poesia
Giuseppe Iannozzi, "Donne e parole. Sulle orme di Leonard Cohen"
Donne e parole. Sulle orme di Leonard Cohen
Giuseppe Iannozzi
Il Foglio letterario
Sin dal titolo ambiziosa questa raccolta fiume di poesie di Giuseppe Iannozzi. Si è forse di fronte a una provocazione studiata e voluta dall’autore, nonostante possa far storcere il naso a qualcuno. Ma la sostanza c’è in questo omaggio al grande cantore canadese ed è, in molti casi, al di sopra di quelle aspettative qualitative e di sostanza che il lettore di poesia si augura di leggere ogni qual volta affronta un poeta.
Donne, amore, filosofia buddista-ebraica (o pseudo buddista-ebraica), una trinità laica versata nella melanconia, la disperazione e la perdita. La poesia di Iannozzi racconta storie attraverso metafore ardite o di una ingenuità disarmante. I registri poetici usati passano, con disinvoltura, dalla scuola coheniana a quella carveriana, ma non è difficile leggere liriche che affondano le radici nella cultura della Beat Generation e nella poesia visionaria e maledetta di Jim Morrison e dei suoi emuli.
Sul sito dell’autore si legge: “… da sempre sono stato influenzato dalla poetica di Leonard Cohen, Francesco Guccini, Pasquale Panella, Franco Battiato, Roberto Vecchioni, Claudio Lolli, Cesare Pavese, Dino Campana, Gabriele D’Annunzio, Guido Gozzano, Federico Garcia Lorca, Hermann Hesse, William Blake, George Gordon Byron, John Keats, Edgar Allan Poe, William B.Yeats, Walt Whitman, Jacques Prévert, Pablo Neruda, etc. etc.”; ciò risulta tanto più vero leggendo le poesie raccolte nel volume Donne e parole. Sulle orme di Leonard Cohen che diremmo antologico. Antologico perché le liriche di Giuseppe Iannozzi compendiano 15 anni di lavoro poetico con la diretta conseguenza che lo stile cambia molto di frequente e in maniera brusca. È forse un peccato (di sicuro una dimenticanza studiata) che l’autore non abbia indicato delle date utili per ogni lirica preferendo invece una sorta di zibaldone poetico.
La cifra poetica di Giuseppe Iannozzi è perlopiù alta, anche quando, abbandonando il linguaggio aulico, fa uso di un vocabolario più popolare e moderno. Le parole utilizzate da Iannozzi sono sempre molto pesate, mai lasciate al caso, anche a costo di ricorrere a delle illusorie strozzature semantiche per dare la stura a dei versi più o meno criptici e/o misticheggianti.
Donne e parole. Sulle orme di Leonard Cohen legittima l’amore in tutte le sue forme sottolineando che amare significa soffrire: nella poetica di Giuseppe Iannozzi non c’è posto per una felicità stabile, sembra invece convinzione del poeta che l’amore, per quanto possa essere esso sublime, sempre sottostà al dolore e alle sue incontrovertibili regole. Non tradisce Iannozzi la poetica coheniana, profondamente passionale e dolorosa, né istituisce luoghi comuni o specchi per le allodole. Leggere Donne e parole. Sulle orme di Leonard Cohen costituisce un viaggio nella verginità dell’anima e nel corpo ancillare dell’Eros, una esperienza da godere sino alle sue estreme conseguenze.
Donne e parole (Sulle orme di Leonard Cohen) – Giuseppe Iannozzi - Il Foglio letterario - ISBN 9788876066450 - pagine: 640 - prezzo: € 18,00
Marco Zunino
Laboratorio di poesia: Anonimo

Domina la poesia Rapture (di Anonimo) inizialmente un’istintiva speranza di bene, nella convinzione che anche dal nulla possa nascere il tutto e dal buio possa tornare a splendere la luce, come avviene nell’infinito avvicendarsi dei giorni e delle notti. Ma troppe volte l’istinto è regolato dalla ragione che ode solo le voci della condanna, incapace di dare ascolto a chi vorrebbe condurci per mano sulla via del perdono. Non rimane che la doppia frustrazione dell’ostinazione nella condizione di offesi e del senso di inutilità quando tale ostinazione si ammorbidisce e subentra la consapevolezza triste che la felicità era a portata di mano, se solo, deposti i risentimenti, si fosse stati capaci di pronunciare almeno il nome della persona amata, primo passo per una nuova e più profonda intesa.
Sicuramente la poesia palpita delle contraddizioni di sentimenti che lacerano l’animo, spingendolo a comportamenti assurdi o finanche drammatici. Peccato che dal punto di vista stilistico dia il senso fastidioso della commistione tra andamento prosastico e tentativo di rime. In ogni caso la forma va sottoposta a un severo labor limae, va snellita e puntualizzata, togliendo il superfluo e rendendo conciso il pensiero perché assuma - anche mediante l’uso delle figure retoriche - una veste più consona alla Poesia.
