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poesia

Luca Masala, "Dappertutto stando fermi"

6 Dicembre 2022 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Dappertutto stando fermi di Luca Masala (L'Erudita, 2022 pp. 113 € 16.00) è un libro caratterizzato da una combattente espressività e da un'ampia intensità di significato. L'autore inscrive l'intuizione profonda dell'inquietudine attuale, attraversa l'abissale superficie del vuoto spirituale, comprende l'assenza di un principio solido di riferimento, sfida il conflitto ordinario contro l'estraneità emotiva, conosce il disorientamento esistenziale. La poesia di Luca Masala dichiara l'indefinibile disagio nei confronti della frammentata condizione vitale, lacera la crisi d'identità dell'uomo contemporaneo, rilegge la frenetica, contrastante, realistica spinta introspettiva. I testi evidenziano la crisi dei valori, aggiungono il suggestivo incedere dei sentimenti lungo il cammino imprevedibile della vita, confermano la propria autonomia stilistica, continuano a sostenere la spietatezza delle difficoltà e l'accusa dell'incomunicabilità. Il poeta accorda l'impulsiva necessità di orientare un senso poetico alle relazioni umane, alla concezione del mondo, ritrova nel passaggio elegiaco l'interpretazione della memoria e del tempo. Dappertutto stando fermi è un suggerimento felice che arriva a destinazione, oltrepassa l'accelerazione delle umane distrazioni istintive, promuove un percorso lungo il senso contemplativo del ritmo interiore, in viaggio intorno alla consapevolezza. Il libro ospita il luogo immutabile dei ricordi, racchiude la fragilità delle illusioni, scopre i frammenti della quiete. Luca Masala cerca la poesia in ogni ispirazione quotidiana, coglie l'essenza della qualità evocativa delle parole, ascolta la rivelazione del sentiero incontaminato dell'anima. Concentra la luce infinita della meraviglia scolpita nella sensazione dell'appartenenza, disegna la prospettiva indistinta della solitudine con immagini offerte al confronto con la realtà, nel precipizio di una distorsione temporale, nella metafora di una visione catartica. Rivolge lo sguardo all'entità romantica e dolorosa della misura etica della lontananza, tenta di ridurre la dilatazione della distanza e della vacuità. Dappertutto stando fermi raggiunge la sensibilità del cuore, il territorio stabilito della reciprocità affettiva, regola la frequenza viscerale, tocca il termine di una permanenza dentro la dimora significativa del sentire, nel riflesso contraddittorio tra la continuità e la dimenticanza. I versi circondano la cognizione invisibile del disincanto, l'impulso malinconico e amaro del sogno fatalmente perduto. La corrispondenza della natura umana, in ostinata lotta tra equilibrio e stabilità, orienta l'armonia della poesia, indirizza la simmetria costante della staticità sospesa verso una dinamica empatica delle esperienze, filtra il percorso della semplicità. La sostanza autentica di Luca Masala riflette l'autenticità e la purezza dell'arte poetica, compone l'estratto di ogni promessa di speranza, include la capacità profonda e coraggiosa dell'ascolto, l'efficacia confortante e sorprendente del pensiero. Luca Masala dichiara l'affabile sincerità, apre il solco tracciato della scrittura sulla strada della conoscenza, sulla complessità della dimensione percettiva, avvia la protezione della saggezza nelle tendenze innate dell’uomo.

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

Arianima

 

Soffocare e guardare indietro

gli occhi negli occhi

a immaginare altezze

mai toccate

e scivolare

lungo la lama del vento

fiato di cristallo

un unico respiro

fino in fondo

nella parte visibile

dell'anima

 

Primavera

 

Alba di vita

piccolo sole che esplode negli occhi

ogni volta che vi guardo, figli miei,

un giorno di musica e luce

da vivere per sempre

mentre la bella giostra del mondo

compie ancora il suo giro

e solo per noi

 

Commiato

 

Passano, queste anime

rapide e terse

nello spazio di una vita

curvilinee e perse

illusorie di una meta

sulle immense strade del tempo.

 

Passano, senza fermarsi

amici e nemici

questi corpi convulsi

ignari del dolore

di non poter restare a lungo

nel miracolo della storia,

a guardarne il bagliore

a viverne il sogno.

 

Nel breve istante,

io con loro

andrò via

a fianco del rimpianto

solerte come un faro

che, indolente,

illumina da lontano

la metà sconosciuta

del niente

 

Frammento IV

 

“...E poi corro.

Per sentire il ritmo dei sogni

per abbracciare la mia solitudine

e tornare a respirare

con l'illusione fugace

che si può vivere per sempre.”

 

 

Frammento VIII

 

“...E nell'ombra

che odora di fresco

il tuo ricordo ritorna

per mescolarsi furtivo

con la notte”.

 

 

Frammento LXX

 

“...Toglierò dai tuoi occhi

i veli spietati del tempo

e tutto ti sarà chiaro.

Quel giorno scorgerai

immobile

il mio volto tra le stelle.”

 

 

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Pasquale Ciboddo, "Era segno sicuro"

28 Novembre 2022 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

ERA SEGNO SICURO di PASQUALE CIBODDO

con prefazione di Enzo Concardi

 

Preponderante in quest’ultima, singolare opera poetica di Pasquale Ciboddo è la realtà tragica della pandemia che ha colpito l’umanità intera, causando morti, lutti, sofferenze, crisi sociali e personali. Il poeta, diversamente da molti altri nella nostra società, non vuole chiudere disinvoltamente tale capitolo, anzi ne rimarca in continuazione le conseguenze, dimostrando la sua pietas per i devastanti avvenimenti. Egli attribuisce le cause del fenomeno pandemico a una nemesi divina e naturalistica per gli errori umani. Spiega le perdite di vite che ancora non cessano, all’interno di una visione mistico-provvidenziale, affidandosi a un sogno iniziale premonitore delle disgrazie successive: Era segno sicuro - il titolo della raccolta - nasce da un evento onirico in cui egli, vedendo la Madonna sofferente, presagisce ciò che ci avrebbe colpiti.

A fianco di tale grande accadimento storico, che paragona alle pestilenze del passato, l’autore, attraverso motivi reiterati, costruisce liriche che toccano i temi a lui più cari: il tramonto e la rovina degli stazzi della Gallura, sua terra amatissima; la nostalgia accorata di quella civiltà in cui si viveva duramente ma serenamente; la condanna della società industriale, tecnologica, metropolitana, non a misura d’uomo; il contrasto campagna-città, dove il primo termine rappresenta la salute della vita e la simbiosi benefica con la natura, mentre il secondo racchiude solo vite tristi e alienate; l’indugiare attraverso la memoria sui ricordi del passato non più revocabile. L’autore registra la drammaticità della realtà, mentre egli conserva la speranza fiduciosa nel futuro:  l’insistenza sulla presenza della morte tra di noi e sul destino morituro degli umani, costituiscono senz’altro un retaggio vetero-testamentario di biblica discendenza.

Nel libro il pensiero della pandemia assume ritmi ossessivi, coinvolgenti anche per il lettore più distaccato: alcune esemplificazioni sono necessarie per rendere comprensibile più da vicino il pathos dell’uomo Ciboddo, oltre che dell’aedo epicedico. L’incipit è costituito da una lirica che dà il titolo alla silloge, Era segno sicuro, la quale nell’epilogo ci introduce al canto funebre: «… L’umanità trema / e in silenzio muore». Si succedono altre liriche - Squarcia il cielo, E non c’è medicina, A volte pregare, E se vuole - dove i due temi fondamentali sono la punizione divina e l’invocazione a Dio e alla Madonna sotto forma di preghiera per la salvezza dell’umanità: «… I nostri nemici / profanano le Tue leggi / e Tu ci condanni con pestilenze…» (Squarcia il cielo); «…E non c’è medicina a combattere il male. / Non rimane che pregare / e in bene sperare» (E non c’è medicina); «La storia è pietrificata / nel silenzio. / Si muore di peste. /…/ Solo la Madonna, / nostra madre divina, / se invoca / il Signore suo Figlio / può salvare l’umanità…» (A volte pregare). Personalmente il poeta si sente «intimorito e solo» (Ma la gente) ed essendo disorientato sul da farsi, si dedica alla poesia, mentre la malattia imperversa: «… ci frusta ai fianchi / e ci punge con spine / conficcate negli occhi / nel cuore e nei polmoni /…/ e ci nega l’esistenza» (A mitigare il male). Le forze della natura sono scatenate contro di noi: «…Ed è pena / che tormenta anima e cuore» (Ed è pena). Il poeta teme quindi che nemmeno la scienza medica sia in grado di combattere la pandemia.

