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poesia

Franco Colandrea, "A mio figlio Paolo"

27 Luglio 2024 , Scritto da Floriano Romboli Con tag #floriano romboli, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

A mio figlio Paolo – Dialoghi d’amore

Franco Colandrea

 Guido Miano Editore, Milano 2024.

 

Non credo che sia necessario impiegare molte parole per descrivere il dolore cocente e insuperabile, la terribile deprivazione affettiva e intellettuale-morale, provocati nell’animo di un genitore dalla morte di un figlio, evento difficilmente concepibile e quindi razionalizzabile nella sua innaturalità.

Un maestro del pensiero antico, nonché grande scrittore, Lucio Anneo Seneca, nella Consolatio ad Marciam – un testo databile intorno al 40 dopo Cristo – si accinse a confortare la madre, figlia del senatore Cremuzio Cordo, la quale aveva perduto il suo Metilio, ricorrendo ai luoghi consueti della dissertazione filosofico-letteraria; riuscì tuttavia a focalizzare soprattutto la pena tenace e tormentosa («Tertius iam praeterit annus, cum interim nihil ex primo impetu cecidit: renovat se et corroborat cotidie luctus et iam sibi ius mora fecit eoque adductus est ut putet turpe desineret», 1 («Ormai sono passati tre anni, e ancora niente dell’originario sgomento è venuto meno: piuttosto si rinnova e rinvigorisce ogni giorno e la durata si è fatta diritto, sino a spingersi a ritenere disonorevole desistere, traduzione mia»), e a indicarne la causa precipua: «Nihil enim ad rem pertinent anni, quoniam nullum non acerbum funus est quod parens sequitur», 17 («Perché al riguardo non contano nulla gli anni, in quanto non c’è funerale, che abbia al suo seguito un genitore, che non sia prematuro»).

Franco Colandrea, nell’intento di definire la propria condizione etico-sentimentale, si affida alla rappresentazione accorata dell’analoga situazione psicologica di una “signora senz’anima”, tramite la felice soluzione narrativa della corrispondenza speculare, dell’individuazione di una “microstoria” entro la “storia” principale, secondo lo schema inventivo che i critici professionali chiamano mise en abîme: «Ogni pomeriggio giravi con la bicicletta ed una signora molto magra ti salutava sempre, il suo volto era molto scavato dalla disperazione. Un giorno mi domandasti cosa avesse quella donna e perché fosse sempre triste, ti risposi che aveva perso il suo unico figlio per un incidente stradale (…) Mi abbracciasti ed esclamasti: “Povera donna, papà!” Ora sono io che cammino nella stessa piazza» (La signora senz’anima, il secondo corsivo è mio).

L’episodio appena menzionato costituisce altresì un interessante momento di svolta nell’organizzazione strutturale-compositiva del racconto, ne precisa l’equilibrio formale e stilistico. La parte iniziale del testo, che lo comprende, è caratterizzata infatti dall’essenzialità e dalla nettezza del discorso, dominato da una simmetria basata sulle frequenti cadenze iterative e come bloccato da scoperte preoccupazioni cronistiche connesse all’obiettività di un accadimento tragico e ineluttabile, che ha imposto uno stato sconvolgente di mancanza, di sottrazione e quindi di autentica amputazione spirituale: «Ti ho voluto in vita con la forza della vita. Mi hai fatto vivere con quella magica forza della vita. Ti ho cresciuto con la potente forza dell’amore. Ci siamo tenuti in vita e siamo cresciuti insieme con la forza dell’amore e della vita (…) Appena viene a mancare la forza della vita, anche quella dell’amore lentamente passa nel buio dell’orizzonte» (A Paolo con forza, corsivo mio, come sempre dopo); «Di sera, nei momenti in cui ci vedevamo, il tuo sorriso mi caricava. Di giorno, al telefono, vedevo sempre il tuo silenzioso sorriso, era energia invisibile per tutti e due. Di notte la parte conscia del mio cervello comunicava con la parte inconscia, sorridevo col tuo sorriso. Mi manca il tuo sorriso» (Il tuo sorriso); «Sui Monti Ausoni – ricordo che avevi dieci anni – insieme abbiamo esplorato gli impenetrabili boschi di lecci, eravamo felici (…) Adesso non troverò più niente di simile, ma quello che manca veramente è il tuo sorriso» (Appunti di gioventù).

Il ricordo è straziante, e la terribile, profonda lacerazione suggerisce di conseguenza correlazioni antitetiche: «Avevi otto anni e la febbre che sfiorava i quaranta gradi (…) Era notte ed avevi paura del buio. Trovammo tre candele strette e lunghe (…) Era una luce flebile ma piena di calore. Ora quel pagliaio è vuoto e senza luce» (Il pagliaio).

In seguito però – grazie anche all’aiuto “terapeutico” della “scrittura” (mi sembra invero interessante lo spunto meta-letterario costituito dal capitoletto intitolato Amica penna: «Non ti stanchi mai, sei sempre disponibile, alle volte hai delle pause di riflessione, ogni tanto vieni buttata con rabbia nel pennaiolo, ma poi vieni ripresa e così sei di nuovo pronta a dare una mano») – il respiro sintattico si amplia, la costruzione dei periodi si fa più complessa, e l’ossessione memoriale diventa occasione per una sublimazione ideale, per un meditato trascendimento catartico del cupo animus luttuoso, attraverso un percorso lucidamente deliberato nella sua alterità qualitativa, carica di rigeneranti implicazioni emozionali e cognitive: «Non riesco ad avere pace, ma devo accettare il fatto compiuto. La strada che intendo intraprendere per comunicare con te attraverso il corpo eterico è nel campo della metafisica e spero tanto un giorno di riuscire a comunicare con te attraverso uno di questi canali» (La rassegnazione).

Così il rapporto padre/figlio riprende e si rinnova attraverso il sogno, un’esperienza che gli antichi greci ritenevano un dono della divinità (« Ὄναρ ἐκ Διός ἐστιν », si legge nel primo libro dell’Iliade): «In sogno, davanti al caminetto acceso che riscalda anche le più remote cellule del corpo, il pensiero è sempre costante verso di te, e ora riesco a vederti, ti vedo con gli occhi della mente nell’altra dimensione (…) Mentre ti volti, accenni ad un sorriso di compiacimento e durante il ritorno verso il tuo Paradiso sussurri alcune parole che sembrano dire: «Ba (Papà), io sono con te, sono sempre vicino a te» (Il sogno di ri…nascita).

È questo il cuore del libro di Colandrea: la comunicazione consentita dall’attingimento di un’altra dimensione, dall’ “oltrepassamento” dei “confini dell’Universo” (v. il racconto L’amore) non può che rivoluzionare ogni misura interiore, rivelando la grave inadeguatezza di ogni concezione relativistico-empirica ispirata al materialismo positivistico. Auspice pure l’influsso della sapienza vedica, la mente del genitore, che ora da maestro si trasforma in scolaro («Dopo la giornata lavorativa non vedo l’ora di andare a letto a dormire con la speranza di rivederti in sogno e ascoltarti ancora perché ho tanto da imparare da Te, figlio mio. Come vedi, ora i ruoli si sono invertiti» (L’ascolto), si apre al mistero, all’idea dell’anima immortale, alla prospettiva dell’incontro liberatorio e gratificante con una Presenza d’amore, la quale assicura infine uno scopo positivamente orientativo alle dinamiche dell’intero ordine vitale, datoché è convinzione conclusiva dell’autore che «tutto vada ‘come se’ il mondo fosse diretto a un fine da una volontà intelligente e superiore» (Il cervello del mondo).

Floriano Romboli

 

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L’AUTORE

 

Franco Colandrea, nato a Vallecorsa (FR), vive a Monfalcone (GO). Ha svolto il lavoro di Finanziere nelle Fiamme Gialle e poi dipendente pubblico alla Regione Friuli Venezia-Giulia. La sua vita è cambiata dopo la dipartita prematura del figlio Paolo. Oggi ha quattro lauree e si occupa di Naturopatia. Ha pubblicato i volumi: Le parole che ti ho detto e non ti ho detto in vita (2005), Dialogo inconscio da dimensioni diverse tra figlio e padre (2006), Dialoghi onirici tra padre e figlio - Paolo l’Immortale (2006), Senza Dio sono niente (2018), Rinascere a nuova vita dopo aver subito un dolore impossibile (2023).

 

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Franco Colandrea, A mio figlio Paolo – Dialoghi d’amore, prefazione di Floriano Romboli, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 80, isbn 979-12-81351-40-0, mianoposta@gmail.com.

