poesia
Marco Milone, "Anime nude"
Anime nude
Marco Milone
Narcissus, 2014
“Anime nude” è una raccolta di liriche brevi. Alcune ricordano molto da lontano l’ultimo Caproni del “Conte di Kevenhüller”, quasi che si sia rinunciato ad esprimersi per l’esterno, a comunicare con un’umanità che le speranze deride e violenta, e si ripieghi sulla nostra sabbiosa malinconia, sui nostri ricordi, che sono sentieri dolenti, “solo per me”, perché nessuno può capire i sentimenti altrui, né condividerli.
Insistito il concetto di morte, la signora oscura, (salme, lastra tombale) insieme alla ricerca dell’Assoluto, che non è solo Ente Supremo che scaglia la sua ira sul creato -e, al contempo, si manifesta a chiunque lo cerchi - ma anche sovrannaturale in senso più ampio.
Rime volutamente facili e sgraziate, (immensità-profondità- radiosità/ abbarbagliate-levigate- salassate); parole che tornano come echi quasi in ogni poesia: malinconia, salma, eterno, scelte lessicali non complicate ma desuete per un autore classe 1980 – persino echi foscoliani, la fatal quiete - che non si lasciano per niente influenzare da una facile contemporaneità: cotanta beltà, giammai, opifici, zefiro.Il verso è disadorno, aspira, come l’autore, alla purezza e all’autenticità.
Ci piace riproporre qui, in particolare, la dolente “Palme insanguinate”
Palme insanguinate
Intinsero di dolore
Le mie scapole
Lo splendore
dell’uomo che fu
scomparve
assalito
dalle arcane forze
or ora liberate
Un inquieto zefiro
Ci stipò
In angusti anfratti
Che soffocavano i nostri tremiti
E come si fece buio,
tal era rarefatta l’aria
che i nostri respiri si annullarono.
Forse e notte
E' la notte che sfuma i contorni
delle cose e dei fatti terreni;
ti trascina all'indietro a quei giorni
che ricordi felici e sereni.
Quand'è prossima l'ora del nero
e ti chiedi che cosa n'hai fatto
della vita, magari distratto,
ti rispondi fin troppo sincero:
sono stato felice? Non so.
Forse si, forse... se, forse no.
Luciano Tarabella
12/10/13
La villa abbandonata
I versi volano come colori
d'una tavolozza. Non si concede
quest'attimo al tramonto ed io sto fuori
in un freddo che quasi non si crede.
Ecco che penso ai miei passati amori
camminando il sentiero ed il mio piede
da sé respinge ciò che i cacciatori
lasciano sul terreno. S'intravede,
fra cipresso e cipresso, un po' di luce
che, mistica, diventa apparizione
a un punto tale che m'inchino pio
senza sapere dove mi conduce
quello che sento. Dentro è confusione
come se ora fossi non più io.
Luciano Tarabella
06/12/13
Cinzia Demi, "Ero Maddalena"
Cinzia Demi
Ero Maddalena
Puntoacapo – Euro 10 – Pag. 70
Non sono un esperto di poesia, anche se amo leggerla e tradurla dallo spagnolo per far conoscere i miei poeti cubani della diaspora, ché poi far conoscere - per la poesia - è una parola grossa, a volte anche regalandola non si trovano lettori. Proviamo a parlare di un libro che mi ha emozionato, allora, da semplice lettore, ché quello sono, non certo un critico, tanto meno un poeta.
Cinzia Demi è piombinese come me, vive a Bologna, dove dirige la collana di poesia Sibilla per Pendragon e manda avanti il bimestrale Parole. Per Il Foglio Letterario ha curato, insieme alla poetessa Patrizia Garofalo, una stupenda antologia - omaggio a Giorgio Caproni: Tra Livorno e Genova: il poeta delle due città (2013).