Tuttavia, oltre l’evento contingente - anche se straordinario - della pandemia, la visione esistenziale di Ciboddo non si discosta da quella emergente dai testi finora analizzati. Prendiamo la leopardiana Questa la nostra sorte, dove è possibile ipotizzare un accostamento ad alcuni versi del grande recanatese: «C’è sofferenza / nel nascere e nel morire. / L’esistenza umana / vive solo una primavera / dolce di giorno e di sera. / Segue la decadenza / col mite autunno / e poi il gelido inverno / che conduce alla morte. / Questa la nostra sorte». Il futuro dell’umanità è insidiato anche dal continuo incremento demografico, un altro rischio mortale per il nostro genere: «…L’Umanità, / come un’anima in pena, / se non rallenta / la corsa alle nascite / vedrà la fine di tutti / e di tutto il creato» (L’Umanità). La condizione umana, se ancora sopportabile nella giovinezza (simboleggiata dalla primavera), diviene un macigno enormemente pesante nella vecchiaia ed allora stanchezza, isolamento, mancanza di relazioni, di gioia, di entusiasmo e quindi di vita, trasformano le giornate in amara noia (Ed è tristezza).

La quasimodiana E si sta soli è anafora di tutti questi concetti, che il poeta siciliano aveva espresso nelle immagini sintetiche ed ermetiche di Ed è subito sera; l’autore replica con la sua denuncia dell’aridità della vita moderna: «Oggi / ognuno è isolato / in mezzo a tanta gente / che è indifferente / verso tutto e tutti. / E si sta soli sulla terra / alquanto spaesati...». In altri componimenti Ciboddo è ancora più drastico e radicale, poiché afferma che la morte è già in noi lo stesso giorno in cui si nasce e che nessuno conosce la verità sull’al di là, mistero, enigma mai svelato (Questa l’amara sorte).

Una possibile via d’uscita a tale situazione scoraggiante e deprimente, viene individuata dal poeta nell’incontro con la Natura, in modo che l’ungarettiano «…La morte / si sconta / vivendo», possa essere superato. Egli - in La vera salvezza - pone un domanda in merito: «…È forse il ritorno / alla natura abbandonata / dove sono le nostre radici / la vera ricchezza / che ci salva pure / da tale pestilenza?». Domanda chiaramente retorica, dal momento che la sua visione è sicuramente indirizzata verso un pensiero fisiocratico, e ciò è dimostrato dal suo anti-industrialismo e dall’avversione verso le metropoli moderne: per Ciboddo, come per Quesnay, la base dell’economia era, è, e dovrà restare sempre l’agricoltura. Ecco i versi testimonianze inequivocabili di ciò: «La natura reclama / i suoi diritti. / Guai a trasgredire / le proprie leggi. / L’uomo di oggi / attratto dalla vita di città / abbandona la terra di nascita / e di crescita nella natura / e si perde così / in un mondo senza valori, / pensando solo alla corsa / di ricchi tesori. / Ma la terra offesa / si vendica» (Ma la terra…). Inoltre - scrive ancora nella poesia È vita limitata - la città è una prigione di catrame e cemento, dove non si respira l’aria salubre della campagna e dove la vita è monca per mancanza del rapporto con la Natura. La sua filosofia di vita centrata sull’attaccamento alla terra lo porta a vedere raggi di sole nel buio del presente solo e proprio nel mondo naturale, il cui simbolo più dolce e benefico risiede negli avventi primaverili. Tuttavia anche la terra corre rischi mortali – se non si pone rimedio – ancora una volta per responsabilità dell’uomo inquinatore.

Ed eccoci ora a quella che possiamo considerare una vera e propria civiltà contadina a se stante, sviluppatasi sulle alture e nelle campagne della Gallura, mondo del quale Pasquale Ciboddo è rimasto innamorato. Qui troviamo solo alcune liriche - come Erano il tempio, Tempi così cari, È stata una grave sventura, Ed è danno ed è pena, Oggi il mondo, In un baleno, Ricordi di tempi e luoghi, Era una civiltà - ma in altre pubblicazioni egli tratta a lungo di ogni aspetto di quel microcosmo particolare: gli stazzi. Nel suo ricordo essi erano il tempio della natura, ora è rimasto un deserto. Evoca le stagioni della vendemmia, delle feste, dei balli, che ora può solo sognare. Sono stati abbandonati per i miraggi consumistici del Continente e così è morta una lunga tradizione. Alla ricchezza d’un tempo s’è sostituito il vuoto del presente. C’era solidarietà tra proprietari, contadini e forestieri: poi il mondo ha preso altre strade. La gente degli stazzi, con famiglie patriarcali, è scomparsa in un baleno. La conclusione sconsolata del poeta è commossa ed accorata: una civiltà ricca di vita, benessere, relazioni, affetti, lavoro, emozioni… s’è dissolta ed oggi v’è una solitudine da far paura.

Nei suoi versi sciolti Pasquale Ciboddo inserisce spesso rime varie per imprimere maggior melodia alla metrica: solo l’ultima lirica - Una vera visione - è un sonetto (14 versi, due quartine e due terzine in sequenza con rime alternate).

Enzo Concardi

 

 

_________________

L’AUTORE

Pasquale Ciboddo è nato a Tempio Pausania (SS), in Gallura, nel 1936; già docente delle scuole elementari, è uno dei poeti sardi più noti, e ha al suo attivo numerose pubblicazioni poetiche e di narrativa con prefazioni e introduzioni di prestigiosi critici.

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Pasquale Ciboddo, Era segno sicuro, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 122, isbn 978-88-31497-92-3, mianoposta@gmail.com.

 

 

 

 

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ANALISI RAGIONATA DEI SAGGI CRITICI RIGUARDO WANDA LOMBARDI A cura di Enzo Concardi

25 Novembre 2022 , Scritto da Maria Rizzi Con tag #maria rizzi, #recensioni, #poesia, #saggi

 

 

 

 

ANALISI RAGIONATA DEI SAGGI CRITICI

RIGUARDO WANDA LOMBARDI

A cura di Enzo Concardi

 

Recensione di Maria Rizzi

 

 

L’analisi ragionata dei testi critici riguardo la Poetessa Wanda Lombardi, di Morcone, in provincia di Benevento, condotta dall’ottimo Enzo Concardi, seguendo i commenti di autorevoli colleghi come Giuseppe Manitta, Monica Rubino, Carlo Onorato, Rossella Cerniglia, Marcella Mellea, Fabio Amato, Nazario Pardini ed altri, equivale a una navigazione attraverso il lirismo dell’artista, nella quale è messa in rilievo la sua tendenza a evocare il neoclassicismo nella forma e nei contenuti. Quasi tutti i critici citati riscontrano tratti in comune con Leopardi, Pascoli, non solo per il ricorso al metro classico, ma per l’ossimorica visione dell’esistenza, spesso tendente al nichilismo. Altro tratto evidenziato dagli esegeti è il rapporto con il divino, la tensione alla verticalità presente nei versi della Nostra e l’empatia con madre natura.

Tra tutti solo il professor Nazario Pardini accosta la poetica della Lombardi a quelle di Umberto Saba e Vittorio Sereni. E leggendo le liriche della Nostra lo stesso Concardi conviene circa le corrispondenze con Saba «per lo stile spezzato, frammentato» e con Sereni per il «malum vitae, il tormento, la percezione della labilità dell’esistere». Molte altre disamine vengono prese in esame dal relatore, ma la mia scelta, dopo aver navigato tra tanti illustri esperti di ermeneutica, cade sulla lettura dell’antologia essenziale delle poesie di Wanda Lombardi.

Il saggio critico, a mio umile avviso, è di per sé esaustivo; in appendice al libro è riportata una antologia essenziale di poesie scelte da varie raccolte e che coprono un periodo di vent’anni, dal 2001 al 2021. Le prime, tratte dalla silloge Sensazioni del 2001, ci consentono di annegare nel mare intimistico della Poetessa, che dimostra, una volta di più, che il mondo esterno non è che un riflesso del nostro universo interiore. I ricordi degli amori sono il tessuto della nostra identità. La Lombardi dedica al padre versi di velluto, che echeggiano i grandi della letteratura. «… Ma tra i molti visi, / come in un dipinto incastonati, / emerge il tuo, padre, / a sbiadire e sovrastare gli altri...» (Ricordi). La fede, elemento cardine del lirismo della Poetessa, è presente in questi primi versi come fonte di gioia di vivere e come unico presupposto per la pace. Nel leggere Ritrovare la pace, ho pensato alla meravigliosa asserzione di Khalil Gibran: «Se ti sedessi su una nuvola non vedresti la linea di confine tra una nazione e l’altra, né la linea di divisione tra una fattoria e l’altra. Peccato che tu non possa sedere su una nuvola». Dalla silloge Nel silenzio (del 2002) sono tratte liriche sul mondo dell’adolescenza, così simile a una malattia esantematica per i giovani e per i loro genitori. L’autrice affresca con versi meno classici, incisivi, colloquiali e infinitamente teneri l’universo dell’epoca in cui si conquista a morsi l’esperienza. «…I tuoi problemi, / che problemi non sono, / crisi profonde ti creano, / irritabilità, depressione…» (Cuore di adolescente). Il rapporto con i miracoli poetici del creato è evidente in alcuni testi dal tono selvaggio come carezza… mi si perdoni l’ossimoro, che stanno a dimostrare come la natura può divenire il medium nella relazione tra il conduttore e la persona, agevolando i momenti di relazione empatica che consentono la crescita nell’intersoggettività. In effetti la Lombardi allude a tale connessione, mette in risalto che quando lo stato climatico risuona in noi è proprio perché si è sferzati dallo stesso vento, guidati dalla stessa «invisibile mano».

