poesia
#immaginieparole : Turkimera
Turkimera
"Un occhio di Allah per te, uno per lei".
Una tartaruga di pietra, una con gli occhi blu.
Un punto sul foglio con tante frecce che s’irraggiano,
che vorrebbero espandersi, che pulsano un ritorno
d’amore su di sé.
Il bisogno è così grande che non si può colmare,
come un grande lago salato, amaro, refrattario,
che si asciuga da solo per farsi del male.
Una paura infantile, dilagante, dilatata.
Vorrei baciare ad uno ad uno tutti i fiori blu
della tua camicia
e la tua mano che mi rialza (allegra)
dal tappeto della moschea.
I baci al telefono mi stridono nelle orecchie.
Vorrei perdermi nel muezzin delle cinque a Santa Sofia
Nell’attesa delle navi che passano il Bosforo.
Immagine di Walter Fest, poesia di Patrizia Poli
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#immaginieparole : Sotto la cenere
Sotto la cenere
Ti ho lavato
dove tu lavavi me
ti ho lavato
dove ora io lavo i bambini
che non ti piacciono
che non capisci.
Ti ho imboccato
con la bava
e la lingua
di traverso.
Farfugliare esasperato
Rabbioso
occhi come lampi d’impotenza
anche tu diventi figlia
anche tu ritorni figlia
il mio niente si fa paura
il primo fremito di un dolore ritrovato
che c’era
che c’è
Immagine di Walter Fest, poesia di Patrizia Poli
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#immaginieparole : Cuore di uomo
Cuore di uomo
Mano lieve sulla porta
sorriso imbarazzato.
Come tutti i piccoli uomini
cammini sulle punte
in un’angosciata simpatia
che sprizza triste dagli occhi umidi
di cane malizioso.
Un fremito di nervi incontrollato
contro l’allegria degli occhi
e il sommo della bocca
a contrastare il moto di anni
che scendono giù
dove non ci sarà più fremito
né occhi, né bocca
dove il mio amore ti cercherà
sfondando le barriere fra i mondi.
Succhia col palato
i sapori della terra
pane, vino e odori di donna.
Pedina della dama, carta, tg2,
figura degli scacchi, mago Zurlì
così io ti vedo.
Brucio di gelosia fuori di te.
Ma se pungessi
con le mie maledette antenne
il tuo concreto cuore di uomo
forse non troverei quello che cerco.
Immagine di Walter Fest, poesia di Patrizia Poli
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#immaginieparole : Non sei morto e io sto così
Non sei morto e io sto così
Non sei morto e io sto così
respiro nella mia paura
sopporto quello che non si può sopportare.
Nella tua stanza c’è chi è convinto di essere a casa,
e ogni giorno crede di passeggiare sul lungomare
e descrive le onde, piccole e chiare.
Pensavo dov’è la nostra vita
dove siamo noi
dov’è tutto quello che avevamo
che ci spettava,
da qualche parte ci devi essere ancora
forse in cielo, su una stella.
Mi manchi in casa, fuori, in ogni gesto.
Eri come un padre, ora sei mio figlio
Sei un pezzo di me anche se non lo ricordi più.
C’è una mano dietro tutto questo, c’è una regia,
ci deve essere un senso, una malignità, un destino cattivo.
Però oggi ti ho visto ridere, era la tua espressione, erano i tuoi occhi.
Immagine di Walter Fest, poesia di Patrizia Poli
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#immaginieparole : Memorie
Memorie
Un salacchino per pranzo
mentre fai gramigna
ISOLA
a casa ti aspetta
il bastone di tuo padre
la promessa di lasciarti
senza un soldo
e dar tutto ai tuoi fratelli.
Meglio seguire
le signorine
a servizio giù in città
col vento di libeccio
e i gabbiani.
Bello
le ghette e i baffi
t’innamora e ti sposa
tuo marito
ti porta con sé
al numero uno
portiera di ebrei
ricchi corallai.
Alle dame sorride
non ha voglia di lavorare
ma è una pasta d’uomo
e i tuoi tre figli devi crescerli da sola.
Ti afferra la caviglia
quando la passione
esplode
ma tu dici no
e i gatti miagolano in soffitta.