Ero Maddalena è un libro di liriche che mette in primo piano una figura di donna inquieta, straziata dal dolore, piena di passione carnale (come in Giovanni Testori), inserita nel quotidiano dove vive la sua follia e la sua passione. Maddalena è una peccatrice, come tutti noi, non è difficile per il poeta immedesimarsi in una figura di donna che ottiene la salvezza bagnando di lacrime le carni di Gesù (ero Maddalena lo sento/ lo so ho la sua stessa vena/ sono la sua stessa forma). Maddalena percorre le stazioni del dolore, un personale pellegrinaggio di redenzione, assiste alla resurrezione di Cristo con gli occhi meravigliati di un’innocente. Maddalena peccatrice, certo, ma proprio per questo vicina a Cristo e donna investita del ruolo di dover svelare il mistero della resurrezione della carne (io mi piego alla pietà/ di uno che ho visto morto/ che non è più nessuno). Cinzia Demi dialoga con Maddalena (parti in corsivo alternate a sequenze in tondo), in terzine dantesche, imperfette, moderne, con uno stile originale, anche se suggestionato dallo studio di Caproni. La poetessa accoglie la leggenda secondo cui il vento di Ponente avrebbe accompagnato la figura di Maria Maddalena, sin quando la sua statua approdò all’omonima isola, in Sardegna, spinta da quel vento: Bologna mi accoglie/ potente nelle sue strade/ a quest’ora quasi senza gente/ un vento di ponente/ deciso mi ha spinto/ nella sua direzione/ scalza come un bambino/ nuda di consolazione/ cerco l’antro di un portone/ o la fredda scala/ la balaustra di una chiesa/ il riparo di una prigione. Poesia moderna che racconta una vita del passato e ripercorre strade d’un dolore al femminile quanto mai moderno e attuale. Simbolismo, metafore, similitudini poetiche e ricerca linguistica sono elementi fondamentali d’una poesia vibrante, musicale e ricca di emozioni. Suggestiva la copertina di Maurizio Caruso, acrilico su cartone telato, di Maurizio Caruso. Confezione editoriale tascabile, economica, in perfetta sintonia con l’opera poetica.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Ar mi’ ami’o ‘Rognolino!
‘Rognolino ami’o mi’o!
‘Rognolino un ci sie’ più?!
Smoccolassi du’ o tre dei
se ci fusse ‘he un ci siei!
La fofata arricciolata
mezza rossa e mezza grigia,
i tu’ occhi trasparenti
‘ome bozzi di marea,
ve’ du’ denti gialli e tòrti!
Vella pelle da arbinese,
propio d’uno nat’a Arbinia,
che ppò prende’ ‘r sole ‘n mese,
ma è più bianca della Luna,
…che te tieni ‘n sur la spalla,
sia di giorno che di buio.
Ché ti mormora a ‘n orecchio
ché ti fa abbada’ lontano…
…più lontano der tramonto sur un’isola ner cielo…
…più lontano della nève ner deserto ‘n mezz’ar mare…
…più lontano de’ paesi fatti d’arberi di melo…
…e di più di tutto vello che ‘n ti posso più ridare…
Bottino!
Troiaio!
Puttaniere solitario!
Vant’è vvero ‘he c’è gesù…
‘Rognolino un ci sie’ più…
Colla scienza ‘lambiccavi,
da pueta senza velso.
Metodista senza metodo,
ma con metodologia!
Tanti scritti via ner vento
di parole pe’ ccapitti.
Tanti visi stupefatti
ner vede’ che,
sorridendo,
per ir culo ci pilliasti
spesso e anco volentieri!
Bada vanta ce n’è a ggiro,
ora, gente deficiente…
vanti ne tirasti fòri,
‘ome ragnoli dar bu’o!
Vanti ne battesti ar muro
colla logi’a stringente!
Vanti arronzamèrde a tempo
spappolasti ‘or sorriso
de’ tu’ labbri un po’ stirati
dalle rughe di gallina…
…che ora cerco nello specchio,
ma, ‘n ci ‘redo,
ulle vedo!
Folse un’ ci so’ ma’ state…
folse è tutta ‘n’ illusione
vesta vita a scarpina’
solo pe’ arriva’ lassù…
…cor sudore che si diaccia
mi rigiro pe’ cercatti…
…‘Rognolino un ci sie’ più!
