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poesia

GRODEK di Georg Trakl

26 Ottobre 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #poesia, #storia

GRODEK di Georg Trakl

Grodek è una poesia del poeta salisburghese Georg Trakl (1887 - 1914) che pubblica le sue prime opere sulla rivista Der Brenner nel 1912.

Negli ambienti culturali di Vienna conosce Karl Kraus, Wittegstein e Kokoscha. La vocazione poetica si accompagna a vari sfortunati tentativi di trovare un impiego stabile. I suoi ultimi slanci si spengono nei primi mesi della Grande Guerra in cui serve come medico in Galizia.
I massacri del conflitto lo traumatizzano; le nuove armi (artiglierie e mitragliatrici) mostrano effetti micidiali ai soldati.

Godrek è una poesia scritta dopo l'omonima battaglia sul fronte orientale combattuta contro i russi nel 1914; Trakl termina di scriverla pochi giorni prima di morire in ospedale a Cracovia.

Come medico si trovò ad assistere con mezzi minimi molte decine di feriti, subendo uno shock enorme.

Venne ricoverato dopo aver tentato di uccidersi.

La sera risuonano i boschi autunnali
di armi mortali, le dorate pianure
e gli azzurri laghi e in alto il sole
più cupo precipita il corso; avvolge la notte
guerrieri morenti, il selvaggio lamento
delle loro bocche infrante.
Ma silenziosa raccogliesi nel saliceto
rossa nuvola, dove un dio furente dimora,
Il sangue versato, lunare frescura;
tutte le strade sboccano in nera putredine.
Sotto i rami dorati della notte e di stelle
oscilla l’ombra della sorella per la selva che tace
a salutare gli spiriti degli eroi, i sanguinanti capi;
e sommessi risuonano nel canneto gli oscuri flauti dell’autunno.
O più fiero lutto! Voi bronzei altari,
l’ardente fiamma dello spirito nutre oggi un possente dolore,
i nipoti non nat
i.

Nel testo si descrive un mondo fisico e storico giunto al tramonto; il bosco è immerso nei colori cupi di una sera d'autunno, il sole sta sparendo (per sempre?). Si parla di guerrieri morenti e lamenti aspri che escono da bocche squarciate. Una nuvola rossa mostra un dio irato che guarda lo spettacolo di nefandezze costruite dall'uomo, oppure egli stesso vi partecipa.

La nuvola rossa che ospita la divinità, infatti, è nel saliceto, in mezzo all’orrore.

Un senso di freddo, di atmosfera gelida domina la lirica. Nella parte finale il concreto della sofferenza (“guerrieri morenti” e “bocche squarciate”) si fa più sfuggente e astratto; si parla enigmaticamente dell'ombra della sorella che se va (il poeta ebbe un rapporto intenso con la sorella che si ucciderà qualche anno dopo la sua morte) e di anime degli eroi, per tornare poi all'immagine forte delle teste sanguinanti; nell'apocalisse del mondo (austriaco e non) nulla resta, neanche il suo unico conforto affettivo e familiare rappresentato dalla sorella.

All'inizio c'erano ancora l'azzurro e l'oro del sole; poi tornano dominanti i colori scuri e cupi e la sublimazione di un dolore senza rimedio. L'ultima riga dice: " I non nati nipoti", quasi un'epigrafe; i guerrieri morenti non lasciano nessuno dopo di loro.

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Il verso libero

23 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #saggi, #poesia

Il verso libero

Nelle antologie scolastiche per licei e istituti superiori in genere, per rappresentare il Novecento letterario italiano si scriveva, almeno negli anni del mio ormai lontano liceo (perché non so se oggi nelle scuole si studi ancora poesia e futurismo) che “la letteratura del nuovo secolo si apre all’insegna della insoddisfazione e dell’irrequietezza”.
E questo per giustificare (e forse va bene così) la nascita di diversi movimenti, vedi: futurismo, crepuscolarismo, ermetismo, anche se per alcuni di questi non può parlarsi di vero e proprio movimento, formati, e diremmo meglio fondati, da gruppi di letterati o artisti (pittori, scultori, musicisti) tutti presi da anelito di rinnovamento, in antitesi ai vari decadentismo e simbolismo che non rispondevano più agli scopi della vita.
L’imperatore Gabriele D’annunzio, il focoso D’annunzio, canta la gloria militare, si ciba di rischio e di azione fremente, mostra una certa simpatia, anche se talvolta velata, per la violenza intesa in senso lato. Tutto questo – si commenta – è giustificato dal periodo in cui egli vive.

Già negli ultimi anni del secolo precedente, infatti, se andiamo a vedere nel sociale, ci sono movimenti di ribellione dei lavoratori, tendenti ad ottenere miglioramenti salariali e normativi; e non sempre l’autorità costituita interviene a proposito per portare o riportare la calma, per cui gli odi aumentano e gli scontenti si allargano. Allo sviluppo dell’industria fa riscontro una stasi delle misere condizioni dei braccianti e spesso un peggioramento delle stesse. I rincari dei generi di prima necessità rendono difficili le condizioni di vita. Nel periodo che ci riguarda (1900-1920), con Giolitti al governo, c’è qualche miglioramento, ma, ad un approfondito esame, è un miglioramento solo apparente, perché, con la crescita della coscienza della classe lavoratrice, crescono i fremiti di ribellione. La guerra di Libia (1911) e la forte emigrazione, in parte calmano, in parte eccitano, il popolo italiano.

Se sul piano politico e morale il giudizio sul futurismo italiano non può essere favorevole, bisogna però dire che nell’ambito letterario esso contribuì al superamento degli ultimi residui del sentimentalismo e del classicismo accademico; e stimolò il rinnovamento dei mezzi espressivi (A. Pasquali – M. Balestrieri – G. Terzuoli: La società e le Lettere. Edizioni Principato, Milano, 1981)

Il Futurismo, in effetti, nascendo e crescendo in mezzo alla “storia” cui abbiamo accennato, fu anche un movimento politico e morale (ma di quest’aspetto non parleremo nel presente saggio, perché l’argomento ci porterebbe troppo lontano; oltretutto richiede una trattazione a parte), per cui la prima affermazione (relativa alla politica e alla morale del futurismo.) l’accogliamo sic et simpliciter.
Cosa dire, invece, della seconda, che detta: … nell’ambito letterario esso contribuì… al rinnovamento dei mezzi espressivi? Ci torneremo sopra tra poco. Occupiamoci per adesso dell’aspetto propriamente letterario del futurismo. Se leggiamo le decine di manifesti pubblicati nel periodo storico del movimento, che copre appunto i primi quindici/venti anni dell’inizio del secolo, ci accorgiamo che le innovazioni, che lo stesso prevede e “ordina” ai seguaci, sono tantissime; accenneremo ad alcune (le più importanti) di esse, ché elencarle tutte richiederebbe troppo tempo e spazio.

Ecco le due novità basilari che il movimento propugna:

a) adozione del “verso libero”, all'inizio
b) adozione delle “parole in libertà”, in un secondo momento, quando si addiviene al rifiuto categorico del “verslibrisme” come “ormai sorpassato e non più rispondente” (F.T.Marinetti. Distruzione della sintassi – Immaginazione senza fili – Parole in libertà – 11 maggio 1913. “… il Verso libero dopo aver avuto mille ragioni di esistere, è ormai destinato a essere sostituito dalle parole in libertà”.)

