poesia
Yuleisy Cruz Lezcano, "Di un'altra voce sarà la paura"
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Di un'altra voce sarà la paura di Yuleisy Cruz Lezcano (Leonida Edizioni, 2024 pp. € 14.00) richiama il carattere atrocemente diffuso della violazione dei diritti umani delle donne ed evidenzia il terribile atto della violenza. La poetessa include nella brutale tematica il tormentato cammino di ogni espressione di discriminazione e di ogni minacciosa intimidazione, spezza l'urlo soffocante di dolore lacerando nei versi la paura trattenuta, condanna la persecuzione del ricatto psicologico, intimo e privato, che aggredisce il genere femminile, annientando la volontà e la dignità per l'ignobile crimine dei maltrattamenti subiti. Yuleisy Cruz Lezcano cerca un'altra voce, un accento per trattenere l'angoscia e dilatare la capacità di sussurrare l'intensità emotiva, liberare la propria identità, riconoscere l'impedimento fisico e sociale di un'ideologia maschile. Mantiene alta l'attenzione nei confronti della distruttiva e pericolosa impulsività, dell'esplosiva attualità negativa, dichiara colpevole qualsiasi forma di infido dominio all'interno delle relazioni umane, l'inganno per una comunicazione abusata dall'impetuosa e incontrollata imposizione di ogni crudeltà. Descrive la gravissima costrizione dell'isolamento dal mondo esterno e dalla propria indipendenza, narrando una poetica cruda, dannosa e fatale in cui la dipendenza maschile domina la persecuzione, trafigge il cuore e uccide l'innocenza profanandone il tragico smarrimento. La poesia di Yuleisy Cruz Lezcano espone la durezza delle parole con la sequenza di un realismo drammatico, cinico e ineluttabile, mette alla prova la fragilità paralizzante del trauma con le conseguenze stremate e silenziose dell'indifesa e disarmata situazione umana, abbraccia lo sgomento di un universo devastato e sconfessato le cui impronte sono rintracciate attraverso le efferate fenditure dell'anima, le malvagie e inequivocabili impressioni, le delittuose omissioni del presentimento. Yuleisy Cruz Lezcano percorre il dilaniante itinerario verso l'estrema epigrafe della sopravvivenza, esplora lucidamente la nitida e spaventosa testimonianza di tutto ciò che si insedia, inquietante e profetico, intorno alle vittime e ai carnefici. Provoca, con la commossa e intensa denuncia dei versi, l'ineluttabile tensione dei comportamenti ostili, suscita sentimenti di rifiuto contro la perversa direzione assillante e possessiva di un'esclusività innaturale dei sentimenti umani, indica lo sdegno dell'esasperazione, il motivo irreversibile, la distruzione rovinosa della sensibilità, l'emergenza nel disagio della soggezione nociva. La poetessa lenisce la straziante ferita, ricompone i frammenti dispersi di un corpo ammantato dalla spettrale ed emaciata inafferrabilità dell'amore, nella mancanza della ragionevolezza. Il libro racchiude il naufragio dell'umanità, tracima il solco profondo del male nella voce annientata dall'inevitabilità della violenza, ferma nella cristallizzazione dell'inchiostro l'insospettabile confine tra le lesioni dello spirito e le contusioni della distruzione morale. Arriva al lettore come un macigno intollerabile nella coscienza, sfibra e scuote il reticolo dei pensieri, rinnova la prospettiva faticosa e affannosa della desolazione e della sua resistenza, la curva fragile della speranza oltre la direzione tortuosa dello sconforto. La voce della poesia dona l'ampiezza della fiducia, amplifica il mormorio della commiserazione per ogni desiderio di risollevare dalla spietatezza dell'inumanità la generosità della compassione.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
Urlo rosso
Stamane ho sentito un urlo
rosso parlare da urlo,
ed era sangue di lava
che bruciava, che parlava
come il mondo
e diceva: “Ora sei
libera! Come le corde
di un'arpa, che pur se vibra,
ha scordato il senso
della vita”.
“Ora sei libera
come una poesia di riporto
che non sa dire “No”
al suo intenso sentire
passioni nel vuoto
con silenzi da urlo,
simili alle parole”.
Volontà inascoltata
Chiusa notte di vertici
bruciati, sottosuoli di canali
preannunciano tempeste, trasmigrazioni
di blocchi di nebbia sul grigio
sangue che sposta silenzio.
Mi anestetizza un grande
silenzio, due mani stringono
dove non mi concedo, dove
non voglio. Due labbra umide
cadono sulla mia impronta
e io che per morire non ero
pronta, sto morendo nel respiro
nero che evito di ascoltare
mentre dal mio cadavere
già eredito le ferite.
Conformità
Crea da un passato
la realtà pieno
di morte, pone
l'essenziale
divenuto diverso
nel falso vedere
una realtà capovolta
in uno specchio,
conosce dei giorni
l'inconfessato spazio,
nell'esercizio del sospetto
non c'è malessere
di fronte al reale,
è l'esistenza
tolleranza
della sua maschera.
Altrove
Lacrime veloci
mi portano via in luoghi
lontani, dove tutto quello che mi vede
mi riconosce in quello che si chiama donna
senza una patria, senza un nido
schiacciata da un brivido
come un fluido che perde
la forma dei pori
per poi scorrere
lontano
lontano.
Me ne vado
(ultimo saluto del poeta)
Me ne vado dove la mia accesa
indignazione non può squarciare
il mio petto. Me ne vado da queste dita
che fanno male indicando lo sguardo
che non vuole più guardare i tatuaggi
non voluti, da dove la violenza s'incammina
scuotendo la mia inerzia. Me ne vado
da questa tendenza a rimescolare
colpe che si agitano come una bestia
bagnata dalla pioggia che si scrolla
- conservando la puzza - ovunque
disseminando gocce di giudizi.
Me ne vado dalla parola, dalla voce
del nero che si contrappone all'aureola.
Me ne vado per paura d'essere la mano
dove invelenito il sangue prende forma.
Raffaele Piazza, "Del sognato"
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Raffaele Piazza
DEL SOGNATO
Raffaele Piazza, critico letterario e poeta (in quest’ordine, perché in quest’ordine l’ho conosciuto).
Tanto lineare, consequenziario, chiaro e preciso, razionale e cristallino, come critico letterario, quanto estroso, bizzarro, vago, sfuggente, misterioso, e a volte anche sibillino, criptico, nella poesia.
Ci riferiamo al suo libro di poesie dal titolo Del sognato (Guido Miano Editore, seconda edizione, 2023).
Titolo quanto mai pertinente. Infatti, accostandosi a questo libro, abbiamo l’impressione di entrare non nel campo della poesia, ma in quello del sogno. Niente di “poetato”, se così si può dire, ci adeguiamo al suo modo di esprimersi, ma tutto del “sognato”. La poesia scompare per lasciare il posto al sogno. Dunque il sogno con la sua irrazionalità, la sua stravaganza ed eccentricità.
Viene in mente il giuoco pirotecnico. Una fantasmagoria di luci, di colori, suoni e saette. Stupisce, stordisce, esplode, e sparisce. Lascia una sensazione di piacevolezza, e tutto finisce là.
Così è la poesia di Raffaele Piazza.
Colori luminosi, anche se tenui e delicati, su cui predominano il verde, come dei prati, dei boschi, il rosa delle albe e delle aurore, l’azzurro dei mari, degli oceani e dei monti in lontananza. Colori ricorrenti e accenni anche agli altri. Una poesia che è quasi una pittura perché l’autore ha un vivo senso del colore. Sbalza evidente come principale elemento. La sua poesia è un sogno, non in bianco e nero ma in technicolor.
E per entrare nella esistenza ordinaria, ecco apparire pure la tecnologia. Il computer, il cellulare; la mail, i messaggi, e così via.
