poesia
Intervista a Fabio Strinati
Fabio Strinati è un giovane musicista e poeta (classe 1983), che vive a Esanatoglia, in provincia di Macerata. Abbiamo recensito su questo blog Pensieri nello scrigno e Dal proprio nido alla vita, entrambi pubblicati con Il Foglio Letterario. Fabio ha gentilmente accettato di rispondere ad alcune domande.
Ciao, Fabio. Parlaci un po’ di te e della tua scrittura. Ti senti più musicista, più poeta o più contadino?
Attraverso la scrittura cerco di esprimermi per come sono. Ammetto di essere una persona molto complessa, una persona non proprio semplice. Quindi penso che anche la mia scrittura, in qualche modo, sia abbastanza complessa. Detto questo, sono una persona in continua evoluzione. Non amo fossilizzarmi, amo sperimentare, conoscere, vedere, sentire. Quindi, quando dico che la mia scrittura è complessa, non la identifico come difficile, ma come una scrittura in continuo movimento. Io, sinceramente, mi sento prima contadino e poi poeta e musicista. Sono cresciuto in campagna, con la vigna, gli alberi da frutto, e tutto questo mi ha aiutato a saper vedere la natura con gli occhi giusti.
In Pensieri nello scrigno si notava una specie di desiderio inconfessato di lasciarti andare a un eloquio poetico più piano, meno ermetico. Mi sembra che nell’ultimo poemetto, intitolato Dal proprio nido alla vita, tu abbia compiuto proprio questa operazione. È così?
Sono due libri completamente diversi. Il primo è una raccolta di poesie, mentre il secondo è un poemetto, anche se non mi piace identificarlo così. Il termine poemetto è pericoloso, molto poetico, molto ricco di linfa e di significato. Per questo sostengo che Dal proprio nido alla vita non sia un poemetto, ma un libro di semi-prosa poetica. Poi la differenza sta soprattutto nel fatto che Dal proprio nido alla vita è un libro influenzato da una lettura di un altro libro, che è Miracolo a Piombino di Gordiano Lupi. Mentre Pensieri nello scrigno viaggia su frequenze del tutto differenti. Si tratta del mio primo libro, a cui sono molto affezionato, anche se all’inizio non è stato così facile farmelo piacere. Rispondendo alla tua domanda, credo che Dal proprio nido alla vita sia un libro molto profondo che si esprime attraverso una scrittura gradevole. Pensieri nello scrigno è un libro molto profondo, particolare, che si esprime attraverso una scrittura nebulosa.
Il fatto di scrivere poesie, suonare e vivere una vita di natura artistica, oltre che pratica, ti ha mai creato sensi di colpa? Voglio dire, hai mai dovuto giustificarti, con la famiglia, con gli amici, con la società per queste tue passioni?
Io ho trentaquattro anni, ma scrivo da circa quattro anni. Ho lavorato in fabbrica per ben quindici anni, ho fatto il militare, lavoro la campagna, ho lavorato in una azienda agricola, quindi, sensi di colpa non ne ho mai avuti. Ma in maniera del tutto onesta ti dico che, anche se avessi sempre scritto fin dall’infanzia, non me ne sarei affatto vergognato. Tutto ciò che conta per me è essere una brava persona. Non voglio essere ricordato come un poeta, uno scrittore, o cose del genere, ma voglio essere ricordato come una brava persona.
Ti senti risolto come persona, quello che fai ti appaga o sei ancora alla ricerca della tua identità?
Tutto quello che faccio mi appaga moltissimo e sento un’energia fortissima ogni volta che scrivo una frase, un verso. Ogni volta che mi metto al pianoforte è sempre come se fosse la prima volta, e mi piace così tanto suonare che il mio corpo vibra ogni volta che suono. Realizzato come persona sicuramente sì, ma come persona a 360°. Tutto ciò che mi circonda mi fa stare bene. La mia famiglia, la mia fidanzata, i luoghi che tocco, che respiro. Mi sento bene con me stesso.
Nell’ultimo lavoro è descritto un momento di crisi e di depressione. Puoi raccontarci qualcosa?
