissute in mezzo alla gente di allora, coi suoi pensieri e pene, indifferenze e passioni. Un gesto che anche oggi coinvolge chi, come il Cireneo della V Stazione, si trova a passare per caso. Un gesto “pubblico”, al quale l’Autore invita a compartecipare, soprattutto, direi, con la giaculatoria ricorrente che (al posto della tradizionale «Santa Madre, deh! Voi fate/ che le piaghe del Signore/ siano impresse nel mio cuore») suona così: «O Gran Virgini Maria,/ vostra pena è curpa mia» («O gran Vergine Maria,/ la vostra pena è colpa mia»). Tanti altri sarebbero gli esempi, ma è meglio che il lettore li scopra da sé.
Lo schema delle poesie è fisso: nel Rosario c’è la sequenza di quattro quartine di quattro versi, più un saluto a Maria nel distico finale, quasi sempre con rima baciata a due a due. Anche nella Via Crucis i versi sono a schema fisso: tre quartine e un distico finale, quasi sempre con rima baciata, più il “ritornello” di chiusura su citato, uguale fino alla quattordicesima stazione. È uno schema utile alla memorizzazione, che nella traduzione italiana inevitabilmente si perde, anche se c’è il tentativo di conservarlo intatto – ove possibile.
Per quanto riguarda l’uso, voluto, della lingua siciliana per i suoi versi, Don Giovanni Mangiapane ‘gioca in casa’. Non è la prima volta, infatti, che pubblica in Siciliano; e la Regione Sicilia, per promuovere l’uso della lingua isolana e farla conoscere a scuola, ha inserito i suoi Versi Siciliani in due volumi di poesie editi dal Liceo Umberto I di Palermo nel 2024. Da tempo si è abbandonato l’uso del termine di “poesia dialettale”, perché con questa espressione solitamente si sottintende l’uso di una lingua morta. Merito di questo sacerdote poeta è di produrre letteratura in ‘viva’ lingua siciliana, affinché la ricchissima cultura isolana venga tramandata così come è nata, senza ‘traduzioni’.
Le poesie proposte nella raccolta sono state pensate e scritte per essere lette e recitate in Siciliano, e il classico problema dei testi poetici è che, quando vengono tradotti da una lingua ad un’altra, inevitabilmente perdono un po’ del loro fascino stilistico. L’aiuto a comprendere la lingua siciliana ci viene qui dallo stesso Autore, che a fianco del testo siciliano propone quello italiano. Così anche i meno avvezzi alla lingua isolana possono avvicinarsi al senso pieno delle parola scritte. In ciò si è abbastanza facilitati, se si conoscono già gli argomenti stessi delle poesie – cosa probabile, perché il Rosario e la Via Crucis sono preghiere e gesti ben noti alla gran maggioranza dei possibili lettori. Però ci sono parole “intraducibili”, e nel tradurre l’Autore fa ricorso a delle parafrasi. Tuttavia, in certi casi bisogna ‘entrare’ nella lingua originaria per comprendere il significato del tutto, perché ci sono modi di dire che, a chi non conosce la lingua originaria, dicono poco. Ad esempio il “mortorio” del quarto verso della XIV Stazione della Via Crucis è il suono di campane a morto, usato anche, per le “chiamate d’emergenza”. Nel nostro caso, dal venerdì della sepoltura di Gesù alla sua Risurrezione all’alba della domenica di Pasqua, il tempo di un “mortorio” significa una brevissima attesa – nella prospettiva dell’Eterno. Devo questa spiegazione alla cortesia dell’Autore, perché io non ci sarei mai arrivato! Ma, per il resto, tutti i versi in Siciliano sono facilmente godibili e fruibili da chiunque, con l’ausilio della ‘traduzione d’autore’.
Diciamolo pure: questa raccolta poetica vale molto per chi conosce già la sequenza dei Misteri della preghiera del Rosario e per chi già pratica il ‘pio esercizio’ della Via crucis; ma vale anche, e forse ancor di più, per chi non li conosce. Sì, perché la forma poetica (tanto in lingua siciliana quanto nella traduzione italiana) è tanto semplice quanto potente, capace di avvicinare anche chi si accosta solo per curiosità a questi testi di Don Giovanni Mangiapane. Che, in tal modo, esercita la sua missione in bellezza.
Marco Zelioli
Don Giovanni Mangiapane, Poesie del Santo Rosario e della Via Crucis, testi in lingua siciliana con traduzione italiana a fronte; prefazione di Marco Zelioli, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 72, isbn 979-12-81351-52-3, mianoposta@gmail.com.
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L’AUTORE
Giovanni Mangiapane, nato a Cammarata (AG) il 24 maggio 1944, è stato sacerdote e parroco della diocesi di Agrigento per cinquantaquattro anni, ordinato il 29 maggio 1970 parroco sino ad ottobre 2023. Ha ricoperto l’incarico di Direttore Ufficio Beni Culturali in Diocesi dal 2002 sino al 2009, dopo avere ricostruito la Cattedrale di Caltabellotta, per le grandi celebrazioni del 7° centenario della pace di Caltabellotta del 31 agosto 1302. Ama scrivere, in lingua italiana e in vernacolo, anche versi, con piccoli messaggi augurali, concorsi parrocchiali, epitaffi, ricorrenze di vita. La Regione Siciliana, nel promuovere il Siciliano come lingua da far conoscere a Scuola ha inserito i suoi versi in due volumi di poesie, Versi Siciliani di Giovanni Mangiapane, edizioni Liceo Umberto I di Palermo 2024.
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