poesia
Tommaso Cevese, "Iridescenze"
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Iridescenze
Tommaso Cevese
Guido Miano Editore, Milano 2024.
I testi lirici qui pubblicati, tratti da varie raccolte poetiche di Tommaso Cevese, testimoniano una visitazione profonda delle fondamentali questioni esistenziali relative alla condizione umana metafisica, affrontando i temi chiave del nostro destino: vita, morte, anima, eterno, fede, divino, rivelazione, speranza escatologica, fine nel nulla. Da credente convinto egli si pone comunque in ascolto di chi cerca con animo sincero ma non trova risposte: «…Sola, irretita nelle pieghe/ della vita, si dibatte/ l’anima inquieta/ volta a un senso cui anela/ ma che sfugge e si cela…» (Mistero). Il suo cammino esistenziale e spirituale diventa letteratura, poesia, meditazione, spesso con formule problematiche, interrogative che pongono sul tappeto le duali risposte allo stesso quesito, segno questo di una disposizione mentale non dogmatica ed accademica, ma di una comprensione intelligente delle difficoltà del credere nel mondo moderno.
Vi è una propedeutica nella sua personale visione della spiritualità che lo porta a considerare la dimensione antropologica come base di partenza della definizione religiosa. Riscontriamo infatti, in queste liriche, numerose composizioni dedicate all’indagine sul chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Vediamo alcuni lacerti tra i più significativi. Nell’epilogo della poesia Memento il poeta afferma ciò che conferisce un significato al nostro essere: «… L’antica domanda/ che sorge dal cuore/ se il nostro destino/ racchiude il terreno/ se l’anima vive/ oppure se muore/ ognuno col corpo/ dà senso al cammino» […].
Enzo Concardi
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La consapevolezza del male di vivere come condizione esistenziale dell’umanità erompe con veemente impeto nelle poesie di Tommaso Cevese, proposte in questo capitolo, e il potere strabordante dei sentimenti straripa inarrestabile come un fiume in piena, in un succedersi ininterrotto di immagini create dalla mente del poeta: «E tu che mi siedi vicino/ ascolta la pioggia cadere/ sottile sul larice e il pino/ sommessa tra morbide dita/ le gocce su foglie di faggio/ e rocce che prendono vita…» (Insieme). La quasi totale assenza di punteggiatura, i frequenti polisindeti, il rapido fluire degli enjambement rendono incalzante e concitato il ritmo e i componimenti assumono la dimensione di vertiginose meditazioni di sapore leopardiano.
Il potere evocativo della parola poetica converge verso un continuo ritorno al passato, mentre la ricorrenza di pregnanti metafore sinestetiche designa una natura dal doppio volto, pronta a infliggere pesanti quanto inaspettati colpi. Talvolta l’io lirico, prima immerso nell’allettante e caleidoscopico sfavillio di luci, colori, suoni, precipita nell’abisso della sofferenza in un oscillare continuo tra esaltazione dei sensi e istanti di crisi di fronte al rivelarsi dell’arida realtà: «Un soffio leggero e inatteso/ o un colpo di vento furioso/ e chi camminava nei giorni/ sul filo sottile di vita/ tacendo precari equilibri/ si scopre d’un tratto sbalzato/ e cade nel gorgo improvviso/ di un male oscuro e latente…» (Fugaci equilibri). I campi semantici afferiscono ad un mondo vegetale animato e palpitante, ma una serie di coppie oppositive offuscano le speranze di un soggetto poetico in bilico tra una vita vissuta intensamente e l’angoscia provocata da eventi nefasti, tra gioia e dolore, luce e tenebra, «nel gioco apparente del caso» (Insieme). Così la perdita degli affetti più intimi o l’assenza dell’amata sovvertono inaspettatamente tutte le certezze, dilavate via dalle gocce di pioggia o dal «torrente/ che mormora piano» (Fili interrotti), emblemi del fluire del tempo che conduce ineludibilmente al tramonto della vita, poiché «Trascorre il meriggio/ e giunge la sera» (ivi) […].
Gabriella Veschi
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La poesia di Tommaso Cevese si caratterizza per un pregevole nitore formale-stilistico, per l’accattivante eleganza espressiva conseguenti da un discorso lirico essenziale, incisivo eppure organizzato con indubbia perizia elaborativa, con sapienti misure sintattiche e metriche. L’agilità delle soluzioni linguistiche si unisce a tratti di non pesante complessità ordinativa, quali risultano, ad esempio, dalla predilezione della figura dell’anastrofe: «Smarrita nei cieli lontani/ appare una punta di spillo/ che brilla la sera di vita/ e l’alba del giorno saluta./ L’addita con squillo di voce/ un bimbo con vero stupore …» (Stella solitaria); «…Sul finir del meriggio/ dissetate e specchiate/ in pozze d’acqua piovana/ tornano lente le mandrie alle stalle (…) Nel chiarore celeste/ si perde e si confonde/ l’estremo orizzonte./ Annuncia la notte imminente/ la stella che il cielo punteggia» (Monte Toraro).
Nei versi si nota altresì il ricorso frequente all’antitesi («… Così la memoria/ si posa un momento/ sull’ombra riflessa/ del buon montanaro/ sul bianco lenzuolo/ e il gregge schierato/ dal vecchio pastore/ sull’arcobaleno/ nell’ultima luce/ del giorno che muore …» (Malinconia, corsivi miei come sempre in seguito), che talora giunge a radicalizzarsi con esiti ossimorici: «… Un tempo ancor lontano/ fisserò la notte chiara/ la luce di due stelle./ Vi penserò uniti e liberi/ oltre i mondi e oltre quelle …» (Valle di memorie); non manca l’impiego dell’anafora («È tempo di salire/ la valle di memorie… È tempo di riandare/ con passo grave e lento… È tempo di ascoltare il lieve mormorio» (ivi), e, a livello ritmico, dell’enjambement («…Trascorrono silenti/ le lucciole sui prati/ pulsando intermittenti/ nel ballo dei richiami./ Movenze e vere danze/ rivelan gli animali/ intenti a corteggiarsi (…) Finché Morfeo non vince/ nel buio della stanza/ immagini e parole/s’intreccian come voli/ di rondini nei cieli…» (Danze silenti) e della rima, dall’occorrenza sporadica e raffinata: «… Trascorso è il respiro/ di brevi stagioni/ e le luci, le ombre/ di alterne vicende/ di spente illusioni/ ma il dolce ricordo/ ritorna nei giorni/ d’assenza e di vuoto/ silente e profondo/ così come allora/ quand’eri il mio mondo …» (Memoria di un sorriso); «… Aironi solitari/spiegano grandi ali/ sulla placida campagna (…) Libellule blu e ramate/ si posano su foglie/ assolate della riva …» (Alle risorgive); «… Confina in spazi lontani/ ove le genti paion fantasmi/ dal nulla emersi e subito persi …» (Trucco di natura) […].
Floriano Romboli
Tommaso Cevese, Iridescenze, prefazioni di Enzo Concardi, Floriano Romboli, Gabriella Veschi; Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 148, isbn 979-12-81351-44-8, mianoposta@gmail.com.
Biancamaria Valeri, "Di fiore in fiore"
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Di fiore in fiore
Biancamaria Valeri
Guido Miano Editore, Milano 2024.