Nella poesia Soffio divino, tratta dalla raccolta Luce nella sera del 2011, natura, esistenza e fede divengono un tutt’uno, dimostrando che l’essenza divina che si manifesta nella natura non è altro che la natura stessa che si palesa, si mostra e si impone all’uomo come un ente divino. Nell’antologia essenziale troviamo anche liriche di impegno civile, che spingono a pensare alle assonanze riscontrate dal professor Pardini tra la Nostra e Umberto Saba. A livello stilistico si notano la riduzione del lessico, la semplificazione della sintassi, la frammentazione del ritmo. «Corpi innocenti pestati, vinti / da chi fa della violenza / ideale di vita, / degli abusi mezzo per emergere…» (Tempi assurdi, da Gocce di rugiada, 2017).

Il timbro, caratteristica pregnante della poetica di Wanda Lombardi, diviene il colore vividissimo delle liriche più recenti. Spesso sottovalutiamo il valore di questa antica categoria poetica, rimasta ignota all’estetica classica, ma è proprio grazie a essa che il ritmo può mutare di continuo, anche all’interno della stessa lirica. Con il trascorrere del tempo l’Autrice esprime in modo sempre più incisivo la sua sete di interiorità e la capacità di possedere un linguaggio che è specchio dello spirito. Lei ha l’attitudine a parlare di Dio e a persuadere che la fede è molto umana e molto umanizzante, crea un clima nel quale ci si sente sollecitati a dare il meglio di se stessi. E illumina ancora sul concetto che l’incanto della natura, il mistero affascinante che la avvolge sono forse l’unica chiave di cui disponiamo per cercare di aprire la porta che ci separa dalla verità. «Commuoversi / dinanzi a una distesa marina / che brilla come diamante / o a vette maestose / che parlano col cielo / è dolce momento per il cuore. / Svegliarsi / tra concerti d’uccelli, / sorridere al sorriso di un bimbo / o dinanzi a un foglio bianco / inseguendo un nuovo sogno, / è sollievo per l’anima / che si inchina / alla Tua grandezza, Signore» (Piccole, grandi cose, da Gocce di rugiada, 2017).

Gli affetti, la malinconica nostalgia dei giorni trascorsi con loro, ricorrono nella poetica di quest’Arista e la sottoscritta non può che ammirarla e condividere i suoi slanci. Mantenersi, ovvero tenersi per mano, da napoletana, è il mio verbo preferito. Può bastare per la vita intera sapere di aver provato quell’amore senza tempo. Rinunciarvi rappresenta una follia. La mitologia dell’infanzia è radice di ogni nostro comportamento, e i genitori, i fratelli, quando sembrano morti sono solo svenuti. Possono riprendere a vivere nel miracolo della memoria e, come insegna la Lombardi, in quella “poesia che sa salvare il mondo”. «…Ma ancora oggi, nel tuo cinquantesimo, / piango pensando a te, alla tua storia / e intatta rivedo la tua eleganza, / il corpo tuo perfetto che invidiavo quasi. / Quante cose vorrei dirti, / quanto rivederti / per respirare con te aria d’amore!...» (Mamma, da Volo nell’arte, 2021). In famiglia si impara la grammatica dell’amore, il linguaggio attraverso il quale Dio comunica con noi. Se è vero che nel mare dell’esistenza siamo tutti naufraghi di una carezza, sento di poter affermare che le liriche di questa Poetessa dalle origini non lontane dalle mie, sono state l’isola, il ponte nel silenzio, il porto di sicurezza. Le anime si sono mescolate, la carezza l’ho avvertita e desidero restituirla.

Maria Rizzi

 

 

Enzo Concardi (a cura di), Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Wanda Lombardi, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 84, isbn 978-88-31497-48-0, mianoposta@gmail.com.

 

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Enza Sanna, "Nei Giorni"

11 Novembre 2022 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Nei giorni

Enza Sanna

 

     

La raccolta di poesie che prendiamo in considerazione in questa sede presenta una prefazione dal carattere molto acuto, scritto che è esauriente, centrato e ricco di acribia a cura di Maria Rizzi.

Il testo non è scandito e per la sua unitarietà stilistica e contenutistica potrebbe essere considerato un poemetto.

Scrive la prefatrice che con autentica ammirazione si è imbattuta nel canto elegiaco di una poetessa che affresca versi nei quali si respirano le pietre profumate d’antico, le chiese d’incenso, le botteghe di cuoio e le pasticcerie di canditi della sua Genova. Continua la Rizzi affermando che la poesia che apre la raccolta vola sul piano metafisico, disciplina la verità attraverso l’inventiva, stupisce nel dimostrare come il senso del nostro percorso terreno sia nella delizia del disordine, “nell’ingrandire così tanto il momento nel riuscire a fare dell’eternità un niente, e del niente un’eternità” (cit. Blaise Pascal).

Leggiamo l’incipit del componimento intitolato Certezza di cose vere: «Anche oggi è sorta l’aurora / calice di chiarità di luce / e con la luce la speranza, / certezza di cose vere / forza vitale a una realtà futura / per cogliere l’essenza dell’eternità. // È incontro di mente e cuore / passione e cautela / trascendenza e ragione / è rischio, è sfida di sopravvivenza / gioia prima della gioia / oltre ogni comprensione…». Un inno alla speranza, alla libertà, all’equilibrio e all’armonia, sotteso ad una vena intellettualistica di matrice filosofica.

Il senso e il sentimento del tempo sembrano essere i protagonisti della raccolta, categorie che fanno da sfondo a una natura elegiaca con l’aroma del pane ancora caldo e la danza dei fieni sulle aie: «… Dà vita il respiro del vento al mandorlo in fiore / in campi aulenti di mirto / ove è fiamma la ginestra posseduta dal sole…» leggiamo in Necessaria regressione». Una magia e malia della parola emoziona il lettore nel sogno a occhi aperti nel naufragare leopardianamente nel paesaggio che pare a poco a poco iridarsi per scendere fino all’anima e c’è un tu che è presente come la vita intensa dell’albero. Linearità dell’incanto pare pervadere questi versi precisi, leggeri e icastici nella loro intelligenza.

L’io poetante si apre a immagini e viene detta anche la parola stessa nel suo ripiegarsi su se stessa con un procedimento intrigante: «…Indocile ora la parola nella sua secchezza / quasi verbale prosciugamento / nella sua sofferta indecisione / che ogni iniziativa vieta / nella soluzione degli eventi…» leggiamo in Sopraggiunge il crepuscolo; componimento composito e complesso come tutti quelli della raccolta e uno dei pregi di questa poetica è proprio la chiarezza nella sua vera natura articolata e sublime che tra detto e non detto trova la propria forza nel debordare dell’ipersegno.

Al lettore pare di affondare nelle pagine, nelle composizioni che hanno qualcosa di scabro ed essenziale e solipsisticamente l’io-poetante molto autocentrato descrive situazioni che a tutti noi è capitato di vivere magari inconsciamente o preconsciamente ma che non avremmo potuto dire, delineare come riesce a fare la Nostra con urgenza e grande forza espressiva in quello che diviene un serrato esercizio di conoscenza in versi permeati da fascino, forza e nello stesso tempo dolcezza.

Raffaele Piazza

 

 

Enza Sanna, Nei giorni, pref. di Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 100, isbn 978-88-31497-89-3, mianoposta@gmail.com.

 

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Francesco Rossi, "Scorie d'esperienza"

10 Novembre 2022 , Scritto da Floriano Romboli Con tag #floriano romboli, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Scorie  d'esperienza

Floriano Romboli

Guido Miano Editore, 2022

 

 

Si ritiene generalmente tramontata l’idea, legata in special modo alla stagione estetica e critica del Romanticismo, secondo la quale l’arte coinciderebbe con l’immediatezza intuitiva, farebbe tutt’uno con la schiettezza e la spontaneità fantastico-sentimentale, e sarebbe tanto maggiormente coinvolgente e riuscita, quanto meno appesantita da ingombranti bardature intellettualistiche, quanto meno subordinata a estrinseche finalità ideologiche, ad astratti presupposti culturalistici.

A ben vedere da sempre la poesia è sublimazione di cultura, frutto di attenta elaborazione stilistico-formale, occasione privilegiata per un confronto ponderato e sollecitante con figure e opere della tradizione storica e letteraria coeva o passata, momento impegnativo di una aemulatio rivolta alla precisazione di un nuovo punto di vista, alla prospettazione di opzioni ideal-problematiche diverse.

Infatti non casualmente la prima sezione della raccolta consiste nel richiamo sistematico a titoli della produzione lirica di Pier Paolo Pasolini menzionati nella loro specificità referenziale, da Le ceneri di Gramsci (1957) a L’usignolo della Chiesa Cattolica (1958), da La religione del mio tempo (1961) a Poesia in forma di rosa (1964) a Trasumanar e organizzar (1971); a Francesco Rossi lo scrittore di Casarsa appare intimamente contraddittorio, diviso fra il rigore della razionalità argomentativa e la passionalità immedesimante, istintivamente e vivamente partecipativa: «…/ In teatro strenuo s’esibisce / il voler che il viscere lacerato, / l’intelletto e il sentire rappresenta. // Vasta delle esistenze la distesa, / il brulicare di vite e passioni / onde il cerebro la tragedia incarna. /…» (A miglior vate le ceneri…).