Attira l’attenzione del poeta la vita di oggi nei suoi aspetti tipici più materiali: le code delle automobili in autostrada, le file agli sportelli degli uffici, aspetti propri della vita ordinaria. Aspetti prosaici, potremmo dire. Acquisisce gradevolezza la vita familiare, le consuetudini giornaliere. Insomma c’è la vita, e il tutto come un sogno. Sorprendono gli ardui accostamenti delle parole, al di fuori della logica. Insomma la poesia di Raffaele Piazza è un sogno, non nella maniera idilliaca che spesso attribuiamo a questo, e inoltre è un gioco. È un gioco il “poetato” di Raffaele Piazza, è un gioco il suo “sognato”.
Infine esso lascia una sensazione di bellezza. Quella della natura, della vita quotidiana, la bellezza della donna. Una certa sensualità permea a tratti le pagine del libro.
L’autore Raffaele Piazza mira soprattutto alle sensazioni più che ai sentimenti, alle impressioni più che alle impronte. Non ha pretese di carattere didascalico o pedagogico. Non si erge a eroe o a vate.
È un tripudio di colori, di emozioni, che, pur tuttavia, risvegliano nel lettore il senso del bello, ormai, nella società odierna, di molto assopito.
Risalta, specialmente all’inizio, l’anelito a rialzarsi dopo le cadute; vivo si sente il desiderio di rinascita, il desiderio della redenzione.
È una poesia moderna. E attuale. Che rispecchia la leggerezza del vivere.
Maria Elena Mignosi Picone
Raffaele Piazza, Del sognato, II edizione, pref. Marcella Mellea, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 60, isbn 979-12-81351-08-0, mianoposta@gmail.com.
Adriana Deminicis, "8 Infinito 8- L'arrivo del Gabbiano"
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Adriana Deminicis
8 Infinito 8 – L’arrivo del Gabbiano
8 Infinito 8 - L’arrivo del Gabbiano (Guido Miano Editore, Milano 2024), raccolta di poesie di Adriana Deminicis, presenta una prefazione acuta e centrata a firma di Enzo Concardi.
La raccolta si situa in continuum con quella precedente dell’autrice intitolata 8 Infinito 8 – La gemma di giada.
Il tema dell’infinito di leopardiana memoria è di per sé affascinante e l’insistenza della poetessa nel trattarlo ci fa pensare ad una sua intelligente coscienza letteraria sottesa alla convinzione incontrovertibile che la poesia salva la vita sia nel praticarla sia nella sua attenta lettura.
E del resto c’è anche la tematica del raggiungimento della felicità dopo il dolore e la scissione dell’io e la felicità stessa è proprio nell’arrivo del Gabbiano che non delude anche se arriva dopo un’estenuante attesa.
Le sensazioni suddette, che già si sentivano nella prima opera di questo ciclo, qui sembrano intensificarsi e se Godot, in Samuel Beckett, non giunge nonostante tante speranze, il simbolico Gabbiano della poetessa mantiene la promessa e diviene appunto metafora della gioia e della felicità che sono possibili e anche della libertà.
Del resto i gabbiani sono volatili pieni di fascino sia per l’aspetto sia per il comportamento e nessuno può dimenticare il suggestivo e magico libro di Richard Bach intitolato Il gabbiano Jonathan Livingstone anche se si tratta di un’opera in prosa e non in poesia.
Non manca nelle poesie del volume il tema della poesia nella poesia espresso dall’io-poetante nel riflettere traendo dai suoi pensieri delle conclusioni.
Diviene per il lettore spontaneo e istintivo identificarsi proprio con lo stesso io-poetante e del resto il concetto d’infinito si collega a quello dell’essere e per chi crede con l’idea di Dio.
Nel componimento eponimo che ha qualcosa di programmatico leggiamo: “Apro la porta, osservo il Cielo/ aspetto di vedere l’arrivo di un gabbiano/ per iniziare la storia/ appena un gabbiano sorvolerà il mio Cielo/ ed io stando qui sarò in grado di poterlo vedere….”.
Come ha affermato lo stesso Concardi la poesia di Adriana ha un andamento che la fa somigliare alla prosa e questo è sicuramente un fatto originale nell’essere minimo in questi versi lo scarto dalla lingua standard.
La raccolta non è scandita in sezioni e complessivamente può essere considerata un poemetto anche se alcune composizioni che la costituiscono sono dei poemetti autonomi.
In E c’erano i Gabbiani leggiamo: “E c’erano i gabbiani/ si sentiva il loro canto/ sembrava fossero lì/ sulla spiaggia da secoli/ al largo una canoa gialla/ il Sole del Tramonto/ appena giunto con le Nuvole/ appena giunto sulla spiaggia/ la parola dei Gabbiani».
Veramente alta la poesia Appuntavo i miei pensieri più belli che come altre non è legata alla tematica dominante del corposo volume: “Le parti del nostro corpo sognano?/ L’anima è più bella/ lo Spirito pure/ A volte alcuni sogni vengono ad avere origine/ da alcune singole parti del corpo,/ il corpo non doveva diventare/ un limite ai nostri pensieri/…”
Del resto la poetica dell’autrice esprime stabilmente l’emozione di una reverie di un sogno ad occhi aperti pervaso da una vaga malia.
Raffaele Piazza
Adriana Deminicis, 8 Infinito 8 – L’arrivo del Gabbiano, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 152, isbn 979-12-81351-33-2, mianoposta@gmail.com.
Pietro Nigro, "Opera Omnia"
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OPERA OMNIA
Volume 1 – Poesie
Dopo tante fatiche letterarie Pietro Nigro, poeta e scrittore siciliano di Avola (classe 1939), si gode il meritato riposo dall’insegnamento e, giunto a un certo momento, fa il bilancio della sua vita. Comincia a riunire le sillogi poetiche sotto lo stesso titolo nell’Opera Omnia (Guido Miano Editore, Milano 2024), dedicata alla moglie da poco scomparsa. Quest’opera, negli auspici della Casa Editrice, assume il senso di “divenire e costituire una ‘memoria’ documentativa e testimoniale degli scrittori contemporanei”, rammentando che non sempre il merito giunge nell’immediato come la storia delle letterature insegna (per esempio Gianbattista Marino, Vincenzo Monti, Italo Svevo) oppure giunge in tarda età (come è successo ad Andrea Camilleri, il padre del “Commissario Montalbano”). Auspicio che serve di stimolo e di conforto per scrittrici e scrittori militanti.
Nella prefazione, il lombardo Enzo Concardi considera la vicinanza del sentire tra Guido Miano e Pietro Nigro per via delle comuni origini siciliane in terra siracusana e l’amore per la cultura classica dell’antica Grecia. Il critico si sofferma sulla struttura dell’Opera spiegando che le poesie si distendono su sette capitoli: nei primi sei confluiscono quelle selezionate e raggruppate secondo “motivi ispiratori dell’ars poetica”; e nell’ultimo, gli inediti. Infine commenta: “Lo scavo in profondità lo accomuna alla poesia d’impegno umano, intellettuale, etico, civile che tanto manca nel panorama contemporaneo”.
I motivi ispiratori sono i seguenti (molto succintamente): 1- le migrazioni dei siciliani nella grecità perduta; 2- simbiosi tra uomo e natura; 3- memoria come passato; 4- vita e amore; 5- vita e oblio; 6- divinità e trascendenza: 7- Gesù e l’attualità.
Possiamo dire di trovarci dinanzi ad una autobiografia e a una dichiarazione di poetica. Solo per dare un assaggio dell’humus poetico mi soffermo sull’Opera anche perché giovano sempre le emozioni primarie (o “primeve”, per usare un aggettivo più volte ripetuto dal Nostro). Citerò brani e omettendo le barre separatrici dei versi, considerata la loro scorrevolezza.