Come ho detto in precedenza, sono una persona complessa. Nel poemetto è descritto un periodo ben preciso della vita di una persona, che è l’adolescenza. Si tratta di un periodo molto delicato della vita, un momento di passaggio, di trasformazione. Un periodo dove molto spesso non veniamo capiti, e non vogliamo neanche noi capire. Il mondo ci sembra molto piccolo, ma in realtà, poi, scopriamo che è molto grande. La crisi di cui parlo nel libro fa riferimento a una situazione di smarrimento. E quella situazione, quando si è sensibili e complessi, viene metabolizzata in maniera forte e disordinata.
Da agosto purtroppo sei alle prese con la devastante esperienza del terremoto, ha un senso la scrittura quando ci si scontra così duramente con la crudezza della vita?
Credo che la scrittura abbia ancora più senso durante questi momenti così duri. Io, attraverso la scrittura, mi sto tutelando la salute. Se non avessi scritto sarei impazzito già dal 25 di agosto. Ho vissuto e sto vivendo il terremoto in maniera drammatica, nonostante non abbia avuto grossi problemi. Dormo in camper per paura, non per inagibilità. Ma è proprio in questi momenti che l’uomo deve tirar fuori la sua parte solida e combattiva. Io ci sto provando, e la mia cura, la mia terapia, è scrivere.
Pensi che la poesia oggi abbia valore solo introspettivo e consolatorio?
La poesia ha un valore che va oltre la poesia stessa, oggi come in passato. Poi, che stiamo vivendo in un periodo storico molto molto complicato è sotto gli occhi di tutti, ma la poesia trova e troverà sempre lo spazio dove intrufolarsi. Non riesco proprio a vedere un mondo senza la poesia.
Cosa vorresti che un lettore provasse leggendoti?
Un libro deve farti compagnia, quindi penso che i miei lettori, leggendomi, provino questa sensazione di compagnia. Io quando scrivo ci metto l’anima, e spero che questa mia anima possa toccare il cuore dei miei lettori, che ringrazio moltissimo. E poi, se vuoi essere letto, devi leggere. È vero che scrivo molto, ma è anche vero che leggo moltissimo.
Fabio Strinati, "Dal proprio nido alla vita"

Dal proprio nido alla vita
Fabio Strinati
Edizioni Il Foglio, 2016
pp 54
8.00
Una montagna scura,
tenebrosa, fredda ed ostile, luoghi di fantasmi
e di leggende, che cantano le loro messe
tra gli alberi sudati dalla pioggia, e i funghi velenosi
cresciuti sulle rocce scorticate dai venti con le unghie. (pag 38)
Avendo letto Miracolo a Piombino di Gordiano Lupi e anche il precedente libro di poesie di Fabio Strinati, Pensieri nello scrigno, mi sono molto incuriosita che Strinati abbia scritto un poemetto, intitolato Dal proprio nido alla vita, interamente dedicato al romanzo dell’autore toscano.
In effetti, anche in questo componimento si parla di adolescenza, di spiccare il volo dal proprio nido, di memoria e nostalgia, di voglia di crescere e, insieme, di non farlo. Nel caso di Lupi la metafora è il gabbiano, qui la rondine.
Ciò che diversifica, secondo me, i due autori, è l’età. La nostalgia di Lupi è l’autentico strazio dell’uomo sulla via del tramonto, quella di Strinati sarebbe frutto solo di malinconia giovanile se non fosse che, negli ultimi tempi, egli ha dovuto fare i conti col terremoto e allora il rimpianto è divenuto perdita concreta.
Una Piombino dei ricordi da una parte, le Marche martoriate e aspre dall’altra, rese, però, negli elementi primigeni di boschi e montagne. Il monte Corsegno diventa “scoglio” di montagna, proprio per uniformarsi al testo marino di Lupi, e la rondine è anche gabbiano, ugualmente solitaria, ugualmente alla ricerca di un sé più compiuto, maturo e soddisfatto.
La maturità è ciò che ci permette di soffocare i nostri ricordi. Infatti, per non morire di nostalgia, per crescere, occorre lasciar andare il passato, anche quello recente, e guardare avanti. La maturità è il luogo dove tutto ha un nome, dove le cose sono definite, nette, e perciò hanno già perduto molto del loro fascino e molte delle possibilità. E, tuttavia, è così che deve essere.
Il poemetto è scandito dalle stagioni, narra una crisi esistenziale: non avevo nulla, non sentivo nulla, l’indecisione di un ragazzo che non ha ancora la forza di affrontare la vita, preda di un’inerzia che somiglia alla depressione.