 

 

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Francesco Salvador, "Il dono dell'alba"

24 Luglio 2024 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Francesco Salvador

IL DONO DELL’ALBA

 

Il dono dell’alba (Guido Miano Editore, Milano 2024) è una raccolta di poesie non scandita in sezioni che risulta alla lettura magmatica per la densità metaforica dei componimenti che, pur essendo autonomi tra loro, per l’unitarietà contenutistica e formale possono in toto essere letti come un continuum di versi come se fossero collegati da un filo rosso invisibile.

Qui l’ordine del discorso è sotteso ad emozioni debordanti che crea il poeta, emozioni comunque sempre controllate a livello stilistico e formale, e per l’opera esaminata in questa sede si potrebbe arrivare alla definizione di poemetto. 

Il male di vivere di montaliana memoria, e vissuto intensamente dal poeta, sembra essere il protagonista di questi versi.

E se nel titolo del volume si parla di un dono di luce è sottinteso che per una caratteristica dei versi presi in considerazione bisogna riferirsi anche ad un altro tipo di dono, che è quello del turbamento che serpeggia ridondante nei versi di Salvador.

Tuttavia, come evidenzia anche Enzo Concardi nell’acuta prefazione ricca di acribia, Francesco Salvador non sta assolutamente a piangersi addosso, affranto da una vita che dà scacco, ma reagisce conscio che la condizione umana può riservare anche tantissime gioie e che la vita stessa è degna di essere vissuta.

Già il titolo della raccolta  evidenzia che la vaga luminosità dell’alba è un dono in se stesso e ci fa intendere che nella coscienza letteraria dell’autore può realizzarsi anche la felicità, forse come in momenti perfetti di sartriana provenienza. 

Il poeta sa che è proprio la pratica della poesia quello che può salvarlo a prescindere da una visione trascendente dell’esistere.      

E la stessa alba è luce e può divenire rigenerante e portatrice di un approccio nuovo alle cose nel confrontarsi con la realtà in tutte le sue sfaccettature e tutti i suoi settori.

In altre parole se la vita non è facile per nessuno, nonostante il pessimismo di fondo, si può varcare anche nel transito terreno la soglia della speranza.

E se Francesco affronta i temi del male, e della morte e del dolore lo fa lucidamente per esorcizzarli e poi trovare serenità.

E non a caso si ritrovano componimenti che sembrano un inno all’ottimismo che non potrebbero esserci se il poeta non avesse toccato nella sua ansia il fondo come attraverso una sintesi di sentimenti per una risalita fino ad una salvifica superficie con animo sereno e senza sforzo.

Molto bella densa e suggestiva la poesia che apre la raccolta intitolata Una mano sulle pietre componimento che ha un marcato carattere programmatico.

Nella suddetta poesia la psiche e il corpo del poeta stesso, dell’io – poetante, sembrano sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d’onda per un magico e affascinante accadimento che trae l’incipit proprio nel toccare con una mano le pietre come nell’incipit della composizione.

“Mi è di conforto/ posare una mano sulle pietre/ della città visitata nei giorni di festa/ più degli occhi ora è forte/ l’istinto di trattenere/ quelle forme nella mente/ come chi sente la vita andare/ e stringe la mano/ dell’ospite nella casa fredda/ e non vuole lasciare la presa/ cercando così di truffare il tempo…”.

Come scrive giustamente Concardi nella prefazione «la poesia di Francesco Salvador va visitata come se contenesse un mosaico d’occasioni che la vita presenta ma che si risolvono spesso in illusioni e poi delusioni, lasciando un fondo amaro per mancanza di prospettive a lunga scadenza».

Raffaele Piazza     

      

     

 

Francesco Salvador, Il dono dell’alba, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 88, isbn 979-12-81351-32-5, mianoposta@gmail.com.

 

           

 

 

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Tommaso Tommasi, "Poesogni"

16 Luglio 2024 , Scritto da Michele Miano Con tag #michele miano, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Poesogni

Tommaso Tommasi

Guido Miano Editore, Milano 2024.

 

Io con Tommaso Tommasi mi sento in colpa per due motivi. Primo motivo: mi occupo di editoria da trent’anni; ho iniziato verso la fine anni degli anni Ottanta ancora studente liceale con i primi articoli su riviste locali e con i preziosi consigli di mio padre Guido che dirigeva la nostra Casa Editrice. Confesso anche di avere stilato centinaia di prefazioni, saggi, monografie su autori e artisti contemporanei; e tenuto conto della mediocrità dei tempi di oggi, si tratta spesso di espressioni artistiche ormai livellate su canoni estetici e formali consueti e scontati. Mai come in questo caso mi sono imbattuto in un autore sui generis che mescola brani (forse derivano da sogni interrotti?) o meglio brandelli di racconti di vita vissuta spesso dal sapore autobiografico con stralci di liriche in un vortice caotico apparentemente senza senso. E solo ora mi rendo conto della complessità del dettato poetico di Tommaso Tommasi.

Sepolto dalle urgenze redazionali, mi accingo a scoprire un autore di caratura unica. Una scrittura, la sua, che si avvale di un mosaico di frammenti, episodi, immagini, brevi accadimenti slegati tra loro. Pensieri e riflessioni in un magma di sentimenti e osservazioni, racconti e aneddoti spesso senza una logica consequenziale. Lo stesso titolo della raccolta Poesogni è frutto della fantasia dell’autore come i titoli Ripamaro (2020) e Lamodeca (2022) pubblicati da questa Casa Editrice (e non prefati da me ma dal nostro valido e storico collaboratore Enzo Concardi) e che costituiscono una sorta di triade. Tre volumi che racchiudono un percorso di vita e sperimentazione linguistica già intrapreso con la pubblicazione del primo volume Il vento dell’anima nel 1977.

Come giustamente ha notato da Enzo Concardi nella prefazione a Lamodeca «… ne risulta una sorta di zibaldone di motivi, temi, generi letterari, stili i quali sono tuttavia uniti da un principale filo conduttore: stralci di vita dell’autore tratti dalla memoria e proposti oggi come una retrospettiva di vissuti tradotti in forma letteraria in cui vi sono occasioni perdute, esperienze giovanili, prove narrative e sogni interrotti da risvegli».

Proprio in Poesogni (G. Miano Editore, 2024), in uno stato di immaginario dormiveglia, il nostro poeta alterna brani lirici con sogni o meglio brandelli di sogni in una girandola di riflessioni, episodi di vita, memorie macerate intimamente. La dimensione del sogno sempre presente nella sua produzione, qui diventa elemento catalizzante e se vogliamo un processo di “catarsi” dai mali del mondo.

Il rifiuto di una società sempre più alienata e disumanizzata con i suoi falsi miti del progresso e con le sue idolatrie lo portano a isolarsi e a costruire un’interiorità sensibilissima per cui la poesia diventa l’unico approdo “al mal di vivere”; la poesia come tutta l’arte in generale diventa l’unica corazza per difendersi da un mondo ostile e nel quale non si ritrova.

La massificazione della società moderna con la distruzione dei valori più autentici rende il mondo dominato dal caos senza più una gerarchia di valori o principi morali. Il poeta percepisce questo disagio, si sente sopraffatto e questa dolorosa osservazione del mondo rende ancora più difficile il dialogo con l’umanità. Ma Tommaso Tommasi rimane impassibile a volte; la realtà continua a conservare il carattere dell’enigma, dell’illusione, le cose rimangono prive di chiari contorni e di colori. Quasi un caos calmo, un ossimoro di morettiana memoria, dove in una dimensione caotica il poeta trova quasi una rassegnazione senza via di fuga.

La sua complessa e articolata personalità ci induce a una particolare valutazione dell’opera letteraria; oltre a dedicarsi alla poesia, Tommaso Tommasi si dedica al teatro, alla fotografia e alla pittura. Poesia sintetica nell’espressione, dotata di una notevole cadenza ritmica, che non ignora certo la frequenza con i classici, strutturata sostanzialmente tra l’immagine lirica e un ripiegarsi acuto e dolente nell’interiorità; un’interiorità che è resa più aspra dalla solitudine e dallo scorrere del tempo.

Perciò al primo impatto sembra essere una poesia caratterizzata da una visione fatalista e pessimistica della vita dove regna il caos o il disordine e i sogni aiutano ad evadere da questa realtà dolente: «I sogni non sono inutili / se poni tra le mani / un sipario di vetro. / E l’abisso risale / verso volti di uomini / che nascondono la rabbia / della palla del mondo».

Ma anche nella cupa disperazione e sensazione di angoscia si apre uno spiraglio: «Mi hai incantato col tuo caldo corpo / verso confini sconosciuti. / Suonerò il tamburo della mia vita / come il bambino che è in me. / Quel giorno sarà un sogno / e come il sogno sarà senza dimensioni. / Non potrà essere collocato / nello spazio e nel tempo. / Come un sogno / non potrà avere né un inizio né una fine. / Quel giorno sarà come una vita intera».

