poesia
Rossella Abortivi, "Corrispondenze"
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Corrispondenze di Rossella Abortivi,
Guido Miano Editore, Milano 2023.
La poesia di Rossella Abortivi è essenzialmente di carattere esistenziale ed onirico allo stesso tempo, con un’alternanza fra realtà e sogno che mette in luce i chiaroscuri di una vita vissuta con ritmi bipolari, dunque tra riflessioni amare sulla condizione umana e momenti – a dire il vero più brevi – di riconciliazione con se stessa e la propria vicenda terrena. Corrispondenze è una raccolta lirica suddivisa in quattro parti: Nuvole, Epochè (termine della filosofia scettica e husserliana traslitterato dal greco antico, stante ad indicare la “sospensione del giudizio”), Vortici, Circuito, tuttavia unite fra di loro dalla medesima ispirazione tematica e da una particolare scelta formale che potrebbe richiamare talvolta lo sperimentalismo grafico dei Calligrammi di Guillaume Apollinaire (1880-1918), ovvero libertà dalla metrica tradizionale, eliminazione parziale della punteggiatura, scrittura sulla pagina delle parole formanti un disegno, un’immagine. Nel caso dell’autrice si possono intravedere forme poligonali (trapezi, rombi …) ed anche figure di vasi o calici: si tratta di una disposizione verticale che può attrarre il lettore per una certa eleganza percepibile dal colpo d’occhio da diverse distanze e inclinazioni.
La dialettica esistenziale incrociata con le immagini oniriche si traduce in un’altalena di stati d’animo, impressioni, ricapitolazioni, bilanci, considerazioni, aneliti … che trasformano la poetica da una perduta linearità ad acquisite metamorfosi e sublimazioni. Esse visitano gran parte delle creazioni della poetessa: richiamiamo qui le più emblematiche e paradigmatiche. In Azzurro è lampante l’oniricità evasiva, espressione dell’intenso desiderio di abbandonare la fatica del vivere per contemplare il mondo dall’alto di un paradiso etereo: «Vorrei entrare / nelle finestrelle del cielo / accucciarmi tra le nuvole / e dormire. //…// Potrei sciogliere / i duri lacci di terra / distendere i pensieri / e volare lontano. // Da lì esplorerei le vie / i sicuri campi di luce / le sconfinate albe / nel tempo». In Notte avviene già la discesa dalle nuvole per affrontare il dolore della vita annegando «nel mare delle mie lacrime», nella continua lotta per resistere: «La notte è scivolata come un olio / sul mio dolore muto … // Ed è una pesante montagna che accumulo: / quella dei miei sogni scomparsi…».
C’è poi la conseguente e logica presa di coscienza della fragilità e caducità dell’esistenza, dovuta sia alle esperienze di tale impronta vissute, sia alle meditazioni di tipo filosofico sull’essere effimero dell’individuo. La poetessa si paragona ad un’esile barchetta che affronta le burrasche del mare, ma che impavida continua a navigare (Io) ed afferma la provvisorietà dei «momenti che ci avvolgono» (Corrispondenze). Ma su questa precisa tematica del virgiliano “tempus fugit” e del biblico “memento mori”, contrapposti alla latina “spes ultima dea” e al neo-testamentario “Christos anesti”, le liriche più immaginifiche ed esaurienti si rivelano Cosmo, Amnesia, Astri.
In tali testi Rossella Abortivi realizza compiutamente quelle metamorfosi e sublimazioni di cui si parlava in precedenza: il processo di trasformazione parte dal negativo, pur esistente, per raggiungere il positivo e l’armonia che man mano si scoprono con stupore e meraviglia. E ciò avviene con grazia ed eleganza formale, sorrette da scenari di ampio respiro e cadenze cristalline. Nella vita - dice la poetessa - vi sono spine, sangue, lacrime, singulti profondi, triste pianto e «… spesso manca il cinguettio dell’anima. // Però, da lontano a volte perviene / una tenue melodia / un soffio gentile che si insinua nell’anima…» (Cosmo) e tutto inizia a cambiare: ci fermiamo per ascoltare e gustare la vita su onde diverse, e siamo riconoscenti al tempo che ci fa esistere; in noi subentrano stati di pace e contemplazione: «…Placati gli affanni, / lasciati i laceri abiti del viandante / ci sentiamo parte del Tutto…» (ibid.). E diventiamo come «…il vento che percorre la terra / nel segno di ogni vita rinnovata / dove l’occhio riluce di perle / incastonate nelle speranze» (ibid.).
