poesia
#immaginieparole : Amore tardivo
Amore tardivo
Questo amore tardivo
morirà solo insieme a me
come tutte le cose che non si realizzano,
che rimangono sognate,
incompiute.
In ogni volto cercherò sempre il suo volto,
in ogni poesia una sua poesia.
Passeranno gli anni e mi chiederò se è vivo,
se è felice,
se ha trovato la donna giusta.
E soffrirò di nascosto,
perché anche soffrire è un tradimento.
Immagine di Walter Fest, poesia di Patrizia Poli
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Adriana Deminicis, "8 INFINITO8 - La gemma di Giada"
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8 INFINITO 8 – LA GEMMA DI GIADA di ADRIANA DEMINICIS
“8 Infinito 8 - La gemma di giada” di Adriana Deminicis, con prefazione di Enzo Concardi, collana “Alcyone 2000”, Guido Miano Editore, Milano 2023.
La gemma di giada è un’opera del genere utopico. Fatte le debite proporzioni tra i piccoli e i grandi, essa, come finalità, rimanda a similari scritti della storia del pensiero umano, tra cui La Repubblica (380-370 a.C.) di Platone, Utopia (1516) di Tommaso Moro, e La città del Sole (1602) di Tommaso Campanella. Il dialogo dell’antico filosofo greco (Atene, V secolo a.C.) è centrato sulla teoria di uno “Stato ideale”, oltre che sviluppare temi come la giustizia, le idee, la conoscenza, la famiglia, l’immortalità dell’anima. Il trattato-romanzo dell’umanista inglese (Londra, 1478 - ivi, 1535) racconta di un’isola dove vive una “società perfetta” a base agricola, con istituzioni e stili di vita comunitari, senza proprietà privata e commercio, con libertà di pensiero e parola, pratica della tolleranza religiosa. Nel libro del frate domenicano (Stilo, 1568 - Parigi, 1639) si vagheggia una “repubblica naturale e ideale”, fondata sui principi etico-religiosi di un Cristianesimo purificato ed egualitario, nella quale prevalgono il bene comune, la sapienza e l’amore.
L’affinità tra tali opere utopiche e il lavoro di Adriana Deminicis non va ricercata nelle costruzioni filosofiche, politiche e sociali dettagliate e minuziose che regolano la vita dei loro mondi irreali, ma scoperta soprattutto nelle dimensioni delle aspirazioni, dei valori, degli ideali che - se realizzate - dovrebbero condurre l’individuo e l’umanità intera ad un’esistenza moralmente, spiritualmente e culturalmente più elevata, fino a raggiungere la felicità in questa vita, senza rimandarla oltre il suo tempo. I termini che definiscono i concetti basilari della visione autorale sono posti sulla pagina e in risalto con l’iniziale maiuscola e li incontreremo nel corso della prefazione. Verso la fine dei testi l’autrice – violando la quasi-regola dei componimenti di lunga durata – condensa in una sola terzina l’utopia più grande: «Può esistere una vita / così come io la cerco, / senza la morte, qui sulla Terra?» (Una domanda). È un pensiero che sottende la non accettazione dell’attuale condizione umana e che ribalta il destino dell’umanità, ma è un desiderio di molti, l’immortalità, che nell’antichità era prerogativa esclusiva degli dèi e che oggi invece non costituisce più una questione filosofica. È una domanda ancora relegata nel nostro substrato onirico.
La gemma di giada è scritta in poesia, ma si tratta di una poesia-prosa, di un ‘raccontare’ in versi il proprio io che, da un punto di partenza reale non soddisfacente e mancante dell’essenziale, tende a processi di sublimazioni e metamorfosi per raggiungere l’Infinito attraverso una completa compenetrazione con le realtà Altre. È dunque una poesia eminentemente di ricerca, che traccia un cammino da percorrere per approdare all’isola ideale, dove il nuovo mondo è già concretizzato. Noi tuttavia siamo ancora nel mezzo di tale guado, tra un già e un non ancora. Al lettore potrebbe sembrare, la scrittura della poetessa, un interminabile monologo, un auto-interrogarsi sulle questioni ultime e penultime dell’esistenza, tuttavia qui, se il referente è senz’altro individuale, la sua proiezione è decisamente universale, ovvero interessante per tutti. In un’opera di tal fatta la presenza del linguaggio simbolico e metaforico – segnatamente poi nel genere poetico – è inevitabile per rappresentare in modo immaginifico concetti e visioni.