‘Rognolino sie’ affogato all’anello
a Calafuria…
’Rognolino s’e’ sposato
colla bimba mòra e secca…
’Rognolino sie’ ‘ascato giù ner fosso
ar Pontenòvo…
’Rognolino sdrucciolato sur diacciato
alla Tambura…
’Rognolino sderenato dar marito
fatto becco…
‘Rognolino ‘spatriato ner paese
de’ folletti…
‘Rognolino mi dispiace
un se’ondo
un giorno
‘n anno…
solo ‘n attimo!
…‘na vita…
‘Rognolino nun ci siei
era bello sta’ ccon te
ti ri’orderò com’eri
ma da oggi tocca a me.
M.L.
(1) a Livorno è chiamato crognòlo uno degli stadi giovanili della triglia. Crognolino è un diminutivo a volte riferito ai bambini: i "crognolini" sono stati in passato gli "allievi", ovvero la squadra giovanile, di una nota squadra di basket della città.
Traduzione
"Crognolino amico mio, crognolino non ci sei più, potrei bestemmiare contro due o tre divinità se fosse che non ci sei! I capelli arruffati e ricci mezzi rossi e mezzi grigi. I tuoi occhi trasparenti come pozzanghere di marea. Quei due denti gialli e storti! Quella pelle da albanese, proprio di uno nato a Albinia, che può prendere il sole un mese ma è più bianca della luna.Che tu tieni sulla spalla, sia di giorno che di notte. Ché ti mormora ad un orecchio, ché ti fa guardare lontano. Più lontano del tramonto su un isola nel cielo, più lontano della neve nel deserto in mezzo al mare, più lontano dei paesi fatti di alberi di melo, e ancor più di tutto quello che non ti posso più ridare. Brutto mascalzone! Puttaniere solitario! Quant'è vero che c'è Gesù: Crognolino non ci sei più! Ragionavi con la scienza come un poeta senza verso. Metodista senza metodo, ma con metodologia! Tanti scritti buttati nel vento di parole, per capirti. Tanti visi stupefatti dal fatto che, sorridendo, spesso e volentieri ci prendessi in giro! Guarda ora quanta ce ne è in giro di gente deficiente. Quanti ne smascherasti tirandoli fuori come ragni da un buco! Quanti mettesti al muro con la tua logica stringente! Quanti fanfaroni riducesti in poltiglia col sorriso delle tue labbra un po' stirate dalle rughe di gallina...che ora cerco nello specchio, ma, non ci credo...non le vedo! Forse non ci sono mai state, forse questa vita a scarpinare solo per arrivare in alto è tutta un'illusione...col sudore che si fredda, mi giro per cercarti...Crognolino non ci sei più! Crognolino sei affogato all'anello a Calafuria (2)
(2) l' "anello" è un vero e proprio anello di ferro a 10 metri di profondità davanti a Calafuria, dove i sub fissano le boe quando vanno in immersione.
Crognolino s'è sposato con la ragazza mora e magra...Crognolino sei caduto nel fosso al Ponte nuovo (3)
(3) ultimo ponte a mare del Fosso reale a Livorno.
Crognolino scivolato sul ghiaccio sulla Tambura (4)
(4) la "Tambura" è il secondo monte in altezza delle Alpi Apuane e si vede dal lungomare e dal porto di Livorno come l'ultimo monte della catena che conserva un po' di neve fino alla tarda primavera.
San Locca
SAN LOCCA
Se a vinz la Sisal
Se lò e torna a cà e fri un è brisa
Se im maindan brisa luntain
Se e Bulagna e zuga bain
Se se se
Se ed guarigion a i è un segnel
Se prest a vein fora de sdel
Se a vinz qual c' a i ò scumess
Se mi fiola la studiess
Se se se
Par tott qual c’am serv a me
Ogni volta at tir in bal te
San Locca e la Madona
E che Dio us la manda bona!
SAN LUCA
Se vinco la Sisal (lotteria)
Se lui torna a casa e non è ferito
Se non mi trasferiscono lontano
Se il Bologna gioca bene
Se se se
Se di guarigione vi è un segnale
Se presto uscirò dall’ospedale
Se vinco quello che ho scommesso
Se mia figlia studiasse
Se se se
Per tutto quello che serve a me
Ogni volta tiro in ballo te
San Luca e la Madonna
E che Dio ce la mandi buona!!!