Con il “verso libero” si intende dare un calcio al passato, creando qualcosa di diverso e di nuovo; ricordiamo, tra le altre, l’affermazione del Marinetti:

“Le forme prosodiche regolari devono essere escluse; lo scrittore futurista si servirà dunque, pel teatro, del verso libero; mobile orchestrazione di immagini e suoni…”.

Concetto che Marinetti rigetterà subito dopo, giustificando il rifiuto con il fatto che, purtroppo, nel verso libero non può esistere la sintassi e la grammatica, residuo di quel romanticismo che il Futurismo oppugna con tutte le sue forze.
Per cui lo troviamo ad addentrarsi nei meandri, invero contorti, delle parole in libertà, dove vanno ad imporsi altre regole; ricordiamo il bisogno di distruggere la sintassi, l’uso del verbo all’infinito, la necessità di abolire l’aggettivo e l’avverbio, e la punteggiatura.
E per ognuno di questi punti vengono dettate giustificazioni le più varie e le più strambe, che solo una mente fervida e superattiva come quella del nostro poteva immaginare.
Alla luce (o non sarebbe meglio dire “al buio”?) di quanto sopra, l’uomo di lettere si doveva ridurre a scrivere in questo modo:

“sole oro bilancia piatti piombo cielo seta calore imbottitura porpora azzurro torrefazione Sole=vulcano+3000 bandiere atmosfera precisione corrida furia chirurgia lampada raggi bisturi…”

Si noti che ho preso le poche righe di cui sopra, e non a caso, da quella che Marinetti chiama la sua “opera futurista… creata dal cervello” e che si affretta a precisare essere “un frammento fra i più significativi” (sic!).
Certo, secondo i canoni del suo “Manifesto tecnico della letteratura futurista” dell’11 maggio 1912, non poteva che essere così.


marcello de santis

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Eugenio Montale

19 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #poesia

Eugenio Montale

Molti anni fa, ricordo che ero ancora alle mie prime esperienze letterarie, scrissi queste modeste note su Eugenio Montale, solo poeta italiano insignito del premio Nobel per la poesia; non era e non è certamente il mio poeta preferito, ma l’uomo e il poeta mi appassionavano, e quella mia ammirazione mi indusse a scrivere su di lui.
E’ veramente un lavoro modesto e leggero ma lo conservai tra le mie cose giovanili, intanto per non mandarle disperse, un domani, e poi perché ritengo che sia testimonianza di un periodo della mia vita, che il tempo, giorno dopo giorno, si sta portando v
ia...

EUGENIO MONTALE (Genova, 12 ottobre 1896 – Milano, 12 settembre 1981)

Nasce a Genova da una famiglia borghese; qui frequenta le elementari; ma subito dopo è costretto a lasciare la scuola pubblica per malattia; continuerà a studiare a casa, sotto la guida di Marianna, sua sorella. A vent’anni non pensa ancora alla poesia, e mai immaginerebbe che il suo nome possa diventare famoso nel mondo, proprio per la poesia. Spera di fare il cantante lirico, e per questo scopo, segue regolari corsi di canto, non tralasciando l’interesse per la letteratura, ed è assiduo presso la biblioteca comunale di Genova.

Ben presto, però, mette da parte l’idea del canto (pure portandosi dietro per tutta la vita la passione per la lirica), per dedicarsi completamente alla poesia. La famosa Meriggiare pallido e assorto nasce forse per caso; siamo negli anni della grande guerra. Il futuro poeta è chiamato ad assolvere il suo dovere di soldato.
Torna a casa nel ‘19, riprende a studiare e comincia a scrivere versi più seriamente di quanto non abbia fatto fino ad allora. Vengono pubblicati i suoi primi versi; l’editore Gobetti di Torino dà alle stampe Ossi di seppia, un volumetto che lo convince definitivamente che la sua vita sarà solo quella. Vivrà di poesia; i suoi versi e i suoi scritti cominciano ad essere accolti da riviste letterarie; perché ormai “è un letterato”, e come tale, a un certo punto, si trova a firmare il “manifesto degli intellettuali antifascisti”: siamo ancora lontani dagli anni ‘39-‘40; ma già, nel suo animo, sente che “qualcosa non quadra”

Lascia Genova per Torino, poi per Firenze, quindi Milano; viaggia come inviato speciale per un giornale, lavoro che lo porta in giro per il mondo; e le sue esperienze di viaggio influiranno in parte sulle poesie dell’età di mezzo, per essere poi raccolte e pubblicate nell’opera in prosa Fuori di casa.
Nascono, dopo la prima opera che gli dà subito la fama, Le occasioni, La bufera e altro, e, verso la fine, le poesie di Xenia e dei Diari che, insieme ad altri, andranno a confluire in Satura.
E’ senatore a vita per meriti artistici e Nobel per la poesia.
Gli ultimi anni li vive, malato e solo, con la sua, ancora “testa pensante”.


OSSI DI SEPPIA (1920-1927)

… una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di botti
glia…

.

Sono importanti, per il poeta, “il mare” e “la musica”; e il “tu” che usa per rivolgersi ad un interlocutore universale.
Gli “ossi di seppia” sono schegge di cuore e di mente, che descrivono, ora immaginaria, ora reale, la sua terra di Liguria e il suo mare di Genova, che per anni saranno una scenografia essenziale alle riflessioni e alle speranze del poeta; il verso scorre duro all’interno di una costruzione perfetta del “suo” endecasillabo, che fu il più bello del novecento letterario mondiale; ma il ritmo è spezzato, qua e là, da versi volutamente più brevi, spesso settenari, necessari alla pausa.

La lettura a voce alta degli Ossi ci porta all’orecchio in qualche modo, pur nell’asprezza dei vocaboli, nuovi per la poesia del primo novecento, una musicalità che ci fa pensare al Leopardi; diversa però è la sostanza dell’opera letteraria, pur “nella solitudine” che, a leggere i versi del nostro, lo avvicina al recanatese.
Il lirismo, fondamentale nei versi del Leopardi, nel nostro si trasforma totalmente nella sofferenza di una vita in prigione, prigione che il poeta malamente sopporta ma che purtroppo c’è; e a lui non resta che “saperla”.
Ecco allora il ricorso al “tu”, che egli, prigioniero senza speranza, usa per rivolgersi agli “altri ”, affinché recepiscano il messaggio e scampino alle catene della terra e del mare, dell’anima e della mente; perché accettino le speranze di fuga e di libertà che il poeta non sa più “crescere” dentro… e indica loro...


LE OCCASIONI (1928-1939)

la trama del carrubo che si spoglia
nuda contro l’azzurro sonnol
ento…

Il poeta s’avvede che “il mare” della sua giovinezza, non è solo nella sua Liguria, ma è “dovunque”.
Questo de Le Occasioni è un Montale meno istintivo, più maturo, rispetto agli “Ossi”.
E’ passato tanto tempo, in questi lunghi anni ha letto molto; D’Annunzio forse, Pascoli senz’altro; dai due ha preso le cose migliori; ma nel poeta de Le Occasioni, rispetto ai suoi predecessori, appare un gusto nuovo della poesia, che lo avvicina ai poeti liguri che ebbe amici e compagni nella sua prima età letteraria; ma è un gusto che da essi lo distacca per porlo su di un piano più elevato.

