poesia
RESURREZIONE
POESIA dalla raccolta Il tempo di Eraclito di Adriana Pedicini
Resurrezione
Ti ho cercato lungo i sentieri dell’anima
dal dubbio dilaniata e non Ti ho trovato.
Ti ho visto apparire nei volti depredati
dalla fame, dove a brandelli gli ultimi gridi
preludio di morte si smorzano nell’eco smarrita
della guerra. Ti ho scorto dinanzi alle favelas
e nei vicoli ciechi di periferia ove fiere umane
di oltraggi osano Te schiaffeggiare negli infanti volti
mentre sul mondo nudo si frantumano le tenebre.
E ci lasciamo dormire la vita senza speranza alcuna
fino all’ultimo sonno, con le labbra serrate
fino all’ultimo addio. Mute le parole e sospeso il Tempo.
Nel turbinio del vento della sera prede d’angoscia
le inquietudini quali peccaminose messaline
che nenie di prefiche accigliate non placano
lacerano l’anima mentre fluisce nei muti lucori
delle ortiche, sembianze eretiche del graffio della croce.
Sulla nostra strada leviga i passi il vento sferzante
di maestrale tra le nebbie concubine delle forme
velate degli alberi, e li ricopre la malinconia del tempo
tra le ebbrezze sanguigne dei filari e le spighe di vita pregne
nel meriggiare lento dell’estate alla ricerca di Te, Signore.
Nella breve stagione della vita silenti sono le parole tue
agli ottusi orecchi e tra le tenebre del cuore rari
raggi ardono imperscrutabili prima che sulle labbra
non sia parola il nome tuo ma sospiro che riempie il cuore.
Si aggruma la paura nelle pieghe fugaci dello spirito
di opprimere l’innocenza, sulle gioie come libellule
rapide della fantasia l’anima teme l’incedere torvo
delle pene, e nel dormiveglia della coscienza enfatiche
le voglie della colpa antica verranno da sé incontro
ai nostri sguardi fin quando fino alle ignote stelle un’orbita
biancheggiante come l’alba risplenderà sulla divelta pietra
dopo l’orrore dell’ora nona della parasceve.
Fabio Strinati, "Pensieri nello scrigno"

Pensieri nello scrigno
Fabio Strinati
Edizioni Il foglio, 2014
pp 121
12, 00
I rintocchi di un metronomo paiono accompagnare “Pensieri nello scrigno”, raccolta d’esordio di Fabio Strinati, edita dalle edizioni Il Foglio, nella collana di poesia curata da Cinzia Demi.
A metà fra classicismo e avanguardia, non sono versi di facile lettura, potrebbero quasi far pensare a parole messe l’una accanto all’altra, se non ci fosse quella specie di ritmo - appunto musicale, ma d’una musica non troppo orecchiabile – a percorrerle e unificarle, se non s’intuisse, al contrario, uno sforzo di scarnificazione totale. Si capisce che l’autore ha letto molta poesia, ha cercato di comprenderla senza riuscirci sempre, ha prodotto qualcosa che chiede a noi lo stesso sforzo e anche la medesima fiducia. Il poeta è ormai “svestito di poesia”, e pure con una certa nostalgia, il suo è un “brado gergo”, “privo di rime assai palese intralcio”. Il suo è tutto un limare, togliere, decantare, incanalare, quasi temendo che le emozioni possano debordare, dirompere in romanticismo. Meglio tenerle a bada con un lessico chirurgico, e, allo stesso tempo, onirico e siderale, un lessico che si connota per il suo contenuto ma, soprattutto, per il suono.
I temi sembrano essere quelli cari a ogni poeta e a ogni animo sensibile: la notte, la solitudine, l'amore, la morte, il dolore, l’amarezza, anzi, “l’amaritudine”, che nei giovani è, a volte, molto più agra che negli anziani, il cui dolore è intriso di rassegnazione.
Due cani un batter d’ali
un’amaritudine squarcia il petto
quel suo dolore caldo
La punteggiatura è poco usata, a tratti si sente che la ricerca stilistica è ancora in fieri, com’è giusto e auspicabile che sia, ed il tecnicismo risulta, sì virtuoso, ma anche ostico, ermetico, cacofonico: “subsannatamente egloga”, “tralatizia trasmigrano”.
Ma ci sono pure bagliori già perfettamente maturi e felici, come “Scremato è il grecale”, “il passato del becchino gentiluomo”, “il configgersi d’un raggio”.
Siamo sicuri che tutta questa investigazione retorica, alla fine, soddisfi l’autore? Siamo certi che egli non provi rimpianto per rime più “aperte e chiare”? Non è forse un’involontaria confessione quel “vorrei poter chiamare il flauto per nome?”
Vorrei poter chiamare il flauto per nome,
benedette contagiose bocche
l’ipocrita pugnale il derelitto ceppo
di appassiti fiori una e più corone
E su questa falsariga concludiamo, riportando una delle poesie meno criptiche, e per questo più gradita al nostro palato.