DEDICATA A TUTTI I BOLOGNESI. solo loro sanno quanto conti per noi San Luca
I bolognesi hanno una speciale devozione per la Madonna di San Luca ed è piuttoso normale rivolgersi a Lei per ogni necessità
Al cavariol
"ROSCIGNO VECCHIA" PREMIO INTERNAZIONALE DI POESIA
AL CAVARIOL
Aloura, ai’ aveva si an
In muntagna tais a Farnà
A ciapeva la rozla:
una volta, dau volt…. fen in fond a Ri frad
e a ogni cavariola avdeva e mond a l’arversa
Adess ai’ò zinquant’an
In zitè, a lez i giurnel,
a seint la television
e a vad ancoura e mond a l’arversa:
rubarì, delinquenza, droga e omiceddi.
Dmateina a touran lasò
a tais a Farnà
a ciap la rozla
una volta, dau, volt…fen in fond a Ri frad
e a ogni cavariola a voi vadar se al mond u s’adrezza!
TRADUZIONE
Le capriole
Allora, avevo sei anni
In montagna vicino a Farneto
Ruzzolavo
Una volta, due volte…. fino in fondo a Rio freddo
E a ogni capriola vedevo il mondo a rovescio.
Adesso ho cinquant’anni
In città, leggo i giornali,
sento la televisione
e vedo ancora il mondo a rovescio:
furti, delinquenza, droga e omicidi
Domattina torno lassù
Vicino a Farneto,
ruzzolo
una volta due volte… fino in fondo a Rio freddo
e a ogni capriola voglio vedere se il mondo si raddrizza!
Franca Poli
LA MASSTRA
PREMIO INTERNAZIONALE DI POESIA 2011 "LE ROSCIGNOLE"
LA MASSTRA
Se a tòrn a nàser a voi fèr la masstra
ciapèr i fangén par man
e guidèri a la dscuèrta de corp uman.
Cuntèri còmm e foss una fòla
che Garibeldi con mèl amig
l’uné l’Italia sanza tanti brig.
Spieghèri che, con divèrsi région,
da nord a sud l’é tot un Pajis
e bisaggna sanper dividèr al spais.
Che l’Italia l’è totta bela:
peina peina ed mont, ed culeini
ed fiomm, ed mèr e tanti ciséini.
E po’ ai voi dir che bisaggna vlairès ban,
che an i sia mai l’òdi in tèra
parché l’é qual che porta la guèra.
“Ban el quast che insagnan a scòla?”
(quélcdòn l’arà pinsé)
mé arspand : “la mì masstra l’ira acsé!”
(Franca Poli)
La strela cadainta
LA STRELA CADAINTA
Am son svulté l’eltra not in un pré.....
Dio cum a sira cuntainta
A un semil spetacual a n’ira mega preparé:
a i ò vest una strèla cadainta!
Ad totti ca li èter l’ira la piò bela
Comm una cumatta, con la co iluminé
La sluseva, la fruleva, l’ira la mì strèla
E a l’impruvis l’è vgnù vers ed mé……
La m'à illuminé
La m’à abrazé.....
Mama t’i tè?
Finalmaint t’è dezis ed turner que da me!
(franca Poli)
LA STELLA CADENTE
Mi sono sdraiata l’altra notte in un prato
Dio come ero contenta
A un simile spettacolo non ero preparata:
ho visto una stella cadente!
Di tutte le altre era la più bella
Come una cometa, con la coda illuminata
Luccicava, si muoveva, era la mia stella
E all’improvviso è venuta verso di me….
Mi ha illuminato
mi ha abbracciato
Mamma sei tu?
Finalmente hai deciso di tornare quaggiù.
Macale, De Cave, Appetito, "Resushitati"
Resushitati
Macale, De Cave, Appetito
Edizioni Il Foglio, 2013
Cardiopoetica è un collettivo letterario composto da tre persone – Marco De Cave, Fabio Appetito e Mariano Macale – che non si pone solo come unione di tre autori in un unico volume, piuttosto - almeno nelle intenzioni - come una sorta di nuova avanguardia culturale, di manifesto letterario.
