poesia
Questo indelebile mutare, davanti allo specchio e l'apparenza inganna.

Ancora poesie da Pensieri nello scrigno di Fabio Strinati
Questo indelebile mutare
La stabilità non ha scrupolo
per il mutare in miniatura
per nulla la cortesia
una riguardosa strofa di caviale
raffinatamente tronca
eccellente l'opera
con l'abilità delle querce
il configgersi d'un raggio pudico,
ormai smarrita la collera
brilla dicembre con la sua fama
di mostruoso attore
Davanti allo specchio
Un buco nel ritratto buio
il mare il suo sfondo
un proscenio l'erto muro pertinace
di scorie sputano
quel gioco ermetico di brado gergo
così misto e muto l'inerme oggetto
privo di rime assai palese intralcio,
come l'esilio
in lui si cela la pornografia
purché sia mai un ludibrio ella contiene
e dubita il fosco grumo dell'affabulazione.
L'apparenza inganna
E se poi nel sogno bacio
il drago come dello scorpione la coda unta,
lo smilzo serpe la strada solca,
untuoso, fulmineo e la sua tana?
distante forse.
Esisto, l'amore e arrivo come partenza

Ecco alcune poesie tratte da Pensieri nello scrigno di Fabio Strinati
Esisto
Il condottiero sbrana le vertebre
di questa notte inebetita
leziosismi d'arpa,
la mitezza dei morti.
L'amore
...come la prossima
primavera esplode
piange il fiore sfiorato
dagli dèi quel suo esile
suono d'arpa il pianto
dell'amore.
Arrivo come partenza
Scremato è il Grecale
la sua mira
ossequia il mimo
verga l'epitaffio.
truce è l'equinozio,
il soliloquio s'eccita
emula il solo anteporre
l'apostrofo come vacante.
Vincenzo d'Alessio, "Immagine convessa"

