poesia
Maria Giovanna Massironi, "Cronache della terra di nessuno"
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Cronache dalla terra di nessuno di Maria Giovanna Massironi (Albaccara - Casa editrice, 2020 pp. 112 € 12.00) è una raccolta poetica intensa che assorbe dalla consapevolezza del dolore la linfa vitale e compassionevole della memoria. La poesia di Maria Giovanna Massironi accoglie testi arrendevoli al disagio emotivo e resistenti al vincolo della speranza. L'autrice genera, attraverso una persistente confessione quotidiana, l'apprensione del proprio stato d'animo, la sofferenza dei giorni e delle notti, scandita dall'irrequietezza dei pensieri, in balìa del segnale della frattura esistenziale. Coglie la lesione dell'anima, una ferita accompagnata dalla malinconica amarezza di ogni sospensione della vertigine e dal profondo tormento per gli incubi e i fantasmi che si aggirano, crudeli e magnetici, nella sua mente. Maria Giovanna Massironi abita la terra di nessuno, il territorio conteso dai timori e dalle incertezze del vivere, il non-luogo della fluidità sensibile, il confine interpretativo della propria identità. Il libro confessa la rapida e spontanea evidenza dello smarrimento emozionale, sintonizza il fruscio segreto dell'umore, il silenzio nascosto dell'inadeguatezza. I testi, solo apparentemente frammentari, elaborati con la lealtà dell'impulso, donano il senso compiuto e graduale di una scrittura senza impedimenti, la libertà sincera di una funzione liberatoria, la capacità creativa di orientare le energie soffocate dall'affanno della perdizione. Cronache dalla terra di nessuno esprime una forma di premonizione istintiva, avvinta alla soglia del mondo interiore e all'esperienza delle sensazioni, collega l'ipotesi indefinita e disorientante delle difficoltà al riscatto di un orizzonte vagheggiato, varca la soglia della malinconia osteggiando l'inquietudine. Maria Giovanna Massironi resta “in limine”, sulla soglia dell'espressione, dona al lettore il suggerimento sentimentale per affidare alla vita sempre una straordinaria opportunità di rivendicare il proprio tempo. L'occasione letteraria di sollevare le proprie riflessioni evidenzia il privilegio di tradurre l'oggettività delle pagine dense di significato, di comprendere l'avvicendarsi degli eventi patiti, di condividere l'importanza del vissuto, la commovente e indecifrabile percezione della grazia. La poesia gratifica ogni ispirazione individuale, estende la consistenza del respiro universale, sfiorando la complicità della resistenza. La provvisorietà di una bruciante esistenza collega l'influenza dei versi, disgiunge la frattura dell'anima, il duro scontro inevitabile con la realtà, coglie la complessità delle vicissitudini, l'enigma delle illusioni. La poetessa, con uno stile originale, convincente e attuale, segue sempre l'eco di una psicologica attenzione al monito della coscienza, nell'individuare la riparazione del torto, nel consolidamento temporale dello spirito.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
Notte dieci. Giorno undici.
La notte appartiene agli ubriachi
e l'alba conserva
il suo splendore di albicocca.
La rivoluzione resterà un sogno
perduto nelle chiacchiere del mattino.
Voce d'argano e ruggine
viene dal mare e vi si perde.
Non il velluto, ma la ruggine
ha invaso ogni cosa.
Ci ha preso cuore e cervello.
Nervi e sangue.
Al richiamo di quella voce
abbiamo inseguito chimere
e mille volte siamo morte.
Nel giorno undici
non c'è posto per noi.
Stiamo come in porto
a tagliare pomodori,
a prua della nostra
piccola casa rosa.
Solo le zanzare sono tornate.
Notte trentuno. Giorno trentadue
Nella notte abbiamo perso un calzino.
Il destro per l'esattezza.
Pensando di fare bene
ci siamo tolti anche il sinistro
e abbiamo sbagliato.
Alle ore 5,28 siamo completamente
svegli con tutta la nostra disperazione
e i piedi gelati.
Sotto le finestre, niente storie
di lupi e di pirati.
Il cielo è azzurro e le strade sono deserte.
Niente ci consola.
Il giorno trentadue inizia
pieno di ansie e preoccupazioni.
Spegniamo la radio.
Ci sono cose che
non si possono più ascoltare.
Notte quarantatré. Giorno quarantaquattro
Il buio non finisce mai.
Attraversiamo la città,
camminando sotto la pioggia.
I tetti sono lucidi
e noi siamo bagnati fino alle ossa
come le nostre carte
e i libri che portiamo a tracolla.
Sono bagnati i quaderni con le copertine
di cartoncino leggero che si slabbrano
e si abbandonano ad un'onda molle e pendula.
Siamo svegli dalle cinque.
Piove e non fa freddo.
Le nostre scarpe non tengono più la pioggia
e l'acqua arriva fino alle caviglie,
gonfia le calze che resteranno umide per ore.
L'ombrello ci avvolge floscio
e ci rende difficile vedere
dove mettiamo i piedi.
La tracolla ci taglia il respiro.
Tosse e fuoco nel petto.
Torniamo a casa
cercando una fuga
tra i buchi del selciato
che sono piccole voragini
di terra e sassi.
Nel giorno quarantaquattro
qualcuno si è preso la sua piccola vendetta.
I nani hanno lasciato il giardino
e con le scarpe infangate
sono entrati in casa
sporcando dappertutto.
Notte cinquantotto. Giorno cinquantanove.
Che parole usare nel giorno più buio?
Tronche? Piane? Sdrucciole? Bisdrucciole?
Piane, con cadenza di adagio.
Rassicuranti e confortevoli parole piane.
Casa. Libro.
No certo caffè oggi.
E neppure gioventù
e meno che meno libertà.
Le parleremo tutte piane.
Sommesse, quasi silenziose.
Piano. Piano. Forte.
Il presente è all'improvviso tronco.
Ricorderò.
Ricorderemo estati perdute.
Le città sul mare. I caffè turchi. I sogni.
I tuoi occhi bellissimi.
Le domeniche a san siro.
Le luci in galleria.
La sabbia umida. Le partire a pallone.
La salita ai bottini. Gli ulivi. I gatti.
Suonare insieme alle vocali.
Per una volta guardare indietro.
Enza Sanna, "Nei giorni"
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Enza Sanna, Nei giorni, pref. di Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 100, isbn 978-88-31497-89-3, mianoposta@gmail.com.
Con autentica ammirazione mi sono imbattuta nel canto elegiaco di una poetessa che affresca versi nei quali si respirano le pietre profumate di antico, le chiese di incenso, le botteghe di cuoio e le pasticcerie di canditi della sua Genova. Mi sono trovata di colpo nel dedalo dei caruggi, scoprendo, sin dalle prime pagine della sua nuova silloge Nei giorni, che il mondo lirico di Enza Sanna tende a operare un distinguo tra fantasia e immaginazione. Se di consueto l’esistenza è votata ai fatti, l’immaginazione aiuta a conservare le illusioni, e in effetti non possiamo fare nulla senza averlo prima desiderato e idealizzato. «… / È incontro di mente e cuore / passione e cautela / trascendenza e ragione / è rischio, è sfida di sopravvivenza / gioia prima della gioia / oltre ogni comprensione /…» (Certezza di cose vere). La poesia che apre la Raccolta narra ciò che una profana come la sottoscritta non sa dire con le parole. Vola sul piano metafisico, disciplina la realtà attraverso l’inventiva, stupisce nel dimostrare come il senso del nostro percorso terreno sia nella delizia del disordine, «nell’ingrandire così tanto il momento da riuscire a fare dell’eternità un niente, e del niente un’eternità» (cit. Blaise Pascal).