Soccorrono dei versi compresi nel poemetto eponimo del primo libro pasoliniano rammentato poco sopra: «Mi chiederai tu, morto disadorno, / d’abbandonare questa disperata/passione di essere nel mondo?» (corsivo mio, come sempre in seguito); il nostro autore vi si richiama esplicitamente («…/ Disperata vitalità s’afferma / il valore del personale obiètto, / onde nell’Inferno / si brucia e perde / d’autostrade e di città degradate, / burelle orrende al brulicare ostesse. /…», Trasumanar in forma d’inerte rosa…) e ne fa spunto per un interessante approfondimento della contraddizione alla quale si è fatto cenno: Pasolini è testimone invero vigile («…/ ma nella condizione fuor di speme / s’assedia al proprio tempo il Testimone, / scontrosa erma di corrucciato orgoglio / contro il reo disperdere armonia», La religione del tempo), non nasconde la propria forte vocazione pedagogica: «Smania il Poeta di parlare al mondo, / di raccontare, di offrire se stesso, / a un contesto sociale di valori! // Religioso oscuro cerimoniale, / lugubre cattolico sensuale / per l’ossessione di barocca tinta, / involve ìtere d’Ideologia, / dai riti della tradizione avita, / attraverso la colpa per il vizio, / fino alla scoperta d’agito Vero. /…» (L’usignolo che stonato canta…); nondimeno approda infine a una condizione di disorientamento, di ripiegamento etico-intellettuale, di scacco: «L’abiura scocca come al giovanile / errore, al mondo perso d’ideali, / belle bandiere per sempre vanite. // Rimorde allor l’oratoria all’impegno, / trasumanar organizza l’esistenza, / flusso che non s’arresta al personale / d’occasioni e d’incontri all’abbandono, / polemica riflessa condizione / di qual difficile uman sia salto» (Trasumanar in forma d’inerte rosa…, op. cit.). […].

Floriano Romboli

(dalla prefazione)

 

 

L’AUTORE

 

Francesco Rossi è nato nel 1973 a Jesi (AN); nel 1997 si è laureato in Lettere Classiche presso l’Università degli Studi di Perugia. È docente di Materie Letterarie e Latino c/o il Liceo Scientifico Leonardo da Vinci di Jesi (AN). Ha al suo attivo in campo letterario le seguenti pubblicazioni: Controcanto pasoliniano (antologia poetica); Il cerchio dell’ombra (antologia poetica), 2010;  CredereRicordareRiflettere! (romanzo storico), 2010; Eccezioni del tempo (racconti), 2011; Il gigante di Dio (antologia poetica), 2012; La divisa del prefetto (romanzo storico), 2012; Immemoriale (romanzo autobiografico), 2012; Proprietà transitiva. Autobiografia su commissione (romanzo autobiografico), 2015; Anch’io sono figlio della Crisi (romanzo autobiografico), 2015; L’assalto al treno e oltre (romanzo storico), 2019; Una medicina per l’anima (romanzo giallo), 2021.

 

 

 

Francesco Rossi, Scorie d’esperienza, pref. di Floriano Romboli, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 188, isbn 978-88-31497-90-9, mianoposta@gmail.com.

 

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ANALISI RAGIONATA DEI SAGGI CRITICI RIGUARDO WANDA LOMBARDI A cura di Enzo Concardi

8 Novembre 2022 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #saggi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Wanda Lombardi

a cura di Enzo Concardi

Guido Miano Editore, 2022

 

 

Questa pubblicazione si prefigge lo scopo di presentare il materiale costituito dalla produzione della critica letteraria sulle opere poetiche di Wanda Lombardi, in relazione alle tendenze principali contemporanee, alle sue metodiche e analisi filologiche, agli aspetti comparativi testuali, alle interpretazioni dei vari apporti provenienti da diverse impostazioni culturali. Mi pare importante precisare che, quando un autore – in questo caso autrice – si preoccupa di porre ordine in tutto quello che è stato scritto su di lei, avverte il bisogno di lasciare un messaggio ai suoi lettori ed estimatori: è come se volesse dire che la sua poesia è vita vivente e che l’attenzione riservatale dagli specialisti del campo contribuisce a incrementare il suo valore, perché approfondita, spiegata, sviscerata, dipanata, chiarita nella sua complessità e ricchezza stilistica e contenutistica. In altre parole Wanda Lombardi affida al confronto critico un sigillo importante di autenticità sulla propria opera e tale aspetto della sua personalità umana e artistica torna a suo onore.

Se analizziamo i contributi critici scritti sotto diverse forme – prefazioni, recensioni, saggi, articoli – sui libri di Wanda Lombardi, possiamo notare come essi nel loro sviluppo rispondano a quella tendenza contemporanea che definirei critica multifattoriale, ovvero che tiene conto dei vari apporti del settore avvenuti dal Novecento ad oggi, in epoca post-crociana. Ciò non significa per nulla un passo verso il relativismo culturale o un tentativo di facile sincretismo, ma, al contrario, ci si è resi conto da più parti che è opera intelligente non chiudersi in steccati ideologici, e che le diverse scuole di pensiero spesso non sono alternative, ma piuttosto complementari tra loro, ottenendo così risultati più completi, interpretazioni più autentiche, perché attinte da più approcci: da quelli idealistici a quelli estetici, storici, sociali e altro. Se la critica odierna non può ancora prescindere, e forse mai lo potrà, dalle grandi lezioni del passato – che rispondono soprattutto ai nomi di Francesco De Sanctis e Benedetto Croce – ha tuttavia sviluppato altre acquisizioni che, consapevolmente o meno, tutti noi applichiamo. (…).

I saggi critici su Wanda Lombardi – compresi quelli da me scritti e che dovrò autocitare – analizzano la sua opera sia con la lettura delle strutture interne dei testi, sia con una visuale diacronica, ovvero che ne osservano lo sviluppo attraverso il tempo. Oggi il critico si muove sempre di più in una direzione gnoseologica, cercando di non essere semplicemente un ‘recensore’ che emette giudizi solo estetici, ma uno studioso-specialista che agisce anche con metodi scientifici cognitivi, senza ricadere nell’errore del dogmatismo. (…).

Enzo Concardi

(dall’introduzione al libro)

 

 

 

L’AUTRICE

Wanda Lombardi è nata e vive a Morcone (BN). Laureata in Pedagogia, ha insegnato Materie Letterarie nelle scuole secondarie. Ha pubblicato le raccolte di poesie: Sensazioni (2001), Nel silenzio (2002), Luce nella sera (2011), Oltre il tempo (2015), Voci dell’anima (2016), Gocce di rugiada (2017), Opera Omnia (2018), Attimi lievi (2018), Il senso della vita (2019), Nel vento dell’esistere (2020), Volo nell’arte (2021); i libri di narrativa: Proverbi e modi di dire morconesi (2008), Racconti fiabeschi, letture per la scuola (2011); i romanzi: L’eco del passato (2012), Sulla scia del destino (2016) e i testi teatrali: La fortuna dietro l’angolo (2013), Una volta… c’era (2014) e Ce la faremo (2016).

 

 

Enzo Concardi (a cura di), Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Wanda Lombardi, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 84, isbn 978-88-31497-48-0, mianoposta@gmail.com.

 

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Maria Giovanna Massironi, "Cronache della terra di nessuno"

