poesia
Immagini d'autunno
Una poesia di Assunta Castellano scritta alla vigilia dell'autunno.
Suoni rumori e colori che prendono vita dal succedersi delle parole e gli odori dei frutti di stagione sembra di poterli annusare. (Franca Poli)
Immagini d'autunno
Assunta Castellano
Ambrati colori di foglie
sotto un cielo che a tratti s'adombra...
velati pensieri nascosti
ora dentro diventano d'oro.
Sulla pelle v'è un brivido dolce
come vento che tocca e non tocca...
sono rosse le bacche...
sono chiuse nel mallo le noci...
ma più bello sei tu... Melograno...
come il rosso vermiglio dei fiori
ora sgrani il tuo triste Rosario.
Lì nel bosco... ricciute castagne
ora piano si schiudono al sole...
ed i funghi a piè delle querce
abbracciati nell'umida terra.
Ci vedremo quest'anno?
Io lo spero!
Ti preparo quel letto di foglie
che scricchiolerà sotto i piedi...
ed avremo guanciali d'amore
e le more per colazione...
come foglia che non vuol cadere...
al tuo ramo mi terrò stretta!
Sulla poesia di Marco G. Maggi Il quadrato delle radici
Il quadrato delle radici
Le mattine avevano fauci di nebbia
inghiottivano prima dell’ingresso
e ti buttavano come una risacca
nelle sineresi dei neon sul linoleum
fino a dileguarsi nel buio dei passi
Si camminava rasenti alla vita
sognando un orizzonte lontano
-e qualcuno sarà poi anche andato
a cercare altrove la sua speranza-
ma i più sono ancora qui dove
anche uno zero ha la sua importanza
aggrappati alle nostre radici
siamo rimasti.
Marco G. Maggi - 6 Novembre 2014
Proprio mentre la pioggia ci chiama a casa, ci chiede di rifugiarci al calduccio, mi arrivano questi versi che restituiscono per intero la vulnerabilità di chi, costretto a mostrarsi invulnerabile, scopre il suo lato bambino, il bisogno di calore e di conforto che l’età adulta nega. Marco Maggi è un imprenditore di successo, non avrebbe bisogno della poesia per sentirsi parte del mondo, eppure risponde alle più profonde esigenze dell’anima scrivendo preziosi versi. Con le sue parole riesce ad evocare quanto di più profondo vi è in noi, scava il buon Marco, scava e trova l’anima, o almeno ne recepisce i messaggi che, attraverso le parole, trasmette. L’anima è nascosta dal ritmo forsennato che ci impongono le nostre esistenze, trovarla e ascoltarla è difficile. La poesia (che è nei versi, ma che è anche in tutte le arti) diventa indispensabile per scorgere anche un solo attimo quella luce che è in tutti noi: orienta, guida, conduce il lettore nell’intimo cammino della scoperta di sé, per questo deve essere evocativa, e Marco riesce nell’intento di ripetere la magia della sua ricerca interiore senza imporla, i suoi versi diventano ricerca interiore per il lettore che, leggendo, non trova il poeta, ma trova la poesia che ha dentro di sé. Un codice quindi, un processo di compressione ed espansione, come le stringhe di bit che passano da un computer all’altro: se da una parte si comprime il messaggio in un segnale comprensibile solo alle macchine, dall’altro si ha la capacità di espandere e decifrare questo segnale che diventa specchio del contenuto. La poesia è quel segnale in codice, il genio sta nella capacità di comprimerlo, per renderlo intelligibile all’anima di chi legge, e che esploderà nella sensazione e nell’emozione che, se dovessero essere tradotte di nuovo in codici, quindi in parole, ritornerebbe ad essere quella poesia. E nei versi c’è quello che non può tradursi in altro modo, perché nei versi “anche uno zero ha la sua importanza”.
Claudio Fiorentini
Emanuele Marcuccio, "Anima di Poesia"
Anima di Poesia
Emanuele Marcuccio
Tracce per la meta edizioni, 2014
Più che analizzare la silloge poetica di Emanuele Marcuccio, “Anima di Poesia” - lavoro già ampiamente compiuto nell’imponente auto-esegesi, nella prefazione, nella postfazione e nel ponderoso apparato critico annesso, nel quale lo ringraziamo per averci citato fra cotanto senno - preferiamo soffermare la nostra attenzione, appunto, sul concetto generale su cui si basa il volume. Ci chiediamo se, com’è augurabile, la produzione di questo giovane autore dovesse protrarsi ancora per molti anni a venire, quanto diventerebbero ingombranti i tomi dedicati alle sue brevi poesie, fra note esplicative, dediche, bibliografie, biografie, introduzioni e commenti?
“Anima di Poesia” contiene ventisette liriche multiformi, alcune dedicate a fatti di cronaca, come le catastrofi che hanno segnato gli ultimi decenni, altre alla natura, alla noia del vivere, all’amore. Le emozioni sono dolorose, private, e degne del massimo rispetto come la nostalgia per il padre defunto. Sempre presente la reverenza verso l’atto poetico in sé che è imprescindibile e aiuta a vivere.
I richiami pascoliani, e soprattutto leopardiani, sono infiniti, tanto da far sospettare, più che un’ispirazione, addirittura una immedesimazione dell’autore col cantore di Recanati.