Adriana Pedicini
Rapture
Mentre il cielo tossiva cristallo
in un mattino di gelido Inverno
ho sognato il più fortunato dei doni,
il più diletto perdono.
Dopo l'ennesima notte, per quanto lunga,
le braccia del sole si distendono
anche sull'estrema, innominabile pena,
sul buio del fato, sui corpi deformi
delle anime scomposte.
In un trionfo di lacrime, dal più soave sorriso
avvenne il risveglio:
se solo anche allora avessi guardato
più da vicino
avrei scorto la camera oscura del mondo
dove dal Nulla nasce il Tutto,
l'impeccabile geometria del tuo cuore,
l'ultima porta.
Ora so dove finisce l'arcobaleno.
Invece, in preda ad un disperato disgusto
mi dileguai, accartocciandomi nel silenzio
mi coprii gli occhi con le mani contorte
e sibilai vuote condanne,
come fanno le creature dell'Oscuro
sotto gli occhi
di chi illumina la loro spregevole miseria
dinnanzi a chi ode i mormorii delle loro funebri vanità.
Strisciando se ne va l'offeso
senza conoscere la strada,
oppresso dal peso di uno spettro del passato
che suggerisce facili risposte.
Eppure se siamo qui non è perché quest'anima
deve cambiare?
In questo momento, nemmeno per tutto l'amore del mondo
accetterei di ripetere certe vili assurdità.
In qualche modo
hai conquistato il mio cuore.
Non credevo che la salvezza
fosse pronunciare un nome.
Cristina Teresa Valerio
Inviate le vostre poesia a adriana.pedicini@virgilio.it
Nonna
Attorno alla capannuccia
fatta a mano dal bisnonno
mettevi il filo luccicante
un pezzo di latta
divenuto cometa
e accendevi le lucine.
M’inginocchiavo
dicevo le preghiere
a Gesù Bambino
toccavo i pastori in fila
rigidi come soldati
fermi nei loro eterni mestieri
suonavo la campanella
di un’incongrua chiesa
nell’odore di muschio secco
sempre lo stesso
di anno in anno
cantavo
tu scendi dalle stelle.
La ballerina dei datteri
eburnea
ballava sulle punte
e la Befana calava due volte
dal mio camino e dal tuo
la Befana col ciuco
con l’erba del Villano
il bicchiere rosso
del vino
e un infinito cielo di stelle
di stagnola.
Mia madre aveva gli occhi azzurri

Non si tratta di una poesia ma di un pensiero rivolto a chi, anche se non è più fra noi, ci resta sempre accanto. La gioia incommensurabile di una nascita in famiglia va condivisa anche con coloro che ci hanno dato tutto, ci hanno insegnato tutto, trasmesso i valori che ci consentono di camminare orgogliosi a testa alta. Mia madre è tanto cara al cuore di mia figlia Veronica a cui dedico questo breve componimento e che ringrazio. Anche la fotografia la riguarda, essendo rappresentato il fiore che porta il suo nome “veronica“, più conosciuto come “occhi della Madonna”.
Mia madre aveva gli occhi
azzurri
il cuore grande
e la testa piena di sogni.
Le piaceva il calcio, andare a
cavallo e sognava di vincere una
gara in bicicletta.
Invece, rimasta sola troppo
presto, ha allevato
con amore e sacrifici due figli
e due nipoti.
Voleva andare in aereo e fare
un lungo viaggio
poi un giorno è partita
all'improvviso,
senza aspettare che le comprassi il biglietto.
Mi mancano sempre il calore
della sua presenza e la dolcezza del suo sorriso.
Quando la cerco guardo il
cielo...
Mio nipote ha gli occhi azzurri.
(Franca Poli)
Laboratorio di poesia: Minerva del Fiume
Il testo si snoda con riflessioni chiare e fluide, anche se prive di musicalità che sempre dovrebbe attenere alla poesia, anche quella in versi sciolti o liberi. Indubbiamente si coglie un pensiero importante, vale a dire il dissidio tra l'essere e l'apparire. L'interlocutrice silenziosa evidentemente conduce una vita di apparenza, senza profondità, preoccupata solo di far bella figura. La giovane poetessa, con l'entusiasmo che sconfina nella certezza a quell'età, si propone consigliera, suggeritrice di comportamenti altri che hanno bisogno solo di un po' di autenticità per condurre una vita più vera e consapevole. Ed è questa la differenza che apre spazi insondabili di verità e di soddisfazione.
