poesia
Chiara Serafina Campolattano, "Dove cedono le stelle Poesie"
Chiara Serafina Campolattano
Dove cedono le stelle
Poesie
Rosa Anna Pironti Editore
La poesia della giovanissima Autrice Chiara Campolattano si rivela subito poesia di ricerca. Ricerca dell’essenza, del senso: senso ed essenza che non possono prescindere da una vita pienamente vissuta con totale consapevolezza, spesso ricerca travagliata a causa della imperfezione umana, intesa sia come limite imposto agli uomini dalla natura, sia come limite della volontà: poche incisive parole (“non si sa”, in L’Amicizia), che subito si sciolgono in leggiadre similitudini fino a giungere al concettoso, oserei dire sovrumano lemma (Assoluto), meta agognata e temuta da tutti.
Ancora una volta ritroviamo il tema dell’amicizia (Amico), così ambita su questa terra, così utile, ma il desiderio di essa s’invola più facilmente in esseri incorporei (Angeli), che, come gli antichi numi tutelari, nel silenzio e nella immaterialità sono pur sempre presenti accanto a ognuno di noi.
Sì, perché essi non tradiscono mai (custodi affidabili, amici sinceri), come invece può succedere a chi, coltivando valori effimeri, quale la bellezza, rischia di contaminare in suo nome anche l’amicizia. (Bellezza cosa buona e cattiva allo stesso tempo).
Questa ambiguità è presente, secondo l’Autrice, in molti altri comportamenti umani, quelli spinti dalla semplice curiosità, e quelli che delimitano giorni in chiaroscuro, dove luci e ombre si alternano, e sperimentano nei valori essenziali il conforto del calore umano (effetto dell’ amore, amicizia, pace) e dell’aiuto reciproco (Fraternità)(Pace)(Nella vita).
Talvolta invece è estrinsecazione di diversità, termine inclusivo e non esclusivo, così come una tavolozza di colori diversi contiene in sé tutte le sfumature dell’arcobaleno, senza nessuna esclusione (Diversità).
Ma quasi sempre questa anfibolia è sinonimo di lotta interiore tra due stati d’animo opposti che solo la lettura o la musica riescono a placare (Libri “Svago della mente”, Musica:” E’ una medicina per i mali dell’animo”).
A questo punto compaiono come una vera e propria cesura un gruppo di tre poesie che procedono con un ritmo più gradevole e sicuramente stilisticamente più efficace. Esse sono dedicate al Natale, e l’osservazione di un evento rituale nelle sue caratteristiche e tradizioni sembra trasmettere all’Autrice la gioia pura e semplice ma totale della narrazione poetica. Ma già nella terza poesia del gruppo (Presepi) l’aspetto gnomico finisce con l’appesantire e togliere vivacità ai versi.
La terza sezione, per così dire, riguarda pensieri e considerazioni che delineano la sensibilità di un’adolescente gravata da troppi pesi, e appesantita da troppe responsabilità, a cui volentieri si sottopone.
Si tratta di una consapevolezza acquisita sicuramente precocemente che considera la vita come un rischio da correre, come una vittoria da conquistare al gioco (la vita è come un gioco, in cui devi giocare ed usare tutte le tue carte ed accettare qualche piccola sconfitta).
Ciò a cui spesso l’autrice indulge è l’espressione “vita parallela” (la Libertà... è una vita parallela, in La libertà) (i libri..mondo alternativo, vita parallela, in Libri) (Sogno e realtà sono due mondi paralleli, in Sogno e realtà), segno forse questo di desiderio di fuga dalla realtà. Versi che lasciano un po’ di amarezza, a dire il vero. Non così il componimento “Perdersi”, in cui c’è tutta la determinazione di chi è artefice del proprio destino e aspira al Cielo pur rimanendo ancorato alla terra, che insegue cioè sogni ma non rifiuta la realtà e la concretezza dell’azione per la salvaguardia del mondo esterno e di quello interiore.( E ci svegliamo la mattina con l’anima in guerra pronti a cambiare il mondo degli ultimi e pronti a proteggere il nostro mondo).
Si tratta quindi di un’evoluzione graduale nella maturazione di fronte alla vita nei suoi aspetti più complessi, che alla fine viene accettata per quello che è, (… la dura eppure magnifica vita,in Va’ dove ti porta il cuore)( La mia rosa, La rosa più importante che splende in un giardino di pungenti spine e dolori).
Solo con tale consapevolezza è possibile costruire dentro di sé una forte struttura capace di affrontare le avversità quotidiane, (…la sicurezza che c’è in noi è un’arma per combattere contro le avversità della società..in Sicurezza), aiutati anche dagli affetti e dai ricordi (Memoria,Ricordi).
