poesia
Stefano Giannotti, "Fermento di Falesia"

Stefano Giannotti
Fermento di Falesia
Euro 12 – pag. 80
Edizioni Cinquemarzo, 2018 - www.cinquemarzo.com
Stefano Giannotti è autore che conosciamo per aver apprezzato i suoi primi romanzi editi, - Alla ricerca dell’isola perduta e La biblioteca di sabbia -, pervasi di citazioni da Borges, Proust e altri autori che compongono il suo immaginario letterario. Non conoscevamo la sua inclinazione poetica, ma questa silloge, dedicata alla città natale, dimostra che l’ispirazione lirica non è meno coinvolgente rispetto alla dimensione della prosa. La dedica compone una sorta di lirico (quanto condivisibile) incipit: A Piombino, dove sono nato,/ che da giovane ho creduto essere tutto il mondo./ Adesso che di mondo ne ho visto abbastanza,/ non so se da ragazzo mi sbagliavo poi molto, che dà il via a una proustiana ricerca del tempo perduto, segnata dal rimpianto e dal vivere con i ricordi, patrimonio personale irrinunciabile. Amarcord felliniano per immagini che colpiscono improvvise e scaturiscono dagli oggetti più impensati e dai luoghi ritrovati nelle vesti d’un tempo.
Il poeta percorre le strade della sua città mentre da ogni angolo fa capolino il passato, sotto forma di sensazione indelebile e di flashback della memoria che ricorda sequenze indimenticabili de Il posto delle fragole.
Il portachiavi, le camicie e l’orologio/ non sapranno mai che me ne sono andato/ ma questa città non mi abbandona/ aspetta che sia sempre parte di lei/ sono nato, sono stato e sempre starò a Falesia.
Piombino - Falesia è il nome antico che ricorda le scogliere - occupa gran parte dei componimenti, intenso come luogo dell’infanzia, la Combray indimenticabile di Proust, dove tutto comincia e dove si tende a tornare. Altre liriche sono dedicate a se stesso, ai libri, alla biblioteca, al vento che soffia dalla Provenza, alle donne del passato, a scrittori e personaggi di romanzi, ma su tutto aleggia il panorama indimenticabile d’un promontorio, dal Golfo di Baratti alla Cittadella, passando per la piazza sul mare dedicata a Giovanni Bovio.
Che ne sarà stato di quei ragazzi/ che verso il mille e novecento ottanta/ si ritrovavano su quelle panchine/ a cercare senza trovarlo/ un luogo dove spendere il tempo/ ignari del tedio che porterà il futuro/ ma felici a notte fonda di dire/ ci vediamo domani, amici.
Il rimpianto resta nota indelebile:
Cosa non darei per scambiare ancora/ le figurine in via Dalmazia/ il nascondino o un calcio al pallone/ un gioco continuo fino al tramonto.
L’Isola d’Elba all’orizzonte segna la rotta da seguire, una volta mollati gli ormeggi, lasciando alle spalle ciminiere corrose che non fanno alcun fumo/ un mostro l’altoforno di fatiscente ferro. Dal ponte della nave si ammirano le case e le strade di quel tempo perduto/ la spiaggia e gli amori di quei giorni passati. Una traversata che assomiglia alla vita, anche se il porto a vent’anni era un ponte sospeso/ verso mondi migliori e donne d’amare, mentre adesso non resta che un cupo orizzonte fatto di angoscia e paura, anche se continua la ricerca dell’isola perduta.
Nostalgia e passione sono la nota dominante di una raccolta di liriche sincera e per niente costruita, pur se lo stile denota ricerca e studio della parola per conferire al verso musicalità e ritmo. Poesia racconto che ricorda il Pavese di Lavorare stanca, ma anche molte liriche ambientate a Piombino composte da Maribruna Toni che consigliamo di rileggere con attenzione. Un piccolo grande libro da leggere e rileggere, per metabolizzarlo in profondità. Essere piombinesi aiuta ma non è indispensabile, perché le liriche rappresentano un’elegia della provincia e del tempo perduto che può essere universalizzata e rivolta a ogni luogo dell’anima. Concludiamo con un assaggio lirico, forse con il componimento più emblematico che unisce la sinfonia dei ricordi a sprazzi di poesia civile sullo stile de Le ceneri di Gramsci di Pier Paolo Pasolini.