Adriana Pedicini
La signora
Buon serata del sabato signora
Con la tua borsa piena di chiacchiere
mentre cerchi gli sguardi ben disposti
sai di saper parlare,
sai che non sbaglierai i tempi.
spingerai la porta aperta,
e non inciamperai più
con le luci accese
Vorrei sapere un po’ più di te
Vorrei aiutarti ad imparare
Senza peso, senza sforzo,
solo pensieri leggeri
senza più vigilie
Stai ridendo sul tuo segreto
sul tuo sogno più leggero della nebbia
E’ solo un piccolo segreto
Stai pensando: avrò nuove verità
Ti stai innamorando del coraggio?
è questione di poco, di niente
Forse se fai un passo più in là
e forse se a scegliere sei tu
Il tuo segreto lo nascondi
dove nessuno lo troverà.
Minerva del Fiume
Inviate le vostre poesie a: adriana.pedicini@virgilio.it
Carlo Cipparrone "Betocchi, il vetturale di Cosenza e i poeti calabresi"
Carlo Cipparrone
Betocchi, il vetturale di Cosenza e i poeti calabresi
Edizioni Orizzonti Meridionali - Pag. 132 – Euro 12
Carlo Cipparrone scrive un ispirato ricordo di Carlo Betocchi, poeta conosciuto nella sua Cosenza molti anni fa, quando lui era soltanto un aspirante poeta in cerca di consigli e voleva entrare in sintonia con un grande autore della nostra letteratura. La parte più affascinante del libro vede la riproduzione de Il vetturale di Cosenza di Carlo Betocchi (contenuta ne L’estate di San Martino, Mondadori 1961), pubblicata su concessione della casa editrice milanese, che ripercorre le emozioni suscitate nel poeta dal viaggio in terra calabrese. Altrettanto interessante Betocchi (e la comune strada), lirica ispirata e sentita, composta da Cipparrone in ricordo del poeta e del loro incontro, che rievoca la nascita di un’amicizia e gli scambi epistolari, le confidenze, gli incentivi a continuare e a pubblicare liriche, ricevuti dal poeta.
Il libro è corredato da lettere e cartoline postali - non le fredde mail dei nostri giorni - che Betocchi e Cipparrone si sono scambiate nel corso degli anni, vero e proprio monumento alla disponibilità e all’altruismo di un uomo che non pensava soltanto alla sua arte ma trovava il tempo per leggere manoscritti e non mancava di dare consigli ai giovani poeti. Interessante la parte in cui Betocchi fa capire a Cipparrone che per scrivere poesia non è necessario aver compiuto studi classici, perché la lirica è soprattutto tecnica e - a suo parere - mestieri diversi possono coesistere. Betocchi porta se stesso come esempio, geometra impegnato nei cantieri, ma anche i colleghi Quasimodo, Lisi, Bargellini e gli ingegneri Gadda, Sinisgalli e Vittorini.
Ne vien fuori un bel ritratto di Betocchi, sobrio nel mangiare, attento a curare la sua ulcera gastrica, prodigo di consigli, curioso mentre visita una terra sconosciuta e chiede di leggere autori promettenti.
Carlo Cipparrone conclude un libro interessante con una breve antologia di poeti calabresi: Lorenzo Calogero, Nerio Nunziata, Ermelinda Oliva, Gilda Trisolini, Silvio Vetere. Un solo appunto. Non sarebbe stata di troppo una piccola antologia contenente i versi degli autori citati, perché del solo Nunziata possiamo leggere alcuni passi ispirati, mentre gli altri restano ingabbiati in una sterile biografia con elencazione di titoli. Sarà per la prossima edizione aggiornata.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Cipparrone Carlo - Betocchi il vetturale di Cosenza e i poeti calabresi
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V.Tedeschi, "La mia napoletanità"
La mia napoletanità
V. Tedeschi
Loffredo Editore
Spesso si dice che la poesia disveli la storia di un’anima e che grazie alla poesia la vita appaia più affascinante o almeno più accettabile.
Poesia infatti è innanzitutto un modo di essere e di sentire, riscontrabile in persone che, dotate di enorme sensibilità e conoscendo i travagli dell’esistenza, vedono in essa ‘na manera pe’ tirà a campà.
Ecco l’incipit del corposo volume di poesie di Vincenzo Tedeschi, nato nell’entroterra sannita, già Medico Ginecologo e Professore di chirurgia ginecologica presso l’Università Federico II di Napoli. Quasi una dichiarazione di poetica quella che risulta nella poesia “Addédeca” con cui anche onora i suoi debiti di gratitudine verso chi lo ha spinto a scrivere.
