poesia
Deserto
il deserto piange
lacrime
di sale
arso sorriso
labbra tumide
ferita
aperta
silenzio
sole
sabbia minuta
occhi rossi
nulla di quello che era
è
nulla di quello che è
sarà
solo sabbia
minuta
che vola via
Amore tardivo
Questo amore tardivo
morirà solo insieme a me
come tutte le cose che non si realizzano,
che rimangono sognate,
incompiute.
In ogni volto cercherò sempre il suo volto,
in ogni poesia una sua poesia.
Passeranno gli anni e mi chiederò se è vivo,
se è felice,
se ha trovato la donna giusta.
E soffrirò di nascosto,
perché anche soffrire è un tradimento.
Monito
Sul frontespizio
una dedica
proprio il giorno che ho conosciuto l’amore
le lucciole e il buio
il profumo della notte
i corpi nudi nel bosco
il vapore del vetro
che appannava
Ora solo uno sfogo
un rifugio
un brivido gentile
una stella di ghiaccio
perché siamo quello che siamo
e si sogna
Cerco in me la forza
per non essere chi
alla fine rinuncia
e si porta dietro il peso
di colpe non sue
Ascolto
leggo
il cuore naviga
vola su un altro pianeta
Tornerò a casa
ferita
umiliata.
soffrendo
crescerò
in silenzio
Grumo
Coagulo di dolore
condensa di passione
che non si scioglie
non si dilava
ma grava
piange negli occhi
annoda la gola
stringe le mani
ferite.
Gesto aspro
ingiusto
mille volte rivissuto
sofferto e inferto.
Oscenamente violenta
di paura mi scaglio
mi scheggio
mi frango.
Tempo inutile
Tempo inutile
Bambole
immobili
sguardo fisso
occhi incollati
fila di mummie
in cripte di cartone rosa
conigli neri di Pinocchio.
Ora su tutto
le luci dell’ikea
alogene
livide
ferme come cuori fermi
come anime serrate
e bocche cucite.
Non è più la foto
non sono gli oggetti
ma uguale il muso di topo sperso
la montatura delle lenti
anche in mezzo a tutta questa carta bianca
in mezzo ai rotoli
ai pacchi
sei tu
come allora
senza speranza
e senza più gioventù.
Ogni fiocco, ogni stella, ogni candela
ti dice quanto tempo è passato
inutile.
Shelley a Livorno

Il poeta inglese Percy Bysshe Shelley (1792 – 1822), complice l’eredità del nonno e per ovviare alla salute malferma dovuta alla tisi che lo minava, scelse di trascorrere molta parte della sua vita in Italia, luoghi di elezione furono Napoli, Pisa (dove lo raggiunse Byron) e Livorno. A Livorno soggiornò tre volte, nel 1918, nel 19 e nel 22, anno della sua tragica morte in mare. Fu ospite di amici inglesi ma alloggiò anche a Villa Valsovano, dove compose la tragedia “The Cenci”, pubblicata nel 1819 - cui attinse anche il Guerrazzi – e le famose odi “To a Skylark” e “To Freedom”. Da giugno a settembre del 1819 Shelley e Mary Wollstonecraft si stabilirono a villa Valsovano. Mary era molto abbattuta, avendo visto morire due dei suoi tre figli in un anno. Solo nel maggio precedente erano venuti a Livorno con tutti e tre i bambini e due domestiche ma ora la casa era molto più triste. Shelley cercò rifugio nel lavoro e quell’estate, sul tetto della villa, compose “The Cenci”, tragedia dal gusto gotico, basata sulla storia di una famiglia realmente vissuta nel cinquecento. Ne furono stampate nella nostra città 250 copie, poi spedite a Londra. L’estate dopo erano nuovamente a Livorno e Shelley compose la famosa ode “All’allodola” della quale riportiamo alcuni versi centrali particolarmente belli e già, in pieno romanticismo prima maniera, precursori di quello che sarà il nostro decadente Gelsomino Notturno e di alcune liriche wildiane cariche di sensualità estetizzante.
“Like a rose embowered In its own green leaves, By warm winds deflowered, Till the scent it gives Makes faint with too much sweet these heavy-wingéd thieves: Sound of vernal showers On the twinkling grass, Rain-awakened flowers - All that ever was Joyous and clear and fresh - thy music doth surpass.”
