poesia
Alfredo Alessio Conti, "Sulla soglia dell'infinito"
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Sulla soglia dell'infinito di Alfredo Alessio Conti (Biblioteca dei Leoni, 2021 pp.96 € 12.00) è una raccolta poetica che contiene la necessità del pensiero umano d'indicare l'essenza dell'infinito, indaga l'inquietudine originaria della vita attraverso le intonazioni elegiache delle parole, trasmesse con il segnale espressivo dell'autonomia sensibile, nell'esplorazione della natura divina e istintiva della compassione. Il sentimento intimo del poeta emerge dalla dimensione spirituale dell'invisibile, dall'ispirazione mistica delle emozioni, trae il suo carattere individuale affermando il suo anelito verso una realtà più autentica, riconosciuta nella comunione solenne con l'assoluto. L'umana esistenza orienta il suo dissidio interiore oltrepassando la materia tangibile del senso della vita, includendo il privilegio del significato speculativo e dell'intuizione, il principio dinamico trascendente del fondamento sovrumano dell'anima. La poesia di Alfredo Alessio Conti custodisce la rivelazione dell'amore, nella sua sfera discorde tra felicità e sofferenza, nelle sue infinite declinazioni esistenziali tra l'armonia e la distensione, la grazia della luminosità e l'inganno dell'oscurità, unisce la sensazione indistinta della contemplazione alla speranza di una redenzione emotiva, sostiene il riscatto ultraterreno, comprende la realizzazione dell'attesa, sospendendo la profetica previsione della nostalgia sfuggente e del desiderio indefinito. Il codice del vissuto quotidiano riflette, nei versi, il tragitto intrapreso dall'uomo, in relazione ai segreti, ai simboli della solitudine, alla metafora dell'intervallo presente, all'incertezza sull'avvento del futuro, procede lungo il cammino dei sogni e il silenzio del destino. Lo stile essenziale, puro, accogliente, permette di apprezzare il contenuto profondo e sconfinato, di sentire il significato immenso della ricerca dell'uomo, di ascoltare l'oscillazione delle riflessioni. L'arricchimento lirico delle immagini propone la densità interpretativa del linguaggio, la relazione con la suggestione dello spazio straordinariamente dilatato della poesia, misura la smarrita astrazione della voragine intimista, guida l'orientamento sacro delle stagioni, consegna il solco delle illusioni al principio devozionale della fiducia. Alfredo Alessio Conti riconosce i limiti dell'esperienza percettiva, prende coscienza delle possibilità di una verità altra, comunica la prospettiva universale del tempo oltre l'apparenza del fenomeno filosofico, trattiene il suo indugio “sulla soglia dell'infinito”, sulla sostanza del conoscibile, sulla volontà inconscia dell'indulgenza, in limine sul confine esistenziale di ogni visione intuitiva dentro il grembo lirico del mondo, avviando l'intenso contrasto tra la lacerazione e la tenerezza, nella tormentata occasione della consapevolezza.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
Svanire
Rivedo
assorto
nel sonno eterno
il riflesso sfocato
della mia Anima
svanire nel nulla.
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Vorrei vivere in un faro
Vorrei vivere
in un faro
illuminare le notti
tempestose e buie
segnalare
il pericolo
che ci attende
all'attracco
della vita.
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Sono alla ricerca di nuove parole
Sono alla ricerca
di nuove parole
di nuovi significati
al vivere il presente
per il futuro c'è tempo
anche se ormai
adesso
l'ho oltrepassato.
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Sono un ramo
Sono un ramo
curvo sull'acqua
che si abbevera
e rinfresca
sognando
di rizzarsi in piedi
per accogliere nidi
di cardellini
e sentire il loro canto
per l'ultima volta.
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Battito di ciglia
La nostra vita
è intrisa
d'infiniti punti di domanda
della cui risposta
ultima
sarà solo
un battito
di ciglia.
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Sulla soglia
Ho camminato
a lungo
in questa vita
a volte frettolosamente
a volte piano piano
a volte come gamberi
sulla riva del mare
a volte pieno d'entusiasmo
a volte solitario
ed ora
sulla soglia dell'infinito
non mi resta
che percorrere
l'ultimo tratto.
Cipriano Gentilino, "Parabole"
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Parabole di Cipriano Gentilino (Nulladie Edizioni, 2021) è un libro intenso, consegnato al lettore in nome della sincera e sensibile relazione con l'osservazione esistenziale della vita, esposto alla sostanza interiore e riflessiva della poesia, congiunto al significato dell'esperienza emotiva, concepito nel doloroso senso di esclusione affettiva, nel malessere dell'uomo, nello svolgimento logorato e inadeguato degli episodi dell'inquietudine, nell'elemento individuale del tormento e delle difficoltà quotidiane. I versi compongono un contenuto evocativo, complicato e tortuoso, distendono profondità simboliche e dimensioni espressive, trasformando la condizione delicata e fragile del mondo descritto, dichiaratamente estromesso e abbandonato, in inesauribile resistenza sensibile e opponendo alla desolazione della solitudine il conforto spirituale della poesia. Parabole vuole illuminare la nuda verità della realtà emarginata ed esporre attraverso l'elaborazione elegiaca di una dottrina etica e devota alla religiosità nell'anima, il valore riabilitativo delle parole, avvicinando la tenacia persuasiva delle immagini al dono dell'ispirazione umana, alla profezia pagana del messaggio emblematico nell'attenzione premurosa e responsabile dello strumento versatile della consistenza, schietta e assoluta, dell'inchiostro. La poesia rivela il suono incomunicabile del silenzio, spiega il conflitto con il percorso psicoanalitico delle similitudini, interpreta l'oscurità del cuore, commenta la supplica universale con la lusinga della speranza, contrastando la prigione della disperazione. Cipriano Gentilino è testimone dei disturbi eccentrici del tempo e riesce a cogliere l'aspettativa della quiete, a sostenere le dinamiche erranti delle sofferenze, a dipingere l'incantesimo lacerato dei sentimenti, avvolto nel respiro di un sorriso. Affida al riflesso dei versi la desolazione, l'amore e la follia di ogni vissuto, spezza le ferite di ogni istintiva e inconscia illusione, solleva l'ombra celata della coscienza, eleva l'esistenza all'incoraggiamento del ritorno, eludendo l'isolamento della segregazione, il profilo discriminatorio degli orizzonti lirici tra il bene e il male. Il poeta associa uno stile struggente e malinconico con la trasparenza delle destinazioni della natura, consacra l'irrequietezza nella lucidità dell'espressione, giunge alla soglia libera e disincantata dell'ebbrezza inebriante di ogni perdizione, attraversa la cifra estetica dell'intima inclinazione umana, donandole l'essenza della cura. Cipriano Gentilino conosce il casto e devoto pudore del limite, oltrepassa il carattere speculativo dell'abisso, esplora la luminosità e lo spettro segreto della mente, accoglie il mistero incisivo e contemplativo della tristezza, alimenta l'incanto delle sensazioni indefinibili e la percezione innocente dell'attesa, nel margine sfuggente e irrazionale dei desideri, confessando l'entità faticosa e consapevole del rimpianto, la vaghezza impulsiva e drammatica nel simulacro della presenza vitale, nell'affinità suggestiva delle parole.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
Marea
Maschere sottopelle,
riflesse allo specchio
rammentato col resto
di fiabe,
sottobanco bisbigliano
ticchettii di ore attese
per un amore
a cielo calante.
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Sortilegio
Dal sortilegio
dell'esserci mancati
negli interstizi pietosi
ci riaccoglie perturbato
il nostro respiro
mentre il ciliegio
si è imbiancato
nel silenzio di neve,
e la luna endemica
aspetta il solito turno.
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Riflesso
Questa sera sei luna
seduta a gambe strette
poesia,
illusione poliedrica
sulle labbra storte,
testardo silenzio
sul riflesso artrosico
della mia pelle.
