poesia
Gianni Venturi, "21 grammi di solitudine"
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21 grammi di solitudine di Gianni Venturi (Giuliano Ladolfi Editore, 2020) è il peso poetico di un respiro, il soffio intimo, l’impalpabile essenza del dolore umano, l’evanescenza di sentimenti puri e autentici. Il poeta, attraverso la fermezza descrittiva, essenziale e distensiva nelle immagini, fende il terreno emotivo tracciando la superficie dei solchi interiori, imprimendo la traccia profondamente radicata delle espressioni viscerali, del mondo sensibile, del patrimonio familiare delle origini e della terra sopra il tempo della vita indifesa e fragile. Si narra che 21 grammi sia il peso dell’anima, pochi granelli inconsistenti sul peso di un destino che ognuno di noi riconosce nella fatalità prestabilita ed imperscrutabile degli eventi. La poesia di Gianni Venturi si inoltra lungo le condizioni e i sentimenti umani sradicando ogni passaggio spazio - temporale della memoria, frequenta le lacerazioni impulsive e la resistenza nelle intuizioni drammatiche e nostalgiche, nei frammenti di una disperazione in cui la solitudine è al centro di tutto. Il tragitto privilegiato della poesia verso la personale testimonianza dell’autore è presenza illuminata, eco deformata dell’anamnesi, rifugio ancestrale, richiamo ad una trama remota che si svolge oltre i limiti consueti della conoscenza, solitaria e sofferente, dell’umanità. I versi, affatturati all’efficacia espressiva degli abbandoni, suggeriscono un altrove quieto, un nascondiglio protettivo, dove custodire l’incondizionata immutabilità dell’assenza, nell’ostentato distacco di ogni atteggiamento intellettivo e carnale. L’estrema limitatezza della coscienza umana circoscrive l’evocazione del passato e domina il segno del presente. L’intensità accentuata ad ogni mutamento individuale è luogo di transito e di sosta della creatività, materializza la rappresentazione esplicita e cruda della infranta condizione umana. Il poeta è nel disamore della malinconia, nella perdizione del recupero di un passato che non muore ma che dilata una sconfitta insofferente e vagabonda e pone lo sguardo sulle essenze illusorie dell’uomo, accenna ai turbamenti e ai disorientamenti emotivi, è l’ombra cupa di ogni tormento. 21 grammi di solitudine approda ad un’introspettiva identità, assapora l’incanto suggestivo dei colori e delle forme delle possibilità, assorbe il sollievo dei cambiamenti, prolungando la corposità e la generosità dei ricordi. La dissolvenza rarefatta delle stagioni vitali congiunge la volontà di estendere l’accogliente risposta alla propria natura, alle radici, alle fondamenta che trattengono l’inclinazione di ogni qualità emotiva, in ogni alchimia delle proprie tensioni, confessando la consistenza rivelata dalle percezioni. I versi maturi sono consumati in una misurata e toccante lacerazione spirituale nella lontananza dell’isolamento. Nella semplicità e nella determinazione dei frammenti di un’esistenza svuotata, il poeta delinea scaglie di vita consumata, alla deriva nella nebbia esistenziale dell’uomo, segue la direzione della speranza e della rassegnazione, del coraggio e della paura, donando al valore della coscienza, il riscatto e l’accordo alla salvezza. Il peso sostenuto da chi sopravvive, libero di trasmigrare in altri luoghi del cuore è l’ispirazione per la più dolce elegia.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”
abitavo un paese gentile dall’aia fiorita
e danze di fisarmoniche sussurranti
odoravo le campagne di settembre con sorrisi
la canapa era dura come il tempo
in quest’ora d’abbondanza infelice
sorseggio un’acqua fetida non più di fonte
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la terra ha brividi
che scuotono
paludi
come la nebbia errante
che di casa in casa si raggruma
un sole amorfo si raggomitola
tra monti di cenere
all’orizzonte
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le pietre parlano
la lingua sconosciuta dell’ontano
lo sciamano alti scopre i canti
alla dea del fiume che ravviva novembre
è il canto del vento tra le foglie
questa terra ha silenzi circolari
memorie granitiche
orari definitivi per la vita
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come gelo le parole dette
tutto appare chiaro
la maestra scuote dolce il viso trema
il parroco intona il verbo scivola
la vita oltre fondamenta fragili
sono uno sputo di luce e arranco
come l’inverno carezze sperse
tutto perduto memoria e dignità
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è tempo di condividere l’assenza
tempo di estrema partenza
c’è un ponte di nebbia che separa le strade
poco battute che conducono ovunque
partecipare condividere aggregare
mi sento la pietra lapidaria
non angolare nel muto dialogare
fuori tempo l’estremo abbandono
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L’archeologo osserva compiaciuto i reperti umani
in divenire noi un chicco di luce persiste
l’universo che ha voce accoglie la stella che implode
entropia o fine del clamore
come altari sulla sabbia
lo scorrere delle ere cancella le cose
e nulla resterà
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vecchi curvi avanzano dimenticati
come roccia che si sgretola
il tempo che scorre e racconta il silenzio
sono querce nel traffico impetuoso
questa distonia dimentica il passato
spaventa il bimbo in corpo di vecchio
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basterebbe un filo di vento qui nella stasi
dove tutto appare bloccato
quasi vuoto il movimento
l’assoluto si tende
Natale
Non v’è parola più dolce più piana
per ogni cuore che attende la speme
di un giorno di trepida pace
di gioia in una notte di Luce.