Fin dalla prima composizione, un quasi-poemetto dal titolo Infinito, cardine di tutti i testi successivi, ciò è evidente. I suoi punti salienti possono essere individuati nei seguenti capisaldi. C’è la consapevolezza di essere vicini all’Infinito ma di non poterlo ancora utilizzare nella sua energia totale e senza limiti. C’è la coscienza della nostra ricchezza interiore che tuttavia tarda a farsi palese e ciò vale anche per gli elementi naturali: ecco la metafora onirica del sassolino che non dialoga come lei vorrebbe per trasmettere bagliori di gioia. Si alternano immagini di lei e lui, mano nella mano, pronti a salpare per l’isola deserta alla ricerca della felicità, lontani da un mondo frenetico e caotico. Essi sono coesi con la natura, con le energie cosmiche da cui provengono rigenerazioni e guarigioni: la Terra, il Cielo, il Sole, la Luna, i Gabbiani (simbolo di leggerezza dell’essere), i tronchi d’albero scaraventati dal mare sulla spiaggia e altro in un’armonia del Tutto. Ecco dunque la Natura vissuta quasi come una divinità alleata dell’umano e medicatrice dei suoi mali. Qui riecheggia la visione del filosofo americano Henry David Thoreau (Concord, 1817 – ivi, 1862), uno dei precursori delle idee ecologiste.
Appare un’altra immagine onirica e simbolica: un viandante nel deserto che suscita la curiosità sul suo andare circolare, ma non si sa da dove viene e dove va. È quindi facile interpretare questa figura nell’uomo che non conosce la sua origine e il suo destino, poeticamente rappresentato negli idilli leopardiani. Finalmente l’isola è raggiunta, ma ancora mancava qualcosa, il cuore era rimasto silenzioso per troppo tempo, c’era bisogno di ritrovare se stessi in un luogo isolato, la ricerca doveva continuare, nulla era scontato e facile quando prima si era vissuta una vita faticosa, senza mete.
Finalmente, con un cuore più elevato, tutto inizia a cambiare: l’Energia ritrovata e introiettata dava inizio a una nuova costruzione edificata sul Bello, sull’Utile vero, sull’Amore, sull’Anima riscoperta e dialogante. È l’alba di una nuova vita ed anche altri mettono mano all’opera. Il testo non termina con un punto, poiché il discorso continua in modo paradigmatico in tutte le altre pagine del libro: anche questo accorgimento può dare il senso del cammino, del viaggio da intraprendere per abbracciare l’Infinito (curioso l’inserimento del simbolo matematico verticalizzato) titolo anche del progetto della poetessa che dovrebbe comprendere diverse raccolte poetiche di cui La gemma di giada è la prima.
Cammino, viaggio, ricerca sono prodromi di scoperta, meraviglia, incanto. In ogni pagina del libro, infatti, accanto alla reiterazione di conquiste precedenti, si affiancano nuove invenzioni, emozioni, relazioni. Parliamo ora di alcune di queste. Il pensiero consapevole permette di collocare mattone su mattone nella costruzione del nuovo modo di vivere. Appare la gemma dell’Immortalità che custodisce il pensiero Eterno e «… nel Tempo che non segnava le Ore, / si udiva solamente il battito del Cuore, / era un battito felice, senza pesi ed affanni, / la rotta era sicura e conduceva / alla mia vera casa, che solo l’Universo / pieno di Amore vero poteva darmi» (Le gemme e l’Immortalità). Un’altra gemma, La gemma del sole rappresenta la nostra sorgente di vita, la fonte della luce che riproduce l’esistenza, l’energia intramontabile che rende tutto quaggiù degno di essere vissuto. Occorre riuscire a mettersi in contatto con la Musica delle sfere, quel suono universale che dona equilibrio e Bellezza, armonia e desiderio d’essere una parte del Tutto, così che l’Anima penetri negli spazi infiniti della perfezione.
Nella sinfonia del Creato arriva il momento di Un pensiero alla Luna, che non è la luna dei romantici e quindi nemmeno la matrigna leopardiana che non svela all’uomo i segreti del vivere umano, ma «... volevo andare a guardar la Luna in Cielo / perché riconoscevo che avrei guardato / qualcosa di veramente grande, / la bellezza, la giovinezza, la guarigione e l’Amore». Possiamo rilevare in tali deificazioni cosmiche tracce di una visione panteistica, che tuttavia lascia spazi all’esistenza di altre dimensioni divine di origine trascendente.
Nel viaggio capitano frangenti nei quali s’incontrano ostacoli, difficili da superare se siamo soli: «...Volevo scavalcare il muro e mi sono ferito / mani amiche, amorose sono arrivate / e mi hanno salvato» (Aspettando). Il concetto e le immagini della natura medicatrix vengono più volte ripresi, ma forse il luogo migliore per coglierli sta nella lirica Tronco d’albero, dove avviene un’osmosi vera e propria tra l’elemento umano e l’essenza vegetale (per tale aspetto c’è assonanza con alcune movenze della dannunziana La pioggia nel pineto). Il cammino verso la liberazione, ormai è chiaro, non è lineare, dal momento che sopraggiungono anche Giorni nebulosi e stanchi, quando si ha bisogno di rientrare in se stessi, l’unica e vera Casa esistente, per rimettere ordine e riprendere l’ascesa: qui emerge, nonostante l’altezza delle mete da raggiungere, il limite della natura umana che fa prendere coscienza della distanza dal sogno utopico: «…si interrompe l’idilliaco incontro / si ritorna larve di esistere, / la mano lascia la presa, / il cuore cessa di battere, / lo sguardo diviene assente…».