Il poeta affronta la realtà in maniera diversa da come ebbe a fare negli “Ossi”, e la plasma in modo da trasfigurarla in poesia nuova.
Ha abbandonato “il mare” e “la terra”, per gettarsi nello “infinito”, nello ” universo”.
Raccoglie la sua poesia “in poche righe e con frequenti pause”.
Oggi non è più al centro del creato come negli “ossi” ma sembra essere “spettatore in platea”, a mirare e notare la vita dell’umanità, come se questa si svolgesse su un immenso palcoscenico; allora, negli ossi, fu solitario e pensoso come il Leopardi, oggi vive tra la gente e cerca con essa il colloquio, anche se muto.


LA BUFERA E ALTRO (1940-1954)

La bufera che sgronda sulle foglie
della dura magn
olia…

.

E’ il terzo periodo dell’uomo Montale, ed è un nuovo poeta quello che scrive; un uomo maturo, sessantenne ormai, scettico sul suo futuro letterario, e poeta staccato (forse per questo) dalla realtà che lo circonda; raccoglie nell’opera versi antichi che facevano parte di un’operetta dal nome Finisterre, e ne inserisce di nuovi, ispiratigli da un mondo che non conosce più, che non è più suo, che sperimenta di malavoglia, perché in esso nutre poca fiducia..
Ha nel cuore e nell’anima ancora i rumori della seconda grande guerra, che gli lasciarono segni indelebili, segni che neppure la presenza assidua della Mosca, malata, riusciranno a cancellare, o quanto meno ad attenuare; la Mosca, che morirà e lo lascerà nella più sola solitudine.

Dicevamo della guerra; il poeta ha assistito al disfacimento morale universale, battaglie con migliaia di morti, poveri e malati, e feriti e lutti, e bombe e… insomma, non vede tutt’intorno che una incommensurabile “nube di pazzia“.

Ne La bufera e altro bisogna scavare pazientemente per trovare ciò che egli ha voluto nascondervi: la crisi dell’esistenza che non accenna a finire. Troppi morti hanno colorato di sangue “la terra” e“ il mare”… troppi sono rimasti “vivi” a piangere lacrime di “polvere” e “di sale”… Ed ecco allora i vivi e i morti accomunati da uguali sentimenti; più nessuna distanza tra i due stati. Siamo noi vivi, i morti, o sono loro morti, i vivi?
Nessuna risposta, per la sua poesia, eppure con una pazienza che rasenta la rassegnazione, (e il poeta, sostituendo il “tu” degli “ossi” - come sono lontani quei versi), interroga se stesso in silenzio, come il silenzio dei morti, e usa solo, adesso, l'“io”. Un “io” più spesso usato in fase negativa, a scavare dentro di sé, a cercare “nelle segrete cose dei vivi”, il divino: a domandarsi: dov’è Dio?… La ricerca di un qualcosa che “deve esistere” a giustificare i mali che non accennano a placarsi, fuori e dentro la sua anima, nell’anima del mondo intero, non sa se avrà fine, e quando…
S’interroga e si chiude nella sua solitudine, che, pur non volendolo, lo riporta al centro della sua opera prima, gli Ossi di seppia.

marcello de santis

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Desde el corazón del polvo

8 Ottobre 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #poesia

Desde el corazón del polvo

Marta

El tiempo nos envuelve

como una enorme bocanada

nos perfora

nos huye por las venas

envejeciendo la sangre y la mirada

(pero el cielo es un telón horrible

si la campana del amor no tañe).

Ay, mujer, después de tanto y tanto,

después del penúltimo hasta siempre

y del regreso precipitado de la

carne

¿qué queda?

¿qué subsiste después de la

pasión desmadejada?

¿qué vibra

después del último segundo,

del jadeo como a gatillo roto

de tu pecho?

Ah… pues

que queden tus gestos en la

brisa,

tus palabras, pájaros de humo blanco

cantando sobre mi techo.

Ah… pues

que quede

el pan que cocimos

sin otro propósito que levantar al hombre, que

queden

nuestras manos

hechas briznas de oro

nuestras manos moneda verdadera

para

que quienes vengan luego mujer

no sientan el desasosiego de la

cuerda floja,

de la dinamita en los bolsillos.

Ah… que

queden

las estrellas hechas dulces

en las bocas por venir

y tú y yo

prendidos a la tierra como

antorchas

tú y yo camino semilla piedra vado

tú y yo y nuestro amor como a sudor quemado

convertido en gotas del remanso, en

recuerdo indeleble y generoso

tú y yo y nuestro amor

y nuestros huesos frágiles entonces

hechos edificios lámparas pasteles

y sobre todo caramelos

multicolores caramelos

y sobre todo

ensayos de palabras, aleos, sonrisas de los niños

tú y yo y nuestro amor

como a sudor quemado

y nuestras manos briznas de oro

alumbrando desde el corazón del polvo

millones y millones de miradas.

Marzo 1972

Félix Luis Viera nació en Santa Clara, Cuba, en 1945. Ha publicado los libros de poemas: Una melodía sin ton ni son bajo la lluvia (Premio David de Poesía de la UNEAC 1976, Ediciones Unión Cuba); Prefiero los que cantan (1988, Ediciones Unión, Cuba); Cada día muero 24 horas (Editorial Letras Cubanas, 1990); Y me han dolido los cuchillos (Editorial Capiro, Cuba, 1991) y Poemas de amor y de olvido (Editorial Capiro, Cuba, 1994). Los libros de cuento: Las llamas en el cielo (Ediciones Unión, Cuba, 1983); En el nombre del hijo (Premio de la Crítica 1983, Editorial Letras Cubanas, nueva edición 1988) y Precio del amor (Editorial Letras Cubanas, 1990). Las novelas Con tu vestido blanco (Premio Nacional de novela, UNEAC 1987, Premio de la Crítica 1988, Ediciones Unión, Cuba), Serás comunista, pero te quiero (Ediciones Unión, Cuba, 1995); Un ciervo herido (Editorial Plaza Mayor, Puerto Rico, 2003, Editorial Eriginal Books, Miami, 2012) y la novela corta Inglaterra Hernández (Ediciones Universidad Veracruzana, 1997, Editorial Capiro, Cuba, 2002). Su libro de cuentos Las llamas en el Cielo es considerado un clásico en su país. Sus creaciones han sido traducidas a varios idiomas y se han publicado en antologías en Cuba y otros países. En su país natal recibió varios reconocimientos por su trabajo en favor de la cultura. En Italia se le conoce por su novela Un ciervo Herido, editada con el título El trabajo os hará hombres (L’Ancora del Mediterráneo, 2008), que aborda el tema de la UMAP (Unidades Militares de Ayuda a la Producción), en realidad campos de trabajo forzado que existieron en Cuba, de 1965 a 1968, adonde fueron enviados supuestos desafectos a la revolución castrista, como religiosos de diversas filiaciones, lumpen, homosexuales y otros. Esta novela, con buena acogida de público y crítica, ha circulado en varios países de habla hispana y en la Florida.

En 2010, Félix Luis Viera publicó en México El corazón del rey, novela que incursiona en la década de 1960, cuando en Cuba se establecía la llamada revolución socialista, y que expone el mundo marginal de esa época. Ese mismo año dio a la luz el poemario La patria es una naranja (Ediciones Iduna, Miami), publicado posteriormente en Italia por ediciones Il Flogio y merecedor de uno de los Premios “Latina en Versos”, otorgados en aquel país. Su más reciente publicación es la reedición de sus cuentos "Precio del Amor" (Alexandria Library, 2015)

Es ciudadano mexicano por naturalización.

Dal cuore della polvere

Traduzione di Gordiano Lupi

Marta

Il tempo ci avvolge

come un'enorme boccata

ci perfora

ci fugge dalle vene

invecchiando il sangue e lo sguardo

(ma il cielo è uno scenario orribile

se la campana dell'amore non suona).