***
Trinacria e Magna Grecia. Pietro Nigro apre con Esodo e segue con argomenti legati alla Sicilia, il suo Sud. Appare chiaro il suo sentimento sull’emigrazione della sua “gente”, partita e destinata a vivere e a morire altrove. La sua è terra d’aranci e limoni, di fichi d’India, di zagare e salsedine, di sole e del carrubo; della bella Taormina, di Noto e di Avola. Terra dagli “aromi di pane secco d’olive e di menta”; mentre adesso si respirano gas solfidrici delle ciminiere. La sua coltre è fatta delle Madonie, dei Monti Iblei e di trazzere; vi si respira “tiepida brezza marina”; ma, sembra dire, è terra tradita dagli uomini e abbandonata da Dio. I suoi, sono “uomini duri come scorza d’ulivi”. Si chiede se la sua Isola si risolleverà, riprendendo l’antico splendore. Terra dal “sapore greco antico d’Eschilo e di Pindaro, di Teocrito, Simonide e Bacchilide.” (Indefiniti confini, p.29). Disilluso, promette: “Non voglio fiori bianchi sulla mia tomba, ma certezze.” (Ho visto seccare il torrente, p.24).
Chiaroscuri della natura, è conseguente di quanto precede: “Non mi rimane forse che sognare… Non posso credere che invano trascorra una vita per prepararsi alla fine l’oblio d’una tomba;” (Si scioglie l’inverno, p.38). Qui lo spirito si distende beandosi dei verdi campi nell’incanto della natura: “Giardini che ornate le campagne del Sud e che Goethe esaltò con le parole «Conosci tu il paese dove fioriscono i limoni?»” (Odoranti campi di zagara, p.59).
I labirinti della memoria. Pietro Nigro si raccoglie nel silenzio delle sue meditazioni, andando all’età della spensieratezza, anche se la realtà gli sta sotto gli occhi. Affiorano così dal suo profondo frammenti di memoria, immagini evanescenti, come di fantasmi, di case distrutte, siamo nel secondo dopoguerra, di case abbandonate dai comignoli muti. Passioni esaltanti, sogni e progetti, come su “tele illusorie”; ma dentro egli piange. Si trasporta a Parigi (Montmartre, la chiesa del Sacré-Coeur, Saint-Germain, la Senna, Saint-Michel, la Sorbona). Ci offre un tocco dotto d’arte e di poesia. Ma, prossimo per un addio, sembra che i suoi passi abbiano lasciato l’impronta.
Amore è vita, evoca la sua donna “Dov’è l’amor mio mentre tra le fredde ombre di solitarie luci nell’immensa solitudine di stanche strade addormentate solo avanza la mia nostalgia di lei col passare della notte sotto i portici d’una città in attesa.” (Lontananza, p.96). Eleva un inno all’amore, riprende il motivo della ricordanza “La sera al Boulevard Saint-Michel”, in compagnia del suo amore nell’estate al Bois de Boulogne, a Montmartre, métros di Cluny, Saint-Germain, Saint-Michel, e altre località divenute luoghi dell’anima ove “parlare d’amore”.
Tra la vita e l’oblio, è canto che si fa lirica: “Non andremo più a raccogliere fiori di campo tra gli ulivi” (Caducità, p.119). Pietro Nigro ripercorre momenti che hanno preceduto la “subdola malattia, inizio di morte” (Contropartita, p.122). Piange e le certezze vengono meno, muoiono le illusioni, perfino la natura non avrà il suo profumo e il suo canto.
Dal dolore all’anima, dall’essere all’infinito. Il pensiero si fa più assertivo e rassegnato. Emergono pensieri di morte, rivolge un pensiero al proprio padre svanito in una “notte di marzo”, un pensiero pure al poeta e attore Bruno Vilar (marito dell’attrice Paola Borbone, morto in un incidente automobilistico); alla figlia Gabriella (1967-2014), prematuramente scomparsa. Si chiede: “Dov’è il segno della sua rivelazione?” (Gesù e la storia, p.177). Non resta che la fede!
Alla fine del tragitto, capitolo settimo, silloge inedita del 2023. Il Poeta considera che fin dai tempi primordiali l’essere umano ha avvertito il bisogno di rivolgersi a un Essere superiore, chiamandolo con nomi diversi. Ma man mano, bisogni indotti e superflui, hanno prodotto “malsani pensieri”. Anche qui pensieri di morte, della figlia, e dei morti recenti come nel conflitto in Israele nella Striscia di Gaza [territorio grande quanto la città di Enna o di Firenze]. Deluso dalla situazione attuale, dei molti morti. L’animo afflitto cerca conforto nell’illusione di Parigi. Infine conclude con quest’ultimo pensiero: “Se l’uomo un giorno volgesse lo sguardo dove l’orizzonte non ha più confini, … agevole sarebbe il percorso della sua vita più sopportabile il dolore della morte sublime la strada che conduce all’immenso” (La meta, p.193).
***
Penso che a un certo punto della vita poeti e poetesse ambiscano realizzare un’opera che raccolga il meglio di sé, se non addirittura una raccolta completa del proprio pensiero. Confesso di avere letto già sei o sette opere del poeta siciliano di Avola e non nascondo che ciò, forse, mi ha condizionato nel formulare la mia impressione sull’opera in parola. Altresì penso che Pietro Nigro con la sua Opera Omnia (volume 1, relativa alla poesia), riferisca un dettato sentimentale comune a tutti gli esseri umani; ma credo lo faccia semplicemente con gocce di vera poesia, degne di essere citate, che si trasformano in un fiume. Raccontare diventa un bisogno, un filo teso per unire chi ci sta vicino, che amiamo e che ci ama; raccontare vuole significare legare il presente al passato e proiettarlo nel futuro per trovare il senso della vita, ma anche “il senso della morte” (mie virgolette).
Tito Cauchi
26 luglio 2024
Pietro Nigro, Opera Omnia. Volume 1 - Poesie, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 208, isbn 979-12-81351-28-8, mianoposta@gmail.com.
Franco Colandrea, "A mio figlio Paolo"
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A mio figlio Paolo – Dialoghi d’amore
Franco Colandrea
Guido Miano Editore, Milano 2024.
Non credo che sia necessario impiegare molte parole per descrivere il dolore cocente e insuperabile, la terribile deprivazione affettiva e intellettuale-morale, provocati nell’animo di un genitore dalla morte di un figlio, evento difficilmente concepibile e quindi razionalizzabile nella sua innaturalità.
Un maestro del pensiero antico, nonché grande scrittore, Lucio Anneo Seneca, nella Consolatio ad Marciam – un testo databile intorno al 40 dopo Cristo – si accinse a confortare la madre, figlia del senatore Cremuzio Cordo, la quale aveva perduto il suo Metilio, ricorrendo ai luoghi consueti della dissertazione filosofico-letteraria; riuscì tuttavia a focalizzare soprattutto la pena tenace e tormentosa («Tertius iam praeterit annus, cum interim nihil ex primo impetu cecidit: renovat se et corroborat cotidie luctus et iam sibi ius mora fecit eoque adductus est ut putet turpe desineret», 1 («Ormai sono passati tre anni, e ancora niente dell’originario sgomento è venuto meno: piuttosto si rinnova e rinvigorisce ogni giorno e la durata si è fatta diritto, sino a spingersi a ritenere disonorevole desistere, traduzione mia»), e a indicarne la causa precipua: «Nihil enim ad rem pertinent anni, quoniam nullum non acerbum funus est quod parens sequitur», 17 («Perché al riguardo non contano nulla gli anni, in quanto non c’è funerale, che abbia al suo seguito un genitore, che non sia prematuro»).