Poi la memoria ci inganna con vuoti e assenze, punti ignoti sui quali possiamo solo fantasticare, senza più ritrovare un vero legame col nostro passato. È tale la condizione che ci assegna «il solitario tempo di noi mortali» (Astri). Con Vedute e Stella si ritorna a vagheggiare altri mondi, con immagini esemplari e simboliche di aneliti metafisici e universali: «…La mia testa immersa / nella Via Lattea», o anche: «La mia poltrona è una stella. / Rotea nello spazio / mentre io / osservo quieta dalla mia sede…». Diverse tonalità ancora mutano il registro delle visioni terrene ed ultraterrene, che assumono colorazioni più forti e terminali: osservando un nero corteo con destinazione cimiteriale, la poetessa elabora un pensiero sul chi siamo e dove andiamo di chiara matrice religiosa: «…La vita resta / un sussurro / tra le labbra di Dio» (Funerale). E, in sintonia con la tematica del destino, ecco apparire Sentiero, in cui l’impronta dantesca e la visionarietà delle cantiche della Commedia sono tutt’uno: vi albergano la vetta del monte da salire (la salvezza), le anime vocianti dell’oltretomba (i dannati), la felicità del cammino verso la meta (la dritta via), l’ostacolo della fiera ringhiante (il peccato) … finché ella, con un salto temporale - raggiunge una sorta di Eden dove è immersa in «un cielo di luce» e lì si compie il suo destino.
Tuttavia - come si diceva - a confermare la poetica dei contrasti e dei contrari, Rossella Abortivi ci riporta, verso l’epilogo di Corrispondenze, ad alcune raffigurazioni e rappresentazioni segnate dal pessimismo e dall’abbandono della speranza. Così è in Dubbi: «Cosa rimane dei mille / doni della vita? / Solo un senso di / perdute occasioni / cocciute cecità / e implacabili rotaie / a dirigere un cammino / mai squarciato dal suono / di tenerezze appagate». Così è, ancor di più, in Quel luogo, lirica che forse richiama la sua esperienza di carcerazione ingiusta: l’uso dell’anafora estesa su tre versi: «In quel luogo desolato / lontano dall’amore / -sì, l’ho visto- /…» rende maggiormente drammatica la sua narrazione (nella terza reiterazione «posto arido» sostituisce «luogo desolato», mentre nella quarta diviene «posto lunare»). Qui la sofferenza, il tormento e la solitudine assumono diversi volti: l’essere rannicchiata sotto travi di cemento tra pietre appuntite; fissare il vuoto della dimora nell’aria pesante; la desolazione delle grigie pareti di cemento; sentire il nulla tra quelle rovine. Unico conforto: il calore delle gambe contro il cuore. Fisicità e psichicità sono dolenti all’unisono.
Sicuramente il trauma di quella carcerazione, dovuta ad un errore, ha lasciato il segno nella vita nella poetessa. In questo libro ne troviamo traccia nella poesia dal titolo Nebbia: «Nelle mie giornate di nebbia / c’è il calore del cuore / stretto nella morsa del passato di / sbarre pungenti / nere / pesanti». Ed anche in Dopo, con la faticosa ripresa della normalità per assaporare di nuovo il gusto della libertà, il ritrovato amore per il cosmo. Potremmo far rientrare in questa problematica personalissima anche l’incipit del libro, costituito solo da sei vocaboli, ognuno dei quali ha le singole lettere seguite da un puntino, spezzandole così con una simbolica separazione: «i. g.i.o.r.n.i. / f.i.t.t.a. / p.o.l.v.e.r.e. / s.u.l. / v.i.s.o» (Febbraio). Un’esegesi di ciò potrebbe condurre a pensare che le parole frante (aspetto estetico) significhino una vita lacerata appunto dall’esperienza patita, poi accentuata dal testo (aspetto contenutistico). Un’interpretazione più estesa ci condurrebbe invece ad attribuire tale ‘tecnica’ alla visione generale dell’esistenza. Si tratterebbe comunque, sia nell’uno che nell’altro caso, di un messaggio ‘subliminale’ indirizzato al lettore.
Oltre a tutto quanto già analizzato, si riescono ad individuare altri spunti interessanti in Corrispondenze, come, ad esempio, l’amore per la musica classica, testimoniato dalla composizione Concerto di primavera, dedicato a quattro musicisti: Rossini (versi giocosi come la musica di Gioacchino); Martucci (un preferito da Toscanini, richiamo d’immagini del mare); Debussy (paesaggi deserti); M. De Falla (inseguimenti d’amore nei ritmi per l’autore de La danza del fuoco). Oppure come la felicità espressa in Gravidanza, che si diffonde nell’ambiente circostante, come se ci fosse un’osmosi di sentimenti e sensazioni: «… La felicità … / offre visione incantata delle cose / che si dilatano oltre lo spazio / luminose e accoglienti. // Vi indugio / grata alla Natura / che sa contenere / nel suo morbido guanciale / la certezza di futuro / inesausto». O ancora come l’unione in amore, che è simile ad un laccio che stringe e mette in comunione gli amanti, e il noi diventa sinonimo di libertà ed energia cosmica (Laccio).