Non ci si trova dinanzi ad un’autrice sconosciuta: Biancamaria Valeri ha già assaporato la gloria del successo, avendo pubblicato numerosi testi storici e una decina di raccolte di poesie. Ha avuto una solida formazione classica, si è Laureata in Filosofia e in Lettere, non è solo scrittrice ma anche studiosa di Storia e di Arte (con diversi diplomi di specializzazione e master): ciò si sente, nel leggere ciò che compone. Ed è anche una donna ‘pratica’, abituata a risolvere problemi sorti nell’immediato, come deve essere chi, come lei, ha avuto il compito di dirigere scuole. Eppure la freschezza di questa nuova silloge, Di fiore in fiore, sembra proporci una poetessa appena sbocciata.
Questa sua nuova raccolta di poesie ci propone una variegata gamma di riflessioni sulle vicende umane: amore, dolore, insuccesso, gloria, ricordo, attualità, giudizio, sentimento, morte – tutto quel che costruisce il puzzle di una vita intera. Una serie di riflessioni profonde sul significato della vita, presentate senza durezza, con lo sguardo allenato di chi scruta nei meandri della Storia per scovarne quel filo rosso che dà senso agli eventi.
I versi della Valeri spesso sono brevi, spezzati, quasi a voler sottolineare la fugacità del tempo umano. La punteggiatura stessa è scarna: ci sono intere poesie senza una virgola – a cominciare dalle prime due. A volte i versi constano di una sola parola, ma non vi è ricerca di ermetismo: così, piuttosto, l’autrice sottolinea il punto focale, quello su cui ci si deve soffermare per riflettere adeguatamente. Si veda ad esempio la breve ma intensa Pasqua di Resurrezione: «O morte/ dov’è/ il tuo artiglio?/ Disfatti/ dalla disperazione/ le tenebre/ dominavano/ su noi./ Dal silenzio/ profondo/ una voce/ suonò/ come un tuono./ E non ci fu più fine». Si veda anche l’incipit di Paese dell’anima: «Lo spazio dell’Anima/ è lo spazio/ del suo respiro,/ del suo soffio./ Da lei/ la materia è permeata/ e vive/ e sente/ e avverte/ e percepisce…». E così via, in molte altre liriche. Non mancano varie reminiscenze classiche, frutto degli studi dell’autrice, che qua e là si depositano in un linguaggio ricercato: «…Come una zattera/ è il nostro andar/ pel pelago in burrasca,/ come un relitto/ dopo le battaglie/ con l’onde/ guerreggiate…» (Zattera); oppure «…Le occasioni perdute/ le sconfitte del cuore/ ratte all’anima/ s’aggrappano…» (Veglia). A volte, invece, tali reminiscenze riemergono nel rifarsi ad immagini tipiche della classicità, come «quando le stanche membra/ s’abbandonano a Morfeo» (Sogno – ma la figura del più noto dei tre oniri torna anche in Alba e in Notte). Il tutto si riporta sempre alla personale vicenda dell’autrice, come quando – alludendo a Ferentino, la sua amata cittadina – afferma: «…Contemplo l’infinito/ e una profonda quiete/ inonda l’anima mia./ Equilibrio perfetto/ di luci e ombre…» (Abbandono); il paese natale è tanto amato, che anche solo una cartolina fa vibrare le onde del ricordo: «Tra i ricordi d’un tempo che fu/ ti rinvengo, Paese mio…» (Su una cartolina).
La partecipazione personale dell’autrice si fa invito al lettore perché non tralasci l’osservazione della realtà per quel che è; e così perfino il naturale cadere delle foglie genera un sentimento degno di compartecipazione: «…Un sospiro d’addio/ le ha fatte vibrare/ mentre abbandonavano il ramo» (Tappeto di foglie) – quasi a voler condurre chi legge a rifare lo stesso itinerario di scoperta del valore dei particolari che ha commosso lei stessa. Come ha già notato Massimo Gherardini nella presentazione della silloge Paese dell’anima (2021), la poetessa «si muove in punta di piedi» in una «sfera, costellata di luoghi, affetti, significati» e «completamente assorta in riflessioni umanamente universali». È una sorta di atto d’amore di chi scrive verso chi leggerà, che spinge l’autrice ad esternare le sue considerazioni, «…perché la vita come l’amore/ è più della morte/ forte» (Zattera); e non c’è dolore che tenga per far gustare la vita: «…Si capisce la gioia/ se si attraversa/ la stretta e angusta/ porta del dolore./ Lavacro di purificazione/ se accettato il dolore…» (Dolore e vita). Allora «…L’amaro pianto/ pian piano/ tramuta il nero Abisso/ in paesaggio splendido/ di Vita» (Dolore); e così è anche quando si deve piangere – e non si può non farlo – la malattia di una persona cara (la sorella), e ricompare «…Il vuoto,/ cassa di risonanza/ del dolore…» (Assenza). Perché il dolore è anche – in qualche modo – maestro di vita, tanto da poter affermare, nel chiudere Naufraghi: «…Ci perfeziona/ il dolore/ e sodali fratelli/ ci rende». Questo fatto che il dolore renda gli uomini fratelli è ben più che una reminiscenza di autori classici e romantici (basti pensare al Leopardi): è la constatazione di una realtà tanto autentica quanto spesso dimenticata. Ma non è il dolore l’ultimo orizzonte dell’esistenza umana.
Tutta quanta la vita ci si presenta come una serie di cammini imprevedibili: «Percorso accidentato è la vita./ Non corre mai lineare/ ma percorre tracciati tortuosi/ che sul momento sembrano/ immutabili e costanti…» (Svolte). La vita a volte ci ammalia, ci tenta con prospettive di gloria; c’è però un baluardo che ne limita il tentativo di ingannare il cuore dell’uomo: «…Più potente dei fatui successi/ sbandierati da maliarde maghe/ era la luce della verità» (Inganni). Verità cui tutto, in fondo, tende. È ciò che la scrittrice esprime, in modo estremamente sintetico e diretto, in una poesia che non fa parte di questa raccolta, ma che credo ne rappresenti emblematicamente la posizione umana: «Ho preso la penna/ per affidarle/ i miei sospiri dell’anima./ Con la poesia canto il mio dolore/ con la letteratura/ lenisco ogni affanno./ Ma la notte/ quando tace/ il rumore delle cure …/ più forte che mai/ rimbomba/ l’urlo dell’anima» (In punta di penna). Ed è per questa sua posizione di estremo, lucido realismo, per nulla distaccato dalla quotidianità, che l’autrice può alla fine esclamare: «Nel tuo seno materno/ troverò pace, o Dio./ Di delizie mi sazierò/ nell’infinita pace del tuo amore./ Non m’atterrirà/ alcun male/ se s’apre/ la misericordia tua…» (La tua pace).