La base, però, è ancora esile, fra versi cacofonici (d’un’alba d’autunno), una troppo evidente, addirittura dichiarata, imitazione del passato e punti esclamativi a sostituzione di un’emozione che non si ha la forza di esprimere. Ma, in questo magma, qualche rada stella brilla: i “capelli neri e vergognosi”, “monte che ti slarghi e in altezza”, “gli arbusti accesi”.
Netta ed evidenziata dall’autore stesso quella che egli chiama la sua evoluzione, cioè il passaggio dall’imitazione dei poeti dell’ottocento a quella degli ermetici novecenteschi, con la caduta della punteggiatura.(Da Supersonica in poi.)
Sicuramente dai primi aforismi di “Pensieri minimi e massime” a questa raccolta c’è un miglioramento evidente. Ecco, noi suggeriamo a questo ancor giovane aspirante poeta di prendersi meno sul serio, di non analizzare la propria poetica come fosse qualcosa di già maturo e compiuto, ma anzi, di spogliarsi della zavorra della cultura classica e lasciarsi andare all’onda delle emozioni, coltivandole, permettendo loro di fluire, incanalandole poi in armonia di forma e contenuto. Tutto ciò, attraverso uno studio della poesia meno auto-compiaciuto, più umile e sereno. Se egli riuscirà ad abbandonare, seppur temporaneamente e a malincuore, i poeti tanto amati, trovando una sua strada non manieristica, bensì spontanea, saranno sempre più numerose le prove riuscite, come la piacevole Torna l’estate e la promettente Eternità:
TORNA L’ESTATE
Torna l’estate
col suo incessante cicaleccio,
torna l’estate
per gli arbusti accesi
e per le vie,
per le montagne
e per le valli amiche.
È qui l’estate,
in questo luglio assolato,
in questo sole bruciante,
in questo raggio accecante.
ETERNITÀ
Oltre quel fumo,
oltre quella porta,
oltre il mare immenso,
oltre l’orizzonte sconfinato,
oltre le piogge di mezz’agosto
c’è una luce che io voglio attraversare,
c’è una soglia che io voglio varcare
in questa pioggia del mio vegetare,
in questo mare del mio non vivere.
"La mia napoletanità" poesie di Vincenzo Tedeschi.
Recensione a cura di Adriana Pedicini
La mia napoletanità
Poesie del Prof. V. Tedeschi
Loffredo Editore
Spesso si dice che la poesia disveli la storia di un’anima e che grazie alla poesia la vita appaia più affascinante o almeno più accettabile.
Poesia infatti è innanzitutto un modo di essere e di sentire, riscontrabile in persone che, dotate di enorme sensibilità e conoscendo i travagli dell’esistenza, vedono in essa
‘na manera pe’ tirà a campà.
Ecco l’incipit del corposo volume di poesie di Vincenzo Tedeschi, nato nell’entroterra sannita, già Medico Ginecologo e Professore di chirurgia ginecologica presso l’Università Federico II di Napoli. Quasi una dichiarazione di poetica quella che risulta nella poesia “Addédeca” con cui anche onora i suoi debiti di gratitudine verso chi lo ha spinto a scrivere.
Di poi l’Autore srotola il nastro dell’esistenza ricordando il momento della nascita, la gioia del nonno paterno nel contemplare lui, primo nipotino,
nu mpilo chiattulillo ma carillo/… ‘o primo nepuscello e mascullillo (‘O nomme mio),
e quindi i ricordi della famiglia in erba, del fratello e della sorella, della mamma di cui con somma emozione ricorda la malattia con un linguaggio ricco di immagini rese con termini dialettali scolpiti nel verso come incisioni in antico legno.
papa puveriello era abbeluto/…ieva appuranno/…..pure ‘nu zinno/ ch se puteva fà pe’ chella freva. (Mamma mia)
E ancora, del padre ricorda la stima da tutti riconosciuta di uomo onesto, di grande cultura e nobile impegno nelle istituzioni scolastiche, ma per un figlio il padre è solo padre, porto sicuro nelle difficoltà della vita, anche quando giunge l’età delle certezze.
Puteva abbonì ca me vedeva/ ‘nu poco ‘e cchiù apprenziunàto/ era ’isso ca me scanagliava/ e ‘o rummèdio subeto truvato. (Papà mio)
Si verifica dunque nelle poesie di Tedeschi la relazione tra arte e vita, tra individuo e storia famigliare, sociale, politica.
Evidente è il tono lirico in poesie che rivelano stati d’animo, rievocano il vissuto, ridestano personaggi della sua infanzia e della sua giovinezza: oltre i genitori, la sorella, il caro fratello Luigi morto prematuramente, la sua compagna di vita.
‘E vvoce d’’a casa, poesia il cui titolo evoca l’arte di Eduardo, esprime appunto la dolcezza del nido famigliare dove l’amore e la concordia mettono al riparo da qualunque timore, ma è anche un prezioso documento di vita che testimonia i disagi della guerra e le difficoltà del dopoguerra.
Venett’ ‘a guerra e ‘mpilo se mangiava…
Addò steva papà nun s’assapeva….
…‘a guerra s’atturnaie/ ma p’ ‘isso ‘o mmale nun fenette…
E infine la perdita delle persone care, momento di solitudine sia per chi resta, sia per chi sta morendo, nonché di incapacità di comunicare, impossibilità di scambiarsi i ruoli per amore.
Pe’ nuie addavero ‘nu trummiento/ quanno steva murenne mamma mia.