Ognuno si aggrappa a una stella
che guidi nel cammino alla stalla
dov’è il primo Bambino del mondo
che ogni uomo stupito circonda
di sguardi smarriti e incantati
per l’Amor tante volte donato.
Ognuno s’inchina a quel viso
al tenero e dischiuso sorriso
che affanni e dolori lenisce
e pensieri di bontà suggerisce.
Gloria Alleluia è Natale!
vibra ogni cuore mortale.
Natale
Il Natale è una festa fanciulla,
il Natale è un ricordo lontano,
il Natale è mia madre alla culla che mi segna in ginocchio pian piano,
il Natale è una Grotta un po' tetra
e una Sacra Famiglia di pietra.
E' una notte trascorsa in attesa
che s'avveri chissà quale evento aspettando la bella sorpresa
che con poco mi faccia contento perché allora,
nel troppo bisogno, un pupazzo per me era un sogno.
Il Natale cos'è diventato?
Una corsa a comprare il regalo, un'offerta, uno sconto, un mercato
una gara a chi fa più gran scialo, uno spot che ho visto e rivisto
dove comprano e vendono Cristo.
Ma la Pace, purtroppo, non c'è. Se la guerra la fa da padrone
tu, Signore, mi spieghi perché non proteggi migliaia di persone?
Che vuol dir fratellanza, uguaglianza quando l'odio fa grande mattanza?
Il Natale è un affetto lontano,
il Natale è una casa fanciulla
il Natale è mia madre alla culla
che mi dice il rosario pian piano,
il Natale è un antico rimpianto
e una fiaba bambina soltanto.
Gianni Marcantoni, "Complicazioni di altra natura"
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Complicazioni di altra natura di Gianni Marcantoni (Puntoacapo Editrice - Collezione Letteraria, 2020) è una trasparente diagnosi della poesia contemporanea, una leale interpretazione analitica che osserva e presagisce le contrarietà impreviste della vita, gli ostacoli di ogni esperienza, riconoscendo all’altruistica elaborazione della sincerità l’intuizione emotiva dei valori, dileguati nell’indistinta incertezza del futuro. I versi diramano tortuosità impulsive, nella curva oscura delle immagini inquiete e malinconiche, diffondono contraddizioni interiori che ricadono sul dolore raccolto ed intimo dell’anima e dilatano lacerazioni e crudeli instabilità sentimentali. La parola offre in dono la protezione di ogni percettibile verità interiore e proietta la sensibilità nel dettaglio della nostalgia, sconfinando la cognizione di una poesia disincantata, prolungando il disagio delle illusioni e la condizione complicata di ogni mancanza. Il poeta agevola il significato degli impedimenti influenzando le conseguenze favorevoli della profondità espressiva, incisa nella nitidezza delle idee e nella lucidità della coscienza. La necessità poetica di Gianni Marcantoni è energia generatrice delle sensazioni contemplate ed esaminate, percepite attraverso la mediazione del senso, capaci di trasformare la proprietà empatica della realtà oggettiva. La riflessione intimista sulla natura incerta e provvisoria dell’inconsistenza umana, l’assenza e la solitudine dell’individualità invocano il coraggio dell’analisi sulla contemporaneità, l’essenza ontologica della temporalità, e, nelle poesie, i “correlativi oggettivi” sono l’identificazione di un’evocazione, nel legame tra contenuti profondi e motivazioni esterne. Il poeta dichiara di riconoscere la propria autenticità, intraprendendo l’indagine dell’essere, ridestando alla conoscenza l’abilità di essere nel mondo. La maturità sensibile dell’autore si nutre dell’originaria appartenenza alla propria riservatezza e indica la familiarità con la memoria percepita, compresa e legata al destino di chi scrive. Gli “strumenti umani” sono un’occasione esistenziale e rivelano una confidenza elegiaca svelando la spirituale coerenza del patrimonio affettivo, confermando la comprensione degli eventi e l’esposizione delle situazioni autenticamente trascorse e sofferte. I motivi d’ispirazione e d’idealizzazione poetica vivono del momento presente, scarno e vorace, ma evocano il coraggio di vedere oltre, di accogliere i conflitti, le ossessioni e gli inganni che invitano alla stabile permanenza del rifugio esistenzialista. L’orizzonte della consistenza è svelato dalla solidarietà umana, quando la finitudine della realtà, lucida e scaltra, asseconda ogni espressione in corrispondenza degli istinti e dei sogni che produce. Gianni Marcantoni ritorna lungo i luoghi perduti, i territori che con commozione e resistenza conoscono la parte migliore di ogni destinazione privata delle parole, nella distensione di ogni trasferimento della sofferenza. Il poeta si lascia attraversare dall’indugio alla consapevolezza e assegna lo sguardo disarmante e alieno all’abisso generato da ogni emergenza.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”
https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
Caduta
Il sole trita il mattino davanti al suo corteo
d'ombre, la notte rapiva il sonno della gente
ancora alla ricerca di miserie;
è tempo di ricominciare qualcosa
che abbia un principio,
è tempo di voltarsi e di guardare
oltre queste macerie intossicate nell'oro.