IDA
bella e altera
il passo lungo e fiero
le mani di fata alacre
cuci i tuoi merletti
ragazza di Rosachiara
quando arrivano le signore
posa il lavoro
e corri a spogliarti
le spalle nude negli stanzoni ghiacci
la povera biancheria dimessa
le dita bucate dall’ago
sei più bella di loro
più bella di tutte
in quegli abiti che
non saranno mai tuoi
ma indossi come una regina.
Ti vogliono i figli dei notai
degli avvocati
al gran ballo per l’inizio del novecento
e nasce l’amore segreto
proibito
di cui non ci parlavi
e che ancora ti faceva
luccicare di pianto gli occhi
nascosto
negato
diviso dalle convenzioni
perché ognuno deve stare al suo posto
e i gatti miagolano sulle scale.
ADA
morettina svelta
figlia minore
madre di mia madre
onda di capelli sulle ventitré
occhi di carbone
caratterino aspro
così simile al mio
moglie di camerata
madre di piccola italiana.
Sotto le bombe
sul carro
col gatto in collo
risoluta e forte
tu scricciolo
dalla pelle bianca
e dal profilo delicato
energica e battagliera
a tener testa a quel tuo marito
con gli occhi di mio fratello.
Mi hai insegnato
la misura
molto più di LEI
mi hai cresciuto
amandomi
forse più di quanto
tu abbia amato LEI
e i gatti dormono
sul mio divano.
“Un’epopea di gesti quotidiani, di volti familiari che ci riconsegna il tempo, quella evocata da Patrizia Poli: il registro chiaro e colloquiale di un lavoro onesto che si impegna in una costruzione minimale del verso, una versificazione dai toni domestici ma mai dimessi, un dettato lirico fatto di eleganza sussurrata e di corrusca tenerezza, quasi a suggerirci che la poesia più intima e felice è quella che si coglie nel miagolìo dei gatti su in soffitta o nel sorriso ingenuo e strafottente di un marito che non ha voglia di lavorare ma è una pasta d'uomo.
L’esigenza di rappresentare tessere apparentemente insignificanti di un divenire ordinario e mai privo di grazia, sembra essere la cifra prevalente della sua poesia, sebbene non ci sfugga che, nell’ordito placido e sereno di questo componimento così sincero e narrativo, fa capolino, in maniera seppur solo accennata, con ritrosia dissimulata ad arte, qualche tratto malinconico e nostalgico che, d’altronde, si coglie già nell’immagine iniziale, poetica e frugale ad un tempo, dell’aringa affumicata e messa sotto sale, la memoria, che mentre si disfa e si consuma, si fa più appetitosa e saporita.
Proprio il contrasto tra la delicatezza del ritratto o del ricordo e il rassegnato recupero di affilate schegge di rimpianto, rappresenta la nota più evidente di questa prova interessante, soprattutto in quanto il suddetto contrasto si consuma lungi da qualsivoglia idealizzazione dell’altrieri, in una dimensione in cui, piuttosto che il malessere, scorgiamo un afflato tenero e sincero verso la personale matrice identitaria, verso una terreno gravido di voci e sentimenti.” (Vera Vasques)
Immagine di Walter Fest, poesia di Patrizia Poli
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#immaginieparole : "Soffioni" e "Fiordalisi e papaveri"
Soffioni
Impalpabili infiorescenze di sambuco
soavi di luce e di bellezza fragili,
anche a voi la vita sfugge
s’incrina la bianca filigrana
in vite altre, piccoli semi in sboccio
nell’aria a fil di vento
sbirichinando nevicano
negli angoli riposti della via
senza più pensiero del domani.
Non rimarrà di voi che un sogno
inseguito dallo sguardo languido
e scabro lo stelo in terra.
Fiordalisi e papaveri
Torneranno i campi di grano a sussurrare,
a litigare fiordalisi e papaveri
per uno sbocco d’aria
tra le spighe arse dal sole di luglio
e i piedi a spaccare le dita sulle zolle aride
nei campi distesi sotto la bella Dormiente
La fiamma di rosso al tramonto
il campanile avvolge da lontano
le cime con esso gareggiano
già nascoste dalla tenebra lenta.
Insonne la notte al caldo trafitto
da grilli e cicale, gracida il rospo
e la rana nel rigagnolo verde
di acqua e di bianche ninfee.