Franco Colandrea, nell’intento di definire la propria condizione etico-sentimentale, si affida alla rappresentazione accorata dell’analoga situazione psicologica di una “signora senz’anima”, tramite la felice soluzione narrativa della corrispondenza speculare, dell’individuazione di una “microstoria” entro la “storia” principale, secondo lo schema inventivo che i critici professionali chiamano mise en abîme: «Ogni pomeriggio giravi con la bicicletta ed una signora molto magra ti salutava sempre, il suo volto era molto scavato dalla disperazione. Un giorno mi domandasti cosa avesse quella donna e perché fosse sempre triste, ti risposi che aveva perso il suo unico figlio per un incidente stradale (…) Mi abbracciasti ed esclamasti: “Povera donna, papà!” Ora sono io che cammino nella stessa piazza» (La signora senz’anima, il secondo corsivo è mio).
L’episodio appena menzionato costituisce altresì un interessante momento di svolta nell’organizzazione strutturale-compositiva del racconto, ne precisa l’equilibrio formale e stilistico. La parte iniziale del testo, che lo comprende, è caratterizzata infatti dall’essenzialità e dalla nettezza del discorso, dominato da una simmetria basata sulle frequenti cadenze iterative e come bloccato da scoperte preoccupazioni cronistiche connesse all’obiettività di un accadimento tragico e ineluttabile, che ha imposto uno stato sconvolgente di mancanza, di sottrazione e quindi di autentica amputazione spirituale: «Ti ho voluto in vita con la forza della vita. Mi hai fatto vivere con quella magica forza della vita. Ti ho cresciuto con la potente forza dell’amore. Ci siamo tenuti in vita e siamo cresciuti insieme con la forza dell’amore e della vita (…) Appena viene a mancare la forza della vita, anche quella dell’amore lentamente passa nel buio dell’orizzonte» (A Paolo con forza, corsivo mio, come sempre dopo); «Di sera, nei momenti in cui ci vedevamo, il tuo sorriso mi caricava. Di giorno, al telefono, vedevo sempre il tuo silenzioso sorriso, era energia invisibile per tutti e due. Di notte la parte conscia del mio cervello comunicava con la parte inconscia, sorridevo col tuo sorriso. Mi manca il tuo sorriso» (Il tuo sorriso); «Sui Monti Ausoni – ricordo che avevi dieci anni – insieme abbiamo esplorato gli impenetrabili boschi di lecci, eravamo felici (…) Adesso non troverò più niente di simile, ma quello che manca veramente è il tuo sorriso» (Appunti di gioventù).
Il ricordo è straziante, e la terribile, profonda lacerazione suggerisce di conseguenza correlazioni antitetiche: «Avevi otto anni e la febbre che sfiorava i quaranta gradi (…) Era notte ed avevi paura del buio. Trovammo tre candele strette e lunghe (…) Era una luce flebile ma piena di calore. Ora quel pagliaio è vuoto e senza luce» (Il pagliaio).
In seguito però – grazie anche all’aiuto “terapeutico” della “scrittura” (mi sembra invero interessante lo spunto meta-letterario costituito dal capitoletto intitolato Amica penna: «Non ti stanchi mai, sei sempre disponibile, alle volte hai delle pause di riflessione, ogni tanto vieni buttata con rabbia nel pennaiolo, ma poi vieni ripresa e così sei di nuovo pronta a dare una mano») – il respiro sintattico si amplia, la costruzione dei periodi si fa più complessa, e l’ossessione memoriale diventa occasione per una sublimazione ideale, per un meditato trascendimento catartico del cupo animus luttuoso, attraverso un percorso lucidamente deliberato nella sua alterità qualitativa, carica di rigeneranti implicazioni emozionali e cognitive: «Non riesco ad avere pace, ma devo accettare il fatto compiuto. La strada che intendo intraprendere per comunicare con te attraverso il corpo eterico è nel campo della metafisica e spero tanto un giorno di riuscire a comunicare con te attraverso uno di questi canali» (La rassegnazione).
Così il rapporto padre/figlio riprende e si rinnova attraverso il sogno, un’esperienza che gli antichi greci ritenevano un dono della divinità (« Ὄναρ ἐκ Διός ἐστιν », si legge nel primo libro dell’Iliade): «In sogno, davanti al caminetto acceso che riscalda anche le più remote cellule del corpo, il pensiero è sempre costante verso di te, e ora riesco a vederti, ti vedo con gli occhi della mente nell’altra dimensione (…) Mentre ti volti, accenni ad un sorriso di compiacimento e durante il ritorno verso il tuo Paradiso sussurri alcune parole che sembrano dire: «Ba (Papà), io sono con te, sono sempre vicino a te» (Il sogno di ri…nascita).
È questo il cuore del libro di Colandrea: la comunicazione consentita dall’attingimento di un’altra dimensione, dall’ “oltrepassamento” dei “confini dell’Universo” (v. il racconto L’amore) non può che rivoluzionare ogni misura interiore, rivelando la grave inadeguatezza di ogni concezione relativistico-empirica ispirata al materialismo positivistico. Auspice pure l’influsso della sapienza vedica, la mente del genitore, che ora da maestro si trasforma in scolaro («Dopo la giornata lavorativa non vedo l’ora di andare a letto a dormire con la speranza di rivederti in sogno e ascoltarti ancora perché ho tanto da imparare da Te, figlio mio. Come vedi, ora i ruoli si sono invertiti» (L’ascolto), si apre al mistero, all’idea dell’anima immortale, alla prospettiva dell’incontro liberatorio e gratificante con una Presenza d’amore, la quale assicura infine uno scopo positivamente orientativo alle dinamiche dell’intero ordine vitale, datoché è convinzione conclusiva dell’autore che «tutto vada ‘come se’ il mondo fosse diretto a un fine da una volontà intelligente e superiore» (Il cervello del mondo).
Floriano Romboli
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L’AUTORE
Franco Colandrea, nato a Vallecorsa (FR), vive a Monfalcone (GO). Ha svolto il lavoro di Finanziere nelle Fiamme Gialle e poi dipendente pubblico alla Regione Friuli Venezia-Giulia. La sua vita è cambiata dopo la dipartita prematura del figlio Paolo. Oggi ha quattro lauree e si occupa di Naturopatia. Ha pubblicato i volumi: Le parole che ti ho detto e non ti ho detto in vita (2005), Dialogo inconscio da dimensioni diverse tra figlio e padre (2006), Dialoghi onirici tra padre e figlio - Paolo l’Immortale (2006), Senza Dio sono niente (2018), Rinascere a nuova vita dopo aver subito un dolore impossibile (2023).
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Franco Colandrea, A mio figlio Paolo – Dialoghi d’amore, prefazione di Floriano Romboli, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 80, isbn 979-12-81351-40-0, mianoposta@gmail.com.
Francesco Salvador, "Il dono dell'alba"
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Francesco Salvador
IL DONO DELL’ALBA
Il dono dell’alba (Guido Miano Editore, Milano 2024) è una raccolta di poesie non scandita in sezioni che risulta alla lettura magmatica per la densità metaforica dei componimenti che, pur essendo autonomi tra loro, per l’unitarietà contenutistica e formale possono in toto essere letti come un continuum di versi come se fossero collegati da un filo rosso invisibile.
Qui l’ordine del discorso è sotteso ad emozioni debordanti che crea il poeta, emozioni comunque sempre controllate a livello stilistico e formale, e per l’opera esaminata in questa sede si potrebbe arrivare alla definizione di poemetto.
Il male di vivere di montaliana memoria, e vissuto intensamente dal poeta, sembra essere il protagonista di questi versi.
E se nel titolo del volume si parla di un dono di luce è sottinteso che per una caratteristica dei versi presi in considerazione bisogna riferirsi anche ad un altro tipo di dono, che è quello del turbamento che serpeggia ridondante nei versi di Salvador.