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Affannata la nebbia
Affannata la nebbia
si posa sugli scricchiolii
delle foglie lasciatesi
cadere
a segnare una fine,
pudica s'adagia
sul silenzio
delle palpebre
a nasconderci la nostra.
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A vento quieto
A vento quieto
ci rivedremo,
i vivi e i morti,
labirinti
di arianne a
cercare un filo.
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Oltre il canneto
Oltre il canneto
la vigna tagliava
il mare in righe
dalla riva al cielo
non ricordo nuvole
né maestrale
solo la tua voce
che accarezza
antica
me che sogno.
Giorgio Caproni, poeta di Livorno e Genova
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È il 1912 quando nasco a Livorno, la meno toscana delle città toscane, accanto al Cisternone e al piccolo zoo del Parterre, figlio di Anna Picchi e di Attilio, ragioniere figlio d’un sarto ch’era stato garibaldino. Son anni di lacrime e miseria, richiamano alle armi mio padre, viviamo in via Palestro con Italia Bagni nata Caproni e il marito Pilade, barbiere massone e gran bestemmiatore, proprio vicino allo Sbolci, scaricatore di porto e bevitore di ponci. Vivo in un quartiere rosso, dove tutti cantano Bandiera rossa e danno la caccia ai topi, mi adatto, imparo a leggere da solo, a quattro anni, grazie al Corriere dei Piccoli, frequento la prima e la seconda elementare al Sacro Cuore, la scuola dei preti. Faccio incetta di santini da Suor Michelina da quanto son bravo, ma non riescono a convincermi nemmeno un po’ dell’esistenza di Dio. Per la terza elementare mi iscrivo alle comunali, al Gigante, con il maestro Melosi, dove al posto di Dio e preghiere mi tocca piangere sul Cuore di De Amicis. Per fortuna finisce la guerra, mio padre torna a casa, al suo posto di ragioniere in una ditta livornese di caffè. Andiamo ad abitare in via De Larderel, dove mi resta impresso quel sapore intenso di gelati frammisto all’odore di pesce che per tutta la vita mi ricorderà Livorno, la città del mercato centrale lungo i fossi e l’acqua nera come asfalto, panchine e monumenti incomprensibili, delimitati da grate di ferro. È il dopoguerra con disordini di piazza, son anni duri, gente che muore per strada, ma c’è mio padre, ci sono le passeggiate con mio fratello Pier Francesco. Andiamo in campagna o ai Pancaldi; a volte ci spingiamo fino a San Biagio, un po’ in treno, un po’ in carrozza, passando dalla stazione di Pisa con quelle vetture di legno di terza classe. A San Biagio andiamo a caccia in padule, ospiti di Pietro, è il mio tempo magico, nonostante tutto, un tempo di cui ricordo istanti interminabili a confezionar cartucce e a mangiar selvaggina. Sogno di fare il macchinista, ché mi affascinano i treni, un trenino elettrico lo terrò sempre con me nello studio, lo userò per far giocare i miei alunni, per far imparare tante cose. Non sono un ragazzo allegro, non sono per niente tranquillo, sto sempre in mezzo ai litigi e alla sassaiole. Soffro in anticipo la fine delle cose, noleggio per un’ora una bicicletta, ne vedo subito il termine, così il piacere svanisce. Sono un lettore onnivoro, infaticabile, a parte il Corriere dei Piccoli, incontro presto sulla mia strada i poeti, Dante per primo, con la sua Commedia illustrata dal Dorè che il babbo compra in edicola, pubblicata a dispense da Nerbini. La leggenda montanina è il primo tentativo di racconto, scritto alle elementari, come testimonianza del mio baco letterario. Nel 1922 nasce mia sorella Marcella e ce ne andiamo per sempre da Livorno, ché la ditta dove lavora mio padre fallisce, passiamo un po’ di tempo a La Spezia, poi ci fermiamo a Genova dove il babbo trova lavoro nell’azienda conserviera Doria, proprio nel palazzo ducale. E da quel giorno Livorno resta soltanto un ricordo, la terra dove son sepolti i nonni, al Cimitero dei Lupi, la terra di mia madre, dei profumi intensi, indimenticabili. La città che sento veramente mia è Genova, là sono uscito dall’infanzia e mi son fatto uomo, là ho studiato, ho amato, ho sofferto. Ogni pietra di Genova è legata alla mia storia di uomo: via San martino, via Michele Novaro, piazza Leopardi, via Bernardo Strozzi, tutti luoghi dove ho vissuto. A Genova termino le elementari, faccio sassaiole con i nuovi coetanei, allevo piccoli rettili, studio violino e composizione, forse per questo scrivo i primi versi. Poi il musicista cade e resta il paroliere, ma non per caso tutto succede a Genova, città musicale per via d’un vento cangiante e disperato, tra gli alberi e il mare. I miei versi nascono in simbiosi con il vento, lui fischia e io scrivo, nel frattempo leggo di tutto, da Schopenhauer a Verne, passando per Machado e Lorca in lingua originale, per finire con la visione appassionata dei film di Francesca Bertini. A diciotto anni abbandono il violino, troppo emotivo per fare concerti, spezzo lo strumento quando mi accorgo di non esser tagliato per quella professione, nonostante molti mi dicano che come violinista potrei avere un avvenire. Scrivo le prime poesie vagamente surrealiste, forse futuriste, surrogato della musica tradita, mentre trovo un impiego presso lo studio dell’avvocato Ambrogio Colli che possiede una grande biblioteca, dove scopro Ungaretti e L’allegria, vero e proprio sillabario poetico. Leggo gli Ossi di seppia di Montale, incontrati su una bancarella, pare che mi attendano per spalancare le porte d’un mondo, per suscitare emozioni profonde, indimenticabili. Leggo Cardarelli, Novaro, Sbarbaro, molti poeti liguri; non perdo un numero de L’Italia letteraria e della rivista Circoli, dove scopro Sbarbaro, che anni dopo conoscerò di persona. Circoli mi rifiuta alcune poesie, m’invita ad avere pazienza, a studiare, così ricomincio da Carducci, il più lontano da me che son pascoliano, pure se certi critici trovano Carducci nei miei versi, ci sta che l’abbia studiato troppo per farmelo piacere. I miei poeti sono quelli delle origini, soprattutto Cavalcanti, autori che usano una lingua spigolosa, da formare. Nel 1933 pubblico le prime cose su Riviere ed Espero, grazie ad Aldo Capasso e Ferdinando Garibaldi, ma non c’è tempo di gustare il successo ché parto militare un anno dopo, di leva a Sanremo, pure se scrivo ancora, pubblico su riviste e preparo l’esame magistrale da privato. Scopro i classici - Cesare, Virgilio, Catullo, Lucrezio - e la filosofia di Sant’Agostino, Nietzsche e Kierkegaard. Prendo il diploma magistrale a 23 anni, da privatista, scrivo un tema su Pascoli che conquista tutti, ma all’orale faccio scena muta, polemizzo con il commissario d’italiano sul pessimismo di Leopardi. Nessuno ha mai amato la vita più di Leopardi! Il pessimismo è solo un luogo comune. Nonostante tutto, mi promuovono. Scrivo poesie, pubblico recensioni su Araldo letterario, Terza pagina, L’ora di Palermo, Il popolo di Sicilia; mi iscrivo al Magistero di Torino - l’università dei maestri - ma non completo gli studi. In compenso arriva il primo incarico da insegnante, a Rovegno, in Val Trebbia, mentre mi fidanzo con Olga Franzoni, che mi segue da Genova quando decidiamo di sposarci. Olga muore di setticemia nel 1936, poco prima delle nozze. Non scriverò più, mi dico. Non ho accanto la mia musa, il mio amore, il solo sostegno, l’unica certezza, senza di lei la poesia diventa inutile. Nonostante tutto pubblico a Genova Come un’allegoria, un libriccino che piace a Betocchi - con cui intrattengo un rapporto epistolare - al punto di parlarne su Frontespizio. La vita va avanti, Rosa (Rina) Rettagliata, dagli occhi siderei, diventa la mia nuova musa, poco a poco prende il posto di Olga nel