poesia
Miriam Bruni, "Credere nell'attesa"

Da Le lettere di Berlicche di Clive Staples Lewis
Caro Malacoda - è il diavolo Berlicche che scrive al nipote imbranato per addestrarlo al male-, se tenti gli uomini al piacere non fai nulla di utile per noi, in quanto soddisfi anche il nostro Nemico, poiché il piacere fa parte della sua creazione; tenta invece l’uomo all’aridità, all’apatia, portalo adagio adagio nel deserto, e quando è nel deserto impediscigli di pregare: allora avrai vinto anche l’ultima battaglia.
E inizio da qui a parlare di questo libro/scrigno, Credere nell’attesa di Miriam Bruni, Terra d’Ulivi Edizioni. Un qui molto lontano e ancestrale, com’è solo la preghiera, e il brano di Lewis la dice lunga, seppur implicitamente, sull’origine e motivazioni del pregare. Il deserto è sempre dietro la porta di casa, né l’abitudine a sgranare rosari immunizza da quell’aridità: ci vuole un cuore pulsante e un digiuno che graffia perché consapevole di potersi placare solo in quel dire e ribadire a Lui la nostra fiducia – da pag. 5
Solo Tu, solo Tu mi vedi intera e sai
lenire l'incomprensione amara, che ci
rode e a tratti ci sbrana. Non credessi
all'invisibile, Signore, una fossa avrei
scavata, quante volte, a seppellirmi
viva. Ma sei tu l'Oltre che vado cercando.
Che sento, che vedo, è a Te che io chiedo
protezione profonda, l'incursione del Bene
nelle mie piazze, e la pace tua dolce
sulle mie pene. E un poco di luce, quel
tanto che basta per avanzare senza
troppa paura e a sera renderti ogni mia
cosa, sia essa gaia e fiduciosa, oppure
triste e polverosa. Che vita vien fuori,
sarai Tu a dirlo, alla mia fronte
imperlata di Cielo, e alle mie mani
tese a raccogliere del tuo splendore
l'eterna manna, mio Redentore.
Si dice che la poesia non preghi ma faccia pregare, eppure in questo libro, tra queste pagina, sembra di cogliere l’hic et nunc in cui s’aggruma una sofferenza tra le più acute che l’autrice spande sul foglio affinché, alchemicamente, attraverso i segni che ribolliranno sul bianco, si trasformi nella meta più ambita: la speranza. È un filo sottilissimo a separare questa dall’illusione: il rischio è di adagiarsi troppo nell’attesa di tempi migliori e crogiolarsi non attivandosi, o di scattare troppo in avanti sostenuti da una visione che non appartiene al presente.
È necessario quindi rimanere ben radicati alla realtà, per quanto dolorosa e inaccettabile, perché la speranza sia sempre più credibile e si concretizzi in un ventaglio di possibilità. Una strada tutta in salita: è sperare la cosa più difficile, a voce bassa e vergognosamente. La cosa facile è disperare ed è la grande tentazione (Charles Peguy)
Ecco che “vedo” Miriam chiamare per nome il suo dolore e, pensosa ma ritta, affrontarlo … - da pag. 59
E' agosto e ho iniziato la chemio.
Nello sforzo costante alla pazienza
le mie labbra sono chiuse.
Devi guardarmi
come una muta nube, madre.
Agli uccelli di cui odo il suono
cerco di dare un nome,
come col verso delle bestie
di fattoria o di cortile. Ma qual è
il verbo dei cortei celesti?
E' da sola che lo imparo,
nella pace che mi coglie
se li guardo, come quando
sul finire del fuoco puntualmente
mi ristoro di brace
e ancora – da pag. 12
Spoliazione
Dei due massimi emblemi
del femminile: capelli e seno;
caduti entrambi in una
manciata di settimane.
Ma resto donna e a tratti
mi assale una pena
che mi schiude e poi richiude
come il sogno che non si fa
reale. Fossi di pietra, ora,
non sentirei dolore
per le miriadi di cellule
programmate a morire.
Non sentirei pesantezze,
fastidi, nausee, timori.
Ma nemmeno questa musica
o le vostre preghiere.