Infine, questo forte desiderio di ricomposizione, armonizzazione, medicazione, che prorompe qua e là nei testi di Rossella Abortivi accanto alle lacerazioni e ferite dell’esistenza, diviene un compito assegnato all’arte poetica: un «…filo che unisce / l’intimo di ogni essere…» (pace interiore); un «…filo che unisce / le persone a guardarsi con amore…» (senso dell’altro); un filo che unisce l’umanità al di là di ogni differenza di qualsiasi genere (La poesia). La scrittura non è quindi “l’arte per l’arte”, cioè fine a se stessa, come in talune visioni avanzate in epoca contemporanea, ma assolve ad un’importante funzione etica e sociale.
Enzo Concardi
Rossella Abortivi, Corrispondenze, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 68, isbn 979-12-81351-07-3, mianoposta@gmail.com.
Il discorso lirico di Daurija Campana
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Daurija Campana
SOLA TRA MEMORIA E DOLORE
Le poesie di cui consta la silloge Sola tra memoria e dolore, recentemente pubblicata dalla Casa Editrice Guido Miano, scandiscono i temi fondamentali e le prevalenti soluzioni formali-stilistiche di una ricerca artistico-letteraria rigorosa e coerente, che copre all’incirca un arco cronologico decennale, da La casa di paglia (2013) a L’ultima campana (2021). Al fine dell’impostazione di un’analisi critica inizierei con il porre in risalto la forza caratterizzante del motivo vitalistico, che sovente assume nei testi il tratto specifico dell’amor vitae («…Del nostro stupore / il mondo era degno, / i sassi sembravano chiari diamanti, / la nostra capanna parea un castello, / ed ogni bottone una medaglia… //…// O era la bella estate di allora, / la speme di bimbo, senza bisogni, / che coglie la vita come il più bel fiore?», La casa di paglia), e viene ulteriormente precisandosi come amore della terra, con tutta la serie di correlazioni naturistico-descrittive, con un corpus di spunti studiatamente celebrativi della grande civiltà contadina, rappresentata nella freschezza coinvolgente, nell’autenticità corroborante rese anche mediante le sequenze enumerative: «Sopra le chiare colline di grano / che bionde ondeggiano al soffio del vento / qui, oggi, io ho scoperto la vita: / era vestita di fiori di pesco // che cinguettavano mesti lontano / portavano al cuore un bel sentimento / come d’eterna gioia infinita / di un respirare umido e fresco // di fronde, di erba, d’acqua e di zolle / di coccinelle e farfalle nell’aria…» (La vita, corsivi miei, come sempre in seguito); «…Avremmo ancor / vissuto tra i canti degli usignoli / in pace … tra le onde del mare e ricordi lenti / che si dissolvevano all’orizzonte? / Avremmo ancor respirato, sentito, / toccato, annusato, mangiato, visto? / O la vita si sarebbe spenta lì?» (Guerra).
Nell’àmbito di tale ethos rurale, nel contesto di questa schiettezza agreste si creano profondi rapporti affettivi, legami sentimentali saldissimi che costituiscono la trama sostanziale e irrinunciabile dell’esistenza: « “…E quando l’aria fresca di settembre, / dolce la pelle d’oro accarezza, / non resta che l’aratro preparare / e raffinar le secche e dure zolle. / E bella è la terra anche a novembre, / quando è lavorata e non più grezza / pronta per il grano seminare, / o quando l’inverno la rende molle. //…// Chi mi darà la mano in questo mondo, / quando mi troverò davanti a Dio?” / ti stringo forte e d’impulso rispondo: “Babbo, vedrai che te la stringerò io!”...» (La mano del padre).
Tuttavia il quid proprium dell’elaborazione estetico-culturale di Daurija Campana consiste nella sofferta sottolineatura della precarietà delle condizioni ideali ed emotive della felicità, della facile, dolorosa disgregazione di quelle relazioni preziose sotto l’azione inesorabilmente distruttiva del tempo: «… E scorre il tempo tra le dita / e non te ne accorgi? / Non rimane che il solco / e la ferita che sanguina nel cuore. / Niente è; nulla sarà più. / Senza di te, neppure l’azzurro pare sereno; / è solo uno dei tanti colori, / senza scopo né senso, / che illudono l’attesa senza consolare, / senza riempire, senza essere veri…» (Novembre).
Da ciò deriva quel tono di triste, sommessa elegia che pervade i versi, non schermata e tanto meno risolta dalla tenace inclinazione memoriale: «Avrei voluto che fossi rimasto / fino alla fine della partita / ma il tempo agisce spesso in contrasto / e te ne sei andato pieno di vita //…// Prosegue ora lento il gioco del calcio, / tutto è scandito con ritmi lontani / di quei ricordi rivivo uno stralcio, / vorrei stringere forte le mani // ma l’arbitro fischia, la palla cade, / tu chiudi gli occhi ed inizi a dormire, / dormon le stelle e dormon le strade / e la mia gioia inizia a finire…» (La partita).