mio cuore. Abbozzo l’idea d’un romanzo - La dimissione - sulla mia esperienza in Val Trebbia, su Olga e il nostro amore, ma non va in porto, forse non son tagliato per la misura lunga. Va bene la poesia, in compenso, Ballo a Fontanigorda è il mio secondo librettino genovese, edito come il primo da Emiliano degli Orfini, vince un premio, lo traducono in francese e lo pubblicano a Parigi. Mi mandano a insegnare nelle nebbiose vallate di Pavia, per questo le mie liriche son offuscate da mattine brumose e tramonti velati, sono i panorami che vedo. Nel 1938 mi sposo con Rina, a Loco, dove trascorro le vacanza per tutta la vita, ché resta un luogo simbolico per troppi motivi: la mia carriera d’insegnante, la morte di Olga, le nostre nozze … Vado a vivere a Roma, convinto dall’amico Libero Bigiaretti, una città che mi affascina per le sue vestigia classiche, non per il barocco, ed è qui che conosco Ungaretti. Purtroppo nel 1939 mi richiamano alle armi, mi spediscono al confine francese, proprio mentre nasce mia figlia Silvana; la poesia diventa un estremo rifugio alla tragedia vissuta, in una vita segnata da troppe guerre che sconvolgono infanzia e giovinezza. Finzioni esce nel 1941, stesso anno in cui nasce mio figlio Attilio Mauro e vengo nominato sottotenente. In guerra ho tanta paura: non sono un eroe, ma mi faccio coraggio. Scrivo Cronistoria in questo triste periodo, De Robertis conosce parte della mia opera, vuol leggere altro e ne parla bene, lui è un critico importante, può cambiare il destino della mia letteratura. Sono anni terribili, di povertà e terrore, di un’Italia divisa, di partigiani e tedeschi invasori, di americani liberatori. Partecipo alla guerra di liberazione della Val Trebbia senza sparare nemmeno un colpo, in compenso vengo eletto commissario a Rovegno e riapro la scuola elementare a Loco, dove son l’unico maestro. La campagna della Val Trebbia è per me troppo importante, contiene la mia giovinezza a Rovegno, il primo incarico da insegnante, la guerra partigiana combattuta in prima persona. Strada Statale 45, tra i boschi e il fiume, la mia vallata misteriosa e incontaminata, fatta di dubbi e di attesa, vera metafora della vita, ideale per costruire una poesia che non è mai stata ermetica, poche parole essenziali che partono dal paesaggio per raccontare. Finita la guerra torno a Genova, la trovo distrutta, bombardata, non ci voglio stare, come non vorrei vivere a Roma, mi piacerebbe trasferirmi a Firenze, ma non riesco, non trovo lavoro. Accetto un posto di maestro a Trastevere, mi adatto a Roma, pure se è una scarpa troppo grande per il mio piede, non riesco a sentirla mia fino in fondo, ci passo il resto della vita. Non lego con Roma, mi manca il mio porto, il mio paesaggio industriale, ma a Roma faccio gli incontri più importanti per l’attività letteraria, stringo rapporti vitali. In fondo non lascerei mai Roma, vera città dell’anima che mi piace sospirare, perché in nessun’altra città d’Europa - forse del mondo - si gode la libertà che c’è a Roma. Ed è qui che compio la scelta politica della vita, mi iscrivo al partito socialista, laico e mangiapreti come sono, come mi han fatto diventare le suore livornesi e un quartiere troppo rosso dell’infanzia. Pubblico su molte riviste di sinistra, racconti e recensioni, cronache e prose, inchieste su borgate; scrivo racconti di guerra partigiana ma il romanzo non va in porto, escono brani da qualche parte, piccoli stralci, una specie di finale, ma la storia è in panne, resta un abbozzo. Il romanzo mi tenta ma non ho abbastanza disciplina, preferisco la breve durata, il racconto, la lirica, la prosa di cronaca, la poesia narrativa. Nel 1949 vado a vivere a Monteverde Vecchio, in viale Quattro Venti 31, insegno alla Francesco Crispi, in quel quartiere. Si ammala mia madre, a Livorno, il mio personaggio ne L’ascensore, giovane ragazza che fa ricordare lutti e dolori. Anna Picchi muore nel 1950, a Palermo, ospite della figlia Marcella, e io, affranto dal dolore, scrivo le poesie della mia vita, il libro dell’anima che dedico alla madre bambina, alla madre fidanzata, alla sola donna del passato. Conosco Ferruccio Ulivi, Betocchi e Pasolini, che vive nella vicina via Fonteiana, tutti importanti per la mia letteratura. Traduco molto, persino Proust, nel 1951 esce il mio Tempo ritrovato, un lavoro immenso, su incarico di Natalia Ginzburg che mi fa tradurre anche Apollinaire. Non ho tempo di scrivere poesie, devo guadagnarmi da vivere vergando articolacci per quotidiani, per La Nazione soprattutto, per riviste che me li commissionano, e poi tradurre, ché tradurre è un mestiere faticoso. Scrivo di teoria poetica su La fiera letteraria e su altre riviste, commemoro la morte di Saba, commento Pasolini, di cui amo solo il coraggio, non la poesia. Nel 1956 resto ancor più solo, muore il babbo a Bari, lo seppelliamo a Palermo, accanto alla mamma; la mia Annina ha ritrovato il suo compagno, la cosa un poco mi rincuora. Nel 1959 i tempi son maturi per far uscire Il seme del piangere, dedicato ad Anna Picchi, il mio fiore posto sulla tomba, una lapide troppo lontana per andarla a visitare, un fiore che non appassisce ma conforta, un fiore eterno. Rievoco mia madre giovinetta che percorre una Livorno mitica e malata di spazio, ciana e scamiciata, ma anche gentile. Livorno è la mia infanzia, Annina è la madre, così come Genova è l’età adulta, la mescolanza. Il libro nasce grazie a De Robertis che m’incoraggia, io non son convinto, mi pare un esperimento troppo da Cavalcanti il ritornar sui luoghi del passato e cambiar fattezze ai personaggi. Il libro è fatto di versi livornesi e d’altri versi, persino imitazioni di Prevert, di Apollinaire e Lorca. Pubblico traduzioni come René Chair e I fiori del male di Baudelaire, poi Morte a credito di Celine, impulsivo atto d’amore per lo scrittore. Faccio il giurato in tanti premi letterari, pure troppi; scrivo sulla Nazione di Firenze tante recensioni, da Gadda a Morante, passando per Luzi e Palazzeschi. Nel 1965 mi operano d’ulcera gastrica, perdo il mio posto nel Vangelo di Pasolini, dopo aver fatto le prove, voleva un poeta per quel ruolo, finisce che prende Alfonso Gatto. Peccato. Esce Il congedo del viaggiatore cerimonioso … un congedo da un mondo che non comprendo, forse è destino con il passar del tempo, forse succede a molti. Mi capita a cinquant’anni di scrivere un congedo anticipato, mi par d’essere giunto alla disperazione calma, senza tormento, al punto che conservo del mio dono antico solo la spina pungente della nostalgia. Un’opera postuma in vita, il mio Congedo da un tempo che non amo, da un’Italia che non vorrei vedere. Mi perdo nella nebbia delle cose lontane, nascoste, in una religione che non comprendo, in un Dio che non esiste, che non prega per noi, che non ci rimette i nostri peccati come noi rimettiamo i suoi. Traduco e recensisco ancora, scrivo pochi versi, non vengono, non si possono fare su richiesta, con uno schioccar di dita. Muore anche Sbarbaro, povero amico mio, mi lascia delle lettere, un po’ di scritti inediti, tanta tristezza, ricordi, soprattutto ricordi di momenti vissuti insieme, stagioni indimenticabili che non si possono racchiudere in poche pagine di letteratura. Il terzo libro e altre cose - dedicato a Rina - esce nel 1968, come tentativo di riorganizzare tutte le mie prime opere. Mi trasferisco in via Pio Foà 49, faccio il consulente Rizzoli, lavoro su Proust, suono il pianoforte, l’ocarina e - come per magia! - riprendo in mano il violino: forse c’è una stagione per ogni cosa. Escono in duecento esemplari i Versi fuori commercio, cinque