Ma faremmo un torto a questo bel libro, alla sua autrice, se non mostrassimo anche il “lato rosato” delle sue parole. Rosata com’è la quiete, una modalità altra di essere felici. In essa non si soffre più la resistenza, l’assenza di fatica nella vita normale è inedia, ma nella quiete diventa l’attimo più vicino all’infinito – da pag. 62
Le foglie d'ottobre
cominciano a cadere, sì,
a scricchiolare
sotto le suole, mentre noi
di felicità
fatichiamo anche solo
a parlare. Invece
del cielo
gli stormi d'uccelli
fan piste di ghiaccio
su cui eseguire
-beati e veloci -coreografie
da lasciare estasiati.
Ancora la calura
non raggiunge
i piani alti.
Si irradia mansueta
la sera e San Luca
è una torta illuminata.
Sono tornate
le rondini
a graffiare la luna,
a suonare
i tasti del cielo
-spensierate.
E ancora – da pag. 35
Per chi può volare alto
il pervinca
è un aperto nascondiglio,
non li puoi vedere in cielo,
ti accontenti
dei rubini tra le spighe verde-luce,
delle api a crogiolarsi,
strofinarsi
dentro i fiori. Per chi è povero
di sogni realizzati è ricchissima
miniera la natura; le colline
a inizio giugno
ricoperte da criniere
e le nubi a incoronare
l'orizzonte così belle che vi affondi
con la mano della mente,
mentre foglie, fili d'erba
e petali leggeri, tutto ti ricorda
che da un vento
di carezze tu nascevi.
Ciò che barra il cammino è sempre la paura - s’incarna, stravolge, sa come sradicare i piedi dal reale - così la strada si biforca: da una parte la disperazione, quello stare nel deserto che è fissità e attesa dell’ineluttabile di cui parla il vecchio diavolo Berlicche; l’altra… l’altra esige un colpo di reni per approdare al coraggio della vita e della sua difesa estrema: e la preghiera, qui, non è l’auspicio di una maggiore energia che ci faccia approdare al coraggio di cui sopra, ma è già quel colpo di reni.
E termino con una breve poesia che, a mio avviso, appartiene a tutti noi, a me che mi diletto di poesia sino a scriverne più o meno indegnamente – da pag. 9
Sono loro ad ordinare
“Fammi fiume, fammi pane”.
Sono loro, le parole
a farsi vive, necessarie.
E quanto siano necessarie e salvifiche a Miriam, a tutti noi che continuiamo a proteggere la parte migliore, l’essenza, quella, forse, più vicina all’anima, lo spiega ancora e mirabilmente Shakespeare
Dà al tuo dolore le parole che esige. Il dolore che non parla, sussurra
bensì a un cuore troppo affranto l'ordine di schiantarsi.
CON UN SORRISO SULLE LABBRA

Mi salutò con un sorriso sulle labbra.
Ma non sull'Anima.
Nemmeno sul Cuore.
Un'Anima ed un Cuore aridi, sterili e vuoti.
Nessuna fertilità, fecondità e pienezza.
Un sorriso sulle labbra.
Labbra come se avessero contratto la lebbra.
Un contratto non rispettato che dal sottoscritto a cui erano stati diretti il saluto ed il sorriso.
Un saluto che mi ha procurato un salto nel buio, nel vuoto.
Io: un vuoto a perdere!!!
Luca Lapi
Fiorenza dentro da la cerchia antica

Le prime città italiane a divenire libere e ricche furono le città marinare. Ma anche i borghi dell’interno ambivano a maggiore indipendenza e libertà di scambio e di commercio, contrastati, però, in questo, dalla prepotenza dei feudatari. Allora i borghesi si riunirono, si giurarono reciprocamente fedeltà e chiamarono il loro raggruppamento (coniuratio) Comune. Lottarono contro i feudatari, rivolgendosi persino all’Imperatore per ottenere il diritto di governarsi da soli, in cambio di una tassa da pagare.
I contadini lasciavano i campi e si aggregavano alle città che divennero sempre più grandi e ottennero l'indipendenza, trasformandosi in vere e proprie città stato. All'interno delle mura vennero a convivere uomini di estrazione sociale molto diversa: contadini inurbati in seguito all'eccedenza di manodopera nei campi, feudatari minori che cercavano di sottrarsi ai vincoli verso i grandi feudatari trasferendosi in città, oltre che notai, giudici, medici, piccoli artigiani e mercanti. Questi costituivano la borghesia.
In Italia meridionale l'ascesa dei Comuni fu ostacolata dal centralismo normanno mentre essi raggiunsero un eccezionale sviluppo a Nord, espandendosi dalle città alle campagne. Ciò spiega il mantenimento al sud di grandi latifondi e baronie, retaggio del periodo feudale.
