poesia
XII edizione Festival Europa in versi
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“Località e globalizzazione” è il tema portante della dodicesima edizione del Festival Europa in Versi, creato e diretto da Laura Garavaglia.
Il fil rouge dell’edizione è la “località” definita dalle interazioni quotidiane, ma le dimensioni globali divengono sempre più importanti e il senso di ciò che accade localmente, tutto ciò che caratterizza lo spazio dell’esperienza quotidiana, trova origine anche nella connessione che si stabilisce a livello globale. Nel contesto che stiamo vivendo – anche e soprattutto in questo periodo - il concetto di “identità culturale” costituisce l’insieme dei riferimenti per il quale una persona o un gruppo si definisce e desidera di essere riconosciuto: implica le libertà inerenti alla dignità della persona e integra - in un processo permanente - la diversità culturale, il particolare e l’universale, la memoria e il progetto. Questi concetti sembrano più che mai fondamentali durante questi drammatici mesi in cui è in corso una guerra che mai avremmo pensato potesse scoppiare. Quindi, se lo scorso anno il Festival è stato dedicato alle donne afghane, quest'anno sarà dedicato alla pace.
Sabato 28 maggio, ore 15
Villa Gallia, ingresso da Passeggiata Villa Olmo, Como
Reading internazionale di poesia
• “P.P.P. Poesie Per Pasolini: tra località e globalizzazione a cent’anni dalla nascita un omaggio poetico da parte di grandi autori” a cura di Roberto Galaverni, giornalista culturale del Corriere della Sera che introdurrà il Festival insieme a Laura Garavaglia direttore artistico
• Reading di Poesia Internazionale al pianoforte il M° Tonino Scala
a seguire
• Premiazione dei vincitori e dei finalisti del Premio Internazionale Europa in versi e in prosa
Per la durata dell'evento mostra realizzata dai ragazzi dell’Istituto Isis Paolo Carcano e book shop con antologie e libri a cura de La Casa della Poesia di Como
Ingresso libero fino ad esaurimento posti con iscrizione consigliata sul sito www.europainversi.org
Marco Melillo, "Nuova canzone felice"
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Marco Melillo
Nuova canzone felice
Marco Saya Edizioni, 2021
Euro 12 – Pag. - 135
Marco Saya è un editore che dimostra tutta la sua passione per la poesia sin dalla cura con cui pubblica i suoi libri, dal prezzo contenuto (12 euro per 135 pagine) e dalla scelta felice degli autori. La collana Sottotraccia diretta da Antonio Bux - autore che apprezzo per averlo pubblicato con Il Foglio Letterario - contiene vere perle che vanno da Gabriele Galloni (L’estate del mondo) allo stesso Antonio Bux (Sativi), passando per Sergio Bertolino (La sete) e Valentina Murrocu (La vita così com’è). E poi sono libri così belli che fanno venire la voglia di collezionarli tutti, con una copertina bianco lucido, una carta anticata di color giallo e un formato accattivante, per restare al solo aspetto esteriore. Parliamo un po’ di Melillo e della sua poesia civile, molto pasoliniana, dalla parte di Malvolio, se vogliamo rievocare una polemica storica tra due giganti della letteratura. La nuova canzone felice del poeta napoletano si divide in quattro sezioni: Mediterraneo, Disperanza, Dalle case d’altri e Invisibile mondo; liriche che parlano di mare e naufragi involontari, di profughi e persone senza una terra in cerca di approdo sicuro, si rivolge al mondo guardandolo dalla parte degli ultimi. Opera prima intensa e piena di contenuti, matura e compiuta, di un autore quarantenne, già vincitore del premio Ortese, pubblicato da Poeti e Poesia diretta da Elio Pecora, finalista del Premio Napoli e del Città di Conza. Una colta prefazione di Enzo Rega introduce l’opera facendo riferimento alla funzione della poesia come incontro con gli altri, cosa che Melillo compie fino in fondo, cercando le parole giuste per esprimere la sua compassione con tutti gli emarginati. Poesia di libertà e di sensazioni, di principi morali e sofferenze, di dolore e rimpianto, ma anche di lotta per un mondo migliore. Vi lascio alcuni testi in lettura, ché la poesia va letta più volte, persino mandata a memoria - come dice uno che stimo di nome Nicola Crocetti - ma spiegata proprio no …
Partiamo dall’incipit della prima sezione Mediterraneo:
Per navigare l’incerta lettura del mondo
la mappa è l’agire politico, l’acquisizione
di segni stranieri
dove vive il tu per intero
senza sillabare le forme che veste
la logica, finché il potere è una patria mortale.
Entro in cielo
divoro il libro
fisso sull’asfalto
una canzone.
L’orrore
La notte sbaglia la di sopra di loro.
Facile dare la colpa a chi scappa
chi spinge qualcosa di vivo
nel mare inautentico dell’abbondanza.
Facile pure il parlare
purché la vergogna abbia tratto lezione
dalla stessa legge
l’errore
oltraggiando un confine deciso dalle istituzioni
una muta di scogli spacciando parole.
Tratto dalla Sezione seconda - Disperanza
Cos’è poesia? Andare via
star lontani dai corteggiamenti
di chiunque sia, perché il giorno
che venga a cercarti
chi c’era caduto davvero
non sia un giro inutile
tra chi ti scansa di spalle
bifronte coi suoi sentimenti
e chi vive sperduto tra i sensi
del mondo, ammesso
ai suoi pentimenti.
(si fa riferimento ad Alvaro Mutis e alla definizione di poesia come moneta inutile che paga i peccati altrui con le false intenzioni di offrire agli uomini la speranza)
Dalla Sezione Terza – Case d’altri
C’è un silenzio portentoso
accanto alla ginestra,
quando giungi
per la sua finestra
godi
la sua veglia originale
la tempesta di sterilità
che ci circonda, fissa
addirittura il gusto del pensiero
le sue forme,
noi che siamo epura
come docili carogne.
Dalla Sezione Quarta – Invisibile mondo
Digiuna l’aria il lamento,
ti prendo allora
che senza pensieri
non stringi, ti fai sicura
di traffico ancora alle mani.
È il vivo abbraccio dei morti
raccontano che
non bisogna fermare
questa polveriera di sogni,
di poesia senza bandiera.