L’Autrice sceglie di esistere in un non-luogo del pensiero, che concede tregue alle fatiche del tempo: «…/ Mi rifugio negli oggetti di casa / pezzi sinceri di verità / che narrano una loro storia / fatta di rapporti con chi la abitava / quasi impazzito innamoramento verghiano /…» (Sopraggiunge il crepuscolo). In una Poetessa visionaria è straordinario il rimando al neo-realismo dell’artista siciliano, definito come una scelta di follia, come il vano pascolo di uno spirito disoccupato. Interessante ed esaustivo il riferimento agli ‘oggetti di casa’ che testimoniano il rapporto ‘con chi la abitava’, non con colei che scrive. La Sanna dimostra che il poeta non traduce in parole una visione, in quanto la sua visione si elabora in esse. Ella crea la distanza dal mondo oggettivo mentre asserisce di trovare riparo in esso. Raramente ho letto liriche così esplicative dell’autentico universo poetico. L’incandescente purezza della nostra Artista dimostra che l’ispirazione permette di proiettare il proprio flusso di concezioni interiori in un mondo che ne è dannatamente privo.
Il Poeta possiede il dono di vedere ciò che è invisibile agli altri. «…/ La mutevolezza dell’essere / la precarietà delle cose / crean un vuoto d’intorno / come andar fra estranei / tra chi le spalle ci ha volte / con una sola dolorosa certezza: / non ci si bagna nella stessa acqua / due volte. /…» (Bellezza d’anima e di sensi). Si sente ancora, forte, il senso della vita che sguscia come polvere nella clessidra, nei labirinti dei caruggi tra i quali è fin troppo facile perdersi, non sapere cosa si nasconda dietro la prossima curva. La chiusa eraclitea evidenzia che non ci si può bagnare ogni giorno, anzi, in ogni momento, nello stesso fiume, perché ogni cosa, ogni alba, ogni sole, sono sempre in movimento, forze dinamiche, dialettiche. La mente coincide con il passato, è memoria accumulata e se si guarda l’esistenza attraverso essa ogni cosa sembra polverosa, sporca, vecchia. Se si riescono a mettere da parte i ricordi, ogni esperienza, ogni amore diviene nuovo di continuo. Nessuno conosce mai nulla. Rimaniamo estranei, eternamente estranei. Schiavi del vortice dei giorni, che possono sembrare tutti uguali, come le aste sui quaderni dei bambini.
La Sanna vola alto, dietro l’apparente nichilismo, conosce l’armonia del creato e prova a guardare la vita affidandosi alla meditazione, all’armonia interiore. «…/ Improvviso il tempo si è fermato / su un’ombra che credevo cancellata, / sembianza vaga che mi fa pensare: / non si dissolve pur nel suo passare / il tempo che fu quello dell’amore / per ritrovarti ancora nella luce / quando il giorno tace / ché l’intesa perfetta non chiede consensi / neppure uno sguardo per sentirci accanto /…» (Improvviso il tempo si è fermato). L’amore trascende le visioni, è sentimento pulsante, che può fermare il senso eracliteo del fiume nel quale ci bagniamo, ma secondo l’Autrice non chiede parole, ‘consensi’, esiste e lo si riconosce, come recita Pablo Neruda: «E da allora sono perché tu sei, / e da allora sei, sono e siamo, e per amore sarò, sarai, saremo».
La Sanna varca con incredibile semplicità i limiti del concepibile, la sua non è poesia di confini, in compenso genera misteri, è evocativa degli stati dell’inconscio. Ed è tesa alla luce divina che è dentro di noi. Quella che non appartiene a una religione in particolare, ma a tutti i credenti. «…/ La solitudine, che ci fa amici di nessuno, / noi rivali persino a noi stessi, / pesa anche sul foglio bianco / inoperoso maggese a ritemprarsi / quando t’assale la paura della vecchiezza più della morte / e il pianto che non sgorga, non si vede / è silenzio di pietra. / Ma se improvviso sopraggiunge il canto / intenso bagliore splendido di luce / feconda è l’ora / e chiaro il giorno della festa» (Giorno di festa). La caducità del tempo che ci è dato in sorte, intesa in senso etimologico dall’Autrice, ovvero dal latino ‘caducus’ - cadere, che è destinato ad avere breve durata, la avvolge come sudario, soprattutto nei giorni di festa, ma esiste un modo per sentir cantare l’anima, per sollevarci al di sopra delle barriere della vita materiale: cedere alla verticalità. Il viaggio spirituale, che si può compiere in ogni momento, consente l’accettazione del ritorno della luce nei nostri cuori.
La Poetessa, lirica dopo lirica, trascina nelle spirali del suo disincanto, dei suoi dubbi e delle sue vivide, altissime illuminazioni, e rende consapevoli che la Poesia rappresenta un mezzo di comunicazione superbo e ‘terapeutico’, come ella stessa recita. Io non conosco Enza Sanna, ma attraverso i suoi versi ho seguito il ritmo dolce e profondo di un’arpa celtica, lo strumento che possiede le sonorità adatte a instaurare un dialogo tra chi suona e chi ascolta, e ho avuto la meravigliosa sensazione di percepire i ritmi di corporeità, le tensioni, la postura, il timbro vocale, la gestualità e la mimica di questa Musicista della parola. Mi è sembrato addirittura di vederla passeggiare nei luoghi che le sono cari, in quella Genova che sa unire più di molte altre città il passato, il presente e il futuro, crocevia di culture e di popoli fin dall’antichità. Sento di essere nel vero, la fusione d’anime si è compiuta: «…/ Frammenti di nubi vagano nel cielo / avanzi di abiti dismessi / che non oscuran i muretti a secco / della mia terra / né i morbidi profili dei colli / sui borghi raccolti. / Avara è la natura dei suoi doni / ma negli orti domina il carciofo / guerriero antico, / il pallido limone / raggio di sole convertito in frutto, / l’asparago turrito in carnosi germogli / dolce e selvaggio in uno. / Immersa in questa realtà vivo il mio tempo, / compagni la solitudine e il silenzio / quasi vertigine dinanzi all’abisso / mentre sulla pagina bianca gioca la parola / ora reale ora d’invenzione, / musicalità che segna tempo e spazio dell’assenza / a colmare il vuoto con effetti sonori d’armonia / nell’attesa di un’immancabile presenza» (L’immancabile presenza). La lirica ricorda le Odi nerudiane, per la capacità della Nostra di mostrare religioso rispetto e di descrivere liricamente attraverso metafore o frasi immaginifiche i frutti del creato. Non si riscontrano nella Sanna toni elegiaci rivolti alla natura, che è definita ‘avara’, simile all’esistenza, nello svuotarsi dell’amore. ‘La solitudine e il silenzio’ sono le note salienti di questo cantico, ma anche la lirica citata contiene la rivelazione nel titolo e nella chiusa. L’immancabile è un aggettivo femminile, e non può che riferirsi alla Fede, immenso eterno vagito del nostro tempo, morso di un’Eva che ha lasciato il giardino per risiedere in ogni eden che sappia accogliere la certezza di un Dio teso a credere in noi… nonostante quel morso.
Tra le vertigini metafisiche, le visioni, il senso della perdita, non mancano i punti fermi, comuni a tutti, ma sempre nel segno della Fede, il dono gratuito di Dio, che chiede l’umiltà e il coraggio di fidarsi e affidarsi. «…/ Ma la famiglia d’origine è per sempre / non ti lascia mai nel tuo cammino / è parte di te, rivive nei gesti e nei pensieri / è assenza fisica mutata in spirituale presenza /…» (La perdita e l’assenza). Gli amori non ci lasciano, si spostano in un’altra dimensione sensoriale, vegliano sui giorni e sulle storie, seduti ‘nella stanza accanto’, per dirla con Sant’Agostino, divengono angeli del nostro breve tragitto terreno. Il mare, compagno di vita della Sanna, eterno sogno di realizzare la libertà dell’impossibile, è presente in molte liriche, e scandisce proprio le assenze, che rendono gusci le conchiglie di ieri.