Tra le poesie da visitare della Deminicis suggerisco al lettore anche Un cantiere, Un orologio fermo, La città delle formiche. La prima è una metafora del lavoro opprimente, nemico del Benessere; nella seconda troviamo il simbolo del tempo vuoto, da superare con l’Energia dell’alto dei Tempi; la terza è un’allegoria della sopravvivenza di comunità viventi organizzate, immagine di solidarietà tra enti identitari.
Nell’epilogo del libro riprende il viaggio verso l’Infinito, dall’apologia della Bellezza (del creato, della vita, dell’Amore) all’evocazione del tempo Ideale dove il vivere sarebbe libero ed egualitario negli spazi del Benessere, fino al confidare alla gemma Giada un pensiero segreto affinché lo custodisca gelosamente: il sogno di un mondo perfetto, senza sudore, malattie, un mondo di giovinezza eterna e di felicità. Osare ad andare oltre il dato di fatto, non pensare che questo sia il migliore dei mondi possibili, attribuire all’utopia una funzione progressiva come in effetti è sempre stata nella storia, penso sia il merito maggiore di La gemma di giada.
Enzo Concardi
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L’AUTRICE
Adriana Deminicis è nata a Montegiorgio (FM) nel 1958. È docente nella Scuola Secondaria di II grado. Attualmente insegna presso l’I.T.T. Montani Fermo. Ha pubblicato le raccolte di poesie: Il mio tempo a che ora è arrivato? (2012), Il mio domani non è mai uguale (2013), Oggi così, domani in altro modo (2013), Momenti di vita quotidiana (2013), Quando (2015), Da un Poemetto alla Luna. I fiori di gelsomino (2022). Altre sue poesie sono pubblicate in vari volumi antologici.
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Adriana Deminicis, 8 Infinito 8. La gemma di giada, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 100, isbn 979-12-81351-04-2, mianoposta@gmail.com.
#immaginieparole : Monito
Monito
una dedica
proprio il giorno che ho conosciuto l’amore
le lucciole e il buio
il profumo della notte
i corpi nudi nel bosco
il vapore del vetro
che appannava
Ora solo uno sfogo
un rifugio
un brivido gentile
una stella di ghiaccio
perché siamo quello che siamo
e si sogna
Cerco in me la forza
per non essere chi
alla fine rinuncia
e si porta dietro
il peso
di colpe non sue
Ascolto
leggo
il cuore naviga
vola su un altro pianeta
Tornerò a casa
ferita
umiliata.
soffrendo
crescerò
in silenzio.
Immagine di Walter Fest, poesia di Patrizia Poli
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#immaginieparole : Mancheranno
Mancheranno
Mancheranno
le istruzioni di volo
all’alba
sui tetti.
Mancheranno
le prime ricognizioni d’aprile,
il fischio
nell’ora indefinita
della sera
quando il pipistrello
vola radente.
Mancheranno
le stoviglie
le voci
gli asciugamani stesi
la quiete della domenica
giù nel cortile.
Fra qui e là
c’è solo
tempo da riempire.
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#immaginieparole : Mani belle sul volante
Mani belle sul volante
Mani belle sul volante
e la strada che mi scorre via
insegne spezzate
sassi, mucche e case senza intonaco
di pietra grigia
di mattoni grigi.
Cespugli bassi di ginepro
cespugli verdi e rossicci
e monti bruciati
alberi arrossati dagli incendi
e mare azzurro
a volte più verde
smeraldo che mette sete.
Nubi di vapore s’addensano
minacciano
si spostano
il vento è un’illusione del finestrino.
Mucche color sassi
E sassi color mucca,
mucca che ti guarda
e aspetta che piova.
Un uccello piccolo su ogni sasso
fermo perché non c’è niente da fare
e la mucca è silenziosa
e tutti i sassi sono uguali.
Mani belle sul volante io t’aspettavo
nell’aria ferma sono viva
parte del sasso e del ginepro.
Gli sterpi assorbono la paura
io piango e inumidisco la terra.
mani belle sul volante
io non ti perderò
come si perdono le scorie.
