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poesia

Daurija Campana, "Sola tra memoria e dolore"

11 Maggio 2023 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

SOLA TRA MEMORIA E DOLORE

di DAURIJA CAMPANA

 

 

 

 

Le poesie di questa raccolta sono in parte tratte da precedenti pubblicazioni dell’autrice e precisamente da La casa di paglia (2013) e da L’ultima campana (2021). Occorre tuttavia sottolineare che non si riscontra tra esse alcuna discontinuità di stile e motivi, nonostante si estendano nell’arco di una decina d’anni. La poetica di Daurija Campana affonda le radici più profonde in vissuti autobiografici intensi, appartenenti soprattutto alle dimensioni del sentimento, dell’amore, degli affetti familiari, dei luoghi dell’infanzia e della giovinezza, degli spessori memoriali che la legano ancora oggi nel presente alle stratificazioni e cristallizzazioni del passato: ciò perché gli eventi che hanno attraversato il suo cammino esistenziale, psicologico e morale sono stati laceranti, provocando ferite non ancora rimarginate.

Penso che si possa unire la sua ispirazione artistica al dolore provocato da tali perdite, distacchi, assenze, vuoti e tentativi, purtroppo vani, di scoprirne una ragione, un significato qualunque ma liberante. Ecco il motivo per cui penso anche - nel suo svolgersi letterario - al sorgere di una poetica del sentimento autentico, del dolore edificante, della memoria consolatrice che coinvolge e commuove, sia alla maniera leopardiana che pascoliana. Forse si potrebbe anche parlare d’una sorta di lirica apologetica della soggettività delle emozioni personali, ma, beninteso, non sotto forma di vittimismo - come nel tardo romanticismo - bensì di limpido calore umano, accorata partecipazione, tenerezza e delicatezza espressive. Numerose sono infatti le composizioni dedicate al padre, alla persona amata o, meglio, al loro ricordo ravvivato sulle pagine scritte, prorompenti da una comunione con l’essere, l’appartenenza, l’identità mai cancellate o rimosse dalla sua volontà di coltivare per sempre il loro culto.

L’invito della poetessa ad entrare nel suo mondo interiore si può trasformare, per il lettore, non solo in un’empatia verso la dolorosa vicenda biografica, ma anche in una sorta di viaggio educativo, tale poiché i valori umani che emergono sono nella società odierna così bistrattati, calpestati, recisi, che riscoprirli e recuperarli significherebbe arricchire sé stessi e la propria umanità, ritrovarsi cioè in una realtà che pensavamo scomparsa. Nel contempo i testi poetici della raccolta conferiscono altresì alla scrittura una sua funzione positiva, non l’unica ovviamente, ovvero quella di mettere l’individuo contemporaneo di fronte a una scelta di civiltà: che tipo di relazioni si vogliono costruire per dare un volto e dei contenuti al vivere comune.

Le forme, le movenze metriche, i ritmi, le scansioni, il linguaggio comunicativo, le metafore, le sinestesie - in altre parole l’estetica e lo stile - favoriscono certamente la finalità anzidetta: si tratta in gran parte di un dire dalle costruzioni classiche, che tengono in vita le strofe e i versi chiari, riposanti e immaginifici, di un’espressività diretta proveniente dal cuore e dal bisogno di speranza. La poetessa si ‘confessa’ attraverso libere associazioni, senza vincoli cronologici prestabiliti, senza preoccupazioni tematiche, senza avventurarsi nei territori labirintici della psiche: si affida ai suoi stati d’animo e mette a nudo ciò che sente, ciò che l’angoscia, ciò che vive. Seguendola nei suoi percorsi vedremo il dipanarsi di un’anima bella e di un grande amore per la vita. Sola tra memoria e dolore è un testo che si gioca in gran parte sul contrasto assenza-presenza di chi non c’è più: assenza fisica, corporale ma presenza spirituale, memoriale. È sempre e comunque una condizione esistenziale di dolore che non trova vie d’uscita. La incontriamo, esemplificando, nella lirica Il bosco, dedicata al padre, dove l’infanzia è allo stesso tempo ammantata da dolci ricordi e infranta, perché «…Tu non ci sei, mi manca la tua mano / che conduceva ogni mio passo lontano…».

Nei versi delle cinque quartine de La partenza, che descrive il congedo straziante del padre in un freddo ospedale con toni di crudo realismo associato a sentimenti di filiale pietas umana: «…Non era coraggio ma solo amore / dovevo essere forte perché lo volevi / ma dentro l’angoscia stringeva il cuore / ormai sapevo che non rimanevi…». Nelle due strofe di Giovinezza, dove la poetessa chiede perdono alla sua ‘età più bella’ ed esprime un dubbio: «…Non so se ti ho perso quel giorno lontano / in cui dentro il cuore morì la speranza / o quando stringendoti forte la mano / rimasi da sola dentro la stanza…».

Nelle quattro quartine di Assenza, in cui l’ossimoro assenza-presenza sostiene la lirica attraverso immagini di realtà esterne che cercano di occultarlo: la nebbia, la casa fredda e vuota, una nuvola nera, tant’è vero che il tempo è rimasto sospeso: «…Il tempo è un insieme di attimi spezzati / talvolta lenti, talvolta troppo veloci, / che assai spesso la mente non può riordinare … / … ed io bambina ti aspetto ancor per giocare!».

La incontriamo ancora nelle rimembranze dell’amore franto, dell’amore perduto: lacerazione affettiva che diviene un’altra cifra fondamentale della poetica dell’autrice. Così è in Destino, rievocazione della nascita di un amore e di un incontro luminoso, che tuttavia ebbe un epilogo di desolazione: «…Ma cadono anche i petali dai fiori / cerco nella mia anima il tuo respiro / e non trovo che infiniti silenzi / e parole che il vento ha cancellato…». In Fredda estate, dai versi angosciati e intrisi di pianto per l’assenza dell’amore: «…Sto cadendo in un pozzo senza fondo, / in una palude dove sprofondo…». In Settembre e Novembre, liriche che, accanto agli accenti ancora lancinanti, accolgono anche parole che paiono di pacata rassegnazione: «…La tua anima ora riposa in pace /…/ ricordo quando eravamo vicini / e guardavamo il tramonto del sole. / Quante risate e quante parole…»; «…Ti aspetto ancora tra le zolle brune, / convinta che lì, / ci riabbracceremo…». E in Eppure è notte, il cui finale possiamo considerare una sorta di summa dei rimpianti e della presa di coscienza della realtà presente: «…Avrei voluto conservare ogni istante / ma la lancetta si è spostata / troppo in fretta. / E tu, non sei più qui, con me...».

La memoria è un altro grande contenitore nel quale l’ispirazione della Campana trova e colloca numerosi tasselli di un mosaico ampio e variegato, tant’è vero che penso si possa parlare anche in questo caso di una poetica apologetica della ricerca del tempo perduto. Nelle ottave della lirica La mano del padre, Daurija apre le virgolette e immagina i discorsi del padre prima della morte: egli ricorda la giovinezza con l’odore della terra; i campi amati e il variare delle stagioni; madre natura coltivata dal contadino; l’aratro che prepara le zolle; la fatica e il sudore del lavoro; ed incontrerà la sua terra anche dopo il congedo da questo mondo. L’ultima strofa invece è una quartina ed è significativa dell’amore filiale: «…“Chi mi darà la mano in questo mondo, / quando mi troverò davanti a Dio?”, / Ti stringo forte e d’impulso rispondo: / “Babbo, vedrai che te la stringerò io!”…».