HO INCONTRATO IL POETA
Ho incontrato il poeta svestito di poesia
del candelabro un’abatjour silente
del pettirosso un lessico vitreo
quantunque la sola pena
il sopito fischio
del nespolo l’eterno
sulla soglia il fico
Percorrendo il cammino poetico di Michela Zanarella
Nel 2006 pubblica “Credo”
Osservatrice, ma non sempre osservatrice allo stesso modo. Inizia osservando cose e situazioni, quasi volendole descrivere, cose come lampada accesa, tinozze colme, neve pini e sentieri, diciamo che i primi passi poetici di Michela Zanarella sono pittorici. Alcuni versi, i primissimi, dove la rima si affaccia birichina, non ritraggono ancora la profondità di Michela, ma sono pur sempre parte di un ritratto, raccontano l’inizio di una storia. Credo è quindi il lavoro più dinamico, presenta uno sviluppo molto rapido e passa dal dipinto alla contemplazione dello stesso in poche pagine. L’incontro con la morte sembra il punto di svolta, acquisendo la matura consapevolezza che a un certo punto le persone, dopo esserci state, non ci sono più, l’autrice smette di guardare in basso e comincia a guardare su, trovando il senso che piano piano, verso dopo verso, si plasma nella propria percezione.
Seduta davanti
A una pallida luna
Poetando versi d’amore
Tra infinite stelle
In una notte silenziosa
Ispirata
Da lieve brezza marina
Ecco la consapevolezza non più descrittiva che caratterizza la poesia più matura di Michela, comincia a farsi prepotentemente avanti. Lapilli. Non a caso la foto della locandina ritrae lapilli.
Ma la poesia di Michela può anche diventare un grido accusatore:
ladri di verità
profeti dell’esoterismo
picchiatori dell’onestà
destreggiatori di ipocrisia
imprigionati
nel girone infuocato
dell’inferno.
Si affaccia anche la sensualità, ma non è dichiarata, semmai è materna, tra l’altro la figura della madre fa spesso capolino qui e là. Anche la sensualità del sonno, dove l’essere donna di Michela rispetta il riposo dell’altro e lo osserva reprimendo le proprie aspirazioni nella contemplazione. Ridiventa un pulcino mentre, ammirata dal fluido vitale che traspare dalla pelle dell’altro, si lascia andare al sogno.
t’abbraccerei
finché il giorno non arriva
Finché i sogni
spengono la realtà
Finché una voce
sussurra eterno amore
Ma chiudo gli occhi
E vicino a te
M’addormento
Nel 2007 pubblica Risvegli
Molte poesie sono notturne, e il rapporto con la natura domina gran parte delle scene. Per Michela la poesia è un nettare, e come tale va succhiato dall’ape:
O poesia, nettare prelibato di pazienza
Dice Michela, e sembra che il titolo della sua seconda raccolta, Risvegli , sia quanto di più azzeccato. Sorge la poesia, cresce e borbotta, come se il vulcano che si preparava ad eruttare finalmente lo può fare zampillando libero con lanci di lava e lapilli che di lì a poco diverranno pietre. Ma è un’eruzione gentile, si può contemplare, non siamo davanti ad un vulcano assassino, non presentiamo tsunami o terremoti, è solo un borbottio che finalmente salta.
Ed è in genesi che si manifesta interamente. Dice Michela: nata per essere libera, e questa liberazione la porta all’allegria del giardino con l’erba che cresce, del granaio con i suoi odori, sembra di sentire gli odori della campagna, l’erba falciata, il fieno, si sentono anche i suoni, il frinire delle cicale, i grilli, qualche muggito… fino a ritrovarsi al mercato dei sogni, dove donne e giovinette con le gonne al vento van di fretta. Immagini della vita quotidiana: pigolante, gaia, vita che si risveglia dopo aver stentato a capire che gioia e dolore altro non sono se non indispensabili ingredienti del divenire umano. Ecco il senso di risvegli, giocosa, quasi trilussiana, quando dice: Nell’ombra un’ape ancora insonnolita si avvicina al candido fiore, del profumo si compiace e zitta zitta si innamora.
Poi ritrova le care montagne e capisce quanto sia bella e grande la distanza tra loro e lo sguardo.
E finalmente la descrizione, l’identificazione, la sensazione dell’amore condiviso, realizzato o no, poco importa, comunque è un discorso a due, e anche qui non conta l’oggetto del componimento, conta il percorso interiore che ci porta a comprenderlo, la ricerca dell’anima in ogni gesto di vita.
L’incanto fu
Tessere la tela del nostro vivere
Scegliendo d’essere meta l’uno dell’altro
Stringendo le nostre certezze al petto
Con tutta la forza di chi non teme nulla
Beato il divino
Che ci ha uniti quel giorno
Seguendo questo percorso si trova anche il figlio, cos’è un figlio?
Carne e spirito inediti alla vita
Nel passo successivo sembra che l’autrice abbia preso coscienza che la vita è profonda e che l’immobilità umana ha le sue dinamiche, tormentate dalla natura che ci contempla, forse ride di noi, ma è comunque afflitta dal nostro allontanarci, non si cura di noi che la maltrattiamo senza ascoltarla.