Meritano di essere analizzate singolarmente le composizioni più lunghe.
In “C’era una volta…” l’ansimante anafora che si sussegue per parecchi versi produce un climax ascendente che genera grandissima emozione anch’essa galoppante in concomitanza con l’accavallarsi delle immagini poetiche. Sorprende la luce, sinonimo di serenità e di gioia che sembrano possedute per sempre, quasi deposte in cornice; ma è qui che crolla la gioia: “C’era una volta la cornice all’immagine del nostro non so”. Sarà sempre “un ritratto non disegnato”(Foto)
Chiusura dolente…che lascia tuttavia una speranza. Non è il nulla, è il non sapere.
Davvero ermetico il componimento “Il serpente bianco”, anche se s’intravede la lotta (tra il bene e il male? Tra due amici? Tra i componenti di una coppia legata da vincoli coniugali? Tra il “gigante e la bambina”?). L’insidia è avvenuta, il tradimento anche, l’odio contamina quel che resta, i frutti del giardino sono andati perduti. Non c’è possibilità di perdono, non c’è spazio per la commiserazione.
Eppure c’è una dolcezza dolente che si coglie nel ciliegio non più in fiore, che allude alla bellezza passata e prelude all’amarezza presente.
Avrei voluto che il componimento si chiudesse con la speranza dell’oblio, consapevole o inconsapevole, sicuramente di maggior conforto che non la metaforica ombra regalata dalla foglia.
Oblio
Senso di sconfitta, di disfacimento, di impotenza si legge tra i versi di Oblio. Una vita dimenticata, non amata, sperperata. Un volo di farfalla a riportare il tempo all’indietro, uno sguardo stanco al sole per dichiarare l’abbandono alla vita.
Orgoglio
Quando le mani e il cuore si contaminano per azioni riprovevoli, quale il dolore inferto agli innocenti nelle guerre di tutti i tipi e di tutti i tempi, è difficile recedere dalla durezza del cuore. Ma non ci potrà essere alcuna ricompensa che valga a giustificare il male commesso.
Qualcosa che non va
C’è un latente interrogativo in questo componimento poetico. Alla domanda implicita v’è una triplice risposta che in modo graduale porta l’Autrice a staccarsi da una percezione egotistica (“Io sarei stato solo io se non ci fossi stato tu” ) di se stessa per giungere a includere nella sua stessa essenza quell’interlocutore segreto a cui si rivolge quale causa del suo straniamento (“Senza stare in mezzo al cielo come l’aquilone che ha perso il filo”) e alla fine ragione del suo esistere (“io sarei stato solo io un essere pieno senza te, ma probabilmente non mi sarei bastato”). Credo questa una delle più belle poesie insieme a C’era una volta…
L’impressione del lettore, che naturalmente può essere fuorviata anche da una non adeguata empatia con chi scrive, rivela una capacità di scrittura che, se da una parte abbisogna di conoscenze tecniche e di un esercizio stilistico preciso, dall’altra è capace di riflessioni e pensieri complessi che indagano nel mistero della vita con sguardo a volte dolente, a volte deluso. Certamente sono presenti sprazzi di speranza, soprattutto allorché più matura è la consapevolezza del vivere.
Tuttavia il consiglio è di intraprendere a scrivere versi ispirati dalla Bellezza, dal miracolo della Vita, dalle passioni positive, dalla gioia delle piccole cose proprio come recitano gli ultimi versi della poesia dedicata al Natale, e soprattutto di percorrere con leggerezza adolescenziale i passi della vita che, una volta divenuti adulti, diverranno più pesanti, come avviene per tutti.
Che bello il Natale, che mai annoia,
ma ci porta sempre una gran gioia!
Adriana Pedicini
L'ambiguità della sorte in Silenzio
Poesia inedita
Silenzio
di Adriana Pedicini
A brace spenta
bruciano
le mani del sogno
caldo in cuore.
Neri rami s’alzano
sterile fumo
al plumbeo cielo.
Di pioggia le nuvole
s’ammassano nere
segni fatali di sorte.
Dorme nel bianco ventre
il chicco disfatto
a nuova messe.
Ritornano
il sole l’erbe e i fiori
se sai ricordare.
Pace o segno di
nero silenzio
questa assenza di voce.