Ah, donna, dopo tanto tempo,

dopo il penultimo per sempre

e il ritorno inatteso della

carne

che resta?

che permane dopo la

passione stremata?

che vibra

dopo l'ultimo secondo

d'affanno come un grilletto rotto

del tuo petto?

Ah… dopo

che restino i tuoi gesti nella

brezza,

le tue parole, uccelli di fumo bianco

che cantano sul mio tetto.

Ah... dopo

che resti

il pane sfornato

soltanto per sostenere l'uomo, che

restino

le nostre mani

divenute pulviscolo d'oro

le nostre mani vera moneta

perché chi viene dopo la donna

non senta l'inquietudine

della corda molle,

della dinamite nelle tasche.

Ah... che

restino

le stelle diventate dolci

nelle bocche per venire

tu ed io

catturati dalla terra come

torce

tu ed io sentiero seme pietra guado

tu ed io, il nostro amore come bruciato dal sudore

trasformato in gocce dal rifugio, in

ricordo indelebile e generoso

tu ed io, il nostro amore

e le nostra ossa fragili allora

divenute edifici lampade torte

e soprattutto caramelle

multicolori caramelle

e soprattutto

prove di parole, alee, sorrisi di bambini

tu ed io, il nostro amore

come bruciato dal sudore

e le nostre mani pulviscolo d'oro

che illuminano dal cuore della polvere

milioni e milioni di sguardi.

Marzo 1972

Félix Luis Viera (Santa Clara, Cuba, 1945). Ha pubblicato le raccolte di poesie: Una melodía sin ton ni son bajo la lluvia (Premio David di Poesía UNEAC 1976, Ediciones Unión Cuba); Prefiero los que cantan (1988, Ediciones Unión, Cuba); Cada día muero 24 horas (Editorial Letras Cubanas, 1990); Y me han dolido los cuchillos (Editorial Capiro, Cuba, 1991) e Poemas de amor y de olvido (Editorial Capiro, Cuba, 1994). Le raccolte di racconti: Las llamas en el cielo (Ediciones Unión, Cuba, 1983); En el nombre del hijo (Premio della Crítica 1983, Editorial Letras Cubanas, nuova edizione 1988) e Precio del amor (Editorial Letras Cubanas, 1990). I romanzi: Con tu vestido blanco (Premio Nazionale per il romanzo, UNEAC 1987, Premio della Crítica 1988, Ediciones Unión, Cuba), Serás comunista, pero te quiero (Ediciones Unión, Cuba, 1995); Un ciervo herido (Editorial Plaza Mayor, Puerto Rico, 2003, Editorial Eriginal Books, Miami, 2012 - tradotto in Italia come Il lavoro vi farà uomini, L'Ancora del Mediterraneo, 2008) e il romanzo breve Inglaterra Hernández (Ediciones Universidad Veracruzana, 1997, Editorial Capiro, Cuba, 2002). La sua raccolta di raacconti Las llamas en el Cielo è considerato un classico nel suo paese. Tradotto in diverse lingue, in Italia la sua opera poetica è tradotta da Gordiano Lupi, che con Il Foglio Letterario Edizioni ha pubblicato La patria è un'arancia (cartaceo ed e-book, gratuito su Amazon, vincitrice del Premio Speciale Camaiore 2014. Sempre su Amazon (gratis) sono reperibili in e-book le traduzioni in italiano di Preferisco quelli che cantano e Ogni giorno muoio 24 ore, curate da Gordiano Lupi. In preparazione un altro e-book gratuito contenente le versioni italiane de E mi hano fatto male i coltelli e Poesie di amore e d'oblio. Nel 2010, Félix Luis Viera ha pubblicato in Messico El corazón del rey, romanzo ambientato nella Cuba degli anni Sessanta e della Rivoluzione socialista. Nello steso anno è uscito La patria es una naranja (Ediciones Iduna, Miami), pubblicato in Italia dal Foglio Letterario e vincitore del Premio Latina in Versi. La sua più recente pubblicazione è la riedizione dei racconti Precio del Amor (Alexandria Library, 2015). Vive a Miami ma è cittadino messicano naturalizzato.

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Giovanni Boine

29 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #personaggi da conoscere, #poesia

Giovanni Boine



Giovanni BOINE
(1887-19
17)



Questi ulivi arrampicati al monte, che il vento affatica soffiando dal mare, mi somigliano molto.
Io sono forte, come questi ulivi della mia terra. Ma qualcosa si è rotto dentro, lo so. Non ho scampo. La vita breve che ho vissuto m'è costata cara; e la sto pagando con la sola cosa che ho: la giovinezza.
Non si direbbe a vedermi, vero? Forte, alto, - mi dicono - e con gli occhi dolci, e duri allo stesso tempo. I miei occhi dolci!Mi permettono di esistere ancora, i miei occhi!
Per me, adesso, vivere vuol dire guardare il mio bel mare di Liguria; dall'alto di questa collina; e bagnarmi il viso col vento che spira dalle sua acque chiare. Dolce brezza che mi tiene sveglio e vivente… ancora…
Morire a trent'anni!
Perché?
Che male ho fatto?
O esiste un disegno più grande di noi, cui dobbiamo la fede…o esiste il nulla... il nulla… e nulla più… Morire… e non ho che trent'anni…

La mia fede la getto alle ortiche, come suol dirsi… ma voglio… voglio gridare gridare gridare… gridare ancora, fino a che mi è concesso di farlo… gridare senza stancarmi al cielo infinito… anche se so che è inutile…
Morirò, lo so, e lo sento più forte nelle mie notti insonni… notti di pensieri, a volte di lacrime… quasi sempre notti permeate da un incubo ricorrente: la mia piccola morte.
Di me, lascio poco, molto poco: "i frammenti", i "frantumi, che m'hanno accompagnato passo passo, in questi brevi anni, per le colline della mia terra, che dal mare s'arrampica al cielo.
"Torbido nell'agonia, è il mio corpo, enorme…", scrivevo. E ancora: "… quando ti stringo la mano e tu ripigli sicuro il discorso di ieri, non so qual riverbero giallo di ambigua impostura colori di dentro l'atto di me che t'ascolto. Fingo d'essere con te e non ho cuore a dirti d'un tratto: "Non so chi tu sia !". Amico, in verità, non so chi tu sia. E come tu vuoi ch'io rinsaldi l'oggi all'ieri labbra d'abisso, ferita divaricata dell'infinito?
Sentivo già la fine?
Tento spesso di non pensarci, ma la cosa mi torna martellante.

"… giungono a volte le lente sere della malinconia,
che vado zitto per l'ombre, e tutto è scord
ato…".

Sono attimi di tregua mentale, ché, tosto, ritorna il pensiero della morte…

E per "Plausi e botte", non me ne vogliano quelli delle "botte", quelli che sono stati da me bastonati; ho cercato di colloquiare con loro, perché seguendo i miei consigli, diventassero scrittori veri, poeti veri. Gli altri, quelli dei "plausi", abbiano nella vita, la fortuna che … io non ho.
Per me, vedo solo il buio, davanti.
Le altre modeste opere da "Il peccato" a "la ferita non chiusa" siano solo per un mio ricordo, agli amici.