Ma cos’è poi l’arte, se non un tentativo di recupero del mito di quell’innocenza perduta a cui noi tutti tendiamo e di cercare di scovare negli abissi della propria coscienza quel poco di pace che tutti cerchiamo e che solo pochi raggiungono. E Tommaso Tommasi questo lo sa bene: «Libero, avrei voluto / confessare la mia malinconia. / ma il mondo lontano / abbandona le case del povero / senza graniglia di marmo / o finestre colorate di luce; / e le braccia ricadono stanche / senza le parole incantate / di un mago di bottega».

Il suo non è un canto illusorio poiché sogno, realtà e illusioni si fondono in una identità presente con il pensiero e l’azione. La poesia del nostro autore rivela anche la preoccupazione per quanto dell’uomo rimane di ciò che egli ha vissuto e sofferto nell’iter terreno e comprende che solo l’opera del pensiero individuale può continuare a vivere dopo l’annullamento fisico. Ma ecco che forse «(…) ci sarà sempre / un sorriso di donna / che guarderà felice / lontani orizzonti». Il che non è poco e lascia aperto comunque qualche barlume di speranza. Ed è in questo che risiede l’intima essenza della poesia per Tommaso Tommasi.

 

Il secondo motivo per cui mi sento in colpa è non avere letto prima gli altri suoi volumi precedenti.

Michele Miano

 

 

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L’AUTORE

 

Tommaso Tommasi è nato a Ripatransone (AP) nel 1948 e vive a Seriate (BG). Laureatosi a L’Aquila, ha insegnato teatro, fotografia, poesia, lingua italiana. È stato bibliotecario presso il Liceo Scientifico di Bergamo. Ha collaborato come pubblicista con giornali e riviste; ha pubblicato varie raccolte di poesie. Tommasi è anche pittore ed ha allestito diverse mostre personali e collettive. Nel concorso “Opera Uno 2011” si è classificato tra i vincitori.

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Tommaso Tommasi, Poesogni - Poesie e sogni, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 80, isbn 979-12-81351-36-3, mianoposta@gmail.com.

 

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Adriana Deminicis, "8 Infinito 8 - L'arrivo del gabbiano"

10 Luglio 2024 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

8 Infinito 8 – L’arrivo del Gabbiano

Adriana Deminicis

 Guido Miano Editore, Milano 2024.

 

Dopo la pubblicazione de La gemma di giada nel 2023 – che ha visto sempre la mia prefazione – ecco ora l’apparizione de L’arrivo del Gabbiano, seconda opera di Adriana Deminicis, appartenente al ciclo dedicato all’Infinito: ne è sicuramente la prosecuzione poetica ed ideale, riprendendone i motivi di fondo e la tecnica letteraria. La poesia incipitaria del libro cerca di illustrare al lettore il lungo cammino che l’aspetta per raggiungere mete e traguardi di spiritualità e benessere, nell’unione con il Tutto: porta lo stesso titolo simbolico della raccolta ed è una sorta di dichiarazione programmatica del significato della presenza dei gabbiani, ovviamente metafora da svelare. I versi chiave mi sembrano i seguenti: «… Il Gabbiano in volo rappresenta / il mio pensiero che ha trovato la via / per poter uscire ed intraprendere / il cammino, nel respiro liberato / che fluttua nell’Aria, ondeggia / ed a ogni batter d’ali / fa imprimere parole sentite, / sgorgano fluttuanti senza remore e paure / e dicon ogni cosa, / tutto quello che il mio cuore in questo momento sente...».

La mente e il sentimento della poetessa agiscono quindi all’unisono, investendo tutta la personalità, l’essere, l’anima, i sensi per compiere un cammino di liberazione e di guarigione, simile alla funzione dell’antica “vis medicatrix naturae. Qui potremmo già citare - come esemplificazione – le liriche Il quarzo citrino («Non era un vezzo / senza significato / portare un ciondolo / di quarzo citrino /…/ lo vedevo luccicare / lo tenevo a me vicino / e i suoi effetti e benefìci / si imprimevano ben presto / sul mio corpo…»; La gemma di giada («Scompariva il dolore dal corpo / grazie alla preziosa gemma di giada /…/ erano il cielo stesso, l’aria, le acque del mare / a volere tutto questo...»; La gemma corniola («... / indossavo una collana al collo / avvertivo una energia diversa /…/ per non parlare della carnagione / che assumeva un colore diverso ringiovanito / grazie anche alla gemma corniola, / che portavo al collo»).

Gli elementi della Natura sono quindi protagonisti in questa poesia i cui contorni vanno gradualmente definendosi nel suo sviluppo e che incontreremo nell’analisi critica, elementi che sempre interagiscono con l’io dell’autrice, svolgendo un ruolo di alter-ego nel dialogo colloquiale, immaginato e vissuto nell’interiorità ed esternato attraverso il linguaggio poetico. Si tratta dunque di una poesia soggettiva, in definitiva auto-centrata sull’universo personale, una sorta di lunga confessione, un monologo che letterariamente assume la forma di una poesia-fiume che scorre nelle sue vene, trasformandosi in poesia-narrazione e sublimandosi in poesia visionaria, dove la realtà fa solo capolino, in attesa di trasfigurarsi in altro da sé.

In certi frammenti è come l’osservare i particolari di un quadro impressionista, poiché taluni versi ricreano quel tipo di atmosfere: «Vidi passare un fiore di canna rosso / nel cestino di una bici, / ho visto ancora un gioiello rosso / nella via del mercato ed un occhio blu, / si respirava finalmente un sorriso / nel viale del pigneto /.../ C’era anche una farfalla bianca, / quell’abitino senza maniche / mi faceva ancora sognare…» (La via del pigneto).

Ovviamente i richiami alla presenza dei gabbiani nei testi della Deminicis sono numerosi, per cui non possiamo esimerci dal proporne alcuni anche al lettore. Dapprima ci soffermiamo su Entrare nel flusso, lirica nella quale tutto è teso alla ricerca dell’armonia, della comunione vitale con l’energia dell’universo, dove l’arrivo del gabbiano porta al superamento delle contraddizioni, crea alchimie con tutte le creature viventi: la poetessa si alza in volo con lui e sogna l’isola immaginaria, ovvero il regno dell’Amore, la possibilità di un nuovo benessere. Significativa anche Il gabbiano, dove assistiamo ad un flusso ininterrotto di immagini legate ad associazioni di ricordi liberamente rivissute ed espresse, e dove i luoghi concreti si trasformano in contesti irreali senza nomi, tempi, storie, come se la poetessa si fosse seduta sul lettino di uno psicanalista e parlasse a ruota libera dei suoi sogni; così il mare ed il cielo l’avvolgono completamente fino a godere la pienezza del vivere, una completa felicità e le altezze dello spirito, grazie alle lezioni impartite dal gabbiano.  Ne I Gabbiani. Arrivarono in tanti, accogliamo un altro messaggio d’infinito e di rinascita, poiché – dice il testo – i loro sguardi andavano oltre i limiti del tempo, presagivano l’arcobaleno all’orizzonte dopo i tuoni del temporale, indicavano la ricchezza della gamma dei colori naturali.

Ed ancora La baia dei Gabbiani, tecnicamente un acrostico basato sul vocabolo poesia, con il chiaro incipit: «Nella baia dei Gabbiani si viveva di poesia…». Un altro sito onirico dove si attendeva la metamorfosi della vita, ma dove: «... Dovevamo essere aiutati, / dovevamo aiutarci perché qui vigevano / ancora la malattia e la vecchiaia / e c’era ancora tanta dipendenza / così da annullare le proprie ricchezze personali...». La poetessa usa il verbo al passato in quanto si tratta di sogni o visioni e quindi eventi già avvenuti, oppure perché sono stati esistenziali preesistenti ed ora superati: vige la legge della dinamica nel nostro vivere.

Nel complesso la poetica del libro sembra rispecchiare talune acquisizioni della filosofia conosciuta come New Age (“Nuova Era”), vasto movimento culturale che comprende diverse correnti psicologiche, sociali e spirituali di natura alternativa sviluppatesi negli ultimi decenni del secolo scorso, come certi concetti e pratiche quali la meditazione yoga, il ‘channeling’, la cristalloterapia, la medicina olistica, l’ambientalismo, l’astrologia, la cabala, la teosofia, le sincronicità numeriche... Tale visione sovente accomuna gli elementi della Terra, del Mare, del Sole, della Luna, dei Pianeti, e degli altri corpi celesti come fonti di energia per la vita umana. Le liriche della Deminicis che rispondono a queste caratteristiche sono numerose ed è interessante scoprire dai loro versi le affinità esistenti; ne segnalo alcune al lettore.

