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poesia

Marina Plasmati, "Il viaggio dolce"

28 Maggio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #poesia, #personaggi da conoscere

Marina Plasmati, "Il viaggio dolce"

Il viaggio dolce

Marina Plasmati

La lepre Edizioni

pp 166

16,00

Era come se avesse il mondo dentro al cuore, non davanti agli occhi

Il viaggio dolce” è quello che il protagonista del romanzo di Marina Plasmati sta per compiere di lì a breve, fatale ed ultimo. Il protagonista resta sempre “l’ospite di riguardo”, persona schiva che se ne sta chiusa in camera senza disturbare, parlando sottovoce, con mite gentilezza. Ma noi sappiamo bene chi è, anche se non viene mai nominato, è Giacomo Leopardi, e questo bellissimo romanzo costituisce quasi una versione in prosa delle sue poesie immortali.

Il romanzo racconta gli ultimi mesi di vita del poeta, quelli trascorsi in Campania, a villa Ferrigni, presso il cognato dell’amico Ranieri, e la Plasmati li ricrea attingendo direttamente ai testi leopardiani. Sono le stesse vicende e gli stessi protagonisti descritti in “Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi”, di Antonio Ranieri, senza la malignità piccata del biografo ottocentesco ma con il rispetto e compassione della studiosa.

Il paesaggio è lo stesso de “La ginestra”, il penultimo canto prima della morte, nato proprio in quei luoghi estremi e ripubblicato qui in appendice, insieme al “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani”. La ginestra è un fiore povero e tenace, dal profumo persistente, bello nonostante la sua ruvida semplicità, buono come le persone che abitano quei luoghi, capace come loro di strappare la propria esistenza al deserto - “contenta del deserto” - di sentirsene comunque pago, ma destinato, alla fine, a soccombere come ogni altra cosa. La ginestra ci parla della forza e dell’ostilità di una natura splendida e matrigna e di come l’uomo debba, con un atto di supremo coraggio, guardare in faccia la realtà, “nulla al ver detraendo”, riconoscendo negli altri esseri umani la stessa sua condizione e unendosi a loro per sopportarla. Il vulcano tiene in scacco gli abitanti, può risvegliarsi da un momento all’altro e distruggere tutto, come ha già fatto con Pompei, che il protagonista visita a dorso di mulo, può seppellire l’umana vanagloria in un soffio.

Ma per quanto cattiva, la natura resta vagheggiata, proprio perché tutto è così labile, caduco, effimero. Negare i valori della vita, tenersene lontani, serve solo a farli amare di più e il famoso pessimismo cosmico altro non è che un disperato richiamo di vita e d’amore.

Appena usciti dalla vista della villa, un panorama quasi senza orizzonte si aprì al loro sguardo: colline e vigneti a destra, macchie di alberi da frutta a sinistra, prati di fiori davanti, il vulcano inquieto alle spalle e il mare quieto in lontananza. L’estate rinvigoriva i colori, i sapori e gli odori di tutto il paesaggio con una forza impetuosa. La terra partoriva dappertutto virgulti e germogli di erbe, piante e fiori: l’aria ribolliva d’insetti rumorosi, impazziti alla ricerca di cibo, il cielo risuonava di canti di uccelli affannati al lavoro del nido, la luce stessa splendeva carica di un’intensità abbagliante. Tutto, persino il deserto di cenere e lava, sembrava esplodere di nuova vita.” (pag 88)

Esplosione e rigoglio che fa da contrasto alla violenza dello “sterminator Vesevo”, all’aridità del deserto di lava, al nulla che sta per inghiottire il poeta, al quale si può opporre solo una stoica rassegnazione, una dolcezza quieta, un amore sotterraneo e mai sopito per la vita, quella che rinasce alla fine nel grembo di Silvia. Quest’uomo schivo e triste, timido e amareggiato, persino un poco capriccioso a causa dei mali che lo affliggono, è l’essere più solo e più assetato di vita:

sognava la gloria e l’amore, volava col pensiero oltre ogni confine, creava con la fantasia mondi infiniti e nel frattempo vedeva la vita vera, la vita della carne e del sangue, fuggire lontano e non voltarsi indietro: la piangeva, la cercava nella pagina, la innalzava nei versi, talvolta, oppure la rincorreva per guardarla dalla finestra nella vita degli altri, rimpiangendone disperatamente l’assenza. (pag 25)

Tanta sofferenza è il risultato di una mente superiore rinchiusa in un corpo brutto e malato, è il risultato, soprattutto, di una sensibilità acutissima e dolorosa. “Un nonnulla lo poteva turbare fin nel profondo, in modo incomposto, eccessivo.” (pag 39)

Alla villa egli conversa con ospiti più o meno eruditi, ospiti che si rivelano di vedute ristrette, di animo coriaceo e fanno risaltare, per contrasto, la sua nobiltà sdegnosa. A un altro livello, invece, si muovono Cosimo e Silvia, due giovani servitori che si piacciono fra loro. Essi rappresentano tutto quello che il poeta vagheggia ed ha perso, rappresentano la materia stessa degli Idilli. Lei, ingenua, fresca e dalla voce ammaliante come Teresa Fattorini, la compianta e mai dimenticata Silvia di cui è ignara omonima. Lui giovane, forte, garzoncello scherzoso con ancora tutta la vita davanti, con le promesse in fiore, con il cuore buono e gentile. Infine c’è Pasquale, più vecchio, portatore di una saggezza antica. A loro, epitome di tutto ciò che di prezioso c’è, ciò che egli sta per lasciare, va l’affetto dell’ospite di riguardo.

E sono anche gli unici in grado di capire davvero la poesia, che parla direttamente al cuore attraverso scorciatoie intuitive. La poesia è considerata dal Leopardi come appartenente alla sfera dell’istinto, connaturata alle società e agli individui più semplici. Le domande che si pongono le persone ingenue, come il pastore errante dell’Asia, sono le stesse dell’umanità di fronte al mistero dell’universo, della vita e della morte, di cui tutti noi, filosofi o analfabeti, siamo ignoranti.

È la ginestra nostra quella, disse ad alta voce e la sua bocca si aprì al più semplice dei sorrisi.

Anche lui sorrise, continuando a fissarla.

Sì, è proprio lei, che ne dice?

“È bellissima, esclamò la ragazza con gli cocchi stupiti.” (pag 86)

È lo stesso stupore che ci coglie di fronte ai versi leopardiani, quando li leggiamo con umiltà e senza sovrastrutture, lasciandoci irrorare dalla loro bellezza.

Da notare l’uso del dialogo senza virgolette che trasforma le conversazioni in una sorta di indirekte rede, a metà fra l’agito e il pensato, fra narrazione e analisi del testo leopardiano.

La descrizione di questa Silvia rediviva ricorda il famoso quadro di Veermer e il romanzo di Tracy Chevalier.