Michela, crescendo, non è più la poetessa che ascolta i grilli e le cicale, o forse lo è ancora, ma in modo ben diverso, non racconta più, ma si fa ambasciatrice del mondo che, ci trasmette Michela, attraversa ogni istante la fredda pianura, e dal silenzio di un cortile, non riesco a trattenere le lacrime per la mia assenza
Nel 2009 pubblica Vita, infinito paradisi
Essere consapevole, fino all’ultimo sorso d’orizzonte, della propria vita, della propria limitatezza, del proprio essere nulla oltre la coscienza, e quindi questa coscienza deve vivere pienamente, per cui ogni istante, ogni momento va vissuto sapendo che i piedi calpestano la superficie della terra e che sotto la terra c’è un bollore incessante, mentre la testa si avvicina, nel limite della nostra statura, al cielo, e sopra, sopra il cielo, e più su ancora c’è un movimento misterioso. La superficie della terra è il linguaggio con cui ci parla, ciò che vediamo è un’espressione della natura, e noi ne percepiamo ciò che ci consentiamo di percepire, comprendiamo ciò che delimita la nostra coscienza. Noi non vediamo ciò che è, ma solo ciò che ci aggrada vedere. E dicendo
Beate le onde
zingare perenni
Ci fa capire che non si è liberi come le onde ma fissi come uomini, e piangiamo l’orizzonte lontano, sempre irraggiungibile.
Vissi a lungo sperando che il carretto
Della mia inquietudine si fermasse
A fiancheggiare le pupille ardenti
Della giovinezza
Portando la mia anima
A contemplare quel domestico
Infinito rannicchiato nella luce
L’infinito domestico, quello che scopriamo vicino a un caminetto, dietro a una finestra, nel pentolone della polenta, nel racconto dei nonni… ma poi la strada ci prende sempre e quell’infinito non è più tale, ed occorre andare oltre la superficie, ma… ma anche se scavi la terra, quello che vedrai sarà sempre superficie. Solo da morti si entra nella terra e la superficie non è più.
Nel 2011 pubblica Sensualità, e nel 2012 pubblica Meditazioni al femminile
Qui sembra tornare alla contemplazione delle cose e delle situazioni, è come se la poetessa avesse voluto, dopo un viaggio iniziatico, tornare a ciò che l’ha animata, tornare alle origini, avendo coscienza di aver compiuto un cammino che l’ha portata a vedersi dentro. La capacità di osservazione è molto più acuta, l’aggettivazione si è andata via via diradando, ed ecco che
Trasloco lacrime
In un tappeto
E poi
Era bacio maledetto
Quell’arteria di luce
Chiusa nelle ultime saggezze
Di novembre
E finalmente si affaccia anche la fede, in ho pensato a te, Dio
È tempo di accendere preghiere
A riempire di grazia
Qualche itinerario d’anima.
Ho pensato a te, Dio,
quanto poco è il mio senso
di donna
senza l’ossigeno della tua luce.
Nel 2013 pubblica L’estetica dell’oltre e nel 2014 Identità del cielo
Arriviamo alle ultime poesie, dove il verso è maturo, asciutto, non più descrittivo, meno aggettivato, dove il lettore non viene più accompagnato alla lettura, ma si trova da solo, a combattere con versi scuri, sebbene sempre accesi, come se si passasse da uno spiraglio di luce per emergere di nuovo a quanto il dubbio esistenziale ci consente di capire, dubbio che alberga in tutti noi, che occorre esplorare per vivere le proprie ansie, i propri amori, e per percorrere la propria strada, per aprire le ali e spiccare il volo.
Essere nel tempo
Che ti sfoglia
Corpo e distanza
Come sudario nel cielo.
Ripetere membrane
D’aria
Un silenzio
E l’ombra di un umano
Azzurro
Accettando il ritmo
Di epidermidi e meteore.
Quel che vuole il mondo
Resta impronta creduta contorno di luce,
poi nel vero
strofinato il fango
si vede un limite in somiglianza a polvere
che dispera.
Michela ci travolge come i lapilli di un vulcano che erutta senza aggredirti. I lapilli, ricordiamo, sono fuoco e diventano pietra. E se le parole sono pietre, cos’erano prima? Quindi mi piace chiudere questo mio intervento, prima di dare la parola all’autrice, con questi suoi versi:
Comincio dalla polvere di un ricordo
Come qualcosa che amo
Claudio Fiorentini
Sandro Angelucci, "Si aggiungono Voci"
Tempo addietro mi capitò tra le mani una meravigliosa e antica poesia degli indiani d’America (*) che ben rappresenta quello che fu il loro profondo amore e rispetto per la terra, che li rendeva capaci di capirne i minimi messaggi. Leggendo i versi di Sandro Angelucci ho ritrovato quello spirito contemplativo, quella capacità, per certi aspetti animale, di capire il linguaggio degli elementi. E il fatto è che gli elementi parlano con un linguaggio immenso, ma così minuscolo, così piccolo, che risulta difficile fermarsi ad ascoltare. Occorre prendere le pinze da orologiaio e fare gli stessi minimi movimenti per cogliere la brevità del volo di un’ape, la dolcezza di una piuma, il respiro del vento o il tremolio di un fiore su un prato. Non parlo di tempeste, di fiori giganteschi, ma di brezza e di fiori in un prato, un prato che non ha bisogno di essere sconfinato per stupirci, perché si riassume tutto nel nostro sguardo, canta nella sua pace, vive nel suo lasciarsi pettinare o calpestare. Mi viene in mente Vivaldi, ma non la sua tempesta, non il suo allegro, semmai qualche adagio appena accennato, che però, anche nella sua delicatezza ha il potere di trasformarsi in tuono e temporale.