Torniamo a leggere poesia. Fa bene al cuore.
FALESIA
Sono nato in un’altra città che pure si chiamava Falesia.
Ricordo ogni tipo di odore, piacevole e fastidioso,
quello acre delle polveri della fabbrica,
quello pungente delle alghe bagnate sulle spiagge,
quello di cocco della crema solare
spalmata dai bagnanti in estate,
quello arido delle reti dei pescatori al porticciolo,
quello nauseante del pesce nella pescheria di mia zia,
quello fragrante della schiaccia appena sfornata,
quello floreale delle ginestre in quelle notti di maggio,
quello silvestre degli aghi di pini nella mia spiaggia.
Ricordo la piazza dove ho imparato a leggere
ma pure giocavo a pallone con l’amico che non c’è più,
ricordo la pizzeria delle notti a ridere con gli amici,
ricordo il piazzale con le barche dove imparai a nuotare,
ricordo quel golfo dove per la prima volta mi dichiarai
ma anche l’anfratto dove in penombra detti il primo bacio.
Ricordo la granita al tamarindo con le labbra salate,
le mattine al porto a veder salpare i traghetti
credendo un giorno di partire per destinazioni sconosciute.
Ricordo lo stadio sulle cui gradinate esultavo per il gol,
il palazzetto dove gioivo per un canestro decisivo.
Ricordo la piazza con le due cabine del telefono
dove ogni giorno ritrovavo i miei amici
senza pensare che quel giorno non ci sarebbe più stato.
Ricordo l’operaio che si rifiutò di consegnare il tricolore
mentre cantava Bella ciao e quelli che occuparono la fabbrica
lasciando i figli senza pane per rivendicare i propri diritti.
Ricordo lo specchio che rifletté per l’ultima volta
il volto di mio padre.
Ora in quella città sarei un estraneo
qualcuno forse più giovane di me
non leggerà mai questa pagina
ma rimpiangerà quel campo di ulivi
e quell’amore mai sbocciato.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Un nuovo colloquio e Il tempo felice

UN NUOVO COLLOQUIO
Per non essere seppellito
Dalle suadenti parole
Di gracchianti mostri colorati
In questo mare di vacue immagini
E suoni ossessionanti
Io naufrago senza isole
Rievoco i tormentati anni
Dell’utopia sessantottina
Per dare un senso
Al tempo della mia vita
Quando il pensiero era una musica
E le parole un coro.
Per risvegliare nel cuore
Imborghesito dalla monotonia
Un nuovo colloquio
con quanto ancora c’è di buono
di concreto e di vivo
al di là del buio colpevole
dei nostri occhi silenziosi.
IL TEMPO FELICE
I poeti che hanno vissuto il sessantotto
il sessantanove
E tutti gli altri anni
Che si sono succeduti tutti uguali
Tutti inutili, inconcludenti e deludenti;
i poeti di quella generazione
che hanno sopportato anni di piombo
terrificanti e troppo pesanti
per le loro grandi e fragili idee;
questi uomini dal libero pensiero
nonostante abbiano dovuto indossare
nuovi abiti di perbenismo
sono rimasti ancora insieme
a ricordare, a dialogare, a dissertare
sul bello e sul brutto
di un tempo ormai lontano
dove nascevano sogni e utopie
fra le massime di Mao
e le canzoni di Bob Dylan.
Questi uomini
Non possono dimenticare la fiamma
Che bruciava nei loro cuori
I carri armati di Praga
Il primo uomo sulla Luna
Ma soprattutto non vogliono
Rinunciare alla nostalgia
Del loro tempo felice
Assurto agli onori della storia.
Festival Internazionale Europa in versi

Siamo lieti di presentarvi il prestigioso Festival di Poesia Europa in Versi, giunto alla sua ottava edizione, sotto la direzione della Casa della Poesia di Como.