7 Novembre 2022 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Cronache dalla terra di nessuno di Maria Giovanna Massironi (Albaccara - Casa editrice, 2020 pp. 112 € 12.00) è una raccolta poetica intensa che assorbe dalla consapevolezza del dolore la linfa vitale e compassionevole della memoria. La poesia di Maria Giovanna Massironi accoglie testi arrendevoli al disagio emotivo e resistenti al vincolo della speranza. L'autrice genera, attraverso una persistente confessione quotidiana, l'apprensione del proprio stato d'animo, la sofferenza dei giorni e delle notti, scandita dall'irrequietezza dei pensieri, in balìa del segnale della frattura esistenziale. Coglie la lesione dell'anima, una ferita accompagnata dalla malinconica amarezza di ogni sospensione della vertigine e dal profondo tormento per gli incubi e i fantasmi che si aggirano, crudeli e magnetici, nella sua mente. Maria Giovanna Massironi abita la terra di nessuno, il territorio conteso dai timori e dalle incertezze del vivere, il non-luogo della fluidità sensibile, il confine interpretativo della propria identità. Il libro confessa la rapida e spontanea evidenza dello smarrimento emozionale, sintonizza il fruscio segreto dell'umore, il silenzio nascosto dell'inadeguatezza. I testi, solo apparentemente frammentari, elaborati con la lealtà dell'impulso, donano il senso compiuto e graduale di una scrittura senza impedimenti, la libertà sincera di una funzione liberatoria, la capacità creativa di orientare le energie soffocate dall'affanno della perdizione. Cronache dalla terra di nessuno esprime una forma di premonizione istintiva, avvinta alla soglia del mondo interiore e all'esperienza delle sensazioni, collega l'ipotesi indefinita e disorientante delle difficoltà al riscatto di un orizzonte vagheggiato, varca la soglia della malinconia osteggiando l'inquietudine. Maria Giovanna Massironi resta “in limine”, sulla soglia dell'espressione, dona al lettore il suggerimento sentimentale per affidare alla vita sempre una straordinaria opportunità di rivendicare il proprio tempo. L'occasione letteraria di sollevare le proprie riflessioni evidenzia il privilegio di tradurre l'oggettività delle pagine dense di significato, di comprendere l'avvicendarsi degli eventi patiti, di condividere l'importanza del vissuto, la commovente e indecifrabile percezione della grazia. La poesia gratifica ogni ispirazione individuale, estende la consistenza del respiro universale, sfiorando la complicità della resistenza. La provvisorietà di una bruciante esistenza collega l'influenza dei versi, disgiunge la frattura dell'anima, il duro scontro inevitabile con la realtà, coglie la complessità delle vicissitudini, l'enigma delle illusioni. La poetessa, con uno stile originale, convincente e attuale, segue sempre l'eco di una psicologica attenzione al monito della coscienza, nell'individuare la riparazione del torto, nel consolidamento temporale dello spirito.

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

Notte dieci. Giorno undici.

 

La notte appartiene agli ubriachi

e l'alba conserva

il suo splendore di albicocca.

La rivoluzione resterà un sogno

perduto nelle chiacchiere del mattino.

Voce d'argano e ruggine

viene dal mare e vi si perde.

Non il velluto, ma la ruggine

ha invaso ogni cosa.

Ci ha preso cuore e cervello.

Nervi e sangue.

Al richiamo di quella voce

abbiamo inseguito chimere

e mille volte siamo morte.

 

Nel giorno undici

non c'è posto per noi.

Stiamo come in porto

a tagliare pomodori,

a prua della nostra

piccola casa rosa.

                 Solo le zanzare sono tornate.

 

Notte trentuno. Giorno trentadue

 

Nella notte abbiamo perso un calzino.

Il destro per l'esattezza.

Pensando di fare bene

ci siamo tolti anche il sinistro

e abbiamo sbagliato.

Alle ore 5,28 siamo completamente

svegli con tutta la nostra disperazione

e i piedi gelati.

Sotto le finestre, niente storie

di lupi e di pirati.

 

Il cielo è azzurro e le strade sono deserte.

Niente ci consola.

Il giorno trentadue inizia

pieno di ansie e preoccupazioni.

Spegniamo la radio.

                               Ci sono cose che

                            non si possono più ascoltare.

 

Notte quarantatré. Giorno quarantaquattro

 

Il buio non finisce mai.

Attraversiamo la città,

camminando sotto la pioggia.

I tetti sono lucidi

e noi siamo bagnati fino alle ossa

come le nostre carte

e i libri che portiamo a tracolla.

Sono bagnati i quaderni con le copertine

di cartoncino leggero che si slabbrano

e si abbandonano ad un'onda molle e pendula.

Siamo svegli dalle cinque.

Piove e non fa freddo.

Le nostre scarpe non tengono più la pioggia

e l'acqua arriva fino alle caviglie,

gonfia le calze che resteranno umide per ore.
L'ombrello ci avvolge floscio

e ci rende difficile vedere

dove mettiamo i piedi.

La tracolla ci taglia il respiro.

Tosse e fuoco nel petto.

Torniamo a casa

cercando una fuga

tra i buchi del selciato

che sono piccole voragini

di terra e sassi.

 

Nel giorno quarantaquattro

qualcuno si è preso la sua piccola vendetta.

 

                              I nani hanno lasciato il giardino

                              e con le scarpe infangate

                             sono entrati in casa

                             sporcando dappertutto.

 

Notte cinquantotto. Giorno cinquantanove.

 

Che parole usare nel giorno più buio?

Tronche? Piane? Sdrucciole? Bisdrucciole?

Piane, con cadenza di adagio.

Rassicuranti e confortevoli parole piane.

Casa. Libro.

No certo caffè oggi.

E neppure gioventù

e meno che meno libertà.

Le parleremo tutte piane.
Sommesse, quasi silenziose.

Piano. Piano. Forte.

Il presente è all'improvviso tronco.

Ricorderò.

Ricorderemo estati perdute.

Le città sul mare. I caffè turchi. I sogni.

I tuoi occhi bellissimi.

Le domeniche a san siro.

Le luci in galleria.

La sabbia umida. Le partire a pallone.

La salita ai bottini. Gli ulivi. I gatti.

Suonare insieme alle vocali.

                                      Per una volta guardare indietro.

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Enza Sanna, "Nei giorni"

6 Novembre 2022 , Scritto da Maria Rizzi Con tag #maria rizzi, #recensioni, #poesia

 

 

 

Enza Sanna, Nei giorni, pref. di Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 100, isbn 978-88-31497-89-3, mianoposta@gmail.com.

 

Con autentica ammirazione mi sono imbattuta nel canto elegiaco di una poetessa che affresca versi nei quali si respirano le pietre profumate di antico, le chiese di incenso, le botteghe di cuoio e le pasticcerie di canditi della sua Genova. Mi sono trovata di colpo nel dedalo dei caruggi, scoprendo, sin dalle prime pagine della sua nuova silloge Nei giorni, che il mondo lirico di Enza Sanna tende a operare un distinguo tra fantasia e immaginazione. Se di consueto l’esistenza è votata ai fatti, l’immaginazione aiuta a conservare le illusioni, e in effetti non possiamo fare nulla senza averlo prima desiderato e idealizzato. «… / È incontro di mente e cuore / passione e cautela / trascendenza e ragione / è rischio, è sfida di sopravvivenza / gioia prima della gioia / oltre ogni comprensione /…» (Certezza di cose vere). La poesia che apre la Raccolta narra ciò che una profana come la sottoscritta non sa dire con le parole. Vola sul piano metafisico, disciplina la realtà attraverso l’inventiva, stupisce nel dimostrare come il senso del nostro percorso terreno sia nella delizia del disordine, «nell’ingrandire così tanto il momento da riuscire a fare dell’eternità un niente, e del niente un’eternità» (cit. Blaise Pascal).

L’Autrice sceglie di esistere in un non-luogo del pensiero, che concede tregue alle fatiche del tempo: «…/ Mi rifugio negli oggetti di casa / pezzi sinceri di verità / che narrano una loro storia / fatta di rapporti con chi la abitava / quasi impazzito innamoramento verghiano /…» (Sopraggiunge il crepuscolo). In una Poetessa visionaria è straordinario il rimando al neo-realismo dell’artista siciliano, definito come una scelta di follia, come il vano pascolo di uno spirito disoccupato. Interessante ed esaustivo il riferimento agli ‘oggetti di casa’ che testimoniano il rapporto ‘con chi la abitava’, non con colei che scrive. La Sanna dimostra che il poeta non traduce in parole una visione, in quanto la sua visione si elabora in esse. Ella crea la distanza dal mondo oggettivo mentre asserisce di trovare riparo in esso. Raramente ho letto liriche così esplicative dell’autentico universo poetico. L’incandescente purezza della nostra Artista dimostra che l’ispirazione permette di proiettare il proprio flusso di concezioni interiori in un mondo che ne è dannatamente privo.

Il Poeta possiede il dono di vedere ciò che è invisibile agli altri. «…/ La mutevolezza dell’essere / la precarietà delle cose / crean un vuoto d’intorno / come andar fra estranei / tra chi le spalle ci ha volte / con una sola dolorosa certezza: / non ci si bagna nella stessa acqua / due volte. /…» (Bellezza d’anima e di sensi). Si sente ancora, forte, il senso della vita che sguscia come polvere nella clessidra, nei labirinti dei caruggi tra i quali è fin troppo facile perdersi, non sapere cosa si nasconda dietro la prossima curva. La chiusa eraclitea evidenzia che non ci si può bagnare ogni giorno, anzi, in ogni momento, nello stesso fiume, perché ogni cosa, ogni alba, ogni sole, sono sempre in movimento, forze dinamiche, dialettiche. La mente coincide con il passato, è memoria accumulata e se si guarda l’esistenza attraverso essa ogni cosa sembra polverosa, sporca, vecchia. Se si riescono a mettere da parte i ricordi, ogni esperienza, ogni amore diviene nuovo di continuo. Nessuno conosce mai nulla. Rimaniamo estranei, eternamente estranei. Schiavi del vortice dei giorni, che possono sembrare tutti uguali, come le aste sui quaderni dei bambini.