La poesia di Sandro Angelucci risveglia in me quelle sensazioni. Quindi anch’io prendo in mano quella realtà, con le pinze da orologiaio, perché a volte la bellezza è fatta di cose minuscole, e non puoi prenderla in mano perché le dita sono troppo tozze e grandi, occorre quella delicatezza che non hai, le cose belle sono tanto piccole che se tentando di prenderle con la mano ti cadessero per terra, si confonderebbero con la polvere del pavimento. E qui la poesia riesce nel suo intento: “sono le traiettorie / senza nessuna logica apparente / la speranza”, già, le traiettorie. Nulla vi è di più effimero, perché nell’attimo stesso in cui le esprimiamo loro non sono più, sono solo linee immaginarie, in realtà è il movimento che le traccia, ma non esistono, come non esiste la speranza, se non nella nostra mente. Ma traiettoria e speranza non possono essere separate, loro vivono sempre insieme. Quindi “saranno i voli” indipendentemente dalle traiettorie, che ci salveranno.
Cogliere quindi il volo di un merlo, il battito d’ali di una farfalla, il ronzio di un’ape, il muggito di una mucca che non vedi, perché è lì nella sua stalla, lontana dal suo antico mondo. Ma non è poesia campestre, pur se il richiamo della natura è dominante, l’autore non si discosta dal suo mondo di “Abbrutiti. Schizofrenici. Impazienti.” Quel mondo siamo noi, mentre “… l’uccello non finisce di cantare / il vento / prende a respirare con le foglie / e le montagne / (immobili, sicure) / aspettano l’arrivo della luce”. Imperturbabile, la natura, continua il suo percorso, e pur se noi insistiamo “(distratti, inebetiti) / a spargere catrame, a bestemmiare”, lei ristabilisce sempre i suoi equilibri. Quindi l’autore contempla questa natura, e dice al merlo “Se fossero di piombo le tue bacche, / se al posto del becco / avessi una mitraglia / t’inviterei a spararmi addosso”.
Ma alla fine il poeta sa che non succederà, e continua il suo volo di versi, che come “una goccia di miele / che cade nel latte bollente” si dissolvono nel lettore per diventare un nuovo pensiero, perché “un grumo di bellezza che si scioglie” ha una forza struggente e regala la speranza di un nuovo battere di ali.
(*)
Perso
Fermati,
gli alberi davanti e i cespugli di fianco a te
non sono persi.
Ovunque tu sia, si chiama QUI,
e tu lo devi trattare come un potente sconosciuto,
devi chiedere il permesso di conoscerlo
e di essere riconosciuto
La foresta respira. Ascolta. Risponde,
ha creato questo luogo intorno a te,
se lo abbandoni potresti ritornare ancora, dicendo QUI.
Mai due alberi saranno uguali per il corvo,
mai due alberi saranno uguali per lo scricciolo.
Se ciò che un albero o un ramo fa non ha effetto su dite, tu sei sicuramente perso.
Fermati.
La foresta sa dove sei. Devi lasciare che ti trovi.
Antica poesia degli indiani americani.
Nazario Pardini, "I canti dell'Assenza"
Vedo l’angolo di una casa a sinistra, e davanti campagna libera che digrada a valle come la voglia di correre di un bambino. Va, quella voglia, nel sogno che incarna un tempo che fu e che continua ad essere. Non vedo una città con le sue borgate, con i suoi centri privilegiati. Lo spazio che mi accoglie è ben lungi dal proporsi chiuso e grigio. I colori che dominano sono il verde e il giallo della primavera, il bianco dei fiori. Questi canti non chiudono la percezione in un magazzino, semmai da lì escono per correre con il pensiero, quel pensiero libero, giovane, pensiero spensierato.
Così, leggendo questi canti vivo l’assenza, eppure le immagini sono presenti, le stesse immagini che ho visto in altre poesie dello stesso autore. Prati sconfinati che ospitano la giovane libertà, viva nel poeta e vivace nel lettore, libertà che mi prende per mano e che nei versi diventa musica. Ed io “attratto dai richiami del meriggio” volo quel volo che Icaro visse in parte. E anche se “è un naufragio per la nostra essenza” non naufrago, semmai mi ritrovo il giallo autunnale di un novembre che insiste, poi “ascolto i silenzi dell’anima” e vago alla ricerca di me stesso.