Il linguaggio dell’autrice è lessicalmente medio e sintatticamente agile ed essenziale, pur rivelando accuratezza di esecuzione e notevole equilibrio, nel ricorso a qualche arcaismo («…Eppure ancora io credevo / parole di bimbi lontani / con desiri da realizzare…», Non i sogni ma le persone), alla rima («Settembre: acre profumo di mosto. / Vorrei cogliere fichi al solito posto / e guardar la strada dalla collina / mentre l’inverno, lento si avvicina…», Settembre), all’anastrofe («Pennello che accarezzi la mia tela, / sinuosa traccia dalla mano stanca / quello che io vedo tu rivela / colore imprimi sulla parte bianca…», Colori), all’enjambement («Ti ho perso, sai? Tra le lacrime / uggiose del meriggio / ho lasciato che solo la mente / mia migrasse lontano…», Novembre, op. cit.); all’eleganza dell’espressione poetica corrisponde quella della composizione pittorica, la quale si affida a un disegno vigoroso e a intense “macchie” cromatiche, che evidenziano, su uno sfondo solitamente sfumato e semplicemente accennato, una figura principale, ora soltanto evocata e non realisticamente riprodotta (v. l’olio su tela Mio padre, ove la persona è non casualmente ritratta di spalle), ora più dettagliatamente delineata con esattezza pensosa (v. Ryder affamato e Autoritratto-Come Artemisia).
Floriano Romboli
Daurija Campana, Sola tra memoria e dolore, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 80, isbn 979-12-81351-05-9, mianoposta@gmail.com.
Ilaria Petriglia, "Baratri tiburtini"
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“Cala queste ceneri e cerca tra l'universo, raccogli polvere di stelle per me” così scrive Ilaria Petriglia nel suo Baratri tiburtini (L'Erudita, 2022 pp. 58 € 16.00). La sua opera poetica è un significativo esordio, una affascinante esposizione di contenuti esistenziali, una efficace raccolta di versi, espressi nel contesto discordante e divergente dei sentimenti umani. Ilaria Petriglia riproduce un incantevole scenario in cui l'umanità dipinge la propria prospettiva d'identità attraverso l'evocazione di un paesaggio autentico, accoglie l'invito della natura a preservare la bellezza della città di Tivoli. La poesia restituisce l'ispirazione visiva nelle immagini celebrative del meraviglioso anfiteatro Colli Aniene, luogo di infinita suggestione e spirito del mondo. La poesia di Ilaria Petriglia riferisce l'incastro del tempo nelle riflessioni sensibili, dichiara le proprie esperienze vissute con la consapevolezza della percezione del precipizio emotivo, trasmette la resistenza elegiaca a ogni proiezione interiore, oltrepassa il concetto ostile dell'abisso, interpreta l'intuitiva capacità di valutare e possedere la materia della redenzione morale. Baratri tiburtini varca l'accentuata e inevitabile instabilità della condizione umana, incrocia la desolazione della fragilità, incoraggia a sostenere le difficoltà e a coltivare la cura. Descrive la validità del riscatto, illustra l'estensione delle certezze, spiega la volontà di risvegliare il carattere umano per ravvivare l'inclinazione della congiunzione relazionale. La parola poetica eleva una intonazione profonda in un'intesa con l'ordine naturale delle cose, con l'equilibrio empatico delle sensazioni, contro un'attualità danneggiata dalla sostanza vertiginosa e tortuosa della solitudine. I versi di Ilaria Petriglia ricompongono la superficie dell'inchiostro, oltrepassano l'elemento scritto e trasmettono la libertà salvifica del pensiero, plasmano la finalità di dare voce ai sentimenti dell'io poetico, accostano l'immediatezza letteraria del linguaggio alla persuasiva densità della sincerità, dilatano la luminosità di una liturgia, valorizzata nella forma dell'unità distintiva delle preghiere di vicinanza. Rivestono l'arte incisiva di ogni orizzonte, inseguono il traguardo delle possibilità, l'urgenza purificatrice per reagire all'assenza e al dolore. Ilaria Petriglia analizza la fragilità e il disorientamento degli uomini, profetizza lo specchio frammentario della propria drammaticità, consegna al lettore l'occasione per ascoltare il sussurro dell'anima, per trattenere l'inafferrabile consistenza del cuore, dischiude il respiro della speranza. Declina la valutazione dell'amore in tutte le sue carismatiche e infinite sfaccettature, elogia l'esclusiva e protettiva dedizione nei confronti di persone, familiari, luoghi che sostano nella nostra memoria, coniuga la magia degli incontri, nel cammino della vita, con l'insistenza magnetica del ricordo, trasporta tra le pagine la ricchezza iniziatica dell'energia universale. Abbraccia la condivisione della generosità, include, all'incondizionato valore delle promesse, la gentilezza e la compassione dei desideri, accoglie, nella combinazione del bene, la saggezza delle direzioni. Tratteggia il disegno del destino, conduce il soffio vitale nel territorio privato della coscienza, ritrae il chiarore dell'amorevolezza nella benevolenza della misura affettiva e ci insegna a mostrarci per quello che siamo.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
Baratri tiburtini
Le parole caddero in silenzio
da una nuvola,
nei baratri tiburtini.