Leggiamo L’energia di Gaia (Gea, la Terra) e vi troviamo il desiderio di connessione con l’energia universale, guaritrice e benefica, apportatrice – dice la poetessa – di quel grande Amore che ha sempre ricercato nella sua vita. Visitiamo L’orizzonte e il mare dove si dispiegano vaste dimensioni spirituali, ontologiche, oniriche – e conosciamo l’influsso positivo del mondo delle acque, degli oceani con la voce del mare che parla a lei con tutta la sua forza. Così anche in Una conchiglia emergono i bisogni dell’anima, la necessità di una rigenerazione antropologica, dell’incontro con l’amore vero, di una sconfitta della solitudine perché siamo fatti per vivere evangelicamente riuniti ed accedere al Tutto. Ecco poi la divinizzazione del grande astro (L’amore del Sole) che ci regala la vita con i suoi raggi, ai quali non si può rimanere indifferenti: essi parlano e la loro voce ha molte cose da dirci. Il tema è ripreso e sviluppato anche in Una canoa. In tali visioni scontato è uno sguardo diverso verso la Luna: non la gelida ed ostile luna leopardiana, ma la calda, amica e benefica luna, poiché «...Luna eri venuta / per rimanere con me per sempre…». Accanto alla Luna ecco Marte, pianeta bellissimo che, come tutti gli altri corpi celesti, richiama il pensiero dell’Infinito. Infine la poesia astrale dell’autrice si sofferma su Gli anni dei Numeri, dai poteri magici e taumaturgici: «... Ogni numero mi avrebbe accompagnato / con il cuore in mano, ogni numero / mi avrebbe portato giorni generosi / pieni di Amore e di Felicità».

Per consegnare ora al lettore ulteriori chiavi di lettura chiare e sintetiche, ovvero fuor di metafora, come si suol dire, de L’arrivo del Gabbiano, ne enunciamo le più importanti. L’umanità, la vita, l’universo, il cosmo, sono spiritualmente interconnessi per cui partecipi della stessa energia: Dio è uno dei nomi di questa energia. La mente umana ha poteri profondi e vasti che possono modificare la realtà: ognuno crea la sua realtà. Ciascun individuo ha uno scopo sulla Terra e una lezione da imparare: la lezione più importante è l’amore. C’è un nucleo mistico comune in tutte le religioni, orientali ed occidentali: i dogmi, l’identità religiosa, l’intolleranza sono ostacoli al progresso della specie. Tutto ciò che accade ha uno scopo: in ogni momento siamo nel posto giusto per imparare la propria lezione. Il nostro obiettivo è diventare capaci di amare tutto ciò con cui entriamo in contatto, scoprire il divino in ogni cosa e l’unione dell’Uno con il Tutto.

Il poemetto finale dal titolo Un occhio blu vuole insegnare tutto ciò con il risveglio del terzo occhio, la guarigione interiore, dopo la prigionia kafkiana in un castello e l’alienazione psicanalitica con un dottore in camice bianco: l’incubo finisce e nella storia – che sembra un sogno sconnesso – il protagonista ritrova se stesso e la propria felicità.

Enzo Concardi

 

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L’ATRICE

 

Adriana Deminicis è nata a Montegiorgio (FM) nel 1958. È docente nella Scuola Secondaria di II grado. Attualmente insegna presso l’I.T.T. Montani Fermo. Ha pubblicato le raccolte di poesie: Il mio tempo a che ora è arrivato? (2012), Il mio domani non è mai uguale (2013), Oggi così, domani in altro modo (2013), Momenti di vita quotidiana (2013), Quando (2015), Da un Poemetto alla Luna. I fiori di gelsomino (2022), 8 Infinito 8 – La gemma di giada (2023). Altre sue poesie sono pubblicate in vari volumi antologici.

 

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Adriana Deminicis, 8 Infinito 8 – L’arrivo del Gabbiano, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 152, isbn 979-12-81351-33-2, mianoposta@gmail.com.

 

 

 

 

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Vincenzo Meo, "Oggetti preziosi"

6 Luglio 2024 , Scritto da Michele Miano, Romeo Iurescia, Vincenzo Bendinellii Con tag #michele miano, #romeo iurescia, #vincenzo bendinelli, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

Oggetti Preziosi

Vincenzo Meo

 Guido Miano Editore, Milano 2024.

 

La poesia di Vincenzo Meo, dotata di semplicità compositiva, assume i connotati di un atteggiamento introspettivo continuo e di analisi della propria dimensione meditativa. Affronta la scrittura letteraria come affronta la vita di ogni giorno con forza, dignità e fiducia e con lo sguardo pulito e profondo dell’artista che non teme di scontrarsi con lo squallore della violenza, della degradazione dei valori etici, di una società ormai alla deriva. La sua ispirazione artistica si snoda attraverso i binari dell’angoscia esistenziale dove alla solitudine e alla precarietà dell’esistenza umana non sembra esserci rimedio se non ripiegarsi in se stessi. È consapevole che solo la poesia e l’arte nella sua accezione generale può e deve essere strumento salvifico per le future generazioni. Si legga la breve e incisiva lirica Un poeta: «…Un poeta… / qualcosa in più, / qualcosa di diverso». E la lirica L’Artista: «È un uomo senza forma, / senza dimensione, / senza struttura, senza età, / senza confini».

In altri testi il poeta canta gli affetti familiari, l’amore per i genitori e la famiglia, le bellezze del Creato. Il sentimento della natura si direbbe poi essere un altro elemento catalizzante della sua ispirazione con la descrizione di felici e delicati quadretti agresti della sua Trivento e della terra d’origine. Il poeta soffre per l’amara consapevolezza dell’aridità dei tempi odierni, soffre per le guerre fratricide, per i soprusi, per le ingiustizie.

Rimpiange il tempo perduto, una vita agreste povera e sincera. Rimpiange gli insegnamenti del padre e dell’adorata madre: «… Mi avevi insegnato / a credere in qualcosa…/ Ora, tutto è cambiato! / Non c’è più giustizia; / i valori sono stati distrutti, / la favola è finita. / Ed io, / che ti avevo sempre / dato retta… / oggi devo lottare / in un mondo / corrotto». (Tuo insegnamento. I suoi versi si ispirano spesso alla memoria di malinconiche suggestioni del passato, a rievocazioni e rimpianto di una civiltà patriarcale e agricola. Prevale nei suoi testi la ricerca nostalgica e struggente di un’epoca perduta, di certe idealità, e valori ormai dissacrati dalla civiltà tecnologica e da un mondo sempre più individualista (…).

Michele Miano

 

* * *

 

Di fronte all’angoscia del vivere umano, alle tremende vicende cui l’uomo assiste quotidianamente, Vincenzo Meo contrappone il suo peso interiore, anzi propone la sua intima personalità fatta di azioni, sentimenti e immagini genuine, pure, semplici, che calmano il cuore del lettore in ogni suo più nascosto anfratto.

Il suo pensiero, che tramuta in azione morale, rappresenta il suo iter comunicativo, la pace interiore ed esteriore che ognuno dovrebbe ricercare per “vivere” i giorni di questa vita terrena. L’autore di queste liriche sintetiche, chiare, precise vuole porgere all’umanità la speranza di un mondo migliore, le sue intime emozioni con una soavità, una delicatezza di spirito stupefacente, rivestita al tempo stesso di una corazza talmente coriacea che respinge i soprusi, le violenze, la guerra ed è permeabile al dolore, alle grandi sofferenze dell’umanità, alla solidarietà, al vero amore che solo potrà salvare e riscaldare l’uomo in questa valle di lacrime (…).

Romeo Iurescia

 

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Poeta della meditazione e dei ritorni Vincenzo Meo, poiché si immerge nei ricordi denunciando una certa tristezza di fondo, tristezza di un tempo che passa, un tempo che lo ha deluso perché simbolicamente legato al concetto del bene e del meglio, della morale e quindi dell’onestà che per una vita lo ha reso integro ai propri principi educativi lasciandolo però povero di mezzi e di soddisfazioni che invece altri riescono ad ottenere. Tormento d’uomo questo, ma un giusto come Vincenzo Meo ha in sé la più grande conquista: il mondo spirituale, che non ha limiti di ricchezza e di gioia profonda.

Da questi presupposti si diparte una poesia carica di forza a riscattarlo da quel dolore sordo che lo fa fortunatamente reagire, riuscendo a scrivere il proprio testamento spirituale in una chiave di tutto riguardo letterario. La qualità della sua poesia porta il marchio della migliore ispirazione; infatti il poeta è sorretto da una chiarezza mentale eccezionale, in quanto le immagini che formano i versi appaiono di un nitore formale e di un pensiero veramente incredibile. Anche se descrittiva la sua poesia assurge a trasfigurazione metaforica, questo significa che egli ha compreso che la poesia è tale se la forza del verso la qualifica nel contenuto e nella carica emotiva, carica impressa da un attimo che trascende la stessa realtà che il poeta intende enunciare. Soltanto così è possibile una realizzazione consona ai canoni che sostengono il concetto di poesia, anche se i modi per realizzarla possono essere diversi e legati alla sensibilità individuale (…).