Queste poesie, molto intime, molto personali, mi chiedono di diventare Nazario bambino, e vedo che nel fondo dell’anima il poeta è rimasto quel Nazario bambino, non si è perso, e corre nei prati, vive in un ricordo di un tempo che in tutta la sua crudeltà scompare per lasciar spazio ad altro tempo.
È una poesia molto naturale ma non naturalistica. Gli odori della natura ci sono tutti, e sono forti, presenti. Torno ai miei otto, dieci anni, e quel regalo della vita è di nuovo in me, non è stato sommerso dagli anni, semmai è tornato in primo piano facendomi giocoliere incauto.
E infatti “Non sarà la sera che calante / annuncia solo un giorno che va via / coi suoi colori vecchi. Declinante / il segno non sarà della mia vita / volta a rammemorare. Alla natura / riaprire le finestre di un ostello / non varrà che annunciare alle mie mura / colori di serate ritrovate.” Mi dona questa ribellione.
Ma il seguito, questi canti vanno letti in ordine, è un “presto ritornerò”, perché si torna, sempre. Il tempo è un ciclo che consuma le forze, ma che torna sempre all’inizio, l’istante in cui non si è e non si sa. Prima e dopo. In mezzo c’è la vita, e tutta intera va vissuta.
E non basta, perché il poeta ci invita, ci sfida, ci rende partecipi quando ci dice “E tu che fai, non suoni? A cosa pensi, / perché resti da te?”. Allora percepisco il messaggio di questo canto come uno scuotimento dove il poeta mi prende per mano e mi sprona a cantare con lui, ma con il mio canto, con quello che posso fare, perché io sono come lui, insieme stiamo giocando nei campi, insieme “immaginiamo di essere un’orchestra / di veri musicanti che in concerto / suonano melodie per la platea”
Vado avanti, sono ancora con il poeta, vedo che “Poi giunto è ottobre a mietere le foglie / di una stagione che ha reciso il sole”, e pur sapendo che “Il frutto cade / del giorno ormai maturo ed è la notte”, non vado a dormire, perché lui con me rimane a contemplare il mondo, perché “se restava solo, nella sera, / si abbandonava un po’ alle sue memorie. / cespiti in boccio / voci di sorgente / occhi indomiti da equino all’età / che aveva gli anni della primavera.” Ecco la ribellione all’abbandono, gli occhi che indomiti guardano quel bambino e lo fanno vivere ancora.
Così “Giovinezza: / sortivi il tuo profumo / intento ad un sorriso dolce amaro.”, sei sempre lì, giovinezza, anche se ti abbandoni al flusso del tempo e “ti trattieni con aria indifferente / sulla panchina della piazza verde / a seminare amore.”
Insomma, non voglio parlare della tecnica poetica, della fluidità dei versi, della musicalità di questi canti. Posso solo dire quale effetto ha su di me la poesia, e in questo caso, i canti di Nazario Pardini. Mi sono quindi lasciato guidare, non ho pensato alla storia del poeta, non ho cercato il suo vissuto, perché le poesie, secondo me, non devono essere lette come un diario, ma vissute come uno sprone. Quindi ho rivissuto la mia storia, perché questi canti parlano al mio IO profondo, diventano quasi un alter ego, una guida che mi scuote, e che stimola la mia creatività, facendomi migliore.
Ringrazio Nazario Pardini per l’opportunità di leggere queste belle pagine
Quello che sono
Non sono un Grande Poeta…
…“Voglio fare con te
ciò che la primavera fa con i ciliegi”…
non voglio declamarti immagini
non riesco a ricamare vento
a tessere stelle per i tuoi occhi…
…“Farò della mia anima uno scrigno
per la tua anima”…
Non riesco a recitarti
per sembrarti nobile,
solo per apparire al mondo
solo per lasciarci un segno…
Non sono un Grande Poeta…
…io sono un piccolo muratore
che suda roccia
e respira polvere
Che apre finestre e porte,
scavando dure pareti,
Sono un cercatore di luce!
Un topo nell’anima,
che gratta leggero,
e lascia briciole di conchiglia…
Non sono un Grande Attore…
affabulatore di menti,
prestigiatore del niente.
…“Essere o non essere, questo è il problema”…
Non ti inganno con artifici
fuochi e luci in mezzo agli occhi.
Parole ben copiate
Voci recitate
Suadenti artefatte carezze
Languide ammalianti certezze
solo per apparire al mondo
solo per lasciarci un segno…
Non sono un Grande Attore…
…io sono un piccolo matto
che tartaglia
frasi sconnesse
Che borbotta cose grandi
non ascoltato.
Si volta e riparte
andando leggero nel vuoto
Sono un solitario pescatore
su uno scoglio ad amare
per non disturbare.
Non sono un Grande Scienziato…
non dispenso certezze & fredde carezze
non guato le masse
da torri dorate
Non salgo su cattedre,
non mi ergo su piedistalli,
non vivo per farmi più grande.
Non partorisco inutili idee,
con voce stentorea.
Non abortisco inutili scritti,
in polmoni d’acciaio
solo per apparire al mondo
solo per lasciarci un segno…
Non sono un Grande Scienziato…
…io sono un piccolo alchimista
mescolo profumi a caso
sotto un cappello a punta.