Notiamo in esse un linguaggio dialettale complesso che rimanda a tempi lontani (ben sono riportate le traduzioni dei termini più inusitati), metafore dense di allusioni psicologiche, sintagmi di amara nudità che disegnano l’arco della giovinezza, le prime pene, le difficoltà famigliari dalla dolcezza ritmata che ricordano G. Lorca (A mio padre) o in immagini che dicono più delle parole l’intensità del sentimento. Non il languore romantico ma l’analisi sincera quasi impietosa degli affetti, nell’oscillare dei ricordi, dei contrasti, nella ricerca della verità nei rapporti affettivi. E poi l’abbandono sentimentale che è quasi estasi se la piccola “nepuscièlla” con le sue tenere carezze gli si stringe al collo, facendogli capire che questo è l’amore vero, puro, incontaminato.
è proprio chello ca se chiamma ammore. (A Carola)
Diverse altre poesie sono dedicate alla nipotina durante la crescita, con la tenerezza e l’entusiasmo di un nonno che dinanzi alla vita che germoglia, nonostante i lunghi anni di professione o forse proprio grazie ad essi, non ha mai perso lo stupore proprio del miracolo. In queste poesie allora l’affetto e la gioia diventano emozioni che fanno vibrare i versi letteralmente perché la narrazione poetica procede intensamente tra allitterazioni, anafore, rime alternate e altri procedimenti retorici. nun ve pensate ca so’sciut’e mente (Pe’ Caroletta)
L’amore però è anche memoria-nostalgia di una dimensione di vita che si riconosce sull’orlo dell’estinzione, almeno come quotidianità, si traduce in costante ispirazione che sui binari della parola poetica emigra per scoprire il passato e dare un senso al presente.
Infatti nei periodici ritorni al suo paese natìo, lasciando le nuvole asfissianti della città, recupera se non fisicamente almeno nel ricordo volti e personaggi che hanno costellato la sua esistenza: L’arciprete scienziato, Salvatore l’inventore, la figlia adottiva, ‘O pàrturo, Ciccillo, ma anche personaggi e situazioni caratterizzanti la metropoli partenopea come ‘A vammana d’’o quartiere, ‘O professore ‘è mannulino, Rafèle,’A malafemmena, le cui vite danno origine nei versi del Poeta a delle vere e proprie pitture impressionistiche. Difficile e lungo sarebbe riportare il lessico poetico che incide sulla pagina le sfumature del destino, della miseria, della pena di vivere, ma anche del coraggio e della forza d’animo.
Silenzio e solitudine come spazio semantico e spirituale in cui pervenire al coraggio della parola che scava e registra l’effimero che ci sovrasta, l’egoismo che ci inaridisce, la disonestà che ci rovina, e denunciarlo con virile tristezza. Tristezza che con costante fiducia s’innesta alla speranza.
..Che ghiè ‘a vita?....’a nasceta nisciuno ‘o po’ sapè…(‘A vita)
L’antidoto alla miseria consiste nell’onestà, virtù difficile da praticare
Si ‘a gente fosse aunesta, chesta vita sarrìa ‘nu Paraviso (‘A vita)
Si cagnarrà ‘a museca nn’’o saccio….ogni iuorno ‘nu penziero ‘o faccio che sul’a speranza ce rummane. (‘A vita)
Il volume, ricco di tante altre sfaccettature, va concludendosi con due poesie, tra le altre, che testimoniano la necessità atavica di tornare a “bagnarsi”, quasi fossero acqua lustrale, nelle atmosfere del paese natìo, in cui i ricordi affiorano, la bellezza viene scoperta più dignitosa, l’abbraccio dell’animo riconoscente stringe l’albero della famiglia che in quelle terre ha radicato trasmettendo i valori fondamentali sui quali poggia un’esistenza ricca di impegno e di passione.
Paiese mio addò affunna ‘a ràdeca chella forte d’ ‘a fameglia mia.. (‘O paiese mio)
Un volume dunque interessante per la vita che contiene osservata, narrata, approfondita, per la carrellata di personaggi, davvero tanti, che si caratterizzano per la loro tipicità, per gli affetti, i sentimenti d’amore e d’amicizia tratteggiati con tanta tenerezza; un volume interessante per la qualità del lessico partenopeo, per la cura della costruzione del verso, per la veste dignitosa di ogni strofa, infine per le numerosissime sorprese di una lingua che evoca la ricchezza e la stringatezza a un tempo delle lingue classiche, greco e latino. Proprio per tale ricchezza il volume meriterebbe una più approfondita esegesi linguistica.
Un esempio di latinismo stupendo:
Me sunnai aiere albante iuorno (‘Ll’abballo)
Un costrutto latino (ablativo assoluto) che sulla bocca dei paesani suonava forse grossolano, ma che il Prof. Tedeschi ha saputo innalzare a dignità letteraria.
Cheikh Tidiane Gaye, l’umanesimo della parola.
TERRA MIA
All’alba
mi vesto del tuo odore
e mentre le stelle sfuggono al giorno
mi sveglio sotto la tua ombra
abbracciando il mistero del tuo calore.
Offrendomi alle tue mani
Cammino sui tuoi polmoni
Divoro il vento per volare nei tuoi occhi
A cantare il tuo dolce profumo di cachi.
All’alba
estraggo l’inchiostro dei tuoi spiriti
dall’albero magico, scolpisco la penna
per pitturare la tua anima
e la mia voce innocente intona i tuoi canti.