Immagine di Walter Fest, poesia di Patrizia Poli
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#immaginieparole : Giorni che non finiscono
Giorni che non finiscono
Giorni che non finiscono
e non iniziano
la fila dei carri al crematorio
che pare ieri
la foto del viaggio
l’abbraccio di bimbi annoiati
ma forse la noia fa bene
il tempo che hai per te
ma non è tuo
e non sai più che fartene
e diventano vita gli uccelli in formazione
che vanno dove vogliono
Immagine di Walter Fest, poesia di Patrizia Poli
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Maria Antonietta Rotter, "Tempus fugit"
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TEMPUS FUGIT di MARIA ANTONIETTA ROTTER
Il “tempus fugit”, espressione proveniente dalle Georgiche virgiliane, è una dimensione dominante nella poetica della presente raccolta scritta dalla professoressa Maria Antonietta Rotter, laureata in lingue straniere e docente di tedesco. Sia nel sentimento della natura che nel canto amoroso propri della poetessa, il “panta rei” eracliteo - molto simile nel concetto a quello del poeta latino mantovano, prima citato - si percepisce in lei quale continuo divenire e, allo stesso tempo, quale riflusso dal passato. Tale dialettica visita le parti più intime della sua ispirazione, per cui possiamo senz’altro reclamare a buon diritto la presenza in essa di un substrato umano autobiografico che emerge a piè sospinto dalle sue formulazioni sulla pagina scritta.
Se analizziamo la breve composizione Alba sul mare si può osservare come sia costruita quasi interamente su verbi al passato («accarezzava», «incominciava», «era», «esplose»), pur assumendo, tutta la contemplazione paesaggistica, una tensione verso l’azione e quindi verso il futuro, come chiaramente nei due versi finali: «…Da rimanere poi senza parole / quando, d’un tratto, in cielo esplose il sole!». In altri termini, la collocazione temporale-scenografica dell’alba marina è al passato, ma la proiezione è metafisica. Così anche «e, d’improvviso lo strido d’un gabbiano» da lei colto, contribuisce ad avvalorare la realtà in quanto ‘sentita’ dalla presenza umana emotiva.
Al di là di ciò, la poetessa sa cogliere le magie della natura con un candore d’animo che si porta dentro dalla fanciullezza, come accade nei seguenti versi tratti dalla lirica Neve, dove le rime creano dolci e soffici melodie: «Guardo dalla finestra: fuori piove. / La pioggia poi si è trasformata in neve, / e scende giù da un cielo grigio e greve / ogni candido fiocco freddo e lieve…». Ed anche, come in Voci d’autunno, che suscita nel lettore il ricordo di movenze pascoliane con la sua atmosfera di mistero e di meraviglia auto-interrogantesi: tali voci giungono dal vento che scompiglia i capelli, che fa mulinelli con le foglie ingiallite, suscita echi di cose lontane sprofondate nei meandri della memoria; e nell’epilogo una domanda rimane sospesa e sibillina: «… Li reca il grigio e frigido Novembre / che scende cupo giù dalla montagna / a ricoprir d’una nebbiosa coltre / le vie, le case, il cielo e la campagna?». Poesia che s’inserisce perfettamente nell’alveo della tradizione decadentistico-crepuscolare della letteratura italiana a cavallo fra Ottocento e Novecento, data la prevalenza di sensazioni e suggestioni della sfera irrazionale.
Del sentimento d’amore abbiamo alcune testimonianze, tra le quali mi sembrano significative le liriche in cui la poetessa esprime i concetti di salvezza, comunicazione, dono, ad esso legati. La poesia Fortunale - autobiografica ed esistenziale - dapprima ci dipinge le sue esperienze di vita con le immagini forti di una tempesta marina: ormeggi tranciati, vele ridotte a cenci, alberi schiantati, speranze e sogni distrutti, la barca ridotta a un relitto in balia delle onde… Dopo queste similitudini simboliche, ecco l’evento liberatorio, l’incontro con l’amore che diventa l’approdo decisivo della parabola terrena: «… E poi giungesti tu, le braccia tese / come un Gesù le acque a riplacare / e le tue braccia furon per me porto / dove ancor oggi posso riposare».
La prosecuzione e la chiosa di Fortunale è senz’altro Prima che cali il buio, che fotografa lo sviluppo di quel rapporto salvifico con un profondo grazie, ma anche con un rammarico d’incomunicabilità. Inoltre già il titolo ci introduce ad un’altra tematica incombente nel libro: la morte, come naturale sbocco del “tempus fugit”. Ecco i versi che oggi vengono dal cuore: «…Prima che cali il buio / vorrei darti / un bacio e un abbraccio / appassionato / per mostrarti un cuore / innamorato /…/ Prima che cali il buio… / ma è calato / e non ti ho detto niente… / Per pudore sta tutto / sigillato / dentro di me, ma forse / il cuore tuo lo sente». Si ripete qui il problema dell’incomunicabiltà nei rapporti umani dell’individuo moderno, in altri termini “le parole che non ti ho detto” e che tutti avremmo voluto dire alle persone care, di cui prendiamo coscienza solo quando esse sono lontane o scomparse: psicologia, letteratura e cinema ne hanno ampiamente trattato.