Gordiano Lupi
www.ilfoglioletterario.it
Nicola Crocetti, Jovanotti, "Poesie da spiaggia"
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Nicola Crocetti – Jovanotti
Poesie da spiaggia
Crocetti Editore, 2022
Pag. 200 –Euro 15
Davvero una strana coppia quella composta da Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, e Nicola Crocetti, sia per età che per campi d’interesse, il primo cantante rock e pop, autore di ispirati testi poetici, il secondo traduttore di poeti greci e gran cultore della poesia in Italia. Ho spesso affermato che se Nicola Crocetti non esistesse bisognerebbe inventarlo, perché è riuscito a portare la poesia in edicola con la sua bella rivista (Poesia, appunto) che leggo dai tempi della scuola, adesso diventata rivista - libro grazie a Feltrinelli. Jovanotti, invece, è riuscito a far entrare la poesia a Sanremo, recitando una stupenda lirica di Mariangela Gualtieri nel salone del teatro Ariston, un piccolo gioiello tra anonime canzoni che di poetico avevano ben poco. L’operazione Poesia da spiaggia è interessante, perché non è tanto volta a commercializzare la poesia quando a far capire che sotto l’ombrellone, accanto al romanzo giallo e al thriller, si possono leggere anche liriche di autori interessanti, che i nostri selezionatori di fiducia consigliano grazie a un agile tascabile. Crocetti non poteva fare a meno di inserire nella sua personale selezione il grande Costantino Kavafis, pure se manca la mia poesia preferita, la lirica dei giorni passati visti come candele spente, ma scorrendo le pagine trovate una composita selezione di autori, che va da Mario Luzi ad Aldo Nove, passando per Rimbaud, Pasolini, Hikmet, Saffo e Dolci. Jovanotti e Crocetti con questo ottimo libro che si fa leggere con passione e partecipazione si augurano di poter avvicinare un buon numero di lettori al genere letterario per eccellenza. Tra i tanti consigli di lettura citiamo una poesia d’amore di Neruda, un testo di Amichai, un buon lavoro di De Luca, persino Sanguineti (la per me ignota Ballata delle donne, una tantum poesia non sperimentale), Mannick, Baudelaire, Athanasulis (il mare t’empirà di sogni. Ti lascio / il mio sorriso amareggiato; fanne scialo, / ma non tradirmi), Wilcock (abbi fiducia nella vita / e non nelle ideologie …), Quasimodo (E come potevamo noi cantare / con il piede straniero sopra il cuore), Pascoli (m’affaccio alla finestra, e vedo il mare), Ungaretti (ricorderai d’avermi atteso tanto, / e avrai negli occhi un rapido sospiro), Giudici (Inoltre metti in versi che morire / è possibile a tutti più che nascere / e in ogni caso l’essere è più del dire), Anaghnostakis (Bisogna piantare le parole come chiodi / che non le porti via il vento), Andrade (minatore dell’amore, scavo senza tregua / fino a scoprire il filone dell’infinito). Un’antologia variegata, dove ogni lettore può trovare poeti affini alla sua sensibilità, che sviscera il tema del mare e del viaggio, dell’avventura di una vita da impostare nei modi più impensati. Tutti abbiamo i nostri libri del cuore, gli autori di cui da giovani ci siamo innamorati e non li abbiamo più abbandonati; Crocetti e Jovanotti ne presentano una buona selezione, che fa capire l’utilità della poesia in questo nostro mondo, di sicuro maggiore rispetto a un romanzo giallo o al solito noir declinato ormai in tutte le salse.
Gordiano Lupi, Fabio Strinati, "Dagli Appennini al Tirreno"
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Dagli Appennini al Tirreno
Gordiano Lupi e Fabio Strinati
Edizioni Il Foglio, 2022
Ho sempre pensato che Gordiano Lupi scrivesse già poesia in prosa e qui, in Dagli Appennini al Tirreno – silloge che raccoglie insieme liriche sue e di Fabio Strinati – non faccio alcuno sforzo per adeguarmi al cambiamento di registro. Poesia era e poesia rimane.
I paesaggi di Lupi sono sempre gli stessi, quelli del ricordo. Canta “la sua provincia”, Piombino, “nido accogliente per ogni ritorno”, il posto più denso di significati perché vi si è svolto tutto quello che ha poi avuto valore, perché ogni attimo di presente si è trasformato in un passato trasfigurato dal ricordo, divenuto nostalgia feroce. Pazienza se, dove giocava da bambino, ora Lupi siede nella tarda maturità con in mano un giornale. I pratini sterrati sono gli stessi, il vento porta gli stessi suoni e gli stessi colori, e lui è avvolto dalla stessa maledetta nostalgia, il cuore strutto da memorie perdute, da ambizioni fallite e da quella “brama di rifiorire” che prende a una certa età ma non è mai soddisfatta.
Un realismo composto di piccole cose, sempre uguali, ripetute all’infinito, trasformate e poetizzate dal tempo. Una poesia piana e distesa, anche se le parole sono distillate con cura. Incisi che ricordano Caproni (a messa non andava) e enjambement che rendono colloquiale il versificare.
Il coprotagonista di questa raccolta è Fabio Strinati, poeta che avevo già avuto modo di leggere. Il suo mondo non è la Maremma bensì le Marche, il suo mare è l’Adriatico. Lo troviamo immerso in un paesaggio che è, sì, quello appenninico, fatto di selve e masserie, ma è anche interiore, nutrito di sentimenti privati come l’amore verso la Donna con la d maiuscola, uno sfuggente eterno femminino.
Poesia discorsiva quella di Lupi, più comprensibile e per questo più struggente, versi maggiormente ricercati quelli di Strinati, molto maturati rispetto alle prove precedenti, frutto di grande rispetto per la parola e di grande ricerca stilistica ancora in divenire, sospesa fra “arcaismo ed ermetismo”, come giustamente afferma Alberto Figliolia nella prefazione.
Una bella raccolta corredata di fotografie in bianco e nero, testimone della funzione consolatoria che la poesia ancora oggi possiede, dolce carezza per il nostro cuore affannato.