Il Festival si terrà da venerdì 18 a domenica 20 maggio, con eventi riservati alle scuole nella prima giornata ed incontri aperti al pubblico nei due giorni seguenti.
Segnaliamo in particolare l'International Poetry Slam e Reading di poesia
che si terrà sabato 19 maggio a villa Gallia a partire dalle 15.00.
A seguire la cerimonia di proclamazione di vincitori e finalisti del Premio Europa in versi.
Da ricordare anche Di poeta in poeta, una passeggiata creativa sul lago di Como
con la partecipazione dei poeti di Europa in versi, che partirà domenica alle 14.30 da Piazza del Duomo.
Scaricate il programma dettagliato che trovate qui sotto per conoscere tutti gli incontri previsti, con orari e luoghi.
Partecipate numerosi!
Madri di guerra

Contateli
Contateli i vostri figli
O madri dolenti!
Guardate i vostri figli morti
Immobili e freddi
Allineati uno dopo l’altro
Come i grani del rosario
Che stringete fra le mani.
Cosa rimane
Dei vostri e dei loro sogni!
Labbra mute che vorrebbero gridare
Ancora canzoni d’amore.
Occhi chiusi su un passato
Troppo breve per essere ricordato.
Oh! Madri dolorose
Guardate quelle mani inermi
Senza più spade o rami d’olivo
O sogni, o lacrime, o attimi di vita
Che vorrebbero inseguire
In un cielo oscuro e lontano
Troppo lontano per le vostre preghiere.
Il vento d'inverno

Specie quando
Il vento d’inverno
Mi trafigge i capelli
Cammino sulla riva del mare.
Odo il richiamo del gabbiano
Il fremito delle vele
Sul taciturno molo.
Qui
Ritrovo chiari mattini
E suoni e aspri odori
Non dimenticati e reti.
Grovigli inestricabili
Che mani antiche
Annodano e riannodano.
Specie quando
La solitudine diventa
Un’ombra sottile e lunga
E fredda nel crepuscolo.
Quando
Gli sfaccendati granchi
E il vento
E l’onda monotona del mare
Osservano il mio passo
Affondare nella sabbia
Senza lasciare tracce
Dalle navate oscure e contorte
Di conchiglie abbandonate
Sale un lamento.
Un suono d’organo struggente
Che mi possiede
Percuote la mia anima
Fino a spezzare il cerchio
Di una tristezza antica
Che mi sovrasta come una tempesta
A volte ritornano

A volte ritornano… sì, ritornano in mente le vecchie poesie che, bambina, m’inorgoglivo di sapere tanto bene a memoria. La leggenda di Teodorico, di Giosuè Carducci, è una di queste.
Teodorico, re degli Ostrogoti ai tempi dell’Impero Romano d’Oriente, fu mandato in Italia dall’Imperatore, dopo avere sconfitti gli Eruli ed il loro re, Odoacre. Viveva nel castello di Verona.
Teodorico mise in carcere e fece uccidere il suo consigliere Severino Boezio, dopo una lunga disputa religiosa. Ma, a sentire Carducci, la giustizia divina non si fece attendere.
Su 'l castello di Verona
Batte il sole a mezzogiorno,
Da la Chiusa al pian rintrona
Solitario un suon di corno,
Mormorando per l'aprico
Verde il grande Adige va;
Ed il re Teodorico
Vecchio e triste al bagno sta.
Pensa il dí che a Tulna ei venne
Di Crimilde nel conspetto
E il cozzar di mille antenne
Ne la sala del banchetto,
Quando il ferro d'Ildebrando
Su la donna si calò
E dal funere nefando
Egli solo ritornò.
Guarda il sole sfolgorante
E il chiaro Adige che corre,
Guarda un falco roteante
Sovra i merli de la torre;
Guarda i monti da cui scese
La sua forte gioventú,
Ed il bel verde paese
Che da lui conquiso fu.
Il gridar d'un damigello
Risonò fuor de la chiostra:
— Sire, un cervo mai sí bello
Non si vide a l'età nostra.
Egli ha i pié d'acciaro a smalto,
Ha le corna tutte d'òr.
— Fuor de l'acque diede un salto
Il vegliardo cacciator.