poesie d’una futura raccolta; traduco Flaubert, ci provo con Genét, spinto da Debenedetti, per lui sono un ingegnere della parola, dice che ce la posso fare, io non ci credo, dopo aver sudato con Celine. Mi fanno Commendatore della Repubblica: che onore! E su Genét ha ragione Debenedetti, traduco il teatro, mica viene così male. Le poesie escono su riviste, vincono premi, ma la salute mi fa un po’ penare, dopo operato d’ernia scelgo la pensione, passo l’ultima stagione da maestro in una classe di soli trovatelli che mi danno molto, di quei bambini resto debitore. Nel 1975 doppio Salò di Pasolini, poco prima che lui venga trucidato, pensare che non ho mai visto il film, non so neppure quale personaggio abbia la mia voce. Ricordo Pier Paolo e le parole in rima a me rivolte: Anima armoniosa, perché muta e, perché scura, tersa:/ se c’è qualcuno come te, la vita non è persa. Esce nel 1977 il mio Muro della terra, la raccolta vince il Premio Biella, anticipando di un anno la morte di mio fratello Pier Francesco: quanto inverno, quanta/ neve ho attraversato Piero,/ per venirti a trovare. Vado a Parigi per la prima volta, al Centre Pompidou, a leggere i miei versi con Mario Luzi, Delfina Provenzali e Vittorio Sereni. Arriva Il franco cacciatore, la nuova raccolta del 1982, impostata sul motto che la vita è azione, pure se per me siamo alla fine del percorso, ormai, resta poco da agire. Arrivano altri riconoscimenti, allori, coppe, medaglie. Basta con tutti questi premi! Me ne avete dati troppi! Sembro l’insegna d’una premiata pasticceria. Nel 1983 muore Vittorio Sereni, un altro amico mi lascia in mezzo al guado, vado avanti da solo, confidando in nuove cose belle, come Garzanti che mi pubblica l’opera completa e tanti inediti. Preferirei non trovarmi di fronte al mio passato ma la correzione delle bozze mi costringe a rivedere spezzoni di ricordi, dolori e lutti, momenti disperati. Nel 1985 perdo pure Betocchi, son sempre più solo, magra consolazione la pubblicazione dei racconti partigiani e della raccolta Il conte di Kevenhüller che convince la critica. Io come sempre scrivo versi, prendo appunti, poi la mia mente li sistema, mette tutto in ordinata successione, forma un libro, compone una raccolta. Muore mia sorella Marcella e io non faccio in tempo a pubblicare Res amissa, lo faranno altri per me, i figli che ho lasciato, il tema è quello della bestia, del male, chissà perché quando s’invecchia si ricomincia a pensare ai demoni infantili, agli incubi atroci delle notti insonni. Nel 1989 mi tocca parlare persino dello sbarco sulla luna, mentre esce l’Elefante Garzanti con le mie poesie complete. Brutto segno quando ti fanno le opere complete. Leggo Dante a Ravenna, prendo il posto di Sciascia a Nuovi Argomenti, poi giunge il mio tempo di morire. È il 1990, ho 79 anni, sono a Roma. In una gelida mattina di gennaio, sul comodino, ritroveranno Dante e la Commedia, lasciata aperta sulle pagine del primo Canto del Purgatorio. Finita la stagione di canzoni e sonetti, di giovinette nude e umane, di sudori, di afrori, di città e paesaggi, di luoghi cittadini, concreti e metafisici. Finita la latteria come luogo d’inverno, la metrica e il tradimento, la toponomastica cittadina nei miei versi. Non più poesia come finzione, raccontando Livorno e Genova - le mie due patrie - non come sono ma come potrebbero essere, filtrate dalla luce del ricordo. Scorrono sul telo nero del passato i Versi livornesi, la cosa più fantastica della mia vita, un’impresa che pochi avrebbero osato: scrivere la vita fanciulla di mia madre, per me sconosciuta, anticipandone una morte che dovrò soffrire. La mia ultima preghiera per mia madre, novello Orfeo in cerca di Euridice, madre fidanzata, madre giovinetta, per le strade d’una Livorno perduta. Resta il ricordo della leggerezza che ho sempre voluto, che scolpisce nel vento due città di mare, le mie Livorno e Genova, come Saba rende eterna Trieste. In una gelida mattina di gennaio vi lascia un piccolo poeta dei suoi luoghi, convinto di vivere solo se sente stridere il concreto, un poeta narratore incapace di scrivere romanzi, solo brevi lampi lirici, un semplificatore della realtà, un uomo libero in un tempo che rende schiavi. (Gordiano Lupi)
Gordiano Lupi
Il Foglio Letterario
Casa Editrice: www.edizioniilfoglio.com
Rivista: www.ilfoglioletterario.it
Gruppo FB: https://www.facebook.com/groups/65808867039/
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Sito personale: www.infol.it/lupi
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Antonio Corona, "Controfobie"
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Controfobie di Antonio Corona (Quaderni di poesia Eretica Edizioni, 2021) è una raccolta poetica intensa e manifesta con incisiva e profonda emotività la consapevolezza degli affetti e della compassione, mutando la trascrizione e la distorsione della fobia nella comprensiva e generosa espressione dell'empatia. L'autore interpreta, nell'esperienza della pura solidarietà, l'attitudine della ragione umana d'intuire la capacità emblematica della realtà, relaziona l'approccio altruistico nella coerente osservazione del rispetto e dell'indulgenza nei riguardi di una universale disponibilità all'apertura mentale, affrontando il conflitto persistente dell'irrazionale limitazione della negazione e delle contrarietà. La materia dei versi convince la spiegazione a ogni spontanea condivisione, accoglie l'impulso motivazionale dell'universo interiore, riconosce il disorientamento degli squilibri e condanna l'inafferrabile oscurità dell'ignoranza. Antonio Corona mantiene la disinvoltura dell'indipendenza sentimentale in relazione ai principi ispiratori della libertà, percorre il sentiero compromesso dalla ferita del disagio, dal tormento dell'irresolutezza, dall'apprensione per un'intolleranza che addensa le incrinature dell'anima. Il poeta congiunge la sintonia con il lettore con l'esecuzione di un proposito di colloquio intimo, consolida il tragitto istintivo tra fiducia e affidabilità, esplora le incertezze delle frontiere intellettive, permette di distinguere la discrezione con la quale guarda al mondo attraverso il proprio vissuto e accoglie la potenzialità della diversità, accennata, e non giudicata, da un'angolatura percettiva. Le distinte prospettive delle parole seguono l'originale itinerario delle sezioni poetiche, suggerite con i colori rivelativi, Nero Fardello, Indaco Bastardo, Rosa Fragilità, Rosso Passione e Verde Speranza, per definire ogni rappresentativo stato d'animo, il segno compiuto di ogni carico morale, l'insolenza dell'offesa, la tenerezza dello smarrimento, il desiderio resistente dell'amore, la dichiarazione profonda di ogni aspettativa. Leggere Controfobie accomuna la fermezza coraggiosa e dolorosa all'intonazione della complessità, consente di condannare i provocatori contrasti delle convenzioni e dei pregiudizi sociali e di escludere dall'impostazione esistenziale il conflitto dell'incomunicabilità. Antonio Corona rivendica le occasioni perdute e le promesse ritrovate, indugia sulla consistenza del proprio sentire, scindendo la scelta di mostrare la propria identità dal timore di non essere riconosciuta, rivela un'umanità conquistata con maturità poetica, senza biasimo, predilige la capacità d'identificare il dono di agire secondo i propri sogni, divulgando la voce più autentica nell'urgenza necessaria della scrittura poetica.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
Subire
Un vuoto a pressione
che esplode nel petto,
un gesto tagliente
che affonda nel ventre,
una frase sbagliata
che uccide da dentro.