Antonio Bianchetti, "Non so se ho scritto troppo sull'amore"
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Non so se ho scritto troppo sull'amore - un altro passaggio dai giardini di ponente - di Antonio Bianchetti (Quaderno dell'Àcàrya n° 55, 2021 pp. 160 € 14.00) è una raccolta poetica che celebra la grande capacità d'amare e irradia l'intensità di una luce infinita e di una visione del mondo in cui la bellezza, la corrispondenza spirituale, l'estensione delle emozioni sono l'incarnazione della prospettiva umana del bene. Antonio Bianchetti condivide la sintonia emotiva e l'inesauribile essenza della poesia, indica la connessione del cuore, oltrepassa le distanze terrene, orienta la sostanza e la radice dell'incisività universale dei sentimenti. Il poeta spiega l'efficacia espressiva della malinconia, concentra nelle pagine l'esposizione esistenziale della nostalgia, traccia l'incessante ritmo della corrente del tempo. La struttura elegiaca dei testi si compone della direzione esclusiva dei punti cardinali, conduce l'elemento simbolico del cammino in una traiettoria sensibile per riportare alla memoria gli scenari di un viaggio interiore, per orientare il passaggio delle contraddizioni impulsive della vita, per osservare e determinare la passionale frequenza della sfera affettiva. La poesia di Antonio Bianchetti declina la validità generatrice della viva dedizione alla ragione del cuore, rinnova la componente metafisica e spirituale della quotidiana intimità, evidenzia la sintonia e la complicità mentale nei confronti dell'incondizionata meraviglia dell'anima, la definizione della magica confidenza della sensualità, il principio decifrabile dell'innamoramento. Il legame indivisibile con l'universo carezzevole dell'amore avvicina alla necessità fortunata dell'eredità romantica, allo sconfinato, imponderabile segreto dell'eternità, traduce il contenuto corporeo delle avversità, affronta gli ostacoli impenetrabili delle incomprensioni e le difficoltà dei silenzi arrendevoli. L'assenza subita identifica l'inevitabile inquietudine e la profondità del disorientamento, ma regala anche lo strumento indispensabile per riconoscere la propria consapevolezza e difendere la propria esperienza nella previsione straordinaria di una sfida individuale, nel sostegno compiuto di un distacco e di una successiva, nuova vicinanza. Antonio Bianchetti non ha scritto troppo sull'amore, ha comunicato il suo inno alla vita, accolto la fragilità pulsante del ricordo, concesso la continuità della presenza amata nello spazio inesauribile della speranza. Non ha mai allontanato l'affermazione del futuro, ha percorso il destino presente per non dimenticare l'elogio della fiducia nella rinascita, la provenienza delle stagioni dell'esistenza, scandite dal dinamismo dell'equilibrio introspettivo dei desideri. Il libro è impreziosito dalle suggestive fotografie del mosaico con la rosa dei venti impresso sul lago di Como, a simbolo dell'intuizione delle coordinate spazio temporali, nel saggio significato della guida e nella protezione della forza di volontà. Nella chiave di lettura del percorso il poeta incontra l'incanto dell'arte elegiaca, percorre la spontaneità, la dolcezza e la gratitudine dell’ascolto, in linea con la gentilezza e la generosità concesse a ogni destinazione della passione.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”
BALCONE VISTA MARE
Questo orizzonte ci sorprende
fin dove lo sguardo
incontra il respiro
della vastità
e su quello che si avrà
il panorama vissuto
ci rinnova gli auguri
fin dove possiamo vedere
oltre il confine
di un giorno
al di là
dei nostri giorni futuri
IL SERVITORE MUTO
Ho posato gli occhi
sopra la fine del giorno
che ricomponi piano
insieme al vestito
accarezzato
dolcemente con la mano
insieme alla premura
di fare un po' di ordine
dentro a queste ore buie
Poi ci fermiamo a guardare
come se questo panorama
fosse ancora
un orizzonte da indossare
come se la notte
non volesse mai arrivare
messa da parte
insieme agli ultimi indumenti
Lasciata sola nell'eternità
di questi pochi gesti
insieme ai colori
dei nostri movimenti
EPITAFFIO
Parlavamo sempre dell'eternità
ma ora il nostro cielo
ha misure troppo piccole
per ascoltarti
troppo grandi
per cercare di abbracciarti
LA VITA È UN'IPOTESI BELLISSIMA
Non è la sera
che respira d'ombra
una solitudine diversa
ma luce che non tramonta
dentro
negli angoli di un mondo
dove cercarti è sogno
aria
e altro ancora
E sono tanti i nomi
che daremo al buio
se il nostro sole
non si fosse fermato
per essere nel cuore
un altro mattino da ricostruire
La vita è un'ipotesi bellissima
tutto il resto
è amore che ci sfugge
e sorge ancora
dentro
UNA FORZA MAI ARRESA
Qualcuno mi darà da bere
e l'alba mi giudicherà
se il viaggio ricompone
giorno e notte
in questo errare
dentro una certezza
La dolcezza sarà
come il bacio del crepuscolo
diviso
nella moltitudine di questa attesa
per ogni aurora che vedrà
un altro andare
Insieme ai venti sceglierò i semi
di una forza mai arresa
verso l'aria di levante
per dire al sole
che germoglierò
come ad ogni primavera
per dire al tempo
che ritornerò
prima della mia sera
XII Edizione Festival internazionale di poesia Europa in versi
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venerdì 27, sabato 28 e domenica 29 maggio 2022
VILLA GALLIA Passeggiata Villa Olmo, Como
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DELL’INSUBRIA - FAMIGLIA COMASCA
PARCO DI VILLA SUCOTA - MUSEO DELLA SETA
“Località e globalizzazione” è il tema portante della dodicesima edizione del Festival Europa in Versi, creato e diretto da Laura Garavaglia.
Il fil rouge dell’edizione è la “località” definita dalle interazioni quotidiane, ma le dimensioni globali divengono sempre più importanti e il senso di ciò che accade localmente, tutto ciò che caratterizza lo spazio dell’esperienza quotidiana, trova origine anche nella connessione che si stabilisce a livello globale. Nel contesto che stiamo vivendo – anche e soprattutto in questo periodo - il concetto di “identità culturale” costituisce l’insieme dei riferimenti per il quale una persona o un gruppo si definisce e desidera di essere riconosciuto: implica le libertà inerenti alla dignità della persona e integra - in un processo permanente - la diversità culturale, il particolare e l’universale, la memoria e il progetto. Questi concetti sembrano più che mai fondamentali durante questi drammatici mesi in cui è in corso una guerra che mai avremmo pensato potesse scoppiare. Quindi, se lo scorso anno il Festival è stato dedicato alle donne afghane, quest'anno sarà dedicato alla pace.