La Sanna vola alto, dietro l’apparente nichilismo, conosce l’armonia del creato e prova a guardare la vita affidandosi alla meditazione, all’armonia interiore. «…/ Improvviso il tempo si è fermato / su un’ombra che credevo cancellata, / sembianza vaga che mi fa pensare: / non si dissolve pur nel suo passare / il tempo che fu quello dell’amore / per ritrovarti ancora nella luce / quando il giorno tace / ché l’intesa perfetta non chiede consensi / neppure uno sguardo per sentirci accanto /…» (Improvviso il tempo si è fermato). L’amore trascende le visioni, è sentimento pulsante, che può fermare il senso eracliteo del fiume nel quale ci bagniamo, ma secondo l’Autrice non chiede parole, ‘consensi’, esiste e lo si riconosce, come recita Pablo Neruda: «E da allora sono perché tu sei, / e da allora sei, sono e siamo, e per amore sarò, sarai, saremo».

La Sanna varca con incredibile semplicità i limiti del concepibile, la sua non è poesia di confini, in compenso genera misteri, è evocativa degli stati dell’inconscio. Ed è tesa alla luce divina che è dentro di noi. Quella che non appartiene a una religione in particolare, ma a tutti i credenti. «…/ La solitudine, che ci fa amici di nessuno, / noi rivali persino a noi stessi, / pesa anche sul foglio bianco / inoperoso maggese a ritemprarsi / quando t’assale la paura della vecchiezza più della morte / e il pianto che non sgorga, non si vede / è silenzio di pietra. / Ma se improvviso sopraggiunge il canto / intenso bagliore splendido di luce / feconda è l’ora / e chiaro il giorno della festa» (Giorno di festa). La caducità del tempo che ci è dato in sorte, intesa in senso etimologico dall’Autrice, ovvero dal latino ‘caducus’ - cadere, che è destinato ad avere breve durata, la avvolge come sudario, soprattutto nei giorni di festa,  ma esiste un modo per sentir cantare l’anima, per sollevarci al di sopra delle barriere della vita materiale: cedere alla verticalità.  Il viaggio spirituale, che si può compiere in ogni momento, consente l’accettazione del ritorno della luce nei nostri cuori.

La Poetessa, lirica dopo lirica, trascina nelle spirali del suo disincanto, dei suoi dubbi e delle sue vivide, altissime illuminazioni, e rende consapevoli che la Poesia rappresenta un mezzo di comunicazione superbo e ‘terapeutico’, come ella stessa recita. Io non conosco Enza Sanna, ma attraverso i suoi versi ho seguito il ritmo dolce e profondo di un’arpa celtica, lo strumento che possiede le sonorità adatte a instaurare un dialogo tra chi suona e chi ascolta, e ho avuto la meravigliosa sensazione di percepire i ritmi di corporeità, le tensioni, la postura, il timbro vocale, la gestualità e la mimica di questa Musicista della parola. Mi è sembrato addirittura di vederla passeggiare nei luoghi che le sono cari, in quella Genova che sa unire più di molte altre città il passato, il presente e il futuro, crocevia di culture e di popoli fin dall’antichità. Sento di essere nel vero, la fusione d’anime si è compiuta: «…/ Frammenti di nubi vagano nel cielo / avanzi di abiti dismessi / che non oscuran i muretti a secco / della mia terra / né i morbidi profili dei colli / sui borghi raccolti. / Avara è la natura dei suoi doni / ma negli orti domina il carciofo / guerriero antico, / il pallido limone / raggio di sole convertito in frutto, / l’asparago turrito in carnosi germogli / dolce e selvaggio in uno. / Immersa in questa realtà vivo il mio tempo, / compagni la solitudine e il silenzio / quasi vertigine dinanzi all’abisso / mentre sulla pagina bianca gioca la parola / ora reale ora d’invenzione, / musicalità che segna tempo e spazio dell’assenza / a colmare il vuoto con effetti sonori d’armonia / nell’attesa di un’immancabile presenza» (L’immancabile presenza). La lirica ricorda le Odi nerudiane, per la capacità della Nostra di mostrare religioso rispetto e di descrivere liricamente attraverso metafore o frasi immaginifiche i frutti del creato.  Non si riscontrano nella Sanna toni elegiaci rivolti  alla natura, che è definita ‘avara’, simile all’esistenza, nello svuotarsi dell’amore. ‘La solitudine e il silenzio’ sono le note salienti di questo cantico, ma anche la lirica citata contiene la rivelazione nel titolo e nella chiusa. L’immancabile è un aggettivo femminile, e non può che riferirsi alla Fede, immenso eterno vagito del nostro tempo, morso di un’Eva che ha lasciato il giardino per risiedere in ogni eden che sappia accogliere la certezza di un Dio teso a credere in noi… nonostante quel morso.

Tra le vertigini metafisiche, le visioni, il senso della perdita, non mancano i punti fermi, comuni a tutti, ma sempre nel segno della Fede, il dono gratuito di Dio, che chiede l’umiltà e il coraggio di fidarsi e affidarsi. «…/ Ma la famiglia d’origine è per sempre / non ti lascia mai nel tuo cammino / è parte di te, rivive nei gesti e nei pensieri / è assenza fisica mutata in spirituale presenza /…» (La perdita e l’assenza). Gli amori non ci lasciano, si spostano in un’altra dimensione sensoriale, vegliano sui giorni e sulle storie, seduti ‘nella stanza accanto’, per dirla con Sant’Agostino, divengono angeli del nostro breve tragitto terreno. Il mare, compagno di vita della Sanna, eterno sogno di realizzare la libertà dell’impossibile, è presente in molte liriche, e scandisce proprio le assenze, che rendono gusci le conchiglie di ieri.

Tra i tantissimi versi dettati da ispirazione divina mi hanno indotto a intensa commozione quelli della lirica E tu non sai, che nella seconda parte recita: «…/ Al morir della luce il sentimento del tempo ti giunge / al lago del cuore, teso l’orecchio ai suoni della notte / impercettibili sospiri. / Da lungi una nenia struggente / che ha il fascino di un faro nella notte. / Il mio essere affido alla ruota del tempo / per strade che guidano al nulla. / Scava sempre la parola / nella miniera di significati altri / che, nell’infinitamente piccolo / spesso si cela l’infinitamente grande / e tu non sai». Sul pentagramma di Enza Sanna ricorre la volontà di trasformarsi in una rabdomante, che per stanare le impossibili certezze della vita è pronta a scavare anche nel vento con le note del suo canto. E attraverso la fisica ci riaccompagna sulla sponda della spiritualità. Macrocosmo e microcosmo coincidono nel mondo delle particelle elementari, un mondo che reclama naviganti pronti a cogliere il minimo segnale all’orizzonte, perché come sa ogni marinaio di vedetta, è proprio nell’impalpabile barlume che vacilla in lontananza la promessa della terraferma.

Una poetessa dalla cifra stilistica poderosa la Nostra, dotata di sensi ammaestrati per un mondo diverso da quello che conosciamo, e che è dono di pochi percepire. Ricca di voci che spesso non intende decifrare. Lontana da ogni schematismo, da effetti calcolati, tesa a scavare con lirismo e amore assoluti nel linguaggio. Le sue metafore, le assonanze, la musica che pervade ogni verso riportano al lido della grande Poesia del passato, che traccia la rotta di un giusto futuro lontano dalle sterili correnti avanguardiste. Sarò sognatrice, ma so che non porterei per sempre con me le poesie di quest’Artista se non avessi avuto l’onore di viaggiare sulle sue note con la sensazione di vederla, di viverla. E mi piace pensare di chiudere questa prefazione seduta accanto a Enza Sanna, di fronte al suo mare, mentre si compie, tramite «una pioggia di note sulla tastiera» (Terapia musicale), il miracolo dell’arco d’amore, ovvero di Un ponte arcobaleno: «… / Ma il ponte più bello, più prossimo al cuore / è all’infinito / quando la luce del sole, dopo il fortunale / scompone i colori nell’apparente trasparenza / d’una goccia di pioggia».

Maria Rizzi

 

 

L’AUTRICE

 

Poetessa, scrittrice, saggista, critico-letterario Enza Sanna è nata a Genova, dove vive, opera e ha svolto una lunga carriera di Docente di Lettere nella Scuola Media Superiore. Pluriaccademica, ha ottenuto molti Primi Premi Nazionali e Internazionali, partecipando più volte a numerosi Concorsi letterari. Tra la raccolte poetiche più recenti ricordiamo: Quando gemmano i pruni (2003), Amore di mamma (2004), Per vene d’acqua e di terra (2006), Gocce d’arcobaleno (2008), Viaggio nella parola (2009), Per segreti varchi (20109), Kaleidos (2012), Frammenti lirici… ai margini del viaggio (2014), Percorsi d’utopia (2017), Oltre la parola (2020).

 

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ALCYONE 2000, quaderni di poesia e di studi letterari

31 Ottobre 2022 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia, #saggi, #riviste, #riviste letterarie

 

 

 

 

ALCYONE 2000

Quaderni di poesia e di studi letterari, vol. 15, 2022

 

La composita pubblicazione che prendiamo in considerazione in questa sede costituisce un volume che per sua natura (anche per la presenza di contributi pittorici e scultorei riprodotti a colori) potrebbe essere considerato un ipertesto, per la commistione e l’interazione che si vengono a realizzare tra i suddetti contributi e i saggi di critica letteraria, le recensioni e le sillogi poetiche che racchiude.

