poesia
Il richiamo dell'usignolo
Il richiamo dell’usignolo
Memorie, il richiamo dell’usignolo
Memorie, immagini, luoghi vissuti
storia e storie di gente consumata
fra terra arsa e case di pietra.
Vita spalmata tra vicoli ciechi
dove forte era l’odore del muschio
e il sol di rado dispensava sorrisi.
Al reiterato canto del gallo,
che all’alba suonava la sveglia,
seguiva un vociare affannoso
che rimbalzava di casa in casa.
Davanti a Edicole improvvisate,
effigie poste nelle crepe delle case,
ognuno chiedeva ragione ai santi
di mancati raccolti e stupori affranti.
Memorie, immagini, pietre vissute
pagine e pagine di libro mai chiuso
che in religiosa attesa rimane
pronto a colmare lacune
dell’usignolo che ne avverte il richiamo.
Lucia Clemente
Crollano i cieli
Crollano i cieli
Nuovi paesi
morsi da un cancro
fatto di oro
Nuovi paesi
senza problemi
che con i soldi
risolti e voilà..
Tutti ingranaggi
da controllare
e sistemare
in un tempo oscuro..
Strategie nuove
fatte di prassi
liberamente
serenamente
pensando a niente
senza note stonate...
Nuovi paesi
fatti di fuoco
simboli neri
dentro raccolte
Nuovi paesi
che con i soldi
fatti di fuoco
e simboli neri
Liberamente
Serenamente
spazi aperti
dentro coscienze
Più brillanti di stelle
Siamo stati mostri marini
a vagare nel buio,
lumini tremolanti
in caotici abissi.
Nascosti
alle nostre deformità…
Siamo stati pazzi Diogene
a cercare, lanterna alla mano,
lo sfacelo dell’uomo…
…tra le nostre incapacità…
Siamo stati fari pulsanti
nell’orrenda tempesta
a segnare strapiombi
salati di lacrime
per fantasmi di navi lontane…
Siamo stati led nella notte,
oscuri nell’oscuro
fulmini rotti,
malati infra-rossi,
invisibili a tutti…
Siamo stati lampi al magnesio
bruciati da Soli impotenti,
ultra-violenti.
Da raggi improvvisi
derisi…
Siamo stati nel buio del bosco
da soli tra alberi amici,
nascosti come piccole bestie.
Ombre fra le ombre
lunghe
infinite
di continui tramonti…
Siamo stati da soli nel buio,
immobili,
per non disturbare,
tra la paura
e la speranza
di una sola carezza…
Siamo stati inutili cristalli
come diamanti
nella roccia profonda,
come lava bollente
che forgia piccoli Dei,
come fari blu
di auto in fila
nella notte.
Siamo stati:
ombre vaganti nell’oscuro…
Siamo stati:
lampadine intermittenti nei riverberi…
…barlumi invisibili…
…brandelli di tenebra…
Ora cosa siamo?
Noi siamo lucciole!
Più brillanti di stelle
troppo distanti
per essere vere.
Appuntate come spilli
a cieli di cartone.
Noi siamo lucciole
cadute nell’erba!
Spossate
dal tanto lampeggiare
dal tanto segnalare
dal tanto cercare…
Siamo Anime
Insieme approdate
a una spiaggia di ciottoli.
A cui ora e solo ora,
all’orizzonte,
il Mare lucente
di nuovo
appare…
ML
Costantino Kavafis, "Il sole nel pomeriggio"
Costantino Kavafis
Il sole nel pomeriggio
Traduzione di Tino Sangiglio e Paolo Ruffilli
Biblioteca dei Leoni – Pag. 80 – Euro 12
Il sole del pomeriggio è una raccolta poetica interessante che serve a riportare all’attenzione del pubblico un grande poeta come Costantino Kavafis, lirico ellenista, alessandrino nello spirito e nella carne, geniale e per niente neoclassico. Alberto Moravia diceva: “Kavafis non è solo il maggior poeta greco moderno, ma anche uno dei maggiori poeti europei”. Indubbiamente vero, come non possiamo negare che fosse greco sino al midollo e intriso di cultura ellenistica.