Agito bacchette e farfuglio formule,
sputacchiando minime verità.
Sono un cercatore di perle,
tesori nascosti,
pietre filosofali…
…trattengo il fiato,
inseguo animali,
nel profondo blu.
Non sono un Grande Pittore
un Sommo Maestro!
Imbianchino di pietre colorate
stilista di Maye Desnude!
Mèntore di se’ stesso,
di pochi invasati
apostoli del nulla…
Non ricopro con carte da parati
la natura perfetta
dai perfetti colori
Non dipingo scene per teatri,
falsario di palcoscenici illuminati,
solo per apparire al mondo
solo per lasciarci un segno…
Non sono un Grande Pittore
…io sono un piccolo minatore
Sporco
Nero
Brutto con occhi azzurri
Non vedo la luce
ma pianto fiori nel buio
cerco cosa c’è in fondo
cerco l’anima da dentro
scavo gallerie
per uscire nel bianco.
Seguo lunghe strade ventose
lunghe strade nevose
Corro sui tornanti
Scatto verso la cima
Bevo dalla riva
e mi lavo immerso
in cristalli di
acque salate.
Quello che sono
a volte è silenzio
altre è roccia
a volte è vento che urla
tuono lontano
altre è sussurro
è diafano raggio che scalda
a volte brucia
a volte bacia…
Il mondo può aspettare
La vita può aspettare…
La ruota può continuare
a girare…
Quello che sono,
lo sai,
è solo per te.
M. (Eccomi!)
Roberto Benatti, "Vomeri d'ombra"
Vomeri d’ombra
Roberto Benatti
Il vomere è la lama triangolare dell’aratro che rovescia la zolla dopo averla tagliata. Un arnese, quindi, che fa uno scavo sulla terra tracciando linee su un pezzo di mondo come lo fa un cesello su un pezzo di legno. Spesso queste linee sono parallele, e pettinano la terra seguendo l’ordine razionale voluto dall’agricoltore. L’aratro è trainato da trattori o da animali, e il vomere, la parte più bassa, quella che è in profondo contatto con la terra, fa il lavoro più ombroso dell’aratura, perché è dentro, e cerca di uscire, ma non può uscire se non porta con sé zolle marroni, preparando la terra alla semina.
Se non fosse per il vomere, la semina sarebbe disordinata, non seguirebbe la logica ferrea del trattore. E allora, questo strumento triangolare, responsabile dello scavo, è anche responsabile della qualità del nuovo raccolto.
Così è il pensiero, e tutto quello che lo trasforma in espressione, nel caso specifico la poesia. Infatti, se tentassimo di definire la poesia, diremmo che è uno scavo interiore, un processo creativo attraverso il quale si cerca ciò che è dentro togliendo ciò che è in superficie, che di solito ci impedisce di vedere quella verità che non sappiamo in che altro modo esprimere.
Quindi il vomere ha molte similitudini con la poesia, e non solo dal punto di vista del poeta, anche dal punto di vista del fruitore.
Il vomere fa uno scavo lungo, non profondo, faticoso e tenace. Ed è sotto la superficie della terra che arriva, nell’ombra.
La poesia è assimilabile a un vomere, e per scavare nell’ombra occorre che sia fatta d’ombra, e immaginate quanto possa essere profondo lo scavo se viene fatto dall’ombra.
Ma veniamo al libro di Benatti. Le poesie sono prevalentemente lunghe, alcune suddivisibili in capitoli, usano un linguaggio accessibile, senza ricerca sperimentale né sonorità contorte.
Sono poesie che si leggono in sordina, quasi tacendo, ma si leggono diverse volte prima di lasciare un segno, perché scavano lentamente e con dolcezza, non sono una trivella che cerca pozzi di petrolio, sono un aratro che scava solchi, non aggrediscono la terra, né il lettore.
Leggendo, mi è sembrato di trovarmi davanti ad una mostra di fotografie in bianco e nero, di quelle fotografie che ti fanno contemplare, di quelle che non esprimono la violenza del colore, ma la violenza di uno sguardo. Ho visto migliaia di sfumature, non colori piatti, e il soggetto fotografato prescinde dallo sfondo, risalta nella sua crudele nudità.
Per questo la lettura non deve essere drammatica, ma va vista come una constatazione, vediamo:
Senza questo buio spesso
La miseria non chiuderebbe
Le ganasce alla sua morsa,
Né la speranza
Allenterebbe la sua presa
Senza uno spiraglio di luce.
Sono i versi di apertura della prima poesia, che dà il titolo al volume, e già questi versi sono una poesia a sé stante.
Queste poesie non sono un racconto di vita o una confessione delle proprie angosce. Partendo da lontano, il buio spesso, la miseria, le ganasce… il poeta presenta qualcosa di molto intimo. Bene fa a non parlare di sé, perché infatti nella poesia è il lettore che deve trovare una parte di sé, mai lo farà se il poeta gli impone la sua storia.
E tu hai perso tutto per me
Mentre io ti ho rimborsato
Con dolore nel dolore.