La collana di quaderni di poesia e studi letterari “Alcyone 2000”, pubblicata da Guido Miano Editore, i cui volumi sono impaginati come una rivista, emerge nel panorama letterario italiano odierno per l’aspetto culturale come una delle più prestigiose pubblicazioni per l’importanza dei nomi dei critici letterari, dei poeti, nonché dei pittori e degli scultori che hanno firmato le parti letterarie e figurative, tutte connotate dal comune denominatore dell’incontrovertibile alta qualità, della bellezza e dell’intelligenza.

Nel tempo della pandemia che tutti stiamo vivendo, fenomeno tragico che ha provocato tra l’altro un aumento numerico dei poeti a causa delle chiusure e del dolore, nel mare magnum di una società postmoderna, globalizzata e consumistica, che vede la caduta dei valori e il prevalere della mentalità dell’avere su quella dell’essere, come già stigmatizzato dal filosofo e psicologo Erich Fromm negli anni ottanta del secolo scorso, ben vengano questi quaderni quasi come espressione del pensiero divergente anche perché cartacei non destinati solo a un limitato numero di cultori.

 

* * *

 

A livello esemplificativo, analizzando il volume 15 di “Alcyone 2000”, ci si sofferma su tre dei saggi che ritroviamo nella sezione dei “Contributi letterari”: quello di Ivo Lovetti intitolato Jean Guitton l’“eternità” in un istante, quello di Marco Zelioli, La “incontemporaneità” di Eugenio Corti scrittore cattolico più noto all’estero e quello di Ferdinando Banchini, Lugi Fallacara e il Francescanesimo.

Come scrive Lovetti, riguardo a Jean Guitton, il primo dei suddetti scritti L’infinito in fondo al cuore. Dialoghi su Dio e sulla fede, 1999, costruito come un libro intervista da Francesca Pini, giornalista del “Corriere della sera”, si può considerare il sorprendente, esauriente, per certi versi inatteso testamento spirituale del grande pensatore cristiano che ha attraversato quasi nella sua interezza il nostro secolo fino a diventarne un autorevole testimone e interprete. L’immagine che ne scaturisce è quella di un uomo eternamente giovane, sognatore che affermava che la vita gli sembrava fatta di sogni, alcuni dei quali sono notturni altri diurni, dotato di una grande libertà e originalità di pensiero, ma nello stesso tempo rispettoso dell’ortodossia cattolica, innamorato della vita nel dichiarare che va bene aspettare la felicità dopo la morte ma è ancora meglio godere adesso della felicità senza preoccuparsi di tutto quello che accadrà dopo la morte. Quando afferma il concetto di “eternità” in un istante Guitton pare rievocare l’assunto di Heidegger sull’attimo come feritoia atemporale dove il tempo si ferma e non è né passato né futuro ed è forse per sempre. In ogni caso attimo, istante e momento come categorie temporali non sono strettamente sinonimi e tra i tre termini esistono sottili differenze la cui spiegazione esauriente dal punto di vista filosofico sarebbe stato felice di darcela lo stesso Guitton se la sua interlocutrice nell’intervista gliela avesse chiesta. Guitton ha scritto anche il saggio Dio e la scienza nel quale come prova dell’esistenza di Dio il Nostro sostiene che la materia che costituisce le galassie, i pianeti e ogni cosa presente nell’universo è aggregata in maniera così precisa e perfetta che solo una mente ordinatrice teleologicamente poteva costituirla in questo modo con quella che viene chiamata Creazione.

Nel saggio La “incontemporaneità” di Eugenio Corti scrittore cattolico più noto all’estero che in patria di Marco Zelioli il critico scrive che tra i “casi letterari” del XX secolo senza dubbio uno dei più eclatanti è quello dello scrittore e saggista Eugenio Corti, di cui il 2021 è stato il centenario della nascita. Per quanto incredibile possa risultare a chiunque ne scorra il curriculum culturale, Eugenio Corti più che in Italia è noto all’estero, soprattutto in Francia (le sue opere sono state tradotte in francese, inglese, lituano, polacco, portoghese, romeno, russo, spagnolo ed anche giapponese). Esordì con I più non ritornano, 1947 insieme romanzo e cronaca della rovinosa ritirata dei soldati italiani dalla Russia nel 1942-1943. Il capolavoro di Eugenio Corti è senza dubbio Il cavallo rosso, 1983. Prodotto in oltre trenta edizioni e venduto in quasi quattrocentomila copie, è un romanzo di così ampio respiro da ricordare quelli dei Grandi della letteratura russa tra Ottocento e Novecento da Tolstoj a Dostoevskij a Solzeniciyn. Non per nulla, e soprattutto grazie a quest’opera, dopo aver ricevuto nel 2000 il “Premio internazionale al merito della cultura cattolica”, lo scrittore fu preposto per il Premio Nobel 2011 da un comitato spontaneo, sostenuto dalla Provincia di Monza e Brianza e dalla Regione Lombardia; una figura che il critico ha fatto bene a riattualizzare dopo la sua parziale rimozione dopo la sua morte e anche prima.

Nel saggio dedicato a Luigi Fallacara Ferdinando Banchini riporta le parole dello stesso Fallacara che affermava che il suo incontro con S. Francesco fu anche la scoperta del senso metafisico di ogni vera poesia, nell'apertura dell’amore per tutte le creature. L’incontro tra il Nostro e il santo avvenne ad Assisi dove visse tra il 1920 e il 1925. Ivi nel 1921 entrò nel terz’ordine e tradusse le confessioni di Angela da Foligno, mistica francescana del Duecento e soprattutto portò a compimento quella “storia di una crisi religiosa” che è il suo primo importante, duraturo libro di poesia Illuminazioni drammaticamente esemplato sul graduale iter mistico della grande seguace di San Francesco. Il libro successivo I firmamenti terrestri del 1929 presenta, in cinque lunghe poesie in ottave, episodi della vita di Francesco, commossa esaltazione di chi sentì contro il suo cuore, il cuore di Cristo che ricolma il mondo, di chi si fece «carne d’amore, carne di dolore / flutto approdato ai piedi del Signore». Nel ‘55 curò un’edizione delle Laude di Jacopone da Todi, altro grande francescano, diversissimo da Angela ma di lei non meno ardente.

 

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Passiamo ora ad un’altra sezione del vol. 15 di “Alcyone 2000”; il brano intitolato Itinerari di letteratura comparata: cieli ed epoche diversi uniti dalla poesia fa da introduzione ad una serie di saggi appunto di Letteratura Comparata, campo poco praticato nel panorama letterario nazionale contemporaneo. I raffronti, i confronti, i paragoni, le comparazioni tra autori di epoche e lingue diverse, non sono solo utili per allargare il nostro sguardo oltre quel provincialismo che spesso limita in modo angusto il nostro orizzonte culturale, ma addirittura bisogna che siano inevitabili e necessari se si vogliono comprendere gli influssi reciproci tra le varie correnti letterarie e capire a fondo quel sentire comune, quella comune sensibilità poetica e ideale che attraversa in modo osmotico gli autori europei, nell’esprimere un patrimonio di valori sul quale si fonda la vera civiltà umana: legandoli insieme sentiremo una voce unica a difesa e per i principi fondamentali sul quale si basano il nostro sistema di vita e la nostra cultura occidentale. Le comparazioni come linee di codice in un sistema di insiemi sottesi a un principio comune che vede nella parola scritta il suo fondamento comune a prescindere dai luoghi, dalle civiltà, dai costumi e dalle religioni di ogni singolo poeta, romanziere o saggista.

 

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Alcyone 2000” comprende anche una sezione dedicata a sillogi di poeti contemporanei; si analizzano a titolo esemplificativo due raccolte: quella di Guido Miano e quella di Renata Cagliari. In I colori dell’isola di Guido Miano predomina la linearità dell’incanto, lo stupore e la capacità della meraviglia per la bellezza inserita nel cronotopo sotto i cerchi limpidi del cielo. Come scrive Enzo Concardi queste liriche sono una dichiarazione d’amore per la natia terra siciliana: le radici, l’identità, la cultura, l’infanzia, il sogno e il successivo abbandono, il dolore, la lontananza, la memoria, la disillusione. Poetica tout-court neolirica e del sogno ad occhi aperti dalla quale trasuda uno sconfinato amore per la natura incarnato negli idilliaci paesaggi della natale isola percepita in una policromia di sensazioni che dai sensi raggiungono l’anima e il cuore del poeta. Una notevole ricerca e raffinatezza del lessico connota il poiein di Miano. La magia della parola diviene il precipitato di una cosciente sospensione che si lega a visionarietà e la natura stessa si fa a tratti numinosa e neoromantica più che neoclassica. In alcuni componimenti il poeta si fa interprete della metafora vegetale e l’infanzia pare collimare con il verde tenero delle piante stesso. Da notare che il poeta nomina con il nome preciso le specie vegetali (l’ulivo saraceno e il gelsomino bianco d’Arabia) come Seamus Heaney, premio Nobel irlandese. L’esattezza di una parola sapientemente dosata è esaltata nei componimenti sempre ben controllati e magistralmente risolti. È affrontato il tema del dolore in un componimento struggente in cui una cerva ferita è alla ricerca del suo piccolo e stabilmente si raggiunge una musicalità nei versi nei quali è presente un ritmo sincopato. Anche un’aurea di favola è presente quando il poeta mette in scena la sirenetta con la coda di delfino, creatura mitica e forse simbolo di bellezza, sirenetta che nuota nel mare che circonda la sua amatissima Sicilia. Si emerge con piacere dalla lettura di questi testi originali e carichi spesso di un arcano fascino.