I ricordi dei giochi d’infanzia sono immortalati nella poesia La casa di paglia, con i sogni e gli aneliti tipici dell’età più bella. Anche i Natali, dopo le perdite affettive, trascorrono tristi e la desolata realtà presente s’intreccia con le nostalgie del passato: il presepe, la Messa di mezzanotte, i canti di Gesù Redentore, le luci, le renne e le statue di porcellana, ma soprattutto quell’atmosfera familiare che faceva tanto bene al cuore, quand’eravamo «la nonna, tu ed io». Ma ora: «…Forse a Natale c’è ancora qualcuno / che può sorridere, che può sognare, / che può toccare le stelle e le renne // ma senza di te, questo a che vale?» (Natale). Anche la composizione Il lago - pregevole per l’intreccio di diversi livelli temporali e sentimentali - percorre i sentieri della memoria mediante la formula letteraria del dialogo tra l’autrice e lo specchio d’acqua che si trasforma in un alter-ego di tutte le sue problematiche esistenziali e delle difficoltà connesse: «… Da allora quanti anni sono trascorsi? / Troppi, senza di lui, e troppo pochi / per lenire in qualche modo il dolore / che turba dentro come una tempesta…».

In tale contesto di disagio dell’essere e del vivere, in tale status sofferente dell’anima, in tale vissuto quotidiano assillato e assillante, senza pace interiore, Daurija Campana trova nella poesia una musa consolatrice che le consente processi di abreazione - se non di catarsi liberatrice - per scoprire al suo fianco una compagna di vita di alto livello spirituale. Ciò avviene nello stesso atto della scrittura - per molti poeti le lettere sono divenute addirittura ragioni di vita - soprattutto dentro quegli aspetti che fioriscono nelle dimensioni oniriche, nelle quali il sogno compensa le delusioni e le illusioni della realtà. Così avviene pure attraverso il dialogo con la natura: emblematicamente, nella Passeggiata lungo il fiume, gli affanni cessano, i pensieri preoccupati svaniscono e la poetessa s’incanta di fronte alla ghiandaia o allo scoiattolino nero, davanti all’airone o alla garzetta o al merlo. Palliativi che tuttavia rendono possibili strade di uscita dal tunnel, se percorse con costanza.

Questo passaggio verso i territori della speranza sembra tuttavia non ancora prossimo, se proprio nell’ultima composizione della raccolta, la poetessa esprime sentimenti più vicini alla rinuncia: «…Accetterò che questo sole vuoto / si spenga completamente dentro di me, / trascinando la mia sete di vita / e tutti i miei sogni e le mie passioni... // Per chi lottare? Per chi resistere? / Chi è il nemico e quali i valori? / Quale amore è più grande della resa? / Non ho più gambe per camminare…». Potrebbe essere la pittura il viatico per nuovi cieli e nuovi mondi? Nelle ultime pagine del libro l’Editore ha infatti pubblicato le immagini di alcuni suoi dipinti, tra cui spicca Mio padre, un olio su tela che lo raffigura nel lavoro dei campi, alla guida di un trattore, cioè mentre è immedesimato nel pieno della civiltà contadina, a contatto con la sua terra.

Enzo Concardi

 

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L’AUTRICE

Daurija Campana, nata a Meldola (Forlì), si è laureata con lode in Lettere Moderne presso l’Università degli studi di Bologna. Poetessa e pittrice, vive ed insegna a Cesena. Fin da bambina si è dilettata a scrivere e a dipingere. Ha pubblicato le raccolte di poesie La casa di paglia (2013), L’ultima campana (2021) e il saggio Gli ebrei a Forlì tra il XIV e il XVI secolo (2013).

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Daurija Campana, Sola tra memoria e dolore, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 80, isbn 979-12-81351-05-9, mianoposta@gmail.com.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Sergio Camellini, "Opera Omnia"

7 Maggio 2023 , Scritto da Maria Elena Mignosi Picone Con tag #maria elena mignosi picone, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Sergio Camellini

 

OPERA OMNIA

II edizione

 

 

«Uomo, / dove sei?» si chiede accorato il poeta Sergio Camellini constatando come la Sinfonia della vita, l’armonia, sia venuta meno da quando si innalzano da parte degli uomini più muri che ponti. L’indifferenza, la freddezza, l’ingiustizia dilagano e il poeta sente imperiosa l’esigenza di un vento salutare e non distruttivo, «il vento dell’amore». Amore che restituisca l’armonia del vivere e che sia gentilezza, tenerezza, rispetto. Nella poesia L’amore è fanciullo osserva: «Amore, /… / mi identifico / in te. // Nella spontaneità… // Nella semplicità… // Nella gentilezza». Il contrario è un’offesa alla dignità, e «C’è - afferma sempre qui il poeta - fame di dignità». Perciò ammonisce ne Il linguaggio della semplicità: «Rammenta, amica mia, /…/ Evita da subito /…/ quel fare superbo / privo d’umanità. // Scendi dal piedistallo». Bisogna mettere il cuore in ogni gesto altrimenti ad esempio lo scorrere della mano sulla guancia «…non puoi dirla carezza. // Devi… scioglierti nei sentimenti…» (Non puoi dirla carezza). Ed è nei gesti d’amore che si manifesta la devozione. In Davvero è Pasqua così afferma: «La gioia di un bimbo / la carezza a un malato, / l’abbraccio a un vecchio / il rispetto alla donna, / l’aiuto a un bisognoso / la pace in famiglia, / l’armonia fra i popoli, / un sorriso alla vita, / la vittoria dell’amore / davvero è Pasqua!».

C’è nell’animo di Sergio Camellini forte l’anelito a guardare in alto, a volare, a dare ali ai sogni. E ciò è desiderio d’Immenso, come afferma nella poesia Ecco, il libro del cielo: «Dacché l’uomo apparve sulla terra / guardò al cielo; / un grande libro… luna argentea … stelle nitide… allora volse il pensiero all’Immenso». Ma questo suo sguardo al cielo non è trascendenza, non è un immergersi in un mondo ultraterreno, pullulante solo di esseri celesti e divini, ma in quello sguardo al cielo, egli ritrova, proiettata in alto, la terra, con il meglio che c’è su questa, con le persone speciali che sono tali perché mirano in alto, spiccano il volo in su non lasciandosi contaminare dalle brutture del mondo. E le persone speciali esistono. Sono quelle «… che / hanno gesti delicati / d’attenzione / che / danno un senso positivo / alla vita; / che / esprimono un sorriso / anche nel pianto; / che / sanno imprimere / la magia dell’amicizia / che / vivono in simbiosi / con l’amore…».

Ma, se gli occhi di Sergio Camellini sono rivolti verso l’alto nel contemplare il meglio delle creature umane di quaggiù, questo può avvenire anche perché i suoi occhi sanno penetrare nel profondo dell’anima delle persone. Sergio Camellini è infatti uno psicologo, un medico psicologo. Quindi sa guardare pure dentro, sa scorgere tutte le pieghe dell’animo. È l’umanità che gli interessa, e la osserva, la scruta, per curarla e ripristinare l’armonia dell’anima, laddove essa si era frantumata.