Il potere del comune si estese anche alle campagne circostanti, spesso di proprietà di alcuni valvassori che erano fra i notabili del Comune. Nacque così il concetto di contado.
Durante l'età comunale germogliarono anche le corporazioni di arti e mestieri, cioè mercanti e artigiani riuniti secondo il mestiere che praticavano.
In linea generale, il Comune si basò su principi opposti a quelli del feudalesimo. Mentre il mondo feudale fu agricolo e militare, fondato su una rigida gerarchia, il mondo comunale, che raccoglieva l'eredità della città-stato antica, fu cittadino e mercantile, prevedendo la partecipazione al governo di una buona parte dei cittadini. Di riflesso, l'arma tipica del feudalesimo fu la cavalleria, i Comuni, invece, misero in campo eserciti cittadini.
I Comuni si svilupparono anche in Francia, in Germania e in Inghilterra ma il fenomeno fu essenzialmente italiano.
Eppure già a quei tempi c’era chi si lamentava per l’espansione delle città, per il degrado e per i mutamenti nel costume.
Così Dante fa parlare l’avo Cacciaguida nel Canto XV del Paradiso
Fiorenza dentro da la cerchia antica,
ond'ella toglie ancora e terza e nona,
si stava in pace, sobria e pudica.
Non avea catenella, non corona,
non gonne contigiate, non cintura
che fosse a veder più che la persona.
Non faceva, nascendo, ancor paura
la figlia al padre, ché 'l tempo e la dote
non fuggien quinci e quindi la misura.
Non avea case di famiglia vòte;
non v'era giunto ancor Sardanapalo
a mostrar ciò che 'n camera si puote.
Questo indelebile mutare, davanti allo specchio e l'apparenza inganna.

Ancora poesie da Pensieri nello scrigno di Fabio Strinati
Questo indelebile mutare
La stabilità non ha scrupolo
per il mutare in miniatura
per nulla la cortesia
una riguardosa strofa di caviale
raffinatamente tronca
eccellente l'opera
con l'abilità delle querce
il configgersi d'un raggio pudico,
ormai smarrita la collera
brilla dicembre con la sua fama
di mostruoso attore
Davanti allo specchio
Un buco nel ritratto buio
il mare il suo sfondo
un proscenio l'erto muro pertinace
di scorie sputano
quel gioco ermetico di brado gergo
così misto e muto l'inerme oggetto
privo di rime assai palese intralcio,
come l'esilio
in lui si cela la pornografia
purché sia mai un ludibrio ella contiene
e dubita il fosco grumo dell'affabulazione.
L'apparenza inganna
E se poi nel sogno bacio
il drago come dello scorpione la coda unta,
lo smilzo serpe la strada solca,
untuoso, fulmineo e la sua tana?
distante forse.
Esisto, l'amore e arrivo come partenza

Ecco alcune poesie tratte da Pensieri nello scrigno di Fabio Strinati
Esisto
Il condottiero sbrana le vertebre
di questa notte inebetita
leziosismi d'arpa,
la mitezza dei morti.
L'amore
...come la prossima
primavera esplode
piange il fiore sfiorato
dagli dèi quel suo esile
suono d'arpa il pianto
dell'amore.
Arrivo come partenza
Scremato è il Grecale
la sua mira
ossequia il mimo
verga l'epitaffio.
truce è l'equinozio,
il soliloquio s'eccita
emula il solo anteporre
l'apostrofo come vacante.
Vincenzo d'Alessio, "Immagine convessa"

Conosco l’autore e ho aperto questo libro, Immagine convessa – Fara Editore 2017, conscia di trovare all’interno, oltre alla poesia, il sapore del grande romanzo: quel tutto organico che restituisce una precisa atmosfera da cui, tu lettore, non ti divincoli tanto è solida e ben costruita. Un buon libro di poesie - e questo è un libro di poesie - è come entrare in una casa che ha una sua precisa identità: ne percepisci i profumi, le ombre tenaci e quelle più docili alla luce variabile del giorno, gli angoli già carichi di storia, quelli con pareti pastello pronti a darti il benvenuto e altre dove fanno da protagoniste tende immobili statuarie e, dietro, una finestra che da tempo non si apre più. Un buon libro di poesie ha in sé l’invito ad entrare nello spazio esistenziale di chi l’ha scritto, di chi ha saputo raccogliere nell’unico linguaggio che gli è più consono, i suoi silenzi.