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Amare nell'ombra
Un bacio mai dato
è un'emozione mancata
ma un bacio nascosto
è come un cuore spezzato.
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Pioggia d'estate
La senti cadere ferita smarrita
come lacrime gioiose irrompe
in cerca della terra secca zollata
che accoglie i segni dei palmi
di chi carponi cammina trafitta
in cerca di quel sole che corrompe
chi d'amore mancato perisce.
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Sulla fune
Su una fune
sospesa nel vuoto
la vita danza sulle punte
di un amor congiunto
fra anima e corpo
tra sensi e tatto
di chi ascolta e poi agisce
senza cogliere nel segno.
Mi fermo
nel fulcro della ragione
sapendo che seguirla
mi porterà altrove.
Mi muovo
in equilibrio sul cuore,
se cado volo
se arrivo cammino.
Amare è l'unica certezza.
Parole di convivenza
Parole cucite all'orizzonte
perse tra due mondi
uniti sulla linea del niente
congiunte solo in un miraggio
ma in realtà sempre distanti.
Parole vuote nell'aria
affogate nel mare
in due mondi bruciati
dal silenzio del confronto.
Vorrei parole unite da una lampo
riportate all'orizzonte
riflesse sul mare
proiettate lunghe sulla terra
paciere di tolleranze
ed amorevole convivenza.
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A piedi uniti
In quel punto esatto
dove a piedi uniti
premo sulla sabbia bagnata
leggermente sprofondano
pensieri, azioni ed intenti.
Guardo quell'ombra formarsi intorno
e permango in attesa
di un'onda, dell'onda
della forza che m'inonda.
Affonda e ritorna
la spuma circonda
come nebbia spettrale
l'assenza e l'essenza
la gioia e il tormento.
Mi getto mi bagno respiro
vivo. Acqua sabbia sale
un pane bagnato
indissoluto
sotto i miei piedi.
Coraggioso attendo,
il vento.
Mauro De Candia, "Sundara"
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Il libro Sundara di Mauro De Candia (Ensemble, 2021 pp. 80 € 12.00) è un'originale, incisiva, contemplativa visione del mondo, concepita nella manifestazione profonda di liberazione dalle convenzioni culturali e sociali, una osservazione poetica oscillante tra l'intento satirico di una mitologia contemporanea e l'inconsolabile perplessità nei confronti delle sovrapposizioni esistenziali. Il poeta risana l'equilibrio e la suggestione concedendo al titolo della raccolta l'inno evocativo dell'incanto e della grazia, all'entusiasmo vitale delle poesie il sarcasmo e la fiducia emozionale nei confronti del genere umano, conducendo ogni impressione in un universo metafisico, ammaliato da influenze espressive surreali e oniriche. La libera ed ermetica combinazione stilistica dei versi interpreta il carattere autentico e moderno della riflessione, l'imprevedibilità dell'anima e la sfrenata fantasmagoria dell'immaginazione, delinea il codice significativo con l'enigmatica impenetrabilità delle parole, con l'oscurità schematica della dimensione interiore. Mauro De Candia accoglie le indicazioni di una discontinuità ritmica e attraverso una definizione articolata della logica nella ricerca specialistica di temi filosofici risolve la risorsa speculativa nelle dinamiche rappresentative dell'uomo disponendo l'esigenza di spiegare la propria centralità contenutistica in un percorso identitario. Una poesia sensoriale che concede a ogni intonazione ipnotica del verso la metamorfosi del discorso, la possibilità terrena dell'orientamento ispiratore. L'elemento poetico dello stupore è il filo conduttore di ogni intuitiva illuminazione e favorisce una nuova prospettiva della scrittura. L'orientamento rapido, autentico, insolito ed eccentrico dei testi dirige la perspicacia di un sillogismo necessario per affermare la verità identificativa e l'immedesimazione della realtà attraverso la meditazione con l'emblema dell'irrealtà. Sundara è un vocabolo proveniente dalla lingua sanscrita e il libro di Mauro De Candia associa al significato animato dell'essenza comunicativa l'intonazione del segnale spirituale e mentale dell'archetipo salvifico della bellezza, congiunge all'accordo poetico il prodigio e la meraviglia taumaturgica, diffonde nel verso autonomo e svincolato l'obiettivo di una eloquenza innovativa, aggiornando il carattere filologico della terminologia e il processo neologico della nuova esigenza letteraria, approfondita nella moderna apertura e nella competenza dell'effetto stilistico. L'estrazione leggendaria della rappresentazione dell'intensità del bene e dell'ostilità del male trascende l'affermazione sublime della poesia. La poesia concentra l'ammirata osservazione su se stessa, unisce la sostanza al profilo lirico, rigenera l'entità della ricostruzione nell'estensione figurativa del potenziamento semantico, manifesta la combinazione creativa dell'iperbole rafforzando il senso vivo e intelligente del pensiero, nella ricerca rigorosa e compiuta del fondamento esistenziale, nella maturità elegiaca dell'identità.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”
https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
CANTOFABULA (PARTE PRIMA)
Un giorno si rinchiuse, in Transilvania,
il Sole che annegava nel bromuro
narrato in un Jules Verne, in un Urania.
S'innamorò del buio, un corpo oscuro,
cantando storie, ergendosi più in alto,
sferzando i raggi intrepidi sul muro,
e illuminò così tutto il basalto,
e illuminò così l'intera valle,
e un'ombra pose un daimon in risalto,
e un canto pose il buio alla sue spalle:
spalle di favola, dorso di terra,
ali di indifferenza han le farfalle.
L'indifferenza genera la guerra,
ma io son differente, puoi scoprire
ciò che racconto, l'odio dissotterra
e lo tagliuzza, e poi lo fa morire.
Sei son le corde, cinque le vocali,
quattro sono le dita da accudire.
Tre sono i versi in bocca agli animali,
due son le mani: aspetta di capire.
CANTOFABULA (PARTE SECONDA)
Un mendicante ursaro era disteso,
toccato fu dal Sole che arpeggiava:
un dito gli mancava, era indifeso
quel giorno in cui una banda lo predava,
quando si avvicinò uno scannapane
e con la lama in mano lo sfregiava.
E accanto al mendicante era il suo cane.
Triunică (era il suo nome), che abbaiò
e in quel “tre” aleggiava un senso immane:
tre voci, tre volteggi in un rondò
compiva la sua lingua; rabbia, pianto
e infine anche la gioia lo guidò.
Il suo padrone diede vita a un canto,
una ghironda prese tra le mani
e con le corde il cielo mosse al vanto:
“Io canto quelle storie degli umani
che mai nessuno ha visto né sentito,
storie che ricordiamo noi zigani,
nei secoli il silenzio hanno subito:
io non potrei lasciarle mai morire”.
Il Sole lo ascoltava incuriosito
e vide tra le nubi comparire
le vite già vissute, e immortali
le colse tra i suoi raggi, vide uscire
da quella gola donne con le ali,
uomini colorati e poi cavalli,
e in sé raccolse tutti gli animali
mentre trascorse un secolo, e poi due,
ma il mendicante e il cane sono lì,
non sono mai invecchiati,
e neanche morti:
contaminando
non si muore
mai.
UN MERCATO
Al mercato di Z.
Una signora in carrozzina.
Un cane sul grembo della signora in carrozzina.
Un collare sul collo del cane sul grembo della signora in
carrozzina.
Un collare sulla vita della signora in carrozzina.
Accanto strepita di pece
una giovane coppia-chimera.
Un solo collare è sui colli stretti della coppia:
rimbalzano come anguille le adirate spine dorsali
imprigionate tra i banconi e i marciapiedi,
come la loro vita,
che è più in carrozzina di quella della signora.
Sorride la signora,
la sua mano alata è libera
e accarezza il cane.