Ora, tra tutta l’umanità, pur senza fare distinzione di persone, Sergio Camellini ha una particolare simpatia per la gente semplice, umile, non solo di carattere ma proprio come condizione sociale. Predilige il contadino, l’artigiano: il fornaio, il sarto, il fabbro, e così via. Spinto da questa sua predilezione, ha fondato un “Museo d’Arte Povera della Civiltà Contadina”. Di tutti costoro egli esalta la tenacia nell’affrontare il duro lavoro e lo spirito di sacrificio che sortisce come effetto la forza d’animo e la gaiezza; ne esalta pure la creatività e l’ ingegnosità nel superare i problemi e le difficoltà della vita. E la loro allegria sfocia pure nel canto, come ben ha espresso nella poesia Le mondine: fatiche e canti d’amore.

Ma se il nostro poeta guarda con simpatia alla gente contadina e artigiana, ciò non gli impedisce di guardare con grande ammirazione pure al mondo della cultura. Del resto Sergio Camellini, il quale è medico, poeta e scrittore, è un intellettuale e sa apprezzare l’Italia come la Culla di cultura. Nella poesia omonima esorta: «…Sole d’Italia // non demordere, / in quest’era tribolata / sii custode del bello…». Egli constata la decadenza dei costumi e la perdita dei valori in noi che pur siamo gli eredi di Dante: «Nell’oggi, / dove sono i valori?» e auspica che questi «…fossero un tripudio /…/ di emozioni, / di rispetto reciproco, / di dignità. / Ove, l’uomo si elevasse /…alla ricerca / della innata spiritualità» (Eredi di Dante).

Un’ammirazione mista ad amarezza per il degrado in cui è piombata, Sergio Camellini ce l’ha pure verso la natura. Essa non è tanto considerata nella bellezza dei suoi paesaggi ma come la madre terra maltrattata da figli ingrati: «Grida il tuo dolore / fertile, arida, amata Terra / …madre altruista e incompresa…» e con energia sprona: «…Alza la voce ora /…/ che l’uomo sia / riconoscente e degno / della tua benevolenza» (Orazione alla terra). E invita ad aver rispetto come nella poesia L’albero, un soffio di vita in cui così si esprime: «Se tu potessi / veder l’albero / come esser vivo /…/ nel pulsar // della sua linfa, // che circola come / il sangue del corpo, /…/ nutriresti appieno / il senso di rispetto…».

Sergio Camellini si rivela dunque come il poeta dell’amore, e dell’amore canta la tenerezza, la cortesia in cui rifulge la nobiltà dell’animo. È il cantore della gentilezza e in questa scorge poesia. La donna è la personificazione della delicatezza: «La raffinata melodia / della donna / non conosce / intemperanze, / … ma la grazia / dei sentimenti / e il fare gentile» (La melodia della donna).

Sergio Camellini sembra già diffondere il suo messaggio a partire dall’aspetto stesso. Se lo si osserva bene, si nota in lui, già nell’atteggiamento una carica umana improntata alla delicatezza nella distinzione del suo presentarsi, nell’espressione sorridente, nella mitezza e umiltà del suo porgersi, nella finezza del suo tratto.

E tutto questo è già poesia, poesia incarnata, poesia umanizzata.

Maria Elena Mignosi Picone

 

 

Sergio Camellini, Opera Omnia, II edizione, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 188, isbn 978-88-31497-97-8, mianoposta@gmail.com.

 

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Johanna Finocchiaro, "Ramificare"

4 Maggio 2023 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Ramificare di Johanna Finocchiaro (Eretica Edizioni, 2022 pp. 64 € 15.00) è un libro di poesia completo e lineare nei suoi contrastanti frammenti, un viaggio dettagliato nell'affidabile qualità stilistica di congiungere i sentimenti umani e fondere, nelle sincere direzioni del cuore, l'istintiva potenzialità introspettiva. Johanna Finocchiaro espande la luminosa e intensa destinazione poetica, amplia la propria voce, dirama l'orientamento sensibile delle emozioni, estende la brevità dei testi nell'immediatezza della percezione interiore, diffonde lungo la coniugazione dell'amore il presentimento di appartenenza. Johanna Finocchiaro pone la propria scrittura nella maturità saggia della consapevolezza, oltrepassa il velo invisibile del timore, esamina gli aspetti teneri e appassionati della relazione con l'altro, la profondità intuitiva delle contraddizioni umane. Ramificare accresce la vulnerabilità delicata delle parole, amplifica la distensione delle circostanze amorose, accerchia il presagio dell'inquietudine nelle pagine, preannuncia il riscatto dell'identità in un assedio esistenziale, rafforza il respiro appassionato della partecipazione. La poetessa confessa il cedimento della premurosa e tenera fiducia nei ricordi di fronte al tremore intimo della dimenticanza, nutre la saggia intelligenza di presentare la sincerità come misura e forma di tutte le cose, oltrepassa la fusione del vissuto con la concentrazione dei comportamenti e delle sfumature di significato, sorvolando la decifrazione comunicativa, assoluta e vitale, di ogni influenza. L'evoluzione tangibile del coinvolgimento incoraggia la capacità di avvertire l'intendimento reale degli eventi e di coglierne l'essenza attraverso la compiuta complicità del pensiero. Johanna Finocchiaro afferma la pratica accurata dei conflitti, adatta il contrasto del groviglio istintivo nel libero e spontaneo scorrimento di una franchezza interpretativa, mantiene il suggerimento dell'anima, permette al recupero dell'attività psichica della memoria di guidare le funzioni comprensive della persuasiva conoscenza. Riflette il vincolo affettivo con l'incondizionata affinità delle sensazioni che si avvicendano nello spirito sussurrato della mente, utilizza un linguaggio istantaneo e autentico in cui seleziona e indirizza i contenuti della coscienza, spiega la spinta innata e costante dei desideri a compiere la ricerca rivelativa, a celebrare l'inconscia disgregazione delle corrispondenze temporali tra la ragione e la sua traduzione. La valenza poetica di Johanna Finocchiaro mostra generosamente la coincidenza originale delle esperienze cognitive, l'intonazione espressiva tra razionale e irrazionale, dichiara il solido intento di manifestare esteriormente l'energia dell'illuminazione, comprende l'attitudine di identificare e ospitare il carattere letterario del caos, l'imprevedibilità delle impressioni. Ramificare è un libro convincente, insegna l'interessante forza divulgativa attraverso l'incisiva lucidità dei testi, immedesima nella naturale vivacità dei legami lo specchio del proprio equipaggiamento emotivo, immerge la frequenza del dubbio nell'individuazione inconsapevole dei cambiamenti, della vicinanza distillata nelle intenzioni della vita, nella complessa e discordante suggestione della lontananza, emana il sortilegio della verità di ogni impronta biografica.

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

ANIMA INFESTATA

 

Abitami

 

Che possano toccarmi la sorte

Le tue mani

 

 

HAIKU

 

Tu mi cercavi

Io ti volevo lieto

Però lontano

 

 

ONESTA

 

Ho provato a tergiversare

Ma non sono capace

A stare

 

 

RAMIFICARE

 

Onestà di sangue

Nei miei occhi

Si riflette nei tuoi

E la osservo

Ramificare

 

 

SULLA SOGLIA

 

Esistono porte sospese e mondi

spalancati

Esistono possibili emisferi di luce

Esisto io, inginocchiata

Pronta a succhiare linfa dal presente

Perché scelgo di guardarci dentro

E restare

 

 

TITOLO SUPERFLUO

 

Lo riempirò volentieri quel divano.