Vincenzo Bendinelli

 

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L’AUTORE

 

Vincenzo Meo è nato a Trivento (CB) dove attualmente risiede. Ha iniziato a scrivere poesie dall’età di sedici anni; ha pubblicato le raccolte di liriche: Cielo grigio squarci azzurri (1979), Una luce diversa (1985), e il libro di pensieri in versi: Riflessioni (1993). Ha partecipato a rassegne letterarie ricevendo consensi e segnalazioni. Sue poesie sono inserite in numerose antologie letterarie.

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Vincenzo Meo, Oggetti Preziosi, prefazioni di Michele Miano e Romeo Iurescia, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 128, isbn 979-12-81351-35-6, mianoposta@gmail.com.

 

 

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Daniela Burroni Giannoulidis, "Sfogliando il calendario"

2 Luglio 2024 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Daniela Burroni Giannoulidis

SFOGLIANDO IL CALENDARIO

 

 

   Il calendario della poetessa pavese Daniela Burroni scorre di giorno in giorno su binari essenzialmente autobiografici, rispettando rigorosamente un ordine cronologico da diario o agenda, ma per libere associazioni di pensiero e stati d’animo per quanto riguarda i contenuti e le tematiche. Ergo, inizia dal 1 gennaio, data nella quale ella colloca una lirica dal titolo Saliscendi, che rappresenta in sostanza ed in estrema sintesi il suo piano dell’opera e che quindi il lettore dovrebbe ben meditare per capirne gli scopi: “Aveva il saliscendi / la lampada del nonno / poteva illuminare l’intera stanza / o un piccolo lavoro da osservare… // Ho messo il saliscendi alla coscienza / e illumino d’un tratto / gli istanti della vita / qua e là / a quindici o a trent’anni / a sette a venti o l’altro ieri / e scopro all’infinito le emozioni / ritrovo / nello sfogliar degli attimi passati / il senso di una vita tutta intera”. Sfogliando dunque il suo calendario percorreremo con lei una cronaca familiare con innumerevoli spunti e particolari della vita quotidiana: c’è quasi un’apologia delle piccole cose che costituisce un ‘trait d’union’ con certi modi della poesia crepuscolare e, per altri aspetti, con il ‘modo di fare letteratura’ degli scrittori frammentisti del Novecento.

   Se memoria ed emozioni sono tra gli ingredienti principali della sua recherche, alla poetessa non sfugge l’implacabile scorrere del tempo, scolpito da diversi pensatori d’ogni epoca in frasi rimaste memorabili: panta rei (Eraclito), tempus fugit (Virgilio), carpe diem (Orazio)… Ed è forse per tali motivi che Daniela Burroni coniuga con forza ed energia altri due concetti racchiusi nei termini: radicamenti e legami. I radicamenti sono con i paesaggi della sua terra pavese, con la città antica capitale longobarda, con il suo piccolo mondo degli affetti domestici; i legami sono quelli tenaci e gelosamente conservati con il passato ed in particolare con l’infanzia, i quali costituiscono un altro filone dominante del suo humus poetico. Tutto ciò nasce da una attenta e diuturna speleologia della vita interiore, dalla quale trae vissuti, sensazioni, immagini, suggestioni. Si rivela qui probabilmente il bisogno pressante di mettere ordine in tutti gli eventi dell’esistenza, oggi divenuti ricordi relegati nel passato, ma che lei non abbandona perché indelebili, soltanto suoi, che nessuno può violare o scippare. Il suo calendario, in conclusione, non contiene appuntamenti per il futuro, ovvero nuovi progetti di vita, ma rivisitazioni del passato che tiene compagnia al presente.

     La poesia scritta nel foglio del 16 febbraio è un esempio paradigmatico di quanto l’analisi critica sta rilevando: “Lontano dagli spazi e dai tempi / del vivere quotidiano / l’esistenza è un filo sottile / che si nutre di cose amate / di ricordi di sogni // Infiniti segni del passato / danno la forma ai luoghi odierni / giorni e ore / storie e pulsare di sentimenti / infinite generazioni / susseguitesi prima che io nascessi / sono in me / anima stessa del mio pensiero / e poi saranno in voi / figli da me generati”. E, se vogliamo concretizzare possiamo citare, tra i tanti, i ricordi più cari: l’Epifania in famiglia, ma anche il vuoto dell’adolescenza, i ricordi della vita trascorsa ad Atene in Grecia, le fiabe raccontate da mamma e papà, le presenze nel giardino di casa, la poesia dedicata al Ticino, i luoghi dell’infanzia come Zavattarello, la sua casa vissuta come un monastero, il Duomo di Pavia, i vecchi traslochi dei contadini nell’estate di San Martino, i piccoli oggetti compagni di vita, gli scorci paesaggistici svelanti il suo amore per la natura, l’amore per il compagno anche se spesso lontano per lavoro… Importante il suo rapporto con la poesia: “Nel tumulto degli affetti / e dei tempi / ciò che desidero di più / è un pezzetto di carta / e una matita o penna / per buttar giù due parole: / la mia sintesi della vita” (17 febbraio); per esprimere, dice altrove, “la gioia di essere vivi / di esserci in questo momento”; oppure: “Resta la poesia / amica dei giorni tristi / ove annegare / pensiero e dolore / in fondo ad un verso”.  Ma nel suo calendario Daniela Borroni scrive d’un evento che forse supera tutti gli altri: “Come per Paolo / sulla strada di Damasco / è stato un attimo / una folgorazione / il mio riconoscerTi“. Da qui la Sua presenza negli altri, nella pace ritrovata dell’anima, nella Resurrezione per abbandonarsi fra le Sue braccia, nelle bellezze del Creato, nell’Amore per l’umanità.

Enzo Concardi

 

 

Daniela Burroni Giannoulidis, Sfogliando il calendario, prefazione di Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 210, isbn 979-12-81351-34-9, mianoposta@gmail.com.

 

 

 

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Daniela Burroni Giannoulidis, "Sfogliando il calendario"

26 Giugno 2024 , Scritto da Maria Rizzi Con tag #maria rizzi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

Sfogliando il calendario 

Daniela Burroni Giannoulidis

 Guido Miano Editore, Milano 2024.

 

La poetessa pavese Daniela Burroni Giannoulidis, dopo gli anni trascorsi ad Atene con il marito greco, e l’impegno nella ricerca biotecnologica, ha deciso di donarsi ai versi con assiduità, e ha ricevuto, a ragion veduta, apprezzamenti da parte di critici letterari della levatura di Giulio Panzani, Fulvio Castellani, Marcella Mellea ed altri.

In quest’occasione presenta un calendario lirico dei trecentosessantacinque giorni dell’anno, progetto copioso, di rara originalità. La genialità della poetessa non sta solo nel proposito, ma nella capacità di sfogliare il tempo senza ricorrere a tecnicismi, con luminosa, incandescente ispirazione. Leggendola si pensa a un’autentica vocazione, intesa nel senso letterale di ‘chiamata’. Non vi è dubbio, che come disse Marcel Proust «i giorni sono forse uguali per un orologio, non per un uomo», ma nel caso di Daniela Burroni l’arida clessidra dell’esistenza, che concede lampi di eternità, si trasforma in uno spartito di note quotidiane, che consentono di leggere l’attimo terreno come infinita melodia. Si parte dal 1 gennaio con versi tratti dalla lirica Saliscendi: «…Ho messo il saliscendi alla coscienza / e illumino d’un tratto / gli istanti della vita…», e si è trafitti dall’eco dei grandi della nostra letteratura, grazie al soffio purissimo di endecasillabi spezzati da settenari, da un metro classico utilizzato in modo moderno, vitalistico, dal ritmo assordante e dal timbro che varia in modo inesausto.

Nessun esercizio, una capacità di pensare in poesia, di suonare in versi, di non dare confini all’immaginazione, e al di là di ogni espediente lirico, quest’autrice pavese, imbevuta del sole e del mare greco, si distingue per l’assenza di atmosfere cupe, di oscuri presagi. Pur visionaria, come tutti i poeti, è fresca come acqua sorgiva, scorre tra i ricordi e il presente senza la sindrome della nostalgia malata. «È gioia pura / rispolverare i ricordi / ritrovare gli oggetti dei miei bambini / che sono ormai cresciuti…» (7 febbraio). Più che esaustiva in merito al concetto espresso la lirica Carnevale del 25 febbraio: «Maschera triste / sui violini d’inverno / piangi i tuoi lamenti / spegni nelle fresche mattine / i singulti di sole // vattene vecchia / la vita è adolescente adesso / freme la pelle / al palpito biondo / di una chioma». Non esiste nella Nostra la malinconia di ciò che ha lasciato e l’attesa di ritrovarlo ancora, ma un senso dolce di gratitudine verso le isole del passato e di attenzione al presente e a ogni domani.