Di poi l’Autore srotola il nastro dell’esistenza ricordando il momento della nascita, la gioia del nonno paterno nel contemplare lui, primo nipotino,
nu mpilo chiattulillo ma carillo/… ‘o primo nepuscello e mascullillo (‘O nomme mio),
e quindi i ricordi della famiglia in erba, del fratello e della sorella, della mamma di cui, con somma emozione, ricorda la malattia con un linguaggio ricco di immagini rese con termini dialettali scolpiti nel verso come incisioni in antico legno.
papa puveriello era abbeluto/…ieva appuranno/…..pure ‘nu zinno/ ch se puteva fà pe’ chella freva. (Mamma mia)
E ancora, del padre ricorda la stima da tutti riconosciuta di uomo onesto, di grande cultura e nobile impegno nelle istituzioni scolastiche, ma per un figlio il padre è solo padre, porto sicuro nelle difficoltà della vita, anche quando giunge l’età delle certezze.
Puteva abbonì ca me vedeva/ ‘nu poco ‘e cchiù apprenziunàto/ era ’isso ca me scanagliava/ e ‘o rummèdio subeto truvato. (Papà mio)
Si verifica dunque nelle poesie di Tedeschi la relazione tra arte e vita, tra individuo e storia famigliare, sociale, politica.
Evidente è il tono lirico in poesie che rivelano stati d’animo, rievocano il vissuto, ridestano personaggi della sua infanzia e della sua giovinezza: oltre i genitori, la sorella, il caro fratello Luigi morto prematuramente, la sua compagna di vita.
‘E vvoce d’’a casa, poesia il cui titolo evoca l’arte di Eduardo, esprime appunto la dolcezza del nido famigliare dove l’amore e la concordia mettono al riparo da qualunque timore, ma è anche un prezioso documento di vita che testimonia i disagi della guerra e le difficoltà del dopoguerra.
Venett’ ‘a guerra e ‘mpilo se mangiava…
Addò steva papà nun s’assapeva….
…‘a guerra s’atturnaie/ ma p’ ‘isso ‘o mmale nun fenette…
E infine la perdita delle persone care, momento di solitudine sia per chi resta, sia per chi sta morendo, nonché di incapacità di comunicare, impossibilità di scambiarsi i ruoli per amore.
Pe’ nuie addavero ‘nu trummiento/ quanno steva murenne mamma mia.
Notiamo in esse un linguaggio dialettale complesso che rimanda a tempi lontani (ben sono riportate le traduzioni dei termini più inusitati), metafore dense di allusioni psicologiche, sintagmi di amara nudità che disegnano l’arco della giovinezza, le prime pene, le difficoltà famigliari dalla dolcezza ritmata che ricordano G. Lorca (A mio padre) o immagini che dicono più delle parole l’intensità del sentimento. Non il languore romantico ma l’analisi sincera quasi impietosa degli affetti, nell’oscillare dei ricordi, dei contrasti, nella ricerca della verità nei rapporti affettivi. E poi l’abbandono sentimentale che è quasi estasi se la piccola “nepuscièlla” con le sue tenere carezze gli si stringe al collo, facendogli capire che questo è l’amore vero, puro, incontaminato.
è proprio chello ca se chiamma ammore. (A Carola)
Diverse altre poesie sono dedicate alla nipotina durante la crescita, con la tenerezza e l’entusiasmo di un nonno che dinanzi alla vita che germoglia, nonostante i lunghi anni di professione o forse grazie ad essi, non ha mai perso lo stupore proprio del miracolo. In queste poesie allora l’affetto e la gioia diventano emozioni che fanno vibrare i versi letteralmente, perché la narrazione poetica procede intensamente tra allitterazioni, anafore, rime alternate e altri procedimenti retorici.
nun ve pensate ca so’sciut’e mente (Pe’ Caroletta)
L’amore però è anche memoria-nostalgia di una dimensione di vita che si riconosce sull’orlo dell’estinzione, almeno come quotidianità, si traduce in costante ispirazione che sui binari della parola poetica emigra per scoprire il passato e dare un senso al presente.
Infatti, nei periodici ritorni al suo paese natìo, lasciando le nuvole asfissianti della città, recupera se non fisicamente almeno nel ricordo volti e personaggi che hanno costellato la sua esistenza: L’arciprete scienziato, Salvatore l’inventore, la figlia adottiva, ‘O pàrturo, Ciccillo, ma anche personaggi e situazioni caratterizzanti la metropoli partenopea come ‘A vammana d’’o quartiere, ‘O professore ‘è mannulino, Rafèle,’A malafemmena, le cui vite danno origine nei versi del Poeta a delle vere e proprie pitture impressionistiche. Difficile e lungo sarebbe riportare il lessico poetico che incide sulla pagina le sfumature del destino, della miseria, della pena di vivere, ma anche del coraggio e della forza d’animo.