Villa Valsovano si trova in via Venuti 23 e una lapide del 1962 ricorda il soggiorno di Shelley: “In questa casa già villa Valsovano dimorò da metà giugno a fine settembre 1819 nel suo più lungo dei soggiorni livornesi Percy Bysshe Shelley tornato a ritemprare le forze e lo spirito nella pace della nostra amena campagna a lui ispiratrice di stupendi carmi. Scrisse allora tra l’altro la tragedia “I Cenci”e nell’estate seguente alloggiando poco lungi la poetica epistola a Mary Gisborne e la celebre ode “a un’allodola.” Fu nel golfo di La Spezia, davanti a Lerici, che, tornando in barca proprio da una gita a Livorno, l’8 luglio 1822, Shelley naufragò in una tempesta. Il suo cadavere fu ritrovato dieci giorni dopo su una spiaggia nei pressi di Viareggio.
The English poet Percy Bysshe Shelley (1792 - 1822), thanks to his grandfather's legacy and as a result of the consumption that undermined him, chose to spend a large part of his life in Italy, the places of election were Naples, Pisa ( where Byron joined him) and Livorno.
He stayed in Livorno three times, in 1918, 19 and 22, the year of his tragic death at sea.
He was a guest of English friends but also stayed in Villa Valsovano, where he composed the tragedy The Cenci, published in 1819 – on which also Guerrazzi drew - and the famous odes "To a Skylark" and "To Freedom".
From June to September 1819 Shelley and Mary Wollstonecraft settled in villa Valsovano. Mary was very downcast, having seen two of her three children die in a year. Only in the previous May they had come to Livorno with all three children and two servants, but now the house was much sadder. Shelley sought refuge in work and that summer, on the roof of the villa, he composed "The Cenci", a tragedy with a Gothic taste, based on the story of a family that really lived in the sixteenth century. 250 copies were printed in that city, then sent to London.
The following summer they were back in Livorno and Shelley composed the famous ode "Allodola" of which we report some particularly beautiful central lines and already, in full romanticism first way, precursors of what will be our decadent Gelsomino notturno and some lyrics in the spirit of Wilde, full of aestheticising sensuality.
"Like a rose embowered
In its own green leaves,
By warm winds deflowered,
Till the scent it gives
Makes faint with too much sweet these heavy-wingéd thieves:
Sound of vernal showers
On the twinkling grass,
Rain-awakened flowers -
All that ever was
Joyous and clear and fresh - thy music doth surpass. "
Villa Valsovano is located in via Venuti 23 and a plaque from 1962 recalls Shelley's stay:
“In this Villa Valsovano lived from mid-June to the end of September 1819 in his longest stay in Livorno Percy Bysshe Shelley returned to restore his strength and spirit in the peace of our pleasant countryside inspiring him with wonderful poems. Among other things, he wrote the tragedy "I Cenci" and in the following summer, staying a short distance, the poetic epistle to Mary Gisborne and the famous ode "to a lark."
It was in the Gulf of La Spezia, in front of Lerici, that, returning by boat from a trip to Livorno, on July 8, 1822, Shelley was wrecked in a storm. His body was found ten days later on a beach near Viareggio.
Byron a Livorno

“Nel 1822 per lo spazio di sei settimane dimorò a Montenero Lord Giorgio Byron, il più celebre fra i poeti della moderna Inghilterra. Egli abitò la villa Dupouy ora De Paoli, e secondo quello che si dice, la camera in cantonata tra il fronte principale e il lato occidentale della villa medesima. In fondo a questa camera è una piccola alcova dove trovavasi il letto occupato dal Byron. (…) Insieme al Byron era venuto a Montenero il conte Ruggero Gamba con suo figlio Pietro e la figlia Teresa maritata al conte Guiccioli, con seguito di domestici delle parti di Romagna, sui quali tutti, perché appartenenti alla società segreta dei Carbonari, teneva una gran vigilanza la polizia toscana, per la quale era ospite poco gradito anche Lord Byron di cui si conoscevano non solo le idee ardentemente liberali, ma altresì la vita disordinata e scorretta e l'indole intollerante di ogni freno e di ogni sottomissione” Pietro Vigo.