Jacques Prévert, il poeta dell'amore
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Nasco a Neuilly-sur-Seine, in piena Bretagna, un dipartimento della Senna, rue de Chartres, poco dopo mezzanotte, è il 4 febbraio del nuovo secolo, appena iniziato il Millenovecento; cresco in provincia, tra usi e tradizioni che mi restano addosso come un’altra pelle. Secondo figlio di André e Suzanne, mio fratello Jean muore troppo giovane, di tifo. La mia famiglia è piccolo borghese, mio padre non se la passa niente bene, segue vaghe idee di socialismo, mi porta con sé a visitare i poveri, cerca di aiutare come può; comprendo presto quanto la vita non sia giusta. Non siamo ricchi in casa, tutt’altro, non mancano i problemi, però mio padre ama la cultura, il cinema e il teatro, fa il critico per puro passatempo, vado con lui, cresco affascinato da quel mondo di finzione e sogni, di storie appassionati e di parole che saranno il leitmotiv della mia vita. Non mi priva di niente, mio padre, caso mai tralascia cose futili, per me vuole il meglio, che cresca con l’incanto della vita vissuta dagli occhi d’un bambino. Devo dire che sono ricettivo, trova terreno fertile mio padre, amo leggere (e questo lo devo anche a mia madre), il cinema è una mia passione, certo la scuola meno, ché ci son troppe regole antiquate e io non le sopporto. Ecco, qui credo di averlo un po’ deluso, povero babbo, lascio la scuola a soli quindici anni, prendo appena la licenza media. Parigi è il mio mondo, poco a poco, ché mio padre trova lavoro all’Office Central de Pauvres, la ville lumiere mi accoglie e io ne resto affascinato, così diversa dalla mia provincia. Mi metto a lavorare, faccio un po’ di tutto per campare. A vent’anni parto militare, prima Lunéville, poi Istanbul, son antimilitarista e faccio pure propaganda, non è facile convivere con armi e superiori. Marcel Duhamel cambia la mia vita, lui è surrealista, io un giovane affascinato dalle idee, diventiamo amici, lo incontro spesso nella sue casa di Montparnasse, aperta a tutti, dove si danno appuntamento intellettuali, jazzisti, poeti e alcolizzati. Rue de Chateau è la mia seconda casa, conosco Raymond Queneau e André Breton, divento surrealista che ho vent’anni, manifesto per i diritti del lavoro, ma la fascinazione dura poco. Nel 1929 scrivo Mort d’un monsieur per dissociarmi, i surrealisti son troppo autoritari, coltivano un cadavere squisito, pure i comunisti non fan per me, troppa ideologia, poi con loro, in fondo mai son stato. Son troppo indipendente, il mio amore per gli oppressi non finisce, solo che non può essere ingabbiato, sono un artista, faccio teatro col Gruppo d’Ottobre, mettiamo in scena tematiche sociali, problemi della gente; difendo i deboli, lo farò tutta la vita, ma a modo mio, senza etichette e sigle. Scrivo Citröen che vien letto nel corso d’uno sciopero, facciamo spettacoli in fabbrica, son libertario ma non ho etichette di partito, non seguo ideologie precostituite, non fan per me. Sposo Simone Dienne, amica d’infanzia, mia prima moglie, violoncellista che mi dà una mano per le colonne sonore dei miei film. Tornano gli insegnamenti di mio padre, il cinema fa parte della mia vita, scrivo tanti soggetti, sceneggio pellicole, tra una commedia e l’altra che mettiamo in scena. Lavoro con Jean Renoir e durante la guerra proteggo amici ebrei e li nascondo, il musicista Kosma, che darà voce alla mia lirica più avanti, pure il decoratore Trauner. A scrivere poesia comincio tardi, dopo il divorzio e la fine della storia con l’attrice Jacqueline Laurent, quando sposo Janine Tricotet e nasce la mia dolce Michelle. Saranno le cose che ricorderete, soprattutto Parole, nel 1945, poi La pioggia e il bel tempo, Alberi, Le foglie morte. La mia poesia non è banale, deve incidere sul senso della vita, mi amano i giovani perché scrivo comprensibile e parlo d’amore, ma non faccio le rime amore e cuore, semplice mica vuol dire semplicista. Non amo il conformismo, disprezzo il potere, parlo di bimbi e animali, contrappongo il candore di chi è puro con il basso individualismo degli adulti. La mia poesia dovrebbe affrancare l’uomo dall’inutilità del vivere senza scopo, tutto si riassume con l’amore che sconfigge il male e le meschinità del mondo, pure se spesso diventa tradimento e sofferenza, ma sempre lati dell’amore sono. E io di quello parlo, voglio recitare versi pieni di sentimento, non sarò poeta di un’élite, voglio platee di umili e studenti, lavoratori, ragazze innamorate. Bastano poche pennellate per descrivere un sentimento umano, versi avvolgenti, intrisi di passione, staccandosi dal mondo e da intemperie, librandosi nel cuore delle genti. Un amore spontaneo e libero non teme cattivi sguardi, si manifesta anche se c’è chi disapprova, è sempre il momento per amarsi. Niente è più totale dell’amore, come niente è più nefasto della guerra, forse la religione, ché io son ateo e mangiapreti, più d’un vecchio comunista. Religione e guerra pari sono, due catastrofi per il genere umano, producono dolore e sofferenza, portano lontano dall’amore, che è ribellione e forza dirompente per uscire da schemi conformisti. Son giocoliere di parole, uso tutti i trucchi del francese che conosco, il mio amore, che non è mai scontato, vien messo in musica e cantato da Yves Montand, Agnes Capri, Jacques Brothers, Juliette Greco, mica poco. La poesia è cosa che sgorga naturale, come la canzone e il racconto per bambini; teatro e cinema li ho fatti in gioventù, ma una storia resta dentro al cuore: Les Enfants du Paradis. Nel 1948 rischio la vita, cado da una finestra e resto in coma, per fortuna passa il mio amico Pierre Bergé, mi vede e mi porta in ospedale. Non ne vengo fuori mica tanto bene, devo fermarmi con il cinema impegnato e dedicarmi a fare meno cose, cartoni animati e film per bambini. Vivo quasi tutta la vita negli alberghi, senza una vera casa, che decido di abitare dal 1955, un appartamento in un vicolo cieco di Grandes-Carrières, un quartiere dietro al Moulin Rouge. Rimango solo che sono in là con gli anni, qualche amico vero viene a casa, di tanto in tanto, sono malato, non voglio far sapere a tutti che la vita mi sta abbandonando. Omonville-la-Petite, ancora provincia, lontano da dove sono nato, Dipartimento della Manche, 11 aprile del 1977, muoio da poeta, ammalato di una cosa che non curi, cancro ai polmoni, che ti fa soffrire, attorno a me poche cose e troppi versi. Settantasette anni non son tanti, se non avessi fumato tre pacchetti di sigarette al giorno la mia vita avrebbe potuto essere più lunga, ma che volete farci, è stata intensa, ho vissuto d’amore, avvolto in una nuvola di fumo. Son sepolto qui, in questa provincia, accanto alla mia tomba c’è un giardino costruito da moglie, figlia e amici. So che in Francia il mio nome lo puoi leggere sulle insegne di tante piazze e strade, c’è persino qualche monumento nei giardini, ma il luogo più bello dove amo vederlo inciso è sui cornicioni delle scuole, che da ragazzo non ho mai amato ma che da vecchio ho cominciato ad apprezzare.
Assunto mio malgrado nella fabbrica delle idee / mi sono rifiutato di timbrare il cartellino / Mobilitato altresì nell’esercito delle idee / ho disertato / Non ho mai capito granché / Non c’è mai granché / né piccolo che / C’è altro. / Altro / vuol dire che amo chi mi piace / e ciò che faccio.