“Il vento ricominciò a scherzare col vestito e i capelli, la veste aderì alle curve dei fianchi e disegnò il ventre gonfio di giovane ragazza. I capelli presero a svolazzare morbidi e giocosi sulla fronte e intorno alle orecchie. Un raggio di luce trasparente le colpì gli occhi chiarissimi e le illuminò le linee azzurrognole delle vene del petto e della nuca scoperta. La bocca risaltò di un rosso intenso, come le gote bagnate di sudore. Così, immobile, assorta in un sogno inondato di luce, la trovò l’ospite di riguardo, affacciandosi silenziosamente nella sua stanza.” (pag 84)

Lo stile è lirico e struggente, degna perifrasi di versi meravigliosi che sono nel cuore di tutti noi.

Sentiva che non era di felicità che si trattava, ma di semplicità sottile e sapientissima, la semplicità del fiore, della lucciole, della rondinella, di ciascuna creatura una ad una. Sentiva che non era comprendere o ingannarsi il dramma, m vivere, semplicemente vivere, come fa il fiore, la lucciola, la rondinella, vivere, per poi svanire, come fa ogni creatura, una ad una. Sentiva che nessuna consolazione né reticenza era possibile, che nessuna ambizione era essenziale, tranne la vita, semplice e sapiente, quella del fiore, della lucciola, della rondinella, di ciascuna creatura, una ad una E in ogni sua creatura, una ad una, la natura continua a trasudare delitto e tralucere grazia, in ogni sua creatura, per sempre” (pag 109).

Patrizia Poli

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Il fiume di Eraclito di Adriana Pedicini. Recensione di Nazario Pardini

23 Maggio 2015 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #recensioni, #poesia

Il fiume di Eraclito di Adriana Pedicini. Recensione di Nazario Pardini

Adriana Pedicini

Il fiume di Eraclito

Poesie

RECENSIONE DI NAZARIO PARDINI

Siamo il fiume che invocasti, Eraclito.

Siamo il tempo. Il suo corso intangibile…

Jorge Luis Borges

Istantanee di vita

a fermare il tempo,

amore della vita

che lenta scivola nel rimpianto,

timore della morte

e nessun rimedio per fermarla.

Crogiuolo di mille domande

sulle ali di una farfalla.

Partire da questi versi dal sapore di vita, dalla visione di un tempo che scorre veloce senza darci la possibilità di palpare il presente irrequieto e inafferrabile, significa andare a fondo di una poesia complessa e inquietante. Di una plaquette che tocca i tasti più dubbiosi del fatto di esistete e che mette in campo i dati della realtà fenomenica e quelli di un ripiego escatologico di grande complicanza esistenziale. Sta qui il polemos tra gli opposti eracliteo; il pascaliano dissentire tra rien e tout. Sì, c’è la vita con tutta la complessità dei suoi ricami: saudade, mistero, nostos, melanconia, inquietudine, memoriale come fonte di amore, come tuffo in profumi di acacie:

Dietro il lento oscillare delle acacie

sale la filigrana del ricordo

del lungo ramo

che sbatteva alla finestra

e tra i fiori acri sfiorito il volto

e immobile lo sguardo.

Anche oggi

tra i passi lenti

di questa primavera

solo si spande nell’aria

il profumo dolceamaro

delle acacie.

Ai cigli delle vie fuori città

sui terrapieni corrono,

nei giardini e nelle aiuole cittadine

i fiori bianchi fluttuano sgranandosi

al vento gelido di fine marzo

che ora come allora

asciugandole rapina le mie lacrime.

Di te

solo il profumo dolceamaro

delle acacie (Le acacie di marzo).

Si nota fin dagli inizi il disagio della Nostra di fronte al confronto tra l’esistere e l’infinitezza degli spazi che ci circondano. E’ troppo umano questo esserci; troppo limitato, troppo precario:

Ho pianto il mio dolore

ho pianto la gioia

l’odio ho pianto

di quest’effimera vita.

Tutto sembra inutile

e il vivere sia fatto invano

in attesa del tempo senza tempo.

Eppure più forte è il desiderio

di questa precaria vita

come di assetato

che mai estingua alla fonte

nel cammino

la bramosia di lunghi sorsi,

di conservare sulle labbra

e in ogni fibra

della fresca estasi

il brio (Vita),

ed è per questo che allunghiamo sguardi in lontananze sperdute con la speranza di trovarvi la soluzione ai tanti perché dei nostri irrisolti e irrisolvibili dilemmi. C’è in ognuno di noi il desiderio di fermare la clessidra, di arrestarne l’ingordigia che fagocita le cose più preziose della nostra terrenità. Forse è ricorrendo proprio ai ricordi o al sogno che si cerca di riportare alla luce ciò che resta di questo sacro patrimonio nel tentativo di prolungarne la storia:

A brace spenta

bruciano

le mani del sogno

caldo in cuore.

Neri rami s’elevano

sterile fumo

alla neve del cielo.

Di pioggia le nuvole

s’ammassano dense

segni fatali di sorte.

Pace o segno di

nero silenzio

questa assenza di voce (Sogno),

nel tentativo di placare il dolore delle sottrazioni, rifugiandoci in una alcova di volti rassicuranti, di primavere innocenti troppo presto sparite, chiedendo collaborazione ad una natura profumata e umanizzata per configurare e dare corpo a forti emozioni. D’altronde il nostro sguardo è limitato e incapace di andare oltre gli orizzonti che ci limitano. E si rischia di sperderci in mondi sovrumani, in ambiti d’infinita estensione per le nostre flebili forze; per noi che viviamo l’”amore della vita/ che lenta scivola nel rimpianto,/ timore della morte/ e nessun rimedio per fermarla”. Thanatos e eros, vita e morte, speranza e rimpianto, rimpianto e nostalgia per parole non dette, per cose non fatte, cosciente, la Nostra, della precarietà dell’esistere e della sua definitiva ultimazione:

Scivola ancora

di nuovo

più fitta la pioggia

lungo i muri e le pozze riempie

porta suoni lontani di voci

sopite per sempre,

la nostalgia porta di una vita

che non è quella da vivere.

Sfilza le ore

e grava l’aria di cupi ricordi.

Tutte son morte le foglie

e la vita è un desiderio

strozzato nel cuore.

All’orizzonte

il nulla di questo giorno.