Tuttavia, come evidenzia anche Enzo Concardi nell’acuta prefazione ricca di acribia, Francesco Salvador non sta assolutamente a piangersi addosso, affranto da una vita che dà scacco, ma reagisce conscio che la condizione umana può riservare anche tantissime gioie e che la vita stessa è degna di essere vissuta.
Già il titolo della raccolta evidenzia che la vaga luminosità dell’alba è un dono in se stesso e ci fa intendere che nella coscienza letteraria dell’autore può realizzarsi anche la felicità, forse come in momenti perfetti di sartriana provenienza.
Il poeta sa che è proprio la pratica della poesia quello che può salvarlo a prescindere da una visione trascendente dell’esistere.
E la stessa alba è luce e può divenire rigenerante e portatrice di un approccio nuovo alle cose nel confrontarsi con la realtà in tutte le sue sfaccettature e tutti i suoi settori.
In altre parole se la vita non è facile per nessuno, nonostante il pessimismo di fondo, si può varcare anche nel transito terreno la soglia della speranza.
E se Francesco affronta i temi del male, e della morte e del dolore lo fa lucidamente per esorcizzarli e poi trovare serenità.
E non a caso si ritrovano componimenti che sembrano un inno all’ottimismo che non potrebbero esserci se il poeta non avesse toccato nella sua ansia il fondo come attraverso una sintesi di sentimenti per una risalita fino ad una salvifica superficie con animo sereno e senza sforzo.
Molto bella densa e suggestiva la poesia che apre la raccolta intitolata Una mano sulle pietre componimento che ha un marcato carattere programmatico.
Nella suddetta poesia la psiche e il corpo del poeta stesso, dell’io – poetante, sembrano sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d’onda per un magico e affascinante accadimento che trae l’incipit proprio nel toccare con una mano le pietre come nell’incipit della composizione.
“Mi è di conforto/ posare una mano sulle pietre/ della città visitata nei giorni di festa/ più degli occhi ora è forte/ l’istinto di trattenere/ quelle forme nella mente/ come chi sente la vita andare/ e stringe la mano/ dell’ospite nella casa fredda/ e non vuole lasciare la presa/ cercando così di truffare il tempo…”.
Come scrive giustamente Concardi nella prefazione «la poesia di Francesco Salvador va visitata come se contenesse un mosaico d’occasioni che la vita presenta ma che si risolvono spesso in illusioni e poi delusioni, lasciando un fondo amaro per mancanza di prospettive a lunga scadenza».
Raffaele Piazza
Francesco Salvador, Il dono dell’alba, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 88, isbn 979-12-81351-32-5, mianoposta@gmail.com.
Tommaso Tommasi, "Poesogni"
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Poesogni
Tommaso Tommasi
Guido Miano Editore, Milano 2024.
Io con Tommaso Tommasi mi sento in colpa per due motivi. Primo motivo: mi occupo di editoria da trent’anni; ho iniziato verso la fine anni degli anni Ottanta ancora studente liceale con i primi articoli su riviste locali e con i preziosi consigli di mio padre Guido che dirigeva la nostra Casa Editrice. Confesso anche di avere stilato centinaia di prefazioni, saggi, monografie su autori e artisti contemporanei; e tenuto conto della mediocrità dei tempi di oggi, si tratta spesso di espressioni artistiche ormai livellate su canoni estetici e formali consueti e scontati. Mai come in questo caso mi sono imbattuto in un autore sui generis che mescola brani (forse derivano da sogni interrotti?) o meglio brandelli di racconti di vita vissuta spesso dal sapore autobiografico con stralci di liriche in un vortice caotico apparentemente senza senso. E solo ora mi rendo conto della complessità del dettato poetico di Tommaso Tommasi.
Sepolto dalle urgenze redazionali, mi accingo a scoprire un autore di caratura unica. Una scrittura, la sua, che si avvale di un mosaico di frammenti, episodi, immagini, brevi accadimenti slegati tra loro. Pensieri e riflessioni in un magma di sentimenti e osservazioni, racconti e aneddoti spesso senza una logica consequenziale. Lo stesso titolo della raccolta Poesogni è frutto della fantasia dell’autore come i titoli Ripamaro (2020) e Lamodeca (2022) pubblicati da questa Casa Editrice (e non prefati da me ma dal nostro valido e storico collaboratore Enzo Concardi) e che costituiscono una sorta di triade. Tre volumi che racchiudono un percorso di vita e sperimentazione linguistica già intrapreso con la pubblicazione del primo volume Il vento dell’anima nel 1977.
Come giustamente ha notato da Enzo Concardi nella prefazione a Lamodeca «… ne risulta una sorta di zibaldone di motivi, temi, generi letterari, stili i quali sono tuttavia uniti da un principale filo conduttore: stralci di vita dell’autore tratti dalla memoria e proposti oggi come una retrospettiva di vissuti tradotti in forma letteraria in cui vi sono occasioni perdute, esperienze giovanili, prove narrative e sogni interrotti da risvegli».
Proprio in Poesogni (G. Miano Editore, 2024), in uno stato di immaginario dormiveglia, il nostro poeta alterna brani lirici con sogni o meglio brandelli di sogni in una girandola di riflessioni, episodi di vita, memorie macerate intimamente. La dimensione del sogno sempre presente nella sua produzione, qui diventa elemento catalizzante e se vogliamo un processo di “catarsi” dai mali del mondo.
Il rifiuto di una società sempre più alienata e disumanizzata con i suoi falsi miti del progresso e con le sue idolatrie lo portano a isolarsi e a costruire un’interiorità sensibilissima per cui la poesia diventa l’unico approdo “al mal di vivere”; la poesia come tutta l’arte in generale diventa l’unica corazza per difendersi da un mondo ostile e nel quale non si ritrova.
La massificazione della società moderna con la distruzione dei valori più autentici rende il mondo dominato dal caos senza più una gerarchia di valori o principi morali. Il poeta percepisce questo disagio, si sente sopraffatto e questa dolorosa osservazione del mondo rende ancora più difficile il dialogo con l’umanità. Ma Tommaso Tommasi rimane impassibile a volte; la realtà continua a conservare il carattere dell’enigma, dell’illusione, le cose rimangono prive di chiari contorni e di colori. Quasi un caos calmo, un ossimoro di morettiana memoria, dove in una dimensione caotica il poeta trova quasi una rassegnazione senza via di fuga.
La sua complessa e articolata personalità ci induce a una particolare valutazione dell’opera letteraria; oltre a dedicarsi alla poesia, Tommaso Tommasi si dedica al teatro, alla fotografia e alla pittura. Poesia sintetica nell’espressione, dotata di una notevole cadenza ritmica, che non ignora certo la frequenza con i classici, strutturata sostanzialmente tra l’immagine lirica e un ripiegarsi acuto e dolente nell’interiorità; un’interiorità che è resa più aspra dalla solitudine e dallo scorrere del tempo.
Perciò al primo impatto sembra essere una poesia caratterizzata da una visione fatalista e pessimistica della vita dove regna il caos o il disordine e i sogni aiutano ad evadere da questa realtà dolente: «I sogni non sono inutili / se poni tra le mani / un sipario di vetro. / E l’abisso risale / verso volti di uomini / che nascondono la rabbia / della palla del mondo».
Ma anche nella cupa disperazione e sensazione di angoscia si apre uno spiraglio: «Mi hai incantato col tuo caldo corpo / verso confini sconosciuti. / Suonerò il tamburo della mia vita / come il bambino che è in me. / Quel giorno sarà un sogno / e come il sogno sarà senza dimensioni. / Non potrà essere collocato / nello spazio e nel tempo. / Come un sogno / non potrà avere né un inizio né una fine. / Quel giorno sarà come una vita intera».