Un gufo gli occhi spalanca
guardiano del faro notturno
alla luna che in cielo
argentea più delle stelle.
Immagine di Walter Fest, poesie di Adriana Pedicini
Giuseppe Bertòn "Danza con me"
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DANZA CON ME – DANCE WITH ME di GIUSEPPE BERTÒN
“Danza con me – Dance with me” di Giuseppe Bertòn, con prefazione di Floriano Romboli e traduzione in inglese di Luisa Randon, Guido Miano Editore, Milano 2023.
Ritengo che a chi legge con attenzione le poesie che Giuseppe Bertòn raccoglie in questa silloge non sfugga l’importanza del ricorso da parte dell’autore alla tecnica formale-compositiva dell’iterazione lessicale e sintagmatica: «Nella notte, profonda d’oriente, / nel respiro della notte, / tra gli alberi d’oriente, Dionisio sogna. // Poi si accende, / sulla terra della Grecia, / sul mare dolce della Grecia…» (La notte, corsivi miei, come sempre in seguito); «Nella stazione del treno, / ho visto un homeless / passare. / Sporco, derelitto, perduto. // Poi la polizia lo ha trascinato fuori, / mentre sporco, derelitto, perduto, / passava nella stazione del treno. Nella vita…» (Homeless); «Quasi Natale, si sente freddo. / Ma forse non fa così freddo, / solo non siamo abituati ancora…» (Il mercato di Natale); «… Mille anni dopo, / ho sentito un poeta dire le tue parole, / leggiadre e incantevoli. // Mille anni dopo, / ho sentito un musicante cantare il tuo canto, / ho sentito una ragazza respirare il tuo respiro. // Mille anni dopo, / gli stessi palpiti nel petto…» (Mille anni).
Tale opzione stilistica – corroborata e avvalorata in aggiunta dalla predilezione dell’anafora («In fondo alla strada / In fondo alla sera / In fondo a quando ti penso sempre / In fondo ai tuoi pensieri / In fondo a quando non ho pace / In fondo a una luce che si accende…», In un sospiro; «Abbiamo visto il sole / scendere sui tuoi occhi / (…) / Abbiamo visto la tua anima, / vestita di tristezza, / (…) / Abbiamo visto i tuoi fratelli / come schiavi…», Fratello) – mi sembra indizio chiaro di una spiccata inclinazione analitica, di un abito criticamente indagatore, di una vocazione alla ricerca circostanziata intorno ai problemi dell’esistenza, che alla considerazione dello scrittore appare ad un tempo affascinante e misteriosa, fatta di fremiti vitalistici e di abbandoni deprimenti, contrassegnata da esaltazioni e da scoramenti: «…Forse tessevi la tela, / incantevole ragazza, mentre il sole / si spandeva sul mare, e su te. // Forse palpitavi nel petto, / ed Eros che scioglie le membra / ti assillava la notte, // ed eri soggiogata dal desiderio e dagli affanni angosciosi. / (…) / E supplicavi Afrodite, / (…) / E la chiamavi, perché / aggiogando un carro d’oro venisse, / per liberarti dai tormentosi affanni. // Un dolore antico, quasi nascosto, / nelle radici della vita, nei tuoi occhi profondi, / attraversa ancora il nostro sguardo…» (Mille anni, cit.); «Una volta ho scritto una poesia, / mentre attraversavo distese di pietre e sassi, / con l’anima sconfitta. // Una volta ho scritto una poesia, / mentre camminavo sulla neve e sul ghiaccio, / con l’anima in fiamme…» (Una volta ho scritto una poesia).
L’esperienza generale del vivere e la sua particolarizzazione individuale-personale risultano inoltre scandite da sollecitazioni dinamiche, da intimi movimenti, e da esigenze di quiete spirituale, da pause meditative: la compresenza contrastiva è resa attraverso un disegno di correlazioni antitetiche, a partire da quella primaria di “luce” e “buio”: «Il faro, sopra il mare, sulle onde. / Sulle onde tormentate della mia anima, / che cerca un posto dove riposare. // Questa sera il mare è meraviglioso e terribile / e scende l’oscurità, su noi, su tutto, / ad abbracciare il nostro dolore. // Mentre siamo sospesi, / sull’abisso di noi stessi. / Così irreale, così vero. // Il faro, sopra l’anima, / una piccola luce nella notte inquieta, / sull’angoscia che attraversa la pelle. // Il faro, luce fioca, ancora lontana, / forse ci condurrà / in un porto tranquillo» (Il faro).