Lo sguardo che posa sulla Natura è intriso di un sentimento panico, e la lunga permanenza ad Atene ha senza dubbio influito sulla sua percezione del paesaggi e dell’esistenza. Sono numerose, infatti, le liriche dedicate alle atmosfere, ai giorni e ai sentimenti vissuti nella repubblica ellenica. Vi si colgono tratti intimistici, spunti riflessivi, che riportano al genere ‘idillico’, all’ambiente inteso come amoenus, nel senso di sereno, e a quadri familiari, mutevoli come è ovvio che siano, ma privi di tormenti, Il 22 marzo recita: «Io so dove abita il vento: / nei pensieri che scompiglia ogni momento / e riaggiusta e riprende e solleva / a suo piacimento / incurante degli anni vissuti / e dei giorni che stiamo vivendo…», versi che sembrano accompagnati da un’arpa celtica e confermano che ci troviamo di fronte a una partitura alla quale corrispondono le melodie del cosmo, a un prisma che svela le sfumature della luce.

La solarità dell’Autrice non corrisponde a una forma di indolenza verso gli stimoli esterni. Ella si cala nel sociale, nella consapevolezza che l’unico specchio che conta è quello che ci restituisce la dignità del nostro essere uomini, ed è conscia che ogni forma d’amore cominci in famiglia. Ha saputo tessere la tela di una casa dove regna l’armonia con fili di pazienza, di dedizione e di fede e ha imparato il segreto per volgere lo sguardo misericordioso verso il prossimo. Il 7 aprile si leva il canto: «…questo lutto silente / grave opaco / che ammutolisce il cuore / che sia pietra / da cui sgorghi di nuovo / la vita» (2003, guerra in Irak), e pur nello spaesamento, nello strazio per i conflitti, per le ingiustizie, le liriche palesano la certezza che la pace vada cercata innanzitutto in noi stessi e che è indispensabile coltivare la speranza.

La ricerca dell’equilibrio individuale e la verticalità rappresentano le fondamenta della vita. Devo confessare che i versi di Daniela Burroni mi hanno procurato una sorta di formicolio interiore, di tenera inquietudine. Ho pensato a Jacques Brel e a La canzone dei vecchi amanti che «ce ne vuole del talento per invecchiare senza diventare adulti», e ovviamente non mi riferisco ai dati anagrafici, ma alla capacità di quest’artista di conservare in sé il fanciullino, inteso non nella rigorosa accezione pascoliana, ma come una maturità di pensiero che non uccide il senso della meraviglia e del mistero. Ho compreso, leggendo più volte la silloge, che quel formicolio altro non era che il riflesso della mia anima nella sua.

Devo ammettere che è la prima volta che mi trovo a scrivere di una coetanea con un modo di intendere l’esistenza, il rapporto con gli altri, con la natura e con la fede tanto simili al mio. «…Soffio del Divino / sentito creduto / (e in altri istanti / tristemente perso, / poi ritrovato)…» (La mia Pentecoste, 1 giugno). I versi citati ed altri esprimono il dubbio, che non rappresenta un sentimento sterile e non rende colpevoli, ma è una grazia, una componente ineludibile della spiritualità. Lo stesso Sant’Agostino asseriva «una fede che non sia pensata è niente», perché le certezze rendono superbi e diminuiscono la tolleranza.

Le liriche che presentano una tensione verso il cielo sono permeate dall’apertura d’ali che contraddistingue tutti gli aspetti dell’esistenza di Daniela Burroni, non rivelano forme ascetiche di chiusura, di distacco dalla realtà. Ella, con la sapienza, data solo alle persone eccezionalmente sensibili alla bellezza, capaci di creare, accosta i mesi e i giorni ad anniversari, viaggi, feste consacrate e all’inevitabile srotolarsi delle stagioni dell’esistenza: «L’argento delle chiome, / che dice il passare dei giorni, / trattiene, distillato da ogni amarezza, / un brillio di vivida forza…» (26 settembre). Tramite il carattere teso ad arco verso il sogno e tramite la Poesia, prima freccia dell’arco, Daniela Burroni Giannoulidis vive l’argento come una nuova gradazione di colore della gioventù. La cifra stilistica vede alternarsi liriche di ampio respiro, ad altre più brevi, ad alcuni aforismi splendenti come dardi di fuoco, forse le note più alte dell’intera partitura.

Nel congedarmi da questa Poetessa in eterno levare, con due patrie nell’anima e un perenne viaggio nel cuore, avverto una dolce saudade e nuova gratitudine verso la vita che mi ha concesso il dono di incontrarla e di trascorrere un anno lirico con lei…

Maria Rizzi

 

 

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L’AUTRICE

 

Daniela Burroni Giannoulidis è nata nel 1957 a Pavia. Nel 1982, dopo la laurea in scienze biologiche e dopo il matrimonio, si è trasferita con il marito greco ad Atene, dove è nata la sua prima figlia, e dove è restata per cinque anni lavorando presso il laboratorio biotecnologico di un’azienda chimica. Poi con la famiglia è tornata in Italia, a Pavia, dove sono nati altri due figli, quindi a Certosa di Pavia, attuale residenza. Pur scrivendo poesie fin da giovanissima, ha iniziato a farle conoscere solo dopo aver lasciato il laboratorio per dedicarsi alla famiglia. Ha pubblicato due libri di poesie: Passano i giorni (1997), Tra il balcone e la cucina (2004), e due brevi sillogi in volumi antologici: I riflessi dell’esistere (2003), La poesia della luce (2021).

 

 

Daniela Burroni Giannoulidis, Sfogliando il calendario, prefazione di Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 210, isbn 979-12-81351-34-9, mianoposta@gmail.com.

 

 

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Antonino Stampa, "Fiori di calendula maritima"

24 Giugno 2024 , Scritto da Tito Cauchi Con tag #tito cauchi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Antonino Stampa

FIORI DI CALENDULA MARITIMA

 

Antonino Stampa, siciliano, laureato in filosofia, ha insegnato Lettere, innamorato della sua terra ha voluto dedicare al Trapanese, dove ha avuto i natali, la raccolta Fiori di Calendula maritima (Guido Miano Editore, Milano 2024). Come meglio spiega in chiusura Angelo Troia, i fiori di calendula maritima sono in pericolo di estinzione; unici al mondo crescono sulla costa trapanese. Essi mi suggeriscono la metafora del terremoto del 1968, argomento del libro, che sconvolse i territori della Valle del Belice, quando l’Autore allora aveva 22 anni. Rimane un ricordo indelebile in tutti i siciliani, soprattutto in coloro che appartengono alla generazione del Nostro.

Il volume comprende cinque sezioni (Come un battito d’ali, Noi e gli altri, Quel che lasciamo, Universo, Belice 1968-2018); i primi quattro sono contrassegnati da una numerazione romana progressiva fino a XXXI, la quinta sezione è espressamente orientata al terremoto e i suoi componimenti hanno numerazione autonoma fino all’XI. Ricordiamo che la Valle del Belice (con l’accento aperto sulla i) comprende i Comuni di Gibellina che è quello maggiormente colpito, Partanna, Salemi e Castelvetrano, tutti in provincia di Trapani. Antonino Stampa si presenta con un andamento piano, sciolto e leggero, dovuto al garbo espressivo e all’etica dei temi toccati. Lo stato d’animo che lo avvolge gli consente solo barlumi di luce e sprazzi di gioia, di gioia vissuta e lontana.

Marco Zelioli (Monza, 1951) ha dedicato la sua vita alla scuola risalendone i massimi gradi nella carriera e occupandosi dei più disagiati; ha pubblicato una decina di libri tra poesia e saggistica. Nella prefazione si avvale anche dei saggi di Enzo Concardi che incontreremo, confermando la dolcezza dell’espressione, quasi una carezza dopo le ferite e le sofferenze, come i versi brevi suggeriscono. Meditazioni sulla condizione umana accostata alla natura, entrambe paragonate alla storia eterna del conflitto tra il Bene e il Male, sembra che si vanifichi il sacrificio di Cristo. Le ferite alla terra e alle case sono simili a quelle sui corpi che, cinquant’anni trascorsi, non riescono a cancellare; ma la speranza non muore mai, pronti a riemergere. Per chi ama i propri luoghi del cuore, mi piace riportare quanto viene citato nella prefazione: Goethe diceva della bellezza: «La poesia / non è nelle cose, / ma negli occhi / di chi / le guarda».