I pensieri desiderati si fecero spazio
in una teca trasparente
agganciati in due punti:
il cuore e la mente.
Proprio lì
tra una lama
e delle parole calandrate dal tempo
trovarono finalmente il loro interstizio.
(X) Il valore assoluto
Ho bisogno di me.
Di me che sto bene.
Di me che sto bene con me.
Forse allora potrò stare con te.
E amare per davvero l'indecifrabile.
Trabocco
Insieme siamo l'ago
di quel trabocco
quei bracci protesi sul fiume
e ancorati alla roccia.
Autunno
Guardar(si)
con lo stesso obiettivo di una foglia
accartocciata
e cercare oltre.
Avvolger(si)
tra le foglie indurite e
braccheggiare altrove
le lamine che mutano la propria sostanza,
dirigersi lì, lontano dall'essenza.
Lì in fondo c'è il dove.
C'è cosa.
C'è casa.
Due imperfette equivalenze
Stiro i miei panni sbuffati
tutte le sere e li consegno a te
afferro i sogni tra le pieghe sgualcite
mi illudo di essere illesa
e mi do a te
anche se la mia mente
ogni tanto sgattaiola altrove,
sto venendo – via
pronuncio parole vuote e stupide
rimango abbracciata a questi precipizi aerei
li contengo
intanto che il mondo ruzzola
come volontà e rappresentazione
spiaccicata sul primo gradino della nostra casa;
ritorno all'essenziale: io meno te.
Ho sete
di nuovi spazi ed eccessi
di cattive abitudini:
Silvia Marzano, "Voci"
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Voci
Silvia Marzano,
Guido Miano Editore, Milano 2023.
Voci è l’ultima fatica letteraria di Silvia Marzano, poetessa laureata in Filosofia teoretica con una tesi su Jaspers e che, oltre a diverse sillogi poetiche, vanta una decina di pubblicazioni a carattere filosofico. Già nella precedente raccolta dal titolo Liriche scelte, nella sua piú autentica ispirazione erano apparse componenti intuitive, irrazionali, misteriche, emotive e sentimentali tali da avvicinarla ad una sensibilità di tipo pascoliano, superando tuttavia il pianto interiore proprio del poeta romagnolo, acquisendo poi un linguaggio tendente a forme ermetiche, fino a sviluppare in ultima istanza uno stile personale assai levigato e trasparente, senza mutuare dall’intellettualità filosofica concetti astratti, ma creando immagini suggestive, accostamenti analogici, oggettualità e fantasie, inserendo bagliori di significati con molta levità e trasparenza.
Cosí avevo scritto - tra l’altro - nella prefazione alle Liriche scelte, e ciò devo confermare dopo aver letto le Voci, dunque continuazione ideale ed estetica del volume precedente. Sulla poetica dell’autrice esiste un approfondito saggio critico di Gabriella Veschi (Sogno e realtà nelle liriche di Silvia Marzano tra Leopardi e Pascoli) di cui mi piace ricordare qui alcuni brevi passaggi per indicare una comunanza di vedute sull’esegesi testuale. Il primo impatto è entusiasmante: «…Sin da subito improvvise epifanie, baluginare di ricordi, profluvi di emozioni e di percezioni sensoriali catturano il lettore, trascinandolo nell’inarrestabile vortice della creazione…». Poi, le annotazioni stilistiche mettono in risalto la perfetta consonanza tra lessico e messaggio: «…L’autrice non rifugge da un prezioso e raffinato linguaggio di derivazione classica, ma nello stesso tempo la carica dirompente ed innovativa evoca atmosfere ricche di suggestione e di pathos, messo in evidenza dalla leggerezza e dalla musicalità del verso…». Infine si passa a referenze culturali importanti: «…Le liriche di Silvia Marzano interagiscono con molti dei testi degli autori del sistema letterario italiano, da Dante a Petrarca a Leopardi e a Pascoli...».