E in mezzo a tutto questo
un pidocchio salta da un marciapiede all'altro
risucchiato dal canto dei clacson ancora vivi,
teme da solo di essere scordato
come l'acqua di uno scarico che scroscia,
che scompare in una macchia buia,
scendendo giù verso la fine,
nell'ultimo spigolo, nell'ultimo rantolo,
come una specie di gomitolo che cade dalle mani.
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Un altro resto
La tua luce si perde in un rifugio,
la notte ci sdoppia
da una membrana rigida come travertino.
Infondo sono poche parole che rimangono,
il vento trastulla il nostro vecchio motivo,
sui picchi dei monti – verso l'alto
il cuore non spinge più contro la parete.
Hai battuto il muso sul petto
(ed è stato solo un attimo),
un silenzio forse troppo complicato
da tradurre in suono. Ma il torchio gira
e ruotando preme l'ultimo
resto di mandibola, il pilastro appuntito
dove il braccio ancora circola.
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Nell'aria
Gesti folli aprono i tuoi occhi,
gesti al buio di un teorema separano le acque,
il mio nome resta traccia di uno spazio che lenisce.
Un varco invisibile conduce alla sola verità necessaria
che sai la mia parola aver taciuto.
Nessun nome il sole può bruciare, dopo aver trascinato
questa vita in un cadavere dalle sembianze inumane.
Ho abitato la terra e il suo stringato lamento
perché il cielo ho smosso con le mani nude d'aria,
e svelato la notte a chi l'aspettava.
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Corone del buio
Le parole incomplete hanno imbrattato
il quadro, ora la cornice sembra più sottile.
Del nulla cosparso osservo
le pinete indurite, che sembrano
un mosaico di ramificazioni allacciate
sopra una intelaiatura. Dell'immane nulla
ammiro la foschia del panorama,
che boccheggia soggiogato davanti alla fessura
aperta della mia safena in emergenza.
Eppure nella materia uno spettro si assembla,
dalle vecchie tubature ardenti
esso sovviene alla mia presenza
con una manciata di briglie in mano,
che aprono alle corone del buio
questo mutilato sipario di tagliole.
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Vissuto
Vi saluto, ma tornerò - tornerò,
da qui nulla è perduto senza un taglio.
Domani è il mio vissuto, il vento era troppo cupo,
la luce troppo solitaria per risorgere da un dirupo.
Nel tempo non c'è sorte a separarci,
qui dove niente può spegnersi tornerò
senza avere avuto cure, saprò cosa dire
alle tue accuse che non più mi riguardano;
le pozze dissetano il branco.
Saprò dove guardare se la quiete
passerà a respirare dalle nostre parti scarne.
Nicolas Guillén, "Obra poetica"
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Obra Poetica 1922-1985
Nicolás Guillén
Traduzione di Gordiano Lupi
Tomo I
Il Foglio Letterario, 2020
pp 494
15,00
Il primo ponderoso tomo della traduzione fatta da Gordiano Lupi – e pubblicata con la sua casa editrice Il Foglio - dell’opera poetica di Nicolás Guillen (1902-1989), meticcio figlio di schiavo, poeta cubano comunista, esiliato dal dittatore Batista, combattente della guerra civile spagnola, viaggiatore, presidente dell’unione nazionale degli scrittori di Cuba.
Questo primo tomo raccoglie le opere scritte dal 1922 al 1958 e l’evoluzione è evidente. Le prime liriche – addirittura inedite - sono giovanili, intimiste, ancora ottocentesche, tese a raccontare di un amore perduto, distante e ormai indifferente, e hanno un sapore occidentale. La speranza è tutta in un nuovo amore e si passa attraverso immagini sofferte e cristologiche, condite di solitudine e misantropia. Molto evidente la dualità innocenza/ corruzione, il senso della propria indegnità che si trasforma in una sorta di preghiera laica.
L’approdo successivo è a una lirica impegnata, sociale, dove Guillén canta gli ultimi, i dimenticati, gli sfruttati, i tagliatori di canna da zucchero.