 

Quella cucina

Quel letto

Quella doccia

Quel soggiorno

Quella vita

 

Prima o poi sarà il passato, a svuotarsi

 

 

 

UNO PIÙ UNO FA UNO

 

Regalami un libro rotto, un letto sporco

Le leggende antiche del bosco

 

Regalami onde ed effluvi

La speranza e i suoi barlumi

 

In respiri ricambierò

Dalla carne abdicherò

 

 

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Grazia Marzulli, "Nella carezza del vento sbocciano i fiori"

28 Aprile 2023 , Scritto da Marco Zelioli Con tag #marco zelioli, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Grazia Marzulli, Nella carezza del vento, sbocciano fiori, Guido Miano Editore, Milano 2023. 

 

 

Grazia Marzulli, fine e colta scrittrice, che esordì nel 1998 con Il volo di Penelope, ci ripropone parte della sua più che ventennale opera poetica con queste poesie, entrate nella collana “Alcyone 2000” di Guido Miano Editore, col sempre utile e ricco apparato critico-bibliografico.

Già titolo e sottotitolo della silloge ci danno sensazioni di dolcezza e di meraviglia, che ritornano frequentissime nei versi qui raccolti, tra i quali non mancano degli inediti, che si innestano con naturalezza nel fluire di sensazioni dei precedenti già pubblicati, come testimonia Incanto (nella penultima sezione, Anemoni) che chiude così: “…Tu pioggia sole vento in un istante / folata di ponente e maestrale / impeto che travolge e fugge via... // Sarà follia o fluida realtà? // Nel bagliore di un lampo / si scioglierà l’incanto”.

La ricchezza di immagini e di metafore che si trovano nelle poesie della Marzulli non mortificano mai il ritmo sempre leggero dei versi, impreziositi a volte, ma mai appesantiti, dal ricorso a parole poco in voga al giorno d’oggi – fin dalla prima poesia della raccolta, La mia favola, definita “… franta dal tempo”.  Se nella prima parte, Il volo di Penelope, anche la struttura delle poesie è “classica”, nelle poesie tratte dalla seconda parte, Salsedine (1999), si nota una grande differenza: alcuni versi sono allineati a sinistra, altri a destra, altri al centro, in un variare anche ottico di disposizione delle parole che contribuisce ad attirare l’attenzione del lettore. Ciò si ripete, ma con minore frequenza ed impatto visivo, nelle seguenti parti della raccolta.

Vi sono accenni molto personali, e critici, alle mode d’oggi, ad un mondo un po’ ‘fasullo’, per cui Michele Miano nella Prefazione può osservare che la scrittrice “rivela una sfiducia nel presente, nella società odierna, nel dominio tecnologico, simbolo di annullamento della libertà individuale”. Fra tutto, però, il continuo intreccio di passato e presente finisce col ‘redimere’ anche le storture di quell’oggi così apparentemente lontano dal gusto della Marzulli. Perché alla fine, in ogni caso, la vita è nel presente, e comunque il passato è anche ricordo di spavento (“… / incubi atroci... / cado nel vuoto / l’eco risento nelle orecchie / d’un edificio squarciato / si sbarrano gli occhi / si rizza la pelle allo schianto...” – da Schegge di guerra), e di lutto (“… Ora che mi manchi, / se mi affiora da insidie una lama / e mi strugge la lacerazione / la bellezza per me si fa tigre, / poi rampante mi porge un sorriso, / il tuo sorriso” – da A mia madre).

Non mancano squarci sorprendenti, descrizioni che colpiscono per la loro rapidità, come: “Sbiadire lento di caseggiati / e ciminiere color vaniglia / metafisici cubi e bottiglie / nello spazio alienato…” (incipit della poesia Lungo i binari del tempo); o descrizioni concitate di stati d’animo, come in Ricerca: “…Tasta note stridenti / di astruse interferenze / nella suite a due voci / nella suite a più voci / allarme improvviso / timore diffuso / fastidio crescente / nodo in gola-tarlo nella mente…”.

Siamo di fronte ad un’antologia (perché tale è la raccolta in cinque parti di questa carezza del vento) veramente ricca e ‘trasparente’ – nel senso che fa trasparire i solidi fondamenti del linguaggio della scrittrice, tanto ancorato al passato classico (quasi distaccato, fisso e ‘preciso’), quanto consapevole del presente (sempre mutevole, vivo, concreto e vario): in un continuo divenire che, “per non smarrire il senso di una vita” – ultimo verso di Taglio sartoriale – non lascia troppo spazio alla pur naturale Nostalgia; perché, come chiude l’omonima poesia: “La vita guarda avanti”. Ed ecco, sbocciano i fiori: continuano a sbocciare, quasi come miracolo della vita presente che va con fiducia verso il futuro; e nell’ultima sezione, raccolta di inediti non a caso intitolata Fiori della Resilienza, si legge: “Nella carriera come nella vita / sia lieve ogni tuo passo e ponderato. // … // E l’imprinting del cuore / illumini il progetto. // Forgialo in eleganza e / come tu sai procedi / a passi di danza” (inizio e fine di A passi di danza). Sembra così di venir lanciati verso una nuova prospettiva, da scoprire leggendo questo libro di Grazia Marzulli.

Marco Zelioli

 

 

Grazia Marzulli, Nella carezza del vento, sbocciano fiori, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 96, isbn 978-88-31497-98-5, mianoposta@gmail.com.

 

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Marzia Sottero, "Nel mondo incantato della strega Magdaluna"

19 Aprile 2023 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Nel mondo incantato della strega Magdaluna di Marzia Sottero (Hever Edizioni, 2022 pp. 32 €10.00), con i disegni di Cristina Bo, è una divertente e vivace collezione di filastrocche. Marzia Sottero illustra con spiritosa predisposizione alla materia del fantastico, la strategia stravagante della strega Magdaluna e presenta i formidabili alleati delle sue bizzarre avventure. Il libro offre in ogni avvincente composizione lo spunto favoloso di un insegnamento, accompagna nella potenzialità evocativa della lettura la formazione degli stratagemmi adoperati nel mondo magico, prolunga oltre l'elemento sensibile il conseguimento delle capacità prodigiose delle imprese. Dilata la relazione descrittiva nella spontanea comprensione e nell'influenza emotiva, esalta l'esplorazione infinita dell'immaginazione nei significati originali e fantasiosi. L'autrice espone lo strumento istruttivo della filastrocca alla capacità esemplare della parola che acquista una destinazione giocosa, nel carattere allegro e burlone del linguaggio, adeguato saggiamente alle favolose necessità del contenuto espressivo. Impiega un convincente codice esplicativo per interpretare l'universo straordinario di Magdaluna, affida ai complici collaboratori della strega Tappo il topo, Nokkio il ranocchio, Spillo il ragno, il gatto Nerone, il gufo Gugo, postino d'eccezione, i pipistrelli Pippi e Strello il compito di orientare l'applicazione delle attività energiche e risolute, rivolte sempre verso una puntuale e accurata finalità. Attraverso gli eccentrici arnesi del mestiere, la Sfera Magica, Scopa la scopa pilota, Saetta la magica bacchetta, Pentola il calderone ramato, Perga la dotta pergamena, Magdaluna realizza i suoi curiosi esperimenti, emana il sortilegio di ogni effetto prodigioso nell'entità inconsueta del mondo fatato, esercita il potere suggestivo dell'arte della meraviglia, compie la potente e fenomenale materia delle predizioni, il mistero affascinante delle imprese rapite dall'entusiasmo delle vicende inaspettate. Marzia Sottero possiede il dono di elevare i suoi ammalianti testi nella spontanea e semplice efficacia illustrativa, nella relazione eccezionale del prodigioso imprevisto, conserva il frutto fulmineo e imponderabile della fantasia, rinnova uno stile incisivo, chiaro e leggero. Propone la sorprendente capacità di modificare il corso naturale degli eventi con l'intenzione miracolosa della volontà che difende dai pericoli e restituisce il bene sistemando ogni sentimento. Nel mondo incantato della strega Magdaluna spiega il complesso degli effetti singolari, gli accorgimenti incredibili dell'universo fiabesco. Elaborato nella brevità, vitale e rapida dei brani, il libro mostra l'aspetto spiritoso e bizzarro del contenuto pedagogico ed edificante, raggiunge l'obiettivo di intrattenere con euforia e di educare. L'autenticità combinata al ritmo naturale ed esclusivo della cantilena evidenzia la natura dei gesti nell'irreale, ne esalta il significato, rappresenta un valido avvicinamento alla forma ancestrale della comunicazione, stimola la curiosità, esercita il suo valore nella evoluzione conoscitiva ed emozionale. Gianni Rodari definiva le filastrocche “giocattoli sonori”, congegni ideali per apprendere la saggezza di ogni occasione didattica, per prendere familiarità con il linguaggio dell'invenzione e della scoperta. Marzia Sottero, nel gioco delle parole, adempie magistralmente a questo compito divulgativo.