E per ascoltare un’altra opinione critica sulla poetessa, mi sembra interessante e molto centrato questo lacerto di Marvi del Pozzo: «... L’Estetica della caducità trova in lei le parole piú evanescenti e cristalline per portarci all’Alto e all’Altrove e, col rasserenamento che ne consegue, il lettore intuisce, nel dono della parola poetica, piú di una traccia dell’invisibile e dell’eterno...». Ed è proprio allacciandoci a questa considerazione che ci introduciamo nei testi delle Voci, visitando quella lirica fondamentale e paradigmatica della raccolta che è Cosmo infinito, vero e assoluto inno al Creato e all’Altro. Qui le classiche dimensioni dell’infinitamente grande e dell’infinitamente piccolo trovano accoglienza, all’interno di una visione “cosmocentrica” piuttosto che “antropocentrica”, ponendo quindi il rapporto Uomo-Natura tutto sbilanciato verso quest’ultima, non riconoscendo alla specie umana la signoria sull’Universo, come ad esempio nella prospettiva rinascimentale. Infinitamente grande significa che il Cosmo è oltre ogni misura, non misurato, non misurabile e in ciò risiede parte del suo fascino, della sua attrattiva, del suo mistero: esso è in continua espansione e trasformazione. La poetessa coglie tali aspetti con versi lirici di un mosaico luminoso e metafisico: «Sublime bellezza, / luci iridescenti, spirali, / arcobaleni, sprazzi, / galassie, / al di là del visibile / e di un invisibile sperato /…/ Morte e vita, rinascite, / in miliardi di anni, / piú che tempi e piú che spazi…» (Cosmo infinito). L’infinitamente piccolo è il microcosmo umano, granello di sabbia nell’immensità dell’universo; la sua vita è un infinitesimo di secondo nell’eternità del tempo; la sua presenza sul pianeta un’estrema periferia delle galassie: «…E noi piccoli umani / terrestri, / non un centro / ma un punto soltanto / immersi in mutamenti / nell’infinito / all’infinito…» (ibid.).
È evidente che in tale visione la condizione umana vive l’effimero, la fralezza, la caducità, la provvisorietà, l’inconsistenza di ogni costruzione e progetto ed anche in tale frangente la poetessa trae le immagini, per simboleggiare il nostro essere transitorio, da similitudini con la natura, come in questo paragone: «…Noi punto di svolta, / anime / fragili come erbe di campo...» (ibid.). Ma entra sulla scena una voce che penetra la nostra interiorità e che decisa ci spinge ad ascoltare piú profondamente la dimensione dell’orizzontalità (le realtà relazionali terrene) e la prospettiva della verticalità (il rapporto con il Divino): «…voce di un Silenzio / forse mai stato presente, / che pure continuamente / ci illumina, / ci parla, scuote, spiazza, / ci chiama, / verso il mondo, verso altri, / verso Altro» (ibid.).
Sintesi e reiterazione dei motivi di Cosmo infinito è la breve lirica Voci, incipitaria della raccolta, a cui dà anche il titolo, e che vale la pena citare interamente per il suo raffinato lessico, nonché per il suo incedere mormorato e quasi esoterico: «Voci sorgive / oscillanti, / un canto fuggevole / remoto. / Un fremito / attraverso il linguaggio / nel bianco fra le parole. / Voci dell’anima, / un sussurro inudibile. / Eppure un dire / sommesso, impalpabile. / Un suono del pensiero / un’eco di Nulla». In particolare gli ultimi due versi contengono due sinestesie analogiche, dove la seconda annulla la prima come immagine di contrasto.
Il cammino di Silvia Marzano nello svelarci altre dimensioni e altri mondi prosegue con Polvere cosmica sul tema del nostro essere, delle nostre origini, della luce «di cui portiamo il sigillo»: qui i termini, che sottintendono concetti, si fanno sempre piú prossimi alla presenza di Dio come «il Padre delle luci», che spiega la nostra scaturigine nella dimensione religiosa. Il riverbero di tutta questa luminosità cosmica ed interiore si fa realtà, ovviamente, anche nella vita della poetessa, fino al punto di immaginare nomi come Esther («nome di stella») o Chiara («nome di luce») da attribuire ad una figlia ipotetica.
In un tale contesto non poteva mancare la voce della poesia, nel fornire il suo contributo, con l’invito e l’esortazione a tutti noi ad alzare gli occhi al cielo: cosí la musa svolge il ruolo prezioso per allargare gli orizzonti umani, per educare a realizzare i sogni, per accendere le passioni (Come le stelle in cielo). La poetica cosmica dell’autrice trascina poi con sé immagini e suggestioni in modo piú classico e tradizionale: la candida e misteriosa luna che, nonostante il progresso scientifico, resterà pur sempre amica dei giovani innamorati; l’incontro con un capriolo nel bosco, il quale suscita in lei sentimenti di appartenenza alla stessa natura; ancora luci di luna che rasserenano l’animo intristito dei solitari; il melograno, simbolo dei colori rossi del sangue e della passione in terra iberica; le stelle della notte di San Lorenzo nella memoria del passato nell’ombraluce di una betulla; i colori delle stagioni dipinti negli haiku posti nell’ultima parte di Voci: i glicini primaverili con le siepi di biancospino, i tigli e i gelsomini estivi, il foliage autunnale rosso-cinabro su cui cade una pioggia benedetta, la neve dell’inverno tra cieli di Van Gogh e riverberi di luce.