Paolo Parrini, "Prima della voce"
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L'opera Prima della voce di Paolo Parrini (Samuele Editore - Collana Callisto, 2021 pp. 70 € 12.00) parla al cuore della vibrazione poetica, modula i segni espressivi dello stupore interiore, trasmette l'essenza iniziale delle parole considerando la materia comune della memoria con l'appropriata elezione d'immagini e tradizioni universali. Il poeta concede al linguaggio una diffusione rituale, iniziatica, attribuisce al miracolo incantevole della poesia la traduzione biografica in riflessioni indispensabili, contratte tra l'intuizione di una sensazione provvisoria e la sensibilità permanente, custodisce la rispondenza sonora della vita nell'oscillazione di una devozione pagana con la natura correlativa degli eventi. Prolunga il senso sottile e delicato della relazione estetica con l'unità dell'esperienza sensibile, osserva il presentimento acuto della visione del mondo e dei suoi struggenti accordi, traccia il rilievo emerso delle emozioni, distingue la cavità difensiva dell'ispirazione come il salvifico territorio delle occasioni e della verità. Il percorso elegiaco incrocia la scheggia indicativa nell'intreccio dei ricordi, l'intensità dello sguardo quotidiano sulla consistenza saggia della realtà. Prima della voce rintraccia la grammatica e la ricostruzione dei significati affettivi, recupera il dialogo spirituale trasferendo nella rappresentazione delle fotografie artistiche, contenute nel libro, la contemplazione della bellezza, riscatta la percezione delle impressioni che il disincanto ha estinto intorno alla nostra esistenza. Paolo Parrini riacquista la possibilità di vivere i legami con la naturale capacità di ascoltare e capire le proprie passioni, accoglie la cura dei sentimenti, concentra il raccoglimento religioso delle attese nei labirinti dei propri desideri, salvaguarda il sincero legame con le proprie promesse, affermando l'estensione di un'esecuzione lirica obiettiva, l'elevazione di un'epifania meravigliata, in comunione con un equilibrio riportato in luce oltre la discordanza oscura del vivere. Risana l'intermittente dimensione del tempo e la direzione di appartenenza ai propri versi, ricompone le incertezze nell'esercizio stilistico di conquista dell'amore e di perizia dell'inquietudine, abita il luogo esteso dell'anima, ospita intenzioni e metafore della quiete. Il ritmo dei testi celebra la visione dinamica della pagina, come spazio e corpo degli elementi letterari, il carattere sacro e sensuale di una conversazione insistentemente scampata alla dimenticanza. La poesia di Paolo Parrini riconduce sulla soglia di un avvenimento, traduce il realizzarsi scrupoloso della successione del rumore e della sospensione, nel calpestio dei passi della vita, definisce una voce segreta e ritrovata, estende la cortina della fragilità nell'infinito riflesso dell'estremità esistenziale, percorre le venature, la condensazione e l'evaporazione dell'assenza. Fonda la sua dottrina nel respiro del miracolo sacro e familiare della tenerezza, nell'impalpabile sensualità, annoda il tessuto evocativo dei luoghi inattesi, escludendo il debito della parola alla deviazione del silenzio: “La memoria non è ciò che ricordiamo, ma ciò che ci ricorda. La memoria è un presente che non finisce mai di passare.” Octavio Paz
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”
Il lento schiudersi
della notte nel mattino
il sonno stemperato
in un caffè forte.
La resurrezione di ogni giorno.
Fuori stanotte è caduta la neve.
--------------------
Si scompone la sera.
Ritmico il suono del tergicristallo
intacca il tempo perso
ad aspettare il giorno.
Alla mia sera aggiungi la tua.
Non siamo fatti di certezze.
-------------------
Poi nasce un fiore all'improvviso
là dove tacciono le fronde
ha il nome di una voce ormai passata
persa tra le dune e il temporale.
Stanotte ha raffrescato sopra i tetti
sui vetri già colmi dell'inverno
piccole dita intrise di calore
hanno scolpito i segni del tuo tempo.
Domani risvegliati avremo un altro sole.
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Attraversi la strada a capo chino
svanisci dentro il fiato caldo
e il sorriso che hai lasciato.
Nella nebbia s'appoggia
il rumore del mattino.
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Altre stanze gridano.
In questo giardino muto
anche le piante assorbono dolore.
Aspettare la luce della sera
il tacere delle voci.
Un calmo lago le dita.
--------------------
Amare una sedia, una mano,
il vuoto dentro un temporale.
Come se fossi nato solo per
questo darmi e avere,
una bilancia, un saliscendi.
Poi una fontana e lo scroscio,
il perdono. Non so
come altro dire amore.
-------------------
Farsi raggio o crepa,
sottile, annidarsi nei concavi
spazi, addormentare la memoria.
Quello che non abbiamo
sono i suoni iniziali dei nomi
che un tempo ebbero un volto.
Sia benedetto
questo spazio fatto altrove.
-----------------------
Il cammino si conclude qui
dove era cominciato.
I giorni sono sentinelle stanche
riconosci gli odori e il silenzio.
Forse solo un poco più fondo
questo muoversi piano delle cose
l'emozione sale a cercare il fiore incolto.
Sei partito per tornare a casa
ora è tempo di raccoglimento.
Alfredo Alessio Conti, "Sulla soglia dell'infinito"
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Sulla soglia dell'infinito di Alfredo Alessio Conti (Biblioteca dei Leoni, 2021 pp.96 € 12.00) è una raccolta poetica che contiene la necessità del pensiero umano d'indicare l'essenza dell'infinito, indaga l'inquietudine originaria della vita attraverso le intonazioni elegiache delle parole, trasmesse con il segnale espressivo dell'autonomia sensibile, nell'esplorazione della natura divina e istintiva della compassione. Il sentimento intimo del poeta emerge dalla dimensione spirituale dell'invisibile, dall'ispirazione mistica delle emozioni, trae il suo carattere individuale affermando il suo anelito verso una realtà più autentica, riconosciuta nella comunione solenne con l'assoluto. L'umana esistenza orienta il suo dissidio interiore oltrepassando la materia tangibile del senso della vita, includendo il privilegio del significato speculativo e dell'intuizione, il principio dinamico trascendente del fondamento sovrumano dell'anima. La poesia di Alfredo Alessio Conti custodisce la rivelazione dell'amore, nella sua sfera discorde tra felicità e sofferenza, nelle sue infinite declinazioni esistenziali tra l'armonia e la distensione, la grazia della luminosità e l'inganno dell'oscurità, unisce la sensazione indistinta della contemplazione alla speranza di una redenzione emotiva, sostiene il riscatto ultraterreno, comprende la realizzazione dell'attesa, sospendendo la profetica previsione della nostalgia sfuggente e del desiderio indefinito. Il codice del vissuto quotidiano riflette, nei versi, il tragitto intrapreso dall'uomo, in relazione ai segreti, ai simboli della solitudine, alla metafora dell'intervallo presente, all'incertezza sull'avvento del futuro, procede lungo il cammino dei sogni e il silenzio del destino. Lo stile essenziale, puro, accogliente, permette di apprezzare il contenuto profondo e sconfinato, di sentire il significato immenso della ricerca dell'uomo, di ascoltare l'oscillazione delle riflessioni. L'arricchimento lirico delle immagini propone la densità interpretativa del linguaggio, la relazione con la suggestione dello spazio straordinariamente dilatato della poesia, misura la smarrita astrazione della voragine intimista, guida l'orientamento sacro delle stagioni, consegna il solco delle illusioni al principio devozionale della fiducia. Alfredo Alessio Conti riconosce i limiti dell'esperienza percettiva, prende coscienza delle possibilità di una verità altra, comunica la prospettiva universale del tempo oltre l'apparenza del fenomeno filosofico, trattiene il suo indugio “sulla soglia dell'infinito”, sulla sostanza del conoscibile, sulla volontà inconscia dell'indulgenza, in limine sul confine esistenziale di ogni visione intuitiva dentro il grembo lirico del mondo, avviando l'intenso contrasto tra la lacerazione e la tenerezza, nella tormentata occasione della consapevolezza.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
Svanire
Rivedo
assorto
nel sonno eterno
il riflesso sfocato
della mia Anima
svanire nel nulla.