Scrissi un giorno: "… quando la sera mi corico, è così placida l'ombra e così buono il sonno! Ma ora, com'è ora? Com'è ora? Ne buio un gemito gonfia, con freddi e brividi; non so com'è: nel nulla nero, un gemito!" Lo scrissi un giorno - sembra tanto lontano - ma è oggi, o è già domani, è il destino, che mi precede e mi segue. Come vorrei tornare bambino, quando - ricordo - mi lasciavo baciare dal sole, disteso per terra, lassù, sulle colline dov'era la casa del nonno! Le donne parlavano e correvano per casa, affaccendate, e fuori i fichi bianchi e neri seccavano al sole. Il mare, di sotto, in lontananza, emetteva il richiamo d'amore che m'addolciva il cuore.
Come vorrei tornare bambino… quando ancora la sorte segnata non m'era conosciuta, e godevo la gioia di vivere… e sognare… Oggi non più.
E tu, caro Mario Novaro, ricordati quanto t'ho chiesto e tu m'hai promesso. Lascia per istante la tua "Riviera Ligure". La Riviera Ligure! Che bella rivista letteraria abbiamo fatto e cresciuta, come una figlia comune, io e te, insieme! Io, te e i cento poeti e i cento scrittori e i cento amici! Lasciala dunque per un attimo, e aiutami! Aiutami! E ricorda soprattutto quell'angolo di cimitero che t'ho indicato - dove voglio posare. Stammi vicino e sorridimi.
Ancora per un poco…

marcello de santis

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Dino Campana

27 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #personaggi da conoscere, #poesia

Dino Campana



Dino CAMPANA
(1885-1932)



Sono già dieci anni che sono qui, dieci anni che la guerra è finita; dieci anni che anch'io ho perduto la mia guerra. Oggi mi è concesso solamente di guardare laggiù all'orizzonte, dove il sole che scende mi riporta alla mente - non più sana, dicono - la mia vita randagia.
I miei "Canti Orfici…", dolce ricordo della "mia letteratura". Era il mio passaporto per la vita

Sento forte, ora, la nostalgia dei miei versi vestititi di musica europea!

E Binazzi! Bino Binazzi che mi ha riempito il libro di errori, nella sua nuova edizione. Era meglio forse, tenerli per me, i miei versi…non li avessi mai pubblicati!
E mio padre, il mio povero papà maestro di scuola che ha raccolto i soldi tra i colleghi di lavoro tra gli amici e i conoscenti, per farmi contento! Per fare stampare i miei versi. i miei versi incompresi… Nessuno li ca
piva.
Ma come possono capirli! Se sono matto! Quante volte nel mio gironzolare per il mondo, sono stato fermato dagli sbirri; quante volte sono stato preso con la forza, trasportato di peso, riportato a casa, ricoverato! Eh, sì… sono matto! Dicono che sono matto.

Certo, talvolta ho ecceduto, è vero, nei miei comportamenti; lo riconosco. Ma pure gli altri, però!
Mi scansano, mi ridono dietro, mi sberleffano, mi additano come uno spostato… mi fanno i versi…
Sono dispiaciuto. Ma non di morire.
Chiederei scusa - se potessi - a tutti quelli "male capitati" tra le mie mani, quando mi trovavo nei tristi momen
ti di follia.
E i litigi!
I litigi con la mia cara adoprata Sibilla, e gli insulti. Come me ne dispiaccio! … E le percosse… e le follie… più folli!
Ma anche, e sopra ogni cosa, l'amore! Io ti scopersi e ti chiamai Sibilla! Come ti ho amato, cara Sibill
a!! Come ti amo, cara Sibilla!

Mi sono messo in viaggio questa mattina con un tempo magnifico e per tutta la mattina ho pensato a te come per raccoglierti intorno gli ultimi splendori della bella stagione nei prati umidi,
… un verde intenso di velluto.
Non ti dirò le sciocchezze che servivano di pretesto al mio amore,sono di quelle che non mi vuoi perdonare. Cantavo.Figurati che avevo per ritornello “io ti scopersi e ti chiamai Sibilla”… Volevo anzi telegrafartelo senz’altro questo ritornello, come una protesta brutale della sanità vitale del nostro amore, unica ambigua e chiara risposta alle tue possibili ansie.
Mi avvicino al mio fatale paese. Addio amore, ritroverò forza tra le braccia della
mia Sibilla. ..io ti amo. Tuo Dino

Dove sei? Mi pensi ancora? Potrò mai rivederti, riaverti tra le mie braccia… magari lassù, nella nostra casetta… Come vorrei cara Sibilla, non essere mai esistito! (Dove sei, ora? Mi ami ancora? Ami ancora il tuo Dino Dino Dino…).

Soltanto le mani sono ancora dolci. Stanotte, ti daranno il sonno? Nel tuo paese.
E poi addormentarmi — e svegliarmi il mattino di Natale, bimba.
… oh Dino, Dino, che cosa si scioglie nel cuore di Rina?
Silenzio, tienmi le mani.
Nessuno m’ha detto mai, da bimba, una favola bella.
Guardavo le stelle, come te.
Stanotte non ci saranno.
Ci saremo noi, favole, stelle, cose lontane, irraggiungibili.
Nessuno mai più ci coglierà, anche se crederà vederci, sentirci.
Stelle.
Tienmi le mani, prendine tutta la dolcezza, toglimi tutto, sono tanto felice di morire, ma tu ma tu…
Tremo, mi guardo
intorno, non vieni ancora, l’acqua scorreva…

Se esistere voleva dire soffrire e farti soffrire!
Io ti amavo, io ti amo!
E sono qui, in questo ricovero per matti, che gli altri, quelli "per bene" chiamano impropriamente casa di cura; ipocriti che sono!
Questo dove m'hanno rinchiuso è un manicomio; questa è la parola giusta; eh, sì, se sono matto!
Lontano da te da tutto e da tutti, lontano da tutto ciò che amavo.
La nostra casetta, ricordi?
i nostri amplessi, ricordi?
Il nostro breve intenso amore carnale…
… è finita questa specie d'amore, ma io … io ti amo! Io ti amo!

Sul più illustre paesaggio
Ha passeggiato il ricordo
Col vostro passo di pantera
Sul più illustre paesaggio
Il vostro passo di velluto
E il vostro sguardo di vergine violata
Il vostro passo silenzioso come il ricordo
Affacciata al parapetto
Sull’acqua corren
te I vostri occhi forti di luci.

Ho quarantatrè anni. E la mia vita è finita, da dieci anni è finita, definitivamente finita.
Vegeto. E attendo la notte che venga amica ad inghiottirmi nella sua follia. Cerco la notte… disperatamente.

Ecco la notte: ed ecco vigilarmi
E luci e luci: ed io lontano e solo:
Quiete è la messe, verso l'infinito
(Quieto è lo spirto) vanno muti carmi
A la notte: a la notte: intendo: Solo
Ombra che tor
na, ch'era dipartito.