All’alba
Una voce ti diceva:
terra senza voci
voci che non sanno scavare il pozzo delle melodie
melodie che non rimano con le parole
parole senza profumo,
questa terra non sa piantare le lettere,
parole stonate
suoni senza fiamme:
fiamma, fumo e solo tenebre.
Terra che non sa contare
conto che ripudia l’aritmetica
racconto che non brilla. (da “Ode Nascente”, 2009)
Il senegalese Cheikh Tidiane Gaye non vuole essere etichettato come poeta della migrazione. Noi lo definiremmo piuttosto poeta borderline fra decolonizzazione e integrazione, fra passato e futuro. Forse è proprio il presente a stargli stretto.
Nato in Senegal nel 1971, ha pubblicato testi in prosa e poesia, fra i quali “Il giuramento”, “Mery principessa albina”, “Il canto del Djali”, “Curve alfabetiche”, “Rime abbracciate”, “Ode nascente”, “Prendi quello che vuoi ma lasciami la mia pelle nera.” Dichiaratamente s’ispira a Leopold Sèdar Senghor, primo presidente del Senegal e poeta di lingua francese, il quale, insieme all’antillano Aimè Cesaire, fu l’ideologo della negritude. Per negritudine s’intende la riscoperta della cultura africana, delle sue caratteristiche peculiari, come il senso del ritmo e la forza del sentimento. Il popolo nero va alla ricerca di sé, delle proprie radici, della propria specificità, all’indomani della diaspora che l’ha reso apolide, ramingo o non bene adattato.
“I cuori, le mani, i piedi battono,
battano tutti i piedi, le mani, i cuori
il sorriso degli uomini che accoglie la vera parola,
parola partorita nel dolore
parola che si radica nel cemento del nostro essere,
parola esaltata dall’euforia,
parola scolpita nella corteccia dei baobab millenari,
parola dalle auroree lettere tagliata al tramonto delle lacrime,
parola che sorride:
negritudine.”
Ma in Tidiane Gaye quest’unicità viene proiettata nel futuro e usata come ponte per la creazione di una nuova società sincretica che, alla base, ha solo i principi dell’umanità e dell’universalismo. Come fa notare Adriana Pedicini, Tidiane Gaye è un umanista, mette l’uomo e la sua parola all’interno di un cerchio vitruviano, considera l’interculturalità un potente mezzo d’integrazione, arricchimento e superamento delle barriere. Alla base di tutto c’è la lingua italiana, usata come strumento unificatore che si auto rigenera in qualcosa di nuovo, a prescindere da tutte le conoscenze stratificate nei secoli, e si evolve, arricchendosi di espressioni frutto di altre culture e altre esperienze. Questo può piacere o non piacere – può anche stupirci che Tidiane Gaye ammetta di non conoscere Pinocchio o scriva Ungheretti al posto di Ungaretti – ma è comunque espressione di un moderno movimento interculturale, frutto di esportazione e di globalizzazione, al quale dobbiamo abituarci e che non possiamo più ignorare.
Tramite questa fusione, questo melting pot di culture e lingue, si giunge, secondo la visione ottimistica e piena di speranza di Tidiane Gaye, all’incontro con l’alterità, alla comprensione dell’altro da sé, alla fratellanza autentica, all’amore.
Di questo compito quasi messianico si fa carico il vate, lui stesso, che, dichiarando “non sono poeta” e “non sono profeta”, in realtà assume entrambe i ruoli. Sarà lui, in qualità di traghettatore, di bardo, di aedo o, meglio, di djali, a farsi carico di questo compito luminoso: unire tramite la parola poetica i cuori degli uomini, fino a portarli in quel luogo dove le differenze sono valore e non scontro. Insomma, nel luogo sacro della fraternità.
NON SONO POETA
Lascio presto in mattinata
la mia casa di paglia
i miei sandali, cuoio di capra
proseguo il vento, le corde invisibili
nei meandri delle sonorità plurali
canto il mio villaggio, la terra dei miei avi.
Quando canto, è pane che offro
all’orecchio che mi ascolta
alla lingua che mi applaude e alle mani
che mi parlano e mi lodano.
Non sono poeta
il mio alessandrino è orfano di emistichi
la mia prosa, erba secca per illuminare le notti senza nomi
oscure e curiose.
Non sono poeta
quando canto le mie parole penetrano i cuori,
indovino le parole nei cespugli
sorgenti dei miei fertili pensieri
che procurano latte e formaggio.
Taglio le mie sillabe nel fuoco della purezza,
sono l’angelo delle maschere, invisibile la notte
nelle tenebre delle parole
che tracciano i gloriosi canti dei guerrieri.
Non sono poeta,
lo sarò. (Da Il canto del Djali, 2007)
Gaye canta l’Africa, intesa come continente e non come singolo paese di provenienza. Più volte, infatti, afferma di voler eliminare i confini, mere convenzioni tracciate a tavolino. La sua Africa è tutto ciò che sta a sud del Sahara, dal quale, tuttavia, spira un vento che brucia e soffoca ma anche accarezza e perdona. L’Africa è odore, sapore, densità, colore acceso. È cose terrene e tangibili - e sono le parti più belle, le poesie più vibranti – come il miglio, il baobab, la kora, strumento musicale fatto di zucca e pelle. “Nel mio paese il sangue dei leoni inonda i pozzi/ la bravura delle donne si misura nella larghezza delle loro mani”.