Voci accoglie altri vari motivi, ai quali si può soltanto accennare, a conclusione di questa prefazione: la musica del Tannhäuser, la musica ebraica e mistica (Klezmer e Sephirot), le sensazioni davanti a un quadro di Ben Jelloun, la nuova guerra scatenata in Ucraina, la serenità di fronte alla malattia (Di notte. All’ospedale), la sua anima lieve, oniricità e storia immaginando un castello settecentesco. E… i Fiori dell’anima, simboli di umanità: «Fiori dell’anima / sono le parole amiche / se quando hai bisogno / di conforto / ti cercano, ti parlano / e si riaccende la speranza».
Enzo Concardi
Silvia Marzano, Voci, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 76, isbn 979-12-81351-09-7, mianoposta@gmail.com.
#immaginieparole : Turkimera
Turkimera
"Un occhio di Allah per te, uno per lei".
Una tartaruga di pietra, una con gli occhi blu.
Un punto sul foglio con tante frecce che s’irraggiano,
che vorrebbero espandersi, che pulsano un ritorno
d’amore su di sé.
Il bisogno è così grande che non si può colmare,
come un grande lago salato, amaro, refrattario,
che si asciuga da solo per farsi del male.
Una paura infantile, dilagante, dilatata.
Vorrei baciare ad uno ad uno tutti i fiori blu
della tua camicia
e la tua mano che mi rialza (allegra)
dal tappeto della moschea.
I baci al telefono mi stridono nelle orecchie.
Vorrei perdermi nel muezzin delle cinque a Santa Sofia
Nell’attesa delle navi che passano il Bosforo.
Immagine di Walter Fest, poesia di Patrizia Poli
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#immaginieparole : Sotto la cenere
Sotto la cenere
Ti ho lavato
dove tu lavavi me
ti ho lavato
dove ora io lavo i bambini
che non ti piacciono
che non capisci.
Ti ho imboccato
con la bava
e la lingua
di traverso.
Farfugliare esasperato
Rabbioso
occhi come lampi d’impotenza
anche tu diventi figlia
anche tu ritorni figlia
il mio niente si fa paura
il primo fremito di un dolore ritrovato
che c’era
che c’è
Immagine di Walter Fest, poesia di Patrizia Poli
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#immaginieparole : Cuore di uomo
Cuore di uomo
Mano lieve sulla porta
sorriso imbarazzato.
Come tutti i piccoli uomini
cammini sulle punte
in un’angosciata simpatia
che sprizza triste dagli occhi umidi
di cane malizioso.
Un fremito di nervi incontrollato
contro l’allegria degli occhi
e il sommo della bocca
a contrastare il moto di anni
che scendono giù
dove non ci sarà più fremito
né occhi, né bocca
dove il mio amore ti cercherà
sfondando le barriere fra i mondi.
Succhia col palato
i sapori della terra
pane, vino e odori di donna.
Pedina della dama, carta, tg2,
figura degli scacchi, mago Zurlì
così io ti vedo.
Brucio di gelosia fuori di te.
Ma se pungessi
con le mie maledette antenne
il tuo concreto cuore di uomo
forse non troverei quello che cerco.
Immagine di Walter Fest, poesia di Patrizia Poli
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#immaginieparole : Non sei morto e io sto così
Non sei morto e io sto così
Non sei morto e io sto così
respiro nella mia paura
sopporto quello che non si può sopportare.
Nella tua stanza c’è chi è convinto di essere a casa,
e ogni giorno crede di passeggiare sul lungomare
e descrive le onde, piccole e chiare.
Pensavo dov’è la nostra vita
dove siamo noi
dov’è tutto quello che avevamo
che ci spettava,
da qualche parte ci devi essere ancora
forse in cielo, su una stella.
Mi manchi in casa, fuori, in ogni gesto.
Eri come un padre, ora sei mio figlio
Sei un pezzo di me anche se non lo ricordi più.
C’è una mano dietro tutto questo, c’è una regia,
ci deve essere un senso, una malignità, un destino cattivo.
Però oggi ti ho visto ridere, era la tua espressione, erano i tuoi occhi.
Immagine di Walter Fest, poesia di Patrizia Poli
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#immaginieparole : Memorie
Memorie
Un salacchino per pranzo
mentre fai gramigna
ISOLA
a casa ti aspetta
il bastone di tuo padre
la promessa di lasciarti
senza un soldo
e dar tutto ai tuoi fratelli.
Meglio seguire
le signorine
a servizio giù in città
col vento di libeccio
e i gabbiani.
Bello
le ghette e i baffi
t’innamora e ti sposa
tuo marito
ti porta con sé
al numero uno
portiera di ebrei
ricchi corallai.
