poesia
due poesie di Adriana Pedicini
L’ora della sera.
Si ferma il tempo
nell’ala che si stende
a sfogliare piumate ombre
sui tetti mentre in cielo
sola e lontana
posa la luna
a cui pur s’àncora il mio cuore.
Soffuso
l’eco della vita
mi ritorna e gioioso
stupore bambino
sul limitare
di giorni sconosciuti,
nelle vene tremito
sul ciglio dell’ignoto
attese e desideri
sulla corda sottile
di sogni giovanili
infranti o pronti a germogliare
da cuore saggio che oblia
con gli anni e accorto
impara a raccattare
splendidi tesori
nel ritmo di legge sovrumana
che sveste dei respiri
ma poi di folate di luce
all’improvviso investe.
Ammassati
nel granaio della memoria
-sedula formica-
i frustoli di un lungo faticare
della vita sicura dote
e cibo per l’anima
al tempo dei marosi.
E pur son giunti e non pochi
e ogni volta la tenue speranza
si è slabbrata in incubo.
Ogni volta non so se io viva
o sono un’altra
che ricorda il suo passato
o interpreta una parte non sua
in pirandelliana scena.
Non so se il sipario cali ora
ma vorrei che quest’ora
fosse segno e sintomo d’amore,
ultima battuta in forma di sorriso
aura perenne sul cammino
di chi resta.
L’ultimo bacio
Vorrei che l’ultimo bacio
sfiorasse le mie labbra
come il primo,
quando petalo
di rosa odorosa umido posava
con lama di luna
sulla bocca mentre a stento
il pudore frenava
il carro impazzito del cuore.
Lacrime di ambra
saranno a me diadema
e lieve mi coprirai con coltre
di purpuree foglie
sazie di luce e
gialli petali stanchi di sole.
Adriana Pedicini
Memorie
Un salacchino per pranzo
mentre fai gramigna
ISOLA
a casa ti aspetta
il bastone di tuo padre
la promessa di lasciarti
senza un soldo
e dar tutto ai tuoi fratelli.
Meglio seguire
le signorine
a servizio giù in città
col vento di libeccio
e i gabbiani.
Bello
le ghette e i baffi
t’innamora e ti sposa
tuo marito
ti porta con sé
al numero uno
portiera di ebrei
ricchi corallai.
Alle dame sorride
non ha voglia di lavorare
ma è una pasta d’uomo
e i tuoi tre figli devi crescerli da sola.
Ti afferra la caviglia
quando la passione
esplode
ma tu dici no
e i gatti miagolano in soffitta.
IDA
bella e altera
il passo lungo e fiero
le mani di fata alacre
cuci i tuoi merletti
ragazza di Rosachiara
quando arrivano le signore
posa il lavoro
e corri a spogliarti
le spalle nude negli stanzoni ghiacci
la povera biancheria dimessa
le dita bucate dall’ago
sei più bella di loro
più bella di tutte
in quegli abiti che
non saranno mai tuoi
ma indossi come una regina.
Ti vogliono i figli dei notai
degli avvocati
al gran ballo per l’inizio del novecento
e nasce l’amore segreto
proibito
di cui non ci parlavi
e che ancora ti faceva
luccicare di pianto gli occhi
nascosto
negato
diviso dalle convenzioni
perché ognuno deve stare al suo posto
e i gatti miagolano sulle scale.
ADA
Morettina svelta
figlia minore
madre di mia madre
onda di capelli sulle ventitré
occhi di carbone
caratterino aspro
così simile al mio
moglie di camerata
madre di piccola italiana.
Sotto le bombe
sul carro
col gatto in collo
risoluta e forte
tu scricciolo
dalla pelle bianca
e dal profilo delicato
energica e battagliera
a tener testa a quel tuo marito
con gli occhi di mio fratello.
Mi hai insegnato
la misura
molto più di LEI
mi hai cresciuto
amandomi
forse più di quanto
tu abbia amato LEI
e i gatti dormono
sul mio divano.
Cuore di uomo
Mano lieve sulla porta
sorriso imbarazzato.
Come tutti i piccoli uomini
cammini sulle punte
in un’angosciata simpatia
che sprizza triste dagli occhi umidi
di cane malizioso.
Un fremito di nervi incontrollato
contro l’allegria degli occhi
e il sommo della bocca
a contrastare il moto di anni
che scendono giù
dove non ci sarà più fremito
né occhi, né bocca
dove il mio amore ti cercherà
sfondando le barriere fra i mondi.