Tra i tantissimi versi dettati da ispirazione divina mi hanno indotto a intensa commozione quelli della lirica E tu non sai, che nella seconda parte recita: «…/ Al morir della luce il sentimento del tempo ti giunge / al lago del cuore, teso l’orecchio ai suoni della notte / impercettibili sospiri. / Da lungi una nenia struggente / che ha il fascino di un faro nella notte. / Il mio essere affido alla ruota del tempo / per strade che guidano al nulla. / Scava sempre la parola / nella miniera di significati altri / che, nell’infinitamente piccolo / spesso si cela l’infinitamente grande / e tu non sai». Sul pentagramma di Enza Sanna ricorre la volontà di trasformarsi in una rabdomante, che per stanare le impossibili certezze della vita è pronta a scavare anche nel vento con le note del suo canto. E attraverso la fisica ci riaccompagna sulla sponda della spiritualità. Macrocosmo e microcosmo coincidono nel mondo delle particelle elementari, un mondo che reclama naviganti pronti a cogliere il minimo segnale all’orizzonte, perché come sa ogni marinaio di vedetta, è proprio nell’impalpabile barlume che vacilla in lontananza la promessa della terraferma.
Una poetessa dalla cifra stilistica poderosa la Nostra, dotata di sensi ammaestrati per un mondo diverso da quello che conosciamo, e che è dono di pochi percepire. Ricca di voci che spesso non intende decifrare. Lontana da ogni schematismo, da effetti calcolati, tesa a scavare con lirismo e amore assoluti nel linguaggio. Le sue metafore, le assonanze, la musica che pervade ogni verso riportano al lido della grande Poesia del passato, che traccia la rotta di un giusto futuro lontano dalle sterili correnti avanguardiste. Sarò sognatrice, ma so che non porterei per sempre con me le poesie di quest’Artista se non avessi avuto l’onore di viaggiare sulle sue note con la sensazione di vederla, di viverla. E mi piace pensare di chiudere questa prefazione seduta accanto a Enza Sanna, di fronte al suo mare, mentre si compie, tramite «una pioggia di note sulla tastiera» (Terapia musicale), il miracolo dell’arco d’amore, ovvero di Un ponte arcobaleno: «… / Ma il ponte più bello, più prossimo al cuore / è all’infinito / quando la luce del sole, dopo il fortunale / scompone i colori nell’apparente trasparenza / d’una goccia di pioggia».
Maria Rizzi
L’AUTRICE
Poetessa, scrittrice, saggista, critico-letterario Enza Sanna è nata a Genova, dove vive, opera e ha svolto una lunga carriera di Docente di Lettere nella Scuola Media Superiore. Pluriaccademica, ha ottenuto molti Primi Premi Nazionali e Internazionali, partecipando più volte a numerosi Concorsi letterari. Tra la raccolte poetiche più recenti ricordiamo: Quando gemmano i pruni (2003), Amore di mamma (2004), Per vene d’acqua e di terra (2006), Gocce d’arcobaleno (2008), Viaggio nella parola (2009), Per segreti varchi (20109), Kaleidos (2012), Frammenti lirici… ai margini del viaggio (2014), Percorsi d’utopia (2017), Oltre la parola (2020).
ALCYONE 2000, quaderni di poesia e di studi letterari
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ALCYONE 2000
Quaderni di poesia e di studi letterari, vol. 15, 2022
La composita pubblicazione che prendiamo in considerazione in questa sede costituisce un volume che per sua natura (anche per la presenza di contributi pittorici e scultorei riprodotti a colori) potrebbe essere considerato un ipertesto, per la commistione e l’interazione che si vengono a realizzare tra i suddetti contributi e i saggi di critica letteraria, le recensioni e le sillogi poetiche che racchiude.
La collana di quaderni di poesia e studi letterari “Alcyone 2000”, pubblicata da Guido Miano Editore, i cui volumi sono impaginati come una rivista, emerge nel panorama letterario italiano odierno per l’aspetto culturale come una delle più prestigiose pubblicazioni per l’importanza dei nomi dei critici letterari, dei poeti, nonché dei pittori e degli scultori che hanno firmato le parti letterarie e figurative, tutte connotate dal comune denominatore dell’incontrovertibile alta qualità, della bellezza e dell’intelligenza.
Nel tempo della pandemia che tutti stiamo vivendo, fenomeno tragico che ha provocato tra l’altro un aumento numerico dei poeti a causa delle chiusure e del dolore, nel mare magnum di una società postmoderna, globalizzata e consumistica, che vede la caduta dei valori e il prevalere della mentalità dell’avere su quella dell’essere, come già stigmatizzato dal filosofo e psicologo Erich Fromm negli anni ottanta del secolo scorso, ben vengano questi quaderni quasi come espressione del pensiero divergente anche perché cartacei non destinati solo a un limitato numero di cultori.
* * *
A livello esemplificativo, analizzando il volume 15 di “Alcyone 2000”, ci si sofferma su tre dei saggi che ritroviamo nella sezione dei “Contributi letterari”: quello di Ivo Lovetti intitolato Jean Guitton l’“eternità” in un istante, quello di Marco Zelioli, La “incontemporaneità” di Eugenio Corti scrittore cattolico più noto all’estero e quello di Ferdinando Banchini, Lugi Fallacara e il Francescanesimo.
Come scrive Lovetti, riguardo a Jean Guitton, il primo dei suddetti scritti L’infinito in fondo al cuore. Dialoghi su Dio e sulla fede, 1999, costruito come un libro intervista da Francesca Pini, giornalista del “Corriere della sera”, si può considerare il sorprendente, esauriente, per certi versi inatteso testamento spirituale del grande pensatore cristiano che ha attraversato quasi nella sua interezza il nostro secolo fino a diventarne un autorevole testimone e interprete. L’immagine che ne scaturisce è quella di un uomo eternamente giovane, sognatore che affermava che la vita gli sembrava fatta di sogni, alcuni dei quali sono notturni altri diurni, dotato di una grande libertà e originalità di pensiero, ma nello stesso tempo rispettoso dell’ortodossia cattolica, innamorato della vita nel dichiarare che va bene aspettare la felicità dopo la morte ma è ancora meglio godere adesso della felicità senza preoccuparsi di tutto quello che accadrà dopo la morte. Quando afferma il concetto di “eternità” in un istante Guitton pare rievocare l’assunto di Heidegger sull’attimo come feritoia atemporale dove il tempo si ferma e non è né passato né futuro ed è forse per sempre. In ogni caso attimo, istante e momento come categorie temporali non sono strettamente sinonimi e tra i tre termini esistono sottili differenze la cui spiegazione esauriente dal punto di vista filosofico sarebbe stato felice di darcela lo stesso Guitton se la sua interlocutrice nell’intervista gliela avesse chiesta. Guitton ha scritto anche il saggio Dio e la scienza nel quale come prova dell’esistenza di Dio il Nostro sostiene che la materia che costituisce le galassie, i pianeti e ogni cosa presente nell’universo è aggregata in maniera così precisa e perfetta che solo una mente ordinatrice teleologicamente poteva costituirla in questo modo con quella che viene chiamata Creazione.
Nel saggio La “incontemporaneità” di Eugenio Corti scrittore cattolico più noto all’estero che in patria di Marco Zelioli il critico scrive che tra i “casi letterari” del XX secolo senza dubbio uno dei più eclatanti è quello dello scrittore e saggista Eugenio Corti, di cui il 2021 è stato il centenario della nascita. Per quanto incredibile possa risultare a chiunque ne scorra il curriculum culturale, Eugenio Corti più che in Italia è noto all’estero, soprattutto in Francia (le sue opere sono state tradotte in francese, inglese, lituano, polacco, portoghese, romeno, russo, spagnolo ed anche giapponese). Esordì con I più non ritornano, 1947 insieme romanzo e cronaca della rovinosa ritirata dei soldati italiani dalla Russia nel 1942-1943. Il capolavoro di Eugenio Corti è senza dubbio Il cavallo rosso, 1983. Prodotto in oltre trenta edizioni e venduto in quasi quattrocentomila copie, è un romanzo di così ampio respiro da ricordare quelli dei Grandi della letteratura russa tra Ottocento e Novecento da Tolstoj a Dostoevskij a Solzeniciyn. Non per nulla, e soprattutto grazie a quest’opera, dopo aver ricevuto nel 2000 il “Premio internazionale al merito della cultura cattolica”, lo scrittore fu preposto per il Premio Nobel 2011 da un comitato spontaneo, sostenuto dalla Provincia di Monza e Brianza e dalla Regione Lombardia; una figura che il critico ha fatto bene a riattualizzare dopo la sua parziale rimozione dopo la sua morte e anche prima.