Sull’impiantito della mente

disegno il mio larario antico

e di ghirlanda adorno

il posto vuoto (Nostalgia),

una dualità, una contrapposizione di estremi la cui simbiotica fusione si fa alimento della scioltezza eufonica del poema, i cui versi, combinandosi con quelli che sono gli input vicissitudinali, si risolvono in brevi e apodittiche soluzioni; in un linguismo che fa della metaforicità la base d’appoggio per verticalità meditative; per confessioni di ontologica complessità emotiva. E’ qui il nocciolo della substantia di questa poesia; sta tutto in una versificazione stretta e monoverbale, anche, incisiva e redditizia, per il valore etimo-fonico e comunicativo dei significanti. La parola è sufficiente a se stessa, si fa unità morfosintattica e risolutiva per un pensiero di intensità epigrammatica sul rapporto della vicenda umana col tempo; tanto che, dal polimorfismo di accostamenti inconsueti, emerge, con nettezza parenetica, che la vita è il tempo prestato dalla morte. “La vita è un naufragio, ma nelle scialuppe di salvataggio non dobbiamo dimenticare di cantare” affermava Voltaire. Anche se illuminista, anche se della ragione faceva il fulcro dei suoi convincimenti, in tale affermazione presagiva uno dei motivi focali del primo ottocento: il mare; quell’immenso spazio che più si avvicina al bisogno di libertà; ma di una libertà vaga, indeterminata di memoria delacroisiana cercata inutilmente dai romantici, anch’essi còlti da quel malum vitae che portava, spesso, a pessimismi o a melanconie congenite di memoria leopardiana. Alfredo Panzini definì i Poeti “simili al faro del mare”: quel faro che illumina una parte di un tutto sommerso dalla notte. E’ in quel mare che si perde l’animo del Poeta incapace di andare oltre quella scia che invita a più ampie navigazioni. Questo è tutto ciò che troviamo nella poesia della Pedicini. Una poesia complessa che fa degli interrogativi esistenziali il cuore del canto; un canto, che, con grande partitura musicale, e con urgente partecipazione panica, ci prende per mano per inoltrarci, al fin fine, in quelli che sono i valori della vita. Sì, perché porsi le tante questioni sulla nostra venuta, non significa altro che amarla questa storia; esserne integrati moralmente, civilmente ed esteticamente; esserne passionalmente avvinti tanto da non dimenticare di cantare sulla scialuppa di salvataggio; perché, in definitiva, sono proprio i dolori a farsi gradini di una scala tramite cui ci eleviamo a cime spirituali le più vicine all’inarrivabile “… E se la costante della vita è, in definitiva, il dolore, in esso è anche il riscatto della dignità umana, oltre che l'unico veicolo possibile della conoscenza (πάθει μάθος). E, inoltre, esso predispone ad una dimensione altra, dove il dolore è anche il veicolo per raggiungere livelli spirituali alti, in cui la Fede e la preghiera risultano essere di significativo impatto sull’animo umano che in tal modo “graziato” produrrà positive energie con ricadute notevoli nella personale vicenda esistenziale” (dalla prefazione dell’Autrice).

Quando il dolore

avrà macerato

le fibre del mio cuore

stilleranno i ricordi

in gocce di parole.

Nazario Pardini

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Pascoli a Livorno

21 Maggio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #poesia, #personaggi da conoscere, #luoghi da conoscere

Pascoli a Livorno

Penso a Livorno, a un vecchio cimitero

di vecchi morti; ove a dormir con essi

niuno più scende; sempre chiuso; nero

d'alti cipressi.

Tra i loro tronchi che mai niuno vede,

di là dell'erto muro e delle porte

ch'hanno obliato i cardini, si crede

morta la Morte,

anch'essa. Eppure, in un bel dì d'Aprile,

sopra quel nero vidi, roseo, fresco,

vivo, dal muro sporgere un sottile

ramo di pesco.

Figlio d'ignoto nocciolo, d'allora

sei tu cresciuto tra gli ignoti morti?

Ed ora invidi i mandorli che indora

l'alba negli orti?

O i cipressi, gracile e selvaggio,

dimenticati, col tuo riso allieti,

tu trovatello in un eremitaggio

d'anacoreti?”

Giunge improvvisa, nel 1887, a Giovanni Pascoli (1855 – 1912) la notizia che il ministero lo ha trasferito da Massa a Livorno, dove ha ottenuto un incarico presso il liceo Niccolini Guerrazzi. Sgomento, si confida col Carducci che lo esorta comunque ad andare verso il cambiamento. Sappiamo tutto del trasferimento grazie agli scritti della sorella Maria, “Lungo la vita di Giovanni Pascoli”.

Dopo l’uccisione del padre e gli altri tragici lutti familiari, Giovannino ha preso con sé Ida e Maria, le due sorelle, e con loro si trasferisce nella città costiera. Il 31 ottobre parte in treno, le sorelle lo raggiungono su un barroccio carico di mobili, con la gabbia dell’uccellino Ciribì. La gattina di famiglia sfugge dal canestro e non si fa trovare. Sarà un bravo vicino a riconsegnarla la settimana successiva.

Dal luminoso alloggio campestre di Massa, si ritrovano catapultati al quarto piano di uno squallido appartamento in via Micali. Giovanni comincia a insegnare al liceo, dà anche molte lezioni private ma i soldi non bastano mai, fra cambiali da pagare, mobili da acquistare e libri indispensabili per l’insegnamento e gli studi.

La famiglia vive in grandi ristrettezze, Giovanni non si integra subito sul luogo di lavoro e si sente poco stimato dai colleghi. Continua ad aspirare, come tutti gli insegnati livornesi, a un posto in Accademia, ma intanto accetta anche un incarico in un collegio di Ardenza. Ha solo una mezz’ora d’intervallo nella quale corre a casa per mangiare un boccone ma finisce, come ci racconta Maria, per addentare pane e salame in carrozza. Prende anche in casa uno studente che prepara senza successo per gli esami.

Il tempo libero è poco, con due sorelle a carico c’è da pensare solo a sbarcare il lunario. Nonostante ciò, è qui che prende corpo parte della raccolta Myricae, poi pubblicata dall’editore Raffaello Giusti, è qui che si delinea al poetica pascoliana, antiretorica, aderente alle cose.

Ed è in questo periodo che Giovanni s’innamora di Lia, una giovane cantante figlia di un musicista che abita davanti al liceo. In una poesia ce la descrive con le vesti troppo corte per l’età.

“Lia giovinetta, ardisci dunque, parla;

di’: « Cara madre, corta è piú la gonna

che non convenga; or pensa ad allungarla.

Fiere pupille seguono moleste

i passi miei di giovinetta donna;

ond’io vorrei piú schermo della veste ».

Troppo io so bene quale a me talora

da te derivi immemore malia,

che gli occhi avvallo, e il volto trascolora;

di che tu avvampi, o giovinetta Lia!

Vicissitudini familiari, la possibilità poi evitata che la sorella Ida sposi un giovane non gradito, gli fanno volgere le spalle all’amore per concentrarsi sui doveri di famiglia.

Anche se gravata da pensieri economici, la vita dei fratelli è serena. Frequenta casa il poeta Giovanni Marradi; Pietro Mascagni musica la lirica “Sera d’ottobre”.

“Lungo la strada vedi sulla siepe

Ridere a mazzi le vermiglie bacche:

nei campi arati tornano al presepe

tarde le vacche.

Vien per la strada un povero che il lento

Passo tra foglie stridule trascina:

nei campi intuona una fanciulla al vento:

fiore di spina!”

Sono frequenti le incursioni alla fiaschetteria in via Maggi, insieme a Carducci, o le passeggiate fino a piazza Cavour per acquistare dolci che allietano le serate. La casa si riempie di uccellini ma il preferito resta sempre Ciribì.