Ma cos’è poi l’arte, se non un tentativo di recupero del mito di quell’innocenza perduta a cui noi tutti tendiamo e di cercare di scovare negli abissi della propria coscienza quel poco di pace che tutti cerchiamo e che solo pochi raggiungono. E Tommaso Tommasi questo lo sa bene: «Libero, avrei voluto / confessare la mia malinconia. / ma il mondo lontano / abbandona le case del povero / senza graniglia di marmo / o finestre colorate di luce; / e le braccia ricadono stanche / senza le parole incantate / di un mago di bottega».
Il suo non è un canto illusorio poiché sogno, realtà e illusioni si fondono in una identità presente con il pensiero e l’azione. La poesia del nostro autore rivela anche la preoccupazione per quanto dell’uomo rimane di ciò che egli ha vissuto e sofferto nell’iter terreno e comprende che solo l’opera del pensiero individuale può continuare a vivere dopo l’annullamento fisico. Ma ecco che forse «(…) ci sarà sempre / un sorriso di donna / che guarderà felice / lontani orizzonti». Il che non è poco e lascia aperto comunque qualche barlume di speranza. Ed è in questo che risiede l’intima essenza della poesia per Tommaso Tommasi.
Il secondo motivo per cui mi sento in colpa è non avere letto prima gli altri suoi volumi precedenti.
Michele Miano
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L’AUTORE
Tommaso Tommasi è nato a Ripatransone (AP) nel 1948 e vive a Seriate (BG). Laureatosi a L’Aquila, ha insegnato teatro, fotografia, poesia, lingua italiana. È stato bibliotecario presso il Liceo Scientifico di Bergamo. Ha collaborato come pubblicista con giornali e riviste; ha pubblicato varie raccolte di poesie. Tommasi è anche pittore ed ha allestito diverse mostre personali e collettive. Nel concorso “Opera Uno 2011” si è classificato tra i vincitori.
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Tommaso Tommasi, Poesogni - Poesie e sogni, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 80, isbn 979-12-81351-36-3, mianoposta@gmail.com.
Adriana Deminicis, "8 Infinito 8 - L'arrivo del gabbiano"
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8 Infinito 8 – L’arrivo del Gabbiano
Adriana Deminicis
Guido Miano Editore, Milano 2024.
Dopo la pubblicazione de La gemma di giada nel 2023 – che ha visto sempre la mia prefazione – ecco ora l’apparizione de L’arrivo del Gabbiano, seconda opera di Adriana Deminicis, appartenente al ciclo dedicato all’Infinito: ne è sicuramente la prosecuzione poetica ed ideale, riprendendone i motivi di fondo e la tecnica letteraria. La poesia incipitaria del libro cerca di illustrare al lettore il lungo cammino che l’aspetta per raggiungere mete e traguardi di spiritualità e benessere, nell’unione con il Tutto: porta lo stesso titolo simbolico della raccolta ed è una sorta di dichiarazione programmatica del significato della presenza dei gabbiani, ovviamente metafora da svelare. I versi chiave mi sembrano i seguenti: «… Il Gabbiano in volo rappresenta / il mio pensiero che ha trovato la via / per poter uscire ed intraprendere / il cammino, nel respiro liberato / che fluttua nell’Aria, ondeggia / ed a ogni batter d’ali / fa imprimere parole sentite, / sgorgano fluttuanti senza remore e paure / e dicon ogni cosa, / tutto quello che il mio cuore in questo momento sente...».
La mente e il sentimento della poetessa agiscono quindi all’unisono, investendo tutta la personalità, l’essere, l’anima, i sensi per compiere un cammino di liberazione e di guarigione, simile alla funzione dell’antica “vis medicatrix naturae”. Qui potremmo già citare - come esemplificazione – le liriche Il quarzo citrino («Non era un vezzo / senza significato / portare un ciondolo / di quarzo citrino /…/ lo vedevo luccicare / lo tenevo a me vicino / e i suoi effetti e benefìci / si imprimevano ben presto / sul mio corpo…»; La gemma di giada («Scompariva il dolore dal corpo / grazie alla preziosa gemma di giada /…/ erano il cielo stesso, l’aria, le acque del mare / a volere tutto questo...»; La gemma corniola («... / indossavo una collana al collo / avvertivo una energia diversa /…/ per non parlare della carnagione / che assumeva un colore diverso ringiovanito / grazie anche alla gemma corniola, / che portavo al collo»).
Gli elementi della Natura sono quindi protagonisti in questa poesia i cui contorni vanno gradualmente definendosi nel suo sviluppo e che incontreremo nell’analisi critica, elementi che sempre interagiscono con l’io dell’autrice, svolgendo un ruolo di alter-ego nel dialogo colloquiale, immaginato e vissuto nell’interiorità ed esternato attraverso il linguaggio poetico. Si tratta dunque di una poesia soggettiva, in definitiva auto-centrata sull’universo personale, una sorta di lunga confessione, un monologo che letterariamente assume la forma di una poesia-fiume che scorre nelle sue vene, trasformandosi in poesia-narrazione e sublimandosi in poesia visionaria, dove la realtà fa solo capolino, in attesa di trasfigurarsi in altro da sé.
In certi frammenti è come l’osservare i particolari di un quadro impressionista, poiché taluni versi ricreano quel tipo di atmosfere: «Vidi passare un fiore di canna rosso / nel cestino di una bici, / ho visto ancora un gioiello rosso / nella via del mercato ed un occhio blu, / si respirava finalmente un sorriso / nel viale del pigneto /.../ C’era anche una farfalla bianca, / quell’abitino senza maniche / mi faceva ancora sognare…» (La via del pigneto).
Ovviamente i richiami alla presenza dei gabbiani nei testi della Deminicis sono numerosi, per cui non possiamo esimerci dal proporne alcuni anche al lettore. Dapprima ci soffermiamo su Entrare nel flusso, lirica nella quale tutto è teso alla ricerca dell’armonia, della comunione vitale con l’energia dell’universo, dove l’arrivo del gabbiano porta al superamento delle contraddizioni, crea alchimie con tutte le creature viventi: la poetessa si alza in volo con lui e sogna l’isola immaginaria, ovvero il regno dell’Amore, la possibilità di un nuovo benessere. Significativa anche Il gabbiano, dove assistiamo ad un flusso ininterrotto di immagini legate ad associazioni di ricordi liberamente rivissute ed espresse, e dove i luoghi concreti si trasformano in contesti irreali senza nomi, tempi, storie, come se la poetessa si fosse seduta sul lettino di uno psicanalista e parlasse a ruota libera dei suoi sogni; così il mare ed il cielo l’avvolgono completamente fino a godere la pienezza del vivere, una completa felicità e le altezze dello spirito, grazie alle lezioni impartite dal gabbiano. Ne I Gabbiani. Arrivarono in tanti, accogliamo un altro messaggio d’infinito e di rinascita, poiché – dice il testo – i loro sguardi andavano oltre i limiti del tempo, presagivano l’arcobaleno all’orizzonte dopo i tuoni del temporale, indicavano la ricchezza della gamma dei colori naturali.
Ed ancora La baia dei Gabbiani, tecnicamente un acrostico basato sul vocabolo poesia, con il chiaro incipit: «Nella baia dei Gabbiani si viveva di poesia…». Un altro sito onirico dove si attendeva la metamorfosi della vita, ma dove: «... Dovevamo essere aiutati, / dovevamo aiutarci perché qui vigevano / ancora la malattia e la vecchiaia / e c’era ancora tanta dipendenza / così da annullare le proprie ricchezze personali...». La poetessa usa il verbo al passato in quanto si tratta di sogni o visioni e quindi eventi già avvenuti, oppure perché sono stati esistenziali preesistenti ed ora superati: vige la legge della dinamica nel nostro vivere.