Nel saggio dedicato a Luigi Fallacara Ferdinando Banchini riporta le parole dello stesso Fallacara che affermava che il suo incontro con S. Francesco fu anche la scoperta del senso metafisico di ogni vera poesia, nell'apertura dell’amore per tutte le creature. L’incontro tra il Nostro e il santo avvenne ad Assisi dove visse tra il 1920 e il 1925. Ivi nel 1921 entrò nel terz’ordine e tradusse le confessioni di Angela da Foligno, mistica francescana del Duecento e soprattutto portò a compimento quella “storia di una crisi religiosa” che è il suo primo importante, duraturo libro di poesia Illuminazioni drammaticamente esemplato sul graduale iter mistico della grande seguace di San Francesco. Il libro successivo I firmamenti terrestri del 1929 presenta, in cinque lunghe poesie in ottave, episodi della vita di Francesco, commossa esaltazione di chi sentì contro il suo cuore, il cuore di Cristo che ricolma il mondo, di chi si fece «carne d’amore, carne di dolore / flutto approdato ai piedi del Signore». Nel ‘55 curò un’edizione delle Laude di Jacopone da Todi, altro grande francescano, diversissimo da Angela ma di lei non meno ardente.
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Passiamo ora ad un’altra sezione del vol. 15 di “Alcyone 2000”; il brano intitolato Itinerari di letteratura comparata: cieli ed epoche diversi uniti dalla poesia fa da introduzione ad una serie di saggi appunto di Letteratura Comparata, campo poco praticato nel panorama letterario nazionale contemporaneo. I raffronti, i confronti, i paragoni, le comparazioni tra autori di epoche e lingue diverse, non sono solo utili per allargare il nostro sguardo oltre quel provincialismo che spesso limita in modo angusto il nostro orizzonte culturale, ma addirittura bisogna che siano inevitabili e necessari se si vogliono comprendere gli influssi reciproci tra le varie correnti letterarie e capire a fondo quel sentire comune, quella comune sensibilità poetica e ideale che attraversa in modo osmotico gli autori europei, nell’esprimere un patrimonio di valori sul quale si fonda la vera civiltà umana: legandoli insieme sentiremo una voce unica a difesa e per i principi fondamentali sul quale si basano il nostro sistema di vita e la nostra cultura occidentale. Le comparazioni come linee di codice in un sistema di insiemi sottesi a un principio comune che vede nella parola scritta il suo fondamento comune a prescindere dai luoghi, dalle civiltà, dai costumi e dalle religioni di ogni singolo poeta, romanziere o saggista.
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“Alcyone 2000” comprende anche una sezione dedicata a sillogi di poeti contemporanei; si analizzano a titolo esemplificativo due raccolte: quella di Guido Miano e quella di Renata Cagliari. In I colori dell’isola di Guido Miano predomina la linearità dell’incanto, lo stupore e la capacità della meraviglia per la bellezza inserita nel cronotopo sotto i cerchi limpidi del cielo. Come scrive Enzo Concardi queste liriche sono una dichiarazione d’amore per la natia terra siciliana: le radici, l’identità, la cultura, l’infanzia, il sogno e il successivo abbandono, il dolore, la lontananza, la memoria, la disillusione. Poetica tout-court neolirica e del sogno ad occhi aperti dalla quale trasuda uno sconfinato amore per la natura incarnato negli idilliaci paesaggi della natale isola percepita in una policromia di sensazioni che dai sensi raggiungono l’anima e il cuore del poeta. Una notevole ricerca e raffinatezza del lessico connota il poiein di Miano. La magia della parola diviene il precipitato di una cosciente sospensione che si lega a visionarietà e la natura stessa si fa a tratti numinosa e neoromantica più che neoclassica. In alcuni componimenti il poeta si fa interprete della metafora vegetale e l’infanzia pare collimare con il verde tenero delle piante stesso. Da notare che il poeta nomina con il nome preciso le specie vegetali (l’ulivo saraceno e il gelsomino bianco d’Arabia) come Seamus Heaney, premio Nobel irlandese. L’esattezza di una parola sapientemente dosata è esaltata nei componimenti sempre ben controllati e magistralmente risolti. È affrontato il tema del dolore in un componimento struggente in cui una cerva ferita è alla ricerca del suo piccolo e stabilmente si raggiunge una musicalità nei versi nei quali è presente un ritmo sincopato. Anche un’aurea di favola è presente quando il poeta mette in scena la sirenetta con la coda di delfino, creatura mitica e forse simbolo di bellezza, sirenetta che nuota nel mare che circonda la sua amatissima Sicilia. Si emerge con piacere dalla lettura di questi testi originali e carichi spesso di un arcano fascino.
Nella silloge Attimi di luce di Renata Cagliari nei versi colloquiali e affabulanti ritroviamo il senso e il tema dell’epica del quotidiano e della fiducia nell’amicizia nei passaggi in una poesia in cui l’io-poetante oppresso dal peso della vita va a casa dell’amica Flavia dove la vita stessa ritrova colore, forza e sorriso. Addirittura la casa diviene Paradiso come un rifugio incantato e in essa anche gli oggetti sembrano stagliarsi benevoli e quasi apotropaici, e si fanno correlativi della gioia e della sicurezza. La poetica espressa è neolirica e come scrive Michele Miano si tratta di una poesia intimista, dove la parola si carica d’immagini salvifiche. La luce entra nelle cose e nell’anima come dal titolo della silloge nel permearla e negli attimi il tempo pare fermarsi in un sicuro ottimismo che si manifesta in una vena ludica e giocosa così rara perché si percepisce che la felicità può esistere sia nel giorno che nella notte e che anche se è un fiore raro esiste anche l’amicizia della quale anche il Cristo ha parlato nei vangeli. Una vena sorgiva quella della poetessa di matrice neolirica che provoca emozione e stupore nel lettore e pare anche di intravedere in essa una connotazione vagamente minimalistica. Il senso del bene che viene detto con urgenza è presente, il bene che sconfigge il male e non è buonismo. C’è anche un aspetto religioso in questa poetica e una poesia è dedicata al Natale e alle sue magiche atmosfere e un’altra a Marco del quale è detto che nella sua vita si è risollevato tante volte dalle tribolazioni e che ora con il suo serafico sorriso aiuta il prossimo a trovare pace e armonia ed è detto qui Dio che pare emanarsi dal sorriso dello stesso protagonista.
* * *
Ci sarebbe da dire molto sulla collana di quaderni “Alcyone 2000” di Guido Miano Editore che richiederebbe un saggio per un’analisi di tutte le sue parti e non lo spazio di una recensione; la presente collana di studi letterari si configura come espressione di una raffinata cultura all’insegna della bellezza come esercizio di conoscenza.
Raffaele Piazza
Alcyone 2000 – Quaderni di Poesia e di Studi Letterari, n°15; Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 108, isbn 978-88-31497-83-1, mianoposta@gmail.com.
Tre poesie di Bernardo Risino
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A Milano
le mattine d’estate sono fresche
nelle case assonnate;
fuori già ci si ubriaca
di sole e di smog.
Ogni giorno pare sempre lo stesso,
quasi fosse il metronomo a battere il tempo.
Si esce, si compra il giornale,
si beve caffè e si mangia una brioche:
è abitudine saggia,
l’organismo ha bisogno di forze.
Siamo contenti all’inizio del giorno,
sorridiamo.
Nuvole veleggiano lente
in attesa di essere pioggia.
Poi, nel giorno,
riempiamo di vuote parole i minuti
e i minuti riempiono le ore
e così la fatica di vivere
si fa più pesante.
Il lavoro ci illude
e scherma ogni nostra paura.
Ci caliamo nel vortice scuro
di un abisso spietato.
Ci illudiamo.
In Sicilia
se ne stanno le genti a godersi la vita:
c’è chi mangia granite di mandorla
e chi legge il giornale
al profumo di un gelsomino
o di un aspro e perenne limone.