Il tempo se n’è andato e i nostri vissuti tuttavia ci vengono a far visita attraverso la memoria, che si colora di varie tinte a seconda degli stati d’animo che s’impossessano di noi: è quella situazione magistralmente raccontata nel famoso libro Alla ricerca del tempo perduto (1913) dello scrittore francese Marcel Proust, ma che in tutte le epoche ha interessato pensatori, letterati, uomini e donne di ogni strato sociale. Tema universale, quindi, che ogni autore visita più o meno largamente. “Anni verdi” e “Il filo di lana” sono due immagini tratte dalle poesie di Maria Antonietta Rotter che simboleggiano il suo viaggio nel ricordo in questo “Tempus fugit”: le tonalità vanno dal rimpianto di speranze svanite alle illusioni oniriche della memoria; dai momenti festosi dell’infanzia fino agli ironici ed amari confronti tra generazioni. La lirica All’infanzia esprime la nostalgia degli anni verdi quando s’era felici perché inconsapevoli del futuro. Non volevo è un abbandono, dopo iniziali resistenze, a momenti magici d’amore vissuti in un’alba marina, così che a lei è parso di ritornare ai vent’anni. Il componimento Zitto, cuore! invece fa un po’ da alter ego alla lirica precedente, per cui la poetessa impone a se stessa un freno ai ricordi: «…Vorrei tu mi stringessi fra le braccia / con l’entusiasmo di quei verdi anni, /…/ Dolce sarebbe ritrovar quei giorni / di sogni e sole, il gusto di quei baci, / ma la stagione bella se n’è andata… / la sera cala. Zitto, mio cuore! Taci!».
Festa degli aquiloni a Cervia ci trasporta nel pieno di un gruppo giocoso di bimbi e bimbe nel clima primaverile: si susseguono immagini lievi di colori, d’estatici volti che guardano in alto seguendo il volo degli aquiloni, di un mare anche lui stupito nell’osservare il cielo assomigliare a un giardino fiorito, a una grande danza di grandi farfalle variopinte. All’improvviso il filo che trattiene un aquilone sfugge dalla mano d’un fanciullo e se ne va lontano, sospinto dal vento, nel mondo della fantasia: ed anche la poetessa vorrebbe che così sparissero i suoi assilli, come è tipico nei sogni innocenti dell’infanzia.
Tra i testi dedicati al mondo della fanciullezza ce n’è uno della ‘poetessa dei navigli’ Alda Merini (Milano, 1931 - ivi, 2009), autrice dalla poetica sofferta e molto umana, che richiama l’educazione ai sentimenti come valore principale da perseguire: «Bambino, se trovi l’aquilone della tua fantasia / legalo con l’intelligenza del cuore. / Vedrai sorgere giardini incantati / e tua madre diventerà una pianta / che ti coprirà con le sue foglie. / Fa delle tue mani due bianche colombe / che portino la pace ovunque / e l’ordine delle cose. / Ma prima di imparare a scrivere / guardati nell’acqua del sentimento» (Bambino). Gli fa eco la Rotter con il tono fiabesco di una filastrocca in cui rievoca anch’essa il rapporto fecondo tra il mondo adulto e quello di chi s’affaccia alla vita: «Il filo di lana di nonna / è un filo della memoria. / Ticchettano i ferri e la donna / ai bimbi racconta una storia: / una storia di cuccioli e fate, / di cuori dai bei sentimenti. / Come, con occhi sgranati, / l’ascoltano i bimbi, contenti!...» (Il filo di lana). Ma poi va oltre e disegna nell’epilogo – senza tuttavia drammatizzare, ma con un certo senso dell’umorismo – il cambiamento dei tempi: adesso la nonna frequenta palestre, piscine e non lavora più all’uncinetto e alle storie per i bimbi ci pensa nonna televisione. L’ideale delle due poetesse è comunque tramontato ed a prendere il sopravvento sono i rapporti e le realtà virtuali (aride e prive di contenuti) al posto del cuore e del sentimento, con grave danno alle fragili ed indifese creature dell’età evolutiva.
Ci immette decisamente in quest’altra tematica del “Tempus fugit” la dichiarazione inerente alla “Weltanschauung” della poetessa contenuta nella lapidaria lirica Vita: «Solo tu nasci. / Da solo tu muori. / Tra nascita e morte / poche le gioie, / molti i dolori». Riflettendo e poetando sul proprio destino la Rotter scrive versi inequivocabili che non hanno bisogno del critico per una loro esegesi: «... / La mia morte è la mia! / Ho trascorso con lei tutta la vita; / la sento al fianco - discreta come amica - / disposta sempre, ma importuna mai. / Deve venir da me quando sarà “quell’ora”. / Prendendomi per mano mi dirà: / “Vieni… Sei stanca. Lunga è stata la via. / Adesso andiamo”. / E mi farà varcare “quella” soglia / con passo lieve, e non avrò paura...» (Le donne non sono erbacce). Una sorprendente consonanza di atteggiamento spirituale nei confronti della morte che verrà si trova nella poesia Testamento di Maria Luisa Spaziani (Torino, 1922 - Roma, 2014), poetessa e traduttrice di valore: «Lasciatemi sola con la mia morte. / Deve dirmi parole in re minore / che non conoscono i vostri dizionari. /…/ Io e la mia morte parliamo da vecchie amiche / perché dalla nascita l’ho avuta vicina. / Siamo state compagne di giochi e di letture /…/ Ora m’insegnerà altre misure / che stretta nella gabbia dei sensi / invano interrogavo sbattendo la testa alle sbarre…». La morte corporale è dunque per entrambe un passaggio verso altre dimensioni.