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Vorrei vivere in un faro
Vorrei vivere
in un faro
illuminare le notti
tempestose e buie
segnalare
il pericolo
che ci attende
all'attracco
della vita.
---------------------
Sono alla ricerca di nuove parole
Sono alla ricerca
di nuove parole
di nuovi significati
al vivere il presente
per il futuro c'è tempo
anche se ormai
adesso
l'ho oltrepassato.
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Sono un ramo
Sono un ramo
curvo sull'acqua
che si abbevera
e rinfresca
sognando
di rizzarsi in piedi
per accogliere nidi
di cardellini
e sentire il loro canto
per l'ultima volta.
-----------------
Battito di ciglia
La nostra vita
è intrisa
d'infiniti punti di domanda
della cui risposta
ultima
sarà solo
un battito
di ciglia.
------------------
Sulla soglia
Ho camminato
a lungo
in questa vita
a volte frettolosamente
a volte piano piano
a volte come gamberi
sulla riva del mare
a volte pieno d'entusiasmo
a volte solitario
ed ora
sulla soglia dell'infinito
non mi resta
che percorrere
l'ultimo tratto.
Cipriano Gentilino, "Parabole"
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Parabole di Cipriano Gentilino (Nulladie Edizioni, 2021) è un libro intenso, consegnato al lettore in nome della sincera e sensibile relazione con l'osservazione esistenziale della vita, esposto alla sostanza interiore e riflessiva della poesia, congiunto al significato dell'esperienza emotiva, concepito nel doloroso senso di esclusione affettiva, nel malessere dell'uomo, nello svolgimento logorato e inadeguato degli episodi dell'inquietudine, nell'elemento individuale del tormento e delle difficoltà quotidiane. I versi compongono un contenuto evocativo, complicato e tortuoso, distendono profondità simboliche e dimensioni espressive, trasformando la condizione delicata e fragile del mondo descritto, dichiaratamente estromesso e abbandonato, in inesauribile resistenza sensibile e opponendo alla desolazione della solitudine il conforto spirituale della poesia. Parabole vuole illuminare la nuda verità della realtà emarginata ed esporre attraverso l'elaborazione elegiaca di una dottrina etica e devota alla religiosità nell'anima, il valore riabilitativo delle parole, avvicinando la tenacia persuasiva delle immagini al dono dell'ispirazione umana, alla profezia pagana del messaggio emblematico nell'attenzione premurosa e responsabile dello strumento versatile della consistenza, schietta e assoluta, dell'inchiostro. La poesia rivela il suono incomunicabile del silenzio, spiega il conflitto con il percorso psicoanalitico delle similitudini, interpreta l'oscurità del cuore, commenta la supplica universale con la lusinga della speranza, contrastando la prigione della disperazione. Cipriano Gentilino è testimone dei disturbi eccentrici del tempo e riesce a cogliere l'aspettativa della quiete, a sostenere le dinamiche erranti delle sofferenze, a dipingere l'incantesimo lacerato dei sentimenti, avvolto nel respiro di un sorriso. Affida al riflesso dei versi la desolazione, l'amore e la follia di ogni vissuto, spezza le ferite di ogni istintiva e inconscia illusione, solleva l'ombra celata della coscienza, eleva l'esistenza all'incoraggiamento del ritorno, eludendo l'isolamento della segregazione, il profilo discriminatorio degli orizzonti lirici tra il bene e il male. Il poeta associa uno stile struggente e malinconico con la trasparenza delle destinazioni della natura, consacra l'irrequietezza nella lucidità dell'espressione, giunge alla soglia libera e disincantata dell'ebbrezza inebriante di ogni perdizione, attraversa la cifra estetica dell'intima inclinazione umana, donandole l'essenza della cura. Cipriano Gentilino conosce il casto e devoto pudore del limite, oltrepassa il carattere speculativo dell'abisso, esplora la luminosità e lo spettro segreto della mente, accoglie il mistero incisivo e contemplativo della tristezza, alimenta l'incanto delle sensazioni indefinibili e la percezione innocente dell'attesa, nel margine sfuggente e irrazionale dei desideri, confessando l'entità faticosa e consapevole del rimpianto, la vaghezza impulsiva e drammatica nel simulacro della presenza vitale, nell'affinità suggestiva delle parole.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
Marea
Maschere sottopelle,
riflesse allo specchio
rammentato col resto
di fiabe,
sottobanco bisbigliano
ticchettii di ore attese
per un amore
a cielo calante.
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Sortilegio
Dal sortilegio
dell'esserci mancati
negli interstizi pietosi
ci riaccoglie perturbato
il nostro respiro
mentre il ciliegio
si è imbiancato
nel silenzio di neve,
e la luna endemica
aspetta il solito turno.
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Riflesso
Questa sera sei luna
seduta a gambe strette
poesia,
illusione poliedrica
sulle labbra storte,
testardo silenzio
sul riflesso artrosico
della mia pelle.
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Affannata la nebbia
Affannata la nebbia
si posa sugli scricchiolii
delle foglie lasciatesi
cadere
a segnare una fine,
pudica s'adagia
sul silenzio
delle palpebre
a nasconderci la nostra.
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A vento quieto
A vento quieto
ci rivedremo,
i vivi e i morti,
labirinti
di arianne a
cercare un filo.
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Oltre il canneto
Oltre il canneto
la vigna tagliava
il mare in righe
dalla riva al cielo
non ricordo nuvole
né maestrale
solo la tua voce
che accarezza
antica
me che sogno.