Nel mezzo fra le due, la poesia più bella e sonora, quella “mulatta” di Songoro Cosongo, che si rifà al son cubano, musica e ballo insieme, onomatopeia di tamburi e mimetismo del ritmo sensuale dei neri. Una poesia che è suono, ma anche sangue e carnalità.
Erotismo, dicotomia fra bianco e nero (i due “nonni”, i due “bimbi”), bisogno di riconoscersi in una delle due identità senza averne la possibilità, cori da tragedia greca che oggettivano la narrazione in realismo a volte anche ironico, più spesso drammatico. Tutto poi evolve nella poesia più tarda, quella contestataria e comunista, dove il poeta denuncia la condizione dei neri cubani e il furto da parte degli Stati uniti delle ricchezze nazionali.
Infine, l’entusiasmo per la rivoluzione, per Che Guevara, per tutto ciò che appare nuovo, luminoso e giusto. Guillén, per sua fortuna, morirà prima di vedere la triste fine dei suoi ideali.
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Roberto Concu, "Fedeltà del gelso"
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Fedeltà del gelso di Roberto Concu (AnimaMundi Edizioni, 2020) è una raccolta poetica gentile, una risposta saggia alla vita, nella costante corrispondenza alla fiducia e all’origine delle parole, il bagaglio sentimentale trasportato dalle stagioni e da ogni benevola esperienza. I versi ricompongono nello spazio metafisico i richiami profondi ed istintivi della terra, nella fantastica distrazione che è l’eredità di un incanto e il premuroso legame con la realtà, l’eterna sospensione che dilata la nobile consistenza del tempo ed occupa l’educata e naturale familiarità ai luoghi e alle persone, con l’immediatezza dei sentimenti e la spontanea armonia con la natura. Il poeta intrattiene miracolose sensazioni, assolute ed improvvise circostanze poetiche che ispirano la trasposizione simbolica del gelso, osservato in tutti i suoi mutamenti e trasferisce le similitudini originarie arricchendo significati alla vita. Roberto Concu si descrive fedelmente nell’accoglienza riservata ai suoi versi, teneri, candidi e immaginifici, dove gli accadimenti umani si identificano con la sorprendente e determinante urgenza della vita, nell’impeto entusiastico di creare un componimento poetico dell’anima che trae la sua forza dalle suggestioni dei pensieri e delle immagini. Il libro intreccia l’autentica manifestazione della verità poetica, il sentimento delle cose, il senso di stupore e meraviglia nei toni semplici e rapidi dello spirito libero, un intimismo espressivo e crepuscolare, l’attimo presente oltre le stagioni che aprono l’anno naturale, i luoghi del cuore esposti allo scorrere inesorabile del tempo, in una cortina di ombre e luce, di gioia e di tristezza. Una letteraria e nostalgica bellezza degli spazi, il compimento di un’alleanza emotiva, il valore estetico dell’illuminazione che non consuma e non inganna la memoria di ogni vissuto. L’autore assapora la grazia degli incantesimi e la naturale abitudine della realtà quotidiana, rifugiandosi negli interni del silenzio, ritrovando la confidenza diffusa delle atmosfere e dedicando il tempo ai sogni, proteggendoli e coltivandoli al di là dell’indifferenza dei tempi. Spirito romantico, nel caldo e ammantato colore della speranza, lo spirito poetico giunge ad una meta riservata, privata, lontana dai clamori del mondo, adagiando l’atemporaneità dei valori affettivi, proiettando nel cuore di un destino che pulsa e batte gli attimi della vita, scandita dal torpore e dalla compiacente indolenza assopita di chi sa vivere altrove, altre vie, altri destini. L’energia espressiva ed ospitale delle parole accompagna la delicatezza dell’appartenenza, con la generosità della contemplazione per i frutti che la poesia dona, cinge il legame con l’evocazione dei sentimenti, stringendo l’alleanza con la bellezza di ogni destinazione umana.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”
Mattino.
Nella sacralità del silenzio
odo il canto
della figlia del giardiniere
un'onda di mistero
mi commuove.
O dolce, ridente Saffo
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Nuovo gennaio.