Conosco l’autore e ho aperto questo libro, Immagine convessa – Fara Editore 2017, conscia di trovare all’interno, oltre alla poesia, il sapore del grande romanzo: quel tutto organico che restituisce una precisa atmosfera da cui, tu lettore, non ti divincoli tanto è solida e ben costruita. Un buon libro di poesie - e questo è un libro di poesie - è come entrare in una casa che ha una sua precisa identità: ne percepisci i profumi, le ombre tenaci e quelle più docili alla luce variabile del giorno, gli angoli già carichi di storia, quelli con pareti pastello pronti a darti il benvenuto e altre dove fanno da protagoniste tende immobili statuarie e, dietro, una finestra che da tempo non si apre più. Un buon libro di poesie ha in sé l’invito ad entrare nello spazio esistenziale di chi l’ha scritto, di chi ha saputo raccogliere nell’unico linguaggio che gli è più consono, i suoi silenzi.
Titolo e copertina - che rappresenta la foto del figlio dell’autore, Antonio, morto giovane e bello -, sono un tutt’uno: l’uno spiega l’altra e viceversa. Non penso esista un genitore che vorrebbe sopravvivere alla morte di un figlio: con lui - il figlio - si spegne il mondo di chi, come un genitore appunto, lo ha amato visceralmente ed ha intrecciato nel bene e nel male la propria vita alla sua; di chi, ora, non sa più che farsene della propria vita così sprogrammata e, per sempre, disarticolata da tanto dolore. A meno che - a meno che … - non si raggiunga un compromesso e, quindi, una sorta di possibile convivenza con una sofferenza accesa sempre, ma che ora si lascia centellinare. Vela ancora gli occhi e ancora deforma l’immagine: ogni immagine, che torna convessa verso l’alto come un calice colmo di tanta appassionata umanità: chiavi di un regno, mappa di tanti orizzonti.
Da pag. 79 (meravigliosa!)
Posso dirti che non mi piace
vederti seduto ad aspettarmi
tra lapidi bianche al cimitero
meglio è sentirti con me
immergere gli occhi nel cielo
limpido delle terre verdi
dove siamo nati, Antonio
concerto di mare verso le sabbie
dorate di Camerota i frulli
salmastri del rosmarino nel vento
ci insegue mordendo i capelli
vieni, i fratelli vicini, mia moglie
ti guarda, quasi spia, la tua dolcezza
che piace a Dio.
Da pag 75
Ti hanno vestito con l’abito
buono, sorridevi baciato
dal tuo amore per la vita
le lunga dita ancora in fiore
come le corde del contrabbasso
Sei bello per sempre di fronte
all’eterno cuore leggero
del tuo sogno: si muore
dormendo dopo una lunga
notte d’amore.
In quanto esposto prima, la chiave di lettura del libro. Mi accosto ora ad altri argomenti, cari al nostro D’Alessio, precisando che ogni tema non è presentato - e affrontato - da nostalgico, ma da testimone, uno di quelli che teme l’adattamento a ciò che non va, la resa ad una memoria/automatismo senza la vividezza del ricordo; quel testimone, insomma, che non ha fatto il callo a ciò che non va e lo denuncia ancora una volta. Ecco che il verso è una sorta di memento lasciato al vento perché almeno una folata raggiunga e allerti sempre il futuro.
Da pag. 76
Padre Bosco che sei
più in alto siano santificati
i tuoi faggi vengano
le tue sorgenti a rinnovare
le valli sia fatta la tua volontà
uccelli nel cielo fiori sulla terra
dacci sempre il tuo fresco quotidiano
perdona i nostri errori
non ci privare dei tuoi doni
ma rinnovali nell’eterno
delle tue stagioni: Amen!
Da pag. 77
Dove vanno i giovani del Sud
i loro cognomi sparsi
ai quattro venti, gli occhi
spiritati di colore, le mani
calde di lavoro? Sciamano
rondini anonime dal deserto
delle nostre terre
pugni stretti ai fianchi solchi
sulla fronte portano la dignità
dei sogni avuti al sole.
Il Nord del mondo è
tempesta d’odio e di serpenti.
Giovani del sud onore
mai smarrito.
C’è una dimensione che pregna l’intero libro ed è quella della preghiera. Non è tanto l’esplicita devozione a Dio, comunque molto presente nel Nostro, ma una sorta di condivisione e partecipazione alla Vita di sempre e di tutti, con le proprie umane e precarie capacità, da figlio e fratello - veri e propri legami di sangue da quell’umanità che stilla un dolorepersempre.
Pregare è pensare al senso della vita, citazione di Wittgenstein alla quale fa quasi da rifinitura quella di Martin Heidegger, pensare è ringraziare, come a dire che quando si iniziano a toccare certe profondità si incontrano tanti e tali cieli che il porgersi di un poeta ha sempre un sottofondo di gratitudine e pelle accapponata
Da Pag. 33
La notte è un groviglio di rovi
per gli occhi in preghiera
per mani mansuete al giaciglio
il sole arancio sulle terre
nel sacro velo del cielo
beata te rondine che torni
non sappiamo se figlia
madre sposa della passata
stagione il tuo volo non muore
il nostro cade nel rantolo
antico delle ore.
Da pag. 97
Signore, posso chiederti dove
comincia il cielo dei poveri?
L’acqua del loro pianto è
polvere nel fuoco delle armi
il sangue dei figli è rosa
del deserto, puoi sentire
per amore della tua carne
queste grida?
E termino la mia riflessione che, come altre precedenti, non nasconde un pensiero affettuoso e di stima verso questo Poeta - in privato gli ho scritto che avrei voluto essere io l’autore del suo libro - col finale di una poesia di Paul Celan che ben si adatta a condensare il sapore lasciato dalla lettura
fanno restare senza fiato, oggi,
le mani giunte.
Angela Caccia
C'era una volta la Romagna: il raccolto