Nel complesso la poetica del libro sembra rispecchiare talune acquisizioni della filosofia conosciuta come New Age (“Nuova Era”), vasto movimento culturale che comprende diverse correnti psicologiche, sociali e spirituali di natura alternativa sviluppatesi negli ultimi decenni del secolo scorso, come certi concetti e pratiche quali la meditazione yoga, il ‘channeling’, la cristalloterapia, la medicina olistica, l’ambientalismo, l’astrologia, la cabala, la teosofia, le sincronicità numeriche... Tale visione sovente accomuna gli elementi della Terra, del Mare, del Sole, della Luna, dei Pianeti, e degli altri corpi celesti come fonti di energia per la vita umana. Le liriche della Deminicis che rispondono a queste caratteristiche sono numerose ed è interessante scoprire dai loro versi le affinità esistenti; ne segnalo alcune al lettore.
Leggiamo L’energia di Gaia (Gea, la Terra) e vi troviamo il desiderio di connessione con l’energia universale, guaritrice e benefica, apportatrice – dice la poetessa – di quel grande Amore che ha sempre ricercato nella sua vita. Visitiamo L’orizzonte e il mare – dove si dispiegano vaste dimensioni spirituali, ontologiche, oniriche – e conosciamo l’influsso positivo del mondo delle acque, degli oceani con la voce del mare che parla a lei con tutta la sua forza. Così anche in Una conchiglia emergono i bisogni dell’anima, la necessità di una rigenerazione antropologica, dell’incontro con l’amore vero, di una sconfitta della solitudine perché siamo fatti per vivere evangelicamente riuniti ed accedere al Tutto. Ecco poi la divinizzazione del grande astro (L’amore del Sole) che ci regala la vita con i suoi raggi, ai quali non si può rimanere indifferenti: essi parlano e la loro voce ha molte cose da dirci. Il tema è ripreso e sviluppato anche in Una canoa. In tali visioni scontato è uno sguardo diverso verso la Luna: non la gelida ed ostile luna leopardiana, ma la calda, amica e benefica luna, poiché «...Luna eri venuta / per rimanere con me per sempre…». Accanto alla Luna ecco Marte, pianeta bellissimo che, come tutti gli altri corpi celesti, richiama il pensiero dell’Infinito. Infine la poesia astrale dell’autrice si sofferma su Gli anni dei Numeri, dai poteri magici e taumaturgici: «... Ogni numero mi avrebbe accompagnato / con il cuore in mano, ogni numero / mi avrebbe portato giorni generosi / pieni di Amore e di Felicità».
Per consegnare ora al lettore ulteriori chiavi di lettura chiare e sintetiche, ovvero fuor di metafora, come si suol dire, de L’arrivo del Gabbiano, ne enunciamo le più importanti. L’umanità, la vita, l’universo, il cosmo, sono spiritualmente interconnessi per cui partecipi della stessa energia: Dio è uno dei nomi di questa energia. La mente umana ha poteri profondi e vasti che possono modificare la realtà: ognuno crea la sua realtà. Ciascun individuo ha uno scopo sulla Terra e una lezione da imparare: la lezione più importante è l’amore. C’è un nucleo mistico comune in tutte le religioni, orientali ed occidentali: i dogmi, l’identità religiosa, l’intolleranza sono ostacoli al progresso della specie. Tutto ciò che accade ha uno scopo: in ogni momento siamo nel posto giusto per imparare la propria lezione. Il nostro obiettivo è diventare capaci di amare tutto ciò con cui entriamo in contatto, scoprire il divino in ogni cosa e l’unione dell’Uno con il Tutto.
Il poemetto finale dal titolo Un occhio blu vuole insegnare tutto ciò con il risveglio del terzo occhio, la guarigione interiore, dopo la prigionia kafkiana in un castello e l’alienazione psicanalitica con un dottore in camice bianco: l’incubo finisce e nella storia – che sembra un sogno sconnesso – il protagonista ritrova se stesso e la propria felicità.
Enzo Concardi
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L’ATRICE
Adriana Deminicis è nata a Montegiorgio (FM) nel 1958. È docente nella Scuola Secondaria di II grado. Attualmente insegna presso l’I.T.T. Montani Fermo. Ha pubblicato le raccolte di poesie: Il mio tempo a che ora è arrivato? (2012), Il mio domani non è mai uguale (2013), Oggi così, domani in altro modo (2013), Momenti di vita quotidiana (2013), Quando (2015), Da un Poemetto alla Luna. I fiori di gelsomino (2022), 8 Infinito 8 – La gemma di giada (2023). Altre sue poesie sono pubblicate in vari volumi antologici.
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Adriana Deminicis, 8 Infinito 8 – L’arrivo del Gabbiano, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 152, isbn 979-12-81351-33-2, mianoposta@gmail.com.
Vincenzo Meo, "Oggetti preziosi"
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Oggetti Preziosi
Vincenzo Meo
Guido Miano Editore, Milano 2024.
La poesia di Vincenzo Meo, dotata di semplicità compositiva, assume i connotati di un atteggiamento introspettivo continuo e di analisi della propria dimensione meditativa. Affronta la scrittura letteraria come affronta la vita di ogni giorno con forza, dignità e fiducia e con lo sguardo pulito e profondo dell’artista che non teme di scontrarsi con lo squallore della violenza, della degradazione dei valori etici, di una società ormai alla deriva. La sua ispirazione artistica si snoda attraverso i binari dell’angoscia esistenziale dove alla solitudine e alla precarietà dell’esistenza umana non sembra esserci rimedio se non ripiegarsi in se stessi. È consapevole che solo la poesia e l’arte nella sua accezione generale può e deve essere strumento salvifico per le future generazioni. Si legga la breve e incisiva lirica Un poeta: «…Un poeta… / qualcosa in più, / qualcosa di diverso». E la lirica L’Artista: «È un uomo senza forma, / senza dimensione, / senza struttura, senza età, / senza confini».
In altri testi il poeta canta gli affetti familiari, l’amore per i genitori e la famiglia, le bellezze del Creato. Il sentimento della natura si direbbe poi essere un altro elemento catalizzante della sua ispirazione con la descrizione di felici e delicati quadretti agresti della sua Trivento e della terra d’origine. Il poeta soffre per l’amara consapevolezza dell’aridità dei tempi odierni, soffre per le guerre fratricide, per i soprusi, per le ingiustizie.
Rimpiange il tempo perduto, una vita agreste povera e sincera. Rimpiange gli insegnamenti del padre e dell’adorata madre: «… Mi avevi insegnato / a credere in qualcosa…/ Ora, tutto è cambiato! / Non c’è più giustizia; / i valori sono stati distrutti, / la favola è finita. / Ed io, / che ti avevo sempre / dato retta… / oggi devo lottare / in un mondo / corrotto». (Tuo insegnamento. I suoi versi si ispirano spesso alla memoria di malinconiche suggestioni del passato, a rievocazioni e rimpianto di una civiltà patriarcale e agricola. Prevale nei suoi testi la ricerca nostalgica e struggente di un’epoca perduta, di certe idealità, e valori ormai dissacrati dalla civiltà tecnologica e da un mondo sempre più individualista (…).
Michele Miano
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Di fronte all’angoscia del vivere umano, alle tremende vicende cui l’uomo assiste quotidianamente, Vincenzo Meo contrappone il suo peso interiore, anzi propone la sua intima personalità fatta di azioni, sentimenti e immagini genuine, pure, semplici, che calmano il cuore del lettore in ogni suo più nascosto anfratto.