Giorgio Caproni, poeta di Livorno e Genova
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È il 1912 quando nasco a Livorno, la meno toscana delle città toscane, accanto al Cisternone e al piccolo zoo del Parterre, figlio di Anna Picchi e di Attilio, ragioniere figlio d’un sarto ch’era stato garibaldino. Son anni di lacrime e miseria, richiamano alle armi mio padre, viviamo in via Palestro con Italia Bagni nata Caproni e il marito Pilade, barbiere massone e gran bestemmiatore, proprio vicino allo Sbolci, scaricatore di porto e bevitore di ponci. Vivo in un quartiere rosso, dove tutti cantano Bandiera rossa e danno la caccia ai topi, mi adatto, imparo a leggere da solo, a quattro anni, grazie al Corriere dei Piccoli, frequento la prima e la seconda elementare al Sacro Cuore, la scuola dei preti. Faccio incetta di santini da Suor Michelina da quanto son bravo, ma non riescono a convincermi nemmeno un po’ dell’esistenza di Dio. Per la terza elementare mi iscrivo alle comunali, al Gigante, con il maestro Melosi, dove al posto di Dio e preghiere mi tocca piangere sul Cuore di De Amicis. Per fortuna finisce la guerra, mio padre torna a casa, al suo posto di ragioniere in una ditta livornese di caffè. Andiamo ad abitare in via De Larderel, dove mi resta impresso quel sapore intenso di gelati frammisto all’odore di pesce che per tutta la vita mi ricorderà Livorno, la città del mercato centrale lungo i fossi e l’acqua nera come asfalto, panchine e monumenti incomprensibili, delimitati da grate di ferro. È il dopoguerra con disordini di piazza, son anni duri, gente che muore per strada, ma c’è mio padre, ci sono le passeggiate con mio fratello Pier Francesco. Andiamo in campagna o ai Pancaldi; a volte ci spingiamo fino a San Biagio, un po’ in treno, un po’ in carrozza, passando dalla stazione di Pisa con quelle vetture di legno di terza classe. A San Biagio andiamo a caccia in padule, ospiti di Pietro, è il mio tempo magico, nonostante tutto, un tempo di cui ricordo istanti interminabili a confezionar cartucce e a mangiar selvaggina. Sogno di fare il macchinista, ché mi affascinano i treni, un trenino elettrico lo terrò sempre con me nello studio, lo userò per far giocare i miei alunni, per far imparare tante cose. Non sono un ragazzo allegro, non sono per niente tranquillo, sto sempre in mezzo ai litigi e alla sassaiole. Soffro in anticipo la fine delle cose, noleggio per un’ora una bicicletta, ne vedo subito il termine, così il piacere svanisce. Sono un lettore onnivoro, infaticabile, a parte il Corriere dei Piccoli, incontro presto sulla mia strada i poeti, Dante per primo, con la sua Commedia illustrata dal Dorè che il babbo compra in edicola, pubblicata a dispense da Nerbini. La leggenda montanina è il primo tentativo di racconto, scritto alle elementari, come testimonianza del mio baco letterario. Nel 1922 nasce mia sorella Marcella e ce ne andiamo per sempre da Livorno, ché la ditta dove lavora mio padre fallisce, passiamo un po’ di tempo a La Spezia, poi ci fermiamo a Genova dove il babbo trova lavoro nell’azienda conserviera Doria, proprio nel palazzo ducale. E da quel giorno Livorno resta soltanto un ricordo, la terra dove son sepolti i nonni, al Cimitero dei Lupi, la terra di mia madre, dei profumi intensi, indimenticabili. La città che sento veramente mia è Genova, là sono uscito dall’infanzia e mi son fatto uomo, là ho studiato, ho amato, ho sofferto. Ogni pietra di Genova è legata alla mia storia di uomo: via San martino, via Michele Novaro, piazza Leopardi, via Bernardo Strozzi, tutti luoghi dove ho vissuto. A Genova termino le elementari, faccio sassaiole con i nuovi coetanei, allevo piccoli rettili, studio violino e composizione, forse per questo scrivo i primi versi. Poi il musicista cade e resta il paroliere, ma non per caso tutto succede a Genova, città musicale per via d’un vento cangiante e disperato, tra gli alberi e il mare. I miei versi nascono in simbiosi con il vento, lui fischia e io scrivo, nel frattempo leggo di tutto, da Schopenhauer a Verne, passando per Machado e Lorca in lingua originale, per finire con la visione appassionata dei film di Francesca Bertini. A diciotto anni abbandono il violino, troppo emotivo per fare concerti, spezzo lo strumento quando mi accorgo di non esser tagliato per quella professione, nonostante molti mi dicano che come violinista potrei avere un avvenire. Scrivo le prime poesie vagamente surrealiste, forse futuriste, surrogato della musica tradita, mentre trovo un impiego presso lo studio dell’avvocato Ambrogio Colli che possiede una grande biblioteca, dove scopro Ungaretti e L’allegria, vero e proprio sillabario poetico. Leggo gli Ossi di seppia di Montale, incontrati su una bancarella, pare che mi attendano per spalancare le porte d’un mondo, per suscitare emozioni profonde, indimenticabili. Leggo Cardarelli, Novaro, Sbarbaro, molti poeti liguri; non perdo un numero de L’Italia letteraria e della rivista Circoli, dove scopro Sbarbaro, che anni dopo conoscerò di persona. Circoli mi rifiuta alcune poesie, m’invita ad avere pazienza, a studiare, così ricomincio da Carducci, il più lontano da me che son pascoliano, pure se certi critici trovano Carducci nei miei versi, ci sta che l’abbia studiato troppo per farmelo piacere. I miei poeti sono quelli delle origini, soprattutto Cavalcanti, autori che usano una lingua spigolosa, da formare. Nel 1933 pubblico le prime cose su Riviere ed Espero, grazie ad Aldo Capasso e Ferdinando Garibaldi, ma non c’è tempo di gustare il successo ché parto militare un anno dopo, di leva a Sanremo, pure se scrivo ancora, pubblico su riviste e preparo l’esame magistrale da privato. Scopro i classici - Cesare, Virgilio, Catullo, Lucrezio - e la filosofia di Sant’Agostino, Nietzsche e Kierkegaard. Prendo il diploma magistrale a 23 anni, da privatista, scrivo un tema su Pascoli che conquista tutti, ma all’orale faccio scena muta, polemizzo con il commissario d’italiano sul pessimismo di Leopardi. Nessuno ha mai amato la vita più di Leopardi! Il pessimismo è solo un luogo comune. Nonostante tutto, mi promuovono. Scrivo poesie, pubblico recensioni su Araldo letterario, Terza pagina, L’ora di Palermo, Il popolo di Sicilia; mi iscrivo al Magistero di Torino - l’università dei maestri - ma non completo gli studi. In