LA MIA AFRICA
Mi sdraierò sul tuo petto
e nelle tue braccia fresche abbracciami,
mi darai il tuo pane e il tuo riso
basterà a me solamente la tua bellezza nera
quando a mezzogiorno
la luce brillante della tua pelle
coprirà la mia ansia
offrendomi l’ombra, dolcezza del tuo sorriso
canto fresco;
luna dei miei sogni
cantami e coccola la mia anima.
Impediscimi tutto
il tuo vento del Sahara
la tua spiaggia morbida come fragola
impediscimi tutto
ma non i tamburi sulla chiara luna
quando ascoltando l’uomo dalla barba bianca,
illuminando i sorrisi spenti
nella caduta delle lingue deboli,
sarò la voce imprendibile
la bocca sonora di una terra
dove la speranza cade
come gradine.
Mi sdraierò sotto i tuoi piedi
non mi basterà il tuo sguardo;
alzami con le tue lunghe fresche braccia
ospitami nella tua tana, nido umido;
all’alba sorrideremo al mondo
perché questa terra è sempre in piedi. (Da Canto del Djali, 2007)
L’Africa, in questo caso, è edenico rimpianto, madre accogliente pensata con struggente nostalgia. Ma l’Africa è anche navi negriere cariche di schiavi , è barconi che sfidano le onde nel buio, centri di accoglienza pieni di facce attonite, è l’isola di Lampedusa implorata, invocata, pregata.
La terra di cui parla Tidiane Gaye non è solo la sua di provenienza ma, per estensione, anche tutte le nazioni che soffrono come la sua ha sofferto, in primo luogo la martoriata Palestina. Dove c’è un popolo sperso che soffre, là c’è la patria di Tidiane Gaye e, tramite la sua poesia, tramite la lingua che affratella, viene offerta la possibilità di risanare le ferite, far scaturire l’amore, unire il passato al presente costruendo il futuro, ricollegare i vivi ai morti. “Accosterà la tolleranza alla mia spiaggia”.
Ma l’Africa è anche donne meravigliose, esaltate con accenti da Cantico di Salomone, donne amate e madri, sacre come donai nella loro terrestre fisicità, sineddoche di tutta una terra.
RAMATA
Il tuo nome è linfa nutriente
i tuoi piedi, recinto dei tuoi versi
il tuo corpo una vita
le tue strofe riempiono i calici
e inondano i laghi della bellezza
il tuo corpo svelto
è l’ospite delle mie notti,
la luna si nasconde
per offrirmi il calore della tua pelle
specchio della tua memoria,
riflesso della tua lingua.
Il tuo corpo è una sinfonia
una sillaba, una casa,
il tuo corpo è labbra
la forma della tua bocca un bacio
la tua fronte liscia e libera,
i tuoi denti bianchi
si nutrono del sorriso del sole
nella vela dei venti
e nella notte delle lune
la tua bocca è ode e lirica
le tue treccine, pittura e poesia
la tua andatura, il cammino epico del tuo popolo. (Da Ode Nascente , 2009)
A MIA MADRE
Non ti ho perduta, ti sognavo
la tua ombra, mia custode, salvatrice dei miei passi
tu mi dicevi: dormi vicino al mio cuore allattato dal mio seno.
La tua saggezza è tramandata
sono cresciuto per vincere le paure degli uomini.
Mi ricordo, tu mi portavi sulla schiena morbida
frullando le spighe di miglio
sono cresciuto per coltivare la forza degli uomini.
Tu, madre mia, cantante mia, cantavi la notte per addormentarmi
sono cresciuto per salvarti dall’incubo.
Tu, mia maestra, mi hai insegnato le prime lettere dell’alfabeto
sono cresciuto per insegnare la lingua all’uomo.
Madre, sei il mio custode invulnerabile alle grida delle iene
avvicinati e non abbandonarmi
la vita ha spaccato il cordone ombelicale
ma il cuore è unito a te per sempre.
Il prezzo della sofferenza è sorridere al mattino
ascoltare la tua voce
fuggire dalle tue paure,
ti canto quando il sole si allontana dalle nuvole
quando la luna si risveglia
la notte, quando le stelle ballano
ballerò sulla punta dei piedi
dai miei occhi ti guarderò, ti dirò di perdonarmi
e ti ringrazierò di avermi partorito.
Ecco mia madre nel sogno
che mi rispondeva col sorriso sulle labbra:
Figlio mio, adora tua madre e tuo padre
sono per te lo specchio. (Da Canto del Djali, 2007)
Sempre Adriana Pedicini fa notare il sincretismo linguistico, l’uso di neologismi e i richiami alla lingua wolof, e noi aggiungiamo il contrasto fra parole ricorrenti, come onde che si accavallano di continuo, tornando a riproporsi senza mai essere le stesse: ad esempio miele e vipera. Il miele è connesso alle origini, alla terra, alla lingua, la vipera è ciò che fa male, inganna, sfrutta, deporta.
Difficile giudicare la poesia di Tidiane Gaye col nostro metro perché essa ha i ritmi, gli enjambement, gli accenti della produzione del suo paese. La prosodia ci mostra un verso elastico, a volte stretto, a volte allungato fino a riempire tutto il foglio e assumere i connotati della prosa. La parola è mezzo espressivo ma anche fine, ha valore conoscitivo, scopre il senso segreto delle cose. Il Verbo crea, ha potere sulla materia e sullo spirito, la parola del griot, del cantore, dà vita alla nuova religione che ha al centro l’uomo, il nuovo umanesimo che risarcisce e rimargina.