Cerco il sonno… disperatamente. Il sonno… che duri, eterno, a sciogliermi nel sogno dei miei lunghi viaggi per le terre, dove soli amici erano a me il bastimento, e la pampa... e i silenzi degli spiriti, e il russo e Olimpia e le torricelle rosse altissime, e Marradi paese maledetto che m'ha dato una vita amara, che vide nascere all'infelicità un poeta nuovo, un poeta incompreso! Paese cattivo, dove i ragazzi mi deridevano e mi schernivano; dove solo rimedio alla solitudine erano per me le andate per i monti, le fughe, e i ritorni… e i miei versi tormentati…

Oro, farfalla dorata polverosa perché sono spuntati i fiori del cardo? In un tramonto di torricelle rosse perché pensavo ad Olimpia che aveva i denti di perla la prima volta che la vidi nella prima gioventù?
Dei fiori bianchi e rossi sul muro sono fioriti.
Perché si rivela un viso, c’è come un peso sconosciuto sull’acqua corrente la cicala che canta.
Se esiste la capanna di Cèzanne pensai quando sui prati verdi tra i tronchi d’alberi una baccante rossa mi chiese un fiore quando a Berna guerriera munita di statue di legno sul ponte che passa l’Aar una signora si innamorò dei miei occhi di fauno e a Berna colando l’acqua, lucente come un secondo cadavere, il bello straniero non poté più sostare?
Fanfara inclinata, rabesco allo spazio dei prati, Berna.
Come la quercia all’ombra i suoi ciuffi per conche verdi l’acqua colando dei fiori bianchi e rossi sul muro sono spuntati come tra i fiori del cardo i vostri occhi blu fiordaliso in un tramonto di torricelle rosse perché io pensavo ad Olimpia che aveva i denti di perla la
prima volta che la vidi nella prima gioventù.

Non mi hanno compreso. Nessuno mi ha capito. "… io facevo un poco di arte…" Poi ho dovuto smettere perché la testa non mi sorreggeva più. Io facevo un poco di arte, ma non la capivano, i signori di Firenze, i signori delle lettere, essi che erano "il putridume della poesia". Giudicavano "nulla" la mia poesia, ma era perché non la capivano, né si sforzavano di capirla…"… la mia poesia nuova europea musicale…"
Se potessi, tornerei tra i tavoli notturni delle Giubbe Rosse, a vendere ancora le copie dei miei Canti orfici. Lo farei ancora. E a Marinetti, a Papini, a Soffici, tornerei a dare - gratis - la sola copertina e uno - al più due fogli - le sole cose che fossero in grado di capire…

marcello de santis

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Vincenzo Cardarelli

25 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #personaggi da conoscere, #poesia

Vincenzo Cardarelli


Vincenzo CARDARELLI
(1887-1959)



Forse il tempo di stare al mondo è finito, e io me ne devo andare… Il mio biglietto è scaduto.
Ho passato i sessanta, ormai, ma da molto più tempo mi sento vecchio, più vecchio di quello che sono, come si dice: un vecchio decrepito. Sono solo, e in effetti sono sempre stato solo; senza parenti e senza amici (colpa del mio caratterino; cercare di stare sempre lontano da tutti, solitario, silenzioso, un po' per timidezza, molto - dicono - per scontrosità.) E sempre senza soldi.
In questa stanza gelida non riesco né a pensare né a scrivere. Il freddo è, ed è stato per tutta la mia vita, il mio peggior nemico. Ho freddo! Non posso quasi più camminare e mi sento rotto in tutto il corpo. Devo stare a letto; sto bene, fisicamente dico, soltanto quando mi alzo verso le sei o le sette di sera; e poi succede che la notte non dormo. Non ho mai dormito, più di una o due ore al massimo, fin da ragazzo, e questo mi ha distrutto, giorno dopo giorno, a nulla sono valse le medicine, le cure. L'anemia cerebrale che mi ha intorpidito fin da quando avevo vent'anni non mi lascia un attimo di quiete. E ancora: ho il fegato a pezzi (non ha mai funzionato come avrebbe dovuto e dovrebbe) e il medico mi ha trovato disturbi circolatori; dovuti alla pressione.
Ecco: questo è il mio ritratto di oggi. Perché un'esistenza così povera, così grama, doveva toccare proprio a me?! A me che non faccio male a nessuno, che non vivo che per le lettere.
Ho passato la vita intera a pensare e a scrivere (non so far altro…).
Quanto tempo è trascorso, da quei miei Viaggi nel tempo che Vallecchi mi pubblicò quasi trent'anni fa! E "Il sole a picco! E poi "Il cielo sulle città" e "Solitario in Arcadia", che da poco ha visto la stampa ad opera di Mondadori.
E adesso? Adesso, i miei mali, mi lasceranno vivere ancora? Ne sarò capace, fisicamente? Ché, di idee e lavori già iniziati, ne ho tanti qui sul tavolo, e nei cassetti! Col materiale che ho, già ne potrebbero venire fuori altri tre o quattro volumi. Ma non ce la faccio, neppure a tenere la penna; ho le dita ghiacciate, anchilosate. Mamma, che freddo! Forse sono giunto al capolinea! "Forse il mio biglietto è scaduto!" Davvero; e nonostante le mie opere!
Sono solo, e senza denaro. Senza soldi in effetti sono sempre stato, fin dalla mia prima fuga da Corneto, la Tarquinia degli etruschi! forse sono anch'io un poco etrusco, ho il sangue di quel popolo nelle vene. Avevo diciassette anni e molti sogni di gloria.
In questo momento (ma quanti momenti simili a questo!) non ho soldi neppure per arrivare alla fine del mese. Miei nemici, oltre i malanni, sono le tasse, la pigione (sono in arretrato di qualche mese), il dentista (quanto soldi gli ho dato! e mi ritrovo ugualmente senza denti…)
Ricordo tutte le mie poesie, e quel caro volumetto, "Poesie nuove"
Ma che freddo!
Il freddo e la mancanza di pecunia!
Povero e abbandonato, da tutti.
Amici e nemici (che poi non è che ne avessi, di nemici…) Gli amici invece, anche questi pochi invero, debbo confessarlo onestamente, mi hanno sempre aiutato; così qualche editore, o direttore di giornale, anticipandomi (quante volte lo hanno fatto!) i compensi per i miei scritti e per le mie corrispondenze; e per i miei articoli e saggi. Tutti - ad eccezione dei romani menefreghisti delle necessità degli altri - tutti sono stati cortesi e gentili con me; talvolta addirittura premurosi.
Ma il denaro, sempre, mi è bastato per sopravvivere appena dignitosamente. E quando ne ho avuto, ho pensato a chi ne aveva più bisogno di me. E adesso sono costretto a tentare di sopravvivere; come del resto ho fatto da sempre. Sopravvivere, sì, è il termine giusto, sopravvivere, parola giusta, ma come è brutta! E sto sopravvivendo… almeno fino alla fine del mese. Eppoi… speriamo… qualche santo provvederà… Avrei bisogno di ristampare le mie opere, per avere qualche soldo per tirare avanti. Ma a chi chiederlo?
Quasi quasi me ne torno al mio paese, tra il profumo degli etruschi!

Io nacqui forestiero in maremma, di padre marchigiano,
e crebbi come un esiliato, assaporando con commozione precoci tristezze
e indefinibili nostalgie.
Non mi ricordo la mia famiglia, né la casa dove son nato, esposta a mare,
nel punto più alto del paese, buttata giù in una notte come dal
l'urto di un ciclone,
quando io avevo due anni appena. (da: Memorie della mia infanzia)

Qui, del resto sto bene. Ho una piccola sovvenzione dal governo, ma non mi basta. Fastidi col partito non ne ho mai avuti se non qualche premio in denaro mancato per avere ritardato a rinnovare la tessera. Quanto entra nel mio misero bilancio, però, non è sufficiente per i miei pur limitatissimi bisogni. Avrei bisogno di un paio di calzoni pesanti, e di un cappotto. Ma come devo fare? Non esco quasi più per il freddo; ho diradato anche le mie visite al caffè Aragno; quanti amici incontravo là, quante discussioni intavolate, tutte costruttive, quante poesie ho abbozzato su quel tavolino della terza saletta, che mi ha visto tante ore a scrivere a pensare, e parlare con gli amici poeti e scrittoi, forse non mi vedrà più…
Ho bisogno di stare a letto, al caldo, per non morire.
Quando viene l'estate?
Ho freddo, tanto freddo!
Questo freddo mi sta uccidendo…

marcello de santis

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Ceccardo Ceccardi

21 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #personaggi da conoscere, #poesia

Ceccardo Ceccardi

Ceccardo ROCCATAGLIATA CECCARDI
(1871-1919)


Nessuno m'intende!
Sono un eterno sognatore, ingenuo e fanciullo, a dispetto dei miei quarant'anni.
Solo i miei compagni d'osteria di messer Savani, oste e vivandiere amico, mi sono vicini, nei momenti di nera… e sono tanti questi momenti, in questa mia disgraziatissima avventura che gli ottimisti chiamano "vita".