Titolo e copertina - che rappresenta la foto del figlio dell’autore, Antonio, morto giovane e bello -, sono un tutt’uno: l’uno spiega l’altra e viceversa. Non penso esista un genitore che vorrebbe sopravvivere alla morte di un figlio: con lui - il figlio - si spegne il mondo di chi, come un genitore appunto, lo ha amato visceralmente ed ha intrecciato nel bene e nel male la propria vita alla sua; di chi, ora, non sa più che farsene della propria vita così sprogrammata e, per sempre, disarticolata da tanto dolore. A meno che - a meno che … - non si raggiunga un compromesso e, quindi, una sorta di possibile convivenza con una sofferenza accesa sempre, ma che ora si lascia centellinare. Vela ancora gli occhi e ancora deforma l’immagine: ogni immagine, che torna convessa verso l’alto come un calice colmo di tanta appassionata umanità: chiavi di un regno, mappa di tanti orizzonti.
Da pag. 79 (meravigliosa!)
Posso dirti che non mi piace
vederti seduto ad aspettarmi
tra lapidi bianche al cimitero
meglio è sentirti con me
immergere gli occhi nel cielo
limpido delle terre verdi
dove siamo nati, Antonio
concerto di mare verso le sabbie
dorate di Camerota i frulli
salmastri del rosmarino nel vento
ci insegue mordendo i capelli
vieni, i fratelli vicini, mia moglie
ti guarda, quasi spia, la tua dolcezza
che piace a Dio.
Da pag 75
Ti hanno vestito con l’abito
buono, sorridevi baciato
dal tuo amore per la vita
le lunga dita ancora in fiore
come le corde del contrabbasso
Sei bello per sempre di fronte
all’eterno cuore leggero
del tuo sogno: si muore
dormendo dopo una lunga
notte d’amore.
In quanto esposto prima, la chiave di lettura del libro. Mi accosto ora ad altri argomenti, cari al nostro D’Alessio, precisando che ogni tema non è presentato - e affrontato - da nostalgico, ma da testimone, uno di quelli che teme l’adattamento a ciò che non va, la resa ad una memoria/automatismo senza la vividezza del ricordo; quel testimone, insomma, che non ha fatto il callo a ciò che non va e lo denuncia ancora una volta. Ecco che il verso è una sorta di memento lasciato al vento perché almeno una folata raggiunga e allerti sempre il futuro.
Da pag. 76
Padre Bosco che sei
più in alto siano santificati
i tuoi faggi vengano
le tue sorgenti a rinnovare
le valli sia fatta la tua volontà
uccelli nel cielo fiori sulla terra
dacci sempre il tuo fresco quotidiano
perdona i nostri errori
non ci privare dei tuoi doni
ma rinnovali nell’eterno
delle tue stagioni: Amen!
Da pag. 77
Dove vanno i giovani del Sud
i loro cognomi sparsi
ai quattro venti, gli occhi
spiritati di colore, le mani
calde di lavoro? Sciamano
rondini anonime dal deserto
delle nostre terre
pugni stretti ai fianchi solchi
sulla fronte portano la dignità
dei sogni avuti al sole.
Il Nord del mondo è
tempesta d’odio e di serpenti.
Giovani del sud onore
mai smarrito.
C’è una dimensione che pregna l’intero libro ed è quella della preghiera. Non è tanto l’esplicita devozione a Dio, comunque molto presente nel Nostro, ma una sorta di condivisione e partecipazione alla Vita di sempre e di tutti, con le proprie umane e precarie capacità, da figlio e fratello - veri e propri legami di sangue da quell’umanità che stilla un dolorepersempre.
Pregare è pensare al senso della vita, citazione di Wittgenstein alla quale fa quasi da rifinitura quella di Martin Heidegger, pensare è ringraziare, come a dire che quando si iniziano a toccare certe profondità si incontrano tanti e tali cieli che il porgersi di un poeta ha sempre un sottofondo di gratitudine e pelle accapponata
Da Pag. 33
La notte è un groviglio di rovi
per gli occhi in preghiera
per mani mansuete al giaciglio
il sole arancio sulle terre
nel sacro velo del cielo
beata te rondine che torni
non sappiamo se figlia
madre sposa della passata
stagione il tuo volo non muore
il nostro cade nel rantolo
antico delle ore.
Da pag. 97
Signore, posso chiederti dove
comincia il cielo dei poveri?
L’acqua del loro pianto è
polvere nel fuoco delle armi
il sangue dei figli è rosa
del deserto, puoi sentire
per amore della tua carne
queste grida?