Spoglio il gelso -
monaco fedele al voto -
la verità oltre la parola
esige il medesimo linguaggio
spoglio
Foglie parole
ammucchiate
agli angoli del cortile
Come transita in fretta
la luce nell'ombra
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Parola è il volto
presenza che si auto-nega
sino a non mostrarsi più
e spingerci
laddove il dolore
è conoscenza
la voce un passo
tra possibile e impossibile
Mostrare il volto
le cose
il loro -
osceno
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L'inizio della pioggia
accorda il giorno
con la pelle tesa delle foglie
Rifuggono i merli e i
passeri venuti a beccare
le briciole sul balcone
Matura la luce
allo stesso ritmo secolare
della pioggia
tutto è pace e desiderio
prima che il mondo si risvegli
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Un nuovo alfabeto
oltre l'egoismo
l'oscuramento
la corruzione -
Aleph e Ghimel -
fedeltà e primavera
una nuova voce
con cui
manomettere
il nome d'ogni cosa
riconoscere
la sacralità del silenzio
davanti al muro del Mistero
Attilio e Ninetta Bertolucci, "Il nostro desiderio di diventare rondini"
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Il nostro desiderio di diventare rondini- Poesie e lettere di Attilio e Ninetta Bertolucci, a cura di Gabriella Palli Baroni (Garzanti Editore, 2020) racconta l’incanto intimista della dimensione sentimentale senza confini, in ogni gentile e tenue sfumatura, attraverso la rappresentazione lirica di luoghi, ambienti e ricordi abituali e la descrizione spontanea di un’elegia degli interni intorno a domestiche e familiari rivisitazioni romantiche. I testi, composti dalle poesie e dalle lettere che hanno congiunto costantemente l’alleanza emotiva dei protagonisti nel miracolo dell’amore e nella solennità della poesia, manifestano la partecipazione appassionata alla bellezza, leggera e sensuale delle dichiarazioni d’amore. La consapevole riconoscenza di un’infinita confidenza di complicità, celebra la lealtà della memoria nell’esperienza sensibile della tenerezza. Le parole, patrimonio dell’anima, concedono la percezione di un tempo ulteriore nell’esistenza, evocano l’idea di una vita prolungata, nella compiacenza felice di narrarsi il mondo interiore con l’intento comune di divulgare l’eternità. Il libro promuove gelosamente il consenso a custodire la sorgente degli affetti e a proteggere la relazione con la realtà. Le poesie di Attilio Bertolucci dischiudono i periferici collegamenti degli orizzonti e sconfinano nell’armonia medianica della voce interpretativa e dello sguardo narrativo. Il riassunto artistico, dolce e temerario della vita si intreccia al vincolo del possesso biografico accompagnando la fiduciosa empatia del filo di continuità, la somma amplificata di ogni eloquente promessa sostenuta da impronte invisibili nelle emozioni d’amore, nella generosità del desiderio. L’affabilità amorosa che unisce Attilio e Ninetta Bertolucci nelle lettere, congiunge l’elemento distintivo della stabilità, scrivendo e fermando su carta la sintonia emotiva, con un’accordo d’intesa verso un tragitto privato di crescita umana e spirituale, un’unione solida e resistente in cui la conoscenza reciproca del rispetto sostiene sempre la pienezza esistenziale e mantiene la sensibile espressione dell’accoglienza e della presenza benevola della quotidianità. Il libro è un ideale tangibile di donazione alla soave amorevolezza, nella virtù necessaria ad esaltare la dedizione di chi amiamo e a riconoscere la solidarietà. La speranza nutre la grazie reciproca di ogni comunicazione leggendo, nella prospettiva dei sogni e nella gioia di vivere, la tendenza della volontà ad aggiungere forza comprensiva nella storia e a raggiungere il privilegio naturale di condividere il tempo, sostenendolo a vicenda. La disponibilità alla progettualità nell’unione è l’esortazione principale del libro ed invita ad un impegno verso l’essenziale, dolce e magica percezione del mondo affettivo. Il titolo del libro Il nostro desiderio di diventare rondini, preso da una lettera scritta da Attilio a Ninetta, è metafora e simbolo dell’amore coniugale, un aspetto segreto della semplicità e della saggezza, strettamente legato alla predilezione per un atteggiamento capace di riconoscere la purezza del corteggiamento. Il rinnovamento dello spirito libero che incrocia l’anima incoraggiando l’impulso al viaggio da compiere insieme abbracciando l’unicità di volersi bene.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”
https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
Amore a me...
Amore a me vicino
di tua crudeltà mi consola,
fuori è notte e cade
una dolce pioggia improvvisa.
La famigliare lampada rivela
le intime e care cose,
amore parla e parla di te
sommesso, come acqua fra erbe alte.
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Madrigale
Sì: ho colto i garofani alteri
delle tue guance,
e avevano corolle sì rance
con sì bizzarri screzi neri...
Ma sotto i tuoi occhi
son cresciute viole,
come di marzo al primo sole,
sulle rive dei fossi.
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La rosa bianca
Coglierò per te
l’ultima rosa del giardino,
la rosa bianca che fiorisce
nelle prime nebbie.
Le avide api l’hanno visitata
sino a ieri,
ma è ancora così dolce
che fa tremare.
È un ritratto di te a trent’anni,
un po’ smemorata, come tu sarai allora.
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Questa sera il sole...
Questa sera il sole tramonta nei tuoi occhi
l’inverno vi si spegne, lenta brace tranquilla.
Così la gente indugia per le strade che l’ombra
non ha toccato ancora, ma il fumo appena
da umili camini intimamente annuvola.
Tu lascia che ristagni sulle case ed offuschi
i lontani del cielo che scolora.
Finché un’altra pena
porti la notte, vigilia della primavera.
L’amore coniugale
Ma se la pioggia cade
la camera s’oscura...