Simone Corvasce, "Algoritmi di scacchi e passi d'angeli"
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Algoritmi di scacchi e passi d'angeli di Simone Corvasce (Nulladie Edizioni, 2021) è un libro interessante e un efficace strumento intellettivo, prodotto con sincera padronanza nell'inquadratura progressiva del tempo, delimitato dallo spazio emozionale del poeta. L'autore mette in risalto, attraverso uno stile solido e profondo, il principio sconfinato di simboli e immagini incarnati nelle sue poesie, riveste la transitorietà del genere umano di resistenza benevola, realizza il disegno elegiaco dell'ispirazione, disponendo l'accordo delle reazioni dell'inconscio esistenziale nello spirito della misura primitiva e dimostrativa della riflessione interiore. I testi insegnano il proposito sapiente della comunicazione con il fondamento dinamico dei quesiti filosofici e delle meditazioni religiose, manifestano la rivelazione spontanea dell'intelletto, esprimono nella direzione immaginativa del pensiero la vocazione creativa, l'avvicendamento analogico ed emblematico delle parole accostate alla forma di un divenire spirituale, rintracciando nell'osservazione delle esperienze l'adesione alle nascoste significazioni delle atmosfere archetipali. Simone Corvasce presenta una poesia lirica, classicista, procede lungo i sentieri tortuosi dell'uomo per identificare il segno della soggettività interpretativa, la sostanza primaria dei contenuti colti, l'intuizione dell'appiglio poetico come assoluta e visibile realtà esegetica. Coglie i frammenti di una esistenza frantumata dal disorientamento delle incertezze e dalla mancanza di una linearità permanente, riceve l'influenza della vulnerabilità e della consapevolezza delle reminiscenze biografiche, la consistenza quotidiana della solitudine, le risposte all'abbandono desolato, la paura suscettibile, il senso angoscioso del nulla. Algoritmi di scacchi e passi d'angeli ha il nobile carattere dell'essenzialità dialettica, restituisce alla compassione degli incontri la metafora delle sensazioni immediate, il corrispettivo ontologico della condizione drammatica dell'uomo, la rivelazione dolorosa della vita, il riflesso degli instabili volti dell'anima. Il poeta è messaggero del valore culturale, sostiene la funzione speculativa nella difesa della misericordia umana, replicando alla precarietà dei comportamenti l'intensa forza morale. La ricercata dilatazione dei fantasmi introspettivi attenua l'estensione della sottile malinconia, corregge l'equilibrio del tempo presente, compensa la condensazione della passione rinnovata oltre l'oblio dell'impulso affettivo. La sensazione inconfondibilmente tragica e tradizionale del destino concretizza, nell'orientamento sincero dei versi l'inquietudine moderna, nelle oscurità enigmatiche delle condanne la rassegnata lucidità, coniugando andamenti tormentati di contemporanea sofferenza. L'entità della realtà poetica trae ispirazione dall'esortazione della coscienza e dalle questioni funzionali della saggezza, dal significato sensibile e romantico della congiunzione inscindibile con la natura e l'armonia della conoscenza umana. Simone Corvasce dipinge una spiegazione della finitezza, delineando l'esposizione delle possibilità, la dottrina e la ragione della sensibilità, attraverso il rammarico e la continua analisi della consapevolezza, per oltrepassare la peregrinazione affannosa e disperata dei sentimenti.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”
Dialettica Trascendentale
Per sfuggire ai diluvi la colomba
s'è inoltrata più in alto d'ogni cielo.
Ho temuto per lei, ma ecco che torna:
non reca il ramoscello
d'un'altra metafisica.
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Non è la vita a concedere meno
di quello che promette. Anzi concede
molto più del dovuto. Per tortura.
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Un orologio rotto segna l'ora
giusta due volte al giorno.
Gli altri, al contrario, sbagliano
di secondi, o minuti, ogni momento.
Siamo sicuri di cosa vogliamo?
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Un pensiero scambiato a mezzanotte.
Un attimo che vale l'universo.
La tenerezza d'esser soli in due.
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Letteratura
Il treno, all'alba, ripete stazioni
di ieri: all'infinito, necessarie.
Ero me stesso. Adesso?
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Ed essa inquieta chiede la tempesta,
come nelle tempeste fosse pace!
M. Lermontov, La vela, trad. T. Landolfi, Adelphi
La tempesta è passata. Quale cuore
paventa un mare placido?, e la brezza
che accarezza i capelli non sarà
dolce da sciogliere un pianto sincero?
Ecco che a me è preclusa questa gioia
vana, il riso d'un uomo sollevato:
dammi tempesta, e un senso, anche se duole!
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Un turbine, un delirio,
fuoco che gonfia il petto
e che vorrebbe esplodere...
Perciò è giusto destino
vivere a patto d'essere schiacciati,
oppressi da chilometri di cielo,
forse troppo lontano.
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Congedo
Mi domando da tempo
se questa mia inquietudine,
se questa mia poesia
gioverà mai a qualcuno.
Bramo una verità
che non ho. E quel che posso
cantare è solo il dubbio.
Io non sono la luce.
Neanche posso indicarla.
Posso solo gridare nel deserto:
“Preparate la via
a colui che verrà
additando le stelle”.
Le rose e il deserto, un progetto artistico di Luca Cassano che nasce da Pisa
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Le poesie vanno cercate sotto la sabbia: come le rose del deserto rimangono sepolte sotto la sabbia finché un Tuareg non le trova, così le parole restano confuse fra i ricordi finché un'intuizione non le mette in fila in forma di versi. Le rose e il deserto é il progetto artistico di Luca Cassano (Corigliano Calabro, 1985), un po’ calabrese, un po’ pisano, attualmente milanese. Come un Tuareg, Luca osserva le dune metropolitane alla ricerca delle poesie che spontaneamente affiorano dalle sabbie della sua immaginazione. Il testo è al centro della sua ricerca: il suo interesse è nei suoni e nelle immagini che le parole da sole, anche senza musica, sono in grado di evocare. Le rose e il deserto è un progetto con due anime. Da un lato l’esigenza di esternare le proprie inquietudini, le paure e le passioni, la malinconia. Dall'altro lato la voglia di gridare contro le ingiustizie che quotidianamente osserviamo. Le rose e il deserto ha pubblicato l'EP "Io non sono sabbia" (PFMusic) nel Giugno 2020 e la raccolta di poesie "Poesie a gettoni vol.1" (autoprodotto) nel Marzo 2021. Le rose e il deserto ha avuto il piacere di aprire i concerti di Gnut, Bianco, The Niro, kuTso, Sandro Joyeux, Gianluca De Rubertis, Federico Sirianni, Livia Ferri, Andrea Labanca e Rufus Coates & Jess Smith. Fra gli altri, Le rose e il deserto ha avuto l'opportunità di suonare a Milano nei circoli Ohibó e Bellezza e allo storico Legend Club, al circolo Tambourine di Seregno, al salotto di Mao a Torino, a Ferrara per la rassegna Il silenzio del cantautore, a Roma per la rassegna Piccoli concerti, al Joe Koala ad Osio Sopra, al teatro San Teodoro di Cantù, al circolo Scuotivento di Monza, al Catomes tot di Reggio Emilia.
Ciao Luca, nella bio de Le rose e il deserto (il tuo progetto artistico) si legge “Un po' calabrese, un po' pisano, attualmente milanese”. Ci spieghi?
Ciao! Beh, la questione è molto semplice: io sono nato in Calabria dove ho vissuto fino ai diciotto anni. Poi, come molti, mi sono trasferito a Pisa per studiare e lì ho passato dieci lunghissimi e bellissimi anni. Nel 2013 il lavoro mi ha portato a Milano: ecco spiegato l’arcano...
Pensi che nelle tue canzoni si percepisca ancora il riflesso degli anni trascorsi a Pisa?
Direi proprio di sì. Ho trascorso a Pisa gli anni fra i diciotto e i ventotto, gli anni in cui si fanno tutte le più belle esperienze, quelle che ti segnano nel profondo. Indubbiamente le mie canzoni parlano anche di situazioni, sensazioni, storie che ho vissuto a Pisa. Inoltre in quegli anni frequentavo molto l’indimenticato Rebeldia! dove passava tantissima bella musica dal vivo, e dove posso dire, senza paura di essere smentito, di essermi formato musicalmente.
Ti è già capitato o ti capiterà nel prossimo futuro di venire a suonare in Toscana?