Le poesie di questo libro ci trasportano quasi ad un volo radente sopra un campo dai confini sconosciuti – la vita – e ci portano Di fiore in fiore, affrontando aspetti diversi, proponendo sguardi differenti rivolti alla realtà tutta intera. Così i lettori, come api operose, passano dalla contemplazione della natura («…Sei segno di contraddizione./ Splendi radioso come il sole/ nelle giornate di bonaccia./ Terrificante muggisci/ nei giorni di tempesta…», Mare) alla sdegnosa repulsione per la guerra («…Migliore l’equilibrio/ che donano/ la Pace e la Concordia», Guerra), alla contemplazione dell’universo intero, che parla all’uomo anche se questo non ne capisce fino in fondo la «…Lingua sconosciuta/ che si può sentire e udire/ solo con il battito del cuore» (Mistero).
Sì, perché è con il cuore che si capisce la profondità del mistero della vita; ed è col cuore che si comprende la profondità di questa raccolta, ed ogni momento di angoscia e di dolore si risolve in una dolce, benefica nostalgia, piena di fede in Dio, autore della vita. Non c’è modo migliore di concludere che ripetere l’osservazione di Alessandro Quasimodo nel presentare la silloge In punta di penna (2023): «l’istante diviene un frammento di eterno che comunica dolcezza, addirittura infinita». Dolcezza cui ci conduce il fine sentimento della poetessa Biancamaria Valeri nel considerare ogni recondito aspetto della vita come dono d’amore.
Marco Zelioli
Biancamaria Valeri, Di fiore in fiore, pref. Marco Zelioli, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 72, isbn 979-12-81351-49-3, mianoposta@gmail.com.
"Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Maurizio Zanon", a cura di Enzo Concardi
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Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Maurizio Zanon
a cura di Enzo Concardi
Guido Miano Editore, Milano 2024.
Maurizio Zanon è nato nel 1954 a Venezia dove attualmente risiede. Il volume su Zanon, che prendiamo in considerazione in questa sede, presenta una notevole complessità e articolazione a livello architettonico nell’esaminare a trecento sessanta gradi l’opera in versi del Nostro. Come scrive Concardi nell’introduzione il presente lavoro si prefigge la finalità di ordinare il materiale costituito dai contributi della critica letteraria a commento delle opere poetiche di Maurizio Zanon. Concardi a proposito di quanto suddetto parla di quella invalsa e maggioritaria corrente contemporanea che si può definire “critica multifattoriale”, ovvero lo studio degli svariati e molteplici aspetti dei lavori letterari posti sotto la lente d’ingrandimento dalle scuole di pensiero dall’Ottocento a oggi in un’epoca che è stata definita da taluni post-crociana cioè dopo l’ultimo grande maestro in materia.
Svariati e variegati gli ambiti della critica che riguarda questo autore, che vanno dalla poetica all’estetica tout-court nell’esaminare i motivi ricorrenti e lo stile e il linguaggio, l’ambiente naturale e lagunare, gli intrecci memoriali e d’amore con scampoli autobiografici. esistenzialismo e spiritualità, saggi di letteratura comparata e antologia essenziale delle poesie.
Ricordiamo che nella prefazione a Fralezze, raccolta poetica di Zanon, (Guido Miano Editore, Milano 2022) lo stesso Concardi esprime l’idea che in questo libro Maurizio metta in scena la sua visione della vita, ovvero l’effimero esistenziale della condizione umana e che l’osservatorio da cui scruta il mondo è ora quello della vecchiaia e il richiamo autobiografico d’una corsa che va verso il capolinea è costante, pur alternando negli esiti lirici, stati d’animo fatalistici e crepuscolari ad altri speranzosi e valoriali.
In ogni caso rispetto a quanto suddetto c’è da mettere in luce che nonostante il pessimismo di fondo ci sia anche dell’ottimismo nella concezione della vita dell’autore, ottimismo che si evince in accensioni poetiche fulminanti e icastiche come quella in cui Zanon scrive “mettevano le ali i miei sogni” (Memorie, da Fralezze) che è un momento lirico veramente alto.
La poetica è costituita dal ventaglio dei motivi lirici più ricorrenti nei testi, che sottintende anche la visione del mondo emergente da essi, il pensiero dell’autore, i messaggi comunicati ai contemporanei, in altri termini per la critica che cosa ha veramente detto Zanon con la sua scrittura.
Viene in mente il concetto del premio Nobel Seamus Heaney che paragonava l’azione dello scrivere e quindi anche quello dell’esercizio della critica letteraria a uno scavare nella parola quando la penna stessa diviene una vanga da usare nel terreno del senso e del significato in questo caso delle poesie e della poetica di Zanon.
Molti sono i critici che hanno scritto contributi sulla poesia di Zanon come Francesco Flora (1891-1962) più vicino a Croce e al suo concetto della parola-poetica, avente come caratteristica il linguaggio intuitivo e primitivo, espressione di uno spirito purificato in senso culturale. Oppure il contributo di Walter Binni (1913-1997), teorico del divario tra poetica, ovvero il programma dell’autore comprendente le sue tematiche e le sue convinzioni e poesia, cioè la realizzazione del progetto.
Tantissimi altri nomi autorevoli hanno scritto su Maurizio Zanon che, per la qualità del suo poiein veramente notevole, ha meritato i numerosi contributi critici sul suo fare poesia sempre laudativi.
Raffaele Piazza
Giuseppe Berton, "Time"
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Time – Forty Italian poems
Giuseppe Berton
traduzione in inglese di Luisa Randon
Guido Miano Editore, Milano 2024.
Many Italians write poems, but it is very unusual for them to write, or translate their poems into English. Congratulations to Giuseppe Berton for this Time, Guido Miano Ed., Milano 2024, a book “dedicated to all those who desire TIME TO LIVE”, as you read in the dedication. The author, in addition to writing poetry, works as a cardiologist and researcher; moreover, he loves running (including marathons), cycling and skiing. He loves music too: the Italian music of Claudio Baglioni, for example, along with the music of Pink Floyd and the Van der Graaf Generator band.
The book comprises Forty Italian poems (this is the sub-title): eight chapters of five poems each. Most of the volume offers the translation of the Italian book The Train and the Poplar (Il treno e il pioppo, Guido Miano Editore, Milano 2021), which already included English translations of some poems, revised in several points for this edition. The section Times of Universe is totally new, as are twelve poems.
Luisa Randon translated all poems but one, In One Look was translated by Elena Boni. Luisa Randon deserves special mention for her ability to communicate the feelings and the rhythm of the Italian version. To do so, she sometimes introduces line breaks different from Giuseppe Berton’s, allowing both to express their own creativity. As a result, both the original Italian poems and their English translations are very evocative; their language is fluent, simple and smooth. A language that invites reading.
The classical roots of Berton’s inspiration are evident in many poems, from mythological Hellenism to the classical style of Leopardi style and to Romantic themes – all pointing to the irremediable and radical enmity between Nature, Reason and Man.
References to Hellenistic classicism are found in poems such as A thousand Years: “… / Wonder of Hellas. / Breathing of the East. / Pain of the Soul. // Perhaps you were weaving your canvas, / enchanting girl, while the sun / was shining on the sea and on you. // Perhaps your heart throbbed in your chest / and Eros, who melts your limbs, / tormented you at night, // slave to desire / and to painful sorrows. / Sweet girl, crowned with violets. // You implored Aphrodite, / on her colourful throne, not to exhaust your soul / with pains and sorrows. / …”.