Ma nei campi assolati i braccianti
si spezzano la schiena e le ossa
per offrire ai mercati primizie.
Qualcuno, talvolta, se c’è un funerale
e il morto era giovane e sano,
di nascosto si tocca i coglioni.
A Noto, in Sicilia, il sole d’estate
è un maglio che schianta ogni forza
e il Corso una ruga nel tempo
che divide il paese in due parti.
A Noto quand’ero ragazzo
e sognavo Milano, dicevo:
“La gente è diversa,
son diversi i paesi e le case.
Sarà come su un altro pianeta.”
M’illudevo.
Siamo corpi in un fiume melmoso
che alla foce si sperde
nel mare infinito del nulla.
MIO PADRE
Mio padre era giovane quando il fato
ha estratto il suo numero a sorte.
Ero un ragazzo,
e la boria degli anni più verdi
frenava ogni forma di dialogo
confinando nel silenzio
ogni parola,
ogni gesto d’affetto.
Ricordo una volta, era giugno,
mi chiese di accompagnarlo
a comprare la frutta da un contadino.
Guidava con calma,
sentivo che voleva parlarmi.
Lasciammo la strada statale
per una trazzera:
ai lati muretti a secco e
alberi d’ulivo a perdita d’occhio.
A un tratto accostò all’ombra
di un solitario carrubo.
Io me ne stavo in silenzio:
l’estate pulsava tra campi assolati
e cicale impazzite.
Mio padre prese il pacchetto e
mi offrì una sigaretta.
“Non fumo,” mentii.
Con calma ritrasse la mano,
ne sfilò una, l’accese.
Fumava e taceva,
ogni tanto tossiva.
“C’è caldo,” gli dissi
per rompere il ghiaccio.
“Hai ragione,” mi fece
buttando fuori il suo fumo.
Sentivo lo sforzo
di dire parole concise,
per chiedere conto
del mio essere assente,
dei miei malumori,
dei colpi di testa.
Ma tacque.
Partimmo che il caldo pesava
sui nostri volti delusi.
Passarono mesi, lui se ne andò.
Io ero lontano e sono tornato
e l’ho visto sul letto
dove, giovane e forte,
aveva goduto.
Ho scrutato il suo volto di marmo
e vi ho colto come un’ombra,
una sorta di muto tormento
solo a me noto.
Non ho pianto
davanti ai parenti schierati.
Poi, di ritorno dal cimitero,
ho preso la macchina
e ho guidato verso la spiaggia
dove, quand’ero bambino,
mi aveva insegnato a nuotare.
Mi sono seduto e ho guardato
le placide onde del mare:
Il ritmo lento e ossessivo
ha sciolto quel grumo
che mi trascinavo da un pezzo
come un peso segreto,
e i miei occhi si sono velati.
il pianto non era
che la percezione
di un vuoto che dilagava
in ogni mia parte sensibile,
un vuoto che il tempo ha domato,
che a volte ritorna,
e, quando si espande,
nonostante la mia vita abbia fatto il suo corso,
vorrei tornare a quegli anni
e stringere forte mio padre,
e parlargli.
LE DONNE DI TEHERAN
Marciano unite tenendosi per mano
urlando forte perché dia loro ascolto
chi esercita il potere con violenza,
chi si comporta da despota e tiranno.
Le donne di Teheran hanno capito
che è giunto il momento di volare,
di far sentire forte agli aguzzini
che i cuori sono stanchi di subire.
In un abbraccio che sa di libertà
percorrono un sentiero di dolore
che porterà a nuova dignità,
a progredire, a reclamare onore.
Le donne di Teheran prendono il volo
hanno capito che il potere è inerme,
che il loro gesto cambierà la storia,
che ogni dittatura ha una scadenza.
Gridano il nome di Amini Mahsa
uccisa solo perché dal velo nero
spuntava una ciocca di capelli,
oltraggio sommo per biechi assassini
L’hanno finita picchiandola a morte,
l’hanno finita a forza di botte,
senza sapere che da quella morte
migliaia di donne sarebbero risorte.
La polizia morale, ossimoro mortale,
pretende che ogni donna sia silente,
che viva occultata in vesti nere,
che ubbidisca senza tante storie.
In none di un Dio crudele e sadico,
incancreniti nel loro pregiudizio,
pensano che il corpo della donna
alimenti il peccato e spanda il vizio.
Che indossino l’hijab
che coprano le forme,
che viaggino mai sole,
che non ballino e non cantino
che non ridano in pubblico,
che siano ombre
nascoste nelle tenebre,
gridano i carcerieri
dietro le loro barbe nere.
Le donne di Teheran lottano in massa
con i capelli al vento quasi da aliene,
vogliono uscire dal nuovo Medioevo,
vogliono alfine spezzare le catene.
E mentre i cecchini sparano dai tetti
E uccidono persone come cacciagione
E mentre i cecchini sparano dai tetti
e uccidono persone come cacciagione,
urlano con voce roca al mondo intero
che nessuna di loro teme la morte
e hanno solo un gesto da mostrare:
bruciare il velo nero e poi danzare.
Adriana Deminicis, "Da un poemetto alla luna. I fiori di gelsomino"
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Da un poemetto alla luna. I fiori di gelsomino
Adriana Deminicis
Guido Milano Editore, 2022
In questo libro dal titolo Da un Poemetto alla Luna. I fiori di Gelsomino l’autrice Adriana Deminicis prende l’avvio dalla considerazione dell’atteggiamento umano consistente nella diffidenza verso il suo simile, nella chiusura, che lo porta a innalzare muri, a chiudere frontiere. L’autrice lamenta anche nei propri riguardi l'incomprensione che trova nel condividere i suoi pensieri, e la conseguente emarginazione da parte degli altri. Ella disapprova pure l’educazione a norme rigide, con pregiudizi che rendono sordi agli aneliti di limpidezza, di magnanimità, di lungimiranza. Questa atmosfera pesante ha provocato in lei quasi una malattia sentendosi emarginata, malattia da cui si augura la guarigione.
Auspica dunque un cambiamento nella visione delle cose e nel comportamento degli uomini tra di loro, che è improntato appunto oggi ad individualismo, indifferenza, incomprensione.
Con sorpresa allora sono proprio le piante o la contemplazione del cielo a ispirare pensieri e sentimenti che aprono alla speranza: «…la Luna alla Sera risveglia in me antiche miscellanze, / anche il profumo dei fiori, / anche le meravigliose piante con il loro cuore / così delicato e attento mi vengono a parlare, / mi fanno sentire la loro calda presenza, / rassicurante, un cibo che nutre / e rende lieti di speranza…» (Frammenti di esistere).
Ed è da qui che la poetessa intravede un miglioramento: «…presto arriverà il cambiamento / … simbolo massimo / di Libertà e di Armonia / con l’Amore a guidar la rotta» (ivi). Allora è la Luna e il fiore del Gelsomino in particolare che suscitano in lei una sequela di pensieri e di ispirazioni. «… / Luna argentea così buona e amica /…/ il mio pensier si eleva immenso / raggiunge vette elevate dove la Luce Bianca / di guarigione non è mai stanca...» (La Luna e la Vita, Venere e l’Amore). Così comincia a «…nutrir un pensiero di cambiamento, / non più soggetto a limiti, / mi liberavo di una memoria fatta di impedimenti, / pregiudizi… le mie affermazioni / cominciavano ad andare verso luoghi fioriti…» (ivi).
Ecco i fiori. Ecco il gelsomino. Alla luna, da lei chiamata «la Regina della Luce», si affianca il gelsomino che «…alla Sera veniva a profumare / il Viale» e che «…simboleggiava un amore Eterno, / che si faceva sentire…/ per onorare tutti quegli sguardi / che da tempo avevano cercato un Amore vero» (Il Gelsomino alla Sera veniva a profumare il Viale).
Luna e Gelsomino allora li possiamo pensare come il simbolo, la Luna della Luce, ovvero della Verità, della Giustizia, invece il Gelsomino come il sentimento che può scorrere come fluido a unire gli uomini, e cioè l’Amore. Solo così la felicità potrà brillare negli occhi di tutti. Luna: «Saggezza Eterna, Intelligenza che viene ad illuminare» (Luna).