Al tempo della mietitura si andava tutti nei campi, anche i bambini, presi dall'euforia dell'occasione, si rendevano utili spostando mannelli, piccoli fasci di spighe, o portando da bere ai mietitori. Finito il raccolto si trasportavano a casa i covoni e si faceva una grossa bica (o barcone) a forma di parallelepipedo con grandi spioventi. Il giorno della trebbiatura era una vera festa. Si sentiva in lontananza il battito di un trattore che si avvicinava lentamente trainando una lunga carovana composta da macchina per la trebbia, scala, carretto dei carburanti e lubrificanti. Enorme, arancione, si presentava come una grande cassa di legno, montata su un carro a quattro ruote della lunghezza di circa sei o sette metri, e arrivava nell’aia come un mostro, impegnandola quasi completamente. Al seguito venivano tutti gli uomini a salario che avrebbero aiutato nel compito di prendere i covoni, scaraventarli dentro una specie di grosso imbuto in cima a quel diavolo rumoroso e ansimante, che sbuffando faceva uscire inspiegabilmente da sotto il grano in chicchi, mondato dalle spighe, mentre la paglia usciva da dietro, raccolta in balle legate col filo di ferro. Noi bambini restavano a bocca aperta nel vedere tale trasformazione e confabulavamo chiedendoci chi fosse nascosto dentro quel grosso cassone, e quanta fatica doveva fare per lavorare così bene, in fretta e al chiuso. Spesso, troppo spesso, si rompeva la grossa cinghia di trasmissione che dal trattore faceva funzionare la macchina trebbiatrice, e allora si sentiva volare dalla bocca degli operai addetti ogni sorta di imprecazioni per santi e madonne. A noi scappava, maliziosamente, da ridere, e il nonno, arrabbiato, ci prendeva a scappellotti perché, misteri della fede, “un uomo in un momento di nervoso poteva anche bestemmiare, ma un bambino mai e poi mai doveva sentire!”
Gli uomini, col cappellaccio calato fin quasi sugli occhi per difendersi dalla polvere e dalla pula che volavano intorno, si proteggevano il viso con grossi fazzoletti legati dietro la nuca, che coprivano naso e bocca, tanto da sembrare quei banditi che vedevamo sui giornaletti di Tex Willer assaltare le diligenze. Così fantasia su fantasia ci mettevamo anche noi il fazzoletto e iniziavamo a correre battendo la mano sul sedere come se stessimo incitando un cavallo e giocavamo a rincorrerci, “indiani e cowboy”, urlando e saltando per tutta l'aia.
Mente noi giocavamo, per parecchie ore si udivano, martellanti, il battito frenetico del trattore e il rombo cupo della trebbiatrice. Anche in lontananza si poteva vedere il polverone sollevato, mentre le biche dei covoni calavano e contemporaneamente crescevano i pagliai.
Il grano raccolto in grossi sacchi di tela di juta veniva accatastato nel granaio e sarebbe stato in parte venduto dal nonno al mercato e in parte portato al mulino per ottenere la farina necessaria alla famiglia tutto l'anno: pane e pasta si facevano ancora in casa.
Infine una parte di grano si conservava per la semina successiva. Il nonno faceva depositare questa grande quantità di chicchi in una stanza vuota della casa vecchia, la stanza veniva riempita per tutta l'ampiezza e quasi per metà in altezza. Alla porta d'ingresso mettevano di traverso un grosso asse di legno che non consentisse al grano di spandersi all'esterno, ma per noi era perfetto da usare come trampolino per piacevolissimi tuffi nella nostra “piscina privata”. Incuranti della polvere del grano che mordeva le carni, affondando nei chicchi profumati e morbidi che si modellavano lentamente sotto il nostro peso, immaginavamo di essere al mare e di nuotare incalzati dalle onde verso l'isola del tesoro.
AMO LA TERRA
“Amo la terra che mi ha
partorito:terra di pianura,
nera e grassa che alimenta i
tralci e matura le messi.
Terra umida in cui è dolce
affondare le mani e piantare
profonde radici.
Amo la terra di rossa creta
dove correvo l’estate
graffiandomi i piedi,
“calanchi” che scivolano a
valle, si sciolgono, si
increspano, ondulati come il
mare.
Amo la terra secca e brulla
quando d’inverno il gelo
disegna arabeschi sulle zolle
nude e un giorno vi farò
ritorno:
lei si aprirà accogliendomi
nel suo seno e non avrò
freddo, non avrò paura nel
caldo abbraccio di mia
madre.
E poi sarò di nuovo viva: sarò
albero, sarò fiore.”
Io ero un'anima debole, un nido di paglia e cereali