Silenzio e solitudine come spazio semantico e spirituale in cui pervenire al coraggio della parola che scava e registra l’effimero che ci sovrasta, l’egoismo che ci inaridisce, la disonestà che ci rovina, e denunciarlo con virile tristezza. Tristezza che con costante fiducia s’innesta alla speranza.
..Che ghiè ‘a vita?....’a nasceta nisciuno ‘o po’ sapè…(‘A vita)
L’antidoto alla miseria consiste nell’onestà, virtù difficile da praticare
Si ‘a gente fosse aunesta, chesta vita sarrìa ‘nu Paraviso (‘A vita)
Si cagnarrà ‘a museca nn’’o saccio….ogni iuorno ‘nu penziero ‘o faccio che sul’a speranza ce rummane. (‘A vita)
Il volume, ricco di tante altre sfaccettature, va concludendosi con due poesie, tra le altre, che testimoniano la necessità atavica di tornare a “bagnarsi”, quasi fossero acqua lustrale, nelle atmosfere del paese natìo, in cui i ricordi affiorano, la bellezza viene scoperta più dignitosa, l’abbraccio dell’animo riconoscente stringe l’albero della famiglia che in quelle terre ha radicato, trasmettendo i valori fondamentali sui quali poggia un’esistenza ricca di impegno e di passione.
Paiese mio addò affunna ‘a ràdeca chella forte d’ ‘a fameglia mia... (‘O paiese mio)
Un volume dunque interessante per la vita che contiene osservata, narrata, approfondita, per la carrellata di personaggi, davvero tanti, che si caratterizzano per la loro tipicità, per gli affetti, i sentimenti d’amore e d’amicizia tratteggiati con tanta tenerezza; un volume interessante per la qualità del lessico partenopeo, per la cura della costruzione del verso, per la veste dignitosa di ogni strofa, infine per le numerosissime sorprese di una lingua che evoca la ricchezza e la stringatezza a un tempo delle lingue classiche, greco e latino. Proprio per tale ricchezza il volume meriterebbe una più approfondita esegesi linguistica.
Un esempio di latinismo stupendo: Me sunnai aiere albante iuorno (‘Ll’abballo). Un costrutto latino (ablativo assoluto) che sulla bocca dei paesani suonava forse grossolano, ma che il Prof. Tedeschi ha saputo innalzare a dignità letteraria.
Michela Zanarella, "Tragicamente rosso"
Il titolo è già una poesia e verrebbe da pensare che questo libro covi violenza e manchi di pudore, invece è proprio il contrario. Tragicamente rosso è una suite per parola e silenzio scritta da passione e pensiero. La suite è composta da cinque movimenti: rosso donna, rosso shoah, rosso mondo, rosso natura e rosso guerra. Ogni movimento è composto da un minimo di sei e un massimo di quindici poesie. Si chiude con un monologo che ben si presta ad adattamenti teatrali, e infatti è stato già più volte rappresentato riscuotendo numerosi successi.
Ma veniamo al libro: potrebbe essere definito una silloge, un libro di poesia, una raccolta, ma in realtà è ben altro, perché raccoglie in un corpo perimetrico cinque fascicoli molto ben delineati, come se le sillogi fossero cinque, oppure cinque fossero i temi trattati con intonazioni diverse, quindi, come dicevo, una suite che in cinque movimenti racchiude l’estro creativo di un musicista romantico.
Cosa dice l’autrice in questa suite? O meglio, cosa cerca? Già, perché dire e cercare sono due cose molto diverse. Dire significa imporre un proprio suono e ritmo, esprimere idee o proporre pensieri. Da -> a, mai al contrario, l’ascolto non è contemplato nel dire. Cercare significa scavare, esplorare, scoprire, scoperchiare, spostare i mobili, alzare i tappeti e… guardare, ascoltare, toccare, annusare con attenzione, quindi ricevere tutti gli stimoli sensoriali, attivare i neuroni dell’ascolto e rendersi disponibili a ricevere. Ricevere cosa? Per ora basti sapere che cercare è anche predisporsi a ricevere.
La parola è lo strumento, ma non solo, c’è il silenzio, la pausa, l’intenzione… il tutto condito da interiorità inespressa che attende di farsi spazio nella luce.
Bene, allora, la poesia? È questo: ricerca! Leggendo i versi di Michela Zanarella non si trova, ma si cerca. Le poesie non sono risposte ai nostri quesiti, ma scaturigine di altri quesiti. Per questo non occorre capire, ma solo lasciarsi andare già dall’inizio:
Appesa ad un silenzio
nel precipizio di un amore
tragicamente rosso
cedo e m’adeguo
alle forme del dolore.
L’autrice non descrive luoghi o contesti, semmai definisce una presenza che si identifica con la nostra. E quando dice
La pelle cosparsa di dolore
Non grida
E cede il respiro
Ad un silenzio
Che lacera e nasconde
Vuoto intorno
Non denuncia, ma comunica con le fibre più intime di ogni lettore rendendolo protagonista della lettura.