Quando i problemi economici un poco si acquetano, si trasferiscono tutti in una villetta con giardino, sempre in via Micali. Giovanni vince il Veianus, un concorso olandese di poesia latina, ma è costretto a impegnarsi la medaglia per risolvere il problema di una certa cambiale e le sorelle finiscono per mettersi nelle mani di un usuraio.

Il soggiorno labronico termina nel 1895 con una nomina in altra città. Livorno, che lo aveva accolto con freddezza, gli tributa stima e onori, richiamandolo nel 1911 per fargli tenere un discorso all’Accademia in occasione del cinquantenario dell’unità d’Italia.

Il legame con la città resta e se ne sentono gli influssi in numerose poesie, fra le quali Il conte Ugolino.

“Ero all'Ardenza, sopra la rotonda

dei bagni, e so che lunga ora guardai

un correre, nell'acqua, onda su onda,

di lampi d'oro. E alcuno parlò: «Sai?»

(era il Mare, in un suo grave anelare)

«io vado sempre e non avanzo mai».

E io: «Vecchione,» (ma l'eterno Mare

succhiò lo scoglio e scivolò via, forse

piangendo) «e l'uomo avanza, sì; ti pare?»

E l'occhio, vago qua e là mi corse

alla Meloria...”

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RESURREZIONE

22 Aprile 2015 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia

RESURREZIONE

POESIA dalla raccolta Il tempo di Eraclito di Adriana Pedicini

Resurrezione

Ti ho cercato lungo i sentieri dell’anima

dal dubbio dilaniata e non Ti ho trovato.

Ti ho visto apparire nei volti depredati

dalla fame, dove a brandelli gli ultimi gridi

preludio di morte si smorzano nell’eco smarrita

della guerra. Ti ho scorto dinanzi alle favelas

e nei vicoli ciechi di periferia ove fiere umane

di oltraggi osano Te schiaffeggiare negli infanti volti

mentre sul mondo nudo si frantumano le tenebre.

E ci lasciamo dormire la vita senza speranza alcuna

fino all’ultimo sonno, con le labbra serrate

fino all’ultimo addio. Mute le parole e sospeso il Tempo.

Nel turbinio del vento della sera prede d’angoscia

le inquietudini quali peccaminose messaline

che nenie di prefiche accigliate non placano

lacerano l’anima mentre fluisce nei muti lucori

delle ortiche, sembianze eretiche del graffio della croce.

Sulla nostra strada leviga i passi il vento sferzante

di maestrale tra le nebbie concubine delle forme

velate degli alberi, e li ricopre la malinconia del tempo

tra le ebbrezze sanguigne dei filari e le spighe di vita pregne

nel meriggiare lento dell’estate alla ricerca di Te, Signore.

Nella breve stagione della vita silenti sono le parole tue

agli ottusi orecchi e tra le tenebre del cuore rari

raggi ardono imperscrutabili prima che sulle labbra

non sia parola il nome tuo ma sospiro che riempie il cuore.

Si aggruma la paura nelle pieghe fugaci dello spirito

di opprimere l’innocenza, sulle gioie come libellule

rapide della fantasia l’anima teme l’incedere torvo

delle pene, e nel dormiveglia della coscienza enfatiche

le voglie della colpa antica verranno da sé incontro

ai nostri sguardi fin quando fino alle ignote stelle un’orbita

biancheggiante come l’alba risplenderà sulla divelta pietra

dopo l’orrore dell’ora nona della parasceve.

RESURREZIONE
RESURREZIONE
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Fabio Strinati, "Pensieri nello scrigno"

15 Aprile 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #poesia, #fabio strinati

Pensieri nello scrigno

Fabio Strinati

Edizioni Il foglio, 2014

pp 121

12, 00

I rintocchi di un metronomo paiono accompagnare “Pensieri nello scrigno”, raccolta d’esordio di Fabio Strinati, edita dalle edizioni Il Foglio, nella collana di poesia curata da Cinzia Demi.

A metà fra classicismo e avanguardia, non sono versi di facile lettura, potrebbero quasi far pensare a parole messe l’una accanto all’altra, se non ci fosse quella specie di ritmo - appunto musicale, ma d’una musica non troppo orecchiabile – a percorrerle e unificarle, se non s’intuisse, al contrario, uno sforzo di scarnificazione totale. Si capisce che l’autore ha letto molta poesia, ha cercato di comprenderla senza riuscirci sempre, ha prodotto qualcosa che chiede a noi lo stesso sforzo e anche la medesima fiducia. Il poeta è ormai “svestito di poesia”, e pure con una certa nostalgia, il suo è un “brado gergo, “privo di rime assai palese intralcio”. Il suo è tutto un limare, togliere, decantare, incanalare, quasi temendo che le emozioni possano debordare, dirompere in romanticismo. Meglio tenerle a bada con un lessico chirurgico, e, allo stesso tempo, onirico e siderale, un lessico che si connota per il suo contenuto ma, soprattutto, per il suono.

I temi sembrano essere quelli cari a ogni poeta e a ogni animo sensibile: la notte, la solitudine, l'amore, la morte, il dolore, l’amarezza, anzi, “l’amaritudine”, che nei giovani è, a volte, molto più agra che negli anziani, il cui dolore è intriso di rassegnazione.

Due cani un batter d’ali

un’amaritudine squarcia il petto

quel suo dolore caldo

La punteggiatura è poco usata, a tratti si sente che la ricerca stilistica è ancora in fieri, com’è giusto e auspicabile che sia, ed il tecnicismo risulta, sì virtuoso, ma anche ostico, ermetico, cacofonico: “subsannatamente egloga”, “tralatizia trasmigrano”.

Ma ci sono pure bagliori già perfettamente maturi e felici, come “Scremato è il grecale”, “il passato del becchino gentiluomo”, “il configgersi d’un raggio”.

Siamo sicuri che tutta questa investigazione retorica, alla fine, soddisfi l’autore? Siamo certi che egli non provi rimpianto per rime più “aperte e chiare”? Non è forse un’involontaria confessione quel “vorrei poter chiamare il flauto per nome?”

Vorrei poter chiamare il flauto per nome,

benedette contagiose bocche

l’ipocrita pugnale il derelitto ceppo

di appassiti fiori una e più corone

E su questa falsariga concludiamo, riportando una delle poesie meno criptiche, e per questo più gradita al nostro palato.