L’amore ancora dura
che le gocce più rade
la finestra più chiara
i tuoi occhi più neri
e oggi come ieri
come domani. Amara
sui tetti umidi brilla
la giornata nel sole
che si volge sulle viole
risorte stilla a stilla.
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Non
Non mi lasciare solo se io
ti lascio sola
e intorno a te la luce
è quella che fa piangere
dei giorni ordinari,
non allontanarti con passo
fiducioso in direzione
dell’estate e non
considerare rassegnata
la fatalità delle averse e del sole,
non acquistare viole in prossimità della casa.
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I nostri corpi
I nostri corpi, cara, in questo letto
famigliare nell’aria ferma dell’amore
mentre al di là delle finestre chiuse
le stagioni piangendo se ne vanno.
Ma il ritorno dei cieli nuvolosi
e fioriti della tarda primavera
ombrerà i muri la luna errando
sperse lucciole sulle nostre salme.
Valentina Casadei, "Il passo dell'inerzia"
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Il passo dell’inerzia
Valentina Casadei
SaMa Edizioni, 2020
pp 60
8,00
Una silloge di piccole poesie che hanno come base la dualità. L’autrice, Valentina Casadei, è giovane e interloquisce, quasi in ogni poesia, con un tu che è, di volta in volta, l’altro da sé ma anche lei stessa. È un dialogo fitto verso l’interno e l’esterno, - quasi una sceneggiatura - nella speranza che qualcuno ascolti parole che non sono solo per lei. C’è anche, forse, un interlocutore maschile, c’è, comunque, un bisogno irrefrenabile e irrisolto di comunicazione.
È giovane, la Casadei, - e si farà perché parte da buone basi – ma è anche vecchia, perché a volte ha “solo ventisei anni” e a volte “ha già ventisei anni”, ha già nostalgia “della bambina” che fu. Si sente impreparata, smarrita. Ma anche emozionata, in una insistita ricerca personale, in un viaggio dentro e fuori di sé che già rimembra il passato ma con occhio sempre teso al futuro.
Una delle poesie più belle è quella in prima persona, scevra da ogni confronto con l’esterno e che scava dentro la propria anima. Il primo verso mi ricorda - quasi come contaminazione di mezzi espressivi – quello di una canzone di Noemi: “sono un peso per me stessa, sono un vuoto a perdere.”
Sono un disastro sbiadito
un errore dall’alto
un dito puntato
Sono un enorme rimpianto
Sono un fiume nel mare
il fluttuare dell’onda
l’annegare del sordo
Sono un navigante disperso
La vita non è facile e la Casadei non è pronta, per questo indugia, rimane nell’inerzia. Ma non si è mai veramente fermi, il fango ci trascina comunque e perciò, anche nell’“inerzia” c’è “un passo”, c’è l’ossimoro del titolo.
Achille Lauro, "16 Marzo"
16 Marzo di Achille Lauro (Rizzoli Editore, 2020) è un'attesa di adorazione pagana, un'aspettativa di ritorno nell'intermezzo romantico che esalta la dichiarazione ostentata dei sentimenti. Una fastosa attrazione su inclinazioni impulsive, una trappola estetica in cui tutti le sensazioni umane sono mescolate, confuse, disorientate e trascinate dall'amore all'odio, nella verità estrema di ogni esperienza di vita spinta al di là da ogni distinzione della bellezza. Un delirio allegorico, un effetto appassionato di sorpresa, di straniamento e di sospensione, è questo lo scenario adatto che l'artista allestisce per il suo immaginario attraverso segni visivi e immagini simboliche. I testi, poeticamente esposti al verso libero, ispirati al carattere istintivo e puro della creazione artistica, racchiudono il disincanto passionale e teatrale della vita, nelle atmosfere fumose e decadenti delle illusioni e dei desideri. La libertà lunatica dell'autore, svincolata da regole convenzionali, guida la ricerca degli affetti, il bisogno vivo e universale dei rapporti reciproci ed esclusivi e si nutre di tutte le sue ossessioni biografiche, contamina l'irrinunciabile, viziosa, sincera voglia di perdersi in inferni meravigliosi, in esaltazioni ed infatuazioni per la commedia umana, nella vertigine delle percezioni. Lo specchio profondo della miseria e dello sconforto è il riflesso dell'altra parte di sé, l'eterna maschera di chi, equilibrista dell'anima, si affida ad una disillusa ma quanto mai solenne recita, incline alle suggestioni dell'ambizione e della speranza, struggente e malinconicamente sognante. La lente deformante attraverso la quale Achille Lauro guarda alle colpe, agli errori e alle trasgressioni degli uomini intensifica la consapevolezza illimitata degli inganni, del disamore, della resa incondizionata all'idealizzazione della persona amata, che esiste solo come creazione nell'immaginazione, una trasposizione inconsapevole della presenza che stordisce e divora l'innocenza dell'anima. Achille