Succhia col palato
i sapori della terra
pane, vino e odori di donna.
Pedina della dama, carta, tg2,
figura degli scacchi, mago Zurlì
così io ti vedo.
Brucio di gelosia fuori di te.
Ma se pungessi
con le mie maledette antenne
il tuo concreto cuore di uomo
forse non troverei quello che cerco.
Non sei morto e io sto così
Non sei morto e io sto così
respiro nella mia paura
sopporto quello che non si può sopportare.
Nella tua stanza c’è chi è convinto di essere a casa,
e ogni giorno crede di passeggiare sul lungomare
e descrive le onde, piccole e chiare.
Pensavo dov’è la nostra vita
dove siamo noi
dov’è tutto quello che avevamo
che ci spettava,
da qualche parte ci devi essere ancora
forse in cielo, su una stella.
Mi manchi in casa, fuori, in ogni gesto.
Eri come un padre, ora sei mio figlio
Sei un pezzo di me anche se non lo ricordi più.
C’è una mano dietro tutto questo, c’è una regia,
ci deve essere un senso, una malignità, un destino cattivo.
Però oggi ti ho visto ridere, era la tua espressione, erano i tuoi occhi.
Turkimera
“Un occhio di Allah per te, uno per lei”
Una tartaruga di pietra, una con gli occhi blu.
Un punto sul foglio con tante frecce che s’irraggiano,
che vorrebbero espandersi, che pulsano un ritorno
d’amore su di sé.
Il bisogno è così grande che non si può colmare,
come un grande lago salato, amaro, refrattario,
che si asciuga da solo per farsi del male.
Una paura infantile, dilagante, dilatata.
Vorrei baciare ad uno ad uno tutti i fiori blu
della tua camicia
e la tua mano che mi rialza (allegra)
dal tappeto della moschea.
I baci al telefono mi stridono nelle orecchie.
Vorrei perdermi nel muezzin delle cinque a Santa Sofia
Nell’attesa delle navi che passano il Bosforo.
Terra smossa
La terra si è mossa
un buco nero di luce
mi attrae
costi quel che costi
anni di compromessi
di aggiustamenti
di doveri autoimposti
ossessivi
camminando verso la luce
mi sfinisco
le contraddizioni sono la mia ricchezza
vivere qui, ora, adesso
Canzoni stonate
E' notte fonda in quel sonno vuoto e senza senso
inganno la mente e mi lascio incantare.
Le stelle sbiadiscono una volta di più mentre randagio
vago verso i confini dell'alba su quel monte con la testa china,
a cercare sentieri liberi e sicuri su questa terra
dove l'ingordigia preme, infetta e piaga le ferite.
Il cuore trattiene e rimescola le parole, zittisce i sogni.
Troppa rabbia esplode sotto i piedi.
Ripartono le nenie antiche su quelle note non dimenticate
tra una strada di periferia e troppi chilometri fuoricittà.
Cambia il tempo e nulla vale quei ricordi,
che ti saltano addosso, pesanti come macigni.
Fosse bello, almeno, tornare ad urlare al cielo le canzoni stonate
ma è il risveglio del pensiero, a turbare il domani.
Deserto
il deserto piange
lacrime
di sale
arso sorriso
labbra tumide
ferita
aperta
silenzio
sole
sabbia minuta
occhi rossi
nulla di quello che era
è
nulla di quello che è
sarà
solo sabbia
minuta
che vola via
Amore tardivo
Questo amore tardivo
morirà solo insieme a me
come tutte le cose che non si realizzano,
che rimangono sognate,
incompiute.
In ogni volto cercherò sempre il suo volto,
in ogni poesia una sua poesia.
Passeranno gli anni e mi chiederò se è vivo,
se è felice,
se ha trovato la donna giusta.
E soffrirò di nascosto,
perché anche soffrire è un tradimento.
Monito
Sul frontespizio
una dedica
proprio il giorno che ho conosciuto l’amore
le lucciole e il buio
il profumo della notte
i corpi nudi nel bosco
il vapore del vetro
che appannava
Ora solo uno sfogo
un rifugio
un brivido gentile
una stella di ghiaccio
perché siamo quello che siamo
e si sogna
Cerco in me la forza
per non essere chi
alla fine rinuncia
e si porta dietro il peso
di colpe non sue
Ascolto
leggo
il cuore naviga
vola su un altro pianeta
Tornerò a casa
ferita
umiliata.
soffrendo
crescerò
in silenzio
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