HO INCONTRATO IL POETA

Ho incontrato il poeta svestito di poesia

del candelabro un’abatjour silente

del pettirosso un lessico vitreo

quantunque la sola pena

il sopito fischio

del nespolo l’eterno

sulla soglia il fico

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Percorrendo il cammino poetico di Michela Zanarella

14 Aprile 2015 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #poesia

Percorrendo il cammino poetico di Michela Zanarella

Nel 2006 pubblica “Credo”

Osservatrice, ma non sempre osservatrice allo stesso modo. Inizia osservando cose e situazioni, quasi volendole descrivere, cose come lampada accesa, tinozze colme, neve pini e sentieri, diciamo che i primi passi poetici di Michela Zanarella sono pittorici. Alcuni versi, i primissimi, dove la rima si affaccia birichina, non ritraggono ancora la profondità di Michela, ma sono pur sempre parte di un ritratto, raccontano l’inizio di una storia. Credo è quindi il lavoro più dinamico, presenta uno sviluppo molto rapido e passa dal dipinto alla contemplazione dello stesso in poche pagine. L’incontro con la morte sembra il punto di svolta, acquisendo la matura consapevolezza che a un certo punto le persone, dopo esserci state, non ci sono più, l’autrice smette di guardare in basso e comincia a guardare su, trovando il senso che piano piano, verso dopo verso, si plasma nella propria percezione.

Seduta davanti

A una pallida luna

Poetando versi d’amore

Tra infinite stelle

In una notte silenziosa

Ispirata

Da lieve brezza marina

Ecco la consapevolezza non più descrittiva che caratterizza la poesia più matura di Michela, comincia a farsi prepotentemente avanti. Lapilli. Non a caso la foto della locandina ritrae lapilli.

Ma la poesia di Michela può anche diventare un grido accusatore:

ladri di verità

profeti dell’esoterismo

picchiatori dell’onestà

destreggiatori di ipocrisia

imprigionati

nel girone infuocato

dell’inferno.

Si affaccia anche la sensualità, ma non è dichiarata, semmai è materna, tra l’altro la figura della madre fa spesso capolino qui e là. Anche la sensualità del sonno, dove l’essere donna di Michela rispetta il riposo dell’altro e lo osserva reprimendo le proprie aspirazioni nella contemplazione. Ridiventa un pulcino mentre, ammirata dal fluido vitale che traspare dalla pelle dell’altro, si lascia andare al sogno.

t’abbraccerei

finché il giorno non arriva

Finché i sogni

spengono la realtà

Finché una voce

sussurra eterno amore

Ma chiudo gli occhi

E vicino a te

M’addormento

Nel 2007 pubblica Risvegli

Molte poesie sono notturne, e il rapporto con la natura domina gran parte delle scene. Per Michela la poesia è un nettare, e come tale va succhiato dall’ape:

O poesia, nettare prelibato di pazienza

Dice Michela, e sembra che il titolo della sua seconda raccolta, Risvegli , sia quanto di più azzeccato. Sorge la poesia, cresce e borbotta, come se il vulcano che si preparava ad eruttare finalmente lo può fare zampillando libero con lanci di lava e lapilli che di lì a poco diverranno pietre. Ma è un’eruzione gentile, si può contemplare, non siamo davanti ad un vulcano assassino, non presentiamo tsunami o terremoti, è solo un borbottio che finalmente salta.

Ed è in genesi che si manifesta interamente. Dice Michela: nata per essere libera, e questa liberazione la porta all’allegria del giardino con l’erba che cresce, del granaio con i suoi odori, sembra di sentire gli odori della campagna, l’erba falciata, il fieno, si sentono anche i suoni, il frinire delle cicale, i grilli, qualche muggito… fino a ritrovarsi al mercato dei sogni, dove donne e giovinette con le gonne al vento van di fretta. Immagini della vita quotidiana: pigolante, gaia, vita che si risveglia dopo aver stentato a capire che gioia e dolore altro non sono se non indispensabili ingredienti del divenire umano. Ecco il senso di risvegli, giocosa, quasi trilussiana, quando dice: Nell’ombra un’ape ancora insonnolita si avvicina al candido fiore, del profumo si compiace e zitta zitta si innamora.

Poi ritrova le care montagne e capisce quanto sia bella e grande la distanza tra loro e lo sguardo.

E finalmente la descrizione, l’identificazione, la sensazione dell’amore condiviso, realizzato o no, poco importa, comunque è un discorso a due, e anche qui non conta l’oggetto del componimento, conta il percorso interiore che ci porta a comprenderlo, la ricerca dell’anima in ogni gesto di vita.

L’incanto fu

Tessere la tela del nostro vivere

Scegliendo d’essere meta l’uno dell’altro

Stringendo le nostre certezze al petto

Con tutta la forza di chi non teme nulla

Beato il divino

Che ci ha uniti quel giorno

Seguendo questo percorso si trova anche il figlio, cos’è un figlio?

Carne e spirito inediti alla vita

Nel passo successivo sembra che l’autrice abbia preso coscienza che la vita è profonda e che l’immobilità umana ha le sue dinamiche, tormentate dalla natura che ci contempla, forse ride di noi, ma è comunque afflitta dal nostro allontanarci, non si cura di noi che la maltrattiamo senza ascoltarla.

Michela, crescendo, non è più la poetessa che ascolta i grilli e le cicale, o forse lo è ancora, ma in modo ben diverso, non racconta più, ma si fa ambasciatrice del mondo che, ci trasmette Michela, attraversa ogni istante la fredda pianura, e dal silenzio di un cortile, non riesco a trattenere le lacrime per la mia assenza

Nel 2009 pubblica Vita, infinito paradisi

Essere consapevole, fino all’ultimo sorso d’orizzonte, della propria vita, della propria limitatezza, del proprio essere nulla oltre la coscienza, e quindi questa coscienza deve vivere pienamente, per cui ogni istante, ogni momento va vissuto sapendo che i piedi calpestano la superficie della terra e che sotto la terra c’è un bollore incessante, mentre la testa si avvicina, nel limite della nostra statura, al cielo, e sopra, sopra il cielo, e più su ancora c’è un movimento misterioso. La superficie della terra è il linguaggio con cui ci parla, ciò che vediamo è un’espressione della natura, e noi ne percepiamo ciò che ci consentiamo di percepire, comprendiamo ciò che delimita la nostra coscienza. Noi non vediamo ciò che è, ma solo ciò che ci aggrada vedere. E dicendo

Beate le onde

zingare perenni

Ci fa capire che non si è liberi come le onde ma fissi come uomini, e piangiamo l’orizzonte lontano, sempre irraggiungibile.

Vissi a lungo sperando che il carretto

Della mia inquietudine si fermasse

A fiancheggiare le pupille ardenti

Della giovinezza

Portando la mia anima

A contemplare quel domestico

Infinito rannicchiato nella luce

L’infinito domestico, quello che scopriamo vicino a un caminetto, dietro a una finestra, nel pentolone della polenta, nel racconto dei nonni… ma poi la strada ci prende sempre e quell’infinito non è più tale, ed occorre andare oltre la superficie, ma… ma anche se scavi la terra, quello che vedrai sarà sempre superficie. Solo da morti si entra nella terra e la superficie non è più.