Mauro Cesaretti, "Se è vita lo sarà per sempre"
Se è vita lo sarà per sempre
Mauro Cesaretti
Montag
Nella silloge “Se è vita lo sarà per sempre”, di Mauro Cesaretti, primo libro di una futura trilogia, l’oggetto del contendere è La Vita, come può apparire ad un ragazzo molto emotivo: difficile, piena di delusioni e di paure. La gestione delle emozioni è il compito più arduo.
Mauro Cesaretti è un adolescente dalla ricca vita interiore, un performer che accompagna i suoi versi con la danza e il gesto. L’onda dell’emotività rischia di sommergerlo, perciò prende la penna e scrive per arginare suggestioni, turbamenti, angosce, fobie, sogni. Se troppo sensibili, si vive senza pelle, con i nervi allo scoperto: tutto ferisce, tutto ingigantisce, tutto fa male. È per questo che, a diciotto anni, Cesaretti già sente la fatica di vivere, si sente già “lasso”. E, tuttavia, non smetterebbe mai di guardare il mondo “con gli occhi del cuore”, emozionarsi ed emozionare, svelando gli oggetti nella loro essenza, togliendo loro il velo della mediocrità.
Ci parla di cose quotidiane: il gatto nel giardino, il padre, la ragazza, la poesia, la solitudine, la metafora del viaggio, il bagaglio perso che simboleggia ciò che siamo stati, i nostri ricordi, ma già considera la vita “lercia”, “lurida”, e può esserlo davvero, a tutte le età, in tutte le condizioni, perché la sofferenza non ci lascia mai. C’è comunque resistenza al dolore, non abbandono, tentativo di rinnovarsi: “l’estate seguente mi ricreo/in un getto d’acque calde.”
Quando si è molto giovani – e diciotto anni oggigiorno sono pochi – si tende a non rinunciare a niente di ciò che abbiamo scritto. Non è nemmeno ostentazione o vanità, piuttosto l’entusiasmo di condividere tutte le emozioni, e la paura di lasciare fuori qualcosa. Abbiamo perciò, qui, una ricerca stilistica ancora immatura, e con ampio margine di miglioramento. Si sperimentano varie strade senza tralasciare nulla, dal recupero di stilemi ottocenteschi a un tentativo di ermetismo blando – senza, almeno in apparenza, dilavare, distinguere, scegliere, ripulire. È una indagine che non ha ancora trovato la sua via, fra assonanze sibilanti - “La compagnia interessante /di sassi pesanti./L’allegria passante per i pressanti suoni.” – e cacofoniche – “Sarà uno scatto fermo, preso alla sprovvista/d’una svista mista tra i ripensamenti/di incombenti scelte incerte e delusioni.”
Lo studio metrico c’è, fino a trovare anche un certo ritmo gradevole che, però, non è mantenuto fino in fondo. L’autore pare sviarsi, cambiare stile ad ogni strofa, non raggiungere l’intensità voluta e persino incappare in qualche licenza di troppo. Come spesso accade, le immagini più belle sono quelle senza pretese, quasi sfuggite all’autore distratto, come “il faro sulla collina stanca.”
Concludiamo proponendo una delle poesie più piacevoli:
Io e te
Siamo solo io e te.
Tutto il resto è fermo
e silenzioso.
Solo quella lacrima si muove
sul tuo volto rosato
e tutto il mondo diventa
salato e arido.
Questi sassolini bianchi
ricoperti di cenere,
vengono spolverati da
questo tuo sorriso.
Ti abbraccio forte e il tuo sguardo
mi penetra il cuore,
il tuo sguardo amaro,
ma pur sempre amichevole.
I tuoi occhi blu
brillano nel tramonto
di questa faccia seria e serena,
e mentre sei assorta in qualche pensiero,
nel vuoto dell’infinito,
il cielo si dipinge di grigio.
Il richiamo dell'usignolo
Il richiamo dell’usignolo
Memorie, il richiamo dell’usignolo
Memorie, immagini, luoghi vissuti
storia e storie di gente consumata
fra terra arsa e case di pietra.
Vita spalmata tra vicoli ciechi
dove forte era l’odore del muschio
e il sol di rado dispensava sorrisi.
Al reiterato canto del gallo,
che all’alba suonava la sveglia,
seguiva un vociare affannoso
che rimbalzava di casa in casa.
Davanti a Edicole improvvisate,
effigie poste nelle crepe delle case,
ognuno chiedeva ragione ai santi
di mancati raccolti e stupori affranti.
Memorie, immagini, pietre vissute
pagine e pagine di libro mai chiuso
che in religiosa attesa rimane
pronto a colmare lacune
dell’usignolo che ne avverte il richiamo.