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

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Grazia Marzulli, "Nella carezza del vento, sbocciano i fiori"

14 Aprile 2023 , Scritto da Marcella Mellea Con tag #marcella mellea, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

GRAZIA MARZULLI

Nella carezza del vento, sbocciano fiori

 

 

Il volume Nella carezza del vento, sbocciano fiori, di Grazia Marzulli – edizioni Guido Miano Editore, Milano 2023 –, attira immediatamente l’attenzione del lettore per la bella e significativa copertina: un dipinto di Fabio Recchia intitolato “Abbraccio”, che simboleggia il mondo abbracciato da un paio d’ali dorate; tante macchie di colore intorno, figure indefinite, forse anime oranti che circondano il mondo e disegnano l’immagine di un’altra figura. Un dipinto di grande valore evocativo, oltre che artistico, che ci proietta immediatamente nella simbologia del titolo: Nella carezza del vento, sbocciano fiori, fiori di diversi colori, sfaccettature diverse di un’unica realtà. In effetti, l’opera di Grazia Marzulli è un’antologia dei versi migliori dell’autrice: poesie tratte da varie raccolte – Il volo di Penelope (1998), Salsedine (1999), Selva di dissonanze (2000), La luce verticale (2001), Anfratti fioriti, conchiglie (2003), Il velo di Maya (2004) – e componimenti inediti raccolti nelle due sezioni Anemoni e Fiori della Resilienza.

Il termine antologia in greco significa “raccolta di fiori”, fiori offerti al lettore, che si schiudono alla bellezza della vita e, nel nostro caso, si aprono e si disperdono nel vento: vento distruttore e creatore allo stesso tempo. La raccolta esplora tematiche varie e l’autrice, attraverso un verso strutturato, ci trasporta da una dimensione terrena, fatta di cose materiali, verso una dimensione eterea, spirituale. Il mondo circostante, in particolare quello della natura, diviene fonte primaria d’ispirazione; l’autrice, attraverso la sua sensibilità, ci regala note di colore, di armonia e di misticismo. Una poesia colta, elegante, intellettuale, ben costruita, ricca d’immagini, frammentate a volte, con riferimenti classici e mitologici. La sua concezione poetica è delineata in Salsedine (la poesia): «Creatura evanescente / che in volo t’impregni d’azzurro, / ti tuffi / ed ebbra d’onde / parli alla sabbia agli scogli / e nel flusso del salso respiro / scopri l’Uomo, / se al sole rapisci faville / e all’alba porgi / vezzi di rugiada, / ti prego, / intenerisci gli sguardi, / sotterra le croci, / diffondi la luce» (dalla omonima raccolta Salsedine, 1999). La Poesia è paragonata qui a un’entità evanescente, come la salsedine, che non ha corpo, è in grado d’impregnarsi di tutto quello che la circonda, di tutto quello che il poeta sperimenta; la poesia è perciò scoperta, diffusione di luce, abilità nel nascondere le cose brutte e negative dell’esistenza, di coprire le croci, di intenerire i cuori.

Con La mia favola – il componimento che apre la raccolta –, «Ritrovo la mia favola / scalfita franta dal tempo // annodo i capi / raggomitolo il filo / e la favola continua / mentre l’attimo si ferma // una foglia di giunchiglia / sull’acqua reclina / risplende al sole // e il mio sguardo / mentre mi sfiori s’illumina / umido tra le ciglia»,  l’autrice tira le somme della sua vita: un’esistenza che, anche se “franta”, è paragonata a una favola, a una foglia di giunchiglia che si piega sull’acqua e risplende al sole. L’autrice prova nostalgia e si commuove davanti al ricordo della sua vita, nello scorrere dell’esistenza si mescolano e si fondono insieme note tristi e felici. Nostalgia e ricordo sono presenti anche in altre poesie, come: Il tempo delle more, Ciliegie, Schegge di guerra (da Il volo di Penelope, 1998); Il gelso (da Salsedine, 1999); Lungo i binari del tempo (da La luce verticale, 2001).  L’autrice, nel rievocare il tempo che fu, le cose semplici della vita contadina, la natura soppiantata dal progresso e dalla modernità, riesce abilmente a mantenere il giusto distacco ed equilibrio emotivo, senza lasciarsi andare al sentimentalismo. A volte, nel descrivere paesaggi naturali, come in Ortica e giunchiglia, sembra identificarsi nella natura, a una ninfa dell’acqua, parte di un tutto: «…ed io Naiade scalza / tra fiori di lavanda / e zufoli d’avena / danzando nutro Amore / di fragranze //... un crepitio di fiamma / respiro di notte serena / mi solleva al coro delle stelle... // Un tonfo. // Il sogno scivola / dal bordo della favola / tra ciottoli rimbalza / si sbobina / e mi sorprende ferma sulla zolla / manto d’ortica e cuore di giunchiglia. // Consuetudine / nemica dell’attesa / penombra alitante su raggio / d’abbrunita cera» (da La luce verticale, 2001).

Grazia Marzulli è molto attenta anche alla disposizione del verso, il layout di alcune poesie ci comunica immediatamente il suo significato, come nella poesia Orme d’infinito (da Salsedine, 1999), la cui disposizione disegna una freccia scagliata verso l’infinito. L’autrice conosce bene l’arte del versificare e attraverso un uso sempre consapevole delle parole, dei toni, delle immagini, delle metafore, delle similitudini e delle parentesi esplicative, esprime il suo personalissimo stile. Come T. S. Eliot, fa ampio uso di correlativi oggettivi, evocando emozioni attraverso oggetti, situazioni, eventi; nella lunga poesia Al Luna Park (fiera delle vanità) (da Selva di dissonanze, 2000), echeggia lo stile Eliottano di “The Waste Land”, in cui una coralità di immagini e personaggi ci fa riflettere sulla crisi della civiltà e della cultura contemporanea, il luna Park diviene un microcosmo in cui alcune scene ci fanno riflettere sulla precarietà, l’alienazione delle relazioni, la frammentarietà e l’assurdità dell’esistenza. I personaggi compiono gesti sterili, quasi a volere rappresentare il vuoto e l’indifferenza che attanaglia l’anima; questa lunga poesia, di non facile lettura, divisa in otto sezioni, è ricca di simbolismo.