Un vento di tramontana che ti entrava dentro le ossa,
che gelava, non soltanto quelle pochissime
parole che non avrei mai detto, ma persino i miei non pensieri (pag 39)
Un ragazzo che non riesce a non essere poeta, a integrarsi nel sistema.
Solo la natura, seppure matrigna e squassata da tremende forze telluriche, gli permette di esprimersi, ha un effetto consolatorio, offre speranza di diventare, forse, una di quelle rondini che sanno affrontare la vita.
Rispetto alla precedente silloge c’è il ritorno a un versificare meno ermetico. L’autore abbandona la ricerca lessicale e musicale che lo caratterizzava e ricomincia a chiamare le cose col loro nome. La lingua diventa più colloquiale, a volte troppo, con cadute di stile, (ficcante), altre di sapore ottocentesco (fu candido di sassi e di tovaglie). Le virgole spezzano le frasi, gli enjambement le allungano nel verso successivo. Della poesia resta poco, c’è solo prosa poetica ma forse non è un male.
Premio "Cipressino d'oro" 2017

«Cipressino d'oro» 2017, ecco la giuria del premio di poesia Kiwanis
C'è tempo fino al 23 marzo per inviare il proprio componimento al concorso letterario
Ecco la giuria del concorso letterario Cipressino d'oro, organizzato dal Kiwanis Club di Follonica e dall'artista Gian Paolo Bonesini:
- Miria Magnolfi (scrittrice e poetessa);
- Gordiano Lupi (scrittore e poeta);
- Patrice Avella (scrittore e poeta)
Saranno chiamati a giudicare i componimenti poetici in arrivo.
Il tema scelto dagli organizzatori per questa quinta edizione del premio è «Il futuro dei nostri ragazzi. Tra progetti e difficoltà prende forma il futuro degli adolescenti: desiderio dell'avvenire, speranze e timori».
Il termine fissato per la consegna degli elaborati è giovedì 23 marzo: l’iscrizione – gratuita – potrà avvenire sia tramite email (follonica@kiwanis.it) che a mezzo posta, scrivendo all'indirizzo Premio Cipressino d’Oro – Kiwanis Club Follonica, via Lamarmora 62 (c/o Loriano Lotti), 58022 Follonica (Grosseto).
Per tutte le informazioni è possibile anche chiamare il numero 347.6754324.
Le poesie devono essere inedite e, oltre ai componimenti, i partecipanti dovranno inviare la propria scheda di adesione.
«Stanno già arrivando poesie da tutta Italia – dice il responsabile del premio, Loriano Lotti – e siamo certi che anche quest'anno la partecipazione sarà massiccia, confermando la tendenza che vuole questo premio crescere ogni anno in termini di numeri e prestigio.
Un premio istituito, come vuole la tradizione, per promuovere e incoraggiare la diffusione degli ideali kiwaniani diretti al servizio dei bambini del mondo».
Il primo premio è una scultura dell’artista Gian Paolo Bonesini, ma sono previsti riconoscimenti per i primi dieci classificati e attestati di partecipazione per tutti i poeti partecipanti. La cerimonia di proclamazione dei vincitori è in programma sabato 6 maggio e i primi classificati saranno avvisati telefonicamente.
Laboratorio di poesia: Umberto Cerio

IL MIO EXODUS
Di Umberto Cerio
Exodus di antichi Greci cacciati
da gente violenta del Nord
nella terra di Pandione e di Egeo;
exodus dei Troiani superstiti
dalla distruzione spietata di Ilio
( compiuta da molte stirpi dei Greci)
che il pianto di Omero immortala;
exodus circolo eterno di fughe,
seminatore di morte, invocata
giustizia di uomini e donne,
conforto di vittime-padri
sicari per vendette implacabili,
per furore di sventure perenni
sei ancor oggi nel cuore del tempo.
Exodus della presaga Cassandra
che scova come un segugio
di Agamennone nell’infida reggia
tragiche tracce di antichi delitti
e trepida Scamandro invoca
- acqua lustrale della sua terra -
mentre in Argo sulla polvere muore
nella casa ove s’è insediato un coro
intonato e straziante, che canta la morte,*
e dove di sangue s’è ubriacato il coro
delle Erinni,* nate dal sangue di Urano
da Cronos castrato, offesi spiriti
di Giustizia per l’ara rovesciata
e di Vendetta che chiama altro sangue,
sei ancor oggi un canto straziante.