Nel 2011 pubblica Sensualità, e nel 2012 pubblica Meditazioni al femminile

Qui sembra tornare alla contemplazione delle cose e delle situazioni, è come se la poetessa avesse voluto, dopo un viaggio iniziatico, tornare a ciò che l’ha animata, tornare alle origini, avendo coscienza di aver compiuto un cammino che l’ha portata a vedersi dentro. La capacità di osservazione è molto più acuta, l’aggettivazione si è andata via via diradando, ed ecco che

Trasloco lacrime

In un tappeto

E poi

Era bacio maledetto

Quell’arteria di luce

Chiusa nelle ultime saggezze

Di novembre

E finalmente si affaccia anche la fede, in ho pensato a te, Dio

È tempo di accendere preghiere

A riempire di grazia

Qualche itinerario d’anima.

Ho pensato a te, Dio,

quanto poco è il mio senso

di donna

senza l’ossigeno della tua luce.

Nel 2013 pubblica L’estetica dell’oltre e nel 2014 Identità del cielo

Arriviamo alle ultime poesie, dove il verso è maturo, asciutto, non più descrittivo, meno aggettivato, dove il lettore non viene più accompagnato alla lettura, ma si trova da solo, a combattere con versi scuri, sebbene sempre accesi, come se si passasse da uno spiraglio di luce per emergere di nuovo a quanto il dubbio esistenziale ci consente di capire, dubbio che alberga in tutti noi, che occorre esplorare per vivere le proprie ansie, i propri amori, e per percorrere la propria strada, per aprire le ali e spiccare il volo.

Essere nel tempo

Che ti sfoglia

Corpo e distanza

Come sudario nel cielo.

Ripetere membrane

D’aria

Un silenzio

E l’ombra di un umano

Azzurro

Accettando il ritmo

Di epidermidi e meteore.

Quel che vuole il mondo

Resta impronta creduta contorno di luce,

poi nel vero

strofinato il fango

si vede un limite in somiglianza a polvere

che dispera.

Michela ci travolge come i lapilli di un vulcano che erutta senza aggredirti. I lapilli, ricordiamo, sono fuoco e diventano pietra. E se le parole sono pietre, cos’erano prima? Quindi mi piace chiudere questo mio intervento, prima di dare la parola all’autrice, con questi suoi versi:

Comincio dalla polvere di un ricordo

Come qualcosa che amo

Claudio Fiorentini

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Sandro Angelucci, "Si aggiungono Voci"

30 Marzo 2015 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #poesia, #recensioni

Sandro Angelucci, "Si aggiungono Voci"

Tempo addietro mi capitò tra le mani una meravigliosa e antica poesia degli indiani d’America (*) che ben rappresenta quello che fu il loro profondo amore e rispetto per la terra, che li rendeva capaci di capirne i minimi messaggi. Leggendo i versi di Sandro Angelucci ho ritrovato quello spirito contemplativo, quella capacità, per certi aspetti animale, di capire il linguaggio degli elementi. E il fatto è che gli elementi parlano con un linguaggio immenso, ma così minuscolo, così piccolo, che risulta difficile fermarsi ad ascoltare. Occorre prendere le pinze da orologiaio e fare gli stessi minimi movimenti per cogliere la brevità del volo di un’ape, la dolcezza di una piuma, il respiro del vento o il tremolio di un fiore su un prato. Non parlo di tempeste, di fiori giganteschi, ma di brezza e di fiori in un prato, un prato che non ha bisogno di essere sconfinato per stupirci, perché si riassume tutto nel nostro sguardo, canta nella sua pace, vive nel suo lasciarsi pettinare o calpestare. Mi viene in mente Vivaldi, ma non la sua tempesta, non il suo allegro, semmai qualche adagio appena accennato, che però, anche nella sua delicatezza ha il potere di trasformarsi in tuono e temporale.

La poesia di Sandro Angelucci risveglia in me quelle sensazioni. Quindi anch’io prendo in mano quella realtà, con le pinze da orologiaio, perché a volte la bellezza è fatta di cose minuscole, e non puoi prenderla in mano perché le dita sono troppo tozze e grandi, occorre quella delicatezza che non hai, le cose belle sono tanto piccole che se tentando di prenderle con la mano ti cadessero per terra, si confonderebbero con la polvere del pavimento. E qui la poesia riesce nel suo intento: “sono le traiettorie / senza nessuna logica apparente / la speranza”, già, le traiettorie. Nulla vi è di più effimero, perché nell’attimo stesso in cui le esprimiamo loro non sono più, sono solo linee immaginarie, in realtà è il movimento che le traccia, ma non esistono, come non esiste la speranza, se non nella nostra mente. Ma traiettoria e speranza non possono essere separate, loro vivono sempre insieme. Quindi “saranno i voli” indipendentemente dalle traiettorie, che ci salveranno.

Cogliere quindi il volo di un merlo, il battito d’ali di una farfalla, il ronzio di un’ape, il muggito di una mucca che non vedi, perché è lì nella sua stalla, lontana dal suo antico mondo. Ma non è poesia campestre, pur se il richiamo della natura è dominante, l’autore non si discosta dal suo mondo di “Abbrutiti. Schizofrenici. Impazienti.” Quel mondo siamo noi, mentre “… l’uccello non finisce di cantare / il vento / prende a respirare con le foglie / e le montagne / (immobili, sicure) / aspettano l’arrivo della luce”. Imperturbabile, la natura, continua il suo percorso, e pur se noi insistiamo “(distratti, inebetiti) / a spargere catrame, a bestemmiare”, lei ristabilisce sempre i suoi equilibri. Quindi l’autore contempla questa natura, e dice al merlo “Se fossero di piombo le tue bacche, / se al posto del becco / avessi una mitraglia / t’inviterei a spararmi addosso”.

Ma alla fine il poeta sa che non succederà, e continua il suo volo di versi, che come “una goccia di miele / che cade nel latte bollente” si dissolvono nel lettore per diventare un nuovo pensiero, perché “un grumo di bellezza che si scioglie” ha una forza struggente e regala la speranza di un nuovo battere di ali.

(*)

Perso

Fermati,

gli alberi davanti e i cespugli di fianco a te

non sono persi.

Ovunque tu sia, si chiama QUI,

e tu lo devi trattare come un potente sconosciuto,

devi chiedere il permesso di conoscerlo

e di essere riconosciuto

La foresta respira. Ascolta. Risponde,

ha creato questo luogo intorno a te,

se lo abbandoni potresti ritornare ancora, dicendo QUI.

Mai due alberi saranno uguali per il corvo,

mai due alberi saranno uguali per lo scricciolo.

Se ciò che un albero o un ramo fa non ha effetto su dite, tu sei sicuramente perso.

Fermati.

La foresta sa dove sei. Devi lasciare che ti trovi.

Antica poesia degli indiani americani.

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Nazario Pardini, "I canti dell'Assenza"

16 Marzo 2015 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #recensioni, #poesia

Nazario Pardini, "I canti dell'Assenza"

Vedo l’angolo di una casa a sinistra, e davanti campagna libera che digrada a valle come la voglia di correre di un bambino. Va, quella voglia, nel sogno che incarna un tempo che fu e che continua ad essere. Non vedo una città con le sue borgate, con i suoi centri privilegiati. Lo spazio che mi accoglie è ben lungi dal proporsi chiuso e grigio. I colori che dominano sono il verde e il giallo della primavera, il bianco dei fiori. Questi canti non chiudono la percezione in un magazzino, semmai da lì escono per correre con il pensiero, quel pensiero libero, giovane, pensiero spensierato.