— I miei cani, il mio morello,
Il mio spiedo — egli chiedea;
E il lenzuol quasi un mantello
A le membra si avvolgea.
I donzelli ivano. In tanto
Il bel cervo disparí,
E d'un tratto al re da canto
Un corsier nero nitrí.
Nero come un corbo vecchio,
E ne gli occhi avea carboni.
Era pronto l'apparecchio,
Ed il re balzò in arcioni.
Ma i suoi veltri ebber timore
E si misero a guair,
E guardarono il signore
E no 'l vollero seguir.
In quel mezzo il caval nero
Spiccò via come uno strale
E lontan d'ogni sentiero
Ora scende e ora sale:
Via e via e via e via,
Valli e monti esso varcò.
Il re scendere vorría,
Ma staccar non se ne può.
Il più vecchio ed il più fido
Lo seguía de' suoi scudieri,
E mettea d'angoscia un grido
Per gl'incogniti sentieri:
— O gentil re de gli Amali,
Ti seguii ne' tuoi be' dí,
Ti seguii tra lance e strali,
Ma non corsi mai cosí.
Teodorico di Verona,
Dove vai tanto di fretta?
Tornerem, sacra corona,
A la casa che ci aspetta? —
— Mala bestia è questa mia,
Mal cavallo mi toccò:
Sol la Vergine Maria
Sa quand'io ritornerò. —
Altre cure su nel cielo
Ha la Vergine Maria:
Sotto il grande azzurro velo
Ella i martiri covría,
Ella i martiri accoglieva
De la patria e de la fé;
E terribile scendeva
Dio su 'l capo al goto re.
Via e via su balzi e grotte
Va il cavallo al fren ribelle:
Ei s'immerge ne la notte,
Ei s'aderge in vèr' le stelle.
Ecco, il dorso d'Appennino
Fra le tenebre scompar,
E nel pallido mattino
Mugghia a basso il tosco mar.
Ecco Lipari, la reggia
Di Vulcano ardua che fuma
E tra i bòmbiti lampeggia
De l'ardor che la consuma:
Quivi giunto il caval nero
Contro il ciel forte springò
Annitrendo; e il cavaliero
Nel cratere inabissò.
Ma dal calabro confine
Che mai sorge in vetta al monte?
Non è il sole, è un bianco crine;
Non è il sole, è un'ampia fronte
Sanguinosa, in un sorriso
Di martirio e di splendor:
Di Boezio è il santo viso,
Del romano senator.
G. Carducci, da Rime Nuove
Siate buoni, o figli

Per continuare la serie delle poesie che ci facevano imparare a memoria - e questa è bella lunga, non so come farei adesso a recitarla a mente – ce n’è una che prediligevo e ancora oggi mi fa salire le lacrime agli occhi: Il rospo di Giovanni Pascoli.
Qui il “fanciullino” non è buono, tutt’altro, qui è semmai l’immagine della malvagità inconsapevole, quasi innocente nella sua implacabilità. A esser buono è il “mostro”, il rospo brutto, e per ciò stesso “cattivo”. Lui è l’unico ad aver l’animo tenero e sensibile, capace di vedere la bellezza della natura. Se ne sta per i fatti suoi, mentre i fanciulli, belli e amati, imperversano sul suo corpo sgraziato. Ad aver pietà di lui non è un uomo, non è una donna, ma un povero asino vecchio e macilento, vittima a sua volta di percosse e brutalità.
Era un tramonto dopo il temporale.
C'era a ponente un cumulo di cirri
color di rosa. Presso la rotaia
d'un'erbosa viottola, sull'orlo
d'una pozza, era un rospo. Egli guardava
il cielo intenerito dalla pioggia;
e le foglie degli alberi bagnate
parean tinte di porpora, e le pozze
annugolate come madreperla.
Nel dì che si velava, anche il fringuello
velava il canto, e, dopo il bombar lungo
del giorno nero, pace era nel cielo
e nella terra.
Un uomo che passava
vide la schifa bestia; e con un forte
brivido la calcò col suo calcagno...
Venne una donna con un fiore al busto,
ed in un occhio le cacciò l'ombrella...