Lucia Clemente
Crollano i cieli
Crollano i cieli
Nuovi paesi
morsi da un cancro
fatto di oro
Nuovi paesi
senza problemi
che con i soldi
risolti e voilà..
Tutti ingranaggi
da controllare
e sistemare
in un tempo oscuro..
Strategie nuove
fatte di prassi
liberamente
serenamente
pensando a niente
senza note stonate...
Nuovi paesi
fatti di fuoco
simboli neri
dentro raccolte
Nuovi paesi
che con i soldi
fatti di fuoco
e simboli neri
Liberamente
Serenamente
spazi aperti
dentro coscienze
Più brillanti di stelle
Siamo stati mostri marini
a vagare nel buio,
lumini tremolanti
in caotici abissi.
Nascosti
alle nostre deformità…
Siamo stati pazzi Diogene
a cercare, lanterna alla mano,
lo sfacelo dell’uomo…
…tra le nostre incapacità…
Siamo stati fari pulsanti
nell’orrenda tempesta
a segnare strapiombi
salati di lacrime
per fantasmi di navi lontane…
Siamo stati led nella notte,
oscuri nell’oscuro
fulmini rotti,
malati infra-rossi,
invisibili a tutti…
Siamo stati lampi al magnesio
bruciati da Soli impotenti,
ultra-violenti.
Da raggi improvvisi
derisi…
Siamo stati nel buio del bosco
da soli tra alberi amici,
nascosti come piccole bestie.
Ombre fra le ombre
lunghe
infinite
di continui tramonti…
Siamo stati da soli nel buio,
immobili,
per non disturbare,
tra la paura
e la speranza
di una sola carezza…
Siamo stati inutili cristalli
come diamanti
nella roccia profonda,
come lava bollente
che forgia piccoli Dei,
come fari blu
di auto in fila
nella notte.
Siamo stati:
ombre vaganti nell’oscuro…
Siamo stati:
lampadine intermittenti nei riverberi…
…barlumi invisibili…
…brandelli di tenebra…
Ora cosa siamo?
Noi siamo lucciole!
Più brillanti di stelle
troppo distanti
per essere vere.
Appuntate come spilli
a cieli di cartone.
Noi siamo lucciole
cadute nell’erba!
Spossate
dal tanto lampeggiare
dal tanto segnalare
dal tanto cercare…
Siamo Anime
Insieme approdate
a una spiaggia di ciottoli.
A cui ora e solo ora,
all’orizzonte,
il Mare lucente
di nuovo
appare…
ML
Costantino Kavafis, "Il sole nel pomeriggio"
Costantino Kavafis
Il sole nel pomeriggio
Traduzione di Tino Sangiglio e Paolo Ruffilli
Biblioteca dei Leoni – Pag. 80 – Euro 12
Il sole del pomeriggio è una raccolta poetica interessante che serve a riportare all’attenzione del pubblico un grande poeta come Costantino Kavafis, lirico ellenista, alessandrino nello spirito e nella carne, geniale e per niente neoclassico. Alberto Moravia diceva: “Kavafis non è solo il maggior poeta greco moderno, ma anche uno dei maggiori poeti europei”. Indubbiamente vero, come non possiamo negare che fosse greco sino al midollo e intriso di cultura ellenistica.
Kavafis nasce ad Alessandria nel 1863, vive e lavora in Egitto, ma rinuncia alla nazionalità inglese per acquistare quella greca, sceglie di scrivere nella lingua di Omero perdendo la possibilità di farsi leggere dal mondo anglofono. Kavafis inventa una sua lingua, una koiné ibrida e amalgamata, fresca, compatta e musicale, sceglie di parlare d’amore (sensualità e nostalgia), bellezza e storia. La poesia di Kavafis - uomo scomodo e sincero, per niente convenzionale, nemico di tutte le ipocrisie - è fatta di metrica antica e racconta la vita interiore attraverso i sensi. Nella sua lirica è importante la passione omosessuale, il solo modo in cui il poeta intende il rapporto erotico, ma anche il senso del tempo che incalza, la cruda realtà della vecchiaia, la “riga delle candele spente”, i giorni del passato che restano indietro con la loro “fila tenebrosa”. La poesia e la vocazione estetica, sono le uniche cose capaci di riscattare la pochezza dell’esistenza.
Costantino Kavafis ha pubblicato pochissimo in vita, ma dopo la morte - sopraggiunta nel 1933 ad Alessandra - la sua opera è stata oggetto di studio e costante rivalutazione. In Italia quasi tutta la sua produzione è stata pubblicata da Mondadori, ma da tempo non si sentiva parlare di un autore che negli anni Settanta poteva dirsi di culto. Paolo Ruffilli ha fatto un grande lavoro di selezione e di commento poetico, speriamo sufficiente a riportarlo in auge. Leggiamo due poesie intense e struggenti, perché è inutile parlare di un poeta se non gustiamo la profondità della sua lirica.