E termino la mia riflessione che, come altre precedenti, non nasconde un pensiero affettuoso e di stima verso questo Poeta - in privato gli ho scritto che avrei voluto essere io l’autore del suo libro - col finale di una poesia di Paul Celan che ben si adatta a condensare il sapore lasciato dalla lettura
fanno restare senza fiato, oggi,
le mani giunte.
Angela Caccia
C'era una volta la Romagna: il raccolto

Al tempo della mietitura si andava tutti nei campi, anche i bambini, presi dall'euforia dell'occasione, si rendevano utili spostando mannelli, piccoli fasci di spighe, o portando da bere ai mietitori. Finito il raccolto si trasportavano a casa i covoni e si faceva una grossa bica (o barcone) a forma di parallelepipedo con grandi spioventi. Il giorno della trebbiatura era una vera festa. Si sentiva in lontananza il battito di un trattore che si avvicinava lentamente trainando una lunga carovana composta da macchina per la trebbia, scala, carretto dei carburanti e lubrificanti. Enorme, arancione, si presentava come una grande cassa di legno, montata su un carro a quattro ruote della lunghezza di circa sei o sette metri, e arrivava nell’aia come un mostro, impegnandola quasi completamente. Al seguito venivano tutti gli uomini a salario che avrebbero aiutato nel compito di prendere i covoni, scaraventarli dentro una specie di grosso imbuto in cima a quel diavolo rumoroso e ansimante, che sbuffando faceva uscire inspiegabilmente da sotto il grano in chicchi, mondato dalle spighe, mentre la paglia usciva da dietro, raccolta in balle legate col filo di ferro. Noi bambini restavano a bocca aperta nel vedere tale trasformazione e confabulavamo chiedendoci chi fosse nascosto dentro quel grosso cassone, e quanta fatica doveva fare per lavorare così bene, in fretta e al chiuso. Spesso, troppo spesso, si rompeva la grossa cinghia di trasmissione che dal trattore faceva funzionare la macchina trebbiatrice, e allora si sentiva volare dalla bocca degli operai addetti ogni sorta di imprecazioni per santi e madonne. A noi scappava, maliziosamente, da ridere, e il nonno, arrabbiato, ci prendeva a scappellotti perché, misteri della fede, “un uomo in un momento di nervoso poteva anche bestemmiare, ma un bambino mai e poi mai doveva sentire!”
Gli uomini, col cappellaccio calato fin quasi sugli occhi per difendersi dalla polvere e dalla pula che volavano intorno, si proteggevano il viso con grossi fazzoletti legati dietro la nuca, che coprivano naso e bocca, tanto da sembrare quei banditi che vedevamo sui giornaletti di Tex Willer assaltare le diligenze. Così fantasia su fantasia ci mettevamo anche noi il fazzoletto e iniziavamo a correre battendo la mano sul sedere come se stessimo incitando un cavallo e giocavamo a rincorrerci, “indiani e cowboy”, urlando e saltando per tutta l'aia.
Mente noi giocavamo, per parecchie ore si udivano, martellanti, il battito frenetico del trattore e il rombo cupo della trebbiatrice. Anche in lontananza si poteva vedere il polverone sollevato, mentre le biche dei covoni calavano e contemporaneamente crescevano i pagliai.
Il grano raccolto in grossi sacchi di tela di juta veniva accatastato nel granaio e sarebbe stato in parte venduto dal nonno al mercato e in parte portato al mulino per ottenere la farina necessaria alla famiglia tutto l'anno: pane e pasta si facevano ancora in casa.
Infine una parte di grano si conservava per la semina successiva. Il nonno faceva depositare questa grande quantità di chicchi in una stanza vuota della casa vecchia, la stanza veniva riempita per tutta l'ampiezza e quasi per metà in altezza. Alla porta d'ingresso mettevano di traverso un grosso asse di legno che non consentisse al grano di spandersi all'esterno, ma per noi era perfetto da usare come trampolino per piacevolissimi tuffi nella nostra “piscina privata”. Incuranti della polvere del grano che mordeva le carni, affondando nei chicchi profumati e morbidi che si modellavano lentamente sotto il nostro peso, immaginavamo di essere al mare e di nuotare incalzati dalle onde verso l'isola del tesoro.
AMO LA TERRA
“Amo la terra che mi ha
partorito:terra di pianura,
nera e grassa che alimenta i
tralci e matura le messi.