Inoltre Adriana Deminicis nella contemplazione della luna e nel godimento del profumo del gelsomino, sente una immedesimazione di sé con l’Universo. «…tutto di me era presente nell’Universo, / tutto dell’Universo mi accompagnava…» (Poesia d’Amore. La Luna Rossa). È il microcosmo che si fonde col macrocosmo. Del resto tutti gli elementi sono sia nell’uomo che nell’Universo. Sono costituiti della stessa sostanza. Il pensiero dell’autrice ora spazia nel Tutto. E il Tutto, che è l’Universo, è ricco di Amore: «… C’è tanto Amore nell’Universo, / … l’Amore ha radici profondissime, / ogni rosa che nasce ne rappresenta il Simbolo, / simbolo lieto di un Amore senza fine…» (Guardavo il Cielo).
È un’opera deliziosa questo “Poemetto alla Luna. II fiori di Gelsomino” di Adriana Deminicis, un’opera che quasi ci fa sentire la freschezza delle piante, il profumo dei fiori, ci mette in comunicazione con la natura e con l’Universo intero. Un’opera di ampio respiro che esprime l’anelito a distaccarsi dal mondo dove domina il male che altro non è se non la mancanza di amore. E l’amore lo possiamo attingere alla Luna, al Gelsomino. Presenze stupende che esprimono purezza anche con il loro biancore.
Dal mondo caotico e malvagio la poetessa trova uno spiraglio di speranza: un mondo di amore cui la natura ci introduce.
Si avverte anche in questo anelito alla vita senza più tristezza, senza più affanni, quasi il presagio della vita futura, dell’aldilà. Forse è insito nella natura umana il concetto del Paradiso, dove sarà asciugata ogni lacrima, dove non ci sarà più né pianto né dolore, ma solo luce, amore e felicità.
Maria Elena Mignosi Picone
Adriana Deminicis, Da un Poemetto alla Luna – I fiori di Gelsomino, pref. Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 120, isbn 978-88-31497-32-9, mianoposta@gmail.com.
Franco Buffoni, "Betelgeuse e altre poesie scientifiche"
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Betelgeuse e altre poesie scientifiche
Franco Buffoni
collana «Lo Specchio»
Mondadori Milano 2021
pp. 160, € 20,00
Come lo spazio-tempo che abitiamo è costantemente attraversato dall’eco residua del Big Bang, così i componimenti di Betelgeuse e altre poesie scientifiche sono percorsi in ogni istante da un’ironia pervasiva, che assume le sembianze ubique di una vera e propria radiazione di fondo. Quest’ultima l’autore sa gestirla con maestria; anzi, ben conscio del fatto che l’ironia è solitamente in grado di trasformare in filosofia persino il dolore, Franco Buffoni (fantasticando sulle numerose crudeltà – frivole e frizzantine, si sa! – che l’esistenza quotidiana non manca mai d’infliggere, spietata al volo ed en passant come soltanto lei, e nessun altro, riesce ad essere di norma) si mette a ragionare alacremente, e con humour tanto didattico quanto didascalico, sui molti guai combinati nei secoli dalla nostra ridicola arroganza e ci indica, nella morte, non l’estrema (f)unzione, ma l’estrema autoironia della vita stessa. Il tutto sulla falsariga di un poetare sempre inscritto entro i saldi confini di una mente davvero acuta che, prendendo a pretesto le nozioni scientifiche più disparate, le trasforma in altrettanti simboli della nostra condizione, dandosi a riflettere in piena sagacia sulle sventure pandemiche – nonché gli smisurati vizi e vezzi (mortalmente finanziari) – che affliggono le giornate di noi esseri umani:
«Mentre da Roma cercavo sul Corriere/ Le notizie sul contagio a Gallarate,/ L’occhio mi è caduto sul servizio/ Con le foto da Marte. Trentaquattro istantanee/ Inviate da Curiosity, il rover della Nasa/ che da otto anni vaga sul pianeta./ Il Sole da Marte in un tramonto blu,/ Mount Sharp e il cratere di Gale,/ I sedimenti di un antico fiume/ Rocce meteoriti e dune/ E poi ad un tratto quel pallino chiaro/ The Earth/ La Terra vista dal cortile del vicino/ con le fidejussioni i rogiti i contratti/ Le zone rosse ed arancioni/ Le bare bianche senza estreme unzioni» (p. 141).
Pietro Pancamo
(pietro.pancamo@alice.it;pipancam@tin.it)
Maria Teresa Liuzzo, tra narrativa e poesia, nel solco dell’amore
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Il nostro paese è ricco di intellettuali e di case editrici che lavorano nell’ombra, perseguendo un ben preciso programma culturale, non finalizzato a scopi economici. Maria Teresa Liuzzo, per esempio, dirige la rivista Le Muse, edita da Agar Editrice di Reggio Calabria, si occupa di musica lirica, drammaturgia, scrive romanzi e poesie, insegna nelle università statunitensi ed è corrispondente per riviste internazionali. Tra i suoi romanzi - tutti editi da Agar - consigliamo E adesso parto! (2019), Non dirmi che ho amato il vento! (2021), La luce del ritorno (2022) e L’ombra affamata della madre (2022). La scrittura di Maria Teresa Liuzzo è intensa e ricca di simboli, finisce per fare poesia anche quando scrive prosa, il suo valore lirico è assoluto, così come molti passaggi sono ricchi di simboli espressionistici e surreali. Gli uccelli cantano con voce di pianto, la notte non ha pietà, il viola cangiante della sera si allarga a valle come un fiume, la sete morde le labbra in un gioco crudele, il sangue impazzisce dentro il ventre … La scelta lessicale è sempre molto accurata, quando si leggono queste pagine la mente vola verso la miglior scrittura ottocentesca, ricca di elementi descrittivi e di suggestioni romantiche. Tutto questo lo riscontriamo in misura superiore nell’opera in versi che abbiamo analizzato in maniera compiuta, Danza la notte sulle tue pupille, di recente pubblicazione, dove le tematiche amorose ed esistenziali sono sviscerate con passione e intensità. Parole musicali, termini insoliti, versi liberi dotati di una metrica intrinseca e di un andamento poetico naturale. Leggiamo il componimento che apre la raccolta.
Danza la notte nelle tue pupille
e sui nostri corpi avvinti
al candore di un fiato disperso
nel cuore che alita l’éllera di un sogno,
là dove l’incoscienza
s’impreziosisce del limite
lasciando dietro di sé
albe e mondi di sabbia
a farsi sangue di falene.
Il colore dei tuoi occhi
veste la solitudine dell’ora
e sgomitola la sapienza dei corpi
ombre di un desiderio mai dissolto,
sulle labbra graffi di memoria, che geme
in lenzuola di geometrie allo specchio.
Leggiamo un’altra lirica che affronta con efficacia e intensità il tema della solitudine umana, la fine di un amore, la passione perduta che si stempera in un ultimo abbraccio, un cesto di ricordi che contiene una rosa aggrappata a brividi di sangue.
Sola
come la notte e la morte …
Nel cesto dei ricordi l’ultima rosa
aggrappata a un brivido di sangue.
Piango al lume del silenzio
perché nessuno veda
il dolore dell’ultimo abbraccio,
il calore dell’ultima sfida.
Forse il profumo dell’ombra
mi è daccanto
nel suo lembo di cielo
ancora intatto.
La poetessa veste trine di spume, è il mare, se in lei ti perdi. Ricompone acque perché i sogni non anneghino, fa delle rocce pagine di parole innamorate, tiene ben stretto tra le mani il tessuto della vita. Mentre scrive un vento di gabbiani solleva orli di mare e molecole di sangue scompongono il tempo. Vera poesia, senza ombra di dubbio, che deve soltanto essere letta, senza alcun bisogno di forbite spiegazioni che fior di critici (Mauro D’ Castelli) hanno comunque dedicato a questi versi. Concludiamo il nostro intervento da lettore appassionato con una lirica sul senso del passato.