Il suo pensiero, che tramuta in azione morale, rappresenta il suo iter comunicativo, la pace interiore ed esteriore che ognuno dovrebbe ricercare per “vivere” i giorni di questa vita terrena. L’autore di queste liriche sintetiche, chiare, precise vuole porgere all’umanità la speranza di un mondo migliore, le sue intime emozioni con una soavità, una delicatezza di spirito stupefacente, rivestita al tempo stesso di una corazza talmente coriacea che respinge i soprusi, le violenze, la guerra ed è permeabile al dolore, alle grandi sofferenze dell’umanità, alla solidarietà, al vero amore che solo potrà salvare e riscaldare l’uomo in questa valle di lacrime (…).
Romeo Iurescia
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Poeta della meditazione e dei ritorni Vincenzo Meo, poiché si immerge nei ricordi denunciando una certa tristezza di fondo, tristezza di un tempo che passa, un tempo che lo ha deluso perché simbolicamente legato al concetto del bene e del meglio, della morale e quindi dell’onestà che per una vita lo ha reso integro ai propri principi educativi lasciandolo però povero di mezzi e di soddisfazioni che invece altri riescono ad ottenere. Tormento d’uomo questo, ma un giusto come Vincenzo Meo ha in sé la più grande conquista: il mondo spirituale, che non ha limiti di ricchezza e di gioia profonda.
Da questi presupposti si diparte una poesia carica di forza a riscattarlo da quel dolore sordo che lo fa fortunatamente reagire, riuscendo a scrivere il proprio testamento spirituale in una chiave di tutto riguardo letterario. La qualità della sua poesia porta il marchio della migliore ispirazione; infatti il poeta è sorretto da una chiarezza mentale eccezionale, in quanto le immagini che formano i versi appaiono di un nitore formale e di un pensiero veramente incredibile. Anche se descrittiva la sua poesia assurge a trasfigurazione metaforica, questo significa che egli ha compreso che la poesia è tale se la forza del verso la qualifica nel contenuto e nella carica emotiva, carica impressa da un attimo che trascende la stessa realtà che il poeta intende enunciare. Soltanto così è possibile una realizzazione consona ai canoni che sostengono il concetto di poesia, anche se i modi per realizzarla possono essere diversi e legati alla sensibilità individuale (…).
Vincenzo Bendinelli
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L’AUTORE
Vincenzo Meo è nato a Trivento (CB) dove attualmente risiede. Ha iniziato a scrivere poesie dall’età di sedici anni; ha pubblicato le raccolte di liriche: Cielo grigio squarci azzurri (1979), Una luce diversa (1985), e il libro di pensieri in versi: Riflessioni (1993). Ha partecipato a rassegne letterarie ricevendo consensi e segnalazioni. Sue poesie sono inserite in numerose antologie letterarie.
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Vincenzo Meo, Oggetti Preziosi, prefazioni di Michele Miano e Romeo Iurescia, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 128, isbn 979-12-81351-35-6, mianoposta@gmail.com.
Daniela Burroni Giannoulidis, "Sfogliando il calendario"
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Daniela Burroni Giannoulidis
Il calendario della poetessa pavese Daniela Burroni scorre di giorno in giorno su binari essenzialmente autobiografici, rispettando rigorosamente un ordine cronologico da diario o agenda, ma per libere associazioni di pensiero e stati d’animo per quanto riguarda i contenuti e le tematiche. Ergo, inizia dal 1 gennaio, data nella quale ella colloca una lirica dal titolo Saliscendi, che rappresenta in sostanza ed in estrema sintesi il suo piano dell’opera e che quindi il lettore dovrebbe ben meditare per capirne gli scopi: “Aveva il saliscendi / la lampada del nonno / poteva illuminare l’intera stanza / o un piccolo lavoro da osservare… // Ho messo il saliscendi alla coscienza / e illumino d’un tratto / gli istanti della vita / qua e là / a quindici o a trent’anni / a sette a venti o l’altro ieri / e scopro all’infinito le emozioni / ritrovo / nello sfogliar degli attimi passati / il senso di una vita tutta intera”. Sfogliando dunque il suo calendario percorreremo con lei una cronaca familiare con innumerevoli spunti e particolari della vita quotidiana: c’è quasi un’apologia delle piccole cose che costituisce un ‘trait d’union’ con certi modi della poesia crepuscolare e, per altri aspetti, con il ‘modo di fare letteratura’ degli scrittori frammentisti del Novecento.
Se memoria ed emozioni sono tra gli ingredienti principali della sua recherche, alla poetessa non sfugge l’implacabile scorrere del tempo, scolpito da diversi pensatori d’ogni epoca in frasi rimaste memorabili: panta rei (Eraclito), tempus fugit (Virgilio), carpe diem (Orazio)… Ed è forse per tali motivi che Daniela Burroni coniuga con forza ed energia altri due concetti racchiusi nei termini: radicamenti e legami. I radicamenti sono con i paesaggi della sua terra pavese, con la città antica capitale longobarda, con il suo piccolo mondo degli affetti domestici; i legami sono quelli tenaci e gelosamente conservati con il passato ed in particolare con l’infanzia, i quali costituiscono un altro filone dominante del suo humus poetico. Tutto ciò nasce da una attenta e diuturna speleologia della vita interiore, dalla quale trae vissuti, sensazioni, immagini, suggestioni. Si rivela qui probabilmente il bisogno pressante di mettere ordine in tutti gli eventi dell’esistenza, oggi divenuti ricordi relegati nel passato, ma che lei non abbandona perché indelebili, soltanto suoi, che nessuno può violare o scippare. Il suo calendario, in conclusione, non contiene appuntamenti per il futuro, ovvero nuovi progetti di vita, ma rivisitazioni del passato che tiene compagnia al presente.
La poesia scritta nel foglio del 16 febbraio è un esempio paradigmatico di quanto l’analisi critica sta rilevando: “Lontano dagli spazi e dai tempi / del vivere quotidiano / l’esistenza è un filo sottile / che si nutre di cose amate / di ricordi di sogni // Infiniti segni del passato / danno la forma ai luoghi odierni / giorni e ore / storie e pulsare di sentimenti / infinite generazioni / susseguitesi prima che io nascessi / sono in me / anima stessa del mio pensiero / e poi saranno in voi / figli da me generati”. E, se vogliamo concretizzare possiamo citare, tra i tanti, i ricordi più cari: l’Epifania in famiglia, ma anche il vuoto dell’adolescenza, i ricordi della vita trascorsa ad Atene in Grecia, le fiabe raccontate da mamma e papà, le presenze nel giardino di casa, la poesia dedicata al Ticino, i luoghi dell’infanzia come Zavattarello, la sua casa vissuta come un monastero, il Duomo di Pavia, i vecchi traslochi dei contadini nell’estate di San Martino, i piccoli oggetti compagni di vita, gli scorci paesaggistici svelanti il suo amore per la natura, l’amore per il compagno anche se spesso lontano per lavoro… Importante il suo rapporto con la poesia: “Nel tumulto degli affetti / e dei tempi / ciò che desidero di più / è un pezzetto di carta / e una matita o penna / per buttar giù due parole: / la mia sintesi della vita” (17 febbraio); per esprimere, dice altrove, “la gioia di essere vivi / di esserci in questo momento”; oppure: “Resta la poesia / amica dei giorni tristi / ove annegare / pensiero e dolore / in fondo ad un verso”. Ma nel suo calendario Daniela Borroni scrive d’un evento che forse supera tutti gli altri: “Come per Paolo / sulla strada di Damasco / è stato un attimo / una folgorazione / il mio riconoscerTi“. Da qui la Sua presenza negli altri, nella pace ritrovata dell’anima, nella Resurrezione per abbandonarsi fra le Sue braccia, nelle bellezze del Creato, nell’Amore per l’umanità.
Enzo Concardi
Daniela Burroni Giannoulidis, Sfogliando il calendario, prefazione di Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 210, isbn 979-12-81351-34-9, mianoposta@gmail.com.
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