Lauro padroneggia il mondo che attraversa con un'aspirazione inconfessata all'amore, alla disperata relazione con la felicità. Il libro “16 marzo” è uno sregolamento in stile biblico, un'intossicazione da troppa nostalgia, nella sacralità laica di risposte ultime ed indecifrabili. Un'ultima destinazione di un viaggio poetico che accompagna l'avventura di un eterno sopravvissuto, lucidamente abbandonato all'inevitabile spettacolo dei sensi. Le atmosfere surreali dei tormenti e i patimenti rivisitati dell'apocalisse si contendono il primato dell'interpretazione visionaria in cui il supplizio della carne e la leggerezza del cielo sono le espressioni diaboliche ed angeliche della stessa insistenza amorosa. L'artista seduce l'ordine di un culto estetico, è la presenza rarefatta nella composizione visiva ed artistica dell'immateriale, sa flirtare amabilmente con la malìa delle imprevedibilità e le contradditorietà delle invocazioni interiori, defunte preghiere mistiche ed infedeli incise sul fatalismo misterioso dell'equilibrio emotivo. Achille Lauro celebra e dimentica l'amore nell'eleganza del disprezzo, sostiene la sua icona alterando la creatura tra il talento e l'abisso nascosto nelle sue “letterarie” inquietudini e conquista il seguente omaggio poetico:
“L'inverno, noi andremo in un vagone rosa/con azzurri cuscini./Staremo bene. Dentro quei soffici cantucci/Ci son nidi di baci./Chiuderai gli occhi allora, per non vedere, fuori,/Torcersi le ombre oscure,/Arcigne e mostruose, nera plebe serale/Di lupi e di demoni./Ti sentirai sfiorare lievemente la guancia.../Un lieve bacio, simile a un ragno forsennato,/Ti correrà sul collo...Mi dirai: “Cerca qui!” chinando un poco il capo, - Ma ci vorrà del tempo per scovare la bestia/ Che viaggia senza posa....” (Sogno d'inverno - Arthur Rimbaud)
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”
https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
Amore mio,
amore mio che non conosco,
odiami,
perché è meglio il tuo veleno del tuo niente.
Odiami e fammi del male,
fallo prima che inizi io.
Io che morirò per te, ed è così che ti ucciderò.
Il Paradiso è davanti a noi
ma io ti mentirò di nuovo;
come se non fossi tu,
come se questo amore fosse nulla.
Ti mentirò di nuovo
come se di nuovo questo non fosse amore.
Come se non esistesse niente,
come se fossi sicuro che l'amore non muoia mai,
neanche davanti alle menzogne.
O, come se fossi certo che quel poco che ho da dare,
ti basterà.
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Siamo in un labirinto di siepe,
un labirinto a matita disegnato da te.
Tu sei la ragazza che si perde nel suo stesso labirinto,
ti pungerai con delle rose,
mangerai la mela del peccato,
farfalle ti aiuteranno a uscirne,
ma non basteranno.
Questa fiaba racconta di te che seguirai un gomitolo,
nessuno sa se esista davvero.......
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La testa cade libera da qualunque legame terrestre,
un miscuglio di leggerezza e fervore.
Il taglio geometrico oggi lo trovo troppo simmetrico.
Tu daresti una sforbiciata dritta, sinistra,
fermissima sopra l'orecchio destro.
La tua frangia divide perfettamente la fronte a metà:
una coordinata spaziale indispensabile per me,
la discriminante tra materiale e immateriale.
Mi hai chiesto tu di venire oggi stesso
ma io ancora non so come.
Quanto siamo diventati bravi con la finzione.
Acqua, fuoco,
voglio fare con te questo gioco.
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La paura di sbagliare.
Poi i nervi si consumano e diventi cattivo
e ti devi fare di sogni sintetici
ma è la dimensione ascetica della disciplina
ad affascinarmi
più dell'aspetto etico.
Sentire il punto in cui l'anima
è incollata al corpo.
Sentire che cede,
un leggero strappo,
stare lì con la mente in estasi
in quella zona di lacerazione.
Provo spesso questa sensazione:
febbrile, ma profondamente lucido,
fertile,
motivato.......
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….Sotto un tessuto di velluto blu notte,
il tuo colore preferito,
l'ineffabile parola,
la perfetta coincidenza di suono e segno.
Il primo verso inarticolato emesso da Dio.
Per me sarai sempre una poesia occasionale,
la storia cominciata dalla fine.....
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Faccio strani sogni di notte.
Sogno che il mondo è mio.
Sogno di poter arrivare dove voglio.
E' come se quella notte
fosse l'ultima che mi resta da vivere.
Amami, amore, perché
quella notte tutto sarà possibile.
Domenica Blanda, "Le mie impronte"

Domenica Blanda, alias Anna Cavestri (o forse no?), è una poetessa di origini siciliane che sin da bambina abita nella bella Verbania, alle rive del Lago Maggiore.