La fondamentale condizione di solitudine dell’individuo nella sua avventura umana emerge poi in D’autunno, a Venezia, occasione nella quale la poetessa annota una sera nebbiosa, il buio dei canali dove urlano i lamenti delle sirene, l’incedere frettoloso dei passanti spia della loro inquietudine e lei conclude: «…s’addentra ognuno nella sua solitudine». Ed anche il Ritorno a luoghi amati del passato diviene amaro poiché l’oleandro è «disseccato e morto», «il pozzo è abbandonato», «e tutt’intorno è pieno / solo di solitudine e sconforto».
In fondo chi siamo noi, s’interroga l’autrice: solo «viandanti… - senza una meta - / incerti per le strade della vita /…/ come foglie secche accartocciate» (Viandanti). E la solitudine ci attanaglia quando togliamo le nostre maschere, incontrandoci con noi stessi; quando non viviamo l’amore con passione; quando si dissolvono i nostri sogni.
Enzo Concardi
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L’AUTRICE
Maria Antonietta Rotter, nata a Bologna, è laureata in lingue straniere; docente di tedesco si è quindi trasferita nel Trentino. Da sempre amante della poesia, ha partecipato con riconoscimenti e soddisfazione a concorsi di poesia e anche di prosa. Fa parte dell’Associazione culturale “Gruppo Poesia ‘83”. Ha pubblicato le raccolte di poesie: I colori del tempo (2004), Fogli sparsi (2006), Poesie sotto l’albero (2008), Inverni lontani (2010), Vento di marzo (2011), Presagi (2013), Fiordispino (2014), Con la voce del cuore (2015), Sulle ali della fantasia e dei ricordi (2017), L’involo (2021), Piccole cose (2022).
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Maria Antonietta Rotter, Tempus fugit, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 84, isbn 979-12-81351-00-4, mianoposta@gmail.com.
#immaginieparole : Grumo
Coagulo di dolore
condensa di passione
che non si scioglie
non si dilava
ma grava
piange negli occhi
annoda la gola
stringe le mani
ferite.
Gesto aspro
ingiusto
mille volte rivissuto
sofferto e inferto.
Oscenamente violenta
di paura mi scaglio
mi scheggio
mi frango.
Disegno di Walter Fest, poesia di Patrizia Poli
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#immaginieparole : Il faro
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Disegno di Walter Fest
Nell’aria un sottile odore di osso succoso
seguo la scia sbavando e leccandomi
ma il mio padrone ha solo alzato la mano
e fatto un gesto indefinito
l’osso ce l’ho messo io.
Adesso non c’è nemmeno più quel “vedrai”.
Un muro, col cuore di calcina,
di pietra refrattaria, insensibile.
Sento il mio amore contrarsi
come la materia di un buco nero.
Finché la luce di questa estate mi vorrà viva
vedrò la vita dal crepuscolo,
ma, se posso scegliere, voglio un faro,
una torre in mezzo al mare,
con una piccola spiaggia.
Sentirò il rumore delle onde
dalla mia finestra
la risacca laverà via il dolore
mi purificherà.
Ogni granello di sabbia
ogni guscio di granchio seccato al sole
saranno intrisi del mio amore.
Dimenticherò il magro raccolto della mia vita
Dio scenderà a toccarmi
e non avrò più bisogno di nessuno.
Disegno di Walter Fest, poesia di Patrizia Poli
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Angela Ragozzino, "Voci d'anima, d'arte e di natura"
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VOCI D’ANIMA, D’ARTE E DI NATURA di ANGELA RAGOZZINO
“Voci d’anima, d’arte e di natura”, di Angela Ragozzino; illustrato con immagini fotografiche e d’arte di Enrico Raimondo, Benedetto Scaravilli, Franca Maschio, Fabio Recchia e Giovanni Conservo; prefazione di Enzo Concardi, nella prestigiosa collana “Parallelismo delle Arti”, Guido Miano Editore, Milano 2023.