Questi tre versi chiudono la prima parte della poesia, e vediamo che qui si legge qualcosa che riguarda il poeta, ma non è così. Se prendessimo questi versi da soli non avrebbero forza, leggendoli a seguito dei primi sei, invece, la preparazione del fruitore permette di vivere quei versi come qualcosa di suo.
Ma vediamo un altro esempio di poesia:
Consapevole immensità
Che riaffiori da ogni paradiso,
squarcia la mia pelle di pioppo
e divora le mie foglie
ignorando il veleno della mia rabbia,
la cecità larvale
d’ogni mia seduzione
Ho incastonato
Le tue pietre preziose
Nell’anello della mia presunzione
Le tue gemme, lo so,
non si graffiano,
non sono chincaglieria
che si pesta fino a farne farina
stringimi al petto, allora,
come una rosa abbraccia le spine
e il velluto dei suoi petali.
Dammi lo strazio di resistere
Alle attraenze della memoria,
ai sensi affilati da superbi ritratti,
Fanne scia di cometa che non passerà più.
Scia di cometa, pag. 80.
Bene, il poeta non racconta, evoca. Nella poesia non si parla dei propri problemi, delle proprie preoccupazioni, perché la poesia è scavo interiore, è ricerca del giusto dove il giusto non si trova, è riscatto del bello dove il bello non si vede, è esplosione di significati senza significare nulla.
Questa poesia fortemente evocativa dice tra le righe molto di più che nelle righe. Non sta a me raccontarne i significati nascosti, ogni lettore troverà i propri, anche a questo serve la metafora.
Resterà solo una luce tremula
Oltre il velo che separa
La danza aerea dei segni
Nell’equilibrio delle porte aperte.
Un binomio di candele accese
Contro sfondi senz’atmosfera.
Una fiamma viva
Che brucia senza fumo
E illumina la nudità della mente.
Quindi un susseguirsi d’immagini: luce tremola, velo che separa, danza dei segni, porte aperte, candele accese… ogni immagine una sensazione privata e profonda che non si può raccontare se non con quelle immagini, opportunamente inserite nel contesto, introdotte da resterà, oltre, aerea, equilibrio… quindi una guida, istruzioni per l’uso, quasi a dire cosa fare o cosa accade a quelle sensazioni che costituiscono il patrimonio dell’io e del sé.
Sono poesie asciutte, prive di narcisismo, non portano al lettore la felicità o l’infelicità del poeta, come non porgono al lettore la banalità del proprio vissuto, semmai permettono di inserire un vomere nell’ombra del silenzio e di rivoltare le zolle della vita per prepararsi alla semina, e quindi a un nuovo raccolto.
Claudio Fiorentini
7 novembre 2014
Immagini d'autunno
Una poesia di Assunta Castellano scritta alla vigilia dell'autunno.
Suoni rumori e colori che prendono vita dal succedersi delle parole e gli odori dei frutti di stagione sembra di poterli annusare. (Franca Poli)
Immagini d'autunno
Assunta Castellano
Ambrati colori di foglie
sotto un cielo che a tratti s'adombra...
velati pensieri nascosti
ora dentro diventano d'oro.
Sulla pelle v'è un brivido dolce
come vento che tocca e non tocca...
sono rosse le bacche...
sono chiuse nel mallo le noci...
ma più bello sei tu... Melograno...
come il rosso vermiglio dei fiori
ora sgrani il tuo triste Rosario.
Lì nel bosco... ricciute castagne
ora piano si schiudono al sole...
ed i funghi a piè delle querce
abbracciati nell'umida terra.
Ci vedremo quest'anno?
Io lo spero!
Ti preparo quel letto di foglie
che scricchiolerà sotto i piedi...
ed avremo guanciali d'amore
e le more per colazione...
come foglia che non vuol cadere...
al tuo ramo mi terrò stretta!
Sulla poesia di Marco G. Maggi Il quadrato delle radici
Il quadrato delle radici
Le mattine avevano fauci di nebbia
inghiottivano prima dell’ingresso
e ti buttavano come una risacca
nelle sineresi dei neon sul linoleum
fino a dileguarsi nel buio dei passi
Si camminava rasenti alla vita
sognando un orizzonte lontano
-e qualcuno sarà poi anche andato
a cercare altrove la sua speranza-
ma i più sono ancora qui dove
anche uno zero ha la sua importanza
aggrappati alle nostre radici
siamo rimasti.