TAM-TAM
Le mani affogate nell’acqua salata
mi inchino davanti all’albero e recito i versi del nonno.
E dirò:
Spirito, taglia questo legno nella purezza del latte
i suoni del vento, delle onde del mare,
medito sulla voce invisibile del cuore
accompagno la voce dei griot,
la lingua dei saltigue diventi la memoria del cammello
precipiti durante la morte del re
la nascita del bambino
e... lentamente la gioia del popolo.
Tam-tam
nella tua pelle di sale
m’inchino davanti all’albero e recito i versi del nonno.
E dirò:
Voglio sentire i tuoi ritmi per adorare il fiore rosa
aprire gli occhi del cielo ballando con le belle perle
nelle serate d’estate sotto la piena luna
voglio sentire il ricordo della notte stellata
alle grida mute delle iene e dei leopardi
il verbo che dice “Bevi la parola per illuminare il cuore”
la pianta che fiorisce
la montagna che crolla
la collina che si inchina
i laghi che svuotano il ventre del coccodrillo. (Da Il canto del Djali , 2007)
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Il senegalese Cheikh Tidiane Gaye non vuole essere etichettato come poeta della migrazione. Noi lo definiremmo piuttosto poeta borderline fra decolonizzazione e integrazione, fra passato e futuro ...
http://www.criticaletteraria.org/2014/10/pillole-dautore-cheikh-tidiane-gaye.html
Grobalizzazzione e lo’alismo
’Scorta me ber topino...
che te sie’ lì ‘n della tu’ ‘ulla
e, prati’amente e senza offenditi,
ti posso di’ ch’ un capisci ancora ‘n ber segone...
Sa ‘osa ti diranno?! Vesti grossi talentoni, vesti porigrotti della televisione,
vesti lanzi’hennecchi ‘alati e risaliti?! Vesti gèni della stiatta!
Ti diranno ‘om’ e quarmente: “Boia déh! Ocché ‘n si sentirà cche siei toscano?
‘e si ‘apisce bene ‘gni ‘osa ‘he dici...
si ‘apisce vando ridi,
béli,
smoccoli.
Vando letii, vando sie’ ‘untento
vando godi, vando t’ha caato la Befana!
Fra po’o ‘apiranno ver che pènzi!
‘apiranno ‘osa sogni, ver che speri...
‘Ltassentì ber topino...
‘un ti fa buggerà, zia tegame!
‘Un ti fa ‘nfinocchià co’ be’ discolzi!
‘un ti fa mette’ ‘r “Cioè” ‘n bocca
coll’ “Attimino”, ‘r “Pirla” e po’ la “Minchia”!
‘redici ‘nder dimane di Brussellesse
vai a ggiro e dignene che siei ‘taliano e te ne vanti... a vòrte,
siei toscano ‘m po’ poino
e livolnese di mortone!
Anco se sie’ ito‘n mezz’ a’ monti
se ti garba la foresta
se annusi più ‘r muschio mezzo
che ‘r sarmastro...
affacciati a vorte ar tu’ barcone
e bada ver tramonto ‘he un c’ène d’antre parte
cor sole ch’è ‘na rifiolona, rossa ‘ome ‘r nostro ‘ore,
‘r mare ‘he pare ‘na spèra di ‘atrame,
lo sciabordio dell’onde,
bafori e beolini di vecchi risi’atori un po’ rimpi’oniti...
...che digià penzan d’esse’ ‘uropei,
di pote’ pesca’ pratesse ‘nvece de’ ‘rognoli.
Bevano ‘r ponce annacquato ‘he ci rivogano
per facci scorda’ che un ber dì
c’hanno caato cèi ‘n su questo scollio...
E cèo ci vollio schiappà, ber mi’ topino...
E lì la mi’ ‘roce ce la poi piantà,
sta’ siuro...pusitivo...
Grobalizzato forse. Ma lo’armente sotterrato!
Silenzioso saluto
Goccia su goccia
scivola muta.
Dentro la gemma
mi sento
sentire
…un lieve stupore…
un piccolo tuffo…
che scivola sul cuore,
mi prende
…goccia su goccia
canta in silenzio
un giorno…
grigio immobile
grigio leggero
grigio che sta su tutto
e su tutto sta bene
la pioggia.
Dentro la gemma
si sfuoca
a sparire
…un lieve dispiacere…
un piccolo stupore…
che si tuffa nel cuore,
mi annega
Parlarti quando non c’eri
pensarti se c’eri
regalarti un fiore
baciarti su un angolo
scriverti nel bosco
portarti una poesia
fermarti a pensare,
accompagnarti e
immergermi con te
Guardarti
con tutti gli occhi
che sento dentro
Parlarti
nelle mie lingue
di brezza calda
Accarezzarti i capelli
di paglia umida,
odorosi di mare,
dopo la pioggia.
Dirti che sei stupida
instupidendomi a dirtelo
Arrabbiarmi su uno spigolo
lasciandoti a sorridere
Rincorrerti,
in un campo
minuscolo
di grano giallo,
perderti
…
Nella pioggia,
grigia,
all’angolo,
invisibile,
fuori fuoco,
fuori tempo,
adesso sorridi.
Sei Bella
e
sei felice.