All’interno di tutta la raccolta poetica, nell’alternarsi di emozioni e visioni contrastanti, non sempre facili da interpretare, l’autrice volge al Signore la preghiera di aprire un varco, un’apertura – solo Lui può farlo – per placare l’angoscia e il dolore del vivere; Un varco: «Nella stretta d’angoscia, Signore, / la preghiera si svuota / e i destini traditi / come gorgoni acefale si piegano / se non posi la Tua mano / fra le mobili sabbie. //…// Apri un varco, Signore, / verso il luogo d’Assoluto / dove accade che l’alba e il tramonto / il tu e l’io / la parola e la vita / si fondono per noi in armonia» (da La luce verticale, 2001); la vita ha bisogno di punti di riferimento sicuri per non vacillare, per non perdersi durante il tragitto della vita. In Schegge di luce: «È vero, Mariapia, noi siamo schegge / ma di stupore / esploso in un lontano / traboccare di petali / da calice infinito / schegge del suo splendore / e poi / quali relitti di un naufragio antico / fragilità protese all’Assoluto / polvere vaga / fra alveari di scogli / a nutrire embrioni di luce» (da Il velo di Maya, 2004), l’autrice, pur consapevole della fragilità dell’uomo, ne riconosce la sua la divinità, affermando che noi esseri umani siamo schegge di luce esplosa nel mondo, riflesso del Divino, bellezza, naufraghi protesi verso l’assoluto.

Nelle liriche Canto la barca «…Canto la barca a vela che vacilla / nel labile solco / conteso da opposte correnti / eppure osa, / osa sfidare i venti / all’alba imperlata di rugiada / da occhi di fuoco al tramonto…» (da Il velo di Maya, 2004); e Taglio sartoriale «… Se al sovrapporsi incauto delle dita / la geometria del taglio si sfilaccia / o si deforma / il capo - pur gualcito - / caparbio si rimetta sul telaio // per non smarrire il senso di una vita» (da Il velo di Maya, 2004), emerge un elemento didattico, l’autrice invita ad avere forza d’animo, tenacia per non soccombere, per non farsi scoraggiare dagli ostacoli che inevitabilmente si frappongono nel cammino della vita.

In alcune poesie l’autrice riconosce il grande valore della comunicazione, del linguaggio verbale e non verbale, per interpretare il mondo e consegnarlo ai suoi lettori: Codice obsoleto «Le parole meditate non gracidano / non saltellano / come ranocchie / né si arrampicano / su fantasmi e specchi deformanti. // Scavate / e tratte con dolore / da meandri / si adagiano gravi / tra le pupille / e il cuore / lasciano impronte profonde / emanano fresco odore. // Se rinnegate / si rifugiano schive in una teca / reliquie / d’un codice obsoleto» (da Selva di dissonanze, 2000). Aria «Ho rapito le ali a un gabbiano / - i polmoni colmi di illusioni / - per sollevare il peso degli istinti // E comprendere il linguaggio delle rondini / (vertigini di crome e biscrome / su pentagrammi di alta tensione). // Prodiga di vezzi ai cocoriti, smarrita / nel frinire di cicale, tentavo invano / di emulare versi di usignolo. // Ora contemplo il saio francescano / tesa verso estasi di luce / nidi d’aquile reali. // E vibro di stupore nel silenzio / ascoltando il respiro / infinito d’Aria impalpabile». (da Anfratti fioriti, conchiglie, 2003).

Nelle liriche di Grazia Marzulli, infine, si coglie una profonda ricerca esistenziale e la continua esplorazione della realtà, una ricerca che passa sempre attraverso la parola, il silenzio e la poesia, equilibrio perfetto tra mente e cuore.

Marcella Mellea

 

 

 

Grazia Marzulli, Nella carezza del vento, sbocciano fiori, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 96, isbn 978-88-31497-98-5, mianoposta@gmail.com.

 

 

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Grazia Marzulli, "Nella carezza del vento, sbocciano fiori"

10 Aprile 2023 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia

 

 

GRAZIA MARZULLI

Nella carezza del vento, sbocciano fiori

 

 

Come scrive Michele Miano, nella prefazione al libro di poesia che prendiamo in considerazione in questa sede, la silloge di Grazia Marzulli Nella carezza del vento, sbocciano fiori, risulta un florilegio dei suoi volumi precedenti in aggiunta a vari testi inediti. Un verso strutturato il suo e non sempre di immediata e facile lettura proprio perché attinge al mondo classico.

Un fortissimo amore per una natura espressione dell’armonia del creato pare essere la cifra fondante della poetica dell’autrice, elemento costante nella sua ventennale attività letteraria.

Un poiein tout court neolirico quello che Grazia ci presenta del tutto in controtendenza con i vari sperimentalismi e neo orfismi che sono tipici dei libri di poesia del nostro panorama letterario italiano contemporaneo e potremmo dire internazionale.

Emerge nei testi una forte capacità di stupirsi nel seguire il sentiero della linearità dell’incanto e tale dono suscita nel lettore forti emozioni e gli restituisce sentimenti e pensieri che pensava di avere sperimentato nel preconscio ma che non erano mai venuti fuori nell’inverarsi di un esercizio di conoscenza attraverso una parola detta con urgenza, parola stessa che è luminosa e icastica e leggera nello stesso tempo e nonostante la complessità architettonica il volume può essere letto come un poemetto che ha per protagonista la natura.

E a proposito del tempo qui di lirica in lirica si realizza mirabilmente un’atemporalità, nella presenza stabile dell’attimo che s’innesta nel cronotopo nei versi levigati e sempre ben controllati.

Leggiamo in Il tempo delle more: «Vorrei tornare / a cogliere le more / con la freschezza / di tanti anni fa. // Pei viottoli / andavamo spensierati / con i bambini / cicalanti intorno / che si pungevano / tra i rovi dei cespugli / pregustando / la buona marmellata…».    

Al discorso naturalistico si affianca nel pervaderlo quello religioso e quella della poetessa è una religiosità serena e di ringraziamento a Dio per i doni che le restituisce e le elargisce.

Un ottimismo di fondo pare dunque permeare questi versi carichi di luminosità e speranza e la natura stessa espressione della divinità pare essere benevola verso l’essere umano che da creatura diviene persona, natura antitetica a quella della concezione leopardiana che la considerava matrigna e spietata nei confronti degli uomini.

Natura come spazio scenico o scenografico per usare una metafora teatrale quella messa in scena da Grazia e a volte c’è un tu al quale l’io-poetante si rivolge in modo accorato un tu che presumibilmente è l’amato e del quale ogni riferimento resta taciuto in atmosfere sempre rarefatte.

Leggiamo in Fuoco: «In cammino / sfidando nastri / dalla volta del cielo e annodando // All’arcobaleno i colori della vita / nella purezza dell’alba / ricerco essenze odorose. // E incontro tra i roghi / del crepuscolo virtuale un bimbo-eroe / solo tra i rovi al primo vagito…».

Magia, mistero e sospensione connotano questi versi che varcano per la loro essenza positiva la soglia della speranza postulando che la serenità stessa posso divenire felicità anche perché irradiata da bellezza e suadente mistero.

       Raffaele Piazza 

 

 

Grazia Marzulli, Nella carezza del vento, sbocciano fiori, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 96, isbn 978-88-31497-98-5, mianoposta@gmail.com.