Exodus di Ebrei schiavi d’Egitto
che liberi si fanno nella terra
promessa attraversando il deserto
di sabbia e di sole brucianti
e il deserto della loro ragione:
eressero allora l’idolo d’oro
che li inchioda alla terra violata
persecutori ora di popoli
che giurano Giustizia e Vendetta;
exodus di Maometto a Medina,
che con la sua higra un popolo sperso
tra le onde delle dune di sabbia
plasmò nel palmo del deserto
al respiro di pazienti cammelli,
siete il coro di lunghe torture
che risuona nelle valli di morte
al lamento perpetuo delle madri.
Exodus afgano prima di guerre
di vendette, fuga di asini lenti
e nere masserizie, simboli d’atavica
miseria di oscuri Musulmani
ai margini del mondo
che non hanno sognato paradisi
e delizie promesse,
sei indovino di terrore
nelle ossa tremanti di fatica
e dolore della morte violenta.
Nell’oriente lontano e misterioso
in migliaia di anni
intere stirpi di eroi quotidiani
hanno forgiato arte
e cieli tersi su cime di monti
ove i morti saranno sepolti
tra macerie di frantumi e speranze
e macerie di giorni e di notti.
Non cresceranno mai fiori
sulla terra dove madri bendate
avranno sepolto figli massacrati
e figli sepolto padri traditi,
dove padri e figli attendono insieme
il silenzio perenne delle stelle,
l’eterno freddo della morte.
Non cresceranno mai alberi sacri
su pietre dove imputridito sangue
di ignari eroi senza nome
si disperde nero e aggrumato
ai rari morsi di uccelli rapaci
e corpi insepolti offerti alle fiere
nei templi del silenzio
dove l’amore è forse da tempo
solo infinita immagine vuota
negli occhi perduti tra cielo e rocce.
Exodus, mio exodus terribile,
che mi dai insaziata libertà
e speranza di vivere e amare,
scardini porte di acciaio serrate,
sfondi soffitti e pareti di pietra,
voli negli spazi aperti del mondo
oltre le mura del dolore.
Exodus, oh! mio exodus
atteso una vita,
sei fuga interiore alla luce
da un oscuro ignoto,
crollo aereo che esplode nel buio
e infrange barriere del cuore.
Mio exodus, viaggio infinito
dell’uomo sapiente e blasfemo
che torna alla terra dove nacque
- dopo oscure minacce di morte -
che sa i giorni dell’ansia bruciante
e le notti di angoscia o di attesa,
nei dubbi atroci della memoria
sei cammino ritrovato e perduto.
Exodus, mio exodus senza fine,
errare senza sapere più dove,
viaggio che comincia alla luce
del fuoco greco e di tede augurali,
fino alle torce, alle lanterne a gas,
alle gelide lampade del neon
e al raggio tagliente del laser,
mio exodus ancora senza fine,
oh! exodus senza mai una fine,
senza vanità di gioie e speranze,
ebbrezza di avventure mai vissute,
sei la storia della vita dell’uomo,
nel male più duraturo del bene,
che ora ha smarrito nella spelonca
dei giorni la ragione segreta
di questo suo lunghissimo andare.
*Eschilo, Agamennone, traduzione di P.P. Pasolini.
Leggere il poemetto di Ugo Cerio è come sfogliare un libro di storia. Ma è attraverso un atto di empatia che cogliamo il fil rouge che lega la composita prima parte, ricca di particolari storici e geografici, ambientali e paesaggistici, alla seconda, filosoficamente più interessante, a mio parere.
Exodus come fuga in massa di popoli, come fuga dal reale per sottrarsi al suo deludente ritmo di evenienze effimere e mutevoli, tragiche e fatali.
Nuclei fondamentali sono il dolore della separazione, la lacerazione dell’abbandono, il senso di sperdimento e infine la perdita dell’identità.
Eppure non per tutti l’esodo rappresenta ciò. Per gli Ebrei l’exodus fu ritorno alla terra promessa, per Enea fu il compimento di una profezia, non già un viaggio rinunciatario, ma un desiderio impellente di riscattare l’esistenza abbrutita dalla sconfitta per un’altra di elezione.
E ancora, exodus come stimolo alla conoscenza, come consapevole ricerca lungo le strade del mistero con l’illusione o la presunzione di penetrarlo in questa terra.