Oltre la pioggia,
oltre ogni goccia,
ballano
solo lune,
oramai,
nude…
Goccia su goccia
sempre
scivola muta
goccia
su
goccia…
Cheikh Tidiane Gaye, "Curve alfabetiche"
CURVE ALFABETICHE
di Cheikh Tidiane Gaye
Si corre il rischio, parlando di Cheikh Tidiane Gaye e della sua poesia, di scrivere cose scontate o luoghi comuni. Arduo pertanto il compito di evitarli.
Non si può non notare, scorrendo la sua biografia e le sue stesse dichiarazioni, l’amore che egli porta per la lingua italiana, dolce, sinuosa, ammaliante, porto sicuro di emozioni e pensieri. Una lingua che oggi si arricchisce del contributo formativo di generazioni di uomini e donne che nella declinazione orale del mezzo espressivo veicolano le primigenie strutture della cultura di provenienza attuando un’operazione, per così dire, di sincretismo linguistico che va a tutto vantaggio della lingua di arrivo che, secondo le più semplici teorie della evoluzione del linguaggio, si sveste dei termini obsoleti ignoti alle nuove generazioni, e, non svestendosi della dignità ad opera di facili slang, si arricchisce di moduli espressivi nuovi, veicoli di cultura altra.
E la lingua italiana è la prescelta dal Poeta per manifestare il suo amore per la parola poetica e le inevitabili riflessioni su di essa. Una sorta di metapoesia risulta dunque la raccolta Curve alfabetiche.
Alla prima lettura sembrerebbe di avvertire un modo spontaneo di giocare con l’alfabeto e con l’utilizzo della parola. Subito però ne avvertiamo la sacralità:
..sei l’incenso…
Ma man mano che si procede notiamo l’attenta riflessione sulle potenzialità infinite del mezzo espressivo
la parola il pozzo/ che non si asciuga mai
che a ventaglio si apre alle esperienze del/nel mondo
è l’attore che recita le nostre/peripezie
e poi reclina chiudendosi sugli intimi pensieri, sulle ansie e sulle emozioni che affondano nel ricordo le loro radici.
..la parola/irrora la mia anima
parola…./cerco il tuo rifugio/per sfuggire/all’oscuro destino/della fatalità
…è una carezza che ci addormenta/sotto l’ombrello delle nostre ansie
Sono nato nella capanna dei versi/che la mia lingua tesse e la mia bocca sforna/voglio spegnermi in piedi/stringendo il flauto/della mia oralità
Le note delle tue rime/ritmate saranno indossate/la memoria della mia memoria.
Ma la parola, sostiene Cheikh Tidiane Gaye, è anche bellezza, capacità di sedurre,
i tuoi suoni odoranti di fragola/attraenti e seducenti/sei il sapore bevuto al tramonto/
il che ci richiama alla mente il λόγος di Gorgia da Leontini con cui il retore e filosofo siceliota risalente al 483 a.Ch. nell’Encomio di Elena esaltava le potenzialità della parola e della intera frase ordinata come capacità non solo persuasiva, ma anche estetica e gnoseologica, oltre che capacità di plasmare gli animi producendo piacere e dolore.
la tua ala la mia melodia/che eccita le mie vene
ringrazio la tua limpidezza/la tua dimora di segreti/il tuo nido di doni che mi regali nella solitudine.
voglio il passato dorato che disegna il mio percorso/nei corsi delle periferie/abbandonate.
Ma la parola è anche redenzione dal male del mondo, libera dall’odio, permette la speranza
Odio questo tempo guidato da cuori scuri/dai silenzi reclusi e dalle parole vane/
Prestami l’orgoglio tuo/………….per farmi ritrovare il sogno/..
Non si pensi tuttavia che la poesia sia intesa come esercitazione retorica modulando parole e versi in forma più o meno suadente. La poesia si nutre di parole che danno forma alla commozione spontanea dell’animo quando rimane investito dalla Bellezza e dall’Essenza.
Il linguaggio è il mio metro/nel perimetro del mio sogno/…./ma il muro che mi rispecchia/sarà sempre il canto del gallo/ nelle albe profumate dei ricordi
..so che la poesia /è la tomba che accoglie/i silenzi delle parole/gli applausi dell’ansia/e il sorriso della primavera.
Oserei definire Cheikh Tidiane Gaye un moderno umanista, un umanista che in questa raccolta si prefigge di insegnare con la parola innanzitutto ad essere uomo attraverso la parola.
l’umanità dorme tra le mie labbra/sono ritmo e canto-la chitarra-/che suona la melodia del cuore
…l’amore nasce tramite la parola/….
I suoi versi sono semplici e ornati, metaforici e immaginifici, che tuttavia non escludono da sé l’estrema precisione di un’analisi critica lucidamente pensata e chiaramente espressa. Credo che i suoi versi contengano anche l’appello ad una civiltà letteraria che rischia di dissolversi se non sa aprirsi al nuovo. Lo stile presenta come peculiarità l’uso transitivo di alcuni verbi, in contrasto con un uso più frequente nella forma intransitiva, ma soprattutto presenta neologismi che risplendono come fiori esotici di meravigliosa bellezza in un giardino peraltro ben coltivato.
Un’arte che non è un gioco automatico, ma purezza della parola in un momento storico in cui da una parte c’è ridondanza di parole vuote, dall’altra si vorrebbe privare della parola chi ha molto da dire e da trasmettere. La Storia, come la natura, fa il suo corso. Farebbero bene ad avvedersene quanti sono al chiuso delle loro mente ristrette.