Così, leggendo questi canti vivo l’assenza, eppure le immagini sono presenti, le stesse immagini che ho visto in altre poesie dello stesso autore. Prati sconfinati che ospitano la giovane libertà, viva nel poeta e vivace nel lettore, libertà che mi prende per mano e che nei versi diventa musica. Ed io “attratto dai richiami del meriggio” volo quel volo che Icaro visse in parte. E anche se “è un naufragio per la nostra essenza” non naufrago, semmai mi ritrovo il giallo autunnale di un novembre che insiste, poi “ascolto i silenzi dell’anima” e vago alla ricerca di me stesso.

Queste poesie, molto intime, molto personali, mi chiedono di diventare Nazario bambino, e vedo che nel fondo dell’anima il poeta è rimasto quel Nazario bambino, non si è perso, e corre nei prati, vive in un ricordo di un tempo che in tutta la sua crudeltà scompare per lasciar spazio ad altro tempo.

È una poesia molto naturale ma non naturalistica. Gli odori della natura ci sono tutti, e sono forti, presenti. Torno ai miei otto, dieci anni, e quel regalo della vita è di nuovo in me, non è stato sommerso dagli anni, semmai è tornato in primo piano facendomi giocoliere incauto.

E infatti “Non sarà la sera che calante / annuncia solo un giorno che va via / coi suoi colori vecchi. Declinante / il segno non sarà della mia vita / volta a rammemorare. Alla natura / riaprire le finestre di un ostello / non varrà che annunciare alle mie mura / colori di serate ritrovate.” Mi dona questa ribellione.

Ma il seguito, questi canti vanno letti in ordine, è un “presto ritornerò”, perché si torna, sempre. Il tempo è un ciclo che consuma le forze, ma che torna sempre all’inizio, l’istante in cui non si è e non si sa. Prima e dopo. In mezzo c’è la vita, e tutta intera va vissuta.

E non basta, perché il poeta ci invita, ci sfida, ci rende partecipi quando ci dice “E tu che fai, non suoni? A cosa pensi, / perché resti da te?”. Allora percepisco il messaggio di questo canto come uno scuotimento dove il poeta mi prende per mano e mi sprona a cantare con lui, ma con il mio canto, con quello che posso fare, perché io sono come lui, insieme stiamo giocando nei campi, insieme “immaginiamo di essere un’orchestra / di veri musicanti che in concerto / suonano melodie per la platea”

Vado avanti, sono ancora con il poeta, vedo che “Poi giunto è ottobre a mietere le foglie / di una stagione che ha reciso il sole”, e pur sapendo che “Il frutto cade / del giorno ormai maturo ed è la notte”, non vado a dormire, perché lui con me rimane a contemplare il mondo, perché “se restava solo, nella sera, / si abbandonava un po’ alle sue memorie. / cespiti in boccio / voci di sorgente / occhi indomiti da equino all’età / che aveva gli anni della primavera.” Ecco la ribellione all’abbandono, gli occhi che indomiti guardano quel bambino e lo fanno vivere ancora.

Così “Giovinezza: / sortivi il tuo profumo / intento ad un sorriso dolce amaro.”, sei sempre lì, giovinezza, anche se ti abbandoni al flusso del tempo e “ti trattieni con aria indifferente / sulla panchina della piazza verde / a seminare amore.”

Insomma, non voglio parlare della tecnica poetica, della fluidità dei versi, della musicalità di questi canti. Posso solo dire quale effetto ha su di me la poesia, e in questo caso, i canti di Nazario Pardini. Mi sono quindi lasciato guidare, non ho pensato alla storia del poeta, non ho cercato il suo vissuto, perché le poesie, secondo me, non devono essere lette come un diario, ma vissute come uno sprone. Quindi ho rivissuto la mia storia, perché questi canti parlano al mio IO profondo, diventano quasi un alter ego, una guida che mi scuote, e che stimola la mia creatività, facendomi migliore.

Ringrazio Nazario Pardini per l’opportunità di leggere queste belle pagine

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Quello che sono

8 Gennaio 2015 , Scritto da Marco Lucchesi Con tag #marco lucchesi, #poesia

Quello che sono

Non sono un Grande Poeta…

…“Voglio fare con te

ciò che la primavera fa con i ciliegi”…

non voglio declamarti immagini

non riesco a ricamare vento

a tessere stelle per i tuoi occhi…

…“Farò della mia anima uno scrigno
per la tua anima”…

Non riesco a recitarti

per sembrarti nobile,

solo per apparire al mondo

solo per lasciarci un segno…

Non sono un Grande Poeta…

…io sono un piccolo muratore

che suda roccia

e respira polvere

Che apre finestre e porte,

scavando dure pareti,

Sono un cercatore di luce!

Un topo nell’anima,

che gratta leggero,

e lascia briciole di conchiglia…

Non sono un Grande Attore…

affabulatore di menti,

prestigiatore del niente.

…“Essere o non essere, questo è il problema”…

Non ti inganno con artifici

fuochi e luci in mezzo agli occhi.

Parole ben copiate

Voci recitate

Suadenti artefatte carezze

Languide ammalianti certezze

solo per apparire al mondo

solo per lasciarci un segno…

Non sono un Grande Attore…

…io sono un piccolo matto

che tartaglia

frasi sconnesse

Che borbotta cose grandi

non ascoltato.

Si volta e riparte

andando leggero nel vuoto

Sono un solitario pescatore

su uno scoglio ad amare

per non disturbare.

Non sono un Grande Scienziato…

non dispenso certezze & fredde carezze

non guato le masse

da torri dorate

Non salgo su cattedre,

non mi ergo su piedistalli,

non vivo per farmi più grande.

Non partorisco inutili idee,

con voce stentorea.

Non abortisco inutili scritti,

in polmoni d’acciaio

solo per apparire al mondo

solo per lasciarci un segno…

Non sono un Grande Scienziato…

…io sono un piccolo alchimista

mescolo profumi a caso

sotto un cappello a punta.

Agito bacchette e farfuglio formule,

sputacchiando minime verità.

Sono un cercatore di perle,

tesori nascosti,

pietre filosofali…

…trattengo il fiato,

inseguo animali,

nel profondo blu.

Non sono un Grande Pittore

un Sommo Maestro!

Imbianchino di pietre colorate

stilista di Maye Desnude!

Mèntore di se’ stesso,

di pochi invasati

apostoli del nulla…

Non ricopro con carte da parati

la natura perfetta

dai perfetti colori

Non dipingo scene per teatri,

falsario di palcoscenici illuminati,

solo per apparire al mondo

solo per lasciarci un segno…

Non sono un Grande Pittore

…io sono un piccolo minatore

Sporco

Nero

Brutto con occhi azzurri

Non vedo la luce

ma pianto fiori nel buio

cerco cosa c’è in fondo

cerco l’anima da dentro

scavo gallerie

per uscire nel bianco.