References to Leopardi’s lyrics are visible in several poems. For example: “… // The great poet / sang about you / to be relieved from his pain, / for you smiled at him. //… //… Melancholy moon, / light dropping on our eyes / and on the secret paths of the soul, / maybe you are just an illusion. // …” (To the Moon). Perhaps this is why the author writes in the autobiographical note: “The author hopes in Giacomo Leopardi’s good will if he reads it” (this note was alredy in English in Il treno e il pioppo, Guido Miano Editore, Milano 2021, p.93).
The typical themes of Romanticism appear, for example, in the last three verses of the poem dedicated to Van Gogh, Vincent: “…// I have seen the colours of your stars, / the stars of the soul, of madness, of life, / STARRY NIGHT”. Van Gogh is also mentioned at the opening of Colours: “A thousand colours are reflected / on coral and silver meadows / sand on your sweet eyes. / But in the end, at dusk // what will the colours look like? / Will blue be blue again? / And the green / and the yellow fallen from the sun, // like a drop of joy, / for you Vincent, / sweet soul, lost / in starry fields. // …”. The reader of this book will find many more.
There are frequent references to contemporary life, along the lines of Realism, as in Refugees: “Refugees are fine lines, / between the sand and the sea. / Refugees are Mike and Susie, / run away from the life they loved, // … / / We are Mike and Susie, / we are refugees, / we are lost, / we are dreams”. You can find another clear example in Homeless.
The author, as noted above, loves music, particularly the music of the English band Van der Graaf Generator. The five poems of the fourth part of the collection, by explicit admission of the author, are inspired by this band, echoing their contents and style: Refugees, The Lighthouse, Jericho, Forsaken Garden and Once I Wrote a Poem. Hence, Enzo Concardi can write in his preface to Berton’s book Il treno e il pioppo: “Berton tells us everything with a free poetic style (…) conveying to his poetry assonances that echo those of progressive rock” [my translation].
All poems can be easily read with pleasure. This is true for poems divided into stanzas and those not; for lyrics that include only three verses, as Haiku, or more than fifty, as in the case of To the Moon and A Thousand Years; for verses that are short, very short, or even single-worded, and for particularly long verses, as in the first lines of Five O’Clock at Night: “Endless night, wrapping around our thoughts. / Heartbeats, like wings in flight, brushing the skin. / Three hours, thirty years, five o’clock at night”. Berton’s language can be rich and varied as in the poem Like a Dream, or insistently repeated as in In a Sight, where the words “At the end” introduce all the twenty-seven lines of the lyric.
In this collection Berton outlines an itinerary of research; better, a searching itinerary. Search for life, for its ultimate meaning, in a path where uncertainty and confidence coexist, and where something leads our path: “A dim light, still far away, / may lead us / to a safe harbour” (last verses of The Lighthouse).
In every poem of Time you can feel the charm of discovery. Discovery of time, as in Time of Universe; of colours, as in the poem of the same name; discovery of love, as in numerous poems, from which the loving sentiment leaks gently: “While the evening fell / silently / on the restless world. // And our kisses / lightly floated on the earth, / endlessly” (last six verses of Before Calling You Love, to give just one example). Everything is watched with attentive eyes, eager to discover a meaning: eyes able to relate everything to that meaning. All of reality is described with love and reverence, arousing a desire for life. Perhaps a sign of resilient faith, surely an inner search for the meaning of time passing: “And I was thinking of time, / the time measured by physicists, suffered by poets, / considered infinite by believers. // I think time is an illusion, / only an illusion in this unknown life. / And it is less than a kiss.” (last six verses of Time). Time passing is initially seen almost as nonsense, but in subsequent lines time is revalued in comparison with something that feels eternal, that is love: “… // I was looking at my love, / and I could feel things changing all around. / I could feel space and time changing, // somehow like gravity changes / space and time, / around the universe. // …” (from One Day).
Time is, in fact, the journey of life, represented by the train, in search for the stability of the soul, whose emblem is the poplar: “… // The train seemed happy, / but nobody knew if it was true. / What matters is not what it shows. // The poplar tree seemed sad, / but nobody knew if it was true. / What matters is what it hides. // …” (from The Train and the Poplar Tree). Few, clear words; verses that spin like the wheels of the train on the tracks and that run away like wind in the poplars’ tops. Words that make us think, because the poet shares with us the awareness that ‘time to live’ is the most important thing. And poetry is indeed able to catch an instant of time and preserve it – as much to the writer as to the reader – so that it is never lost.
In short, this is a book of sincere, pleasant poetry, with a touch of Italian originality that remains in the English translation. Moreover, as the author himself writes in the note that accompanies the Italian book Il treno e il pioppo, “You don’t have to use a dictionary to understand the verses, you just have to use your heart to understand the poet’s language”.
That is true, if a poet - as Berton is - writes himself from the heart. Forgive the involuntary irony, since Berton is not only a poet, but a cardiologist by profession; but you can find some irony also among these Forty Italian poems, which makes their reading even more enjoyable.
Marco Zelioli
Giuseppe Berton, Time – Forty Italian poem, pref. Marco Zelioli, trad. in inglese di Luisa Randon, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 80, isbn 979-12-81351-42-4, mianoposta@gmail.com.
ALCYONE 2000 QUADERNI DI POESIA E DI STUDI LETTERARI
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È uscito il volume 18 di: ALCYONE 2000
QUADERNI DI POESIA E DI STUDI LETTERARI
Guido Miano Editore, Milano 2024.
In questo volume articoli su Giosuè Carducci, Giovanni Pascoli, Padre David Maria Turoldo, Maria Angela Eugenia Storti, Don Angelo Carparelli, ecc…. Opere d’arte di Maria Teresa Vittone, Fabio Recchia, Geremia Renzi, Anna Actis Caporale, Cecilia Natale.
«Carducci nell’ultimo ottocento simboleggia il passato redivivo nell’atto di espandere nel cuore di tutti il seme della grandezza; e della giustizia, del lavoro e della pace. Egli è il “Santo Maestro” che educava i giovani ad anteporre nella vita, spogliando i vecchi abiti di una società guasta, l’essere al parere, il dovere al piacere, conservare, alimentare, dissotterrare la grande tradizione nazionale, “il poeta-vate della terza Italia”, la cui poesia sarà come “un assillo che la pungerà a procedere sempre, un fuoco inestinguibile che la costringerà a sempre più purificarsi: l’anima che la rapirà sempre più verso l’ideale che solo è vero”. La fede, l’ansia, la trepidazione, l’ebbrezza del martirio dei protagonisti del Risorgimento, nulla perdettero del primitivo slancio nell’animo del poeta maremmano, il quale le trasfuse, ‘bagnate’ dei problemi sociali nuovi, nei suoi discepoli. E Pascoli fece suo il messaggio del venerato maestro, il quale, nel discorso pronunciato in occasione dello Scoprimento del busto di G. Leopardi così si esprime: “Signori, io non sono di quelli che stoltamente o scelleratamente sognano che la miseria e il dolore abbiano da finire, ma sono di quelli che fermamente credono e vogliono che la miseria debba essere alleviata e il dolore sollevato”…».