Della sua umanità serena e fiduciosa è testimonianza diretta questa raccolta di poesie. Poesie fortemente espressive della volontà dell’Autore di aderire alla vita, dovunque si trovi, collaborando alla storia di tutti e promuovendone le forme. Affidandosi alla potenza della parola e alla sua dolcezza persuasiva.
Infine sei canto
sei canzone
danza
disegno
è cenere
tenera come sostanza
essenza della nostra vita
parola, sei tutto
il nostro respiro e il nostro risveglio
ti cantiamo e ti lodiamo
poiché sei la vita.
Biografia:
Cheikh Tidiane Gaye, italo senegalese è poeta e scrittore, nato a Thiès in Senegal.
E’ Membro di Pen Club Internazionale Svizzera Italiana Retoromancia di Lugano. Da sempre partecipa a diversi incontri sulle tematiche legate all’Africa, all’integrazione, all’intercultura e alla Letteratura della Migrazione.
Ha ottenuto significativi e numerosi riconoscimenti letterari ed è presente sulla scena culturale italiana attraverso interventi, letture, antologie e performance poetiche che testimoniano una coerente partecipazione alla vita del suo nuovo paese. Nel 2010 l’autore segna il suo ingresso al Festival di Letteratura di Mantova, dove presenta Ode nascente premiato al Premio Internazionale di Poesia Europeo a Lugano in Svizzera. Nello stesso anno vince il Premio Anguillara Sabazia.
Ha pubblicato:Il giuramento (Liberodiscrivere editore, 2001), seguito da Méry principessa albina (2005), Il canto del djali (2007), e Ode nascente (opera bilingue italiano-francese 2009), tre ultime opere pubblicate dalle edizioni dell’Arco.
Attualmente vive e lavora a Milano. Curve alfabetiche è la sua ultima fatica letteraria.
Recensione di
Adriana Pedicini
Autrice di
I luoghi della memoria. Narrativa A.Sacco 2011
Noemàtia poesie Lineeinfinite 2012
Sazia di luce poesie Il foglio 2013
QUESTA VANA STAGIONE DI MIA VITA
Marcello De Santis, ci ha abituato ai suoi saggi sempre interessanti su personaggi della musica e dello spettacolo, ma oggi ci regala una bella poesia, un malinconico pensiero sulla vita che scorre e che spesso vediamo passare veloce come il panorama dal finestrino di un treno in corsa. Una riflessione sugli anni che volano via e ci lasciano invecchiati, inariditi in attesa dell'ultima stazione. (F.P.)
QUESTA VANA STAGIONE DI MIA VITA
Stride un treno in frenata
vagoni arrugginiti
che sanno solo la monotonia
dei binari infuocati
e della scia
del fumo che si scioglie nell’azzurro
mentre sonnecchio chino sul mio petto
e non so come e quando
raggiungerò la meta
conosco solo il tempo
che azzurra i miei capelli
e inaridisce dentro i sentimenti
e si mangia i ricordi
e li trasforma in lacrime silenti
la stazione è deserta
e il treno non riparte
solitario ristà al binario morto
come l’anima mia
arida nella brina che scolora
definitivamente
questa vana stagione di mia vita
marcello de santis
Marco Milone, "Le stagioni della memoria"
Le stagioni della memoria
Marco Milone
Narcissus, 2014
Sembrano trascorsi secoli da “Dove va il mondo” e “Anime nude” a “Le stagioni della memoria”, terza silloge di poesie di Marco Milone, non perché ci sia un cambio di rotta stilistico o contenutistico, ma per come, non conoscendo l’età dell’autore, si potrebbe qui pensare ad un artista anziano. Milone, invece, è un trentenne senza speranze, senza illusioni leopardiane: “giammai vedrò sorgere il sole”, “di speranze irrealizzabili m’illudo, “e non ci rimane altro” .
Difficile smettere di illudersi, attendere, sperare, anche quando la vita passa davanti e non siamo in grado di saltarci dentro, anche quando essa sembra appartenere agli altri, scorrere di là da un vetro, anche quando soggiaciamo alla regola di un “si passivante” che ci rende non autentici; è difficile perché, nonostante l’atteggiamento stanco e demotivato, giovani lo si è davvero e la speranza non vuol morire: “So che non arriverai eppure son qui e aspetto”, “illusione di un futuro, di qualcosa che non giunge.”
Se tutto il meglio pare ormai alle spalle, pure la memoria non è dolce, non è consolatoria, ha stanze oscure, ancora da svelare, e noi vorremmo essere come bruti per non avvertire il peso dell’esistenza. Il futuro non c’è, è come se fosse già stato esperito, lasciato indietro: “rievoco il futuro”, e rievocarlo vuol dire farne memoria e non aspettativa, trasformarlo in qualcosa che non ci sarà mai perché c’è già stato, perché sarà uguale al presente, e così le “luminose strade” del possibile saranno cancellate dagli “oscuri labirinti” di una memoria congelata.
Ricorrono le parole “sommerso”, nel senso di avviluppato, appesantito, e “oscuro”, inteso come inconoscibile ma anche doloroso, ansiogeno. I riferimenti leopardiani sono tanti, fra stelle, ginestre, dolore senza uscita, caduta delle illusioni. I temi sono i soliti in Milone: solitudine, morte, incomunicabilità ma anche, soprattutto, memoria.
Si spargono i semi
della polvere
Nei tempi che furono
Rivedo la vita, rievoco
Il futuro. Una branda,
un giaciglio da cui percorrere
ancora ancora
le strade del passato
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