E infine l’uomo che lascia la sua terra, esplosa nei suoi valori, nelle sue formule e nelle forme interiori, vittima di soprusi e violenza, non più culla ma letto di morte per migliaia di esseri umani, molti appena affacciati alla soglia della vita. E per mano di altri esseri umani. Sicché l’esodo non è ritorno, non è viaggio, ma fuga di popoli interi che migrano, che lasciano la loro storia, la propria tradizione per trasformarsi in personaggi senza storia. E vanno alla ricerca di un’identità in un’epoca come la nostra senza più identità, ma soprattutto senza pietas.
Il naufragio di barconi stracolmi di esseri umani in fuga che troppo spesso avviene sulla rotta verso il Mediterraneo non è solo un simbolo, è l’ironia che serpeggia nel destino.
Nella seconda parte intravedo analogo e diverso tentativo di esodo, di fuga, di viaggio tra i mari del tempo per quell’appartenenza perduta. Per ritrovare se stessi nel dolore, nella preghiera, nel dialogo profondo nei fondali dell’animo, laddove non esiste finzione, dove regna il mistero, dove occorre tanta pazienza. E che in definitiva è segno d’Amore, è un atto d’Amore.
L’Amore, che realizzando il sentimento dell’umanità, crea negli uomini una condizione di perenne insoddisfazione, di assidua brama, in definitiva di costante ansietà. Una specie di sgomento che si chiama malinconia.
Malinconia che diventa l’emblema dell’uomo vero, che è speculare all’entusiasmo. Che esprime una sete di conoscenza inestinguibile, mai appagata, dando luogo spesso a sentimenti di delusione, perfino di stanchezza. Ma è proprio questa condizione che accende il desiderio.
Exodus, mio exodus terribile,
che mi dai insaziata libertà
e speranza di vivere e amare
.................................................
Exodus, oh! mio exodus
atteso una vita,
sei fuga interiore alla luce
da un oscuro ignoto,
crollo aereo che esplode nel buio
e infrange barriere del cuore...
Una inquietudine che non ci fa distinguere facilmente il vero, e quanto più ci mettiamo sulle sue tracce tanto più la fuga dal reale diventa una necessaria condizione. Solo in tal modo è possibile distinguere il vero dal falso e giungere alla consapevolezza che tutto ciò che appare, la vita stessa, è il sogno di un’ombra come recita Euripide in Plotino. Di qui l’arduo compito di cercare e credere in “realtà” altre, metafisiche, oltre il tangibile
“Quam ob rem toto illo tempore quo sublimis animus in infimo agit corpore, mentem nostram velut aegram perpetua quadam inquietudine hac et illac, rursum deorsumve iactari nec non dormitare semper et delirare Pythagorici et Platonici arbitrantur singulasque mortalium motiones actiones passiones nihil esse aliud quam vertigines aegrotantium, dormientium somnia, insanorum deliramenta, ut non iuniura Euripides hanc vitam umbrae somnium appellaverit”
(Plotino Teologia platonica libro XIV, cap. VIII)
Dunque tali fughe interiori, anzi ex interiore, non sono altro che ricerca, una sorta di arte maieutica sulla via della conoscenza e della compiutezza del destino dell’uomo.
In conclusione è questo il pathos del poema. L’andare come mezzo di conoscenza di sé e del mondo, come ricerca delle condizioni esistenziali dove si possa contemplare il mistero della vita, mentre lo si vive. Per far ciò occorre però superare l’inquietudine, non solo quella interiore, ma quella del viaggio in cui l’uomo si trova ad affrontare il tempo. O del viaggio nel quale, attraverso la memoria, l’uomo cerca la sua storia
Exodus, mio exodus senza fine,
errare senza sapere più dove,
viaggio che comincia alla luce
del fuoco greco e di tede augurali,
fino alle torce, alle lanterne a gas,
alle gelide lampade del neon
e al raggio tagliente del laser,
mio exodus ancora senza fine,
oh! exodus senza mai una fine,
senza vanità di gioie e speranze,
ebbrezza di avventure mai vissute,
sei la storia della vita dell’uomo,
E questo è il pathos che pervade l’intera lirica, dall’andamento a volte prosastico per la sovrabbondanza descrittiva, e per la mancanza di un labor limae efficace, che togliendo verbosità, doni un po’ piu di armonia e musicalità.