Molto più esplicita, invece, quando scrive
Aggrappata al sangue dell’odio
Anche la neve ha sguardi neri
Hanno inghiottito il grano e le epidermidi
Le oscurità di Auschwitz.
Il linguaggio che sembrerebbe tenue invece stringe come una tagliola. Già, non è un linguaggio facile, non è chiaro né immediato, ha qualcosa di subdolo, perché ti accerchia con le sue poco effusive moine, e se fai attenzione ti accorgi che il messaggio veste un velo di seta che lo rende all’apparenza dolce. Ma si sa, il velo è anche un simbolo profondo: ciò che si squarcia quando muore Cristo, è l’imene custode della verginità, è il pudore che si stende come l’ombra delle nuvole, è ciò che nel suo “velare” giustifica la menzogna, perché sotto il velo c’è la verità che non ha pudore, che è cinica, che è sempre preferibile alla falsità, ma che atterrisce!
Non ha motivo
di insistere il dolore
nei palmi tesi del mendicante
nelle infanzie infrante
di un bambino
nel respiro muto
di una terra
che inciampa tra le mine,
nel grembo in croce
di una donna
dove il falso amore
ricalca prepotente
lividi e promesse.
La vita
non ha bisogno di lacrime
o avidità del tempo.
Dove piange il mondo
è debole la radice di ogni uomo
che ha macerie
incise sulla pelle,
come silenzi
addestrati ad ignorare
il sangue e il sudore
delle epoche.
L’autrice non sentenzia né impone il suo pensiero, ma attraverso un verso libero, quasi scarno, assolutamente privo di pizzi e merletti, apre le porte della percezione e mette l’uomo di fronte all’abisso, là dove non sapevi che un giorno saresti arrivato e dove potresti cadere. Del resto questo deve proporre la poesia: l’abisso! Quindi
Toglietemi la vostra giacca
D’incenso,
il furore assurdo,
l’intreccio di logiche assenti.
E lasciatemi così, mentre
Intorno a me follie bellissime
Rovesciano la mente
E mi schiantano nel buio
Ad imparare l’assurdo.
Perché nell’assurdo c’è verità nuda, e imparando l’assurdo saluto questo libro che disegna un percorso poetico dipinto di tragico e meraviglioso rosso, e musicato da un iride di parole e silenzi.
Claudio Fiorentini
Per certi versi
Ci scrive Matteo Bianchi.
"Riapre i battenti “Per certi versi”, la rassegna poetica di Cagliari, organizzata dall’Associazione “Il Grimorio delle Arti”, in collaborazione con la compagnia teatrale “Il Crogiuolo” e la Libreria “Murru”. Il ciclo che comincerà a breve, s’intitola “Letture di primavera” e avrà lo scopo di far volare in alto le parole, parafrasando Mario Luzi, alla maniera delle rondini che riempiono il cielo appena si fa caldo e sostano sui fili della luce come virgole tra le righe, o note sul pentagramma.
Senza trascurare né il significato né la musicalità dei versi, lo scopo dell’associazione culturale è quello di portare in Sardegna le voci più significative del panorama lirico contemporaneo. Infatti, presentando autori dagli stili più disparati, chiunque potrà avvicinarsi a un genere oggi più che mai sotto tono, anche i non addetti ai lavori. La rassegna nasce da un’idea della scrittrice Valentina Neri, che modererà la maggior parte degli appuntamenti. Giovedì 21 aprile, alle 20, saranno Gianfranco Bertagni e Silvia Bre al Teatro Fucina Ex Vetreria a inaugurare il palinsesto, due autori che hanno raggiunto risultati molto diversi, accomunati però dalla stessa concezione meditativa. Se l’intervento del primo sarà su “Lo Zen e la poesia occidentale”, la seconda dimostrerà che “L’assenza del mago annulla il sortilegio”, ispirandosi a Emily Dickinson, per poi leggere brani dalla sua produzione per la “Bianca” Einaudi. Venerdì 22, alle 21, Maria Grazia Calandrone e Claudio Pozzani saranno accolti nel Teatro ArcoStudio, dove la rassegna proseguirà sino alla conclusione. Entrambi sono molto legati all’incisività della modulazione, arrivando persino a concepire i versi “ad alta voce”. “Ogni cosa che ho visto di te, te la restituisco amata”, sarà la testimonianza della poetessa, apprezzata per il suo timbro diretto e per l’incessante lavoro di scoperta che opera sui giovani. Mentre il poeta performer di fama oramai internazionale, si concentrerà sulla “Ricostruzione poetica dell’universo”.