Antonino Stampa rivive quell’evento tragico. L’evocazione del sisma è chiara e immediata, è Come un battito d’ali: «Un giorno di sole / nel pieno dell’inverno // e capisco / che questa mia vita / è cogliere il sole / prima che la tempesta / mi scuota» (I, Gennaio). Evoca alcuni episodi degli abitanti, degli incontri fra i giovani corpi, sente su di sé la sicilianità fatta di mille storie che hanno attraversato l’Isola. «Canto / questa terra arsa / che mi asciuga, / questo vento / che mi leviga, / questo mare che s’alza/ in tempesta» (XIII, Siciliano). Evoca la storia e le antiche abitudini, ora in contrasto con gli abusi di ogni genere; si avverte il suo ritorno nell’Isola. Le sue soste sono anche in altre parti della Sicilia, come per esempio di fronte a Ortigia (Siracusa) in compagnia di Emilia, «Ora, in pensione». Non si riconosce nella nuova realtà, si sente smarrito. Cita il Leopardi: «profondissima quiete io nel pensier mi fingo…» (XXIX), ma dubita che il pianeta continuerà in eterno.

Belice 1968-2018, la quinta e ultima sezione, come aveva avvertito il prefatore, si presenta simile a un poemetto; il primo componimento, brevissimo, è più che lapidario: «Quella notte / morì una Sicilia. / Dopo / nulla è nato, / qualcos’altro / è venuto» che rende il senso della scossa inaspettata. Il giovane Antonino Stampa allora era dedito ai lavori dei campi, con la mula; in seguito ha cambiato vita. Non indugia nella descrizione sulle ferite, bensì abbozza appena un cenno, direi, cronometrico al momento cruciale del 15 gennaio 1968. «Nel nero della notte s’aprì la terra», le case sventrate «…svelano / pudori d’affetti. / Sotto le pietraie / giace la memoria» (V sez., V componimento). I morti vengono coperti di calce viva per spegnere i cattivi odori, non c’è il tempo per fare di più. A malapena riconosce i luoghi ove muti ci si interroga.

In chiusura i due saggi di Enzo Concardi, relativi ad altrettanti precedenti opere da cui risaltano le comparazioni di poetica di Antonino Stampa, ci presentano un uomo di meditazioni, come preannunciato nella prefazione. Il Nostro si è nutrito dello spirito della Magna Grecia e dei miti omerici. Così lo sguardo rivolto all’orizzonte del mare e ai profili della montagnola (cioè al monte di Gibellina, nome di derivazione araba), ce lo accostano allo spagnolo Juan Ramón Jiménez (1881 - 1958) e al poeta e filosofo portoghese Anthero de Quental (1842 - 1891) sul legame con il mare e con il tema della morte. Gli orizzonti della natura sono come una preghiera per chi nasce e lavora a contatto di quei luoghi dove la vita stessa è preghiera. Poetica che somiglia spesso a quella ungarettiana. Ogni altro commento rischia di apparire retorico.

Tito Cauchi

20 giugno 2024

 

Antonino Stampa, Fiori di Calendula maritima, prefazione di Marco Zelioli, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 84, isbn 979-12-81351-29-5, mianoposta@gmail.com.

 

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Pietro Nigro, "Opera Omnia"

21 Giugno 2024 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

Opera Omnia (vol. 1 – poesie)

Pietro Nigro

 Guido Miano Editore, Milano 2024.

 

Esiste un legame particolare tra il poeta siciliano Pietro Nigro, nativo di Avola poi residente a Noto, e la Casa Editrice Guido Miano: nel 1982 venne pubblicato a Milano il suo primo volume Il deserto e il cactus, al quale ne seguirono altri, fino all’attuale Opera Omnia. Tale rapporto non è stato soltanto professionale, fra editore e scrittore, ma soprattutto umano e ideale fra Guido e Pietro, un’amicizia e una stima reciproche a distanza, fra scritti e conversazioni telefoniche. Essa si nutriva di memorie comuni, come la frequenza al Liceo classico “Di Rudinì” di Noto, il primo come studente, il secondo, più tardi, come professore di lingua inglese. C’erano poi le stesse origini siciliane nella terra siracusana; l’amore per la cultura classica della Magna Grecia; la comune passione per le lettere; un’intesa intellettuale e culturale che li contraddistingueva come figli ed eredi del grande patrimonio antico. Senza dubbio la scomparsa recente di Guido Miano ha costituito per lui una perdita dolorosa, così come, ancor maggiormente e più vicina nel tempo, la scomparsa dell’amatissima moglie Giovanna lo ha lasciato, come dice nella dedica, con il cuore straziato e senza “musa ispiratrice” di tanti suoi versi.

È dunque con siffatta premessa biografica che ci accostiamo a presentare questa raccolta di liriche, che comprende tutte le tematiche dell’autore, la quale, tuttavia, non contiene la totalità delle sue composizioni, bensì un ampio ed esauriente “florilegio, adatto comunque a sviscerarne i contenuti e lo stile. Infatti i capitoli nei quali è suddivisa l’opera rappresentano altrettanti motivi ispiratori dell’ars poetica di Nigro, così come sono apparsi ad una stringente analisi critica. Si succedono allora i vari aspetti della sua scrittura, così delineati: Trinacria e Magna Grecia; Chiaroscuri della natura; I labirinti della memoria; Amore è vita; Tra la vita e l’oblio; Dal dolore all’anima, dall’essere all’infinito. Ma il libro, nell’epilogo, ha un ultimo capitolo inedito: Alla fine del tragitto, emblematica titolazione voluta dall’autore per significare chiaramente la probabile chiusura di un cammino esistenziale ed artistico. In generale il suo canto si sviluppa dai vissuti soggettivi, dalle suggestioni dell’isola nativa, da indagini sulla condizione umana, attraversando il mondo dei sentimenti familiari e amorosi, conoscendo il dolore, la gioia e la speranza; esprimendo senza limiti l’aspirazione dell’essere all’infinito, all’eterno, alle dimensioni metafisiche, con metamorfosi di andata e ritorno dal pessimismo cosmico e antropologico a visioni possibiliste sul destino umano dopo la morte, tema che, in ultima analisi, è quello che più l’assilla, poiché non trova certezze ma solo domande senza risposta.

In lui materia e spirito sono talvolta realtà antitetiche, talvolta categorie filosofiche alleate nella ricerca del miglior modo per vivere: certo è che il vero dio che ci governa risponde al nome di ‘mistero’. Affermare e negare allo stesso tempo mortalità e immortalità dell’uomo sembra essere una verità duplice, poiché la prima è evidente, mentre la seconda pur non essendo tangibile è fortemente desiderata. Germi, valori ed elementi di Cristianesimo s’affiancano e s’intrecciano nella sua visione ad un certo fatalismo della cultura mediterranea di origine classica, forse stemperato dagli afflati ideali e solidaristici. Poeticamente si riscontrano nei suoi testi influssi stilistici, estetici e contenutistici provenienti dell’ermetismo, amalgamati ad un neoclassicismo sobrio e levigato nel linguaggio. Lo scavo in profondità lo accomuna alla poesia d’impegno umano, intellettuale, etico, civile che tanto manca nel panorama contemporaneo. Si potrebbe dire che Nigro va al fondo di ogni questione fondamentale dell’esistenza, volendo indicare all’umanità il giusto cammino verso la libertà, la civiltà, la pace; la sua è anche una poetica ricca di messaggi rivolti al bene comune: possiede quindi una concezione dell’arte di tipo finalistico e non rispondente al famoso dettato dell’arte per l’arte del decadentismo.

Più in particolare nel primo capitolo – Trinacria e Magna Grecia – sono cantate le tematiche delle migrazioni delle genti siciliane: lontano dalle trazzere si perdono le proprie radici e l’originaria identità si affievolisce sempre più. L’attaccamento alla terra nativa da parte del poeta è tenace e i suoi versi si distendono nella contemplazione naturalistica fra i Monti Iblei e il mare: così com’è arido il paesaggio in alcuni tratti, tale è la povertà secolare dei suoi abitanti. In Terra di Sicilia ecco il contrasto tra antico e nuovo: «Odo levarsi dai rovi / della mia terra dimenticata / il canto soffocato di uomini duri / come scorza d’ulivi / tra la fuliggine di sedicenti civiltà di ciminiere…». E il richiamo della Magna Grecia è sempre vivo: le orme degli antenati posseggono ancora la loro suggestione, gli ideali della grecità perduta sono rimpianti, i miti rievocati: Eschilo, Pindaro, Teocrito, Simonide e Bacchilide (Indefiniti confini).