Il libro comprende peraltro una lirica molto bella, Il treno e il pioppo, ove tale fondamentale opposizione conosce l’emblematicità di una densa e felice rappresentazione metaforica. Come il poeta medesimo suggerisce, il treno è il moto incessante, la “spinta” partecipe ed esplorativa, lietamente sfidante, nella rapida orizzontalità, le tenebre enigmatiche del mondo; il pioppo, nella verticalità pensosa e lungimirante, nella salda stabilità del suo legame con la terra, raffigura invece la “controspinta” del rallentamento riflessivo: «Lui passava sulla sera, / colorata di magia. / Sulla notte colorata di mistero. // Correva verso la montagna, / ancora troppo lontana, / così poteva pensare. // Lui stava così, alto, con le sue foglie / un po’ colorate d’oro, un po’ stanche. / Così poteva guardare lontano…».
Nondimeno le situazioni antinomiche si elidono proprio in conseguenza della loro radicalità, a favore della condizione intellettuale-morale del bambino, con cui si verifica l’identificazione piena dell’autore perché questa è senz’altro significativa dello stato psicologico ordinario di ognuno: «… Lui era piccolo, e guardandoli, / gli pareva troppo veloce, / gli pareva troppo alto. / (…) / Il bambino giocava sotto il pioppo alto, / e guardava il treno una meraviglia. / E rideva, e non capiva. // Coi suoi occhi colorati di luce. / Con una foglia caduta sui suoi occhi, / colorati di luce».
Congruente con esso si rivela quindi la metafora della “strada”, lungo la quale l’uomo comune – e quindi lo scrittore – cammina ogni giorno, un passo dietro l’altro, «tra il nulla e l’infinito» (v. i componimenti Il vestito leggero e Danza con me), ma entro limiti spazio-temporali circoscritti, ben definiti: «Mississipi moonwalk sotto French Quarter, scaldare le gambe. / Poi, una strada, usciva non so dove. Correvo non so dove. / Strade di asfalto rotto e case di colori…» (Black on black 55.49, New Orleans); «Forse la vita si muove / per sentieri tortuosi ed incerti. / Forse la vita si muove / attraverso passaggi invisibili…» (Sul tavolo da gioco); «…ed il sogno / è diventato vero, / vero come un sorso d’acqua // quando corri sulla strada / sotto il sole / e non c’è acqua…» (Prima di dirti amore); «…Nebbia leggera in fondo alla strada. / Passi silenziosi in fondo a un raggio di luna. / Alle cinque della notte…» (Alle 5 della notte); «…Ed ora camminiamo sulla strada / bagnata dalla sera. / Mentre camminiamo, /sento che le parole non contano. / Oh le parole non contano, / quando camminiamo / nel riflesso incerto di una strada / bagnata dalla sera…» (In uno sguardo).
E la vita manifesta allora la propria intrinseca ambivalenza, divisa tra gioia e dolore («Il dolore paralizza il corpo / e affonda la mente. // Schiaccia la vita / e resetta il cervello. // Il dolore toglie la parola / e spegne la luce dagli occhi. / (…) / Oggi il cielo è azzurro fitto / e miracolosamente l’anima riprende vita. // Oggi è una bella giornata / e ho baciato il mio amore», Una bella giornata), insidiata dal tempo, fugace e distruttore: «Mi sono seduto, un momento, mille anni / in un giardino abbandonato. / Ed ho visto il nostro piccolo tempo, / appena uno sguardo, / appena un sorriso / (…) / E ci portò via, così veloce» (Il giardino abbandonato); ciò che importa è animarne e arricchirne gli attimi di autentica tensione sentimentale-affettiva: «Sentivo lo spazio ed il tempo modificarsi, // in qualche modo come la gravità modifica / lo spazio ed il tempo, intorno all’universo. // Dove lo spazio è diverso, dove il tempo è diverso. / Mentre guardavo il mio amore» (Un giorno).