Marco G. Maggi - 6 Novembre 2014
Proprio mentre la pioggia ci chiama a casa, ci chiede di rifugiarci al calduccio, mi arrivano questi versi che restituiscono per intero la vulnerabilità di chi, costretto a mostrarsi invulnerabile, scopre il suo lato bambino, il bisogno di calore e di conforto che l’età adulta nega. Marco Maggi è un imprenditore di successo, non avrebbe bisogno della poesia per sentirsi parte del mondo, eppure risponde alle più profonde esigenze dell’anima scrivendo preziosi versi. Con le sue parole riesce ad evocare quanto di più profondo vi è in noi, scava il buon Marco, scava e trova l’anima, o almeno ne recepisce i messaggi che, attraverso le parole, trasmette. L’anima è nascosta dal ritmo forsennato che ci impongono le nostre esistenze, trovarla e ascoltarla è difficile. La poesia (che è nei versi, ma che è anche in tutte le arti) diventa indispensabile per scorgere anche un solo attimo quella luce che è in tutti noi: orienta, guida, conduce il lettore nell’intimo cammino della scoperta di sé, per questo deve essere evocativa, e Marco riesce nell’intento di ripetere la magia della sua ricerca interiore senza imporla, i suoi versi diventano ricerca interiore per il lettore che, leggendo, non trova il poeta, ma trova la poesia che ha dentro di sé. Un codice quindi, un processo di compressione ed espansione, come le stringhe di bit che passano da un computer all’altro: se da una parte si comprime il messaggio in un segnale comprensibile solo alle macchine, dall’altro si ha la capacità di espandere e decifrare questo segnale che diventa specchio del contenuto. La poesia è quel segnale in codice, il genio sta nella capacità di comprimerlo, per renderlo intelligibile all’anima di chi legge, e che esploderà nella sensazione e nell’emozione che, se dovessero essere tradotte di nuovo in codici, quindi in parole, ritornerebbe ad essere quella poesia. E nei versi c’è quello che non può tradursi in altro modo, perché nei versi “anche uno zero ha la sua importanza”.
Claudio Fiorentini
Emanuele Marcuccio, "Anima di Poesia"
Anima di Poesia
Emanuele Marcuccio
Tracce per la meta edizioni, 2014
Più che analizzare la silloge poetica di Emanuele Marcuccio, “Anima di Poesia” - lavoro già ampiamente compiuto nell’imponente auto-esegesi, nella prefazione, nella postfazione e nel ponderoso apparato critico annesso, nel quale lo ringraziamo per averci citato fra cotanto senno - preferiamo soffermare la nostra attenzione, appunto, sul concetto generale su cui si basa il volume. Ci chiediamo se, com’è augurabile, la produzione di questo giovane autore dovesse protrarsi ancora per molti anni a venire, quanto diventerebbero ingombranti i tomi dedicati alle sue brevi poesie, fra note esplicative, dediche, bibliografie, biografie, introduzioni e commenti?
“Anima di Poesia” contiene ventisette liriche multiformi, alcune dedicate a fatti di cronaca, come le catastrofi che hanno segnato gli ultimi decenni, altre alla natura, alla noia del vivere, all’amore. Le emozioni sono dolorose, private, e degne del massimo rispetto come la nostalgia per il padre defunto. Sempre presente la reverenza verso l’atto poetico in sé che è imprescindibile e aiuta a vivere.
I richiami pascoliani, e soprattutto leopardiani, sono infiniti, tanto da far sospettare, più che un’ispirazione, addirittura una immedesimazione dell’autore col cantore di Recanati.
La base, però, è ancora esile, fra versi cacofonici (d’un’alba d’autunno), una troppo evidente, addirittura dichiarata, imitazione del passato e punti esclamativi a sostituzione di un’emozione che non si ha la forza di esprimere. Ma, in questo magma, qualche rada stella brilla: i “capelli neri e vergognosi”, “monte che ti slarghi e in altezza”, “gli arbusti accesi”.
Netta ed evidenziata dall’autore stesso quella che egli chiama la sua evoluzione, cioè il passaggio dall’imitazione dei poeti dell’ottocento a quella degli ermetici novecenteschi, con la caduta della punteggiatura.(Da Supersonica in poi.)
Sicuramente dai primi aforismi di “Pensieri minimi e massime” a questa raccolta c’è un miglioramento evidente. Ecco, noi suggeriamo a questo ancor giovane aspirante poeta di prendersi meno sul serio, di non analizzare la propria poetica come fosse qualcosa di già maturo e compiuto, ma anzi, di spogliarsi della zavorra della cultura classica e lasciarsi andare all’onda delle emozioni, coltivandole, permettendo loro di fluire, incanalandole poi in armonia di forma e contenuto. Tutto ciò, attraverso uno studio della poesia meno auto-compiaciuto, più umile e sereno. Se egli riuscirà ad abbandonare, seppur temporaneamente e a malincuore, i poeti tanto amati, trovando una sua strada non manieristica, bensì spontanea, saranno sempre più numerose le prove riuscite, come la piacevole Torna l’estate e la promettente Eternità:
TORNA L’ESTATE
Torna l’estate
col suo incessante cicaleccio,
torna l’estate
per gli arbusti accesi
e per le vie,
per le montagne
e per le valli amiche.
È qui l’estate,
in questo luglio assolato,
in questo sole bruciante,
in questo raggio accecante.
ETERNITÀ
Oltre quel fumo,
oltre quella porta,
oltre il mare immenso,
oltre l’orizzonte sconfinato,
oltre le piogge di mezz’agosto
c’è una luce che io voglio attraversare,
c’è una soglia che io voglio varcare
in questa pioggia del mio vegetare,
in questo mare del mio non vivere.
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