Questa pubblicazione della poetessa casertana Angela Ragozzino s’inserisce nella collana Parallelismo delle Arti, ideata e divulgata dalla Casa Editrice milanese Guido Miano: le finalità sono illustrate nelle pagine introduttive, con l’auspicio che il dialogo e la collaborazione tra artisti di ogni disciplina si sviluppi in modo fecondo. Infatti anche quest’opera, come le altre che l’hanno preceduta, è costituita da una parte poetica a libera ispirazione, nella quale l’autrice esprime se stessa e tratta le tematiche a lei più congeniali: vi troviamo un gruppo di liriche che cantano la natura, l’amore, la memoria della giovinezza; che invitano a riflessioni esistenziali ed altre ancora che s’inoltrano nei territori della spiritualità e della religiosità.
Un posto particolare nel cuore di Angela Ragozzino occupa poi quell’altro gruppo di poesie dedicate espressamente a persone care ed amate, di chiara impronta autobiografica e sentimentale. Infine l’estro della poetessa crea versi attraverso le contemplazioni, le interpretazioni, le suggestioni dettatele dalle immagini appartenenti alle arti figurative rappresentate nel libro, nella fattispecie pittura, fotografia e scultura.
Analizzando i testi di Voci d’anima, d’arte e di natura balza subito evidente agli occhi del critico, ma anche del lettore, la predisposizione, direi quasi congenita, dell’autrice a quel particolare aspetto poetico che viene solitamente denominato “lirismo della natura”: con varie tonalità, ambientazioni ed atmosfere gli elementi del pianeta, sia del micro che del macrocosmo, emergono come i protagonisti indiscussi delle sue composizioni. Intorno a tale nucleo - contenente immagini avvolgenti, suggestive, paesistiche, emozionanti, talvolta misteriose e oniriche - si dipanano a loro volta richiami e meditazioni personali, che costituiscono altrettante introspezioni sui vissuti e sui suoi contingenti stati d’animo. Possiamo così, letterariamente, considerare tali impostazioni simili agli idilli leopardiani - a loro volta una variante di quelli greci di genere bucolico - ovvero propositivi di una dialettica fra natura e filosofia, fra oggettività del paesaggio e soggettività psicologica.
Eccoci allora in una notte di luna tra chiarori e ombre, tra brezza e calura estiva: a lei ora i sogni appaiono illusioni ma, nel dolce silenzio notturno, si stempera l’aculeo della solitudine (L’abbraccio della notte). Immagini autunnali - foglie cadenti, nuvole tempestose - s’alternano ai suoi cupi pensieri, al grigiore della realtà: tuttavia attraversare le paludi della vita «…è l’unica via che porta / ad un’altra primavera», anche se in «solitaria / compagnia», ossimoro ad indicare la sua condizione esistenziale (Un’altra primavera). Mentre dopo la bufera la natura rinasce ai raggi del sole, non si placa l’inquietudine del suo animo (Giorni di pioggia). I dualismi, i chiaro-scuri, visitano anche i pensieri della poetessa: insieme al ‘tempus fugit’ - che le crea un senso di vuoto - e motivo principale della lirica Nel silenzio della sera, la sua anima trova pace nella quiete serotina. Accattivanti e delicate le immagini paesaggistiche della poesia Vento di marzo - quattro strofe con quattro anafore del titolo all’inizio di ogni sestina - ed il cuore sobbalza poiché «ancora anelo al caldo scirocco / ed al pesco in fiore». Simile è la lirica …E son tornate le lucciole, con inebrianti squarci di natura, richiamo lacerante della solitudine … ma appaiono «…piccole anime danzanti /…/ presenze evanescenti / bagliori di speranza, / luci nei miei sogni».
L’amore fa capolino in Quanto, ma nella dimensione dell’assenza: nei versi che seguono la penultima anafora di «quando» il peso della lontananza si fa sentire, troppo tempo senza un bacio, una carezza, una scintilla ed allora esplode nel finale il «quanto mi manchi». La nostalgia degli affetti familiari, per un Natale trascorso sola con la mamma, stimola un viaggio nella memoria, nel ricordo del bel tempo passato con zampogne e ciaramelle, il camino acceso, i nonni, il presepe… ma l’albero c’è ancora e questo - dice la poetessa - «… è il mio Natale in Famiglia / e si chiama Speranza» (Natale 2020… In Famiglia). La disanima di questa parte lirica si può certamente concludere con Il vento del nord, quattro strofe, quartine simboliche della resistenza della natura e degli uomini alle avversità: il vento gelido sferza la campagna, abbatte gli alberi, raggela la terra nella morsa dell’inverno; gli uomini lontani, isolati, nascosti, attendono «..che passi la paura / del nemico che uccide…», ma «… già la mimosa è fiorita, / che pieghi i suoi rami / alla furia del vento e forte, / resista!».