Nel capitolo secondo, dedicato ai Chiaroscuri della natura, emerge il poliedrico rapporto del poeta con l’elemento naturale, che assume sia valenze contemplative che aspetti filosofici. Proprio in riferimento a questi ultimi le liriche più significative sono: Tu, materia, muovi la mia mente e Soffre lo spirito. Qui l’autore assegna alla natura il ruolo di suo simbolo ed essenza, perché «... commuovi il mio spirito / e i miei sensi elaborano il pensiero / per scoprirti e capirti», mentre spirito e materia convivono in una visione osmotica. C’è dunque una immedesimazione tra uomo e natura, desiderio di metamorfosi, ideale di vita: «Sei tu la mia ambizione: / libertà di goderti, / natura» (Sei tu la mia ambizione).

La poliedricità continua mediante la consonanza fra stati d’animo soggettivi e tonalità del paesaggio, attraverso i legami affettivi con l’ambiente naturale, nei momenti contemplativi delle campagne del Sud, dai quali nasce un forte desiderio di pace interiore, come in Odoranti campi di zagara, dove Nigro cita un verso di Goethe: «Conosci tu il paese dove fioriscono i limoni?».

Si presentano ora I labirinti della memoria come terzo capitolo del libro. La funzione del passato, secondo il poeta, è tutta concentrata nella lirica Ricetta: «Non mi umilia il sole: / anche se mi porta il nuovo / il passato non cancella. / Per far morire la nostalgia / risuscita il passato / rievoca le vecchie cose / rinnovale / mischiale al presente / e vivi». Così emergono i ricordi della giovinezza, il pianto degli anni lontani, le nostalgie dei soggiorni a Parigi, le visitazioni alla ‘teca della memoria’, i viaggi nella millenaria storia collettiva, ovvero Alfa e Omega.

La poesia amorosa di Nigro è raccolta nel quarto capitolo: Amore è vita, interamente rivolta all’unico, grande amore della sua vita, a cui - come già detto – è dedicato il libro. È un canto, talvolta melico, con reminiscenze stilnovistiche per la donna dei sogni; leggendo queste liriche o solo anche i titoli, recepiamo la totalità dell’innamoramento del poeta, attraverso immagini estasiate: Quanto t’amo dirti vorrei («questo senso di mutuo perderci»); Lontananza («Dov’è l’amor mio»); Il mio ruscello («Mi bagnerò in eterno nella tua purezza»); A te («Scava nel mio cuore / e vi troverai perle per te»); Sogno d’amore («È un sogno incantato / la mia vita accanto a te»); Oh, i tuoi occhi («I tuoi occhi / luce ai miei») … E poi gli incanti romantici dei soggiorni parigini con lei, avvolti da magiche atmosfere bohèmiennes.

Brusco è il passaggio alle problematiche esistenziali (capitolo quinto: Tra la vita e l’oblio), ma è palese in Nigro la consapevolezza della caducità umana, raffigurata efficacemente in La sigaretta: «... Così la vita! Una sigaretta che s’accende / allorché si nasce e che man mano / cenere lascia sul percorso cammino, / finché scompare». Quindi egli celebra l’esistenza, la luce, la speranza (Canto alla vita) e allo stesso tempo s’accorge che tutto è vanità (Futilità) e, con immagini foscoliane e leopardiane, ci conduce al trapasso, ricordandoci che il senso della vita è il suo mistero.

Il capitolo successivo, il sesto, vede l’affacciarsi di tematiche che avvicinano Nigro alle dimensioni divine e trascendenti, al bisogno di credere nella vita eterna, a considerare non chiusa la partita della vita dopo la morte: Dal dolore all’anima, dall’essere all’infinito contiene liriche nelle quali si rivolge al Dio dei suoi padri affinché interceda per un destino di oltrità, di infinito, di vita escatologica; altre in cui afferma che il bene dell’anima va nutrito con la luce e la liberazione; altre ancora dove appare l’immagine delle Astronavi dell’anima su cui navigano uomini e dèi. Infine, epilogo significativo, Gesù e la storia pone il sigillo sulla verità ultima: «Padre nostro che sei nei cieli» (in corsivo nel testo).

L’aggiunta del settimo capitolo, Alla fine del tragitto, non cambia nulla a quanto già esposto: vi è altresì un richiamo all’attualità storica riferito alla guerra nel Medio Oriente (Morte nel deserto del Negev e a Gaza) che contiene i condivisibilissimi versi: «…Solo l’amore sanerà la terra, / mentre l’efferata brama di potere / vi darà la morte».

Enzo Concardi

 

 

Pietro Nigro, Opera Omnia. Volume 1 - Poesie, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 208, isbn 979-12-81351-28-8, mianoposta@gmail.com.

 

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L’AUTORE

Pietro Nigro è nato ad Avola (sr) nel 1939 e risiede a Noto (sr); laureato in Lingue e Letterature Straniere all’Università di Catania, ha insegnato inglese presso varie scuole superiori. Ha iniziato a scrivere poesie fin da ragazzo; la sua ispirazione trae origine dai luoghi siciliani della sua infanzia e dagli ambienti francesi e svizzeri visitati durante le vacanze estive, in particolar modo Parigi (la sua città d’elezione), dove si recava spesso per perfezionare la conoscenza della lingua francese. Il primo libro di liriche, Il deserto e il cactus, è stato pubblicato da Guido Miano nel 1982 e gli è valso il 1° Premio assoluto per la poesia edita, Targa “Areopago” (1983, Roma). Sono seguite molte opere poetiche, testi di saggistica e altri lusinghevoli riconoscimenti, tra cui il prestigioso Premio “Luigi Pirandello” per la Letteratura (Taormina, 1985) e il Premio “La Pleiade ‘86” «per la produzione letteraria e poetica già riconosciuta a livello critico» (sala del Cenacolo di Montecitorio, Camera dei Deputati, Roma 1986).

 

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Daniele Cargnino, "L'antidoto al morso dei poeti"

20 Giugno 2024 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Daniele Cargnino
L’antidoto al morso dei poeti

Il Leggio Libreria Editrice - Euro 12 - pag. 80
www.leggioeditrice.it - https://www.ibs.it/antidoto-al-morso-dei-poeti-libro-daniele-cargnino/e/9788883202063

 

Daniele Cargnino (1987) è un giovane poeta torinese che ha già pubblicato diverse sillogi (La Sposa nella Pioggia, Blu Oltremare, I Depressi Odiano l’Estate) e alcuni racconti. La sua ultima opera poetica è Fallimentare Urgenza Creativa, che precede il recente e compiuto L’Antidoto al Morso dei Poeti. Il volume di Cargnino ha come sottotitolo (molto indovinato) Cinemalinconie delle periferie, il suo incedere per fotogrammi conferma la felice scelta, così come l’ambientazione delle liriche non poteva essere migliore. Il breve motto introduttivo definisce le opere che il lettore sta per leggere: poesie da tasca, una serie di note, slogan pubblicitari, storie messe al bando, schegge di dialoghi, aforismi e epigrammi. Tutto questo, infatti, sono i versi di Cargnino, dedicati alle case perdute e a chi vi abbiamo dimenticato dentro, agli amori che fanno male, ai denti e ai corpi spezzati d’amore, alla malinconia, che ha bisogno di musica e poesia. Tutto molto bello. L’opera del poeta risente della sua formazione musicale, nel caso mi capitasse di ascoltare un giorno una sua canzone forse potrò dire il contrario, per il momento leggere le sue liriche equivale ad ascoltare un vecchio vinile degli anni Settanta che continue i brani del cantautore preferito. Molti riferimenti d’autore sottolineano la cultura poetica di Cargnino - che legge poesia, da vero poeta, e si fa influenzare, come dev’essere -, si va da Magrelli a Straub, passando per Whyte e Cortazar, senza dimenticare Weril e Lyacos. Poesia racconto ma non alla Pavese, poesia moderna, onirica, psichedelica, divisa in due tempi (due lati dell’album in vinile), ripartiti ciascuno in tre atti, per terminare con un bonus track e una playlist musicale che comprende Ciampi, Cohen, Smith, Neffa, Conte, Lennon e non abbiamo citato tutti. Dicono di me che sono acqua sporca. / Senza resa. / La felicità sta negli anfratti. / Tienili stretti, scrive il poeta in una sorta di diario delle sconfitte dove annota tutte le sue nevrosi, vivendo un’esistenza che sembra un panno sporco dentro una lavatrice. Intuizioni geniali come Abitiamo il vento che ci disegna / come una gabbia in movimento lasciano il posto ad altre come l’obiettivo è far parlare la poesia dicendo il meno possibile, non meno folgoranti. I miei sensi di colpa da scrittore non li auguro a nessuno, recita un aforisma del poeta che non raccoglie mai i pensieri per paura di star male e non vuol perdere il contatto con i dischi e con il pop per non perdere la gioventù. Per concludere che le poesie e i poeti non salveranno il mondo / ma forse lo potranno mantenere in buono stato. L’Antidoto al Morso dei Poeti è un libro che ti resta dentro, pubblicato da una piccola Libreria Editrice di Chioggia che diffonde vera poesia a prezzi accessibili.

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