Quattro ragazzi vennero sereni,
allegri, biondi: ognuno avea sua madre,
a scuola andava ognuno. - Ah! la bestiaccia!
dissero. Il rospo andava saltelloni
per la scabra viottola cercando
la notte e l'ombra. Ed ecco i quattro bimbi
con una brocca a pungerlo, a picchiarlo,
a straziarlo. Sotto i colpi il rospo
schiumava, e i bimbi: - Come è mai cattivo!
L'occhio strappato ed una zampa cionca,
cincischiato, slogato, insanguinato,
non era morto; e gli voleano i bimbi
gettare un laccio, ma scivolò via
arrancando. Incontrò la carreggiata,
vi si annicchiò fra l'erba verde e il fango.
Ed i fanciulli in estasi e in furore
s'erano certo divertiti un mondo.
Guarda, Piero! Di’, Carlo! Ugo, dà retta!
prendiamo, per finirlo, ora un pietrone.
E, rossi in viso, empivano di strilli
la dolce sera. Intanto uno rinvenne
con una grossa lastra: - Ecco trovato!
A stento la reggea con le due mani
piccole, e s'aiutava coi ginocchi.
Ecco! - E ristette sopra il rospo, e gli altri
a bocca aperta, senza batter ciglio,
stavano intorno con la gioia in cuore.
E quello alzò la lastra. Uno... due...
Quando
videro un carro che venia tirato,
là, da un asino vecchio, zoppo, stanco,
con gli ossi fuori e con la pelle rotta.
Il barroccio veniva cigolando
nei solchi delle ruote, trascinato
dalla povera bestia. Essa il barroccio
tirava, e avea due cestoni indosso.
La stalla, dopo un giorno di fatica,
era ancor lungi; il barrocciaio urlava,
e segnava ciascun: - «Arrì »- d'un colpo.
Il solco delle rote era profondo,
pieno di melma, e così stretto e duro
ch'ogni giro di rota era uno strappo.
L'asino s'avanzava, rantolando
tra una nuvola d'urla e di percosse.
La strada era in pendio: tutto il gran carro
pesava sopra il ciuco e lo spingeva.
Ed i fanciulli videro, e, gridando
al lor compagno: - Fermo con la pietra!
dissero: - il carro passerà sul rospo;
c'è più gusto così.
Dunque, in attesa,
sgranavano gli allegri occhi i fanciulli.
Ecco, scendendo per la carreggiata,
dove il mostro attendea d'esser infranto,
l'asino vide il rospo: e triste, curvo
sovra un più tristo, stracco, rotto, morto,
sembrò fiutarlo con la testa bassa.
Il forzato, il dannato, il torturato,
oh! fece grazia! Le sue forze spente
raccolse, e irrigidendo aspre le corde
sugli spellati muscoli, ed alzando
il grave basto, e resistendo ai colpi
del barrocciaio, trasse con un secco
scricchiolio, fuori, e deviò la ruota,
lasciando vivo dietro lui quel gramo.
Poi riprese la via sotto il randello.
Allor nel cielo azzurro, dove un astro
già pullulava, intesero i fanciulli
Uno che disse: - Siate buoni, o figli.
Sul ponte sventola bandiera bianca
Fra le poesie che ci facevano imparare a memoria alle elementari negli anni sessanta, una di quelle che più mi è rimasta impressa è L’ultima ora di Venezia di Arnaldo Fusinato (1817 – 1888). Amico di Prati ed Aleardi, l’autore fu poeta patriottico contro l’oppressione austriaca. Nel marzo del 1848 insorsero le città del Lombardo Veneto, costringendo alla ritirata le guarnigioni austriache. Nel 49 anche Venezia insorse e fu proclamata la Repubblica di San Marco, dove Fusinato prestò servizio come tenente. Anche qui, nonostante la difesa guidata da Daniele Manin, dopo quasi un anno la città si dovette arrendere alle forze austriache. Nella poesia L'ultima ora di Venezia si può leggere tutto lo sconforto provato da Fusinato in quei momenti, che il mio cuore di bimba romantica, imbevuta - per retaggio familiare - di ideali patriottici, riusciva a sentire nel profondo.