Kavafis nasce ad Alessandria nel 1863, vive e lavora in Egitto, ma rinuncia alla nazionalità inglese per acquistare quella greca, sceglie di scrivere nella lingua di Omero perdendo la possibilità di farsi leggere dal mondo anglofono. Kavafis inventa una sua lingua, una koiné ibrida e amalgamata, fresca, compatta e musicale, sceglie di parlare d’amore (sensualità e nostalgia), bellezza e storia. La poesia di Kavafis - uomo scomodo e sincero, per niente convenzionale, nemico di tutte le ipocrisie - è fatta di metrica antica e racconta la vita interiore attraverso i sensi. Nella sua lirica è importante la passione omosessuale, il solo modo in cui il poeta intende il rapporto erotico, ma anche il senso del tempo che incalza, la cruda realtà della vecchiaia, la “riga delle candele spente”, i giorni del passato che restano indietro con la loro “fila tenebrosa”. La poesia e la vocazione estetica, sono le uniche cose capaci di riscattare la pochezza dell’esistenza.
Costantino Kavafis ha pubblicato pochissimo in vita, ma dopo la morte - sopraggiunta nel 1933 ad Alessandra - la sua opera è stata oggetto di studio e costante rivalutazione. In Italia quasi tutta la sua produzione è stata pubblicata da Mondadori, ma da tempo non si sentiva parlare di un autore che negli anni Settanta poteva dirsi di culto. Paolo Ruffilli ha fatto un grande lavoro di selezione e di commento poetico, speriamo sufficiente a riportarlo in auge. Leggiamo due poesie intense e struggenti, perché è inutile parlare di un poeta se non gustiamo la profondità della sua lirica.
CANDELE
Stanno dinanzi a noi i giorni del futuro
come una fila di candele accese
- calde, vivide, dorate -.
Restano indietro i giorni del passato,
riga penosa di candele spente:
le più vicine fanno fumo ancora,
ma fredde, ormai disfatte e storte.
Non voglio, no, guardarle: mi pesa il loro aspetto,
pesa il ricordo del loro antico lume.
E guardo avanti le candele accese.
E non mi volto, per non vedere, scosso dai tremiti,
come si allunga la fila tenebrosa,
come crescono presto le candele spente.
UN VECCHIO
Laggiù in fondo, nel frastuono del caffè,
un vecchio seduto curvo al tavolino,
se ne sta solo a leggere il giornale.
Afflitto dalla cruda sua vecchiaia,
ripensa al po’ di vita che ha goduto,
quando aveva forza, vivacità e bellezza.
Sa di essere ormai vecchio: lo vede e sente.
Eppure gli sembra appena ieri il tempo
della giovinezza. Che breve spazio, niente…
Pensa agli inganni della sua saggezza,
alla fiducia che ha riposto, pazzo,
alla bugiarda che diceva: “Domani, su. Hai tempo!”.
Quanti slanci che ha frenato ieri e quanta
la felicità sacrificata. Ogni occasione persa
adesso spregia la prudenza sua insensata.
…ma l’intensità del suo pensiero e del ricordo
stordisce il vecchio. E si assopisce
curvo al tavolino del caffè.
Studentello di Via San Nicolao!
O dolce Lucca, quanti bei tramonti,
albe piovose e fredde ho ritrovato
lungo le Chiese, gli angoli, il selciato
ascoltando, rapìto, i tuoi racconti!
Quella dolcezza ha sempre accompagnato
i sogni che portavo giù dai monti
e se ora facessi due confronti
lo cambiere il presente col passato!
E che bimbe a passeggio sulle Mura!
Quanti sorrisi, quanti ricci al vento
e quanti baci dati con paura
che qualcuno spiasse quell'evento!
Un tenero rimpianto mi cattura
per questo sogno che si fa sgomento!
Mentre aspetto di doventà nonno
Da cosa lo apisci d'esse anziano?
Vediamo se ci rivi o sei toppone!
Siùro dalla troppa commozione,
da un certo tremolìo della tu mano
che agguanta ma con meno decisione,
o dall'occhi che un vedano lontano
o poco da vicino o che, pian piano
doventi rimbambito e più coglione
un giorno doppo l'artro. Certamente
c'è un calo irreversibile, lo so,
ma ognuno dève fà lo strafottente.
Io sono forte, senza discusssioni,
ar nipote un ci penzo, ma però,
m'asciugo, di nascosto, i luccìoni.