Alcuni brani tratti da Dal proprio nido alla vita
ll freddo miete le sue vittime cercandole sempre tra le più deboli.
Io ero un’anima debole, un nido di paglia e di cereali.
La paura del vento, degli urli tra i rami spogli
degli alberi spettrali, e le sentinelle della montagna...
le minacce della vita nei giorni freddi dell’inverno,
che alimentavano in me, un’angoscia devastante,
proprio come le mosche, insonnolite
prima di quel lungo viaggio che forse, staccherà il biglietto
per quei paesaggi miti, o per quei paesaggi, dove i moribondi
siamo sempre noi, anime vaganti per i sentieri infiniti!
La morte è un termine orrendo. Orrenda è la morte,
che all’improvviso arriva, con aria buffa
di chi si prende gioco della vita, di chi la disprezza;
la morte è più vera di un inganno deciso a tavolino,
di questi uomini vestiti di nero, di cui nulla sappiamo
ma che con certezza, come la morte arriva,
che della vita se ne fa beffa!
Il vento è un suono così sottile, così
invisibile, che sa essere custode
e padre al tempo stesso:
il vento è quel treno di ferro
che ti accoglie nel suo viaggio,
facendo scendere ad uno ad uno,
i fantasmi che ti porti dietro!
Nel vento possiamo volare,
leggiadri come piume,
sereni come il cielo
oltre quella linea longitudinale...
oltre un mare lontano,
saggia è la vecchiaia,
matura la tua rondine madre!
Non c'è ritorno

Stavo meglio
quando pensavo
che il gatto mi baciasse
quando le parole erano vaghe
come stelle del Leopardi
quando il cane agitava la coda
solo per fare le feste
quando cercavo gente
per voler bene
senza aggiunte
Dietro c’era quello che si vede
E sangue chiamava sangue
con purezza facile
Scarabocchio, depressione, la macchia e testimone

SCARABOCCHIO
Rinchiuso tra le pareti in una stanza chiusa e piena
di polvere di acari pusillanimi,
a sorbettare i versi e le rime...
scombussolato nella mia lingua romanza che si fracassa
di vocali urlanti e limacciose per un delirio di parti e controparti,
a cinguettare la seta delle tele negli angoli rimasti...
adirato da impulsi e nutrimenti che mi arrovellano la mente
più di un passo storpio di un foglio sulla rima.
DEPRESSIONE
La salute mia è un ramo d’albero appeso al vento di dicembre
tra rimpianti che la vita ormai andata
brulicano e mantengono,
strane sensazioni a volte, piluccano il tuo essere vinto
e sconfitto, come un uomo poco attratto dalla libertà
che si accendono e si spengono
oltre un confine immaginario animato
dai ricordi fievoli di un’infanzia in agrodolce,
come l’ultima parola che senza fiato
si scarica di rabbia per ferire la tua morte prematura.
LA MACCHIA
Come si dissolvono le nostre polveri nell’incertezza
della vita, o della morte che penetra che arriva
e alimenta altra morte, che impregna
la nostra vita che finalmente, al tocco della falce si svela.
Il tempo è in movimento e lontano;
e la solitudine serpeggia senza catene di ferro
durante i nostri momenti vuoti,
e quando un po’d’ombra arriva a noi come
una macchia di petrolio su questa lavagna di vita,
il nostro vivere diventa fievole,
la nostra anima sbiadita.
TESTIMONE
È nella fessura che porgo l’occhio mio,
la mia perla di lingua tutt’intorno affonda,
sibili e cicalini,
nel suo rattoppo d’origine,
d’occhiatine vispe nella vispezza
che tanto arretra
e d’avanti punta indietreggia,
si stagna il gesto, come sangue rappreso
la sua macchiolina annichilita.
Dentro la mia anima, io, attese