Adriana Pedicini
Inviate le vostre poesie a adriana.pedicini@virgilio.it
Giuseppe Iannozzi, "Donne e parole. Sulle orme di Leonard Cohen"
Donne e parole. Sulle orme di Leonard Cohen
Giuseppe Iannozzi
Il Foglio letterario
Sin dal titolo ambiziosa questa raccolta fiume di poesie di Giuseppe Iannozzi. Si è forse di fronte a una provocazione studiata e voluta dall’autore, nonostante possa far storcere il naso a qualcuno. Ma la sostanza c’è in questo omaggio al grande cantore canadese ed è, in molti casi, al di sopra di quelle aspettative qualitative e di sostanza che il lettore di poesia si augura di leggere ogni qual volta affronta un poeta.
Donne, amore, filosofia buddista-ebraica (o pseudo buddista-ebraica), una trinità laica versata nella melanconia, la disperazione e la perdita. La poesia di Iannozzi racconta storie attraverso metafore ardite o di una ingenuità disarmante. I registri poetici usati passano, con disinvoltura, dalla scuola coheniana a quella carveriana, ma non è difficile leggere liriche che affondano le radici nella cultura della Beat Generation e nella poesia visionaria e maledetta di Jim Morrison e dei suoi emuli.
Sul sito dell’autore si legge: “… da sempre sono stato influenzato dalla poetica di Leonard Cohen, Francesco Guccini, Pasquale Panella, Franco Battiato, Roberto Vecchioni, Claudio Lolli, Cesare Pavese, Dino Campana, Gabriele D’Annunzio, Guido Gozzano, Federico Garcia Lorca, Hermann Hesse, William Blake, George Gordon Byron, John Keats, Edgar Allan Poe, William B.Yeats, Walt Whitman, Jacques Prévert, Pablo Neruda, etc. etc.”; ciò risulta tanto più vero leggendo le poesie raccolte nel volume Donne e parole. Sulle orme di Leonard Cohen che diremmo antologico. Antologico perché le liriche di Giuseppe Iannozzi compendiano 15 anni di lavoro poetico con la diretta conseguenza che lo stile cambia molto di frequente e in maniera brusca. È forse un peccato (di sicuro una dimenticanza studiata) che l’autore non abbia indicato delle date utili per ogni lirica preferendo invece una sorta di zibaldone poetico.
La cifra poetica di Giuseppe Iannozzi è perlopiù alta, anche quando, abbandonando il linguaggio aulico, fa uso di un vocabolario più popolare e moderno. Le parole utilizzate da Iannozzi sono sempre molto pesate, mai lasciate al caso, anche a costo di ricorrere a delle illusorie strozzature semantiche per dare la stura a dei versi più o meno criptici e/o misticheggianti.
Donne e parole. Sulle orme di Leonard Cohen legittima l’amore in tutte le sue forme sottolineando che amare significa soffrire: nella poetica di Giuseppe Iannozzi non c’è posto per una felicità stabile, sembra invece convinzione del poeta che l’amore, per quanto possa essere esso sublime, sempre sottostà al dolore e alle sue incontrovertibili regole. Non tradisce Iannozzi la poetica coheniana, profondamente passionale e dolorosa, né istituisce luoghi comuni o specchi per le allodole. Leggere Donne e parole. Sulle orme di Leonard Cohen costituisce un viaggio nella verginità dell’anima e nel corpo ancillare dell’Eros, una esperienza da godere sino alle sue estreme conseguenze.
Donne e parole (Sulle orme di Leonard Cohen) – Giuseppe Iannozzi - Il Foglio letterario - ISBN 9788876066450 - pagine: 640 - prezzo: € 18,00
Marco Zunino
Laboratorio di poesia: Anonimo

Domina la poesia Rapture (di Anonimo) inizialmente un’istintiva speranza di bene, nella convinzione che anche dal nulla possa nascere il tutto e dal buio possa tornare a splendere la luce, come avviene nell’infinito avvicendarsi dei giorni e delle notti. Ma troppe volte l’istinto è regolato dalla ragione che ode solo le voci della condanna, incapace di dare ascolto a chi vorrebbe condurci per mano sulla via del perdono. Non rimane che la doppia frustrazione dell’ostinazione nella condizione di offesi e del senso di inutilità quando tale ostinazione si ammorbidisce e subentra la consapevolezza triste che la felicità era a portata di mano, se solo, deposti i risentimenti, si fosse stati capaci di pronunciare almeno il nome della persona amata, primo passo per una nuova e più profonda intesa.