Giorgio Battaglia
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«Ho due motivi per scrivere di padre David Maria Turoldo su “Alcyone 2000”, che nel volume 16 (2022) ospitò la ristampa di un suo scritto, Mia madre, pubblicato per la prima volta sul n°1-2 (gennaio-aprile 1957) di “Davide, rivista sociale di lettere e arti”, fondata nel 1951 da Alessandro Miano, fratello maggiore di Guido. Padre Turoldo era in rapporti amichevoli con i fratelli Miano; oltre a partecipare a vari eventi culturali, ha tenuto varie lezioni straordinarie al “Corso Biennale di Orientamento Professionale di Giornalismo” di Milano, presso il “Centro Sperimentale italiano di giornalismo”, di Guido Miano. E siccome si suol dire “gli amici degli amici sono amici”, ho aderito volentieri all’invito di scrivere su di lui. Non ho conosciuto personalmente padre Turoldo, ma l’ho incrociato due volte. La prima da ragazzino, dopo la morte di papa Giovanni XXIII, quando mio papà, che lo conosceva personalmente e lo apprezzava molto, portò la famiglia a Sotto il Monte (BG) per partecipare a una Messa celebrata da padre Turoldo. Una seconda volta lo incrociai da studente universitario nei primi anni ‘70 ad un’iniziativa del “Tribunale Russel” contro la repressione in Brasile. Devo dire che non mi entusiasmò. Ma quando mio papà morì, nel 2006, trovai nel suo computer un file intitolato “Pregare” coi nomi dei vivi e dei defunti a lui cari – e per i defunti c’era scritto (c’è scritto, lo conservo ancora): “per P. Davide Turoldo, Requiem”. Ciò me lo ha reso più vicino di quanto abbia potuto fare la sua multiforme attività pubblica, ricchissima…»
Marco Zelioli
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«Il salotto culturale di “Palazzo del Poeta” a Palermo, riapre le porte, con un nuovo cartellone ed un itinerario dedicato al mondo femminile. Dodici donne si raccontano attraverso la letteratura, il cinema l’arte, insieme al punto di vista di due autori, il cui sguardo completerà la rassegna letteraria “Un tè con l’autore”, ideata dalla giornalista Rosa Di Stefano. Ad inaugurare il quarto cartellone della stagione, venerdì 29 settembre, è stata la scrittrice Maria Angela Eugenia Storti con il saggio Itinerari di letteratura del Novecento tra tradizione ed innovazione introdotto dall’accurata prefazione di Lea Di Salvo. Un sentiero di riflessione sulla letteratura del Novecento, attraverso il confronto di alcuni degli autori ritenuti dall’autrice più significativi nell’ambito della cultura tedesca, anglosassone ed italiana. Percorsi di memoria per ragionare sul romanzo, la poesia ed il teatro e riflettere anche sul contemporaneo…».
Marisa Di Simone
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«Figlia d’arte, in quanto anche il padre e il fratello pittori, Anna Actis Caporale ha avuto una vita avventurosa. Innumerevoli viaggi in paesi orientali, attratta da civiltà misteriose e cariche di simbologie e misteri, ha maturato un linguaggio unico e personalissimo che non dissolve la struttura e lo spessore della realtà naturale, ma ne coglie tutti gli elementi essenziali attraverso pennellate leggere e rapide che trasfigurano i paesaggi assorti e incantati. Temi ricorrenti dei suoi dipinti: il viaggio, i deserti, la mongolfiera che racchiude tutto l’anelito umano a quel senso di libertà cui tutti tendiamo. La sua è una pittura che nasce da una sofferta meditazione interiore, da una ricerca introspettiva, ma soprattutto dall’attimo, da quell’ “attimo che è il centro di ogni cosa” (dall’intervista rilasciata ad Andrea Domenico Taricco in Periodico d’arte) ….».
Michele Miano
Alcyone 2000 – Quaderni di Poesia e di Studi Letterari, n°18; Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 1116, isbn 979-12-81351-47-9, mianoposta@gmail.com.
Wanda Lombardi, "Tempi inquieti e altre poesie"
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Wanda Lombardi
Tempi inquieti e altre poesie
Guido Miano Editore, 2024
Per i tipi della Casa Editrice milanese “Guido Miano”, nella collana di testi letterari Alcyone 2000, è stata pubblicata la raccolta poetica Tempi inquieti ed altre poesie (2024) della poetessa sannitica Wanda Lombardi, che si compone di due parti: “Tempi inquieti, nuove poesie” e “Perché nulla vada perduto”, antologia di poesie edite a contenuto spirituale e religioso. L’inquietudine è la cifra esatta della poetica lombardiana, una sorta di status quo esistenziale e spirituale moderno che parte dall’anima dell’autrice, si espande nel mondo, per acquisire i suoi influssi e, in ultima analisi, riverberarsi con varie valenze nell’interiorità personale (la stessa dimensione che Lucio Anneo Seneca, agli albori del Cristianesimo, propugnava come caposaldo della vita umana libera). La lirica La mia anima è l’immagine speculare di tutto ciò e va anche oltre, ovvero introduce una dinamica ossimorica reiterata in altri luoghi metrici della raccolta. Qui cogliamo già alcune dicotomie e dualismi tipici, propri dell’incedere concettuale lombardiano. Da un lato il recto della medaglia: “fragile e tormentata è la mia anima”, “una barca alla deriva / quando il dolor percuote”, “accesa ver colui / che per odio è teso a demolire”; dall’altro il verso: “Semplice qual cuore di fanciullo, / trepida quando emozion l’assale”, “una roccia che non crolla / nei tanti scossoni della vita”, “Un terso specchio che riflette amore / per chi amore e gioia sa donare”, “Un libro aperto la mia anima”.
Sempre la stessa lirica può essere presa a modello per un versante dello stile poetico di Wanda Lombardi, cioè la ricerca estetica di un adagio leggermente classicheggiante, come testimoniato anche da alcune parole tronche qui e altrove utilizzate: “dolor”, “ver”, “qual”, “emozion”. Alla stessa stregua la sua ricerca formale si concretizza negli echi di taluni riferimenti letterari del nostro Otto-Novecento classico-ermetico, come in Fragilità, il cui incipit rievoca in soli tre versi nientemeno che Leopardi e Montale: “Il mio sconforto comparando / a quello altrui” … “Comparando” è verbo leopardiano nell’Infinito e richiama pure il somigliare alla vita del passero il costume solitario e dolente del recanatese ne Il passero solitario; mentre “Il male di vivere affronto” è di assoluta derivazione dalla poesia montaliana e ben si sposa con l’inquietudine lombardiana.
L’altro versante stilistico è dato dalla tendenza a una certa forma di poesia-prosa che quindi indugia, anche se con moderazione, in cadenze di tipo narrativo. Paradigmatica è Sfumature, della quale, per ragioni di spazio, riportiamo solo qualche verso: “Nessuna cosa al mondo / uguale è all’altra, / pur nell’apparente somiglianza. / Si osserva, si rivede, si confronta / e tutto accattivante sembra / mentre nella mente si fermano le immagini / e via via esse vengono affiancate...”.