Il discorso lirico di Giuseppe Bertòn è caratterizzato da grande linearità espressiva, da un’essenzialità che privilegia l’ordinamento paratattico, in un contesto strofico tendenzialmente arimico: l’uso della rima è talvolta presente con effetti di sobria eleganza: «…E le mani sull’uscio del cuore / a raccogliere gocce d’amore. // Ci baceremo ancora e ancora, / come se il cuore non conoscesse dolore, / finché una stella rimarrà / sul palcoscenico a danzare con noi» (Danza con me, cit.).
Anche l’impiego di altre figure retoriche, ad esempio la similitudine («Le luci si riflettono vaghe / sul finestrino del treno / e sui tuoi occhi // belli come gocce d’acqua / su prati d’erba, / fitti di colore rilucente…», Fili d’erba), o del procedimento metrico-ritmico dell’enjambement («… La mia anima piangeva nelle / piccole strade della vita…», Le strade); «… Quando Atthis è andata via / avevi un fazzoletto gocciolante / di lacrime, cadute nel mare. // Quando Cleis diletta ti ha portato / un fiore, tu hai pensato: vale / più di tutto il regno di Lidia. // Quando sul seno di una tenera / compagna hai appoggiato il viso, / il tuo cuore ha avuto ristoro…», Mille anni, cit.); «…Ho visto la tua anima, / si muoveva senza mai quiete ed il mondo / non poteva calmare il tormento…», Vincent) non comporta mai cadute nella freddezza della costruzione artificiosa; parimenti il riferimento a prestigiose auctoritates della tradizione artistico-letteraria, come il Leopardi del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, si dimostra riuscito nella sua interessante valenza esteticamente emulativa: «… Ma dimmi, incanto degli occhi, / come fai a stare lassù sospesa? / Per favore mi racconti un sogno? / Mi piace ascoltarti, // quando scende il silenzio / e pare tu voglia parlare con noi. / (…) / Ti ricordi il canto, / il canto del pastore errante dell’Asia / ed il dolore che usciva ad ogni suo passo, / sopra l’erba fresca di rugiada notturna. // Il poeta immenso / ha cantato di te, / perché sollevassi la sua pena, / perché gli sorridessi. // Ma lui ancora va con le sue greggi / per valli scoscese e campi e sassi, / con lo stesso dolore negli occhi…» (Alla luna).
Floriano Romboli
Giuseppe Bertòn, Danza con me – Dance with me, pref. Floriano Romboli, trad. in inglese di Luisa Randon, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 108, isbn 979-12-81351-06-6, mianoposta@gmail.com.
#immaginieparole : Terra smossa
Terra smossa
La terra si è mossa
Un buco nero di luce
Costi quel che costi
Anni di compromessi
Di aggiustamenti
Di doveri autoimposti
Ossessivi
Camminando verso la luce
Mi sfinisco
Le contraddizioni sono la mia ricchezza
Vivere qui, ora, adesso
Immagine di Walter Fest, poesia di Patrizia Poli
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#immaginieparole : Tempo inutile
Tempo inutile
Bambole
immobili
sguardo fisso
occhi incollati
fila di mummie
in cripte di cartone rosa
conigli neri di Pinocchio.
Ora su tutto
le luci dell’ikea
alogene
livide
ferme come cuori fermi
come anime serrate
e bocche cucite.
Non è più la foto
non sono gli oggetti
ma uguale il muso di topo sperso
la montatura delle lenti
anche in mezzo a tutta questa carta bianca
in mezzo ai rotoli
ai pacchi
sei tu
come allora
senza speranza
e senza più gioventù.
Ogni fiocco, ogni stella, ogni candela
ti dice quanto tempo è passato
inutile.
Immagine di Walter Fest, poesia di Patrizia Poli
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#immaginieparole : Raccogliendo pioggia
Raccogliendo pioggia
La fontana zampilla
il beagle tira il guinzaglio
sotto la panca ghiaccia
di piazzale Michelangelo
dove i coreani fotografano
la cupola di Brunelleschi
e l’urne de forti a Santa Croce
Non c’è altro
solo questo
Ma non vuoi andare
non vuoi lasciare
il pullman che arriva e riparte
l’aria umida
le ginestre
neppure la carta, la lattina, lo sterpo
nero e secco
il sole che continuerà a sgelare, a ripulire.
Quando anche un tremito freddo
ti scalderebbe
e persino il dolore
sarebbe meglio di niente
Immagine di Walter Fest, poesia di Patrizia Poli
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