George Gordon Byron (1788 – 1824) da Pisa, dove risiedeva sui Lungarni, venne a Montenero nel 1822. Lo storico Pietro Vigo, nella sua guida di Montenero, ne dà ampio resoconto. Al prezzo di cento francesconi il mese, Byron prese in affitto villa Dupouy, dal banchiere Francesco Dupouy, con stalle, rimesse, giardini, cisterne e pozzi d’acqua pulita. A Montenero Byron scrisse parte del suo “Child Harold” e l’iscrizione per la tomba della figlia allegra. Un gruppo di americani ancorati al porto di Livorno lo invitò a bordo e gli tributò onori da grande celebrità. Pietro Vigo riporta una contesa scoppiata il 28 giugno, verso le 17, fra le persone al servizio di Byron e quelle al servizio della contessa Guiccioli. Furono coinvolti anche i Gamba, s’impugnarono coltelli e pistole, Pietro Gamba rimase contuso. Questa rissa diede occasione alla polizia toscana di sfrattare gli invisi conti Gamba, col pretesto di clamori e intemperanze che disturbavano il quieto villaggio di Montenero. A tal proposito, Byron scrisse al governatore la seguente lettera, che Vigo dichiara di aver trovato solo nella traduzione italiana.
“I miei amici conte Gamba e famiglia hanno ricevuto l'ordine di lasciar la Toscana in termine di quattro giorni, come pure il mio corriere, svizzero di nascita. Non farò alcuna osservazione sopra quest'ordine, almeno per ora. Io lascerò in lor compagnia questo territorio, non essendo luogo di dimora adatto per me quel paese che ricusa un rifugio agli sventurati ed un asilo ai miei amici. Ma siccome io ho qui un capitale considerabile in mobilia ed altri articoli che richiedono qualche tempo per disporre l'allontanamento, sono a pregarla di una dilazione di qualche giorno in favore dei miei amici, come pure del mio corriere, il quale mi accompagnerà se ciò vien permesso, ed io suppongo che un giorno o due di più sarà cosa di piccolissima conseguenza. Siccome io accompagnerò i miei amici qualunque volta essi partano, chiedo il permesso di pregarla d'onorarmi d'una sua risposta.” Ma il poeta inglese non ottenne ciò che chiedeva. Come non la ebbe vinta nella disputa dell’acqua. Byron era molto difficile in fatto d’acqua, la digeriva solo se purissima e cristallina, ma la siccità portò all’esaurimento dei pozzi. Byron, allora, si rifiutò di pagare la pigione e fece causa a Dupouy, nel tribunale di Livorno. Perse e dovette pagare le rate arretrate, gli interessi e le spese giudiziarie. Mentre ancora era a Montenero, ricevette una lettera in versi da Goethe, che si fece tradurre da Enrico Mayer, giovane scrittore di padre tedesco. Rispose che sarebbe partito presto alla volta della Grecia, dove si combatteva per l’indipendenza. Partì, infatti, dal porto di Livorno sull’Ercole e raggiunse Missolungi, dove morì nel 24, ma non in battaglia, bensì di meningite. Nel 1900 gli fu intitolata una via di Montenero.
Riferimenti
Pietro Vigo, “Montenero”, 1902 dal sito www.infolio.it
“In 1822 for six weeks Lord George Byron lived in Montenero, the most famous of the poets of modern England. He lived in the Dupouy villa now De Paoli, and according to what is said, in the room in the corner between the main front and the western side of the villa itself. At the bottom of this room is a small alcove where the bed occupied by Byron was located. (...) Together with Byron Count Ruggero Gamba had come to Montenero with his son Pietro and his daughter Teresa, married to Count Guiccioli, with a retinue of servants from parts of Romagna. On them, because belonging to the secret society of the Carbonari, the Tuscan police was very vigilant. Lord Byron was also an unwelcome guest, of whom not only the ardently liberal ideas were known, but also the disordered and incorrect life and intolerant nature of every restraint and submission "Pietro Vigo.
George Gordon Byron (1788 - 1824) from Pisa, where he resided on the Lungarni, came to Montenero in 1822. The historian Pietro Vigo, in his guide to Montenero, gives ample account of it.
For the price of one hundred Francesconi a month, Byron rented Dupouy villa, from the banker Francesco Dupouy, with stables, wherehouses, gardens, cisterns and wells for clean water.
In Montenero Byron wrote part of his Child Harold and the inscription for the grave of his daughter Allegra.
A group of Americans anchored at the port of Livorno invited him on board and honoured him.