L’ispirazione proviene da regioni e dimensioni dell’esistenza che s’intrecciano e si interfacciano tra loro, creando un ventaglio aperto d’immagini ed atmosfere. Nel mosaico tematico il punto di partenza è senz’altro quell’interiorità a cui s’è già accennato, alla quale s’affiancano i vissuti autobiografici e quindi anche memoriali; un posto di rilievo nei testi è destinato al rapporto io-mondo, relazione conflittuale per le aberrazioni storiche, sociali, ambientali che stiamo vivendo ad opera di homini lupus, ma relazione armoniosa e riconciliatrice con la Natura, pur minacciata da gravi pericoli. Ne risulta un pessimismo antropologico verso l’umanità che, talvolta, produce scene apocalittiche, quando la poetessa indossa i panni di una Cassandra profetessa di sventure. Tuttavia, d’altro canto, l’apparente passatismo e il latente misoneismo di alcune liriche, in realtà non sono tali e non le appartengono ideologicamente e culturalmente, in quanto sono solo reazioni istintive agli eccessi e ai malesseri apportati dall’altra faccia del progresso e della società consumistica, che tutti condanniamo. L’idolatria tecnocratica, delle macchine, della velocità produce furti di umanità in tutti noi che, a lungo andare, metteranno a repentaglio l’essere autentico, proliferando alienazioni e dipendenze: questo è il fondo del messaggio lombardiano, molto realistico ed attuale.
Ed allora, la seconda parte del libro, che in sostanza è poesia religiosa, ristabilisce il cammino per accedere alla Luce, celebrando la spiritualità cristiana, il rapporto con Dio, il ritorno alla fede dei padri: “La serenità interiore / i disaccordi allontana, / avvia alla solidarietà, spinge ad essere migliori” (Ritrovare la pace); “Avvicìnati agli umili, / agli oppressi, agli emarginati / e felice sarai. / Vivere nella felicità di ben operare / è vivere con Dio” (Saper vivere). Queste sono le cose che non devono andar perdute e tale è il testamento ultimo della Lombardi.
Enzo Concardi
Wanda Lombardi, Tempi inquieti e altre poesie, prefazione di Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 60, isbn 979-12-81351-38-7, mianoposta@gmail.com.
Vincenzo Meo, "Oggetti Preziosi"
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Vincenzo Meo
Oggetti Preziosi
Guido Miano Editore, Milano 2024
La raccolta di poesie Oggetti Preziosi (Guido Miano Editore, Milano 2024) di Vincenzo Meo presenta due prefazioni: una di Michele Miano e l’altra di Romeo Iurescia, ntrambe centrate e ricche di acribia, e anche una nota critica di Vincenzo Bendinelli.
La silloge è scandita nelle seguenti sezioni: “Cielo grigio e squarci azzurri”, “Una luce diversa”, “Anonima”.
Significativa la poesia eponima che non a caso è la prima del testo e che in modo incontrovertibile ha un carattere programmatico; “Da ragazzo/ mi avventuravo lungo il fiume/ cercando oggetti preziosi/ fossili, radici, pietre rare/ e tutto ciò che vi fosse/ di insolito e sconosciuto./ poi ad un tratto/ abbandonai quel mondo/ di palpabili oggetti,/ per cercare dentro di me/ oggetti più preziosi”.
Nella suddetta composizione si assiste ad uno spostamento dell’attenzione da parte dell’io-poetante dal mondo delle cose esterne e tangibili all’interiorità del poeta stesso, sfere che hanno in comune la possibilità di contenere cose preziose per la vita e del resto fossili radici e pietre rare divengono correlativi oggettivi per una ricerca simbolica del senso della vita stessa di cose fisiche che sopravviveranno al poeta e a tutti pur essendo inanimate.
Poi per un secondo livello il poeta per un forte impegno etico si ripiega su se stesso per trovare nella sua psiche cose preziose e da questo scavo nasce, scaturisce la poesia stessa che è l’unica cosa che può salvare.
Una forte e insolita chiarezza caratterizza i componimenti di Meo che sembrano sottesi ad una scaltrita e intelligente coscienza letteraria.
La luce e le tinte numinose presumibilmente del cielo sembrano essere dette controcampo quasi come antidoto al male e alla violenza del mondo che turba Meo che però è perfettamente convinto che la vera felicità è nel bene e che una persona possa essere nel carattere fortissima e anche buona in una stabile gioia e che la poesia stessa può nell’attimo fermare il tempo in una forma d’infinito diversa da quella leopardiana se c’è un’uscita trascendente e ogni fenomeno è morale.
Quanto suddetto è colto anche da Michele Miano nella sua prefazione e accade così che il pessimismo di fondo diventi ottimismo. Scrive infatti Miano che Vincenzo affronta la scrittura letteraria come affronta la vita di ogni giorno con forza, dignità e fiducia e con quello sguardo pulito e profondo dell’artista che non teme di scontrarsi con lo squallore della violenza della degradazione dei valori etici di una società ormai alla deriva.
Non è solo la poesia che salva, perché intimamente connessa alla poesia stessa il poeta per la sua redenzione crede in Dio e fa bene a gettare su di Lui ogni sua ansia e ogni suo dolore e nella poesia Grazie Signore scrive: “ Grazie Signore!/ per averci dato le stelle che ci fanno un po’ di compagnia/ in questo mondo così triste e solo“.
Intrigante un componimento della prima sezione che contiene il concetto della poesia nella poesia intitolato Un poeta; “Un uomo/ un operaio/ un medico/ un professore/ uno scienziato il capo di una nazione/ un poeta/ qualcosa di più/ qualcosa di diverso".
Una vena e un’ispirazione poetica originali in questi componimenti connotati da chiarezza e da eleganza e la loro semplicità sottende la complessità di in pensiero intelligente e profondo che produce un interessante esercizio di conoscenza.
Raffaele Piazza
Vincenzo Meo, Oggetti Preziosi, prefazioni di Michele Miano e Romeo Iurescia, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 128, isbn 979-12-81351-35-6, mianoposta@gmail.com.
Daurija Campana, "Qualcosa di nuovo, qualcosa di vecchio, qualcosa di blu, qualcosa di prestato"
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Qualcosa di nuovo, qualcosa di vecchio, qualcosa di blu, qualcosa di prestato
Daurija Campana
Guido Miano Editore, Milano 2024.
Daurija Campana non è nuova alle patrie lettere. Ha già al suo attivo varie pubblicazioni monografiche di poesia: La casa di paglia (2013), L’ultima campana (2021) e la più recente Sola tra memoria e dolore (2023), con accurato saggio introduttivo di Enzo Concardi.
La presente raccolta rientra in un progetto più articolato di questa Casa Editrice, la collana dedicata al Parallelismo delle Arti: la pittura può risultare poesia muta e la poesia pittura parlante. Per secoli sono prevalsi i principi dell’arte poetica di Orazio e l’assioma di Simonide di Ceo, riferito da Plutarco. Dalla stagione del simbolismo, che non ha ancora cessato oggi di influenzare e sollecitare tanta parte della letteratura e dell’arte contemporanea, il sodalizio tra artisti e poeti si è ripetuto in vari momenti delle “avanguardie” storiche, in cui l’incidenza del messaggio scritto del poeta risultava in parallelo con l’immagine visiva e ne rivelava, nel linguaggio formale, le più profonde significazioni.