Permettete che mi presenti: sono il poeta e generale Ceccardo!
Cari Manfredo e Ubaldo e Peppino! E tutti voi altri, amici, che soffrite al mio soffrire! Avventure! Quante avventure contano i miei anni, studi avventizi che mai ho portato a buon fine, collaborazioni a giornali e riviste che durarono il tempo d'una rosa (per il mio caratteraccio - dicono - ma che posso farci? Io sono fatto così).E le mie disgrazie familiari e politiche e sociali! Ed economiche. Tutte le disgrazie, mi si sono scaraventate addosso!
- Nacqui in una tetra notte di tempesta, e tempesta fu tutta la mia vita!
Ah, se io scrissi qualche bel verso nessuno saprà mai a che prezzo l'ho potuto e saputo scrivere!
Ma la mia poesia vivrà.

Quando ci rivedremo/ il tempo avrà nevicato
sul nostro capo, o amore:/ avremo quasi passato
il mare, e sarà il cuore/ più sincero e pacato.
Ma non avremo più remo:/ io ne l'onda infinita del sogno,
tu della vita,/ lo avremo infranto/
oh amore

A dispetto dei molti che non capiscono o non vogliono capire; vivrà insieme a me, in questa caotica avventura che è la mia vita. E vivrà dopo di me. Vivrà soprattutto per mia madre che mi volle poeta. Divenni fanciullo prima, ragazzo poi, grazie a te, madre! Che mi leggevi e rileggevi Shelley e Leopardi, e mi facevi entrare nel cuore il Parini e le sue Grazie. Grazie, madre! Che mi hai voluto dotto, e che mi hai sognato poeta. Il tempo pagherà, quando io non sarò più, sarò poeta allora, e tu la lassù ne avrai gioia. Ma io, allora, dove sarò?
Come eri bella e altera, madre mia! Che bel nome madre mia, il tuo: Giovanna Battistina Ceccardi! Il tuo cognome sarà sempre unito al mio; e i posteri sapranno il perché. Sapranno il perché di Ceccardo Roccatagliata Ceccardi. Il tuo esempio e i tuoi insegnamenti m'hanno reso quello che sono.
Tre in matematica, bocciato e ribocciato in questa materia arida e a me lontana; ma sette e otto nelle classiche. E lo devo a te, madre! Oggi cerco disperatamente una o due foglie d'alloro per cingerne il capo, ma tutto mi è contro, nessuno che m'intenda! E i denari mi sfuggono. E intorno ho solo miseria e disgrazie.
Mio figlio malato - la tisi l'uccide - mia moglie che amo, lontana (spesso litigo con le sue sorelle, e questi litigi mi fanno fuggire) e io, che mi trasformo allora in eterno viandante in cerca di me stesso. E di pace.
Io, grullo e sognatore, fuori dalla realtà, forse; senza armi, se non la mia poesia e la mia eterna canna di bambù - che è la mia carta d'identità, la mia cravache - che roteo vorticosamente sopra la testa, per calarla sulle spalle ai prepotenti.
E gli amici. Quelli veri!
Mio buon Savani, che "grande volerci bene" fra di noi, oste della malora! Quante serate davanti ad un bicchiere di vino, con le carte in mano, a declamare versi tra una bevuta e l'altra!
E tu, e gli amici, i soli che mi capivano! E le fughe da casa, col quadro di Carducci stretto al petto! E Genova, Genova coi suoi caruggi, coi suoi vicoli sporchi e neri, che salgono dal porto alle stelle. Vico delle pietre, vico chiuso della rana, vico degli stoppieri, vico cicala, vico boccadoro…
Quanta nostalgia! E quante osterie! le osterie che erano casa nostra. E le panchine, col mio piccolo Tristano (triste nome, quasi un presagio… quasi un destino…) per mano… la sua mano nella mano di un padre disgraziato.
La mia barba incolta, la vecchia palandrana sempre più logora, e unta; e i riposi forzati in stanze fredde e gelide.
E la pazzia!
Che tenta di rapirmi…

"… radi capelli scuri scomposti, naso informe di un rosso purpureo, una camicia spiegazzata quasi uscente dai pantaloni malamente sorretti, sotto un ventre prominente, da quando quelle sciarpe scozzesi multicolori come usavano i carrettieri d'una volta…
Sembra un tragico clo
wn…"

marcello de santis

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Sergio Corazzini

19 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #poesia, #personaggi da conoscere

Sergio Corazzini


Sergio CORAZZINI
(1886-1907)



Non vorrei morire… non ancora…
Mio Dio! Mi trema la mano, e la penna riesce solo a graffiare questo foglio ancora bianco, con fatica, senza niente scrivere… Il mio petto è in fiamme, questo male al polmone mi soffoca, mi sfianca, mi strazia ogni giorno di più. Non mi riesce non solo di scrivere, ma anche soltanto di pensare.
Voglio lasciare questo ospedale. M'hanno detto i medici che l'aria di questo mare verde di Nettuno mi gioverà senz'altro, ma io non sento alcun beneficio. Non voglio chiudere i miei vent'anni in sanatorio, non voglio, no! Non voglio.
Desidero tornare a Roma, a casa mia; se deve succedere l'irreparabile, che avvenga a casa mia, tra i miei libri, tra le mie cose, tra i miei versi.
Ho appena fatto in tempo a respirare l'aria del nuovo secolo, e già debbo salutare la vita…
Vorrei farlo senza piangere… ne sarò capace?
Caro Fausto Maria Martini abbi cura della mia memoria, e i versi che lascio e che tanto amo, leggili… Leggeteli tutti, e fatelo spesso, nei vostri lunghi silenzi; le mie Dolcezze siano le vostre, cari amici, Le piccole foglie morte vi facciano compagnia; il Libro inutile, fate che non sia inutile; se non per me che non ci sarò più.
E, nell'attesa, L'amaro calice sia amaro solo per me.
Amici, salutatemi tutti, mandate un grazie per la loro dolcezza nei miei riguardi ai grandi Palazzeschi e Govoni, - vedete, li nomino coi loro cognomi, i cari Aldo e Corrado, - ché loro sono già grandi poeti.

(Nell'anno 1906, Sergio ha solo vent'anni, la malattia del giovane poeta si aggrava, e allora a casa si decide di ricoveralo e curarlo presso l'ospedale Fatebenefratelli di Nettuno. I sanitari della casa di cura fanno tutto il possibile per lui, ma non cè niente da fare. La tisi allora era un male incurabile, ed era molto espansa per ogni e dove.
Fu qui che Sergio Corazzini prende a corrispondere con i poeti già noti Aldo Palazzeschi e Corrado Govoni.
Corrado Govoni, che il poeta aveva conosciuto e frequentato seppure per breve tempo, a Roma al Caffè Sartoris, così lo ricorda dopo la sua morte:

Il povero indimenticabile Sergio lo vedo sempre come a vent'anni, con quella sua andatura incerta, a corto respiro come il volo dell'allodola prima di prendere quota, o come quella di una bella ragazza troppo ammirata: con quella sua bella faccia un po' reclina, gli occhi sorridenti, e la voce così soave e calda in quella bocca sensuale.)