Sicuramente la poesia palpita delle contraddizioni di sentimenti che lacerano l’animo, spingendolo a comportamenti assurdi o finanche drammatici. Peccato che dal punto di vista stilistico dia il senso fastidioso della commistione tra andamento prosastico e tentativo di rime. In ogni caso la forma va sottoposta a un severo labor limae, va snellita e puntualizzata, togliendo il superfluo e rendendo conciso il pensiero perché assuma - anche mediante l’uso delle figure retoriche - una veste più consona alla Poesia.
Adriana Pedicini
Rapture
Mentre il cielo tossiva cristallo
in un mattino di gelido Inverno
ho sognato il più fortunato dei doni,
il più diletto perdono.
Dopo l'ennesima notte, per quanto lunga,
le braccia del sole si distendono
anche sull'estrema, innominabile pena,
sul buio del fato, sui corpi deformi
delle anime scomposte.
In un trionfo di lacrime, dal più soave sorriso
avvenne il risveglio:
se solo anche allora avessi guardato
più da vicino
avrei scorto la camera oscura del mondo
dove dal Nulla nasce il Tutto,
l'impeccabile geometria del tuo cuore,
l'ultima porta.
Ora so dove finisce l'arcobaleno.
Invece, in preda ad un disperato disgusto
mi dileguai, accartocciandomi nel silenzio
mi coprii gli occhi con le mani contorte
e sibilai vuote condanne,
come fanno le creature dell'Oscuro
sotto gli occhi
di chi illumina la loro spregevole miseria
dinnanzi a chi ode i mormorii delle loro funebri vanità.
Strisciando se ne va l'offeso
senza conoscere la strada,
oppresso dal peso di uno spettro del passato
che suggerisce facili risposte.
Eppure se siamo qui non è perché quest'anima
deve cambiare?
In questo momento, nemmeno per tutto l'amore del mondo
accetterei di ripetere certe vili assurdità.
In qualche modo
hai conquistato il mio cuore.
Non credevo che la salvezza
fosse pronunciare un nome.
Cristina Teresa Valerio
Inviate le vostre poesia a adriana.pedicini@virgilio.it
Nonna
Attorno alla capannuccia
fatta a mano dal bisnonno
mettevi il filo luccicante
un pezzo di latta
divenuto cometa
e accendevi le lucine.
M’inginocchiavo
dicevo le preghiere
a Gesù Bambino
toccavo i pastori in fila
rigidi come soldati
fermi nei loro eterni mestieri
suonavo la campanella
di un’incongrua chiesa
nell’odore di muschio secco
sempre lo stesso
di anno in anno
cantavo
tu scendi dalle stelle.
La ballerina dei datteri
eburnea
ballava sulle punte
e la Befana calava due volte
dal mio camino e dal tuo
la Befana col ciuco
con l’erba del Villano
il bicchiere rosso
del vino
e un infinito cielo di stelle
di stagnola.
Mia madre aveva gli occhi azzurri

Non si tratta di una poesia ma di un pensiero rivolto a chi, anche se non è più fra noi, ci resta sempre accanto. La gioia incommensurabile di una nascita in famiglia va condivisa anche con coloro che ci hanno dato tutto, ci hanno insegnato tutto, trasmesso i valori che ci consentono di camminare orgogliosi a testa alta. Mia madre è tanto cara al cuore di mia figlia Veronica a cui dedico questo breve componimento e che ringrazio. Anche la fotografia la riguarda, essendo rappresentato il fiore che porta il suo nome “veronica“, più conosciuto come “occhi della Madonna”.
Mia madre aveva gli occhi
azzurri
il cuore grande
e la testa piena di sogni.
Le piaceva il calcio, andare a
cavallo e sognava di vincere una
gara in bicicletta.
Invece, rimasta sola troppo
presto, ha allevato
con amore e sacrifici due figli
e due nipoti.
Voleva andare in aereo e fare
un lungo viaggio
poi un giorno è partita
all'improvviso,
senza aspettare che le comprassi il biglietto.
Mi mancano sempre il calore
della sua presenza e la dolcezza del suo sorriso.
Quando la cerco guardo il
cielo...
Mio nipote ha gli occhi azzurri.