Fino a che punto la presenza di un testo poetico può incidere sull’atteggiamento di un artista e viceversa su parallele e concomitanti fonti di ispirazione? Se da una parte ogni artista e poeta rimane fedele a se stesso, dall’altra non si può ignorare quanto la letteratura del passato e contemporanea abbiano sollecitato e illuminato le motivazioni di tanta ispirazione artistica e letteraria. La collana Parallelismo delle Arti nasce con l’intento di accostare per somiglianza un gruppo di poeti – con la scelta dei testi più significativi – attraverso fonti di ispirazioni parallele con un altrettanto gruppo di artisti contemporanei. L’obiettivo è quello di chiarire la condivisione di comuni intenti tra autore e artista, dove le tematiche del poeta sono messe in parallelo alla fonte di ispirazione del pittore: il tema dell’amore, della natura, della memoria, del dolore, della maternità, degli affetti familiari. Già Mario Praz nel suo studio Mnemosine aveva teorizzato il significato del Parallelismo delle Arti e questa collana intende suggerire una chiave di lettura simultanea, affidata alla sensibilità del lettore: «scopo dell’artista è di fare risplendere una forma sulla materia» (Jacques Maritain).
Se poi il poeta e l’artista figurativo coincidono nella stessa persona come nel caso di Daurija Campana, il percorso assume un significato più intrinseco dove i segmenti poetici offrono una dose di suggestione per cui i vari sentimenti si alternano e si mescolano con sapienti pennellate: la nostalgia per il passato, per l’amore finito che non può ripetersi, la presenza impalpabile del padre ormai scomparso ma sempre presente nella sua vita quotidiana, la liricità della natura sentita fortemente nei suoi palpiti atmosferici, quel senso di angoscia ormai stratificata negli abissi della propria coscienza interiorizzata e che trascende il senso della caducità delle cose e dell’umana esistenza. Come osserva Enzo Concardi: «Una poesia che in generale gioca sul contrasto assenza-presenza di chi non c’è più: assenza fisica, corporale ma presenza spirituale e memoriale. È sempre una condizione esistenziale di dolore che non trova vie d’uscita»: «…E venivo con l’angoscia nel cuore:/ piangendo ti parlavo di mio padre,/ e pregavamo insieme che guarisse...» (Il lago).
La tormentata ricerca interiore di Daurija Campana trova la giusta misura attraverso un intimo richiamo alla poesia ma anche alla pittura, che si anima come fonte di vita. Diventa espressione di un’anima che lotta tra sentimento e ribellione, sofferenza e recuperi di pensiero e spiritualità ai margini del rifiuto, ma anche amore per la vita, nonostante le difficoltà che essa propone come elemento purificativo. C’è il desiderio di trascendere gli elementi stessi dell’esistenza per giungere a dare di questi elementi la parte più intima del loro senso. Si legga la lirica Cade la pioggia: «Il cielo è sereno, cade la pioggia,/ oggi il sorriso è turbato dal pianto,/ il viso riga scendendo la goccia,/ l’animo giace perduto ed affranto…».
Se in alcune liriche le immagini autobiografiche denotano particolari stati d’animo, in altre assumono valori che rivelano una lucidità intellettuale di chi non si scoraggia. Daurija Campana costruisce la sua arte utilizzando tematiche di estrazione classica: l’amore, la morte, l’eterno, la natura, la memoria che però ella arricchisce con la sua sensibilità squisitamente femminile. Così anche i dipinti presi in rassegna in questa monografia assurgono a una maggiore incisività del suo dettato artistico. A titolo di esempio si notino i vari dipinti dove l’autrice sembra prediligere la figura umana femminile: La verità (che poi è anche la copertina del volume Sola tra memoria e dolore) ma anche Sentieri, Autoritratto, Timidezza, La lettura, Primavera, Il broncio. Figure umane nella loro plasticità, colori caldi e pastosi, tratti ben delineati dove la morbidezza e la sensualità di alcune forme rimandano a una realtà liricamente sentita, che trascende la determinazione fisica.
Arte come vita per Daurija Campana, in simbiosi con un atteggiamento e attitudine riflessiva, la quale si traduce spesso in una visione pessimistica ma seppure non frequentemente, lascia aperto lo spiraglio alla via della speranza. Il disegno sicuro e robusto, coagulato nell’impasto cromatico, nella sua stessa intrinseca lucidità intellettuale, che dell’opera sostiene gli equilibri e i rapporti spaziali, riappare nella tensione psicologica dell’immagine, nella sua sintetica espressività. Così la Campana si fa testimone dell’anima delle cose, in una pittura che segue in parallelo l’ispirazione letteraria in un’arte che si rinnova non in maniera esternamente clamorosa, bensì nell’interno: nell’accostarsi cioè con amore all’oggetto, al paesaggio, alla natura, alla persona. E lo fa in modo silenzioso e delicato. Si guardino ad esempio le pitture: Odette, Il lago, Alba sul viale dove la morbidezza delle forme, il caldo luminismo che unisce e fonde le tenui immagini della natura e delle cose rapiscono il lettore.
Emblematica e significativa è la suddivisione in quattro parti della presente monografia come a indicare quattro fasi ben distinte del proprio percorso interiore ma anche artistico: Qualcosa di nuovo, Qualcosa di vecchio, Qualcosa di blu, Qualcosa di prestato, una raccolta di liriche inedite ma anche una miscellanea di testi già pubblicati in precedenza. Dove ad esempio il colore Blu rappresenta lo stato d’animo dell’autrice: «Ti ho scelto tra tutti i colori/ per dipinger la mia anima/ e le ferite del mio cuore/ ancora non cicatrizzate. // Ti ho preferito perché prezioso, / da usar con sobria parsimonia/ pregiato e non sostituibile./…/ Rendi profondo il mare calmo,/ infinito un pezzo di cielo,/ angosciato il mio piccolo mondo» (Blu), come anche tutto in Blu è il quadro Timidezza.
Numerose sono le composizioni dedicate al padre, in generale nella produzione letteraria della nostra autrice e nel dipinto Mio padre, lo raffigura alla guida del suo trattore mentre coltiva la sua terra.
E per lo scrivente prefatore accomunato dallo stesso destino dell’autrice, non può rimanere immune da tanta “elegiaca sofferenza”. Daurija Campana crede nella vita perché crede nella poesia. Per dirla alla Umberto Saba, un autore che credeva nella poesia e nella vita, e credeva nella poesia perché credeva nella vita: «… d’ogni male/ mi guarisce un bel verso…» (U. Saba, Finale).
Michele Miano
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L’AUTRICE
Daurija Campana, nata a Meldola (Forlì), si è laureata con lode in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Bologna. Poetessa e pittrice, vive ed insegna a Cesena. Ha pubblicato le raccolte di poesie La casa di paglia (2013), L’ultima campana (2021), Sola tra memoria e dolore (2023) e il saggio Gli ebrei a Forlì tra il XIV e il XVI secolo (2013).
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Daurija Campana, Qualcosa di nuovo, qualcosa di vecchio, qualcosa di blu, qualcosa di prestato, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 80, isbn 979-12-81351-41-7, mianoposta@gmail.com.
Franco Colandrea, "A mio figlio Paolo (Dialoghi d'amore)"
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Franco Colandrea
A mio figlio Paolo (Dialoghi d’amore)
Guido Miano Editore, Milano 2024.