Nella silloge Attimi di luce di Renata Cagliari nei versi colloquiali e affabulanti ritroviamo il senso e il tema dell’epica del quotidiano e della fiducia nell’amicizia nei passaggi in una poesia in cui l’io-poetante oppresso dal peso della vita va a casa dell’amica Flavia dove la vita stessa ritrova colore, forza e sorriso. Addirittura la casa diviene Paradiso come un rifugio incantato e in essa anche gli oggetti sembrano stagliarsi benevoli e quasi apotropaici, e si fanno correlativi della gioia e della sicurezza. La poetica espressa è neolirica e come scrive Michele Miano si tratta di una poesia intimista, dove la parola si carica d’immagini salvifiche. La luce entra nelle cose e nell’anima come dal titolo della silloge nel permearla e negli attimi il tempo pare fermarsi in un sicuro ottimismo che si manifesta in una vena ludica e giocosa così rara perché si percepisce che la felicità può esistere sia nel giorno che nella notte e che anche se è un fiore raro esiste anche l’amicizia della quale anche il Cristo ha parlato nei vangeli. Una vena sorgiva quella della poetessa di matrice neolirica che provoca emozione e stupore nel lettore e pare anche di intravedere in essa una connotazione vagamente minimalistica. Il senso del bene che viene detto con urgenza è presente, il bene che sconfigge il male e non è buonismo.  C’è anche un aspetto religioso in questa poetica e una poesia è dedicata al Natale e alle sue magiche atmosfere e un’altra a Marco del quale è detto che nella sua vita si è risollevato tante volte dalle tribolazioni e che ora con il suo serafico sorriso aiuta il prossimo a trovare pace e armonia ed è detto qui Dio che pare emanarsi dal sorriso dello stesso protagonista.

 

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Ci sarebbe da dire molto sulla collana di quaderni “Alcyone 2000” di Guido Miano Editore che richiederebbe un saggio per un’analisi di tutte le sue parti e non lo spazio di una recensione; la presente collana di studi letterari si configura come espressione di una raffinata cultura all’insegna della bellezza come esercizio di conoscenza.

Raffaele Piazza

 

 

 

Alcyone 2000 – Quaderni di Poesia e di Studi Letterari, n°15; Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 108, isbn 978-88-31497-83-1, mianoposta@gmail.com.

 

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Tre poesie di Bernardo Risino

10 Ottobre 2022 , Scritto da Bernartdo Risino Con tag #bernardo risino, #poesia

 

 

 
 
 
SOGGETTIVA
 

A Milano

le mattine d’estate sono fresche

nelle case assonnate;

fuori già ci si ubriaca

di sole e di smog.

Ogni giorno pare sempre lo stesso,

quasi fosse il metronomo a battere il tempo.

Si esce, si compra il giornale,

si beve caffè e si mangia una brioche:

è abitudine saggia,

l’organismo ha bisogno di forze.

Siamo contenti all’inizio del giorno,

sorridiamo.

Nuvole veleggiano lente

in attesa di essere pioggia.

Poi, nel giorno,

riempiamo di vuote parole i minuti

e i minuti riempiono le ore

e così la fatica di vivere

si fa più pesante.

Il lavoro ci illude

e scherma ogni nostra paura.

Ci caliamo nel vortice scuro

di un abisso spietato.

Ci illudiamo.

In Sicilia

se ne stanno le genti a godersi la vita:

c’è chi mangia granite di mandorla

e chi legge il giornale

al profumo di un gelsomino

o di un aspro e perenne limone.

Ma nei campi assolati i braccianti

si spezzano la schiena e le ossa

per offrire ai mercati primizie.

Qualcuno, talvolta, se c’è un funerale

e il morto era giovane e sano,

di nascosto si tocca i coglioni.

A Noto, in Sicilia, il sole d’estate

è un maglio che schianta ogni forza

e il Corso una ruga nel tempo

che divide il paese in due parti.

A Noto quand’ero ragazzo

e sognavo Milano, dicevo:

“La gente è diversa,

son diversi i paesi e le case.

Sarà come su un altro pianeta.”

M’illudevo.

Siamo corpi in un fiume melmoso

che alla foce si sperde

nel mare infinito del nulla.

MIO PADRE

Mio padre era giovane quando il fato
ha estratto il suo numero a sorte.
Ero un ragazzo,
e la boria degli anni più verdi
frenava ogni forma di dialogo
confinando nel silenzio
ogni parola,
ogni gesto d’affetto.
Ricordo una volta, era giugno,
mi chiese di accompagnarlo
a comprare la frutta da un contadino.
Guidava con calma,
sentivo che voleva parlarmi.
Lasciammo la strada statale
per una trazzera:
ai lati muretti a secco e
alberi d’ulivo a perdita d’occhio.
A un tratto accostò all’ombra
di un solitario carrubo.
Io me ne stavo in silenzio:
l’estate pulsava tra campi assolati
e cicale impazzite.
Mio padre prese il pacchetto e
mi offrì una sigaretta.
“Non fumo,” mentii.
Con calma ritrasse la mano,
ne sfilò una, l’accese.
Fumava e taceva,
ogni tanto tossiva.
“C’è caldo,” gli dissi
per rompere il ghiaccio.
“Hai ragione,” mi fece
buttando fuori il suo fumo.
Sentivo lo sforzo
di dire parole concise,
per chiedere conto
del mio essere assente,
dei miei malumori,
dei colpi di testa.
Ma tacque.
Partimmo che il caldo pesava
sui nostri volti delusi.
Passarono mesi, lui se ne andò.
Io ero lontano e sono tornato
e l’ho visto sul letto
dove, giovane e forte,
aveva goduto.
Ho scrutato il suo volto di marmo
e vi ho colto come un’ombra,
una sorta di muto tormento
solo a me noto.
Non ho pianto
davanti ai parenti schierati.
Poi, di ritorno dal cimitero,
ho preso la macchina
e ho guidato verso la spiaggia
dove, quand’ero bambino,
mi aveva insegnato a nuotare.
Mi sono seduto e ho guardato
le placide onde del mare:
Il ritmo lento e ossessivo
ha sciolto quel grumo
che mi trascinavo da un pezzo 
come un peso segreto,
e i miei occhi si sono velati.
il pianto non era
che la percezione
di un vuoto che dilagava
in ogni mia parte sensibile,
un vuoto che il tempo ha domato,
che a volte ritorna,
e, quando si espande,
nonostante la mia vita abbia fatto il suo corso,
vorrei tornare a quegli anni
e stringere forte mio padre,
e parlargli.

LE DONNE DI TEHERAN

Marciano unite tenendosi per mano
urlando forte perché dia loro ascolto
chi esercita il potere con violenza,
chi si comporta da despota e tiranno.
Le donne di Teheran hanno capito
che è giunto il momento di volare,
di far sentire forte agli aguzzini
che i cuori sono stanchi di subire.
In un abbraccio che sa di libertà
percorrono un sentiero di dolore
che porterà a nuova dignità,
a progredire, a reclamare onore.
Le donne di Teheran prendono il volo
hanno capito che il potere è inerme,
che il loro gesto cambierà la storia,
che ogni dittatura ha una scadenza.
Gridano il nome di Amini Mahsa
uccisa solo perché dal velo nero
spuntava una ciocca di capelli,

oltraggio sommo per biechi assassini

L’hanno finita picchiandola a morte,
l’hanno finita a forza di botte,
senza sapere che da quella morte
migliaia di donne sarebbero risorte.

La polizia morale, ossimoro mortale,
pretende che ogni donna sia silente,
che viva occultata in vesti nere,
che ubbidisca senza tante storie.
In none di un Dio crudele e sadico,
incancreniti nel loro pregiudizio,
pensano che il corpo della donna
alimenti il peccato e spanda il vizio.

Che indossino l’hijab
che coprano le forme,
che viaggino mai sole,
che non ballino e non cantino
che non ridano in pubblico,
che siano ombre
nascoste nelle tenebre,
gridano i carcerieri
dietro le loro barbe nere.

Le donne di Teheran lottano in massa
con i capelli al vento quasi da aliene,
vogliono uscire dal nuovo Medioevo,
vogliono alfine spezzare le catene.

E mentre i cecchini sparano dai tetti

E uccidono persone come cacciagione
E mentre i cecchini sparano dai tetti
e uccidono persone come cacciagione,
urlano con voce roca al mondo intero
che nessuna di loro teme la morte
e hanno solo un gesto da mostrare:
bruciare il velo nero e poi danzare.

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