 

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Sara Pellegrino, "Quando mi siedo dentro e sto"

8 Aprile 2023 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

Quando mi siedo dentro e sto di Sara Pellegrino (Eretica Edizioni, 2022 pp. € 15.00) è un libro dalla intima descrizione elegiaca. La poetessa coglie la funzione catartica e poetica della nostalgia, eleva il significato della qualità esistenziale della memoria, avverte il calpestio lieve e prolungato dei ricordi lungo l'argine animato del silenzio. La poesia di Sara Pellegrino conferma la capacità creativa del tempo, sostiene il conforto del passato e l'intuito del presente, orienta il passaggio sconfinato dei sogni nel labirinto di ogni destinazione sensibile interrotta nella frantumazione delle parole, sfumate oltre la sospensione temporanea del respiro affettivo. I testi consolidano la protezione spirituale dei sentimenti, disperdono l'inafferrabilità della lontananza, rafforzano la decifrabilità delle sensazioni, afferrano la vicinanza al senso della riflessione. Sara Pellegrino divulga il senso positivo e protettivo delle espressioni interiori, sostiene la direzione delle notti, svolge l'intreccio dei desideri, immerge nello spaesamento delle ombre l'essenza dei dubbi e l'equilibrio della speranza, rinforza l'assegnazione dinamica e autentica dell'esperienza, amplia l'orizzonte immaginativo della consapevolezza, assapora l'instabilità decadente dell'inevitabilità, la malinconia della misteriosa dimenticanza. Il libro ospita la percezione di una sonnolenza imperturbabile, anestetizzata dalla preghiera amorosa,  densa di contenuto esistenziale, custodisce l'incoraggiamento felice verso la relazione di una condivisione, l'entusiasmo improvviso della rinascita. La poesia accerchia il coraggio, restituisce la lesione dolorosa, dirige il cammino lungo i passi sfumati e spietati delle ferite, regola i collegamenti romantici del vissuto, il conflitto istintivo delle emozioni, dilata l'attraversamento di tutto ciò che prolunga l'andamento incantevole della vita e offre una destinazione miracolosa alla propria anima. Sara Pellegrino svela l'arrendevolezza della complessità, influenza il proprio spazio identitario con il rivestimento premuroso di pensieri, impronte, segreti da custodire, con la generosa difesa di luoghi, d'immagini e rivelazioni consumate nel confine dell'evanescenza. Ogni stato d'animo rappresenta l'esperienza irrinunciabile dello scivolamento emotivo, il raccoglimento trascendente dell'abisso, la ferma volontà di confinare lo squilibrio nella superficie della perdita e dello smarrimento. Quando mi siedo dentro e sto è un esordio letterario dominato da un intervallo implacabile che  scandisce l'immobilità di ogni impronta di perdizione, concentra l'inchiostro dei versi nella materia prima dell'attesa e nella speranza della salvezza, abbraccia la familiarità autentica e intensa delle cose e delle persone, sigilla la quiete dalla meditazione sul senso dell'esistere e la contemplazione del mondo dalla solitudine dell'esilio. La poetessa impara a esaminare l'inquietudine della vita ricercando in essa le occasioni di comprensione, dirada l'offuscamento delle difficoltà, rincorre un itinerario di crescita e di arricchimento della saggezza, per vivere con sincero distacco la padronanza degli eventi, cogliere il messaggio nascosto delle esitazioni e disgregare l'indolenza sulle decisioni. La vita è continua evoluzione, variazione di rinascita, la necessità di un'urgenza rivelativa. Sara Pellegrino siede dentro ogni desiderio e resta  accanto alla stabilità di ogni affetto.

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

Anch'io sono pioggia

cado senza stancarmi

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Si chiama pace

ha un'anima spessa

fatta di zucchero e silenzio

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E poi rinascere come vento

scivolare sulle case, sul tempo

dentro un minuto di nostalgia

Cureremo questo secolo obeso

di sorrisi e indifferenza

per non sciupare i contorni

e l'essenza del viaggio

per gridare ancora il coraggio

di sogni negati e desideri in avaria

Tra l'abisso e la pioggia

ci sono rami e idee da scartare

un finestrino socchiuso sul giorno

l'alleanza segreta

tra polline e cielo

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Bisogna proteggersi

dall'infinito

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Ci vediamo lassù

in cima al desiderio

sbucciando papaveri

e felicità

 

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Racconteremo la luce

dopo di noi

accanto una abat-jour

colorata di grano

Leggeremo campi

di sogni sterminati

incrociati tra le mani

 

Guarda:

il giorno aspetta una risposta

seduto su persiane abbassate

Dovremmo dirglielo

che il tempo vola

e per lui scrive poesie la notte

tra le spighe e i tulipani

 

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Vivo

dove tutto è indistinto

e i colori

immergono l'acqua nel cielo

sfumato di rosa e maree

Cosa importa il mio nome

Io nuoto la luce

e respiro la terra

e sono tutte le cose che sono

e un filo d'eterno

rosso

sgargiante.

 

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Guarderò da lontano

questo fuoco che scende

fino a colarci dentro

l'ultimo bagliore

E poi sarai notte

 

 

 

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Grazia Marzulli, "Nella carezza del vento, sbocciano fiori"

2 Aprile 2023 , Scritto da Floriano Romboli Con tag #floriano romboli, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Grazia Marzulli pubblica in questa silloge che appare a marzo 2023 presso la Casa Editrice Guido Miano una serie di testi di notevole interesse artistico-culturale, ricavandoli in buona parte dalle varie raccolte di versi composti nell’arco di un decennio, da Il volo di Penelope (1998) a Salsedine (1999) a Selva di dissonanze (2000), da La luce verticale (2001) ad Anfratti fioriti, conchiglie (2003) a Il velo di Maya (2004), con l’aggiunta significativa di componimenti inediti, validi e coerenti con la precedente ricerca, riuniti sotto i titoli di Anemoni e Fiori della Resilienza.

 La poetessa avverte con una sensibilità viva e partecipe il fascino intrigante della vita, la sollecitazione animatrice che pervade l’ordine complessivo delle cose, la realtà naturale e l’esperienza etico-intellettuale degli uomini.

Il ricorso sistematico a una serie di suggestive metafore rappresenta il cuore della sua strategia di formalizzazione del vario materiale figurale ed emozionale connesso all’indagine esplorativa del dinamismo esistenziale; in particolare mi sembra felice quella della “barca”, che fronteggia audacemente i marosi alla ricerca di equilibrio ideale e della realizzazione di un progetto moralmente qualificante: «… Canto la barca a vela che vacilla / nel labile solco / conteso da opposte correnti / eppure osa, / osa sfidare i venti / all’alba imperlata di rugiada / occhi di fuoco al tramonto. // Avvinta a giochi di spume / intreccio ghirlande di pensieri / zaffiri e smeraldi di speranze / nel solco che smeriglia cuori / per mete sconosciute al fato / e lungo rotte refrattarie al caso» (Canto la barca, in Il velo di Maya). A tale immagine si lega l’altro centrale spunto metaforico del “fiore”, evocato del resto fin dal titolo del libro: «…Fra brezze d’illusioni m’imbarcavo / verso gli spazi / dove l’ippogrifo / dispiega fresche ali nell’idea / di reinventare il mondo. // (…) E in acque terse fra spume / ignare di gorghi e bufere / spargeva corolle dal grembo / il limpido errare» (Culla di prodigi, ivi).

I miei corsivi intendono porre in risalto gli effetti della rima e dell’enjambement, che attestano un linguaggio sottilmente elaborato pur nelle generali essenzialità e linearità organizzative.