DENTRO LA MIA ANIMA
Dentro il mio io interiore, a volte triste e in solitudine...
ho l’anima che cerca il romanzo della vita
per non morire giovane su questa terra affaticata,
...solcare il mare
lasciandosi alle spalle un lacrimoso tramonto,
che sappia rinverdire l’anima mia di gioia e di speranza!
I miei occhi osservano la primavera: stagione che penetra
con eleganza, come ogni mattina
quando penso alla preziosità della vita...
la più bella scoperta,
l’avventura in un lungomare di conquista!
IO
Credo che la vita sia il mio principale aguzzino,
e quando ci sono quelle giornate umide
e le mosche bidonate nella lordura del momento,
mi ritiro nel mio bureau di taccuini,
guardo il cielo e mi rivedo spiaccicato
su quelle lente nuvole stracolme d’acqua,
in quei giorni stringati di dicembre
e i cortili imbiancati come lenzuoli d’avi e di morte!
ATTESE
Inseguire con gli occhi una linea esile e sottile,
come una traiettoria in metamorfosi,
che piano spira nel suo lasso di polvere e di sepolcri.
Gettare un’occhiatina oltre quel sipario rinserrato,
oltre un avvenire errante e impantanato
nel suo dovere ma nel dubbio
che una lancetta d’orologio
sia bloccata nel suo dilemma muscoloso,
nel frattempo, emergono speranze e gravose attese.
vagante che ha vagato stanca per i campi spenti.
Interrogativo, io e anima

INTERROGATIVO
Quando ho paura del domani, mi aggrappo
alle tante foto appese al muro nella mia stanza:
tengo stretto il mio cuscino,
come l’amore è quell’equilibrio che tutto
scompone e ricompone,
come una foto di famiglia che raggruppa
l’unica foto di un istante, di un’eternità infinita.
IO
Il riflesso del mio io nascosto è celato, come sottovuoto,
il suo sonno addormentato
e la mia voce di primavera che segna e risveglia
il mio luogo, molteplice tragitto,
mi riduce ad uno specchio
che brilla la sua matura ombra
che viene oppressa
per due soldi di letame,
la mia mano, che scrive sopra un foglio bianco
la sua firma di fanciullo,
nel riflesso del mio io
come un orsacchiotto screpolato lasciato
ad ammezzire in tardo autunno,
lungo un tragitto liquoroso all’intercalare delle luci,
il buio nel mio cuore, e una caverna soltanto.
ANIMA
La morte ha un odore di selvatico
più delle lacrime cadute a terra prematuramente,
seminate di speranza e di sorgenti
con accanto le mostrine incanutite di poveri soldati
caduti in guerra e mai risorti,
come
la morte, lei penetra porta scompiglio
e in novembre, solo un vago ricordo di quell’anima
vagante che ha vagato stanca per i campi spenti.
Suoni, se fossi morto prima e lungo addio

SUONI
I suoni si spargono tra passato e presente, impiccati
nelle regioni nere e appartengono,
ai fili clandestini che come reclute tormentate
in questo smorto attimo d’impazienza
emulano empi, sgorgano nell’impazzimento
di un’apparizione usata,
irrisi suoni che svolazzano nell’aria.
SE FOSSI MORTO PRIMA
Se fossi morto prima...
la chiazza del mio essere uomo di miscugli e di fiori
appassiti, mi ha condotto a voi col capo chino e remissivo,
il volto stanco e pieno di rughe e il mio cuore in trappola
dei suoi stessi sentimenti di stampigliatura;
ora, cerco solo di accoppare il mio tempo già finito,
e di bermi un goccio forte, in un’osteria dell’angolo.
LUNGO ADDIO
Un lungo addio è
oltre le montagne figlie della vecchiaia e del tempo,
consumato dal suo stesso addio,
con gli occhi dell’anima,
dentro il cerchio immobile di un lago colorato di grigio,
disegnato dentro,
che già si dona esanime
alle troppe sofferenze che soffiano nel vento
tra le anime tremolanti, in un profondo
infinitamente finito!
/image%2F0394939%2F20190531%2Fob_6113d1_61425960-10216728261030327-19684367693.jpg)