La poesia dell’autrice è pervasa da alcuni punti cardine, che poi sono le sue sofferenze, quelle dei tempi andati e che affondano in legami familiari antichi e più recenti, che hanno come base la separazione, secondo un concetto ampio ed estensivo. Sofferenze che lacerano, che provocano fratture mai del tutto ricomposte nell’animo. Formano la base del sentire della poetessa. Eventi mai resi noti al lettore, ma che abilmente prendono forma nel qui e ora dell’autrice, senza mai essere esplicitamente enunciati.
È bastato mettere un segno.
Un pezzo di vita che muore.
Un sogno infranto, un fiore appassito.
E quello che rimane è
Un piccolo germoglio.
L’autrice pur nel suo crogiolarsi nel passato guarda sempre al futuro, in un suo futuro, dinamico, spaziale. Il passato è sia spinta che vincolo per Anna.
Com’è bello
Di tanto in tanto,
abbondonare il timone
Lasciarsi andare.
E sorprendersi.
Nel procedere leggeri.
Sentirsi fatti d’aria
Staccarsi da terra.
E fluttuare.
Euforia dell’essere.
Dolcezza dei pensieri.
Lasciarsi portare dal vento.
Alito di vita.
C’è questo indugiare in sé stessi, percorrendo spazi, lasciandosi coinvolgere dalle suggestioni che essi evocano: una caratteristica peculiare dell’autrice e che sento anche molto mia. In tal senso l’essenza struggente della natura e della materialità è sempre colta dalla poetessa, in cui lo spazio fisico svolge un ruolo essenziale.
In un tappeto d’acqua
guardo i miei giorni che passano,
i miei malanni.
In un tappeto verde
stendo i miei dolori,
alzo gli occhi e vedo
i miei mattini grigi.
In un tappeto di terra
Metto la mia caducità.
In un tappeto di cielo c’è dentro la mia caducità.
In un tappeto di cielo c’è dentro la mia notte
e la mia insofferenza.
È lì la mia inquietudine
Come dentro una gabbia dorata.
Esemplificativa lirica del modo di possedere l’ambiente da parte della poetessa e di interagire con esso. Ripeto, è un aspetto che sento molto mio. Poesia lacustre, fatta di fiori, alberi, scorci urbani, come le sue foto, come secondo una poesia molto bella della sua raccolta, di cui riporto alcuni versi: Un pensiero gentile/Che accolga la mia mente/Che coccoli tutti i miei pensieri/e che inviti i desideri/a un dolce riposare. Ma c’è anche l’attesa: Un giorno,/quando l’anima mia si scioglierà/in tenero pianto/e le energie del mondo tutte/nel mio cuore andranno,/allora,/ti incontrerò./Ogni memoria/svanirà/Insieme andremo/In un posto segreto,/con la musica/tra le nuvole,/sonno eterno.
L’animo gentile, aperto della poetessa, ci dice che ‘Sto alla notte/come l’ape al fiore/L’aurora per quanto rosa,/mi porta via il miele.
E noi percorriamo le stesse orme dell’autrice, facendole nostre, lungo la battigia del lago, metafora autentica della raccolta.
La silloge è edita nel 2019 da Edizioni Effetto, casa editrice torinese nata nel 2017.
Domenica Blanda, nasce a Mezzojuso (PA) nel 1960. All’età di sette anni si trasferisce a Verbania, sul Lago Maggiore, dove tuttora vive e lavora. Dopo gli studi classici consegue la Laurea in Scienze Sociali presso l’Università Bicocca di Milano, e in seguito a Genova (dove vivrà per dieci anni) consegue specializzazione in ambito psichiatrico e diploma triennale di musicoterapia.
Nel 2017 pubblica la raccolta di poesie L’eco e io (Il Viandante).
Nel 2018 riceve il premio come “autore segnalato” sezione silloge inedita al Premio Internazionale di Poesia e Narrativa “Giovanni De Scalzo” – Città di Sestri Levante.
Nello stesso anno pubblica poesie inedite nell’Antologia dei poeti (Il Viandante) e partecipa al Concorso “Racconti siciliani”, con la pubblicazione di alcuni racconti selezionati (Historica Edizioni).
Nel 2019 partecipa con poesie inedite al concorso letterario del Festival Etna Book, a Catania e riceve il Premio della Critica.
Link Wikipoesia: https://www.wikipoesia.it/wiki/Domenica_Blanda
Note biografiche di Gino Pitaro:
Nel suo percorso svolge varie attività, tra cui quella di redattore e di documentarista indipendente.
Nel 2011 il suo esordio con I giorni dei giovani leoni (Arduino Sacco Editore), poi per la Ensemble pubblica rispettivamente nel 2013 e 2015 Babelfish, racconti dall'Era dell'Acquario’ e Benzine, vincendo numerosi premi letterari.
La Vita Attesa è il romanzo per Golem Edizioni pubblicato nel 2019
L'autore vive in provincia di Roma.
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