Seguo lunghe strade ventose

lunghe strade nevose

Corro sui tornanti

Scatto verso la cima

Bevo dalla riva

e mi lavo immerso

in cristalli di

acque salate.

Quello che sono

a volte è silenzio

altre è roccia

a volte è vento che urla

tuono lontano

altre è sussurro

è diafano raggio che scalda

a volte brucia

a volte bacia…

Il mondo può aspettare

La vita può aspettare…

La ruota può continuare

a girare…

Quello che sono,

lo sai,

è solo per te.

M. (Eccomi!)

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Roberto Benatti, "Vomeri d'ombra"

24 Novembre 2014 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #recensioni, #poesia

Roberto Benatti, "Vomeri d'ombra"

Vomeri d’ombra

Roberto Benatti

Il vomere è la lama triangolare dell’aratro che rovescia la zolla dopo averla tagliata. Un arnese, quindi, che fa uno scavo sulla terra tracciando linee su un pezzo di mondo come lo fa un cesello su un pezzo di legno. Spesso queste linee sono parallele, e pettinano la terra seguendo l’ordine razionale voluto dall’agricoltore. L’aratro è trainato da trattori o da animali, e il vomere, la parte più bassa, quella che è in profondo contatto con la terra, fa il lavoro più ombroso dell’aratura, perché è dentro, e cerca di uscire, ma non può uscire se non porta con sé zolle marroni, preparando la terra alla semina.

Se non fosse per il vomere, la semina sarebbe disordinata, non seguirebbe la logica ferrea del trattore. E allora, questo strumento triangolare, responsabile dello scavo, è anche responsabile della qualità del nuovo raccolto.

Così è il pensiero, e tutto quello che lo trasforma in espressione, nel caso specifico la poesia. Infatti, se tentassimo di definire la poesia, diremmo che è uno scavo interiore, un processo creativo attraverso il quale si cerca ciò che è dentro togliendo ciò che è in superficie, che di solito ci impedisce di vedere quella verità che non sappiamo in che altro modo esprimere.

Quindi il vomere ha molte similitudini con la poesia, e non solo dal punto di vista del poeta, anche dal punto di vista del fruitore.

Il vomere fa uno scavo lungo, non profondo, faticoso e tenace. Ed è sotto la superficie della terra che arriva, nell’ombra.

La poesia è assimilabile a un vomere, e per scavare nell’ombra occorre che sia fatta d’ombra, e immaginate quanto possa essere profondo lo scavo se viene fatto dall’ombra.

Ma veniamo al libro di Benatti. Le poesie sono prevalentemente lunghe, alcune suddivisibili in capitoli, usano un linguaggio accessibile, senza ricerca sperimentale né sonorità contorte.

Sono poesie che si leggono in sordina, quasi tacendo, ma si leggono diverse volte prima di lasciare un segno, perché scavano lentamente e con dolcezza, non sono una trivella che cerca pozzi di petrolio, sono un aratro che scava solchi, non aggrediscono la terra, né il lettore.

Leggendo, mi è sembrato di trovarmi davanti ad una mostra di fotografie in bianco e nero, di quelle fotografie che ti fanno contemplare, di quelle che non esprimono la violenza del colore, ma la violenza di uno sguardo. Ho visto migliaia di sfumature, non colori piatti, e il soggetto fotografato prescinde dallo sfondo, risalta nella sua crudele nudità.

Per questo la lettura non deve essere drammatica, ma va vista come una constatazione, vediamo:

Senza questo buio spesso

La miseria non chiuderebbe

Le ganasce alla sua morsa,

Né la speranza

Allenterebbe la sua presa

Senza uno spiraglio di luce.

Sono i versi di apertura della prima poesia, che dà il titolo al volume, e già questi versi sono una poesia a sé stante.

Queste poesie non sono un racconto di vita o una confessione delle proprie angosce. Partendo da lontano, il buio spesso, la miseria, le ganasce… il poeta presenta qualcosa di molto intimo. Bene fa a non parlare di sé, perché infatti nella poesia è il lettore che deve trovare una parte di sé, mai lo farà se il poeta gli impone la sua storia.

E tu hai perso tutto per me

Mentre io ti ho rimborsato

Con dolore nel dolore.

Questi tre versi chiudono la prima parte della poesia, e vediamo che qui si legge qualcosa che riguarda il poeta, ma non è così. Se prendessimo questi versi da soli non avrebbero forza, leggendoli a seguito dei primi sei, invece, la preparazione del fruitore permette di vivere quei versi come qualcosa di suo.

Ma vediamo un altro esempio di poesia:

Consapevole immensità

Che riaffiori da ogni paradiso,

squarcia la mia pelle di pioppo

e divora le mie foglie

ignorando il veleno della mia rabbia,

la cecità larvale

d’ogni mia seduzione

Ho incastonato

Le tue pietre preziose

Nell’anello della mia presunzione

Le tue gemme, lo so,

non si graffiano,

non sono chincaglieria

che si pesta fino a farne farina

stringimi al petto, allora,

come una rosa abbraccia le spine

e il velluto dei suoi petali.

Dammi lo strazio di resistere

Alle attraenze della memoria,

ai sensi affilati da superbi ritratti,

Fanne scia di cometa che non passerà più.

Scia di cometa, pag. 80.

Bene, il poeta non racconta, evoca. Nella poesia non si parla dei propri problemi, delle proprie preoccupazioni, perché la poesia è scavo interiore, è ricerca del giusto dove il giusto non si trova, è riscatto del bello dove il bello non si vede, è esplosione di significati senza significare nulla.

Questa poesia fortemente evocativa dice tra le righe molto di più che nelle righe. Non sta a me raccontarne i significati nascosti, ogni lettore troverà i propri, anche a questo serve la metafora.

Resterà solo una luce tremula

Oltre il velo che separa

La danza aerea dei segni

Nell’equilibrio delle porte aperte.

Un binomio di candele accese

Contro sfondi senz’atmosfera.

Una fiamma viva

Che brucia senza fumo

E illumina la nudità della mente.

Quindi un susseguirsi d’immagini: luce tremola, velo che separa, danza dei segni, porte aperte, candele accese… ogni immagine una sensazione privata e profonda che non si può raccontare se non con quelle immagini, opportunamente inserite nel contesto, introdotte da resterà, oltre, aerea, equilibrio… quindi una guida, istruzioni per l’uso, quasi a dire cosa fare o cosa accade a quelle sensazioni che costituiscono il patrimonio dell’io e del sé.

Sono poesie asciutte, prive di narcisismo, non portano al lettore la felicità o l’infelicità del poeta, come non porgono al lettore la banalità del proprio vissuto, semmai permettono di inserire un vomere nell’ombra del silenzio e di rivoltare le zolle della vita per prepararsi alla semina, e quindi a un nuovo raccolto.

Claudio Fiorentini

7 novembre 2014

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