La mia anima è triste, la mia anima è dolce.
Bene mi hanno fatto, specie in questi ultimi tempi, le parole di conforto di Corrado Govoni; le sue Fiale sono gemme preziose da tenere in uno scrigno d'oro. E la presenza epistolare del caro Aldo Palazzeschi è stata una delle più belle esperienze della mia breve vita. Ho i suoi Cavalli bianchi, qui, sul comodino. E di tanto in tanto leggo qualcuna delle sue galoppate senza suoni.
Caro Aldo, caro Corrado, vogliatemi bene anche quando non ci sarò più. Abbiate nel cuore, come io ho le vostre, le mie modeste raccolte di versi.
Ho risolto il dubbio dell'amico Jammes, il caro Francis Jammes. Gli scrivevo: Io non sono un poeta, io non sono che un piccolo fanciullo che piange… Caro Francis Jammes! T'ho letto, studiato, amato; e ti ho riposto dentro la mia anima. Le tue cose… le tue cose tristi e dolci, la tua chère douceur de tes elegies, sono diventate cose mie; e non poteva essere altrimenti, tanto mi sento a te simile.
Lascerò, spero, anch'io un piccolo segno in questo nostro mondo letterario che va lentamente cambiando; un piccolissimo segno.Che resti!Non sarò stato inutile, allora…

Perché tu mi dici: poeta?
Io non sono un poeta.
Io non sono che un piccolo fanciullo che piange.
Vedi: non ha che le lag
rime da offrire
al Silenzio.

Vedi che io non sono un poeta:
sono un fanciullo triste che ha voglia
di morire.

Sono stanco, stanco di soffrire; il mio cuore è in affanno; non attendo che l'alba, ormai… Ieri ho scritto un'ultima esile poesia, esile come lo sono io in questo momento, ma penso che dia un ritratto di quello che sono e di ciò che mi sento.

Il mio cuore è una rossa/ macchia di sangue dove
io bagno senza possa/ la penna a dolci prove
eternamente mossa.
E la penna si move/ e la carta s'arrossa
sempre a passioni nove.
Giorno verrà, lo so/ che questo sangue ardente
a un tratto mancherà/ ché la mia penna avrà

uno schianto stridente…/ e allora morirà…

E' il mio testamento letterario, abbiatelo caro…

marcello de santis

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Guido Gozzano

17 Settembre 2015 , Scritto da Marcello De Santis Con tag #marcello de santis, #poesia, #personaggi da conoscere

Guido Gozzano

Guido GOZZANO
(1883-1916)



"… appena un lieve sussurro all'apice… qui… la clavicola…/
e con la matita ridicola disegnano un circolo azzurro./ Nutrirsi…
non fare più versi… nessuna notte più insonne.../ non più sigarette..
non donne… tentare bei cieli più tersi:/ Nervi… Rapallo… San Remo…
cacciare la malinconia; / e se permette faremo qualche rad
ioscopia…

Leggo ancora i miei versi, in lunghi silenziosi colloqui con me stesso, stando disteso sulle foglie e sull'erba di questo prato, in questo caldo agosto che passo qui, alla casetta; lo stagno coi pesci rossi, e laggiù, il Meleto della mia infanzia. Ho appena trentadue anni, e sono già otto anni che mi rilevarono questo male al polmone. Ogni tanto sembra regredire la fiamma che brucia dentro il mio petto, ma non è così; avanza, purtroppo! E a me non resta che assistere impotente; e seguire con amarezza il corso della malattia.

"… mio cuore monello giocondo che ride pur anco nel pianto…"

E che cosa ho ancora da dirti, mio cuore!
Questo: di essere contento di vivere ancora qualche tempo, godendo questo nostro, mio e tuo, angolo di paradiso. Anche se non è più nostro il Meleto, - mio cuore - gustiamo ancora un poco la gioia di essere insieme.
Qui, l'aria è buona; abbiamo vagato tra il mare di Liguria a respirare iodio, e l'aria buona delle colline - balsamiche, a detta dei medici - per immettere ossigeno dei polmoni, che può far bene…".
Ma le crisi, ciò nonostante, continuano - più o meno leggere - ma continuano… e più o meno crudeli.
Ah, quest'edera al balcone, i glicini, gli oleandri, i limoni!
E noi, tu e io, mio povero cuore, costretti ad attendere…
Trentadue anni! e nell'attesa, vivo di ricordi…
Mia madre, giovane e bella, elegante nella sua figura minuta, che sempre mi è stata vicina, quand'ero fanciullo, oggi ha bisogno di me, nel suo male. Oggi è rimasto soltanto un fantasma, della donna di ieri.
L'immobilità l'ha toccata, e adesso sono io che l'assisto. Sono io il faccendiere di casa. Da tempo, oramai, io vivo per lei, e… per i miei versi. E nei miei versi ho descritto le cose di casa mia, quelle cose "di pessimo gusto" che ornano ancora le antiche stanze adorate.
Il mio sogno di laurea è svanito da molti anni. E sono avvocato; ma solo di nome.
Poeta? Non so.
Ho scritto tantissimi versi, ma sempre col cuore; per quel che mi resta di questa dolcissima vita, e crudele.
I miei giovani anni trascorsi in cure - inutili? - ora qua, ora là, stanno per finire. Lo sento.
E niente, niente ho creato di definitivo, se non i miei versi, i poveri miei versi…
Non l'affetto per la cara Amalia.
Non la stima degli e per gli amici e poeti. Non la corsa alla laurea, presto interrotta.
E il viaggio in India a cercare un po' di salute per i miei polmoni malati; sena risultati concreti; è stata solo un'esperienza letteraria, da terapeutica che si pensava.
I miei frammenti raccolti nelle ore che inseguivo con ansia, ora sono fissati sulla carta, e resteranno a mio ricordo; perenne, spero…


le miniature, / i dagherotipi: figure sognanti in perplessità, //
il gran lampadario vetusto che pende a mezzo il salone /
e immilla nel quarzo le buone cose di pessimo gusto, //
il cucù dell'ore che canta, le sedie parate a damasco /
cremisi... rinasco, rinasco del mille ottocento ci
nquanta!»

****

"Una cocotte!..."
"Che vuol dire, mammina?"
"Vuol dire una cattiva signorina:
non bisogna parlare alla vicina!"
Co-co-tte... La strana voce parigina
dava alla mia fantasia bambina
un senso buffo d’ovo
e di gallina...

Un giorno - giorni dopo - mi chiamò
tra le sbarre fiorite di verbene:
"O piccolino, non mi vuoi più bene!..."
"È vero che tu sei una cocotte?"
Perdutamente rise... E mi baciò
con le pupille di trist
ezza piene.

Ho pudore del mio male: i dottori dicono che forse potrei metterci una pezza andandomi a chiudere in quella prigione nevosa, sterilizzata e mondana, che è il Santuario di Davos.
Non vado, io soffro il freddo.
Preferisco morire ad Aglié o a Torino, a Sturla o a Rapallo…

marcello de santis

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