Solo sabato 21 maggio, alle 20.30, gli ospiti saranno tre. Due rappresentano correnti milanesi, ossia Anna Maria Carpi e Giancarlo Pontiggia. La terza, più giovane ma ugualmente incisiva, arriva dalla Rimini felliniana, della quale veste la sospensione: Isabella Leardini. “Poesia, pazza sorella della prosa” sarà l’esperienza raccontata dalla Carpi, da sempre divisa tra il romanzo e la lirica. Inoltre sarà per l’autrice l’occasione di presentare per la prima volta l’antologia che raccoglie la sua intera carriera, E io che intanto parlo. Poesie 1990-2015, edita da Marcos y Marcos. A seguire le “Origini della vita”, il tributo che Pontiggia dedicherà al mondo classico per mettere in luce le nostre radici culturali e quanto siano ancora immerse nel patrimonio del mythos greco e latino. Infine la Leardini si addentrerà nel frangente in cui il poeta non è altro che un medium, un tramite cosciente dell’atto creativo, ma che non può possederlo: “La giungla tra il silenzio e l’opera”. Venerdì 27, alle 20.30, Giuseppe Mereu incontrerà Lello Voce e Alessandra Racca sul tema “Poetryslam e blogpoetry: la poesia italiana nell’era digitale”. Portando a compimento il percorso avviato in aprile, gli autori coinvolti daranno prova della necessità di tali contaminazioni tecnologiche, specie per portare la letteratura in mano ai ragazzi tramite il web e gli smartscreen. Voce, nomen omen, e la Racca si battono da tempo perché i versi non perdano di dignità una volta abbandonata la carta, ma restino un sedimento del proprio vissuto.
Le “Letture di primavera” dureranno ben tre mesi, esaurendosi sulla porta dell’estate. A chiudere letteralmente il cerchio sarà l’a-solo di Mara Macrì, sabato 4 giugno, sempre alle 20.30, sempre al Teatro ArcoStudio. La scrittrice, nonché psicologa e sociologa, si focalizzerà su “Il potere spirituale della parola”. Fidarsi della poesia significa avvicinarsi a sé stessi, alla propria interiorità perché, come le altre forme d’arte, la scrittura immediata e densa dei versi possiede la capacità di estrarre la verità di ciascuno e condividerla con gli altri. La capacità di accompagnarla dall’individuo all’universo circostante.
La funzione maieutica di chi scrive con consapevolezza non ha bisogno di passare per i cinque sensi, ma va oltre; si appella all’emotività. Per questo motivo l’Associazione “Il Grimorio delle Arti” ha investito risorse e speranze, oltre che una considerevole dose di volontà. La poesia si fa quasi preghiera, laica e orizzontale: ascoltare dieci poeti provenienti da tutta Italia consentirà alla platea di conoscere altre realtà, entrando nelle loro emozioni, di immedesimarsi e uscire più consapevoli.
Heberto Padilla, "Fuera del juego"
Fuera del juego
Heberto Padilla
Traduzione di Gordiano Lupi
Edizioni Il Foglio
pp 157
12,00
“The knock at our door came around seven in the morning.” Così Cuza Malè racconta il momento dell’arresto del marito, il poeta cubano, di lingua castigliana, Heberto Padilla.
Dopo che, nel 1968, la raccolta di poesie Fuera del juego, di Padilla, vinse il premio UNEAC, il libro venne considerato controrivoluzionario e pubblicato con un’appendice che ne stigmatizzava il contenuto come anticastrista. Padilla fu arrestato nel 1971 e, per riottenere la libertà, fu costretto ad apparire davanti al collegio degli scrittori e fare pubblica abiura di se stesso, dei suoi scritti, “confessando” supposti crimini suoi e della moglie contro la Rivoluzione. Così si esprimeva Padilla riguardo alla sua “autocritica”:
“Il procedimento è stato ideato da Lenin per recuperare i rivoluzionari nelle file del partito comunista e perfezionato da Stalin come strumento per distruggere moralmente chi esprimeva posizioni critiche. Ho accettato di recitare l’autocritica per ottenere la libertà e per poter lasciare Cuba, che ormai era diventata una prigione.”
Molte personalità, fra le quali Jean Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Susan Sontag, Mario Vargas Llosa, Federico Fellini, Alberto Moravia – con alcune eccezioni illustri come Gabriel Garcia Marquez - firmarono una petizione per chiederne la liberazione. L’affare Padilla segnò la fine del sostegno degli intellettuali di sinistra alla Rivoluzione Cubana, che aveva perso i suoi connotati libertari per trasformarsi in un regime autoritario, castrista e castrante.
I versi di Padilla sono semplici, discorsivi ma solo in apparenza. Parlano di cose concrete, di vita di tutti i giorni, dell’irruzione della storia e della politica nel privato del cittadino che vorrebbe prescinderne ma non può.