CANDELE
Stanno dinanzi a noi i giorni del futuro
come una fila di candele accese
- calde, vivide, dorate -.
Restano indietro i giorni del passato,
riga penosa di candele spente:
le più vicine fanno fumo ancora,
ma fredde, ormai disfatte e storte.
Non voglio, no, guardarle: mi pesa il loro aspetto,
pesa il ricordo del loro antico lume.
E guardo avanti le candele accese.
E non mi volto, per non vedere, scosso dai tremiti,
come si allunga la fila tenebrosa,
come crescono presto le candele spente.
UN VECCHIO
Laggiù in fondo, nel frastuono del caffè,
un vecchio seduto curvo al tavolino,
se ne sta solo a leggere il giornale.
Afflitto dalla cruda sua vecchiaia,
ripensa al po’ di vita che ha goduto,
quando aveva forza, vivacità e bellezza.
Sa di essere ormai vecchio: lo vede e sente.
Eppure gli sembra appena ieri il tempo
della giovinezza. Che breve spazio, niente…
Pensa agli inganni della sua saggezza,
alla fiducia che ha riposto, pazzo,
alla bugiarda che diceva: “Domani, su. Hai tempo!”.
Quanti slanci che ha frenato ieri e quanta
la felicità sacrificata. Ogni occasione persa
adesso spregia la prudenza sua insensata.
…ma l’intensità del suo pensiero e del ricordo
stordisce il vecchio. E si assopisce
curvo al tavolino del caffè.
Studentello di Via San Nicolao!
O dolce Lucca, quanti bei tramonti,
albe piovose e fredde ho ritrovato
lungo le Chiese, gli angoli, il selciato
ascoltando, rapìto, i tuoi racconti!
Quella dolcezza ha sempre accompagnato
i sogni che portavo giù dai monti
e se ora facessi due confronti
lo cambiere il presente col passato!
E che bimbe a passeggio sulle Mura!
Quanti sorrisi, quanti ricci al vento
e quanti baci dati con paura
che qualcuno spiasse quell'evento!
Un tenero rimpianto mi cattura
per questo sogno che si fa sgomento!
Mentre aspetto di doventà nonno
Da cosa lo apisci d'esse anziano?
Vediamo se ci rivi o sei toppone!
Siùro dalla troppa commozione,
da un certo tremolìo della tu mano
che agguanta ma con meno decisione,
o dall'occhi che un vedano lontano
o poco da vicino o che, pian piano
doventi rimbambito e più coglione
un giorno doppo l'artro. Certamente
c'è un calo irreversibile, lo so,
ma ognuno dève fà lo strafottente.
Io sono forte, senza discusssioni,
ar nipote un ci penzo, ma però,
m'asciugo, di nascosto, i luccìoni.
Luciano Tarabella
04/03/14
>...E forse..."> Siamo noi (solo)
foto di Paola Fazzi
"A volte mi sveglio la mattina e mi alzo...mi vesto, preparo lo zaino, allaccio gli scarponi, carico il computer o aggiusto le foto trappole...e mi domando: <<...ma dove vado? Che faccio? E' vero o sto ancora dormendo?...>>...E forse sto ancora dormendo ma va bene così...." (M.L.)
Siamo noi (solo)
Siamo noi (solo)
che ci buttiamo nel giorno
dietro un’idea
un’immagine
un sogno da perfezionare
un maldischiena,
da terra inumidita,
oramai,
da calmare…
Siamo dolci pazzi,
cantanti,
per le strade festanti
sotto ponti addobbati,
pieni di amici
e di genti…
Siamo gatti a orologeria
cani con i capelli
lupi fulminei
cui non hanno mostrato
l’uscita per “la notte”…
Siamo piccoli figli
danzanti
ritmici
battenti,
sul ventre butterato
della Madre
morente.
Siamo noi (solo)
che ci gettiamo nell’oblio
ancora correndo
ancora inseguendo
ancora, le gambe,
mulinando…
Siamo pazzi e siamo soli,
e ci teniamo la mano,
per non perderci nel sogno…
Siamo saggi bambini da osteria.
Siamo noi (solo)
puntini all’orizzonte,
lampare dalla riva,
fuoco galleggiante…
…ci puoi seguire
a nuoto
di corsa
al tuo passo…
o solo scrutarci da lontano,
se vuoi,
viandante…
ML
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