Ritornare fanciulli,
inventare amori senza volto
nelle strette dell’angoscia.
Il carminio dei gerani
dipinge bocche nuove
su ferite di nubi immacolate.
Geometrie cristalline
in un soffio di pula;
sorrisi e insidie,
io pensieri fatti sangue.
l’oro dei raggi
disegna le finestre
tra sinfonia di voci
e specchi di bottiglia.
Una considerazione finale la dedichiamo alla rivista Le Muse, giunta al ventiduesimo anno di pubblicazione, un bimestrale di grande formato che si occupa di arte e cultura, che in questo numero estivo approfondisce le figure dei classici Novalis e Vittorini, oltre alla contemporanea Antonella Di Siena, per finire con ospitare racconti, poesie, interventi critici e recensioni. Per informazioni la mail è rivistalemuse@libero.it.
Alfredo Alessio Conti, "Tutto è respiro"
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Tutto è respiro di Alfredo Alessio Conti (Guido Miano Editore, Milano 2022 pp. 64 € 15.00) racchiude la volontà stilistica dell'autore a distendere lungo l'arco di un nuovo canto poetico, la rinascita quotidiana della meraviglia. Il poeta abbraccia l'universalità di tutti gli elementi umani, riunisce nel ritmo dell'esistenza il rinnovamento emotivo, orienta la relazione interna del tempo, la percezione della realtà, l'essenza del soffio vitale, il principio filosofico di tutte le cose, esteso nello spazio e nel suo legame con la scrittura. Alfredo Alessio Conti percorre il cammino comune verso la partecipazione sensibile all'esperienza biografica, rinnova la sperimentazione espressiva della qualità persuasiva del linguaggio, ricerca una nuova capacità della parola, aderisce alla purezza del verso, mette in evidenza il senso ritrovato delle inquietudini, il lirismo protettivo dei sentimenti, l'energia dei significati impulsivi e le suggestioni morali. Il poeta comprende il complesso legame con l'universo, sottrae all'isolamento e all'angoscia dell'uomo la distinzione del miracolo della vita, indica l'intensità del mistero, intuisce la prospettiva esistenziale nel drammatico e meditativo conflitto tra la contingenza e la necessità nel divenire della materia speculativa, riconquista, attraverso l'esclusiva esperienza dell'insegnamento elegiaco, la fiducia della coscienza. La poesia di Alfredo Alessio Conti invoca il desiderio inafferrabile dell'eterno, raccoglie il respiro sconfinato della fede, insegue l'ispirazione sovrumana e magica della verità, esorta la preghiera terrena in direzione del dialogo con l'Assoluto. Alfredo Alessio Conti riprende il sussurro indistinto, lieve e prolungato, dell'anima, spiega la spiritualità nell'inesauribile saggezza della Provvidenza, dilata la crudele nostalgia dei ricordi, salva la destinazione rasserenante dell'immensità del luogo interiore, dipinge la riflessione tra la solitudine e il silenzio del tempo nello scenario cosmico della finitudine. La raccolta poetica Tutto è respiro accoglie l'ultima fermata degli orizzonti, la malinconia dei richiami perduti, la sofferenza del vuoto, ma illumina l'oscurità del tormento con la compiutezza esplicativa dei versi, con il chiarore della speranza. Lo sguardo del poeta oltrepassa il confine delle lacrime, l'esilio delle illusioni, staglia i frammenti dei paesaggi vissuti, amati, condivisi nella profondità complice degli occhi, sostiene il coraggio con cui guarda al mondo, il raggio di sole che si posa di là dalle ferite. Alfredo Alessio Conti dona armonia e amore all'attesa di ogni compimento con l'eleganza simbolica del domani, quando il destino imperscrutabile regola la creazione di ogni istante e non scompare nell'inconsistenza. ”Vi arriva il poeta/e poi torna alla luce con i suoi canti/e li disperde./ Di questa poesia mi resta quel nulla d'inesauribile segreto” (Giuseppe Ungaretti).
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
IL TUO DOMANI
Conosci te stesso
e abbi cura di te
raggiungerai l'anima
nella sua profondità
e saprai chi sei
chi dovrai raggiungere
il domani
che verrà.
-------------------------
COME MACCHIA D'INCHIOSTRO
Solo la luna
che si specchia
nel lago
mi rasserena
in questo passaggio
come macchia d'inchiostro
che si prosciuga
su un foglio bianco.
----------------------
LA TELA
Ogni minuto che passa
il creato
tesse la sua tela.
Il tempo trascorre
e della mia tela
la trama
è disfatta.
----------------------
LA MIA POESIA
Non inseguo
il ritmo
ma l'Anima
delle parole
mentre scrivo
di me
e dell'umanità.
------------------
C'E' SEMPRE
C'è sempre
un po' d'inchiostro
per scrivere
il desiderio di te
in ogni istante
che della vita
mi resta.
-------------------
NEL TUTTO
Sento le stelle
palpitare dentro me
come fuoco d'amore.
Splenderemo nel tutto
ove l'impossibile
è possibile.
---------------------
IL VUOTO
Mi sono smarrito
nella notte
una stella
sbuca nella mente
mi ritrovo coriandolo
a tappezzare
il vuoto interiore.
---------------------
UN DOMANI
Sarò solo
col vento
in una lacrima
di Dio.
Marco Galvagni, "Sogno d'amore"
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Sogno d'amore di Marco Galvagni (Quaderni di poesia - Eretica Edizioni, 2022 pp.76 € 15.00) è un inno alla vita, un canzoniere destinato all'infinito sostegno della vocazione sensoriale nella mente e nell'animo. Il poeta padroneggia la materia plasmabile dell'amore, descrive una eloquente combinazione d'immagini e di sensazioni, coinvolge l'incanto delle emozioni. Marco Galvagni è profeta del desiderio. Raggiunge il talento esplicativo nel ritmo ardente delle liriche, accompagna l'intonazione della pura adesione all'infatuazione e all'intensità dell'anima, nello stupore e nel calore della complicità. L'occasione viva, incondizionata, esclusiva della poesia, sostiene l'esistenza, coglie l'istante descrittivo nei contenuti estetici del cuore, del destino, estende lo scenario naturale dell'illuminazione, attraverso il potere allusivo del mare, il confine simbolico del cielo, la lusinga degli occhi. Il poeta evoca forme e colori universali, nell'immediatezza idilliaca di carezzevoli similitudini e accattivanti metafore, nella trasposizione emblematica del linguaggio. I testi ripercorrono sentimenti suadenti e ritraggono impressioni lusinghiere nei confronti di una idealizzazione romantica, nella fantasia onirica dei paesaggi interiori. La meraviglia ricorrente del poeta esalta il fascino inatteso e amabile della seduzione, il corpo della donna e la trasmissione persuasiva del corteggiamento. Il germoglio amoroso dei versi manifesta l'origine compiuta della passione, unisce la spiritualità e la carnalità, nella sensualità dell'attesa, nella ricerca costante dell'universo di senso, nel carattere pulsionale dell'inconscio. L'eros, in Marco Galvagni, è sempre una rifrazione sincera verso la bellezza, un indicatore elegante e discreto dell'orizzonte segreto della volontà amatoria. Sogno d'amore coglie l'intensità vitale nell'ascolto estasiato del tempo, nella voce saggia del poeta che si affida al fascino originario del destino per decifrare la relazione ammaliante con il mondo. La silloge si compone anche di poesie scelte, riunite nella memoria affettiva, dalle tematiche intimiste, collegate allo strumento letterario di restituzione dei ricordi, nel silenzio della nostalgia. L'orientamento poetico di Marco Galvagni riconsegna alla parola penetrante e fremente l'energia assorta nel balsamo ipnotico dell'immaginazione, sublima l'entusiasmo e la delicatezza dell'ispirazione, evidenzia il beneficio della luce dell'inchiostro gettato su ogni pagina bianca della vita. Il poeta rivolge la sua infuocata e sapiente riflessione sulla natura umana nel vincolo reciproco della speranza, ammette la vulnerabilità della chimera ma continua ad assaporare il dolce spirito del rituale attraente nella necessità d'amare, nelle corde di un cammino memorabile verso la nobile esigenza del piacere. La verità rappresentativa del coinvolgimento, la risonanza intuitiva degli insegnamenti d'amore, traducono la direzione dell'approccio con le tonalità sentimentali dell'essere: “Perché l’amore, mentre la vita ci incalza, /è semplicemente un’onda alta sopra le onde.” (Pablo Neruda)
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
Il poeta
Il poeta è una nuvola innamorata,
una goccia di stella scesa dal cielo,
la sua parola è l'onda che sale e si rovescia,
parola nel mare che sposta le navi col pensiero
macchia di luna bagnata dai raggi del suo sorriso
cielo impassibilmente terso
che custodisce i sogni dei gabbiani:
volano nella notte scendendo dalle stelle,
risalgono nell'aurora bruciando il sole.