Terra umida in cui è dolce
affondare le mani e piantare
profonde radici.
Amo la terra di rossa creta
dove correvo l’estate
graffiandomi i piedi,
“calanchi” che scivolano a
valle, si sciolgono, si
increspano, ondulati come il
mare.
Amo la terra secca e brulla
quando d’inverno il gelo
disegna arabeschi sulle zolle
nude e un giorno vi farò
ritorno:
lei si aprirà accogliendomi
nel suo seno e non avrò
freddo, non avrò paura nel
caldo abbraccio di mia
madre.
E poi sarò di nuovo viva: sarò
albero, sarò fiore.”
Io ero un'anima debole, un nido di paglia e cereali

Alcuni brani tratti da Dal proprio nido alla vita
ll freddo miete le sue vittime cercandole sempre tra le più deboli.
Io ero un’anima debole, un nido di paglia e di cereali.
La paura del vento, degli urli tra i rami spogli
degli alberi spettrali, e le sentinelle della montagna...
le minacce della vita nei giorni freddi dell’inverno,
che alimentavano in me, un’angoscia devastante,
proprio come le mosche, insonnolite
prima di quel lungo viaggio che forse, staccherà il biglietto
per quei paesaggi miti, o per quei paesaggi, dove i moribondi
siamo sempre noi, anime vaganti per i sentieri infiniti!
La morte è un termine orrendo. Orrenda è la morte,
che all’improvviso arriva, con aria buffa
di chi si prende gioco della vita, di chi la disprezza;
la morte è più vera di un inganno deciso a tavolino,
di questi uomini vestiti di nero, di cui nulla sappiamo
ma che con certezza, come la morte arriva,
che della vita se ne fa beffa!
Il vento è un suono così sottile, così
invisibile, che sa essere custode
e padre al tempo stesso:
il vento è quel treno di ferro
che ti accoglie nel suo viaggio,
facendo scendere ad uno ad uno,
i fantasmi che ti porti dietro!
Nel vento possiamo volare,
leggiadri come piume,
sereni come il cielo
oltre quella linea longitudinale...
oltre un mare lontano,
saggia è la vecchiaia,
matura la tua rondine madre!
Non c'è ritorno

Stavo meglio
quando pensavo
che il gatto mi baciasse
quando le parole erano vaghe
come stelle del Leopardi
quando il cane agitava la coda
solo per fare le feste
quando cercavo gente
per voler bene
senza aggiunte
Dietro c’era quello che si vede
E sangue chiamava sangue
con purezza facile
Scarabocchio, depressione, la macchia e testimone

SCARABOCCHIO
Rinchiuso tra le pareti in una stanza chiusa e piena
di polvere di acari pusillanimi,
a sorbettare i versi e le rime...
scombussolato nella mia lingua romanza che si fracassa
di vocali urlanti e limacciose per un delirio di parti e controparti,
a cinguettare la seta delle tele negli angoli rimasti...
adirato da impulsi e nutrimenti che mi arrovellano la mente
più di un passo storpio di un foglio sulla rima.
DEPRESSIONE
La salute mia è un ramo d’albero appeso al vento di dicembre
tra rimpianti che la vita ormai andata
brulicano e mantengono,
strane sensazioni a volte, piluccano il tuo essere vinto
e sconfitto, come un uomo poco attratto dalla libertà
che si accendono e si spengono
oltre un confine immaginario animato
dai ricordi fievoli di un’infanzia in agrodolce,
come l’ultima parola che senza fiato
si scarica di rabbia per ferire la tua morte prematura.
LA MACCHIA
Come si dissolvono le nostre polveri nell’incertezza
della vita, o della morte che penetra che arriva
e alimenta altra morte, che impregna
la nostra vita che finalmente, al tocco della falce si svela.
Il tempo è in movimento e lontano;
e la solitudine serpeggia senza catene di ferro
durante i nostri momenti vuoti,
e quando un po’d’ombra arriva a noi come
una macchia di petrolio su questa lavagna di vita,
il nostro vivere diventa fievole,
la nostra anima sbiadita.
TESTIMONE
È nella fessura che porgo l’occhio mio,
la mia perla di lingua tutt’intorno affonda,
sibili e cicalini,
nel suo rattoppo d’origine,
d’occhiatine vispe nella vispezza
che tanto arretra
e d’avanti punta indietreggia,
si stagna il gesto, come sangue rappreso
la sua macchiolina annichilita.
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