Luciano Tarabella
04/03/14
>...E forse..."> Siamo noi (solo)
foto di Paola Fazzi
"A volte mi sveglio la mattina e mi alzo...mi vesto, preparo lo zaino, allaccio gli scarponi, carico il computer o aggiusto le foto trappole...e mi domando: <<...ma dove vado? Che faccio? E' vero o sto ancora dormendo?...>>...E forse sto ancora dormendo ma va bene così...." (M.L.)
Siamo noi (solo)
Siamo noi (solo)
che ci buttiamo nel giorno
dietro un’idea
un’immagine
un sogno da perfezionare
un maldischiena,
da terra inumidita,
oramai,
da calmare…
Siamo dolci pazzi,
cantanti,
per le strade festanti
sotto ponti addobbati,
pieni di amici
e di genti…
Siamo gatti a orologeria
cani con i capelli
lupi fulminei
cui non hanno mostrato
l’uscita per “la notte”…
Siamo piccoli figli
danzanti
ritmici
battenti,
sul ventre butterato
della Madre
morente.
Siamo noi (solo)
che ci gettiamo nell’oblio
ancora correndo
ancora inseguendo
ancora, le gambe,
mulinando…
Siamo pazzi e siamo soli,
e ci teniamo la mano,
per non perderci nel sogno…
Siamo saggi bambini da osteria.
Siamo noi (solo)
puntini all’orizzonte,
lampare dalla riva,
fuoco galleggiante…
…ci puoi seguire
a nuoto
di corsa
al tuo passo…
o solo scrutarci da lontano,
se vuoi,
viandante…
ML
Marco Milone, "Anime nude"
Anime nude
Marco Milone
Narcissus, 2014
“Anime nude” è una raccolta di liriche brevi. Alcune ricordano molto da lontano l’ultimo Caproni del “Conte di Kevenhüller”, quasi che si sia rinunciato ad esprimersi per l’esterno, a comunicare con un’umanità che le speranze deride e violenta, e si ripieghi sulla nostra sabbiosa malinconia, sui nostri ricordi, che sono sentieri dolenti, “solo per me”, perché nessuno può capire i sentimenti altrui, né condividerli.
Insistito il concetto di morte, la signora oscura, (salme, lastra tombale) insieme alla ricerca dell’Assoluto, che non è solo Ente Supremo che scaglia la sua ira sul creato -e, al contempo, si manifesta a chiunque lo cerchi - ma anche sovrannaturale in senso più ampio.
Rime volutamente facili e sgraziate, (immensità-profondità- radiosità/ abbarbagliate-levigate- salassate); parole che tornano come echi quasi in ogni poesia: malinconia, salma, eterno, scelte lessicali non complicate ma desuete per un autore classe 1980 – persino echi foscoliani, la fatal quiete - che non si lasciano per niente influenzare da una facile contemporaneità: cotanta beltà, giammai, opifici, zefiro.Il verso è disadorno, aspira, come l’autore, alla purezza e all’autenticità.
Ci piace riproporre qui, in particolare, la dolente “Palme insanguinate”
Palme insanguinate
Intinsero di dolore
Le mie scapole
Lo splendore
dell’uomo che fu
scomparve
assalito
dalle arcane forze
or ora liberate
Un inquieto zefiro
Ci stipò
In angusti anfratti
Che soffocavano i nostri tremiti
E come si fece buio,
tal era rarefatta l’aria
che i nostri respiri si annullarono.
Forse e notte
E' la notte che sfuma i contorni
delle cose e dei fatti terreni;
ti trascina all'indietro a quei giorni
che ricordi felici e sereni.
Quand'è prossima l'ora del nero
e ti chiedi che cosa n'hai fatto
della vita, magari distratto,
ti rispondi fin troppo sincero:
sono stato felice? Non so.
Forse si, forse... se, forse no.
Luciano Tarabella
12/10/13
La villa abbandonata
I versi volano come colori
d'una tavolozza. Non si concede
quest'attimo al tramonto ed io sto fuori
in un freddo che quasi non si crede.
Ecco che penso ai miei passati amori
camminando il sentiero ed il mio piede
da sé respinge ciò che i cacciatori
lasciano sul terreno. S'intravede,
fra cipresso e cipresso, un po' di luce
che, mistica, diventa apparizione
a un punto tale che m'inchino pio
senza sapere dove mi conduce
quello che sento. Dentro è confusione
come se ora fossi non più io.
Luciano Tarabella
06/12/13
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