La primaria energia vitale assume spesso in questi versi  i tratti stimolanti e corroboranti della luce: «… Ma da vestale attende che la fiamma / alta si nutra e calda / nel tempio / alta e calda / ardita gigantesca smisurata / fino a piegare il cielo sulla terra / per inondarla di chiarore» (Ricerca, in La luce verticale, corsivi miei, come in seguito); «Foce del tempo, ascolta / passi ed echi dell’età mia / al pulsare di vena / che vigile tende alla luce // (…) Osserva il volto nella preghiera, / fiducioso al rifiorire di speranze / dal tenero profumo di azalee. // Tempo, tu che ceselli la coscienza / e plasmi e ritocchi gli ultimi sbalzi, / fa’ ch’io sublimi in ascesi il mio pensiero / quale estrema offerta d’amore» (Opera d’arte, in Anemoni).

L’“amore” per la vita e per la varietà delle sue forme («Non fermarti, / asseconda il ritmo del respiro / onda luminosa del pensiero. // Le forme che la vita affastella / chiedono raggi…», Onda d’argento, in Salsedine) determina un descrittivismo puntuale, un’intima adesione ai molteplici aspetti del reale che si obiettivano nella misura ordinativa dell’enumerazione: «Sbiadire lento di caseggiati / e ciminiere color vaniglia / metafisici cubi e bottiglie / nello spazio alienato. // Grigio un sipario cala / sul catrame dei tetti / sul gomito di latta, sul selciato / sul mio viso / schiacciato contro i vetri. // Suoni voci rumori / treni di verità / lungo i binari del tempo / squarciano veli di nebbia. // E dalle ombre / spuntano girasoli / abbozzando sorrisi / verso un lingotto d’oro di finestra» (Lungo i binari del tempo, in La luce verticale, cit.).

Dare armonia, comporre in sintesi feconda i tanti, anche contrastanti, momenti del vivere è l’arduo, quotidiano compito di ognuno; e il richiamo al superiore Disegno divino è per l’autrice invito all’impegno e alla preghiera sinceri: «… Apri un varco, Signore, / verso il luogo d’Assoluto / dove accade che l’alba e il tramonto / il tu e l’io / la parola e la vita / si fondono per noi in armonia», Un varco, ivi) .

Floriano  Romboli

 

 

 

Grazia Marzulli, Nella carezza del vento, sbocciano fiori, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 96, isbn 978-88-31497-98-5, mianoposta@gmail.com.

 

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Grazia Marzulli, "Nella carezza del vento sbocciano fiori"

22 Marzo 2023 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 Per la collana di testi letterari Alcyone 2000, della Casa Editrice milanese “Guido Miano”, è stata recentemente pubblicata la raccolta poetica Nella carezza del vento, sbocciano i fiori. L’autrice è la professoressa Grazia Marzulli, la prefazione è stata curata da Michele Miano. In copertina disegno di Fabio Recchia dal titolo Abbraccio. Con questo lavoro la poetessa barese ha voluto realizzare una scelta antologica di liriche già edite in passato - tratte da Il volo di Penelope (1998); Salsedine (1999); La luce verticale (2001); Il velo di Maya (2004); Selva di dissonanze (2000); Anfratti fioriti, conchiglie (2003) - corroborata da poesie inedite che appaiono nell’ultima parte del libro con i sottotitoli di Anemoni e Fiori della Resilienza. Anche i testi editi sono stati suddivisi in diverse parti: Viole del pensiero, Fiori di roccia, Visioni.

I fiori in poesia sono solitamente stati utilizzati in funzione simbolica e metaforica, come immagini di caratteristiche personologiche, aggettivazioni tipologiche, realtà di vario genere. Tra le più famose ed importanti opere letterarie che li richiamano con una forte e dirompente potenza emblematica, si annoverano I fiori del male (1857) di Charles Baudelaire. L’autore stesso scrisse in una lettera alla madre: «Questo libro, il cui titolo dice tutto, è rivestito di una bellezza sinistra e fredda… È stato fatto con furore e pazienza». Infatti la sua volontà era quella di “estrarre la bellezza dal male”, ovvero il fare poesia su argomenti cupi, scabrosi, talvolta immorali: perfettamente in linea con le visioni del “poeta maledetto” francese (“poète maudit”) che rigetta i valori borghesi dominanti e diventa ribelle e trasgressivo.

Il riferimento a Baudelaire ci introduce - per contrasto - ai “fiori” che sbocciano dalla carezza del vento, sempre simbolici ma di segno opposto, cioè che rappresentano la bellezza autentica ricercata là dove risiede: nella natura, nell’anima, negli ideali, nella spiritualità, nell’amore, nella speranza, nella coscienza del destino di grandezza dell’uomo, nella serena memoria del passato, nel senso religioso della vita che conduce all’abbraccio con Dio. Sono questi ed altri i “fiori” visitati dalla poetessa, la quale non ignora le ombre del presente e della storia umana, ma con l’intento di denunciarne la negatività e superarle. Non per nulla il libro è disseminato di dotte citazioni illuminanti sull’argomento, tra cui, come incipit, quella di Cesare Pavese («È una gioia vedere tanti rami verdissimi nel vento e tanti fiori prepotenti, sboccianti, è una gran gioia perché nel sangue pure è primavera» e quella di Tagore («Il fiore si nasconde nell’erba, ma il vento sparge il suo profumo»). Letterariamente sono le umili tamerici pascoliane (Myricae - 1891) e La ginestra leopardiana (1845) ad avvicinarsi maggiormente al sentire e allo stile classico della Marzulli. Myracae, in quanto l’intento del Pascoli - ribaltando il concetto virgiliano sulla poesia delle grandi tematiche - è quello di parlare invece delle piccole cose della vita quotidiana, che tuttavia poi assumono un significato universale: per alcuni aspetti è questa una caratteristica dell’autrice; La ginestra, poiché nel Leopardi è Il fiore del deserto (altro titolo) che vince le avversità dell’ambiente esalando i suoi profumi nella desolazione tragica del paesaggio lavico del Vesuvio e nell’autrice esistono i Fiori della Resilienza (ultima parte, con citazione di alcuni versi proprio de La ginestra) che hanno lo stesso significato: leggasi, ad esempio, La coerenza (Lettera ad un giovane studente), dove pone i valori umani come pietre miliari e in tal modo lo esorta: «Vivi secondo coscienza… così saprai resistere a lusinghe e raffiche di vento...».

I testi ci segnalano ancora le suggestioni dei paesaggi e delle architetture in Valle d’Itria, tra muretti a secco, trulli, mulattiere, pietre millenarie, corrosioni carsiche… e il sogno di una «…Naiade scalza / tra fiori di lavanda…» (Ortica e giunchiglia) e attese oltre i recinti interiori. Ci narrano di miti ellenici antichi, delle leggende del mare, di una natura sopraffatta dal cemento. Rimembrano le dolcezze dell’infanzia al tempo delle more e delle ciliege, la nostalgia delle liete ore del passato, l’esempio di «madre Coraggio» (Ultimi battiti) dalla granitica fede, il dolore e la paura dei tempi di guerra. Ricercano ardui scavi interiori, il non perdere il significato della vita, il combattere l’indifferenza, l’Io unico e indivisibile, il giardino dell’anima, la fanciulla antica dall’eterna giovinezza nel cuore. E un grido: «Sei tu, speranza, mio rifugio» (La speranza). In un mondo alienato perseguono orme dell’infinito e le vette del cuore, che si trasformano in una preghiera al Signore. E mistiche visioni cristiane, francescane, implorando Dio per «un’altra possibilità di ricominciare» (Fuoco).

Enzo Concardi

 

 

 

Grazia Marzulli, Nella carezza del vento, sbocciano fiori, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 96, isbn 978-88-31497-98-5, mianoposta@gmail.com.

 

 

 

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