compenso arriva il primo incarico da insegnante, a Rovegno, in Val Trebbia, mentre mi fidanzo con Olga Franzoni, che mi segue da Genova quando decidiamo di sposarci. Olga muore di setticemia nel 1936, poco prima delle nozze. Non scriverò più, mi dico. Non ho accanto la mia musa, il mio amore, il solo sostegno, l’unica certezza, senza di lei la poesia diventa inutile. Nonostante tutto pubblico a Genova Come un’allegoria, un libriccino che piace a Betocchi - con cui intrattengo un rapporto epistolare - al punto di parlarne su Frontespizio. La vita va avanti, Rosa (Rina) Rettagliata, dagli occhi siderei, diventa la mia nuova musa, poco a poco prende il posto di Olga nel mio cuore. Abbozzo l’idea d’un romanzo - La dimissione - sulla mia esperienza in Val Trebbia, su Olga e il nostro amore, ma non va in porto, forse non son tagliato per la misura lunga. Va bene la poesia, in compenso, Ballo a Fontanigorda è il mio secondo librettino genovese, edito come il primo da Emiliano degli Orfini, vince un premio, lo traducono in francese e lo pubblicano a Parigi. Mi mandano a insegnare nelle nebbiose vallate di Pavia, per questo le mie liriche son offuscate da mattine brumose e tramonti velati, sono i panorami che vedo. Nel 1938 mi sposo con Rina, a Loco, dove trascorro le vacanza per tutta la vita, ché resta un luogo simbolico per troppi motivi: la mia carriera d’insegnante, la morte di Olga, le nostre nozze … Vado a vivere a Roma, convinto dall’amico Libero Bigiaretti, una città che mi affascina per le sue vestigia classiche, non per il barocco, ed è qui che conosco Ungaretti. Purtroppo nel 1939 mi richiamano alle armi, mi spediscono al confine francese, proprio mentre nasce mia figlia Silvana; la poesia diventa un estremo rifugio alla tragedia vissuta, in una vita segnata da troppe guerre che sconvolgono infanzia e giovinezza. Finzioni esce nel 1941, stesso anno in cui nasce mio figlio Attilio Mauro e vengo nominato sottotenente. In guerra ho tanta paura: non sono un eroe, ma mi faccio coraggio. Scrivo Cronistoria in questo triste periodo, De Robertis conosce parte della mia opera, vuol leggere altro e ne parla bene, lui è un critico importante, può cambiare il destino della mia letteratura. Sono anni terribili, di povertà e terrore, di un’Italia divisa, di partigiani e tedeschi invasori, di americani liberatori. Partecipo alla guerra di liberazione della Val Trebbia senza sparare nemmeno un colpo, in compenso vengo eletto commissario a Rovegno e riapro la scuola elementare a Loco, dove son l’unico maestro. La campagna della Val Trebbia è per me troppo importante, contiene la mia giovinezza a Rovegno, il primo incarico da insegnante, la guerra partigiana combattuta in prima persona. Strada Statale 45, tra i boschi e il fiume, la mia vallata misteriosa e incontaminata, fatta di dubbi e di attesa, vera metafora della vita, ideale per costruire una poesia che non è mai stata ermetica, poche parole essenziali che partono dal paesaggio per raccontare. Finita la guerra torno a Genova, la trovo distrutta, bombardata, non ci voglio stare, come non vorrei vivere a Roma, mi piacerebbe trasferirmi a Firenze, ma non riesco, non trovo lavoro. Accetto un posto di maestro a Trastevere, mi adatto a Roma, pure se è una scarpa troppo grande per il mio piede, non riesco a sentirla mia fino in fondo, ci passo il resto della vita. Non lego con Roma, mi manca il mio porto, il mio paesaggio industriale, ma a Roma faccio gli incontri più importanti per l’attività letteraria, stringo rapporti vitali. In fondo non lascerei mai Roma, vera città dell’anima che mi piace sospirare, perché in nessun’altra città d’Europa - forse del mondo - si gode la libertà che c’è a Roma. Ed è qui che compio la scelta politica della vita, mi iscrivo al partito socialista, laico e mangiapreti come sono, come mi han fatto diventare le suore livornesi e un quartiere troppo rosso dell’infanzia. Pubblico su molte riviste di sinistra, racconti e recensioni, cronache e prose, inchieste su borgate; scrivo racconti di guerra partigiana ma il romanzo non va in porto, escono brani da qualche parte, piccoli stralci, una specie di finale, ma la storia è in panne, resta un abbozzo. Il romanzo mi tenta ma non ho abbastanza disciplina, preferisco la breve durata, il racconto, la lirica, la prosa di cronaca, la poesia narrativa. Nel 1949 vado a vivere a Monteverde Vecchio, in viale Quattro Venti 31, insegno alla Francesco Crispi, in quel quartiere. Si ammala mia madre, a Livorno, il mio personaggio ne L’ascensore, giovane ragazza che fa ricordare lutti e dolori. Anna Picchi muore nel 1950, a Palermo, ospite della figlia Marcella, e io, affranto dal dolore, scrivo le poesie della mia vita, il libro dell’anima che dedico alla madre bambina, alla madre fidanzata, alla sola donna del passato. Conosco Ferruccio Ulivi, Betocchi e Pasolini, che vive nella vicina via Fonteiana, tutti importanti per la mia letteratura. Traduco molto, persino Proust, nel 1951 esce il mio Tempo ritrovato, un lavoro immenso, su incarico di Natalia Ginzburg che mi fa tradurre anche Apollinaire. Non ho tempo di scrivere poesie, devo guadagnarmi da vivere vergando articolacci per quotidiani, per La Nazione soprattutto, per riviste che me li commissionano, e poi tradurre, ché tradurre è un mestiere faticoso. Scrivo di teoria poetica su La fiera letteraria e su altre riviste, commemoro la morte di Saba, commento Pasolini, di cui amo solo il coraggio, non la poesia. Nel 1956 resto ancor più solo, muore il babbo a Bari, lo seppelliamo a Palermo, accanto alla mamma; la mia Annina ha ritrovato il suo compagno, la cosa un poco mi rincuora. Nel 1959 i tempi son maturi per far uscire Il seme del piangere, dedicato ad Anna Picchi, il mio fiore posto sulla tomba, una lapide troppo lontana per andarla a visitare, un fiore che non appassisce ma conforta, un fiore eterno. Rievoco mia madre giovinetta che percorre una Livorno mitica e malata di spazio, ciana e scamiciata, ma anche gentile. Livorno è la mia infanzia, Annina è la madre, così come Genova è l’età adulta, la mescolanza. Il libro nasce grazie a De Robertis che m’incoraggia, io non son convinto, mi pare un esperimento troppo da Cavalcanti il ritornar sui luoghi del passato e cambiar fattezze ai personaggi. Il libro è fatto di versi livornesi