Pietro Vigo reports a dispute that broke out on June 28, around 5 pm, between the people in the service of Byron and those in the service of the Countess Guiccioli. The Gamba were also involved, knives and pistols were grasped, Pietro Gamba was bruised. This brawl gave the Tuscan police an opportunity to evict the hidden Gamba counts, on the pretext of clamour and intemperance that disturbed the quiet village of Montenero. In this regard, Byron wrote the following letter to the governor, which Vigo claims to have found only in the Italian translation.
“My friends Count Gamba and family received orders to leave Tuscany in four days, as well as my courier, Swiss born. I won't make any observations on this order, at least for now. I will leave this territory in their company, not being a suitable dwelling place for me that country which refuses refuge to the unfortunate and asylum to my friends. But since I have here a considerable capital in furniture and other items that require some time to arrange the removal, I am praying you for a delay of a few days in favor of my friends, as well as of my courier, who will accompany me if this it is allowed, and I suppose that a day or two more will be of very little consequence.
Since I will accompany my friends whenever they leave, I ask for permission to ask you to honour me with an answer. "
But the English poet did not get what he asked for. And he did not have his way in the water dispute.
Byron was very difficult in terms of water, he only digested it if it was very pure and crystalline, but the drought led to the exhaustion of the wells. Byron then refused to pay the rent and sued Dupouy in the Livorno court. He lost and had to pay the overdue instalments, interest and court costs.
While still in Montenero, he received a letter in verse from Goethe, who was translated by Enrico Mayer, a young writer of German father. He replied that he would soon leave for Greece, where he fought for independence. In fact, he left the port of Livorno on the Hercules and reached Missolungi, where he died in 24, not in battle, but with meningitis.
In 1900 a street in Montenero was named after him.
La mia donna
Lenzuola sgualcite
stanche di odori e profumi taglienti
ritrovano pace, il vuoto e il silenzio.
Ruffiane, anche loro, han nascosto certi momenti
svestendo la vita, asciugando il sudore,
accogliendo i sospiri, trattenendo le grida.
Si sono intromesse tra i corpi e gli ormoni
ascoltando parole e promesse non vere,
carezze alla pelle ma col cuore, avare.
Un po' false, un po' serie, complici e testimoni,
han sospeso il respiro,
violato la mente pescando nel torbo
tra il piacere, il senso, il dissenzo e l'oblio.
Poi... cadon le stelle.
Lo specchio fatato restituisce l'immagine persa
e la mia vita si inebria di Te.
Oggi, lenzuola pulite si ridestano al cielo,
asciugano al sole anche di notte.
Distese sul letto, non han più timore, si aspettano solo noi,
nello struggente abbandono al tuo seno per quella volta di più.
18/03/2013
Ida Verrei: Il nome che ride
Il nome che ride
Leiètuafiglia.
Con ciglia lunghe e occhi di pietra lavica rubati alla madre
che sanguina
Leiètuafiglia.
Col riso d’un golfo riarso dal vento strappato al saraceno
bambino del sud
Leiètuafiglia.
Col presagio del bene nel nome che ride che ride
Leiètuafiglia.
Coi passi di piombo
di piombo nella vena azzurrina
Leiètuafiglia.
E io, percorsa da mitologie senza storia, coi silenzi di sasso nel cuore,
Iosonotuamadre.
E sbianco, senza certezze d’eterno.
Leiètuafiglia.
E a guardarla diresti: eppure è bella, anima mia, la vita
I.V.
Patana
Patana. Niente più si muove.
Il sole invoglia al tuffo
immergersi è un invito a rilasciare
il sale, da questa pelle e dal sudore.
Freschezza di emozioni
non più giovani né mai mature,
sopite, rilassano le membra,
riemergono anche il cuore
per farlo galleggiare, accoccolato,
dal maestoso mare.
Sospinto verso l’alto, sospeso con fiducia,
dipingo ad occhi chiusi i colori della vita,
il senso ai miei ricordi, le gioie e i delusi.
Ora, libertà. Pace è intorno,
la terra è a distanza
voglio incontaminarmi al cielo,
sotto di me resta il profondo
ma non dà più pensiero.
Mi muovo appena-appena e nel silenzio
lo sguardo vola in alto,
riassapora ogni momento
nel rincorrere il rimorso.
Le labbra si serrano tra i denti
poi un sospiro grida al mondo:
“non c’è traccia di rimpianti”.
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