Ho visto te
Ho visto un cielo di bolle
colorate di giallo grano,
di verde cespuglio,
di rosso papavero.
Ho visto uno spazio
libero per l'amore.
Ho visto te.
Sogno d'amore
Donna proibita
carnosa nelle lame di sole
scaverai, dopo un autunno lussureggiante,
con le sottili note di canto
della tua voce
un bagno di musica nel manto nevoso dei prati.
Sono ora ombre di tomba
i vecchi amori con corteccia di tartaruga,
un altro nido ha il mio paesaggio femminile
trepido di future delizie infuocate,
altre finestre hanno gli spifferi di vento -
agiterà con desiderio d'ardore le lenzuola.
Sarà nostro il paesaggio,
nostre saranno le calze che sovrasteranno i cirri,
non un palmo della mia mano ti sarà distante -
sarò la tua palma prestabilita,
dea che trae origini dai miei sogni,
dal mio sogno d'amore.
Sarai frutto deflorato,
regina che spossata si rigirerà
in un turbine di passione,
in un armonico saliscendi di ogni notte
figlio del mio desiderio d'amarti
facendoti gioire col mio vello.
Nell'aurora
Ti scorgo nuda e brillante -
un aculeo di paura
irrompe sotto il firmamento -
un fremito nel corpo
il tuo di corallo
orda la spuma dell'erba.
Giorni funesti per altre donne
bruciano infuocati,
gioventù s'è infranta,
ora son sorrisi velati
tramati di carezze -
avranno i gemiti del fiore brunito.
L'alba libera gli uccelli,
parole dal cuore di marmo,
rettili dagli occhi d'artigli -
costruisco la catena d'un ponte
invisibile come paglia trepida d'aria.
Sulla nostra pelle vestita d'amore
Potremo respirare
l'odore di stelle del mare
annusando il profumo di muschio della notte
sulla nostra pelle vestita d'amore.
Perdermi nella musica d'un arcobaleno
coricati accanto sul silenzio del bagnasciuga
intinto dei tuoi colori: carbone corvino
come le tracce, ornato - come i nembi del cielo -
da un velo d'ebano come il mare dei tuoi occhi.
Volo sognante nella fitta trama dei pensieri
in un'aurora di colori, accarezzato
dalla luce del sole, ascoltando i miei sospiri:
saranno sferzate di brezza
sulla nostra pelle vestita d'amore
mentre sarai nuda tra le mie braccia
e avrai un sorriso di stelle di madreperla, luccicante di
desideri.
Nella sabbia persino gli arenicoli danzeranno di gioia,
lascerà una scia di libertà l'impronta dei nostri passi.
Marco Antonio Sergi, "Disgregazioni"
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Disgregazioni di Marco Antonio Sergi (Quaderni d'arte - Eretica Edizioni, 2021 pp. 104 € 16.00), con i disegni di Simone Capriotti, è un'opera originale che dimostra come il sodalizio artistico e poetico sia in grado di rafforzare tra le pagine i contenuti della dimensione estetica, il significato della forma d'arte. L'unione dei due codici espressivi illustra la corrispondenza esistenziale nel senso di vuoto e di smarrimento, il segno rapido e disorientante dell'assenza, indica il percorso intimista dell'inquietudine. Il poeta indaga oltre l'estremità instabile dell'anima, scruta il mistero interiore nell'inconfessato e profondo dolore, ricerca l'enigma velato degli occhi, nell'inquadratura tormentata dei volti, dipinti accanto ai versi. Comunica con immediata intensità il sentimento degli incubi persistenti, frammentati nella cavità emotiva. I versi mantengono una definita, nitida consacrazione alla autobiografia del vissuto, nell'indistinto crocevia della superficie intima e spaventata, arricchita dalle sensazioni insistenti dei ricordi, dalle sfumature della malinconia. Estendono una realtà aumentata dalla percezione sensoriale dell'oscurità rarefatta dei sentimenti, delle piccole morti quotidiane e delle conseguenze incoraggianti di ogni rinascita. Marco Antonio Sergi disgrega la propria identità attraverso l'esperienza sensibile dell'amore, accompagna la consapevolezza delle proprie variazioni poetiche nella rappresentazione delle illusioni, delle indecifrabili sconfitte. Affronta la propria irrequietezza, conosce il disordine vertiginoso dei pensieri, identifica il disturbo dell'intelletto con l'incoerenza e il disadattamento degli atteggiamenti dell'uomo. Scioglie il riferimento essenziale dell'ostilità con la comprensione della realtà transitoria degli avvenimenti, descrive la sensazione di distacco e di estraneità, riconosce la conflittualità e il deterioramento dell'equilibrio umano. La poesia di Marco Antonio Sergi consuma l'integrità dell'io, scompone l'ipnotica riflessione in reliquia imperturbabile del tempo, risolleva l'intesa complice tra parola e visione. La personificazione dei volti di Simone Capriotti, inseriti tra le poesie, è simbolo incarnato di solitudine, d'isolamento. È emblema di un anonimato oscuro e minaccioso, segnato da smaniosa sofferenza, indizio di una sospensione vitale, riflesso di alterazione. L'autenticità della poesia rivela la marcata discontinuità della maturità, trasformata dal limite sommerso e inafferrabile dello svolgimento cognitivo degli eventi, la libertà crudele e coraggiosa degli errori. Disgregazioni anestetizza le emozioni, distingue il malessere dallo stupore, risveglia il contatto impressionante del passato, mantiene la sostanza dell'assenza nel presente. La fluida connessione spirituale e carnale dei versi disgiunge l'essenza della dispersione, il peso del cedimento, ma dimostra come la saggia osservazione di ogni fine sia un modo per riacquistare l'inizio e ritrovare se stessi.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
SCACCO AL RE
Tengo il coltello piantato lì sotto
lo so non si addice
ma è così bello guardare il volto di lui
con occhi rapaci, e sua è la pace
ovattata, di chi sta per pagare lo scotto
in un gioco a un solo finale.
CALANTE
Rimane a lungo nell'aria
la nota sfiatata di sax
rugginosa e pressante
fino alla fine del fiato
il petto contratto.
Risuona il sospiro
quel vecchio cancello
ancora violato.
SFUGGENTE
Come un'idea
perfetta
senza confini
senza definizione
senza paragone
Sei
Come ogni idea
nata da me
illusione.
CUORE NERO
Mi sono punto
d'inferno
di un veleno
che non comprendo
mentre mi scioglie
le budella come
morto a scroccasole.
Mi sono reso infermo
di nuovo
questo male
odio e amore
lo stringo
mano di vecchio amico
da riscoprire.
IL MOSTRO
Sotto il letto
non c'è bestia
che tenga testa
Sotto il sottotetto
non c'è sgorbio
davvero brutto
Sotto il sottobosco
non trovo occhi
maligni di folletto
Il terrore tutto
sta nascosto nel finale
di uno scritto
che ora è fuori
che ora è tale e quale
al reale.
RAFFICHE
Come sotto una raffica
di mitra
veloce, che sferza la carne
come in balia di tempeste
di sabbia,
che bucano la tenda di notte,
Io sono. Solo sotto questa pioggia
ritrovo
la forza di muovere i passi.
SPECCHIO SPECCHIO
Immersi
e come l'universo
immensi
a fuggir da sé stessi
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