e d’altri versi, persino imitazioni di Prevert, di Apollinaire e Lorca. Pubblico traduzioni come René Chair e I fiori del male di Baudelaire, poi Morte a credito di Celine, impulsivo atto d’amore per lo scrittore. Faccio il giurato in tanti premi letterari, pure troppi; scrivo sulla Nazione di Firenze tante recensioni, da Gadda a Morante, passando per Luzi e Palazzeschi. Nel 1965 mi operano d’ulcera gastrica, perdo il mio posto nel Vangelo di Pasolini, dopo aver fatto le prove, voleva un poeta per quel ruolo, finisce che prende Alfonso Gatto. Peccato. Esce Il congedo del viaggiatore cerimonioso … un congedo da un mondo che non comprendo, forse è destino con il passar del tempo, forse succede a molti. Mi capita a cinquant’anni di scrivere un congedo anticipato, mi par d’essere giunto alla disperazione calma, senza tormento, al punto che conservo del mio dono antico solo la spina pungente della nostalgia. Un’opera postuma in vita, il mio Congedo da un tempo che non amo, da un’Italia che non vorrei vedere. Mi perdo nella nebbia delle cose lontane, nascoste, in una religione che non comprendo, in un Dio che non esiste, che non prega per noi, che non ci rimette i nostri peccati come noi rimettiamo i suoi. Traduco e recensisco ancora, scrivo pochi versi, non vengono, non si possono fare su richiesta, con uno schioccar di dita. Muore anche Sbarbaro, povero amico mio, mi lascia delle lettere, un po’ di scritti inediti, tanta tristezza, ricordi, soprattutto ricordi di momenti vissuti insieme, stagioni indimenticabili che non si possono racchiudere in poche pagine di letteratura. Il terzo libro e altre cose - dedicato a Rina - esce nel 1968, come tentativo di riorganizzare tutte le mie prime opere. Mi trasferisco in via Pio Foà 49, faccio il consulente Rizzoli, lavoro su Proust, suono il pianoforte, l’ocarina e - come per magia! - riprendo in mano il violino: forse c’è una stagione per ogni cosa. Escono in duecento esemplari i Versi fuori commercio, cinque poesie d’una futura raccolta; traduco Flaubert, ci provo con Genét, spinto da Debenedetti, per lui sono un ingegnere della parola, dice che ce la posso fare, io non ci credo, dopo aver sudato con Celine. Mi fanno Commendatore della Repubblica: che onore! E su Genét ha ragione Debenedetti, traduco il teatro, mica viene così male. Le poesie escono su riviste, vincono premi, ma la salute mi fa un po’ penare, dopo operato d’ernia scelgo la pensione, passo l’ultima stagione da maestro in una classe di soli trovatelli che mi danno molto, di quei bambini resto debitore. Nel 1975 doppio Salò di Pasolini, poco prima che lui venga trucidato, pensare che non ho mai visto il film, non so neppure quale personaggio abbia la mia voce. Ricordo Pier Paolo e le parole in rima a me rivolte: Anima armoniosa, perché muta e, perché scura, tersa:/ se c’è qualcuno come te, la vita non è persa. Esce nel 1977 il mio Muro della terra, la raccolta vince il Premio Biella, anticipando di un anno la morte di mio fratello Pier Francesco: quanto inverno, quanta/ neve ho attraversato Piero,/ per venirti a trovare. Vado a Parigi per la prima volta, al Centre Pompidou, a leggere i miei versi con Mario Luzi, Delfina Provenzali e Vittorio Sereni. Arriva Il franco cacciatore, la nuova raccolta del 1982, impostata sul motto che la vita è azione, pure se per me siamo alla fine del percorso, ormai, resta poco da agire. Arrivano altri riconoscimenti, allori, coppe, medaglie. Basta con tutti questi premi! Me ne avete dati troppi! Sembro l’insegna d’una premiata pasticceria. Nel 1983 muore Vittorio Sereni, un altro amico mi lascia in mezzo al guado, vado avanti da solo, confidando in nuove cose belle, come Garzanti che mi pubblica l’opera completa e tanti inediti. Preferirei non trovarmi di fronte al mio passato ma la correzione delle bozze mi costringe a rivedere spezzoni di ricordi, dolori e lutti, momenti disperati. Nel 1985 perdo pure Betocchi, son sempre più solo, magra consolazione la pubblicazione dei racconti partigiani e della raccolta Il conte di Kevenhüller che convince la critica. Io come sempre scrivo versi, prendo appunti, poi la mia mente li sistema, mette tutto in ordinata successione, forma un libro, compone una raccolta. Muore mia sorella Marcella e io non faccio in tempo a pubblicare Res amissa, lo faranno altri per me, i figli che ho lasciato, il tema è quello della bestia, del male, chissà perché quando s’invecchia si ricomincia a pensare ai demoni infantili, agli incubi atroci delle notti insonni. Nel 1989 mi tocca parlare persino dello sbarco sulla luna, mentre esce l’Elefante Garzanti con le mie poesie complete. Brutto segno quando ti fanno le opere complete. Leggo Dante a Ravenna, prendo il posto di Sciascia a Nuovi Argomenti, poi giunge il mio tempo di morire. È il 1990, ho 79 anni, sono a Roma. In una gelida mattina di gennaio, sul comodino, ritroveranno Dante e la Commedia, lasciata aperta sulle pagine del primo Canto del Purgatorio. Finita la stagione di canzoni e sonetti, di giovinette nude e umane, di sudori, di afrori, di città e paesaggi, di luoghi cittadini, concreti e metafisici. Finita la latteria come luogo d’inverno, la metrica e il tradimento, la toponomastica cittadina nei miei versi. Non più poesia come finzione, raccontando Livorno e Genova - le mie due patrie - non come sono ma come potrebbero essere, filtrate dalla luce del ricordo. Scorrono sul telo nero del passato i Versi livornesi, la cosa più fantastica della mia vita, un’impresa che pochi avrebbero osato: scrivere la vita fanciulla di mia madre, per me sconosciuta, anticipandone una morte che dovrò soffrire. La mia ultima preghiera per mia madre, novello Orfeo in cerca di Euridice, madre fidanzata, madre giovinetta, per le strade d’una Livorno perduta. Resta il ricordo della leggerezza che ho sempre voluto, che scolpisce nel vento due città di mare, le mie Livorno e Genova, come Saba rende eterna Trieste. In una gelida mattina di gennaio vi lascia un piccolo poeta dei suoi luoghi, convinto di vivere solo se sente stridere il concreto, un poeta narratore incapace di scrivere romanzi, solo brevi lampi lirici, un semplificatore della realtà, un uomo libero in un tempo che rende schiavi. (Gordiano Lupi)
Gordiano Lupi
Il Foglio Letterario
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