(Franca Poli)
Laboratorio di poesia: Minerva del Fiume
Il testo si snoda con riflessioni chiare e fluide, anche se prive di musicalità che sempre dovrebbe attenere alla poesia, anche quella in versi sciolti o liberi. Indubbiamente si coglie un pensiero importante, vale a dire il dissidio tra l'essere e l'apparire. L'interlocutrice silenziosa evidentemente conduce una vita di apparenza, senza profondità, preoccupata solo di far bella figura. La giovane poetessa, con l'entusiasmo che sconfina nella certezza a quell'età, si propone consigliera, suggeritrice di comportamenti altri che hanno bisogno solo di un po' di autenticità per condurre una vita più vera e consapevole. Ed è questa la differenza che apre spazi insondabili di verità e di soddisfazione.
Adriana Pedicini
La signora
Buon serata del sabato signora
Con la tua borsa piena di chiacchiere
mentre cerchi gli sguardi ben disposti
sai di saper parlare,
sai che non sbaglierai i tempi.
spingerai la porta aperta,
e non inciamperai più
con le luci accese
Vorrei sapere un po’ più di te
Vorrei aiutarti ad imparare
Senza peso, senza sforzo,
solo pensieri leggeri
senza più vigilie
Stai ridendo sul tuo segreto
sul tuo sogno più leggero della nebbia
E’ solo un piccolo segreto
Stai pensando: avrò nuove verità
Ti stai innamorando del coraggio?
è questione di poco, di niente
Forse se fai un passo più in là
e forse se a scegliere sei tu
Il tuo segreto lo nascondi
dove nessuno lo troverà.
Minerva del Fiume
Inviate le vostre poesie a: adriana.pedicini@virgilio.it
Carlo Cipparrone "Betocchi, il vetturale di Cosenza e i poeti calabresi"
Carlo Cipparrone
Betocchi, il vetturale di Cosenza e i poeti calabresi
Edizioni Orizzonti Meridionali - Pag. 132 – Euro 12
Carlo Cipparrone scrive un ispirato ricordo di Carlo Betocchi, poeta conosciuto nella sua Cosenza molti anni fa, quando lui era soltanto un aspirante poeta in cerca di consigli e voleva entrare in sintonia con un grande autore della nostra letteratura. La parte più affascinante del libro vede la riproduzione de Il vetturale di Cosenza di Carlo Betocchi (contenuta ne L’estate di San Martino, Mondadori 1961), pubblicata su concessione della casa editrice milanese, che ripercorre le emozioni suscitate nel poeta dal viaggio in terra calabrese. Altrettanto interessante Betocchi (e la comune strada), lirica ispirata e sentita, composta da Cipparrone in ricordo del poeta e del loro incontro, che rievoca la nascita di un’amicizia e gli scambi epistolari, le confidenze, gli incentivi a continuare e a pubblicare liriche, ricevuti dal poeta.
Il libro è corredato da lettere e cartoline postali - non le fredde mail dei nostri giorni - che Betocchi e Cipparrone si sono scambiate nel corso degli anni, vero e proprio monumento alla disponibilità e all’altruismo di un uomo che non pensava soltanto alla sua arte ma trovava il tempo per leggere manoscritti e non mancava di dare consigli ai giovani poeti. Interessante la parte in cui Betocchi fa capire a Cipparrone che per scrivere poesia non è necessario aver compiuto studi classici, perché la lirica è soprattutto tecnica e - a suo parere - mestieri diversi possono coesistere. Betocchi porta se stesso come esempio, geometra impegnato nei cantieri, ma anche i colleghi Quasimodo, Lisi, Bargellini e gli ingegneri Gadda, Sinisgalli e Vittorini.
Ne vien fuori un bel ritratto di Betocchi, sobrio nel mangiare, attento a curare la sua ulcera gastrica, prodigo di consigli, curioso mentre visita una terra sconosciuta e chiede di leggere autori promettenti.
Carlo Cipparrone conclude un libro interessante con una breve antologia di poeti calabresi: Lorenzo Calogero, Nerio Nunziata, Ermelinda Oliva, Gilda Trisolini, Silvio Vetere. Un solo appunto. Non sarebbe stata di troppo una piccola antologia contenente i versi degli autori citati, perché del solo Nunziata possiamo leggere alcuni passi ispirati, mentre gli altri restano ingabbiati in una sterile biografia con elencazione di titoli. Sarà per la prossima edizione aggiornata.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Cipparrone Carlo - Betocchi il vetturale di Cosenza e i poeti calabresi
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