GRODEK di Georg Trakl
26 Ottobre 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #poesia, #storia
Grodek è una poesia del poeta salisburghese Georg Trakl (1887 - 1914) che pubblica le sue prime opere sulla rivista Der Brenner nel 1912.
Negli ambienti culturali di Vienna conosce Karl Kraus, Wittegstein e Kokoscha. La vocazione poetica si accompagna a vari sfortunati tentativi di trovare un impiego stabile. I suoi ultimi slanci si spengono nei primi mesi della Grande Guerra in cui serve come medico in Galizia.
I massacri del conflitto lo traumatizzano; le nuove armi (artiglierie e mitragliatrici) mostrano effetti micidiali ai soldati.
Godrek è una poesia scritta dopo l'omonima battaglia sul fronte orientale combattuta contro i russi nel 1914; Trakl termina di scriverla pochi giorni prima di morire in ospedale a Cracovia.
Come medico si trovò ad assistere con mezzi minimi molte decine di feriti, subendo uno shock enorme.
Venne ricoverato dopo aver tentato di uccidersi.
La sera risuonano i boschi autunnali
di armi mortali, le dorate pianure
e gli azzurri laghi e in alto il sole
più cupo precipita il corso; avvolge la notte
guerrieri morenti, il selvaggio lamento
delle loro bocche infrante.
Ma silenziosa raccogliesi nel saliceto
rossa nuvola, dove un dio furente dimora,
Il sangue versato, lunare frescura;
tutte le strade sboccano in nera putredine.
Sotto i rami dorati della notte e di stelle
oscilla l’ombra della sorella per la selva che tace
a salutare gli spiriti degli eroi, i sanguinanti capi;
e sommessi risuonano nel canneto gli oscuri flauti dell’autunno.
O più fiero lutto! Voi bronzei altari,
l’ardente fiamma dello spirito nutre oggi un possente dolore,
i nipoti non nati.
Nel testo si descrive un mondo fisico e storico giunto al tramonto; il bosco è immerso nei colori cupi di una sera d'autunno, il sole sta sparendo (per sempre?). Si parla di guerrieri morenti e lamenti aspri che escono da bocche squarciate. Una nuvola rossa mostra un dio irato che guarda lo spettacolo di nefandezze costruite dall'uomo, oppure egli stesso vi partecipa.
La nuvola rossa che ospita la divinità, infatti, è nel saliceto, in mezzo all’orrore.
Un senso di freddo, di atmosfera gelida domina la lirica. Nella parte finale il concreto della sofferenza (“guerrieri morenti” e “bocche squarciate”) si fa più sfuggente e astratto; si parla enigmaticamente dell'ombra della sorella che se va (il poeta ebbe un rapporto intenso con la sorella che si ucciderà qualche anno dopo la sua morte) e di anime degli eroi, per tornare poi all'immagine forte delle teste sanguinanti; nell'apocalisse del mondo (austriaco e non) nulla resta, neanche il suo unico conforto affettivo e familiare rappresentato dalla sorella.
All'inizio c'erano ancora l'azzurro e l'oro del sole; poi tornano dominanti i colori scuri e cupi e la sublimazione di un dolore senza rimedio. L'ultima riga dice: " I non nati nipoti", quasi un'epigrafe; i guerrieri morenti non lasciano nessuno dopo di loro.
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