Guarda, proprio qualche giorno fa (Sabato 11 Settembre 2021) ho suonato a Firenze in una serata organizzata dall'associazione Li.Be Firenze in cui ho condiviso il palco con altri cantautori toscani e non: è stato molto bello ed emozionante anche perché per la prima volta tanti vecchi amici pisani avevano l'opportunità di sentirmi suonare dal vivo. Per il futuro invece ancora nulla di definito...
Dici che "Un terzo" (il primo singolo pubblicato nell'Aprile 2020) è una canzone che parla di piccole grandi paure metropolitane: ci spieghi in che senso?
Come ti dicevo, io ho passato ventotto anni fra il mio piccolo paesino calabrese e Pisa, anch'essa una cittadina piccola e a misura d'uomo. I primi tempi a Milano sono stati abbastanza duri, destabilizzanti: mi sembrava che la città mangiasse le mie energie, anche nel fare le piccole attività quotidiane. "Un terzo" nasce da questo senso di spaesamento, dalla lontananza dal mare (sia esso il mio Jonio o il vostro Tirreno) dalla frenesia dei viali milanesi.
Per concludere, ci vuoi dire qualcosa su "Io non sono sabbia" (L'EP uscito nel Giugno 2020) e suoi tuoi progetti futuri?
"Io non sono sabbia" è la raccolta di cinque canzoni che parlano di me, delle mie paure, dei miei genitori, dell'amore per la mia nipotina. Spero di aver affrontato questi temi in maniera sufficientemente generale da poter parlare al cuore di tutti. Per il futuro: spero ci siano tanti concerti in giro per l'Italia e nel frattempo è partita l'organizzazione per il prossimo disco... stiamo a vedere!
Qui ci sono foto: https://sites.google.com/view/leroseeildeserto/
L'EP è ascoltabile qui: https://spoti.fi/2AGDbxV
Paolo Parrini, "Dentro tutte le cose c'è amore"
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Il nuovo libro di Paolo Parrini “Dentro tutte le cose c'è amore” (Puntoacapo Editrice, 2021) racchiude la materia della memoria, tanto cara all'autore, il continuo stato di provvisorietà e di tumulto interiore alimentato dal senso d'inafferrabile malinconia offuscata tra le righe e nell'ombra dei versi. I testi orientano e governano i luoghi e gli odori collegati ai ricordi, i correlativi oggettivi della natura, l'aspetto somatico dei sentimenti, ispirando l'universale miracolo dell'amore, la declinazione poetica di ogni più viva felicità lungo il cammino delle relazioni umane, nell'intimità degli incontri, nell'essenza delle invocazioni, nell'obbedienza nobile all'ascolto di parole coniugate alla saggezza. Il poeta difende il limite degli scenari spontanei, impressi nelle sue poesie, contempla la devozione alle emozioni mediando l'arte elegiaca con la generosa comprensione degli accadimenti della realtà, decantando la fiducia in un sorriso, ritrovando gli accordi inespressi dell'immaginario sognato e desiderato. L'alchimia degli elementi esistenziali rende unica e indissolubile ogni corrispondenza altruista, trasforma il significato spirituale del tempo, intreccia il mantenimento benevolo nei legami, dilatando il confine di ogni spazio esiliato, la considerazione della coscienza, l'infinita osservazione della reciprocità. La poesia di Paolo Parrini, innamorata dell'attesa, realizza sapientemente la sostanza di ogni piccola, grande previsione empatica, districando la cifra del dolore nella premessa del sentire, modellando l'architettura intimista di ogni distacco nel risveglio della quotidianità, nella gioia di “un filo d'erba” nel paesaggio, rispettato come elemento di riflessione e di consolazione. La perseveranza e la fedeltà al proprio cuore scolpiscono la materia dell'autore, imprimono il suo punto di vista, ricavano l'umanissimo significato delle preghiere pagane rivolte alla vita, confermano l'alleanza con le dinamiche sensibili, mutando la desolazione di ogni sofferenza in risveglio caritatevole. Il poeta è testimone dell'influenza rigeneratrice della propria anima, preserva l'integrità delle espressioni nello stile evoluto in equilibrio con l'esigenza di un indirizzo purificatore, nella vocazione di una identificazione e di un confronto ricambiato con il lettore, dedicando alla purezza di ogni risorsa percettiva l'attraversamento di ogni avversità mediante l'amore. L'amore quindi come esortazione alla cura e all'evoluzione di sé, dono di attenzione profonda al proprio esistere, dialogo nelle azioni e dolcezza nei gesti, voce e silenzio. L'altruismo poetico di Paolo Parrini rafforza l'entusiasmo e la gratitudine, salvaguarda lo svolgersi coraggioso delle separazioni, ripara le offese, accresce la limpidezza della linfa vitale, genera l'identità delle proprie intuizioni. “Dentro tutte le cose c'è amore” è un benefico sortilegio d'amore, avvolge l'universo biografico in un'aura protettiva, disegna la prospettiva struggente della commozione, adattata nella resilienza dei conflitti, adegua la dimensione intima di ogni piccola morte alla rinascita di ogni inclinazione nostalgica, superando il vuoto delle solitudini, nel vero significato della speranza, nelle parole di Pablo Neruda: "Nascere non basta. È per rinascere che siamo nati. Ogni giorno.”
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”
https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
Non so se fu una corda
o tutte le morti che avevi già vissuto.
Forse morire è cosa leggera
quando si spegne il sole
in un sorriso stanco.
Ma certo resta dentro
un brivido tremendo,
un foglio di giornale portato via dal vento.
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La goccia
Scivolo dal cielo alla terra,
nata in un'immensa nube,
brividi nella caduta,
su questa terra dolorosa
e fragile muore il mio tempo breve.
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Frammenti siamo
d'uno stesso dolore,
la felicità ci appare a tratti.
Lampeggia.
Come un faro nel buio.
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In questa mattina
che si lamenta il cielo
e la pioggia ferisce il viso,
c'è un'armonia che splende
in quelle vecchie mani.
L'amore inciso
sulla polvere degli anni.
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Pietre su pietre
si sommano i giorni,
si sfrangiano ruote
sulla strada in salita.
Dov'era la notte
il buio si squarcia
in atomi di stelle.
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Su una piazza sconosciuta
hai scolpito cicatrici nuove
ora ti guardi indietro
per scoprire nei volti
un sorriso solo tuo.
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È quando il respiro si fa fondo
che il mondo tace e s'attarda
ad ascoltare da finestre
il limitare scosceso di parole
smesse, smania e alba.
E mi addolcisco anch'io.
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In una stanza a raccontare
l'amore che non torna,
tra i fumi della nebbia
e il rosso del vino
d'un dolore da curare.
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Sopra la mia strada
sei il sasso che rimbalza,
la provincia allegra, il ritorno
dal bosco alla sera. Altri
saranno i carnevali del tuo cuore
che il cielo chiude, in una morsa stretta.
Come non mi piaceva
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Emotività da parrucchiere
rivista sgualcita
spiegazzata a mano
increspata e gialla.
Amori di vip
vuoto da riempire
succhiando vite impossibili.
Se l’ombrellone fosse quello di una volta,
se il sole penetrasse gentile sottopelle,
se la pelle fosse com’era, livida di sole
e felice.
Se nell’aria non ci fosse
la fine di ogni speranza
e questa china che precipita fino all’ultimo dei giorni.
Se tutto tornasse com’era, come non mi piaceva,
se potessi risvegliarmi al sole,
scegliere un’altra via,
godere della via che ho
o abbandonarla per sempre.
Se il dolore fosse compagno di vita
perché senza non si può vivere.
Se dal dolore nascesse un granello di felicità
e si riscoprisse il nocciolo
duro e puro
di un’insondabile gioia.
Se i passi ritrovassero
le strade conosciute
Il muretto rosso
Intorno ai mori
che non c’è più,
che ti hanno strappato,
le chiacchiere con gli sconosciuti,
il vestito di jersey,
le mezze maniche,
la statua spostata,
l’erba del ciuco,
il bicchiere di vino,
il marcio dei fossi
che mi porto dentro
come profumo.
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