Alle dame sorride
non ha voglia di lavorare
ma è una pasta d’uomo
e i tuoi tre figli devi crescerli da sola.
Ti afferra la caviglia
quando la passione
esplode
ma tu dici no
e i gatti miagolano in soffitta.
IDA
bella e altera
il passo lungo e fiero
le mani di fata alacre
cuci i tuoi merletti
ragazza di Rosachiara
quando arrivano le signore
posa il lavoro
e corri a spogliarti
le spalle nude negli stanzoni ghiacci
la povera biancheria dimessa
le dita bucate dall’ago
sei più bella di loro
più bella di tutte
in quegli abiti che
non saranno mai tuoi
ma indossi come una regina.
Ti vogliono i figli dei notai
degli avvocati
al gran ballo per l’inizio del novecento
e nasce l’amore segreto
proibito
di cui non ci parlavi
e che ancora ti faceva
luccicare di pianto gli occhi
nascosto
negato
diviso dalle convenzioni
perché ognuno deve stare al suo posto
e i gatti miagolano sulle scale.
ADA
morettina svelta
figlia minore
madre di mia madre
onda di capelli sulle ventitré
occhi di carbone
caratterino aspro
così simile al mio
moglie di camerata
madre di piccola italiana.
Sotto le bombe
sul carro
col gatto in collo
risoluta e forte
tu scricciolo
dalla pelle bianca
e dal profilo delicato
energica e battagliera
a tener testa a quel tuo marito
con gli occhi di mio fratello.
Mi hai insegnato
la misura
molto più di LEI
mi hai cresciuto
amandomi
forse più di quanto
tu abbia amato LEI
e i gatti dormono
sul mio divano.
“Un’epopea di gesti quotidiani, di volti familiari che ci riconsegna il tempo, quella evocata da Patrizia Poli: il registro chiaro e colloquiale di un lavoro onesto che si impegna in una costruzione minimale del verso, una versificazione dai toni domestici ma mai dimessi, un dettato lirico fatto di eleganza sussurrata e di corrusca tenerezza, quasi a suggerirci che la poesia più intima e felice è quella che si coglie nel miagolìo dei gatti su in soffitta o nel sorriso ingenuo e strafottente di un marito che non ha voglia di lavorare ma è una pasta d'uomo.
L’esigenza di rappresentare tessere apparentemente insignificanti di un divenire ordinario e mai privo di grazia, sembra essere la cifra prevalente della sua poesia, sebbene non ci sfugga che, nell’ordito placido e sereno di questo componimento così sincero e narrativo, fa capolino, in maniera seppur solo accennata, con ritrosia dissimulata ad arte, qualche tratto malinconico e nostalgico che, d’altronde, si coglie già nell’immagine iniziale, poetica e frugale ad un tempo, dell’aringa affumicata e messa sotto sale, la memoria, che mentre si disfa e si consuma, si fa più appetitosa e saporita.
Proprio il contrasto tra la delicatezza del ritratto o del ricordo e il rassegnato recupero di affilate schegge di rimpianto, rappresenta la nota più evidente di questa prova interessante, soprattutto in quanto il suddetto contrasto si consuma lungi da qualsivoglia idealizzazione dell’altrieri, in una dimensione in cui, piuttosto che il malessere, scorgiamo un afflato tenero e sincero verso la personale matrice identitaria, verso una terreno gravido di voci e sentimenti.” (Vera Vasques)
Immagine di Walter Fest, poesia di Patrizia Poli
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#immaginieparole : "Soffioni" e "Fiordalisi e papaveri"
Soffioni
Impalpabili infiorescenze di sambuco
soavi di luce e di bellezza fragili,
anche a voi la vita sfugge
s’incrina la bianca filigrana
in vite altre, piccoli semi in sboccio
nell’aria a fil di vento
sbirichinando nevicano
negli angoli riposti della via
senza più pensiero del domani.
Non rimarrà di voi che un sogno
inseguito dallo sguardo languido
e scabro lo stelo in terra.
Fiordalisi e papaveri
Torneranno i campi di grano a sussurrare,
a litigare fiordalisi e papaveri
per uno sbocco d’aria
tra le spighe arse dal sole di luglio
e i piedi a spaccare le dita sulle zolle aride
nei campi distesi sotto la bella Dormiente
La fiamma di rosso al tramonto
il campanile avvolge da lontano
le cime con esso gareggiano
già nascoste dalla tenebra lenta.
Insonne la notte al caldo trafitto
da grilli e cicale, gracida il rospo
e la rana nel rigagnolo verde
di acqua e di bianche ninfee.
Un gufo gli occhi spalanca
guardiano del faro notturno
alla luna che in cielo
argentea più delle stelle.
Immagine di Walter Fest, poesie di Adriana Pedicini
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