“Sono sempre stato fuori dal gioco, forse è la condizione di poeta che non permette di stare dentro, per noi non è possibile, siamo destinati a raccontare una spiacevole verità in faccia al tiranno. Un poeta è bene non averlo intorno, è un triste personaggio che trova sempre da ridire, che non è mai contento, soprattutto non serve al potere.”
Come dice il traduttore (ed editore) Gordiano Lupi, “Padilla non è un dissidente ma un rivoluzionario che vuole continuare a pensare con la propria testa.”
Fuera del juego “è un canto di libertà”, “il simbolo della disillusione rivoluzionaria” (sempre Lupi).
Padilla è stato parte sogno, vi ha creduto ma ha visto naufragare le aspettative di un mondo migliore, ha capito che quella che vedeva in atto non era più la “sua” rivoluzione, ha scritto versi “che fanno male al sogno”, che denunciano la violenza dietro la speranza diffusa dagli eroi.
Intorno agli eroi
Gli eroi
Sempre vengono attesi
Perché sono clandestini
E sconvolgono l’ordine delle cose.
Appaiono un giorno
Affaticati e rauchi
Nei carri da guerra, coperti dalla polvere del cammino,
facendo rumore con gli stivali.
Gli eroi non dialogano,
ma progettano con emozione
la vita affascinante del domani.
Gli eroi ci dirigono
E ci pongono davanti allo stupore del mondo.
Ci concedono perfino
La loro parte di Immortali.
Lottano
Con la nostra solitudine
E i nostri vituperi.
Modificano a loro modo il terrore.
E alla fine ci impongono
La violenta speranza.
La sua “colpa” è stata
“Non dare ascolto a chi diceva che esistono libri da non scrivere e soprattutto da non pubblicare, perché fanno male al sogno e soltanto dentro la rivoluzione può esserci libertà, ma per chi si chiama fuori non esistono diritti.”
I poeti cubani non sognano più
I poeti cubani non sognano più
(neppure di notte)
Vanno a chiudere la porta per scrivere in solitudine
Quando scricchiola, all'improvviso, il legno:
il vento li spinge alla deriva;
alcune mani li prendono per le spalle,
li rovesciano
li mettono di fronte ad altre facce
(affondate nei pantani, bruciando nel napalm)
e il mondo sopra le loro bocche scorre
e l’occhio è obbligato a vedere, a vedere, a vedere
Fuera del juego è anche un inno d’amore alla patria, a Cuba, sempre portata nel cuore. “Cuba è la mia terra, la mia isola calda e selvaggia.” “Ho sempre vissuto a Cuba anche quando partivo.”
Sempre ho vissuto a Cuba
Io vivo a Cuba. Sempre
Ho vissuto a Cuba. Codesti anni di vagare
Per il mondo dei quali tanto hanno parlato,
sono mie menzogne, mie falsificazioni.
Perché io sempre sono stato a Cuba.
Ed è certo
che ci furono giorni della Rivoluzione
nei quali l’Isola sarebbe potuta esplodere tra le onde;
però negli aeroporti
e nei luoghi dove sono stato
sentii che mi chiamavano
con il mio nome
e quando rispondevo
io mi trovavo in questa sponda
sudando
camminando,
in maniche di camicia,
ebbro di vento e di fogliame,
quando il sole e il mare si arrampicano sulle terrazze
e cantano la loro alleluia
Sopra a tutto, aleggia un potente senso di nostalgia, più di ogni altra considerazione umana, sociale e politica. Nostalgia che abbraccia ogni cosa: l’amore, il sesso, la patria, il sogno rivoluzionario, il ricordo di quartieri fatiscenti, di cartelloni slabbrati, di case diroccate eppure amate.
Il ritorno
Ti sei risvegliato almeno mille volte
cercando la casa dove i tuoi genitori ti proteggevano dal mal
tempo, cercando
il pozzo nero dove ascoltavi la ressa
delle rane, le falene che il vento faceva volare
a ogni istante.
E adesso che è impossibile
ti metti a gridare nella stanza vuota
quando persino l’albero del campo
canta meglio di te l’aria degli anni perduti.
Eri già il personaggio che osserva, il rancoroso,
preso, irrimediabile, per quel che vedi
e domani ti sarà tanto estraneo come oggi lo sei
a tutto quello che è accaduto senza che fossi capace
di comprenderlo,
e il pozzo continuerà cantando pieno di rane
e non potrai sentirle
anche se spiccano salti davanti ai tuoi orecchi;
e non solo le falene, ma il tuo stesso figlio
ha già cominciato a divorarti
e adesso lo stai guardando vestito con il tuo abito,
pisciando dietro il cimitero, con la tua bocca,
i tuoi occhi e tu come se niente fosse.
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