Il gruppo nasce a Cori, in provincia di latina, nel 2010, e si prefigge l’obiettivo di rinvivire la poesia, che sonnecchia, a suo dire, dagli anni novanta, calandola nel quotidiano, portandola fra la gente comune, con una serie di reading, di avvenimenti multimediali. “Resushitati” è il loro secondo libro, edito da Il Foglio Letterario.
Il titolo ha tre chiavi di lettura. Se lo si considera parola piana, con l’accento sulla penultima sillaba, gli si conferisce un tono di evento, di cosa fatta. Se, invece, lo si legge con l’accento sulla ù, prende il significato di una esortazione a risorgere, a uscire da una condizione che è “vita apparente”, notte di “morti viventi” alla Romero: “anche se si è impagliati sulla parete di una sala.”
Siamo morti, siamo alienati dal consumismo, dall’esaltazione dell’esteriorità, del corpo e dell’abito, da una comunicazione che diventa solo esternazione sui social network, monologo inascoltato e non dialogo. Bisogna “Ricominciare da capo nuovamente” , come ci esorta a fare la citazione da Lenin, stimolo a una rivoluzione che non è solo politica ma anche interiore. (Il concetto è bene esplicitato nel piccolo brano in prosa di Marco De Cave dal titolo “Giornata pesante”.)
Per farlo, per uscire da una vita che vita non è, per risvegliarsi e risorgere, occorre una scelta netta, limpida, una presa di posizione sociale, un rapportarsi alla collettività, agli altri, cosicché l’individualità possa fondersi in un “noi” e l’anima sia scossa dalla poesia. Se si sceglie di rivivere, non lo si fa come l’eremita disgustato, ma cercando di comprendere questo nostro mondo da dentro per poi ribaltarlo.
Nel titolo si trova inserita anche la parola sushi, qualcosa che si porta via, un take away non solo dell’oggetto ma anche del soggetto. E la poesia arriva per portarti via, per trascinarti, per risvegliarti. Una poesia, però, moderna, fatta di cose di oggi, e, tuttavia, capace comunque di lirismi antichi, di invocazioni, di preghiere, di canti alla luna. Il collettivo dice di rifarsi alla tradizione montaliana, nerudiana e alla Beat Generation, ma non mancano echi crepuscolari e stilemi più classici e meno sperimentali.
Il soggetto, l’introspezione lucida e un poco disperata, “Ma io non sono portato a vivere”, resta, a nostro avviso, sempre al centro delle poesie di questi tre autori che, pur nello studio avanguardistico, pur nell’impegno socioculturale, pur nella creazione di un manifesto comune, altro non cercano se non l’amore, la fusione con l’altro da sé, una comunione autentica e non di superficie, un noi più profondo, dove si ascolta oltre che parlare.
“che avessimo una parola almeno
Da dividere in uno quando stiamo insieme”
E ancora :
“ho smesso di cercare la risposta che soffia nel vento
Perché adesso il vento sono io
E sono già alle tue spalle.”
Come nella poesia di Macale, “Non sia mai che scenda la sera sui tuoi occhi”, che ci piace proprio perché smette i panni della sperimentazione e si lascia andare ad un lirismo pavesiano.
“Non sia mai che scenda la sera sui tuoi occhi,
non si cela alle pupille arcane la realtà
rotta, minuta di questo coccio perduto,
ma non è vano il voto dell’assemblea,
se il mondo intero ti ostracizza
troverai come perla rara rifugio in me,
per quanto siano senza regola le mie parole,
fallimentari i miei progetti, dipartite da tempo le chimere, le utopie
verso mondi immaginari.
È rimasto nel porto l’unico sogno
Di tutta una vita: noi.”
Alla fine, ancora una volta, il collettivo, il sociale, s’identifica con il “noi” formato da due anime che non riescono mai a fondersi quanto vorrebbero. Come afferma ancora Macale, “per amore si può risorgere”.
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