Recensione di Maria Elena Mignosi Picone
Un itinerario inconsueto, un viaggio spirituale nella solitudine e nel silenzio, anzi addirittura nell'oscurità della notte, nel sogno nel quale si sviluppano i “dialoghi d'amore” tra il padre, vivente e il figlio dalle dimore dell’eterna Verità. “Caro papà… qui è tutta luce; luce illuminante, luce pervadente, luce generatrice; è luce universale, è beatitudine.” È proprio questa luce che il padre aspira a raggiungere qui sulla terra. È luce interiore, luce spirituale. Il padre, da convinto pensatore empirico e materialista, ignorava la dimensione dello spirito e respingeva la speculazione metafisica. È il dolore, sopraggiunto come un fulmine, che lo scuote e lo avvia per sentieri nuovi; nasce così imperioso in lui l’anelito alla luce spirituale. E si ripiega su se stesso fino allo stadio più alto dello spirito, la coscienza, dove si ode la voce di Dio che è amore e richiama l’uomo all’amore universale.
“A mio figlio Paolo (Dialoghi d’amore)” di Franco Colandrea (Guido Miano Editore, 2024) è un viaggio travagliato, tra alti e bassi, tra tenebre e fulgori fino al traguardo della luce spirituale che lo porterà al disopra dei tormenti terreni fino al raggiungimento della quiete dell’anima. Una sorta di Beatitudine che è il riflesso qui sulla terra della Beatitudine celeste. Ed è possibile. Sicuramente.
E il figlio, nelle varie tappe del sogno, indica al padre la via.
Il primo passo è sfrondare la propria coscienza da tutti i pensieri dolorosi e pensare invece ai momenti belli vissuti insieme. Efficace è la concentrazione del pensiero senza che si faccia deviare.
Sfrondare poi l’animo dai condizionamenti della vita, che alterano e guastano l’essenza della persona. Così ci si alleggerisce della zavorra di cui ci ha appesantito l'esistenza. Questo alleggerimento è lo stadio della purificazione interiore che porterà alla quiete dell’anima.
Analogamente avviene nella malattia quando la forza della mente può modificare il corso letale e portare alla guarigione. Il padre, medico naturopata, tenace assertore della “Vis medicatrix naturae”, cioè della forza medicatrice della natura, così si rivolge al figlio: “…attraverso gli studi sulla naturopatia, ho scoperto e acquisito che con la nutrizione (digestione, circolazione, respirazione e assimilazione) vi è una continua riparazione dei tessuti che consumiamo vivendo. Attraverso essa, se le circostanze lo permettono, l’organismo ammalato guarisce di per sé.” E aggiunge: “Il buon medico dovrebbe lasciare spesso che agisca la natura.” L’animo lieto nella malattia è di fondamentale importanza. Lo raccomandano i medici.
Il figlio così conclude: “Ti puoi ritenere un essere illuminato dalla luce del tuo sé più profondo e questo ti darà l’opportunità di esplorare gli stadi superiori della tua mente, così riuscirai a dare ancora più luce alla tua intelligenza… e solo così potrai dare pace alla mente.”
La quiete però non è da intendere come imperturbabilità. Tutt’altro. La luce cos’è se non il riverbero dell’amore? Nell’aldilà tutto è luce perché risplende l’Amore di Dio. Luce e amore sono un tutt’uno. Altro allora che imperturbabilità! Le anime stesse del Paradiso seguono i loro cari in terra. Esempio appunto questi dialoghi d’amore tra padre e figlio, tra cielo e terra. È il figlio che conduce il padre alla quiete dell’anima.
Ma cos’è allora questa quiete?
È più che quiete! È felicità. È Beatitudine. Proprio qui. Sulla terra. E questo succede quando, coltivando la vita interiore, nel profondo della coscienza sentiamo la voce di Dio, l’uomo entra in dialogo con Dio e nell’Amore, succede il prodigio che l’essenza umana si fonde con l’Essenza divina. E in questa fusione sta la Felicità. La Beatitudine qui in terra.
Maria Elena Mignosi Picone
Franco Colandrea, A mio figlio Paolo – Dialoghi d’amore, prefazione di Floriano Romboli, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 80, isbn 979-12-81351-40-0, mianoposta@gmail.com.
Franco Colandrea, "A mio figlio Paolo"
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Franco Colandrea
A mio figlio Paolo (Dialoghi d’amore)
Guido Miano Editore, Milano 2024.
Il volume che prendiamo in considerazione in questa sede si può definire come il diario di un’anima, di un padre che ha perduto prematuramente un figlio, e così la morte del figlio Paolo diviene per Franco Colandrea occasione di uno scritto che virtualmente è indirizzato al figlio stesso; non un monologo, ma Dialoghi d’amore, come suggerisce il sottotitolo del volume.
Il tema della morte di un figlio è stato già oggetto di opere letterarie come per esempio il libro di poesia Il dolore di Giuseppe Ungaretti e la letteratura diviene così strumento per la rielaborazione del lutto e del resto scrivere è sempre qualcosa di salvifico.
Il libro presenta una prefazione esauriente e ricca di acribia di Floriano Romboli intitolata L’intensità di un amore senza confini.
A livello strutturale il testo è costituito da una sequenza di brevi frammenti tutti forniti di titolo e il linguaggio usato da Colandrea è chiaro e icastico.
Ricorre il tema del ricordo del sorriso di Paolo e il padre rievoca momenti felici a contatto con la natura passati insieme.
L’interlocutore dell’io-narrante è Paolo al quale Franco si rivolge come se gli mandasse lettere o messaggi in bottiglia, come se fosse una presenza-assenza e Colandrea, con queste missive destinate al figlio scomparso, ne riattualizza il ricordo attraverso la memoria involontaria in modo positivo e costruttivo per rivivere nello scatto e scarto memoriale i momenti belli passati con lui.
Si può considerare architettonicamente questo volume come una serie di flash che descrivono situazioni profonde a livello affettivo tra un padre e un figlio molto legati tra loro e le situazioni descritte sono ambientate soprattutto nel tempo dell’infanzia di Paolo, anima in formazione sensibile e felice, anche perché ha la fortuna di avere un padre lungimirante, buono e intelligente che gli vuole veramente bene, e credo che ogni lettore-genitore può identificarsi tout-court con l’io narrante.
Una natura idilliaca fa spesso da sfondo, da cornice al binomio padre-figlio e anche il sogno e il sogno ad occhi aperti fanno parte delle tematiche espresse dall’autore.
Molto suggestivo il frammento intitolato Un fiore nella notte dove è presente il tema della metamorfosi quando l’autore dice di vedere gli occhi scuri e profondi di Paolo e l’Io del figlio mostra al padre un fiore nero e Franco gli svela l’enigma dicendo che quel fiore è il fiore della notte, del buio e dell’oblio ed è egli stesso.
Libro intelligente e felice che, pur partendo dal dato incontrovertibile del dolore, tramite l’esercizio di conoscenza e la riattualizzazione di situazioni passate, diviene salvifico e serve a rinnovare la gioia dell’amore nella sua inscindibile relazione proprio con la stessa morte.
Raffaele Piazza
Franco Colandrea, A mio figlio Paolo – Dialoghi d’amore, prefazione di Floriano Romboli, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 80, isbn 979-12-81351-40-0, mianoposta@gmail.com.
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