È fosco l'aere,
il cielo è muto;
ed io sul tacito
veron seduto,
in solitaria
malinconia
ti guardo e lagrimo,
Venezia mia!
Fra i rotti nugoli
dell'occidente
il raggio perdesi
del sol morente,
e mesto sibila
per l'aria bruna
l'ultimo gemito
della laguna.
Passa una gondola
della città:
- Ehi, della gondola,
qual novità? -
- Il morbo infuria
il pan ci manca,
sul ponte sventola
bandiera bianca! -
No, no, non splendere
su tanti guai,
sole d'Italia,
non splender mai!
E su la veneta
spenta fortuna
si eterni il gemito
della laguna.
Venezia! L'ultima
ora è venuta;
illustre martire,
tu sei perduta...
Il morbo infuria,
il pan ti manca,
sul ponte sventola
bandiera bianca!
Ma non le ignivome
palle roventi,
né i mille fulmini
su te stridenti,
troncaro ai liberi
tuoi dì lo stame...
Viva Venezia!
muore di fame!
Su le tue pagine
scolpisci, o storia,
l'altrui nequizie
e la sua gloria,
e grida ai posteri:
- Tre volte infame
chi vuol Venezia
morta di fame! -
Viva Venezia!
L'ira nemica
la sua risuscita
virtude antica;
ma il morbo infuria,
ma il pan ci manca...
sul ponte sventola
bandiera bianca!
Ed ora infrangasi
qui su la pietra,
finché è ancor libera
questa mia cetra.
A te, Venezia,
l'ultimo canto,
l'ultimo bacio,
l'ultimo pianto!
Ramingo ed esule
in suol straniero,
vivrai, Venezia,
nel mio pensiero;
vivrai nel tempio
qui del mio core
come l'immagine
del primo amore.
Ma il vento sibila
ma l'ombra è scura,
ma tutta in tenebre
è la natura:
le corde stridono,
la voce manca...
sul ponte sventola
bandiera bianca!
Franco Battiato ha ripreso il ritornello nella canzone Bandiera bianca.
TV

I
Gli occhi
come i piatti di una bilancia
che ha per sostegno
un sentimento a ritroso:
mezzo chilo d’amore
e mezzo chilo d’odio
tengono i piatti in equilibrio.
Risultato?
Uomo da niente,
uomo di niente.
II
Sentimenti di Natale
rabboniscono il televisore.
E adesso
il tuo cuore
è un ornamento
che sai appendere
al rametto stilizzato
di un sogno narcotico,
di un sorriso plagiato.
Terzo comandamento: ricordati
di santificare il televisore.
Malinconia di Natale e dies natalis

Malinconia di Natale
Un alito di speranza
Una lingua di fumo del focolare
una spina di malinconia
un sussulto nel cuore
le mamme sole
tra i pianti di non graditi balocchi
ché in quelli non avuti
vive il desiderio
e il pungente profumo di visi
sbarbati e gelidi al calore
di tenera pudica carezza
in attesa di puntuali mense da re.
A sera un filo di strada alla grotta
e lacrime ghiacce di solitudine
deposte sul giaciglio a ghirlanda
del capo del divino bambino
incoronato di spine in un futuro
nemmeno troppo lontano.
Dies natalis
Quando nasce la Vita come a Betlemme
palpita d’immenso il cuore
stupefatto di nuvole rosa
e di germogli di pesco
di luci di stelle e mormorio di vento.
Cadono d’un tratto le paure
e le angosce del limite estremo
e come pane di lievito il cuore si slarga
l’animo empie le gote di spirito sacro
e profumo di viole conduce alla stalla
a rimirare il miracolo antico che nuove
sparge speranze e virtù e ogni volta
il male purifica in bene a chi
a guisa di umile servo accoglie
del regale Bambino il segno del Tempo
nei fuggevoli tempi dell’uomo
nei giorni precari di vite consunte
in animi sordi alla buona novella.
L’Infinito è in un attimo
al santo vagìto ci guida
la stella cometa
da lontano nell’aria
suoni di ciaramelle.
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