Diverse liriche dedicate appaiono nel libro. Una folata di vento è indirizzata A Rosaria; chi è non si sa, né quale sia il suo destino, si parla di ‘triste presagio’, di ‘un addio annunciato’, ma la strofa finale recita: «…La rosa antica fiorisce, / un fiore per Te / che nel vento vai / incontro alla Vita ...». Di ambivalente interpretazione. Il tuo sorriso, dopo una suggestiva scenografia naturale, s’insinua nei meandri della memoria per rivedere un volto negli sciami di stelle in cielo e con esso un sorriso: è «…Il Tuo Sorriso per me»; dedicata: A mio Fratello, onirica e accorata. Vivido è anche il ricordo di una figura sacerdotale per cui prega, che regala pace nel cuore, che ha donato un ‘rosario’ (La tua voce… Il tuo sorriso…, dedicata A Padre Raimondo). Il Santo Patrono del paese viene portato in processione, sotto archi di luminarie, tra profumo d’incenso: è il Principe degli Angeli con le ali dorate e la spada sguainata (E così ti porto nel cuore scritta per San Michele Arcangelo). La nostalgia per un’amica dell’estate, in riva al mare, si riverbera nella poesia Amica di una vita, piena di sentimenti affettuosi per la piccola e dolce signora… A Onorina. Infine il ricordo riconoscente per Guido Miano, fondatore dell’omonima Casa Editrice, nasce sfogliando il libro Lamento dell’emigrante con la sua dedica e il pensiero rievoca i semi germogliati quaggiù in tanti anni di lavoro e passione dell’uomo di cultura (Un libro per amico).
Passiamo ora in rassegna le immagini con le quali si realizza il “Parallelismo delle Arti”. Iniziamo da quelle del fotografo casertano Benedetto Scaravilli e, dapprima, dobbiamo senz’altro citare lo scatto relativo alla statua di Luigi Vanvitelli, opera del 1879 dello scultore Onofrio Buccini (1825-1896), e l’omonima poesia encomiastica dedicata all’architetto della Reggia di Caserta: si celebra quest’anno nella città campana il 250° anniversario della sua morte. Gli altri abbinamenti con Scaravilli sono: Canne al vento (testo e fotografia), L’icona (foto) con All’icona lassù (testo), Il mare (foto) con Il ruggito del mare (testo).
L’altro fotografo presente è Enrico Raimondo, che vive a Capua: Tramonto d’autunno, Sogno perduto, L’interludio di primavera, Nuvole di ghiaccio, Il sentiero della luna. Entrambi gli artisti, con i loro scatti, evocano atmosfere di grande suggestione.
La pittura è rappresentata da Franca Maschio, vivente a Milano, con l’olio su tela Al ritorno dai campi e da Fabio Recchia - poeta e pittore di Levico Terme - con Notturno, colori spry su tela. Lo scultore di origini siciliane Giovanni Conservo (1935 - 2010) con le due opere Dalla finestra (bronzo) e Abbraccio (legno patinato) s’inserisce come esponente della scultura moderna, asciutta e simbolista. Abbiamo poi un bell’affresco - La Madonna del Carmelo - dipinto all’interno di una piccola cappella a Sant’Angelo in Formis, di autore ignoto, restaurato nel 2016 da Giovanna Grimaldi e fotografato da Angela Ragozzino, la quale, nell’accostare le sue poesie ad ognuna delle immagini presenti nel libro, ha talvolta mantenuto lo stesso titolo e talaltra lo ha leggermente modificato; ha assunto quale base le opere dei vari artisti, spunti dai quali successivamente sviluppare la sua scrittura sempre tra realtà naturalistiche, stati d’animo variamente colorati, evasioni oniriche, memorie e riflessioni sul senso della vita.
Enzo Concardi
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L’AUTRICE
Angela Ragozzino è nata nel 1956 a Sant’Angelo in Formis, frazione di Capua, in provincia di Caserta, dove attualmente risiede. Dopo gli studi classici ha conseguito nel 1983 la laurea in Medicina e Chirurgia presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università “Federico II” di Napoli, con specializzazione in Anestesia e Rianimazione. Dal 1991 ha esercitato la sua attività presso l’Azienda Ospedaliera di Caserta. È impegnata in attività sociali a scopo benefico e culturale; amante della musica classica, delle arti, e delle Cose Antiche, è legata alle origini, alla storia e alle tradizioni della sua terra. Ha pubblicato le raccolte di poesie: Momenti d’Amore (2004); È sempre Natale (2021); Il colore dei ricordi. Poesie e immagini (2022). L’attività letteraria di Angela Ragozzino è recensita da Enzo Concardi e Mario Santoro rispettivamente nel n°12 di Alcyone 2000 - Quaderni di poesia e di studi letterari, Guido Miano Editore, Milano 2019, e nel quarto volume dell’opera Storia della Letteratura Italiana. Dal secondo Novecento ai giorni nostri, ivi, 2020.
Angela Ragozzino, Voci d’anima, d’arte e di natura, prefazione di Enzo Concardi; Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 80, isbn 979-12-81351-02-8.
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